martedì 29 aprile 2008

SICILIA DI OGGI


Palermo, quartiere Kalsa
(foto REPORTAGE
SICILIA)

SICILIA DI IERI


Costa a Marina di Tusa ( ME )

( foto di Angelo Oliva, anni Trenta )

lunedì 28 aprile 2008

GIULIANO, FALSI SCOOP E MENZOGNE

Un presunto autografo di 'canzone separatista' attribuito a
Salvatore Giuliano e pubblicato da EPOCA nel gennaio 1961

Ha destato interesse la recente ripubblicazione fatta da REPORTAGESICILIA di quello che il settimanale EPOCA presentò come uno 'scoop', nel gennaio del 1961: un 'memoriale' di Salvatore Giuliano, il bandito di Montelepre al centro dell'ambigua stagione del separatismo siciliano e della strage di Portella delle Ginestre.
REPORTAGESICILIA pubblica adesso con molto piacere l'intervento del professore Giuseppe Casarrubbea, ricercatore e storico di Partinico, autore di autorevoli saggi su uno dei periodi più complessi della storia siciliana nel secondo dopoguerra:

"Che la storia d'Italia sia stata falsificata, o, comunque, deviata verso interessi di parte (a destra come a sinistra) è dimostrabile ed è una questione che non vale neanche la pena di sollevare, tanto è scontata. Non per questo, tuttavia, il cosiddetto "memoriale di Giuliano" che la rivista ‘Epoca’ cominciò a pubblicare nel lontano 29 gennaio 1961, è l'ennesimo falso costruito a tavolino, come molte vicende italiane, anche recenti, e siciliane in particolare.
Giuliano era un grafomane. Scriveva veramente molto e malissimo commettendo errori di ogni sorta ad ogni parola. Quasi tutti i suoi scritti (sull'atlantismo, sui 'rossi', sulle maree, sull'universo e chi più ne ha più ne metta) riflettono questa sua condizione di spirito, tipica degli esaltati che pensano di avere le chiavi di lettura del mondo. Naturalmente si tratta di soggetti deboli, facilmente condizionabili, che non possono fare altro che ricorrere alla pistola non potendo utilizzare il cervello. Per lo più sono affascinati da personalità forti di cui frequentano gli ambienti familiari e forse anche i salotti incipriati.
E’ più facile premere il grilletto che spremersi il cervello e per chi ama il denaro ed è rapito da ragazzo dal mondo dei miti, come lo fu a modo suo Giuliano, è facile montarsi la testa, vivere di questi miti e diventare, alla fine, una sorta di “very strong man” artefatto e ben costruito per conto terzi.
Il memoriale che EPOCA pubblica, con un'accattivante fotografia del bandito in copertina, non va fuori dall'originale operazione di maquillage del pessimo bandito, truccato alla perfezione a cui hanno creduto in molti e persino uno storico come Eric Hobsbawm.
Lo studioso inglese pensava - scrivendo dei banditi - che essi sono una forma primitiva di ribellismo sociale e pertanto l'espressione di una condizione pre-politica del mondo pastorale e contadino. Umilmente devo dire che si sbagliava di grosso quando pensava in questi termini a Giuliano.
Ma andiamo per ordine.
Al processo di Viterbo furono esibiti due memoriali. Il primo non piacque a Ciro Verdiani, l'ispettore di polizia al cui indirizzo privato il bandito aveva fatto pervenire la sua proposta di lettura sulla strage di Portella della Ginestra. Il monteleprino allora ne scrisse un altro che, questa volta, dovette apparire accettabile alla mente a dir poco diabolica dell'ispettore. Il testo ha parecchie correzioni ed è chiaramente scritto sotto dettatura. E’ un'autoaccusa; scagiona tutti da ogni responsabilità tranne lui, il capobanda. E’ perfetta e una settimana dopo averla scritta il "re di Montelepre" è ammazzato.
Giova ricordare che due avvoltoi girano attorno a questo morto. Il primo è, appunto, Verdiani, il secondo il capitano dei Carabinieri Antonio Perenze. Il primo già questore fascista in Croazia, al tempo dell'occupazione italiana della Jugoslavia, il secondo l’autore materiale del falso rapporto sulla morte del capobanda, avvenuta, come si sa, la notte tra il 4 e il 5 luglio 1950. Il primo ha conosciuto le organizzazioni anti-titine (nazifascisti, cetnici e ustascia di Ante Pavelic) che già nel '41 avevano avviato una feroce lotta contro la resistenza; il secondo è lo stesso personaggio sorpreso col mitra ancora fumante, per sua stessa ammissione, accanto al corpo del bandito morto. Ammazzato mentre dormiva.
Quanto detto non è marginale rispetto a questo ennesimo memoriale. Bisogna però avere l'accortezza di dare rilievo e significato a ciò che appare come in filigrana, nel sottofondo o che è appena accennato. Come in un thriller, in un "noir" senza fine. Il testo è corretto con una penna di colore verde. Verdiani usava scrivere con penne a inchiostro verde perchè a quanto pare richiamavano il suo nome. Ognuno ha le sue piccole manie, e chi ne è affetto senza saperlo spesso ne piange le conseguenze. Ciò non basta per affermare che anche questo terzo 'memoriale' sia stato dettato o ampiamente corretto da quell'anima previggente che col fascismo aveva fatto carriera. Anche lui finì male perché, ultimato il processo di Viterbo e dovendosi preparare l’appello, un brutto giorno fu trovato morto. Come Pisciotta e un numero indescrivibile di morti che Portella si tirò dietro.
Giuliano e Verdiani erano in ottimi rapporti, La cosa è assodata da una mole inoppugnabile di documenti: una fitta corrispondenza epistolare tra il bandito e il "caro commendatore", i banchetti tra i due alla vigilia del Natale del '49 con panettone e marsala, e cosa peggiore l'invio all'indirizzo romano dell'ispettore di uno dei memoriali del bandito esibiti in tribunale. E' quindi legittimo ritenere che il falso dei primi due memoriali (che ho pubblicato nel 1997 nel mio libro su Portella della Ginestra per i tipi di Franco Angeli) si sia perpetuato anche nei giorni che precedettero la morte di Turiddu, perchè il depistaggio su quanto accaduto fosse completo.
Nel mezzo ci sono almeno tre stragi di vaste proporzioni. Nel '47 Portella della Ginestra e il 22 giugno; nel '49 Bellolampo in cui muoiono parecchi carabinieri. C’é quanto si sta tramando nell'Italia di allora, ancora occupata dagli Usa, e fortemente inquinata dalle attività golpistiche di generali e colonnelli senza scrupoli e pronti a tutto, pur di bloccare il cammino della nascente democrazia.
Altro elemento su cui vale forse la pena soffermarsi è che quando sbarcano gli americani il 10 luglio ’43 essi si trovano a lavorare gomito a gomito con spie e doppi agenti, con forze dell’ordine che non sanno a chi credere e Carabinieri i cui capi, da Perenze al generale Ugo Luca saranno dentro le trame di monarchici e fascisti, agenti filoamericani e doppiogiochisti filonazisti o fascisti"

venerdì 25 aprile 2008

SICILIA DI OGGI


Palermo, grata in ferro della ex stazione Lolli

( foto REPORTAGESICILIA )

SICILIA DI IERI


Costa tirrenica messinese negli anni Cinquanta

( foto di Angelo Oliva, data e luogo sconosciuti )

FIUME, UNA CARTOLINA DAL GIAPPONE

(Salvatore Fiume, 'Poema giapponese numero 9')

"Pittore, scultore, architetto, scrittore e scenografo".
Così il bel sito http://www.fiume.org/ - da cui REPORTAGESICILIA ha tratto informazioni per questo post - riassume e ricorda la personalità artistica di Salvatore Fiume.
Nato a Comiso nel 1915 e morto a Milano undici anni fa, Fiume - a differenza del compaesano Gesualdo Bufalino - è stato capace di alimentare la propria ispirazione da culture ed ambienti lontani dagli umori ragusani e della Sicilia.
Grazie ad una borsa di studio, a 16 anni era già ad Urbino; quindi si trasferì a Milano, iniziando una carriera artistica che lo avrebbe visto frequentare New York, l'Etiopia, Montecarlo, Londra, Gerusalemme, la penisola iberica, il Libano, la Polinesia ed il Giappone.
Proprio durante il viaggio aereo verso il Paese asiatico - da lui visitato a partire dal 1967 - Salvatore Fiume confessò in una cartolina privata la sorpresa di essere riuscito a liberarsi dal legame con Comiso, paragonata a "l'immensa tenda o una immensa cupola impossibile da scucire o da bucare...".
Destinario dell'ammissione fu Raffaele Carrieri, critico d'arte, poeta e amico di Fiume; e REPORTAGESICILIA propone lo scritto nel quale Carrieri - dalle colonne del settimanale 'EPOCA', il 20 aprile 1969 - fornì testimonianza di quella amicizia e dei pensieri del comisano:

"Da qualche anno ricevo dalle più diverse e lontane regioni del mondo bellissime cartoline a colori: me le manda Salvatore Fiume. Per un certo tempo arrivavano tutte le settimane da Londra e dintorni; poi da più distante. A Londra, Fiume si tratteneva quindicine intere per dipingere, nei locali notturni, i 'beats'. Ma a Gerusalemme, o nelle frazioni del Libano, le sue soste erano incomprensibili. Gli asini di Gerusalemme non erano tanto diversi da quelli che aveva dipinto a Comiso, in Sicilia. A parte il suo luogo natale e qualche luogo della Spagna, Fiume non si interessava molto al paesaggio: il maggiore interesse era per le persone, specialmente donne. I 'maschi' del Fiume, quando non appartenevano a epoche remote - Mitologia, Tavola Rotonda, Teatri Equestri - erano cavalieri o toreri, senza parlare dei suoi Numi di pietra dislocati, simili a fari, lungo le coste siciliane. Ma le celebri 'Isole', dipinte da Fiume a centinaia, si vedono assai meno nelle ultime mostre. In questa, appena inaugurata alla 'Galleria del Cigno' in via Manzoni, a Milano, ce ne sono pochi esemplari, e di modeste proporzioni. Le sue statue di Numi svaniscono dall'orizzonte marino: non sono castelli, nè fari, nè monumenti equestri, nè fortezze. L'invasione delle donne occupa tutti gli spazi geografici e prospettici. Si vedono donne del Portogallo cavalcare ciuchini neri, si vedono interni di harem, romitaggi del matriarcato balcanico, camere mobiliate di Londra e di Parigi con ragazze in attesa su letti e divani. Nelle precedenti esposizioni non si erano mai viste, fra i drappelli delle sue Frine, modelle giapponesi. Ed ecco le prime protagoniste del Celeste Impero fare il loro ingresso nella sua pittura. Ora dovrei svelare il contenuto di certe grandi cartoline che Fiume spediva dal Giappone lo scorso semestre":

"Non si dice nulla di straordinario con la notizia che un pittore italiano sia andato per un mese in Giappone.
La cosa è stata straordinaria per me, nato a Comiso, piccolo paese in provincia di Ragusa, l'ultimo sulla discesa dell'Appennino siciliano che sfuma a breve distanza dal mare.
Da quel paesino pochi si avventurarono ad andar fuori perchè sembra, guardando l'orizzonte, che il cielo sia cucito tutto intorno ai confini del mare e della terra, come una immensa cupola impossibile da scucire o da bucare...
Ed invece, eccomi un bel giorno su un aereo, fuori dalla cupola, in alto, a sorvolare il Polo Nord per andare in Giappone. Lassù ebbi la sensazione di non essere più cresciuto dai giorni della mia infanzia".




















mercoledì 23 aprile 2008

SICILIA DI OGGI


Palermo, chiesa della Magione
( foto REPORTAGESICILIA )

SICILIA DI IERI

Palazzo di Giustizia a Trapani
Imputati del processo per il rapimento di Franca Viola, la ragazza di Alcamo rapita e oggetto di violenza sessuale dallo spasimante Filippo Melodia, che voleva così costringerla ad un matrimonio 'riparatore'.
( foto di Sergio Del Grande, da 'EPOCA' del 18 dicembre 1966 )

CHET BAKER A PALERMO




Come dimenticare lo storico jazz club palermitano del 'Brass Group' di via Duca della Verdura?
Per tanti appassionati di allora - cioè degli anni Settanta ed Ottanta - quello scantinato insonorizzato con pannelli di juta e un Revox per le registrazioni è stato uno straordinario rifugio dove ascoltare, vedere e parlare con i migliori musicisti americani di sempre: Dexter Gordon, Charlie Mingus, Miles Davis, Max Roach, Ornette Coleman, Art Blakey, Al Grey, Sarah Vaughan, e con centinaia di tanti altri straordinari musicisti del jazz.
Per comprendere le emozioni allora regalate in quello scantinato - malinconicamente chiuso da anni, quasi a custodia delle migliaia di note che un tempo lo rendevano vivo - rimane oggi solo il gioco della memoria.
Così, cercando gli archivi dei quotidiani cittadini - 'Il Giornale di Sicilia' e l'Ora' - possiamo tornare alle atmosfere vissute in via Duca della Verdura la sera di venerdi 16 gennaio 1976.
Messi sulla corda dell'attesa dal 'passa parola' e da un telegrafico richiamo nella pagina degli spettacoli, gli appassionati del 'Brass' vissero "la sorpresa e l'incredulità" suscitati dal concerto di Chet Baker, il jazzista bianco forse più emozionante di questo straordinario genere musicale.
Baker volò a Palermo grazie ad una tournee italiana procuratagli dal contrabbassista Giovanni Tommaso.
La tappa al 'Brass Group' non fu però priva di contrattempi.
Al suo arrivo all'aeroporto di Punta Raisi, il trombettista pretese di guidare personalmente l'automobile messa a disposizione dal club palermitano. A malincuore, l'autista di fiducia del 'Brass Group' gli cedette il volante; e Baker - malgrado le indicazioni di non abbandonare l'autostrada diretta a Palermo - decise di imboccare lo svincolo per la provincia di Trapani, perdendosi così nelle deserte campagne di Santa Ninfa.
Ma i fuoriprogramma non finirono lì: il pianista Harold Danko - partner allora abituale di Baker - ed il batterista Bruno Biriaco non riuscirono infatti ad arrivare in tempo in Sicilia.
Fu così che si fece ricorso a due musicisti palermitani: il pianista Enzo Randisi - più giustamente ricordato come valido vibrafonista - ed il batterista sessionman Gianni Cavallaro. Il risultato, a leggere la recensione del 'Giornale di Sicilia' - non fu del tutto felice: "il trombettista ha dato vivaci e ingiustificati segni di insofferenza nei confronti dei suoi compagni. Tutto questo naturalmente ha causato una certa tensione fra i musicisti e fra il pubblico...".
Quella serata, naturalmente, è rimasta ben impressa nella memoria di Cavallaro.
Durante quella burrascosa performance, il batterista cercò di mediare fra le intemperanze di Baker e l'amico Enzo Randisi.
"Malgrado la nostra richiesta - ricorda a REPORTAGESICILIA - prima del concerto Baker non volle assolutamente provare. In inglese, si limitò a dirmi 'Gianni, guarda che da quando mi hanno spaccato i denti suono la tromba soffiandoci leggermente dentro'. In più, ci rendemmo conto che lui non batteva il tempo dei pezzi, così stavamo sempre sul chi vive per capire quale brano stava incominciando a suonare... Ciò creò un certo sconcerto. A un certo punto ci fu un battibecco, e quando cercai di prendere le difese di Randisi, parlando con un italiano quasi perfetto, Baker mi sorprese con un "e tu, perchè te la prendi tanto, io mica ce l'ho con te!"
Lasciando alla lettura dei due quotidiani la scoperta delle emozioni di quel concerto, occorre aggiungere che Chet Baker suonò anche la sera successiva, sabato 17 gennaio, e la domenica, nel corso di due session conclusive.
Ignazio Garsia - presidente del 'Brass Group' e pianista vicino per sensibilità al lirismo della tromba di Baker - prese quindi per tre volte il posto di Randisi; al gruppo si unì quindi anche il flautista Jacques Pelzer.
"Suonare con lui fu un'esperienza indimenticabile, sembrava che soffiasse dentro un flauto, e le note erano perfette, intense. Alla fine volle ringraziarmi - ricorda Garsia - e mi propose addirittura di seguirlo per altri concerti fissati in quel periodo in Italia".
Con la formazione di Garsia, Baker mise la firma ad un concerto che, secondo il sito http://www.chetbaker.net/, è stato pubblicato in un CD dall'etichetta italiana 'Philology', con il titolo 'Chet Baker - Brass Group Palermo Italy': la lista dei titoli comprende 'Rag's dream', 'Deep in a dream of you', 'Love vibration', 'If you see me now', Solar', 'All the things you are' e 'Forgetful'.
In realtà, questa testimonianza delle serate di Chet Baker a Palermo rimane al momento una registrazione 'privata', mai messa in commercio dalla 'Philology'; l'unica traccia edita - nella raccolta di inediti 'Chet Baker in Italy Unissued 1975-1988' della stessa 'Philology' è l'intensa 'Forgetful'.
Ascoltando questa isolata gemma - fra i rumori di una bottiglia che scivola sino al palco e un 'ok!, ok!' rivolto ai suoi accompagnatori - cogliamo "la gioia" vissuta allora al cospetto di un Chet Baker che il cronista palermitano non potè che definire come "mito vivo, trombettista dallo swing eccezionale e dalla sensibilità artistica fuori dall'ordinario".
Da parte sua, a distanza di 32 anni da quelle straordinarie serate, Gianni Cavallaro non può fare a meno di sottolineare la grandezza di Baker: "Era un grande uomo, un poeta del jazz, e come tale - spiega il batterista palermitano - bisognava capire ogni suo comportamento. Dinanzi a lui, noi eravamo veramente piccoli..."










lunedì 21 aprile 2008

SICILIA DI OGGI


Palermo, edicola di Santa Rosalia nel quartiere Kalsa

( foto REPORTAGESICILIA )

SICILIA DI IERI


Chiromante

Autore, luogo e data sconosciuti

( dal settimanale 'IL TEMPO' del 14 ottobre 1958 )

GIULIANO, IL MEMORIALE DI 'EPOCA'












Nell'elenco dei 'misteri d'Italia' del secondo dopoguerra, la Sicilia è presente con numerosi episodi, legati - principalmente - ad episodi criminosi riconducibili al vecchio intreccio fra Stato e mafia: un connubio sancito spesso in un gioco di interessi portato avanti tanto dai servizi segreti italiani quanto - soprattutto in determinati periodi storici - dagli interessi strategici statunitensi.
Alcuni storici indicano nell'eccidio siciliano di Portella delle Ginestre - nel 1947 - la prima 'strage di Stato' dell'epoca repubblicana; il mistero sui suoi mandanti si lega di conseguenza anche al ruolo di Salvatore Giuliano, il bandito di Montelepre ucciso nel 1951 al termine di una contraddittoria ed ambigua stagione separatistica.
La figura di Giuliano suscitò sin dalle sue prime azioni militari l'interesse dei giornali e delle riviste; ed è indubbio che il mito del 'picciotto' di Montelepre sia stato alimentato soprattutto da quella stampa da rotocalco che, negli anni Cinquanta e Sessanta, rilanciò le attenzioni dei lettori verso la 'cronaca nera', censurata in precedenza dal fascismo.
Ad accrescere il mito di Giuliano non potè allora non contribuire l'ancor oggi praticato 'gioco dei memoriali': la pubblicazione cioè dei diari personali - quasi mai autentici, spesso manipolati, quasi sempre falsi - di personaggi protagonisti appunto delle cronache e dei misteri d'Italia.
REPORTAGESICILIA ripropone la pubblicazione della prima parte di un 'diario' attribuito al bandito monteleprino; lo 'scoop' portò la firma, nei numeri di gennaio e febbraio 1961, del settimanale 'EPOCA'.
In anni più recenti, giornalisti e ricercatori sono più volte tornati sui retroscena della strage di Portella delle Ginestre e sulla figura di Salvatore Giuliano: fra questi, lo storico Giuseppe Casarrubea, autore di numerosi saggi sull'argomento.
In tema di 'memoriali', le sue valutazioni propendono verso lo scetticismo.
"Cose analoghe al 'diario' proposto da 'EPOCA' nel 1961 - scrive Casarrubea per REPORTAGESICILIA - sono state pubblicate in varie riviste, fra cui 'GENTE', senza che però si sia mai potuto verificare la fonte e l'attendibilità. Articoli simili, di natura giornalistica o cronachistica, sono serviti a costruire nel tempo ( cominciò Mike Stern già nel 1943-44 ) una visione deformata delle cose e della storia".
Dalle parole di Casarrubea emerge dunque un chiaro sospetto circa la 'genuinità' del presunto diario di Giuliano proposto da 'EPOCA'.
"Basta riflettere sul fatto - nota Casarrubea - che il testo parla dei fatti in terza persona ( cosa che solo Giulio Cesare avrebbe potuto fare con il suo 'De bello gallico' ) e che i periodi sono stilisticamente corretti, cosa che nei manoscritti di Giuliano non è dato riscontrare, specie negli anni più vicini alla sua uccisione, dal 1948 alla vigilia di quella tragica notte tra il 4 e 5 luglio del 1950".

lunedì 14 aprile 2008

SICILIA DI OGGI

Palermo, il golfo dalla spiaggia di Romagnolo
( foto REPORTAGESICILIA )

SICILIA DI IERI

Porto di Palermo, data imprecisata
( foto di Angelo Oliva )


I 'TUFI ARDENTI' DEL RAGUSANO







Foto di Angelo Oliva eseguite nel maggio 1941 a Comiso, Ragusa Ibla e Vittoria.



Luoghi della provincia ragusana, colti dall'obiettivo di una Kodak Duo 620.
Angelo Oliva, padre dell'autore di questo blog, era un ufficiale del Genio dell'Aeronautica Militare.
Negli anni precedenti il II conflitto mondiale, ha diretto i lavori per la costruzione dell'aeroporto 'Magliocco' di Comiso; la sua passione per la fotografia si coglie nella pura eleganza documentaria degli scatti proposti oggi da REPORTAGESICILIA.

"VITTORIA mostra i segni d'un vivace attivismo agricolo e commerciale, il cui fastigio si pone nelle culture da serra, bianche estensioni di plastica, luccicanti sotto il sole come un mare come confini..."
"RAGUSA IBLA... città quasi imbalsamata fra le bende del suo passato; città di tufi ardenti, di chiassuoli nascosti e labirinti affettuosi, dove ogni persiana par sigillarsi su un occhio nero che spia. Qui si intrecciano clausura ed agio, abbandono e delicato sussiego, e un alito d'altri tempi si sprigiona così dai balconi delle case signorili, come dai pianterreni poveri e dai 'dammusi'..."
"Con tante attrazioni balneari e montane, strillate dalle vetrine e dai foglietti di promozione turistica, venire a COMISO rischia d'apparire, ne convengo, un azzardo da temerari... Il sito è felice, fra monte e piano, là dove gl'Iblei declinano e s'arrotondano in pendii sempre più teneri, fino a perdersi in una piatta, uniforme, sconfinata distesa di serre e di seminati. Quanto, però, era bella Comiso, negli anni Venti, negli anni Trenta! Bella, sebbene poco più che un villaggio di poveri scalpellini e mezzadri..."
( Gesualdo Bufalino, 'Il fiele ibleo', Avagliano editore, Cava dei Tirreni, 1995 )

mercoledì 9 aprile 2008

SICILIA DI IERI




Terrasini (PA), foto di Fosco Maraini da 'Marine d'Italia' TCI, 1951
e di autore e data ignoti, tratta da una Guida della provincia di Palermo "Palermo und sein reiseverkehrsgebiet"

SICILIA DI OGGI


Palermo, l'ex albergo 'Hotel de France', tra via Butera e piazza Marina

"Come albergo di prim'ordine - ricorda Enrico Onufrio nella 'Guida pratica di Palermo' del 1882 - v'è anche da notare l'Hotel de France, messo con proprietà e con eleganza. E' la più tranquilla locanda che abbia mai visto. Quantunque sorga in uno dei punti più frequentati della città, vale a dire in piazza Marina, pure si può dire che ne sia come appartata, essendo posto il fabbricato sopra un'enorme scarpa di pietra, su la quale nessuno sogna di salire. Aggiungi poi che in piazza Marina v'è un villino graziosissimo, il Giardino Garibaldi, che con le sue fragranze accarezza i nervi olfattori degli ospiti dell'Hotel de France"

( foto REPORTAGESICILIA )

ASPRA, IL BORGO DEI PESCATORI












"'Da bambino mi mangiavo i ricci interi, con la scorza e con le spine e il guscio, tanta era la fame; perchè la nostra bocca è un mulino; e anche i fichi d'india mi mangiavo con la buccia e non mi facevano male, tanta era la fame; perchè il nostro stomaco è un calderone e sotto la gola c'è una vampa che brucia ogni cosa', mi diceva lo scoparo dell'Aspra aprendo per me dei ricci di mare che era stato a pescarmi sulle rocce di quella costa fra Bagheria e Capo Zafferano, sotto le rovine dell'antica città di Solunto, che è forse il luogo più bello dove un corpo umano possa stendersi al sole".
La prosa di Carlo Levi, nel 1955, così descriveva un pescatore di Aspra, borgata marina di quella costa palermitana oggi simile allo sciupato e consunto filo di una preziosa collana di perle.
Aspra è ancora lì, con le sue barche da pesca colorate tirate a secco, nei giorni in cui non è possibile uscire in mare per catturare branchi sempre più ridotti di pesce.
Un sabato pomeriggio, i pescatori si riuniscono a gruppetti; accalcano le coperte delle loro imbarcazioni, e lì tirano fuori le carte siciliane per una tradizionale partita 'a scopa', o il mazzo di carte francesi per una più complicata 'scala 40'.
Sullo sfondo, ecco le loro case: basse palazzine, modeste ma decorose, "un mucchietto di case di aspetto forte e gentile, ritte sul piano di una bassa scogliera. Subito ad Est si drizza il promontorio del monte Catalfano, coperto in basso di olivi, arido e brullo in alto. Presso la riva sorgono dal cristallo delle acque lingue nerastre di scogli bagnati dai flutti", secondo quanto scriveva la guida del TCI 'Marine d'Italia' di un lontanissimo 1951.
Oggi, la bellezza antica di Aspra si stempera nelle dispute sul funzionamento del locale depuratore o sulla creazione di una nuova barriera frangiflutti; questioni ormai aperte in molti borghi marinari della Sicilia, sempre meno forti e gentili nella difesa di se stessi e delle pagine che la letteratura ha loro riservato.
( foto REPORTAGESICILIA )




martedì 8 aprile 2008

SICILIA DI IERI


Palermo, 1964, venditore di olive del mercato della Vucciria

( foto di Fernando Scianna da 'Le vie d'Italia' TCI luglio 1964 )

SICILIA DI OGGI


Palermo, portico della Cattedrale, suonatore di liuto, secolo XV

( foto REPORTAGESICILIA )

LE CARE E FAMOSE ANGUILLE DI LENTINI


"Ricco di uccelli acquatici e famoso per le sue anguille ( ve ne sono enormi, che, a Natale, raggiungono prezzi favolosi ) è il Lago di Lentini o Biviere che si vede dal treno andando a Siracusa o a Caltagirone. Comunemente è chiamato pantano, ma il pantano è a sinistra di Carlentini, lungo il mare. Il Biviere non è molto esteso, perchè normalmente è lungo e largo 4 chilometri, ma rende tristamente malarica la regione. Ne è stato progettato il prosciugamento totale e pare che le relative pratiche siano a buon punto: per Lentini specialmente sarebbe una liberazione".

Con gli auspici del suo prosciugamento - completamente soddisfatti nel 1954 - l'almanacco 'Sicilia!' firmato da Zino Ardizzone ed edito nel 1926 da Remo Sandron Editore di Palermo così illustrava l'ormai scomparso lago di Lentini.

Più che un limpido specchio d'acqua lacustre, il Biviere siracusano appartiene dunque alla lunga lista delle aree umide siciliane cancellate dalla smania delle bonifiche o dagli interessi della speculazione edilizia.

Oggi, al posto del lago, si può osservare un bacino d'acqua artificiale, meta della fauna migratoria che incrocia quest'area della Sicilia.

Già nel 1966, il 'Corriere della Sera' così denunciava le conseguenze della scomparsa dell'ex Biviere, in origine esteso per oltre mille ettari e profondo sino 5 metri, tale da permettere la formazione di 60 isolotti di canne:

"Il lago di Lentini - si legge nel reportage di Carlo Dominione - inserito nella zona classica delle arance pigmentate, per la massa di calore che irradiava durante la notte era un freno alle gelate che dal giorno della sua scomparsa sono andate aumentando d'intensità, tanto da distruggere interi agrumeti, e costringendo i coltivatori ad affrontare la spesa di costosi impianti antigelo, che hanno inciso su ogni ettaro per un milione e mezzo di lire, e che non sempre hanno raggiunto lo scopo di salvare le arance".

Più tardi - nel 1974 - la 'Guida alla natura della Sicilia' edita da Arnoldo Mondadori Editore, firmata da Fulco Pratesi e Franco Tassi, così descriveva l'aspetto perduto del Biviere:

"Questo paradiso lacustre forniva rifugio ed alimento a numerosissimi uccelli acquatici, oltre che, naturalmente, ai pesci, che, come le anguille, le carpe, le tinche, i lucci, offrivano sostentamento a molte famiglie di pescatori. Tutti gli uccelli più rari si davano convegno nelle basse e ricchissime acque del Biviere: l'abate Maurolico, nel 1618, ricorda che nelle isolette in mezzo al lago, che lui chiama 'Vivarium leontinum', nidificavo i cigni; altri autori parlano delle numerosissime cicogne bianche e di quelle, molto più rare, nere".

( fotografia non firmata tratta da 'Sicilia!', Almanacco regionale di Zino Ardizzone, Edizioni Remo Sandron Palermo, 1926 )

lunedì 7 aprile 2008

SICILIA DI OGGI


Golfo di Palermo e monte Pellegrino
( foto REPORTAGESICILIA )

SICILIA DI IERI


Pescatori con reti. Autore, località e data sconosciuti

( da 'Sicilia' di Loretta Santini, edizioni Fotorapidacolor, Terni, 1973 )

venerdì 4 aprile 2008

1965, DE MAURO E LA 'SELVAGGIA' LINOSA























Per i 400 linosari dell'epoca, quel reportage - l'anno era il 1965 - rappresentò probabilmente una delle prime finestre giornalistiche aperte sul mondo lontano del loro lembo di terra vulcanica: Linosa, appunto, "piccola remota selvaggia isola, di una povertà toccante come la fierezza dei suoi abitanti".
A descrivere con queste parole l'estremo Sud d'Italia, nell'azzurro dell'arcipelago delle Pelagie, fu Mauro de Mauro, il cronista del quotidiano palermitano 'L'Ora' destinato a scomparire, cinque anni dopo, in uno dei gialli più oscuri della moderna storia d'Italia.
De Mauro sbarcò allora a Linosa come inviato della rivista 'Le vie d'Italia', edita dal Touring Club Italiano; ad accompagnarlo c'era il fotografo palermitano Nicola Scafidi, autore degli scatti presentati da 'REPORTAGESICILIA'.
Il loro articolo è una preziosa memoria per i linosari di oggi, e colpisce il lettore per la descrizione ricca di fatti e nomi "dell'ultimo lembo di terra vergine ancora da scoprire per chi voglia godere ancora la rarissima ebrezza di un'angolo d'Europa selvaggio, primitivo, incontaminato".
Dell'isola, munita all'epoca di un frigorifero a gas, "ma utilizzato per i consumi dei turisti", il giornalista de 'L'Ora' sottolineò la bellezza del mare, ma soprattutto la straordinaria pulizia delle case. "I pavimenti brillano - si legge nel reportage - la biancheria è candida, ogni mattina le donne - spesso due volte al giorno - lavano con lo straccio bagnato il cemento antistante la soglia di casa, e scopano il tratto di strada che fronteggia l'abitazione: ignorano cosa sia l'acqua corrente ed hanno il culto della pulizia. Si servono di acqua piovana raccolta in piccole cisterne".
Poi de Mauro descrive le frequentazioni turistiche di quegli anni: "l'isoletta è frequentata per lo più da francesi e tedeschi. Vecchi aficionados dell'isola sono i Parodi ed i Costa di Genova, e molti fra i più illustri sub d'Italia e di Europa che una decina di anni fa hanno scoperto Linosa ed hanno battezzato 'Piccolo Paradiso' la zona intorno al Faro, dove la lava nera e compatta che si immerge nelle onde è rivestita di incrostazioni che la rendono di un bianco abbagliante".
Oggi Linosa conta 480 abitanti, e non ha cambiato molto l'aspetto di isola lontana da quella civilità del consumo che distrugge l'anima dei luoghi più remoti.
L'isola, da molti anni, dispone di acqua e di luce - la cui penuria, nel 1965, affliggeva gli isolani - ma attende ancora quel nuovo porto allora già invocato dai linosari. Meno frequentata rispetto a Lampedusa, Linosa trova voce ai nostri giorni grazie al sito http://www.linosa.biz/, finestra virtuale di una terra che fece così scrivere a de Mauro: "la verità è che non esiste, in tutti i mari del Mediterraneo, un'altra Linosa".














giovedì 3 aprile 2008

SICILIA DI IERI


Campofranco (CL), sede CGIL dei minatori zolfatari, 1962
( foto di Carlo Anfosso, da 'Le vie d'Italia' TCI del luglio 1962 )

L'ABBANDONO DI PALAZZO LAMPEDUSA











Le bombe americane del 5 aprile 1943 fecero scempio dei saloni e degli arredi, trasformando il palazzo nella "scomparsa amata" descritta nei 'Ricordi d'infanzia' dal suo proprietario: Giuseppe Tomasi, principe di Lampedusa, l'autore de 'Il Gattopardo'. Le "ripugnanti rovine" di Palazzo Lampedusa sono ancora lì, in via Lampedusa, tra il retro della Prefettura - che fu la villa urbana dei Whitaker - e l'Oratorio di Santa Cita. Di quello che fu uno dei più grandi palazzi aristocratici palermitani, esteso oltre 1600 metri quadrati, non rimane nulla, se non uno sconfortante sfacelo.
E' la sorte comune a molti altri edifici storici del centro storico di Palermo, abbandonati all'incuria ed all'assenza di illuminati progetti di recupero, strutturale e della memoria. Già il 1 luglio 1998, Gianni Farinetti così descrisse sulle pagine de 'La Stampa' lo stato di Palazzo Lampedusa:
"Sul lato destro si leggono ancora vaghi architravi di finestre, la facciata è spartita dai due portoni e da piccoli ingressi secondari ora murati con grigi blocchi di cemento. Un alianthus cresce rigoglioso nelle inaccessibili macerie, la chioma sparge la sua modesta ombra sulla piccola via abbandonata. Non ci sono abitazioni in questo tratto, solo un cadente edificio moderno ed il finaco severo del palazzo dell'ex Monte dei Pegni con le sue inferriate carcerarie. Lampedusa ricorda che durante i bombardamenti queste si scagliarono contro il palazzo di fronte, penetrando nei saloni, con l'effetto che si può immaginare. Ma non si può immaginare, solo intuire, il dolore di Tommasi che, accorso dopo il bombardamento, riuscì soltanto a riempire una borsa di pochi effetti personali della moglie e si incamminò verso Bagheria. Raggiunse a piedi la casa del principe di Mirto a Santa Flavia e per tre giorni si rinchiuse in una stanza, rifiutandosi di parlare".
I ruderi di Palazzo Lampedusa, oggi, vivono una triste stagione di oblio. Negli anni passati è stato tentato un progetto di recupero privato, frutto di una lunga trattativa con gli attuali proprietari, residenti lontano dalla Sicilia; una squadra di operai ripulì l'area interna, ingombra di detriti e sirighe utilizzate dai tossicodipendenti della zona.
Oggi - a 50 anni dalla pubblicazione del 'Il Gattopardo', datata 11 novembre 1958 - 'l'amata scomparsa' di Giuseppe Tommasi continua la sua agonia; il cemento ha murato anche ciò che rimane del grande portone d'ingresso, al di sopra del quale resiste un raffinato fiore in ferro battuto: quasi un disperato omaggio al principe di Lampedusa ed alle sue disperanti pagine siciliane.
( foto REPORTAGESICILIA )