martedì 30 luglio 2013

PESCATORI ED AMBIENTE A TAORMINA

Barca da pesca all'approdo dinanzi Giardini-Naxos.
A bordo, si notano due anfore romane.
La fotografia - come le altre del post - porta la firma
di Carlo Pizzigoni e venne pubblicata
in un numero speciale del settimanale "Epoca",
nel biennio 1963-64

Pensi a Taormina e a Giardini-Naxos e i primi pensieri vanno al teatro romano, ai panorami sull'Etna, agli alberghi di lusso, al festival del cinema ed al turismo internazionale d'elite che fanno di queste località una specie di enclave all'interno della Sicilia; anzi, qualcosa di "altro" rispetto alla Sicilia.

Uscita in barca per la "calata" delle nasse
utilizzate per la cattura delle aragoste

Di Taormina e Giardini-Naxos si è così persa la percezione dell' essere luoghi anzitutto geografici, con un ambiente naturale ed un corso quotidiano della vita e dei costumi degli abitanti, oltre la lucida patina che giunge loro dalla fama internazionale.

Scena di vita paesana 
in un'abitazione a Taormina

Gli stessi reportage dedicati a queste località raramente riescono ad andare oltre la descrizione delle attrattive turistico-mondane alimentate per primo da quel pittore tedesco che, quasi due secoli fa, fece conoscere all'Europa i colori di questa costa jonica.


Il mare, le colline e l'Etna: il fascino antico ed autentico
di Taormina e di Giardini-Naxos,
come mostrano le fotografie di Pizzigoni,
è stato quello della sua natura

Le fotografie riproposte da ReportageSicilia vanno oltre la rappresentazione di maniera di Taormina e Giardini-Naxos, fissandone la semplice bellezza dei paesaggi e gli aspetti della vita quotidiana di pescatori e contadini.
Sembra di cogliere in queste immagini il senso delle parole scritte nel 1963 dallo scrittore catanese Antonio Aniante, secondo cui il volto autentico di Taormina si scopriva durante i mesi estivi, quando l'apocalittica calura allontanava gli ospiti nordici.


La baia di Giardini-Naxos

"Implacabile il vento della stagione scuote la città - scriveva Aniante - annunziando l'avvento dell'estate sulla collina. 
Le automobili dei turisti, dopo una breve sosta, riprendono la via del ritorno verso lo stretto. Il panico è addosso ai forestieri. 
Nella loro anima si annidano i presentimenti. Grandi e piccoli alberghi, rimasti vuoti, si chiudono, e, con le persiane serrate, sembrano prigioni. 
La solitudine regna dovunque. Le strade della città sono squallide. Il vento le percuote, insistente, recando l'odore d'incendio, scoppiato nei castagneti e nei campi di grano. 
La cittadina aristocratica cade nelle mani dei bifolchi e dei mulattieri, dei mietitori avvinizzati, che indugiano sotto le case, in compagnia delle bestie, prima di ripartire per i campi e per le valli, lasciando scie di sterco nelle piazzette. 
E' la fine, provvisoria o eterna, di Taormina: mai come in quei giorni foschi si pensa che al ritorno dell'autunno la città non sarà che un ricordo di rovine, emergenti sovra fitti strati di cenere, per la curiosità dei turisti, come Pompei".

Beninteso, le fotografie riproposte da ReportageSicilia  ritraggono una natura e personaggi risalenti a mezzo secolo fa: ma già allora, quella Taormina - oggi scomparsa per sempre - era raramente documentata.  
Gli scatti portano la firma di Carlo Pizzigoni e furono pubblicati in un numero speciale del settimanale "Epoca" intitolato "L'Italia Meravigliosa" 1963/64 edito da Arnoldo Mondadori Editore. 


Il sinuoso profilo della costa taorminese,
che all'epoca di questo reportage
mostrava ancora modesti segni
di cementificazione  

sabato 27 luglio 2013

L'OCCASIONE PERDUTA DI CASTELLAMMARE DEL GOLFO

La baia sabbiosa su cui si affacciava
sino a qualche decennio fa Castellammare del Golfo,
lungo la costa tirrenica trapanese.
La fotografia è di Patrice Molinard
ed è tratta dall'opera
"La Sicile", edita da Del Duca a Parigi nel 1957

Lungo la strada statale 113 che collega Palermo a Trapani, Castellammare del Golfo si presenta come un paese costiero dalla pianta a scacchiera, delimitata verso il mare da quella che un tempo era un'ampia baia sabbiosa. 
La crescita edilizia degli ultimi decenni ha cambiato un contesto ambientale che avrebbe potuto puntare di più e meglio sulla risorsa del turismo a basso impatto sul territorio. 
Basta affacciarsi dal belvedere che sovrasta ad Ovest il paese, lungo la 113, per rendersi conto dell'effetto provocato invece dalle opere viarie e dall'edilizia su Castellammare del Golfo. Molto si è costruito, ed inutilmente: negli anni di più intensa edificazione di nuovi alloggi, tanti appartamenti del centro storico - svuotati dall'immigrazione - rimanevano abbandonati.
La mala amministrazione e l'ingerenza dei clan locali sono poi stati al centro delle cronache giudiziarie di anni non lontani. Per lungo tempo, il Comune di Castellammare del Golfo è stato commissariato a causa delle connivenze mafiose, innestatesi nella gestione dei piani regolatori e delle grandi opere edili: un'inquinamento che ha riguardato anche le politiche locali di intervento contro l'abusivismo.  


Barche di pescatori tirate a riva
sulla spiaggia del paese.
La fotografia è di Ezio Quiresi ed è tratta
dall'opera "Sicilia"edita nel 1971 da Electa
per conto della Banca Nazionale del Lavoro

Il paese - nato come porto commerciale dell'antica Segesta e poi sviluppatosi come borgo di pescatori e tonnara - pur avendo avuto i presupposti per diventare un affascinante luogo di soggiorno turistico, di fatto è oggi una semplice cittadina di passaggio verso altri luoghi: in primo luogo Segesta, poi Scopello o la più lontana San Vito lo Capo.
Le tre fotografie riproposte da ReportageSicilia fanno balenare la suggestione che sino a qualche decennio fa ancora caratterizzava questo borgo di pescatori del Tirreno, quando l'edilizia era dominata semplicemente dal vecchio castello e dalla mole della chiesa Madre.


Ancora uno scatto di Ezio Quiresi
fissa le barche dei pescatori
castellammaresi sullo sfondo del paese.
L'immagine è tratta dall'opera "Sicilia"
edita nel 1960 dal Touring Club Italiano

     

giovedì 25 luglio 2013

L'INCOMODA MULATTIERA DI CASTEL MOLA

La vecchia mulattiera che un tempo collegava
Castel Mola a Taormina.
La fotografia porta la firma di Patrice Molinard
e venne pubblicata nel 1957 nell'opera "La Sicile"
edita da Del Duca Parigi

"Guida inutile, assai interessante per il paesaggio, il luogo pittoresco ed il panorama. Strada mulattiera incomoda e sassosa".
Così scriveva la prima Guida Rossa del TCI dedicata alla Sicilia ed edita nel 1919 nelle poche righe dedicate a Castel Mola. 
Pragmaticamente, il segnalatore del Touring decantava le attrattive paesaggistiche della borgata che sovrasta Taormina, per poi mettere in guardia riguardo le difficoltà di accesso.
Per decenni ancora, gli abitanti di Castel Mola avrebbero percorso a dorso di mulo o a piedi 'l'incomoda e sassosa' strada.
Poi, il progresso e le fortune turistiche di Taormina avrebbero alleviato le fatiche del viaggio e la borgata avrebbe beneficiato del proliferare di opere viarie - svincoli, rotonde e viadotti - che pure hanno devastato la primitiva bellezza di questa zona della Sicilia.
La fotografia riproposta da ReportageSicilia ci restituisce un'immagine dell'antica mulattiera di Castel Mola; l'immagine porta la firma di Patrice Molinard ed è tratta dall'opera "La Sicile" edita da Del Duca Parigi nel 1957 per la collana "Couleurs du Monde".  

SICILIANDO














"La Sicilia nel corso della sua storia ha conosciuto periodi di splendore e di decadenza.
Potremmo dire, anzi, che le età di maggiore gloria furono quelle in cui essa da isola divenne penisola, cioè non si rinchiuse nel suo particolarismo, ma fu terra aperta a ogni fermento di civiltà.
E questa è la ragione per cui sembra caratteristica inalienabile del carattere del siciliano la nostalgia del passato. 
La sua anima di sognatore lo porta a idealizzare i tempi remoti per disdegnare il presente".
Giuseppe Cocchiara 

mercoledì 24 luglio 2013

I BOZZETTI PALERMITANI DI CIGANOVIC

Il portale di palazzo Abatellis, in via Alloro, a Palermo.
In questo post, ReportageSicilia ripropone
alcune fotografie scattate nel capoluogo dell'isola
alla fine degli anni Cinquanta dello scorso secolo
dal serbo Josip Ciganovic

Qualcuno, prima o poi, dovrà dedicare uno saggio o una mostra all'opera fotografica svolta in Sicilia da Josip Ciganovic ( 1922-1985 ).
Del fotografo di origini serbe - autore negli anni Cinquanta dello scorso secolo di reportage in Sardegna e a Urbino, nonchè di parecchi servizi commissionati dal TCI in altre zone d'Italia - ReportageSicilia ha più volte riproposto immagini realizzate nell'isola.

Via Bandiera con il quattrocentesco
palazzo Pietratagliata

Due donne dinanzi
la chiesa di San Francesco d'Assisi

Via dell'Incoronata con il palazzo Agnello

Le fotografie di questo post furono realizzate in quel periodo da Ciganovic nel centro storico di Palermo e pubblicate nel I volume dell'opera "Sicilia", edita nel 1962 da G.C.Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini per la collana "Tuttitalia". 

Uno scorcio della facciata cinquecentesca
di palazzo Scavuzzo

Traffico palermitano dinanzi la chiesa di Santa Caterina

L'interesse documentario di queste immagini risiede nella visione quasi bozzettistica della vita in strade e piazze della città di allora: monumenti ed edifici fanno da quinta alle normali attività quotidiane dei palermitani di tre generazioni fa. Ciganovic percorre strade, vicoli e piazze di quella Palermo testimoniando sulla pellicola la vitalità dei quartieri del centro storico, poco prima del loro rapido declino sociale ed economico.

Vigili urbani e passanti in piazza San Domenico

All'epoca di quel reportage fotografico, la città stava vivendo la caotica trasformazione imposta dalla speculazione edilizia affaristico-mafiosa. 
Il centro storico raccontato dalle preziose immagini di Ciganovic sarebbe stato lasciato in balia del degrado, a favore della nuova edilizia che avrebbe devastato il verde della Conca d'oro. 

Il portale trecentesco del Conservatorio di Musica
"Vincenzo Bellini"

Piazza Bologni con il monumento a Carlo V

Nel testo a commento delle immagini del fotografo serbo, lo storico dell'arte Giuseppe Bellafiore forniva inoltre la seguente ed attualissima chiave di lettura architettonica del carattere di Palermo e dei suoi abitanti:

"Il forestiero, da qualsiasi lato giunga nella città, passerà attraverso una frangia di miserabili casupole o di desolati casamenti.
La scoperta della città deve procedere dall'interno di essa e, ove si abbia pazienza e non si voglia superficialmente giudicare, quella scoperta sarò ancor sorprendente e indimenticabile.
Il viaggiatore peraltro non proceda da idee preconcette.
Ad esempio il termine 'saraceno' è quello che più spesso viene alla mente e alle labbra di chi giunge in Sicilia: una categoria alla quale la realtà siciliana, per forza di luogo comune, sembra non dovere mai più sfuggire.
Eppure è quello un concetto di sapore letterario, caro a tanta cultura del secolo scorso, alimentato dall'entusiasmo della riscoperta dei monumenti normanni, e tuttavia inadeguato ad illuminare la vera conoscenza della città.
Vada pure all'archeologismo ottocentesco di avere preservato le testimonianze arabe dell'età normanna, ma sia ben presente che esse erano state seppellite da secoli dagli apparati architettonici barocchi assai più congeniali all'anima palermitana.
Non è il cristallino geometrismo e l'astratta eleganza dell'architettura araba che può fornire la chiave alla conoscenza di Palermo, bensì l'intemperanza, l'estro, la fantasia del barocco..."

I ruderi di palazzo Bonagia,
distrutto dai bombardamenti del 1943
  



  

lunedì 22 luglio 2013

I PESCATORI DELLA KALSA

Rimagliatura delle reti da pesca
nel quartiere palermitano della Kalsa.
La fotografia è di Josip Ciganovic
ed è tratta dall'opera "Sicilia",
edita nel 1974 da UTET

Glottologi e filologi hanno a lungo discusso il particolare dialetto utilizzato nel quartiere palermitano della Kalsa, notando differenze con la parlata generalmente diffusa nel resto della città.
Queste osservazioni linguistiche riguardano altre località della Sicilia - ad esempio alcuni quartieri di Sciacca - e sono riassumibili in un dato comune: le popolazioni dei centri costieri - ed in particolare i pescatori - mostrano caratteristiche fonetiche diverse da quelle dei siciliani che abitano nei centri rurali o montani.
Ai nostri giorni, il quartiere della Kalsa ha perso quell'identità propria di una comunità di pescatori e marinai.
Sino ad una cinquantina di anni fa era attiva una Maestranza che li riuniva, e che poneva al centro delle proprie attività lavorative il vicino porto della Cala.
La toponomastica del quartiere ricorda ancora quell'antico rapporto fra i residenti ed il mare.
Tra i vicoli e le stradine della Kalsa esistono ancora una via dei Nassaiuoli ed una via della Sciabica, mentre sono quasi del tutto scomparse le scene delle reti e delle nasse da pesca lasciate ad asciugare in strada: un'immagine fissata nello scatto del fotografo Josip Ciganovic, ai piedi dell'alta parete di palazzo Butera.
La fotografia è tratta dall'opera "Sicilia", edita da UTET nel 1974 e curata da Aldo Pecora.


sabato 20 luglio 2013

LE EGADI DI GIO' MARTORANA

Il faro di punta Sottile a Favignana, nelle Egadi.
Sullo sfondo l'isola di Marettimo, nel 1997.
Le immagini riproposte nel post da ReportageSicilia
sono opera del fotografo Giò Martorana
e furono esposte a Palermo nel 1998,
nell'ambito della mostra "Scritture di Paesaggio"

"La Sicilia è terra di forti contrasti e questo lo si riscontra in maniera altrettanto forte nella sua storia e nel suo paesaggio.
Qui le dominazioni succedutisi nel tempo hanno pressocchè lasciato intatte le vestigia dei precedenti invasori.
Città fenicie, templi greci, moschee arabe, chiese barocche, convivono in una straordinaria ed irripetibile sintonia, dando vita a quelli che alcuni hanno voluto definire 'l'incanto degli occhi'.
Credo che esistano pochi luoghi al mondo dove si abbia una tale varietà di paesaggi come la Sicilia.
Da quelli inquietanti e primordiali delle pendici dell'Etna, all'aridità impietosa dell'interno, dove castelli dalle solitudini inviolate, dominano a perdita d'occhio immense estensioni di terra.
E poi il mare, con i fari, i borghi, le antiche tonnare; con le sue coste ricche di insenature nascoste ed ampi golfi, dove esotiche spiagge, si alternano a luoghi inospitali e inaccessibili ma di incomparabile bellezza.

Tonnara Florio a Favignana, nel 1994

La stessa incomparabile bellezza dei tramonti dai colori dolcissimi, come quelli dello Stagnone a Marsala, con le Egadi che fanno da sfondo alle saline.
Qui tra abbaglianti piramidi di sale e mulini vetusti sembra proprio che il tempo si sia fermato.
Potrà sembrare strano, ma credo che in fondo, in una terra come questa, dove tutto ha radici profonde, anche le tradizioni facciano parte del paesaggio...".
Il panegirico siciliano porta la firma del fotografo palermitano Giò Martorana, e fu scritto nel 1998 a corredo di una mostra di immagini intitolata "Scritture di Paesaggio", svoltasi a Palermo nel marzo dello stesso anno all'interno della chiesa di Santa Maria dello Spasimo.
Martorana http://www.giomartorana.com/ è un fotografo che sembra prediligere il tema dei paesaggi costieri isolani, nei quali riesce a cogliere la presenza di antichi miti e del passaggio delle civiltà.
I suoi servizi sono stati pubblicati sulle più importanti riviste italiane e straniere ( Panorama, Vogue, Elle, Time Magazine, Der Spiegel, Newsweek, Paris Match ).
Le Egadi e Favignana - delle quali ReportageSicilia ripropone tre fotografie esposte nella mostra palermitana di 15 anni fa - diventano i luoghi dove Giò Martorana riassume la millenaria storia siciliana, cristallizzandone i paesaggi e le luci di secolari albe e tramonti.

Rientro dalla tonnara a Favignana, nel 1997

martedì 16 luglio 2013

LA SONNAMBULA DI PALERMO


Nei confusi anni che seguirono il secondo dopoguerra, il destino dei siciliani sembrò essere sospeso fra le speranze di un riscatto sociale ed economico - prospettato dal governo dell'Autonomia - ed il retaggio di vecchi ritardi nello sviluppo dell'isola. 
Palermo diventò allora insieme il centro di quella possibile rinascita - presto condizionata ed inquinata dalle logiche clientelari e mafiose - ed un luogo dove quell'antica povertà metteva in strada personaggi figli del clima insieme di aspettativa e di miseria.
Uno di questi è la figura femminile della "sonnambula" di strada, dispensatrice di numeri del lotto e veggente di fortune e disgrazie private.
Sembra che il numero di queste donne, in città, non fosse irrilevante, al pari di quello di guaritori, "spicciafaccende", raccoglitori di cartone e ferro ed altri personaggi di quell'umanità disperata raccontata allora da Danilo Dolci.
L'immagine riproposta da ReportageSicilia - senza attribuzione dell'autore - è tratta dal settimanale "Cronache" del 31 maggio del 1955.  

SICILIANDO















"In Sicilia si sente toccar finalmente terra. 
Hanno termine tutte le sfumature, gli stati nebulosi, le incertezze dell'atmosfera, e subentrano i toni assoluti, essenziali".
Sebastiano Aglianò

lunedì 15 luglio 2013

L'INQUIETA VIA ETNEA DI ANTONIO ANIANTE

La via Etnea, a Catania,
in una fotografia attribuita a Publifoto
e tratta - insieme alle altre del post -
dal II volume dell'opera "Sicilia",
edita nel 1962 da Sansoni
e dall'Istituto Geografico De Agostini.
Le immagini accompagnarono un testo
dello scrittore e commediografo catanese Antonio Aniante,
in gran parte riproposto da ReportageSicilia 

Ci sono luoghi o monumenti che più di altri rappresentano una città; così, per esempio, basta citare “via Etnea” per ricordare subito Catania. 
“I catanesi hanno per questa strada, pur splendida – ha scritto lo studioso Vito Librando – reazioni diverse, dolendosi alcuni che, dopo il terremoto del 1693, gli esperti e il vicario generale duca di Camastra non l’abbiano esattamente puntata in direzione del cratere dell’Etna: dicono gli anziani che bisognò rinunziarvi per non abbattere le case di un nobile…”.
Lastricata sino agli inizi degli anni Cinquanta dello scorso secolo con blocchi di pietra lavica ( sostituiti allora con blocchetti di porfido ), via Etnea ha offerto una ricca materia di narrazione e di aneddotica su personaggi, abitudini e umori del popolo catanese.
ReportageSicilia ripropone nel post stralci di un testo di Antonio Aniante (1900-1983).
Lo scrittore e commediografo originario di Viagrande trascorse gran parte della sua vita fra Parigi e Nizza, conservando però - come si legge nello scritto - uno stretto legame con Catania e con la via Etnea.


Carrozzelle di cocchieri nel centro di Catania.
La fotografia porta la firma di Enzo Sellerio

Il testo - intitolato "I giorni e le notti di via Etnea" - è datato 1962 e venne pubblicato sul II volume dell'opera "Sicilia" della collana "Tuttitalia", edita dalla casa editrice G.C.Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini.
La descrizione di Aniante - ricca di riferimenti alle bontà delle gelaterie e delle pasticcerie di via Etnea - rievoca anche eventi e personaggi inquieti della più importante strada catanese: quasi uno specchio dell'estro variabile dell'opera letteraria dello scrittore, che in quella strada finisce con l'identificare se stesso.   

"La via Etnea è popolata su tre chilometri ma è lunga dal cratere centrale del vulcano all'angiporto, odoroso di spezie levantine, frequentato da giovinastri greci.
La via Etnea è la più rinomata officina di gelati che ci sia al mondo, ed è autentica soltanto d'estate: quando le stelle del cielo di catania sono le più grosse e più luminose del firmamento, e il gelsomino d'Arabia, che a spighe agghindia i chioschi dei gazzosai, è paffuto e grande come una mano di bambino...
... Per la via Etnea tutta, dalle nicchie rossastre del gazometro marittimo alle ombrate stanze dell'Arcivescovado, dalle cabine dei paquebots ondeggianti nel molo alle cellette liliali del convento dei minoriti, è un via vai di gente assetata: in fretta si avvia alle cisterne che vomitano variopinti gelati nei cento caffè aperti sugli ombrosi cortiletti annaffiati di fresco...
... Le sette chiese di via Etnea si affollano di mendicanti che agognano il fresco e non han soldi per comprarsi cassate e cannoli. Sui marciapiedi, i bei ragazzi dagli occhi a mandorla e di velluto, vestiti di candida lana, vanno a passo largo di guappo in cerca di liti d'amore. 


Bancarelle di frutta e verdura sotto tendoni ed ombrelloni.
Lo scatto è del fotografo serbo Josip Ciganovic  

Alle terrazze delle birrerie inondate di acqua di acqua trottano nervosi i tavolinetti in un assordante vocìo di camerieri e di clienti. Ma coloro che san leggere e scrivere preferiscono le gelaterie sacre a quelle profane e vanno a nascondersi sotto i pergolati dietro la cattedrale normanna in antiche e ombrose sorbetterie, consapevoli come sono, da tempi immemorabili, che il vespertino incontro con le granite multicolori è un rito...
... A dire il vero, spesso la via Etnea finiva di appartenere ai regolari cittadini per cadere nelle mani dei facinorosi: come nei giorni apocalittici dei comizi elettorali, l'avresti detta presa dall'itterizia o dalla peste o dal colera: caffè, negozi, portoni e finestra si sbarravano in un batter d'occhio al primo petardo dei dimostranti, alla prima torcia che sbucava da una via laterale. 
O erano gli studenti dell'Istituto Nautico, che pigliavano d'assalto il centro, trascinandosi dietro tutta la studentesca delle altre scuole. 
O la sera della festa di Sant'Alfio, quando i carri e i calessini con gli ubriaschi in lunga teoria scendevano da Trecastagni, sfilavano per via Etnea, abbandonata spelonca, provocando la mafia che li attendeva al varco. 
O quella volta che più del solito si fece sentire la fame, durante il primo conflitto mondiale: il corso Stesicoro fu invaso da una moltitudine preistorica, goyesca, e chi in groppa a scheletrici cavalli e chi armato di tridenti, feccia, ceffi mai visti, che saccheggiarono i bei magazzini e sparirono sotto il fuoco dei carabinieri, non si sa dove, come un incubo, e chi li ha più visti!...
... Fin che fuggii come perseguitato da quel tratto di strada che pure fermo veniva a gettarmisi addosso nelle mie insonnie di precoce adolescente, dissi addio al cuore di Catania che non avevo ancora 17 anni.

Uno degli ultimi scrivani pubblici,
personaggio di una società catanese oggi scomparsa.
La fotografia è attribuita a Foto Pedone  

Ho fatto di tutto, nei miei vagabondaggi attraverso il mondo, per dimenticare l'aristofanesco cervello di Catania, mi fu impossibile far pelle nuova; ovunque andavo, mi portavo sulle spalle rachitiche la via Etnea; senza volerlo, tentai di liberamene, gettandola di peso nei miei cinquanta e più volumi di romanzi e novelle; ora soltanto comprendo, a sessant'anni, che il cervello di Catania è il mio cervello, la via Etnea sono io, ed ogni qualvolta ritorno al vero me stesso con le sue false e genuine qualità, la ritrovo, come adesso: fosforescente scia levantina che va dal vulcano nativo al mio mare".
    
     

giovedì 11 luglio 2013

MARCHESI, UN PARMENSE PITTORE DI SICILIA

Un tornitore palermitano della fine del secolo XIX.
L'acquarello porta la firma di Salvatore Marchesi,
pittore parmense che nel 1886 si trasferì nel capoluogo dell'isola,
assorbendo la visione artistica
di Lojacono e De Maria Bergler.

Le due immagini che seguono presentano 
altri due bozzetti di personaggi della tradizione siciliana: 
il tamburino di una processione e l'acquaiolo   

Ancora oggi, il nome di Salvatore Marchesi ( Parma, 1852-1926 ) è fra i meno conosciuti tra quelli dei pittori che animarono la scena siciliana tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo.
Eppure, questo artista nato a Parma e nipote di Luigi, anche lui valido pittore, ebbe il merito di appropriarsi del paesaggio ed i monumenti dell'isola, lasciando nelle sue opere - come ha scritto Ivana Bruno nel saggio "Ottocento Siciliano" edito da Electa nel 2001 - "il preciso e rigoroso studio prospettico, l'analisi minuziosa dei particolari, l'assoluta conoscenza dei valori pittorici della luce e del colore", ponendosi sulla scia dei siciliani Lojacono e De Maria Bergler.





L'arrivo del parmense Marchesi a Palermo nel 1886 - città nella quale dimorò per 36 anni - si legò alla nomina alla cattedra di Prospettiva ed Elementi di Architettura presso il Regio Istituto d'Arte. 


Due frati cappuccini vicini al pozzo d'acqua
del convento palermitano di Santa Maria di Gesù.
L'opera di Salvatore Marchesi - ha scritto nel 2001 Ivana Bruno -
"lascia lo spazio, quasi a metà della composizione,
alla nitida veduta dello sfondo raffigurante,
con la stessa cura e precisione che caratterizza tutto il dipinto,
la verdeggiante conca d'oro racchiusa 

da una compatta catena montuosa..." 

Socio del Circolo degli Artisti cittadino, Salvatore Marchesi prese parte a molte esposizioni locali, con opere dedicate ai monumenti palermitani d'epoca normanna ( in quegli anni al centro di un rinnovato interesse tardo-romantico ).


Le cupole della chiesa palermitana di San Giovanni degli Eremiti,
altro acquarello di Marchesi realizzato
nell'epoca in cui la Sicilia artistica riscopriva
il patrimonio architettonico d'età normanna

Di questo artista, ReportageSicilia ripropone alcune opere da qualche tempo più conosciute - in particolare, un acquarello raffigurante un restauratore al lavoro all'interno della Cappella Palatina di Palermo - ma anche alcuni bozzetti meno noti di personaggi popolari della vita cittadina: un segno, quest'ultimo, dell'attenzione non scontata del parmense Marchesi verso figure tipiche della Palermo d'allora.

"Cupola della Cappella Palatina" è il titolo di quest'opera
in cui Marchesi ritrae il lavoro di un restauratore di mosaici.
Il quadro venne presentato
all'Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-92.
L'immagine, al pari dei primi tre bozzetti che illustrano il post,
è tratta dalla rivista "Natale e Capo d'Anno"
dell'Illustrazione Italiana, Treves Editori
Milano, 1908-1909 
     

lunedì 8 luglio 2013

BAGNANTI E BAGNI DI SICILIA

Bagnanti sulla scogliera palermitana di Aspra,
in una fotografia non attribuita
e pubblicata in un opuscolo edito dopo il 1951
dall'Ente Provinciale per il Turismo di Palermo,
su stampa di Amilcare Pizzi-Milano

Questo post nasce da un pensiero maturato lontano dalla Sicilia ed è sorto dall'osservazione delle consuetudini balneari di chi non è nato e cresciuto in Sicilia o in qualunque altra isola del Mediterraneo.
Il bagnante isolano, anzitutto, va al mare per fare, appunto, il bagno; il bagnante peninsulare - e soprattutto delle regioni del Nord Italia e delle grandi metropoli come Roma, Milano e Torino - considera di norma il mare come un luogo dove il bagno spesso è l'ultimo e trascurabile scopo di lunghi e trafficati trasferimenti verso la spiaggia.

Partita di pallavolo sulla spiaggia di Mondello,
in una fotografia tratta dall'opera precedentemente citata

Una volta arrivato alla meta ( di solito uno stabilimento balneare ) il bagnante peninsulare concentrerà le sue attenzioni sull'affitto del lettino da sole e dell'ombrellone, sulla crema abbronzante, sul campo di beach volley, sui racchettoni, sul libro da leggere, sul getto d'acqua della doccia col quale rinfrescarsi, sugli istruttori di acquagym e sul pranzo da consumare al ristorante annesso allo stabilimento.


Spuntino balneare lungo la spiaggia palermitana 
di Casteldaccia Fondachello.
Anche questa fotografia è tratta dalla pubblicazione
dell'Ente Provinciale per il Turismo di Palermo
successiva al 1951 

Tranne poche eccezioni - pure documentate in questo post - il balneare isolano ha invece una naturale ritrosia verso gli stabilimenti e verso il loro corredo di inutili diversivi. 
Per lui, il pensiero dominante della giornata è semplicemente il bagno, possibilmente in un luogo sufficientemente sgombero di altri bagnanti. 
Spiaggia o scogliera libera che sia, la scelta giornaliera del luogo sarà affidata alle condizioni locali di vento e di mare: il bagnante isolano ha essenziali cognizioni di meteorologia, in grado di fargli capire se soffi il maestrale o lo scirocco e quale caletta o litorale scegliere per evitare onde e vento forti.  


Bagnanti sul litorale palermitano fra Isola delle Femmine e Capaci.
La fotografia è attribuita ad Armao ed è tratta dall'opera
del TCI "Sicilia" Attraverso l'Italia edita nel 1961  

La sua dotazione per la giornata al mare sarà ridotta all'essenziale: un asciugamano o un telo per stendersi, un abbronzante, una maschera da snorkeling, il necessario per un veloce pasto - un panino, della frutta, una bottiglia d'acqua - e magari anche un quotidiano.
Eventuali dotazioni supplementari - un ombrellone o una sdraio - faranno comunque parte del corredo balneare personale. 
Il loro affitto non viene mai preso in considerazione perché l'isolano ha una dote familiare di oggetti da mare conservati in cantina o in un box: vecchie infradito spaiate, maschere col vetro unto di salsedine dell'estate precedente, sdraio con i teli sbiaditi dal sole ed ombrelloni con vecchi residui di sabbia.


Scogliera palermitana di Porticello.
L'immagine è di Giuseppe Tornatore ed è tratta dal catalogo
della mostra fotografica
 "Scritture di paesaggio", che si svolse a Palermo,
all'interno della chiesa di Santa Maria dello Spasimo,
dal 18 al 31 marzo 1988 

In Sicilia e nelle altre isole, insomma, il bagnante ha un rapporto di naturale familiarità con il suo mare.
Allo scrittore catanese Ercole Patti si devono forse le pagine più intense di narrazione sul tema. 
Le sue parole rimandano al semplice e lussuoso piacere di andare in spiaggia o su una scogliera per fare, semplicemente e gioiosamente, un bagno: un godimento che dispone la mente ed il corpo ad altri voluttuosi piaceri.


Bambini al bagno nella borgata palermitana dell'Arenella.
La fotografia, attribuita a Pirrone,
è tratta dall'opera "Libro di Palermo",
edita da S.F.Flaccovio nel 1977


"Il mare salato penetrava nelle narici, attaccava le mucose, faceva lagrimare gli occhi durante i numerosi tuffi a chiodo fatti dal piccolo trampolino sporgente dalla scogliera di Guardia Ognina. Mentre l'acqua marina scivolava sul corpo felice - scriveva Patti in "Diario Siciliano" nel 1971 - i pensieri confusi del meraviglioso pomeriggio da trascorrere ronzavano nella testa sommersa sott'acqua. 
L'acqua scorreva sul corpo compatto e abbronzato in un desiderio struggente della pasta con le melanzane che aspettava a casa sotto un piatto capovolto ancora tiepida. 
Il desiderio della pasta con le melanzane era simile come intensità a quello di vedere gli occhi della figlia dell'avvocato che si affacciava alla bassa finestra della casa di fronte. 
Il rombo leggero del mare che si insinuava fra gli scogli e ne tornava fuori con un movimento di risucchio scoprendo qualche patella che se ne stava leggermente sollevata sulla parete dello scoglio quasi per respirare pronta ad attaccarsi saldamente con la ventosa se qualcuno la toccava.
Durante quelle ore marine mentre l'acqua grondava e si asciugava subito sulla pelle la vita sembrava non dovesse mai aver fine ed era disseminata di ore bellissime, di risvegli dopo un leggero sonno pomeridiano nella stanza in penombra mentre attraverso le stecche dello storino abbassato arrivava il vento rinfrescato del meriggio...".


Giornata balneare al lido di Mortelle, nel messinese.
La fotografia è tratta da un opuscolo
dell'Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo di Messina,
del luglio 1975 

             

SICILIANDO














"In Sicilia, dove il cospirare è da secoli, e chi sa fin da quando, nei costumi dei piccoli e dei grandi, ed ha una lunga storia di sacrifizii e trionfi, e fu tenuto in pregio ed oggetto di vanto, non è da stupire che i segreti accordi, qualunque ne sia l'intento, riescano facili ed abbiano una certa attrattiva. Dato il carattere di queste genti, e date le vicende del loro passato, la congiura prende qui aspetto come di un bisogno, d'una necessità storica".
Carlo Corsi

venerdì 5 luglio 2013

L'ESTIVA DELIZIA DEL "MELLONE"

Venditore di "melloni" ( le italiane angurie ) a Palermo.
La fotografia è di Melo Minnella ed è tratta dall'opera
"Libro di Palermo", edito da S.F.Flaccovio nel 1977 

Titolo e testo del post contengono un evidente errore ortografico: il "mellone" siciliano oggetto di queste righe, in italiano si scrive e si pronuncia più correttamente "melone".
Gli errori, però, non si fermano qui.
Il termine è infatti impropriamente utilizzato in Sicilia per definire ciò che per la botanica ( e per il resto degli italiani ) è in realtà un'anguria.
L'equivoco campeggia senza possibilità di correzione in tutte le insegne che, specie durante i mesi estivi, richiamano l'attenzione verso le cataste di "melloni" vendute e servite nelle strade dei quartieri popolari di Palermo o Catania.
Figura di riferimento di questo commercio è il "mellonaro", che armato di lunghi coltelli taglia e divide in fette l'anguria.
Di solito, l'acquirente si fida ciecamente della sua esperienza, affidandogli il compito di scegliere per lui il "mellone" più fresco e gustoso: una fiducia quasi sempre ben riposta, grazie al tipico orgoglio siciliano che impedisce anche ai commercianti di macchiare la propria reputazione con smaccate fregature ai clienti.
Il consumo di "melloni" - coltivati a pieno campo soprattutto nella piana di Catania e nelle serre ragusane e siracusane -  appartiene alla tradizione gastronomica ed ai costumi dell'isola, al punto che può contare anche su alcuni detti popolari del tipo "mancia, vivi e ti lavi la faccia" ( "mangia, bevi e ti lavi la faccia", con riferimento al suo alto contenuto d'acqua ), oppure su quello che suggerisce "doppu u miluni vinu a sdirrupuni", ( "dopo il mellone vino a volontà" ).
Naturalmente, la bontà estiva del "mellone" trova celebrazione anche nella cucina dei dolci.
Una delle preparazioni più diffuse in Sicilia - ed oggetto di frequente stupore  per i non siciliani - è il "gelo di mellone", una sorta di budino freddo da servire con una guarnizione di fiori di gelsomino.
ReportageSicilia non ospita di norma ricette isolane ( per queste vi sono competentissimi siti e blog ); l'equivoca storia del "mellone" siciliano  merita però l'epilogo della riproposizione di quanto scritto da Franca Colonna Romano nel libro "Sicilia in bocca", edito da "Il Vespro" nel 1976:  
"E' una gelatina di polpa d'anguria setacciata che, nel colorito dialetto siciliano, viene impropriamente chiamata 'gelu di miliuni': impropriamente perchè va servita fredda ma non ghiacciata.
Per ogni chilo di polpa occorrono 200 grammi di zucchero e 80 grammi di amido puro.
Mescolate bene gli ingredienti sino ad avere una miscela liscia ed omogenea. Aromatizzatela con essenza di gelsomini, che potrete preparare voi stessi, immergendo un pugno di questi profumatissimi fiori in poca acqua e lasciando riposare per due o tre ore.
Versate in un tegame la miscela e, a fuoco lento, lasciate addensare, mescolando continuamente.
Quando sarà raggiunta la densità giusta, toglietela dal fuoco e versatela in tante formette quanto ne occorreranno per esaurire il gelo; guarnite con dadini di cioccolato, pezzi di pistacchio e zuccata e ponete in frigo le formette".