venerdì 30 agosto 2013

SANTI E MADONNE A BALLARO'

Devozione religiosa
nel quartiere palermitano di Ballarò.
Fotografia di ReportageSicilia

E' nei quartieri più popolari delle città siciliane - e, fra tutte, specialmente a Palermo - che ai segni della povertà e del degrado corrispondono quelli di una religiosità ostentata e affollata di immagini di madonne, santi e beati.
Questa venerazione appare più il frutto di una ricerca di riferimenti devozionali - cui consegnare le fatiche del presente e la speranza di un futuro migliore - che il segno di un'ispirata pratica religiosa.
Di contro, nell'isola il ridondante omaggio iconografico non è pari alla fiducia in chi amministra il culto della religione.
Ad attestare questa contraddizione sono alcuni detti siciliani ancor oggi diffusi a livello popolare, ricordati nel saggio di Sandro Attanasio "Parole di Sicilia", edito da Mursia nel 1977.
Ne ricordiamo alcuni: "Parrini, monaci e surdati nun 'cci aviri a chi fari e dunacci lignati" ( "Preti, monaci e soldati non averci a che fare e dagli legnate" ), "Quannu monaci incontri a largu passa" ( "Quando incontri monaci passa alla larga" ), "Unn'è monaci e parrini, 'cci sù corna e vastunati" ( "Dove ci sono monaci e preti ci sono corna e bastonate" ) o, ancora, "Megghiu sbirri alla porta cà parrini in casa" ( "Meglio gli sbirri alla porta che i preti in casa" ).      

USTICA, UNA BELLEZZA IN DISPARTE

Terreni agricoli e mare ad Ustica,
in una fotografia di Italo Zannier
tratta dall'opera "Coste d'Italia-La Sicilia",
edita nel 1968 dall'ENI.
ReportageSicilia ripropone un articolo
del giornalista Franz Maria D'Asaro
dedicato all'isola
e pubblicato nel 1979
nel saggio "C'era una volta la Sicilia",
edito da Edizioni Thule

Molti italiani non la considerano neppure come un luogo dove trascorrere le vacanze estive, preferendole le Eolie, le Egadi o la più lontana Lampedusa.
Ustica così rimane ancor oggi ai margini dei grandi flussi turistici, malgrado l'isola sia stata la prima riserva marina d'Italia e nonostante l'ormai datata organizzazione di rassegne cinematografiche e subacquee di rilevanza internazionale. 
Distante appena 57 chilometri da Palermo, Ustica insomma sembra ribadire quella tendenza all'isolamento assegnatagli in passato dal suo utilizzo come luogo per confinati politici - fra questi, Gramsci, Parri e Romita - e di mafiosi al soggiorno obbligato.
La storia locale racconta che, nel secondo dopo guerra, i primi turisti stranieri parlarono italiano e norvegese.
Lo sbarco era di per sé un'iniziazione al carattere avventuroso e remoto del soggiorno. 
Sino al 1962 si arrivava a cala Santa Maria a bordo di barconi, visto che i traghetti non avevano la possibilità di un attracco sicuro.
In quello stesso periodo, si discusse a lungo la possibilità di collegare l'isola con il neonato aeroporto palermitano di punta Raisi tramite aliscafi: sterile materia di argomento per la stampa locale, visto che il progetto non ebbe alcun seguito.


Scena di vita quotidiana ad Ustica
nei pressi di cala Santa Maria,
l'approdo dell'isola.
La fotografia è del fotografo Ezio Quiresi
ed è tratta dal volume "Sicilia",
edito nel 1961 dal TCI

Monachesi, Turcato, Omiccioli ed altri pittori d'avanguardia decorarono in quegli anni remoti le mura del paese con affreschi acrilici, ma anche questo contributo artistico non è riuscito a fare di Ustica - non del tutto negativamente, c'è da aggiungere - uno dei tanti luoghi impegnati a gestire il turismo di massa o mondano.
Per molti italiani, il nome dell'isola evoca così la tragica ed impunita strage del DC9 dell'Itavia. 
Impropriamente, per di più; l'abbattimento del giugno 1980 avvenne infatti ad un cinquantina di miglia a Nord di Ustica, in quella stessa area del basso Tirreno dove meno note tragedie attestano l'abituale frequentazione aerea di velivoli militari.
Soltanto le vecchie cronache giornalistiche ricordano infatti che al largo dell'isola si inabissarono nell'agosto del 1953 un C 119 "Flyng Boxcar" e nel novembre del 1969 un A7 Corsair, entrambi americani.


Disegni acrilici sulle pareti di case dell'isola,
opera di artisti italiani che nei decenni passati
hanno lasciato una traccia della loro opera ad Ustica.
La fotografia è di Josip Ciganovic
ed è tratta dal II volume dell'opera"Sicilia",
edita nel 1962 da Sansoni ed
Istituto Geografico
De Agostini


L'isolamento e l'estraneità di Ustica ai flussi turistici di massa vennero descritti nel 1979 da Franz Maria D'Asaro ( 1925-2003 ), giornalista e scrittore palermitano che a Roma ebbe incarichi di primo piano presso il "Secolo d'Italia" e "Il Tempo". 
Nel saggio "C'era una volta la Sicilia", edito da Edizioni Thule, si dà conto di uno stato di povertà economica e di miseria di sessant'anni fa, certo oggi non più presenti ad Ustica; eppure, quel senso di luogo dalla bellezza in disparte rimane attuale ancora ai nostri giorni. 
  
"Negli anni Cinquanta i turisti stranieri più avventurosi, quelli che 'scendono' in Sicilia in cerca di 'sensazioni forti', cominciarono a scoprirla e non c'era da stupirsi se qualche slavato giovanotto germanico o qualche legnosa professoressa inglese affermava che tra Capri ed Ustica non c'era proprio da fare paragoni: l'isoletta siciliana non era artificiosa ed artificiale come Capri, ma sincera, rude, primitiva.
Era rimasta come Dio l'aveva creata.
Torniamo, dunque, agli anni Cinquanta e rivisitiamo Ustica ai tempi in cui l'aliscafo era soltanto un progetto di fantascienza, sul quale farneticavano - appassionatissimi - i giovani ingegneri di Palermo.
Torniamo indietro di venticinque anni ed eccoci al porto alla ricerca del piroscafo per Ustica: ci indicano una vecchia carcassa che sembra galleggiare per dispetto.
Un trabiccolo anziano, traballante e catarroso che - quando il mare è liscio come una tavola - impiega oltre quattro ore per lasciarci quasi a destinazione.
Diciamo 'quasi' perché il piroscafo si ferma a circa duecento metri dalla riva, in attesa di rattoppatissime barchette a remi sulle quali - attraverso scalette in convulsione - i passeggeri scendono per essere portati a terra.
E' una ginnastica audace che diventa veramente acrobatica quando il mare è agitato.
Inutile dire che d'inverno il 'piroscafo' arriva con notevole ritardo dopo avervi sconvolto e saziato con tutti i ritmi delle più sfrenate danze antiche e moderne.
Una volta a terra, Ustica si presenta senza sotterfugi; si presenta così com'è: ferma nel tempo, immersa in un silenzio che sgomenta, rapida e bella, severa e spaventosamente povera.
I suoi abitanti - non raggiungono il migliaio - si dedicano alla pesca con attrezzature assolutamente primitive. 
Sostenuti dalla disperazione della loro miseria, sono sempre sul mare, notte e giorno, sempre sperando, sempre pregando, sempre in lotta con quello che non hanno, che non possono avere, che nessuno dà loro. Miseria fatta di niente, proprio di niente, se non di un tozzo di pane e del pianto dei bimbi.
Per comprendere quale sia il valore del denaro ad Ustica, dove denaro non c'è e dove ogni lira che viene da fuori rappresenta un insperato dono della provvidenza, basti questo esempio. Con la spesa di ottocento lire potete avere tutte queste cose: una stanza spaziosa e confortevole con veduta sul mare, due pasti abbondanti e completi, quattro caffè.
La miseria è ovunque. Nelle abitazioni - che sono soltanto rifugi sconnessi - nelle strade - che sono soltanto fiumi di polvere e pietre - nel registro dei poveri, nelle barche, negli abiti, nella terra, nei ruderi delle costruzioni cadenti, nelle malattie, in ogni cosa che sia nata o che viva in questo scoglio di nessuno.


Immagine di vita pastorale
all'interno dell'isola.
Anche questa fotografia
porta la firma di Ciganovic e,
come la seguente che chiude il post
- raffigurante una delle grotte usticesi -
è tratta dall'opera "Sicilia",
curata da Aldo Pecora
ed edita da UTET nel 1968

Eppure Ustica è veramente un sogno cinematografico fattosi realtà. Un caleidoscopio di sensazioni infinite, ricchissimo di panorami, di scorci, di luci. 
Che dire delle grotte colorate? Quella verde, dove tutto il verde che la natura ha saputo creare è in tutte sfumature; quella azzurra - harem notturno di sirene tirreniche - quella d'oro, che vi abbaglia con le sue pareti di zolfo allucinante, sono visioni che vi trasportano nel dantesco e nel mitologico.
Cerchiamo una ragione, un pretesto, un motivo qualsiasi per spiegarci il controsenso di un'isola così idealmente turistica e l'ostinata politica antituristica nei suoi confronti.
Cerchiamoci di convincere che i turisti non vengono ad Ustica perché è sede di confino. Ma non è vero. Non vengono perché nessuno si è preoccupato di farla conoscere, di inserirla negli itinerari siciliani, di organizzare un minimo di attrezzature ospitali e decenti. Ustica è abbandonata, rassegnata.
I confinati rappresentano la sola risorsa economica dell'isola, abitano qualche stanza in casa di pescatori, si fanno preparare da mangiare, comprano sempre qualcosa. Si può dire che siano dei benemeriti e gli isolani fanno di tutto per rendere loro meno disagiata la residenza coatta.
Se c'è qualche malato grave, i casi sono due: o muore o arriva in tempo qualche corvetta della Marina che trasporta l'infermo a Palermo o addirittura a Messina, come è già accaduto.
Quello che stupisce fra tanta miseria è la pulizia: da fare invidia a San Marino.
L'isola potrebbe fiorire a nuova vita solo che gli uomini responsabili si accorgessero della sua esistenza. 
Basterebbe poco, molto poco, ed Ustica - resa più accogliente e soprattutto più accessibile con un piroscafo che fosse veramente tale - non tarderebbe a diventare un centro di attrazione turistica.
Quei pochi stranieri che l'hanno visitata hanno voluto fare paragoni, ma bisognerebbe aggiungere che, se Capri non si dimentica per quello che è, Ustica non si dimentica per quello che potrebbe essere.
Così era Ustica negli anni Cinquanta. E adesso?
Certo c'è l'aliscafo, il turismo ha fatto progressi, la pesca e l'agricoltura hanno conosciuto la teoria - soltanto la teoria - dell'ammodernamento, ma i problemi vitali, quelli che affondano nell'anima degli usticesi e nella storia dell'isola, non solo sono rimasti, ma si sono sensibilmente aggravati.
A che valgono venticinque anni di progresso se ancora nel settembre del 1976 un convegno si problemi di Ustica si è concluso con un documento nel quale si afferma che 'bisogna puntare su una corretta utilizzazione delle leggi regionali per risollevare l'economia di Ustica'? 
Che senso ha aver predisposto tante belle leggi per poi non applicarle?
A che cosa sono serviti questi venticinque anni, se si è ancora nella condizione di dover 'risollevare l'economia'"?




   

lunedì 26 agosto 2013

SICILIANDO














"San Pier Niceto, la mia cittadina natale, si è rivelata un luogo grazioso, sonnacchioso e piacevole...
Arrivata l'oscurità, Mario all'improvviso ci ha accompagnati dentro un portone e ancor prima di accorgercene ci siamo ritrovati nella cucina di una casa.
Sua moglie Maria ci aveva prevenuto e aveva preparato cena nella casa di sua madre.
L'atmosfera era rilassata, informale, proprio simile a quella che c'è durante le cene della mia famiglia allargata a casa. 
C'era chi andava e chi veniva. Si lanciavano frecciatine a voce alta da una parte all'altra del tavolo.
I piatti di pasta venivano fatti girare: maccheroni alla Norma, con salsa di pomodoro e melanzane grigliate...
La madre di Maria gironzolava indaffarata di qua e di là, sullo sfondo, proprio allo stesso modo di mia nonna durante i pranzi di famiglia. 
Come secondo, Maria ci ha servito delle cotolette di vitello che con stupore ho trovato pressocchè identiche a quelle che preparava mia madre.
Nella mia mente ha iniziato ad affacciarsi l'idea che la mia cultura famigliare - lo schiamazzo, la fisicità, gli scherzi, il cibo, l'istantanea familiarità nei confronti degli altri - forse non era tanto italiana quanto specificatamente siciliana. 
E le mie origini erano lì, proprio lì. 
Tutto mi è parso familiare, in modo sbalorditivo e inatteso".
Russell Shorto

SUL CARRETTO, SENZA PALADINI NE' EROI


 
Un carretto nelle campagne nissene di Gela, 
ai margini dell'area industriale del petrolchimico.
L'immagine, senza data, porta la firma
del fotografo ragusano Giuseppe Leone.
Lo scatto è tratto dall'opera 
"Scritture di paesaggio", edita nel 200
da Alloro Editrice di Palermo

Sopra e sotto, altre immagini di carretti
fotografati nei decenni passati nella piana di Gela.
Il primo scatto è accreditato a Foto PGS
ed è stato pubblicato nell'opera "Sicilia",
edita da UTET nel 1968.
La fotografia del carretto nei pressi di una fornace
è invece opera di Ezio Quiresi
ed è stata pubblicata nel II volume
dell'opera "Sicilia" edita nel 1962
da Sansoni ed Istituto Geografico De Agostini 

La diffusione in Sicilia del carretto per il trasporto di merci o di persone risale probabilmente agli inizi del secolo XIX, quando le condizioni della viabilità isolana cominciarono lentamente a migliorare.
Fu allora che un crescente numero di artigiani iniziò a specializzarsi nelle costruzione di questi mezzi a due ruote, che in seguito avrebbero iniziato ad impreziosirsi grazie alle fastose decorazioni commissionate dai proprietari più ricchi ad abili pittori.
"Fino al 1815 - ha notato lo studioso Antonino Buttitta nel saggio "Il carretto racconta", edito da Edizioni Giada" nel 1982 - le industrie straniere, soprattutto inglesi, occuparono letteralmente l'intero mercato della Sicilia con i loro prodotti. A partire da tale anno una nuova politica doganale del governo borbonico, intesa a favorire le esportazioni e colpire le importazioni, determina i primi segni di un risveglio economico.

Carretti e carrettieri al lavoro
lungo due strade dell'isola, un sessantina
di anni fa: sopra, nei pressi
del ponte sul torrente Rosmarino,
presso Sant'Agata di Militello-
Sotto, a Termini Imerese.
La prima fotografia è attribuita
a Josip Ciganovic ed è tratta dalla citata opera
"Sicilia" edita da UTET.
La seconda immagine è invece firmata
Foto Ass.Turismo Palermo
ed è tratta dal I volume dell'opera
"Sicilia" edita da Sansoni e De Agostini


Un progresso notevole in questa direzione si ha infine a seguito della nuova tariffa doganale del 30 settembre 1824 che veniva a sopprimere completamente i dazi nelle esportazioni mentre aggravava ulteriormente quelli sulle importazioni. Dai positivi effetti di questi fatti si origina quel progresso dell'economia isolana a metà dell'Ottocento cui è strettamente connessa l'espansione dell'universo culturale siciliano anche a livello popolare. Come conseguenza delle mutate condizioni economiche dell'isola si ha infatti la nascita di nuove attività artigianali o la rinascita di quelle da gran tempo già quasi estinte...".

Ancora dal volume "Sicilia" edito da UTET,
questa fotografia di un carretto
sembra volere sottolineare
il contrasto fra il vecchio ed il nuovo
nell'isola degli anni Cinquanta.
Lo scatto è stato eseguito nei pressi
della miniera di San Cataldo di sali potassici
ed è accreditato all'ufficio stampa
della Montecatini-Edison,
proprietaria dell'impianto 

La diffusione del carretto come mezzo di lavoro e di trasporto fu insomma uno dei segni di quell'epoca di sviluppo economico.
Questi strumenti di locomozione ebbero in Sicilia dimensioni piuttosto ridotte rispetto ai modelli costruiti in altre regioni italiane.

Trasporto di zolfo a bordo di una nave
a Porto Empedocle.
La fotografia è tratta ancora una volta
dall'opera "Sicilia" edita da Sansoni e De Agostini
ed è accredita a Foto Pedone

Questa caratteristica sembra essere legata allo scarso sviluppo della rete viaria isolana, che per gran parte dell'Ottocento permetteva di percorre brevi distanze e che quindi scoraggiava la costruzione di carretti adatti ad affrontare lunghi viaggi.

Sopra e sotto, due visioni d'insieme
di carretti nella Palermo di oltre un secolo fa.
La prima immagine, datata 1895 e firmata Alinari,
è ambientata presso
la stazione di caricamento del porto.
La fotografia è tratta dall'opera
"Fotografi e fotografie a Palermo nell'Ottocento",
edita nel 2000 da Alinari.
L'altro scatto, attribuito a Eugenio Interguglielmi,
ritrae un gruppo di carretti nei pressi
del mercato di piazza Sant'Anna.
L'immagine è tratta dall'opera
"Natale e Capo d'Anno
dell'Illustrazione Italiana, la Sicilia
e la Conca d'Oro", edita da Treves nel 1909

 

Ancora nel 1865, l'isola aveva appena 500 chilometri di strade su una superficie di quasi 26.000 chilometri quadrati, e cioè neppure 2 chilometri di carreggiabili per ogni 100 chilometri di superficie; di fatto, ben 177 comuni siciliani erano privi di strade.


Carreti sul corso del fiume Oreto,
nella Palermo della fine del secolo XIX.
Anche questa fotografia è opera
di Eugenio Interguglielmi
ed è tratta, come quella che segue, 
dal volume
"Fotografi e fotografie a Palermo
nell'Ottocento" citato in precedenza

  
Le fotografie riproposte nel post da ReportageSicilia offrono un'antologia di carretti siciliani per lo più privi dei decori che celebrano le gesta di Orlando e Rinaldo o di Garibaldi.
Sono i discendenti dei primi umili carretti da lavoro agricolo, generalmente dipinti in giallo.
"Il carro - ha scritto il giornalista e scrittore Orio Vergani nel saggio "Colori di Sicilia", edito da ERI nel 1953 - era costruito a stretta regola d'arte nelle misure e nel peso adatti alle irregolarità delle mulattiere sassose e alle forze non grandi dei cavallucci di razza siciliana, infaticabili e intelligenti, ma non certamente robusti come quelli delle razze nordiche. 
Il carrettiere chiese al pittore del paese, che quasi sempre era un modesto pittore di ex-voto, di dipingere sulle fiancate del carro qualche immagine sacra: le scene della Passione o le storie di Santa Rosalia e di Sant'Agata.
Così, nella lenta marcia attraverso le solitudini dei latifondi e delle montagne, le immagini della fede accompagnarono di villaggio in villaggio i primi carrettieri...". 
In seguito, la decorazione del carretto sarebbe diventata il segno di prestigio e di ricchezza dei proprietari; vi si contarono numerosi commercianti che ostentavano il loro stato sociale anche allo scopo di attirare la clientela verso la propria mercanzia.

Altri carretti palermitani dinanzi Porta Felice.
Il periodo è lo stesso delle fotografie
di Interguglielmi, ma in questo
caso l'immagine si deve a Giovanni Crupi.

Non per questo, ai nostri giorni queste immagini di semplici e nudi carretti hanno un minore valore documentario: con la loro semplicità costruttiva, testimoniano infatti l'attività di tanti anonimi artigiani costruttori e la vita del mondo rurale e commerciale di una Sicilia ormai scomparsa.

Un gruppo familiare al centro della scena
di un gruppo di carretti
nella borgata palermitana della Guadagna.
La fotografia è tratta
dalla già citata opera
"Natale e Capo d'Anno dell'Illustrazione Italiana".
L'immagine è firmata
Istituto Ettore Ximenes 
Alcuni di questi elementari mezzi di trasporto percorsero strade e trazzere siciliane sino a qualche decennio fa, quando già in gran parte del resto d'Italia circolavano motocarri e furgoni: un segno dell'arretratezza di una parte della società siciliana. 
Non del tutto scomparso, in verità: la si può infatti cogliere ancora oggi in quartieri popolari e nelle zone più depresse dell'isola, dove vecchi carretti accompagnano il lavoro di anziani braccianti e venditori ambulanti.

L'ultima fotografia riproposta
in questo post da ReportageSicilia
mostra un altro carretto utilizzato
nell'isola dei primi del Novecento
per il trasporto di un gruppo familiare.
La scena è ambientata nella provincia
di Messina, forse lungo l'attuale
percorso della SS 113 che collega
Palermo alla città dello Stretto.
Lo scatto è tratta dal fondo Giaconia
dell'Archivio Fotografico della facoltà
di Lettere e Filosofia
dell'Università di Palermo


    

lunedì 19 agosto 2013

LE VOLUTTUOSE EOLIE DI BRIGNETTI


Il traghetto è appena salpato da Lipari.
L'immagine, attribuita all'Ente Provinciale al Turismo
di Messina, venne pubblicata nel 1955
dalla rivista
"Vita Italiana" ed accompagnò un reportage

dello scrittore Raffaele Brignetti 
dedicato alle isole Eolie


Le fotografie delle Eolie riproposte in questo post vennero pubblicate nel 1955 dal numero 21 della rivista "Vita Italiana", edita dall'Istituto Italiano d'Arti Grafiche di Bergamo.
Le immagini accompagnarono un reportage compiuto allora nell'arcipelago messinese dallo scrittore e giornalista Raffaele Brignetti, toscano nativo dell'isola del Giglio oggi ricordato per i suoi numerosi romanzi profondamente legati al tema del mare http://www.treccani.it/enciclopedia/raffaele-brignetti_(Dizionario-Biografico)/.


Lipari, in un'altra fotografia
pubblicata da "Vita Italiana"
ed attribuita a Fosco Maraini,
in quegli anni assiduo documentatore
delle isole Eolie

Brignetti compì il suo reportege eoliano negli anni in cui le isole iniziavano appena ad aprirsi all'industria del turismo internazionale, favorita dagli echi delle produzioni cinematografiche. 
"La lingua sicula - notava - si mescola con quella francese, o scandinava, inglese, americana, tedesca; e nelle isole Eolie i 90 visitatori dell'estate di due anni fa sono intanto diventati 2.000 e ne sono previsti 4.000 per l'anno prossimo. 
Merito di Ingrid, di Rossellini, di Anna Magnani? 
Non del tutto o non soltanto ( ... ) Dunque, sono gli usi antichi e lineari della gente, che mi attraggono in queste isole? Me e quelli che ci sono venuti da lontano. Può essere: ma non è tutto, ancora. E perchè quelli che scendono in altri gruppi di isole sono più tranquilli? ( ... ) Un sottile stato di inquietudine mi invade allorchè riesamino la terra chimica e rossa delle isole. Questo senso di dramma avrà pure la sua importanza. 
Le Eolie suscitano impressioni alle quali non si è abituati".

Turiste a Stromboli.
Anche questa fotografia
è attribuita
all'Ente Provinciale al Turismo di Messina

Delle sette isole e dei loro numerosi scogli - "dritti e lucidi come Basiluzzo, Spinazzola, Lisca Bianca, Dàttilo, Panarelli, Lisca Nera" - Brignetti nota aspetti che oggi  rappresentano un piccolo documento di storia eoliana.
Di Strombolicchio, ad esempio, scrive che "oltre ai gabbiani e agli smerghi montano qua in cima di notte, provenienti dalle altre isole, gruppi di 'escursionisti' uomini e donne - queste ultime soprattutto, venute nelle Eolie dalla Francia - e ci si attardano in lunghi balli pigri, con mille aderenze, trasformandosi poi inevitabilmente in creature legate da vincoli più che mai affettuosi. Strombolicchio, très captivante".

La rocca di Lipari.
Lo scatto, al pari delle altre
tre fotografie a colori del post,
è firmato "foto Gulli"

Di Filicudi, Brignetti nota che "un migliaio di persone vivono in quest'isola, pescando o intrecciando canestri con le fibre di ginestra"; ad Alicudi, invece, "i 600 abitanti conducono una vita elementare, allevando qualche capra, cacciando pernici fra le ginestre e le eriche, raccogliendo capperi e mettendoli sotto sale, oppure fichi 'barbarici', che sono quei fichidindia durissimi dalle spine metalliche sulla scorza".


Una nera costa sabbiosa di Vulcano

A Vulcano, lo scrittore toscano nota la presenza di due villaggi turistici francesi piazzati nel grigio-verde delle ginestre e di 400 abitanti le cui abitazioni "sono tutte avvinghiate da glicini dalle spine torte e tenaci"; poi, aggiunge che la maggior parte della popolazione è dedita alla pastorizia e che vive "in un borgo situato proprio in alto, dove le erbe crescono nella conca del cratere in mezzo alle infiorescenze dello zolfo, dell'alluminio, del ferro, del rame; così che l'isola ( Hierà, la terra del Dio del fuoco ) sembra coperta da un'epidermide elettrica...". 
Infine, Lipari, con l'allora incessante pratica dell'estrazione della pietra pomice. 
"Gli stessi operai che spicconano e macinano la pomice dell'isola maggiore - sottolinea Brignetti - sembrano gente inviata qui dai paesi d'oltre mare per togliere in fretta tutta quella farina minerale e scappare via; e poi l'isola può anche crollare. 
Ma le generazioni si susseguono e dai fianchi elevati di Lipari i blocchi bianchi continuano a scendere da un mulino all'altro fino al mare splendente, nelle spiagge calcinate e gelide - perchè la pomice è fredda - e l'isola è sempre la stessa. 
Le navi sono venute qui di volta in volta mutando le loro forme, ciascuna sembrava sempre l'ultima; poi, sono tornate. 
E' così nelle Eolie: il senso di un attimo che sta per venire e intanto il tempo rimane fermo per sempre".


Altro scorcio di spiaggia con barche da pesca.
In questo caso, l'immagine venne realizzata a Stromboli

La sintesi del rapporto fra il pensiero dello scrittore nato al Giglio e l'arcipelago vulcanico siciliano si legge proprio alla fine del suo reportage pubblicato da la "Vita Italiana". 
"La gente viene dai paesi più civili, più logori, dalla diffusa stanchezza di questa nostra epoca di intelligenza, di pensiero, di speculazione; ed ecco in queste isole si trova a tu per tu con la Terra potente: Gea, genitrice. 
Sicchè butta a mare finalmente un bagaglio fumoso di filosofie, e se la vede con la propria vita nell'ambiente, con i mezzi primitivi, la carne, la propria struttura fisica e basta, con una specie di voluttà disperata...".


Una classica inquadratura delle Eolie da Lipari.
La particolarità di questa immagine è quella
di costituire una delle prime immagini
a colori dell'arcipelago
pubblicate da un periodico
    
                                                                                                                                                                                                                             

venerdì 16 agosto 2013

VUCCIRIA "BEAUTE' DU MONDE"

Una fotografia del mercato palermitano
della Vucciria.
Lo scatto venne pubblicato
nell'opera "Beautés du Monde",
edita nel 1979 a Parigi da Larousse


La fotografia riproposta da ReportageSicilia offre una veduta palermitana spesso presente nelle pubblicazioni di una quarantina di anni fa: il mercato della Vucciria, all'epoca reso celebre dal quadro che Renato Guttuso eseguì nel 1974 all'interno del suo studio lombardo di Velate.
L'immagine - attribuita a Loirat C.D. Tétrel ed eseguita dalla sommità della discesa Caracciolo - nel 1979 corredò le pagine di uno dei 31 volumi dell'enciclopedia "Beautés du Monde", edita a Parigi da Librairie Larousse: fu così che questa fotografia finì con l'attribuire alla Vucciria una sorprendente qualifica di "bellezza mondiale" al pari di quelle più celebrate delle cascate del Niagara, della foresta amazzonica o della piramide di Cheope.
Lo scatto rievoca gli anni in cui la Vucciria era ancora un mercato vivo, con le sue tende colorate, i panni stesi sulle facciate dei vecchi edifici e le "balate" bagnate dall'acqua irrorata sui banchi dai venditori di pesce.
A guardare più attentamente l'immagine, destano poi curiosità alcuni personaggi fissati allora dal fotografo.
Il principale è forse l'uomo vestito con giacca e pantaloni color marrone ed occhiali da sole che sembra procedere verso i 15 scalini che dalla discesa Caracciolo conducono ancor oggi in via Roma.
Sigaretta fra le dita, passo e sguardo decisi, ha l'aspetto di un Tommaso Buscetta o di un altro "picciotto" di rispetto della Palermo d'allora: un'impressione accentuata dagli sguardi che gli rivolgono i due uomini seduti sulle bancarelle di sinistra e da quello di una persona - una mano in tasca, l'altra a reggere un sacchetto della spesa - ferma al centro di piazza Caracciolo.
Al di là del mistero sull'identità del supposto mafioso, questa fotografia della Vucciria accompagnò una lucida descrizione della città di allora, che la pubblicazione francese paragonava così a Napoli:

"A Palermo si nota, da un lato, il persistere di sacche di povertà nel ventre più antico del centro storico. Dall'altro, le smodate espansioni abitative, spesso a carattere speculativo ed estranee alle indicazioni di una rigorosa pianificazione urbana, hanno contrassegnato l'attività edilizia post bellica, non senza guasti sensibili operati nella stessa zona monumentale.
Si assiste comunque ad una crescente valorizzazione commerciale e industriale, ulteriormente incentivata dalle attività burocratiche ( forse un poco artificiose ) derivate dal regime di autonomia della Regione".