mercoledì 30 ottobre 2013

VITA QUOTIDIANA IN UNA VILLA BAGHERESE


Si deve ancora una volta alla sensibilità ed alla capacità narrativa del fotografo Josip Ciganovic la fotografia riproposta in un post da ReportageSicilia. 
La scena ritrae cinque bambini vestiti con quelli che sembrano essere grembiuli scolastici.
Il gruppo è riunito dinanzi un pozzo all'interno di un cortile di villa Trabia, una delle ville nobiliari costruite nel corso della seconda metà del secolo XVIII nelle campagne palermitane di Bagheria.
Su una balconata monumentale dell'edificio, il cui prospetto è sormontato da un ricca decorazione scultorea, le figure di due donne completano la raffigurazione di Ciganovic. 
La fotografia - pubblicata nel 1962 nel I volume dell'opera "Sicilia" edita da Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini - tramanda oggi il ricordo di un ordinario momento di vita quotidiana ambientato nell'eccezionale contesto architettonico delle ville bagheresi; una simbiosi oggi non più possibile per lo stravolgimento urbano di Bagheria, che ha reso le ville luoghi isolati ed estranei al suo disordinato sviluppo edilizio ed allo svolgimento della vita dei suoi abitanti.

ReportageSicilia è "uno spazio aperto di pensieri" e considera preziose le indicazioni, le correzioni o le integrazioni provenienti dai suoi lettori.
Paolo Di Salvo - eccellente fotografo di luoghi, costumi e personaggi bagheresi e generoso ispiratore di post del blog - ha fornito questi chiarimenti riguardo la fotografia di Josip Ciganovic ed il relativo testo che l'accompagna:


"L’edificio ritratto non è la villa Trabia ma il palazzo di villa Butera (la villa Trabia vi trova poco più ad Est).
L’errore in cui è incorso il fotografo è probabilmente dovuto al fatto che, all’epoca, l’edificio ospitava una scuola denominata “Trabia” condotta dalle suore dell’ordine di San Vincenzo.
Il nome era stato probabilmente imposto in segno di riconoscenza agli eredi  del principe di Trabia (nuovi proprietari della villa) che avevano loro concesso l’utilizzo del palazzo.
La fondazione di villa Butera da parte del principe Giuseppe Branciforti  risale alla metà del diciassettesimo secolo come attesta la data del 1658 incisa sull’arco di ingresso del torrione rivolto verso la strada consolare di collegamento a Palermo (il palazzo Butera di Palermo era già  stato costruito).
Don Giuseppe Branciforti, avendo lasciato Palermo a seguito di diverse vicissitudini familiari e politiche,  aveva acquistato nel territorio della Bagaria parecchie terre; su alcune di queste sarebbe poi sorto l’attuale centro storico di Bagheria.
Il palazzo venne costruito su una preesistente masseria e impostato alla difesa: i torrioni contrapposti, le merlature, le due corti, chiuse,  collegate da un lungo tunnel facilmente bloccabile appaiono inequivocabili conferme. 
Siamo quindi ben lontani dal decorativismo barocco che contraddistinguerà le ville settecentesche destinate alla villeggiatura.

Il prospetto di villa Butera.
L'immagine fa parte dell'archivio storico
del fotografo bagherese Paolo Di Salvo

Un secolo dopo la sua fondazione il palazzo, che dopo la costruzione delle altre ville era rimasto ormai decentrato,  subisce una profonda trasformazione ad opera di  Salvatore Branciforti.
Questi avendo compilato il primo piano regolatore di una Bagheria in via di sviluppo e tracciato l’attuale corso Butera per potersi collegare con la nuova consolare Palermo-Messina (deviata verso il proprio palazzo dal principe di Cattolica), realizzerà il fronte Nord dell’edificio che verrà così ad affacciarsi sulla nuova arteria di piano regolatore.
Successivamente, nel 1797, Ercole Michele Branciforti fece costruire a sud del palazzo,  in fondo al parco, un padiglione in stile neoclassico (certosa) che conteneva un piccolo museo con  statue in cera e in legno che raffiguravano monaci certosini e personaggi  celebri del tempo a grandezza naturale.
E fin qui la costruzione.
L’abbandono  della villa Butera da parte dei proprietari e il suo conseguente degrado è storia simile e comune a quella di molte altre ville di Bagheria: la distruzione del parco e lo smantellamento della certosa consegue, a partire dal 1954, alla realizzazione, da parte del comune, di 55 alloggi di edilizia popolare ed alla lottizzazione, da parte dei proprietari, di quello che restava del parco di villa Butera.
Le statue e gli arredi della certosa sparirono, la fontana che si trovava al centro del parco di villa Butera venne trasferita  a villa Trabia.
Oggi sia la certosa che il palazzo Butera sono stati acquisiti alla proprietà comunale e restaurati.
La certosa attende un utilizzo compatibile, il palazzo ha, da qualche mese, finalmente assunto il ruolo di casa municipale che storicamente gli compete. 
Speriamo bene!"

martedì 29 ottobre 2013

SICILIANDO














"Una corrente alternata di pensiero attraversa la Sicilia: una, europea, raffinata, in discesa; un'altra, barbara, africana, in salita.
Talora gli effetti di queste due correnti si sono cancellati a vicenda. Ma spesso si sono integrati e illuminati l'un l'altro"
Vitaliano Brancati

venerdì 25 ottobre 2013

1971, APICE E CANTO DEL CIGNO DELLA TARGA FLORIO

Vic Elford supera con la sua Porsche
l'Alfa Romeo guidata da Toine Hezemans.
E' uno dei momenti più spettacolari
della Targa Florio disputata nel maggio del 1971.
Gli ampi rifacimenti dell'asfalto dimostrano
il pessimo stato del circuito stradale.
Due anni dopo, la gara madonita, ritenuta ormai
poco sicura per piloti, pubblico e auto,
avrebbe perso la validità mondiale.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
sono tratte dal mensile "Quattroruote" del giugno 1971 

Per molti nostalgici appassionati, l'edizione 1971 della Targa Florio è stata - sulla scia di quella dell'anno prima - una delle più belle mai corse sulle strade delle Madonie.
"La partenza della Targa del '71 - ha scritto Salvatore Requirez nel saggio "Targa Florio" edito da Flaccovio Editore nel 1997 - è un vero parterre de roi.
Ci sono tutti i protagonisti del Mondiale Marche, tutti i più forti piloti di vetture sport prototipo in circolazione. 
Mancano solo Ickx e Regazzoni, i due piloti della nuovissima 312 P Ferrari che ha disertato la Targa. 
Anche senza la Ferrari, però, la Targa di quest'anno non perde il suo fascino sportivo assegnatole dalla titanica sfida tra Porsche ed Alfa".
Per la gioia del pubblico siciliano, alla fine della gara - disputata il 16 maggio - Nino Vaccarella in coppia con Toine Hezemans portò al successo l'Alfa Romeo 33.3.
Eppure, proprio quell'edizione della Targa Florio può considerarsi insieme come l'apice ed il canto del cigno di una gara che nel 1973 avrebbe perso la validità mondiale.

Nino Vaccarella conduce alla vittoria
la sua Alfa Romeo controllando
la vettura all'uscita di una curva riasfaltata
pochi giorni prima.
Intervistato da "Quattroruote",
il pilota palermitano ammise che le condizioni
di guida lungo una ventina di chilometri
erano risultate precarie a causa
dello sfaldamento dell'asfalto
non ancora stabilizzato

Già in quel fatidico 1971 la corsa - come ricordato da un reportage del mensile "Quattroruote" del giugno di quell'anno - ebbe il via libera solo grazie al parere di una commissione dell'Automobile Club d'Italia. 
Le riserve sulla pericolosità del tracciato vennero sciolte perché la Targa Florio andava considerata una corsa su strada "particolarmente tradizionale, di rilevante interesse sportivo, con un'anzianità di almeno trent'anni e senza episodi cruenti".
In effetti, sino alla partenza di quella Targa Florio, l'unico incidente mortale della gara madonita risaliva al lontano 1926, quando il conte Giulio Masetti si era ribaltato con la sua Delage.
Nonostante il viatico dell'ACI, proprio l'edizione 1971 venne tuttavia funestata sin dal primo giro da una serie di incidenti.
Nel più grave, il pilota triestino Fulvio Tandoy si schiantò mortalmente contro un albero mentre era alla guida della sua Alpine Renault.
L'inglese Alain de Cadenet a bordo di una Lola si ribaltò invece nei pressi di Campofelice, salvandosi in tempo dal rogo della vettura grazie all'intervento di uno spettatore; ancora le fiamme lasciarono segni permanenti sul volto dell'inglese Brian Redman, uscito di strada con la sua Porsche.

Un passaggio su tre ruote
della Lola di Jo Bonnier.
L'edizione 1971 della Targa Florio
venne funestata dalla morte
 del pilota triestino Fulvio Tandoy.
Altri gravi incidenti evidenziarono
la pericolosità di un tracciato
privo di adeguate misure di sicurezza

Altri incidenti coinvolsero l'altra Porsche del messicano Pedro Rodriguez e l'Alfa Romeo di Nino Todaro, che investì una Fiat 500 parcheggiata ai margini del tracciato.
La Targa Florio, insomma, dimostrò quell'anno i limiti di sicurezza dovuti da un lato all'accresciuta potenza delle vetture in gara; rischi aggravati, oltre che dalla straripante presenza del pubblico, anche dalle precarie condizioni di aderenza di molti tratti stradali.
Le fotografie pubblicate da quel vecchio numero di "Quattroruote" e riproposte da ReportageSicilia mostrano le recenti e pericolose rappezzature di asfalto, incapaci di reggere alle temperature del maggio isolano ed ai ripetuti passaggi delle vetture.
"L'annuncio che la Targa è stata risparmiata dalla commissione perchè ritenuta una 'corsa incruenta' - scriveva l'inviato Piero Casucci - ha lasciato perplessi: in verità una delle cause del disastroso primo giro è da ricercarsi nel cattivo stato del fondo stradale. L'encomiabile impegno di rifarlo è stato anche questa volta tardivo.
Lo stesso Vaccarella ha detto che su un tratto di 20 chilometri la strada era molto insidiosa perché resa sdrucciolevole dal rifacimento del manto non ancora stabilizzato".
Intervistato dallo stesso Casucci, l'allora presidente dell'Automobile Club di Palermo Nino Sansone assicurò che "adesso bisognerà pensare veramente al futuro della Targa Florio, ponendo mano alle infrastrutture di cui abbisogna, perchè la Targa è nata sulle Madonie e sulle Madonie resterà".
"Si comincerà - annunciò Sansone - istallando i guardrail lungo tutti i 72 chilometri del percorso e nel disporre reti di protezione là ove il tracciato appare più insidioso per i piloti e per il pubblico. 
In un secondo tempo si penserà a deviarlo nei punti in cui esso, a Cerda e a Collesano, penetra negli abitati, un lavoro quest'ultimo che l'Anas si è già prospettato da tempo. 
Rientra nei programmi della Regione Siciliana di valorizzare, anche turisticamente, la zona delle Madonie; la Targa, in Sicilia, sta a cuore a tutti".

Anche il pilota messicano Pedro Rodriguez
fu costretto ad abbandonare la guida
della sua Porsche, tradito dalle insidie
della gara madonita.
Il rifacimento dell'asfalto stradale, dei guardrail
e di reti di contenimento per il pubblico
da parte dell'ACI di Palermo
rimase allora e per sempre una promessa tradita

Le ottimistiche previsioni dell'avvocato Sansone ebbero l'epilogo che conosciamo. 
La Sicilia non è il Principato di Monaco, dove ancor oggi le Formula Uno sfiorano ogni centimetro di guardrail di un circuito cittadino insidioso ma perfettamente attrezzato per garantire sicurezza ai piloti ed al pubblico.
Così, la Targa Florio è da decenni solo un morboso tema di ricordi per nostalgici ( e fra questi, forse, anche i lettori di questo post), e non più un reale motivo di vanto per i siciliani, incapaci di preservarne il ricordo con iniziative concrete: ad esempio, il salvataggio edilizio della gloriosa Floriopoli e la riproposizione di una prestigiosa versione storica sull'esempio della Mille Miglia.
              

martedì 22 ottobre 2013

SANT'AMBROGIO, IL "BEL POSTO" LOMBARDO DI SICILIA

La borgata di Sant'Ambrogio,
poggiata su una collina protesa verso il mare Tirreno.
Frazione di Cefalù,
quasi al confine tra le province
di Palermo e di Messina,
Sant'Ambrogio conta 250 residenti
e deve forse il suo toponimo
all'immigrazione della fine del secolo XIX
 di un gruppo di operai lombardi.
Le fotografie del post
sono di ReportageSicilia.
Il blog ringrazia Pippo Serio della locale Pro Loco
per le informazioni storiche  

Ricordava Matteo Collura nel 1984 nel suo "Sicilia sconosciuta. Cento itinerari insoliti e curiosi" ( Rizzoli ) che Elio Vittorini aveva definito i "posti lombardi" dell'isola "bei posti".
"Un posto lombardo - scriveva Vittorini - è un posto come Nicosia... 
Ci sono molti altri posti lombardi. C'è Sperlinga, c'è Troina... Tutti i posti del Val Demone sono posti lombardi... Anche fuori dal Val Demone vi sono posti lombardi. Aidone non è nel Val Demone, eppure è un posto lombardo... 
C'è un posto lombardo anche nella Valle Armerina...".





Dei retaggi milanesi in Sicilia - frutto di ondate migratorie risalenti soprattutto all'età normanna e sveva, cui attribuire il frequente cognome isolano Lombardo - vi è ancora traccia nella parlata gallo-italica che sopravvive in alcuni paesi dell'ennese e soprattutto a San Fratello, nel messinese.
In Sicilia esiste poi un luogo che col suo toponimo svela con chiarezza l'origine lombarda: la frazione di Sant'Ambrogio, nel territorio palermitano di Cefalù.




Lo scenario di questa piccola borgata è quanto di più lontano dagli stereotipi dei paesaggi padani: le case dei suoi 250 residenti ( che in estate raddoppiano, per il ritorno degli emigrati in Francia e negli Stati Uniti e per il soggiorno dei villeggianti ) sono infatti poggiate su una verde collina di ulivi affacciata sul mare Tirreno e sulle non lontane Eolie.





Sant'Ambrogio - la cui parrocchia è appunto dedicata al patrono di Milano - legherebbe il suo nome allo stanziamento di un gruppo di operai lombardi piombato in quest'angolo di Sicilia alla fine del secolo XIX. 
I nuovi arrivati avrebbero allora lavorato alla costruzione di alcuni tratti della linea ferroviaria "settentrionale sicula"; la vera e propria borgata si sarebbe sviluppata intorno ad un primo nucleo di costruzioni rurali di cui ancora rimane traccia nella zona più antica del centro abitato.





Ad una parte di questi lombardi sarebbe quindi da riferire il toponimo Linate che ancor oggi designa una contrada non lontana da Sant'Ambrogio, nel territorio comunale di Castelbuono.
Come spesso capita nell'isola, la vita economica degli abitanti della frazione - sino a qualche decennio fa basata sull'estrazione della ghiaia e della sabbia - non si fonda sulle attività di pesca.




A Sant'Ambrogio - malgrado i vicinissimi fondali del Tirreno offrano una discreta quantità di ricciole e di pettini - non esistono né pescatori né moli. 
Se chiederete dove acquistare il pesce, gli abitanti della frazione vi risponderanno di cercarlo a Cefalù; in compenso, una scalinata in pietra collega il breve belvedere di Sant'Ambrogio alla sottostante strada statale 113 e, da qui, alla spiaggia di Santa Maria.







Certo, Sant'Ambrogio non possiede testimonianze d'arte paragonabili a quelle visibili nel duomo di Cefalù ( fra queste, anche alcune opere di scultura lapidea attribuite ad artisti lombardi dei secoli XIII e XIV ); però, ancora ai nostri giorni questo gruppo di case affacciate su un Tirreno spesso cristallino è uno dei pochi luoghi siciliani - un "bel posto" di vittoriniana memoria - non ancora stravolti dalle logiche del turismo di massa.






  
  

lunedì 21 ottobre 2013

UNO SCORCIO PERDUTO DI VERGINE MARIA


Il fotografo Ezio Quiresi si imbattè in questo scorcio palermitano di Vergine Maria della tonnara Bordonaro e di monte Pellegrino alla fine degli anni Cinquanta dello scorso secolo.
La fotografia - riproposta dal I volume dell'opera "Sicilia" edita da Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini nel 1962 - restituisce alla memoria un pezzo di costa palermitana non ancora stravolta dalla soffocante edilizia residenziale e dagli scarichi fognari.
Oggi la tonnara Bordonaro ospita i locali di una discoteca mentre beghe amministrative pesano sul possibile restauro delle superstiti vecchie imbarcazioni utilizzate dai tonnaroti.
Anche nella storia di quest'ambiente siciliano, alle suggestioni di un passato carico di eredità paesaggistiche e monumentali non corrisponde la capacità di offrire null'altro che il ricordo di ciò che si sta perdendo: vecchio male dell'isola e dei suoi isolani.  

domenica 20 ottobre 2013

GIOCATORI DI CARTE SULLA STRADA IONICA


"La partita a carte in un circolo, lungo la strada orientale sicula: nel silenzio del primo pomeriggio estivo, solo il ronzio di qualche mosca, il fruscio delle carte, un rumore di zoccoli d'asino nella strada".
Questa breve didascalia di Bartolo Cattafi ( 1922-1979 ) - dimenticato poeta di Barcellona Pozzo di Gotto, autore per Mondadori delle raccolte "Le mosche del meriggio" e "L'osso e l'anima" - accompagna e commenta con un realismo quasi da reportage cinematografico le quattro fotografie riproposte in questo post da ReportageSicilia.



Gli scatti portano la firma del bolognese Alfredo Camisa http://www.alfredocamisa.it/, collaboratore de "Il Mondo" di Pannunzio e sensibile esploratore del paesaggio e degli uomini che nel secondo dopoguerra animavano la vita nelle borgate marinare e nelle campagne del Sud d'Italia.
L'opera di Cattafi e di Camisa firmò nel 1961 il volume "Lo Stretto di Messina e le Eolie", edito dall'Automobile Club d'Italia per la collana "Italia Nostra"-Itinerari Italiani.



Osservando i giocatori del circolo scoperto mezzo secolo fa da Camisa lungo la strada ionica che collega Messina a Catania, non si fa fatica a riconoscere l'ambiente ed i personaggi di certi bar siciliani e di certi loro avventori del presente. 
In questi luoghi le giornate trascorrono ancora nella silenziosa consumazione di un tempo uguale a sé stesso, oggi non più scandito dagli zoccoli d'asino ma dal passaggio delle automobili.


     

giovedì 17 ottobre 2013

L'ATTESA DEI TONNAROTI





Le più comuni immagini delle vecchie tonnare sono quelle della cattura dei tonni agonizzanti all'interno della camera della morte: erano i momenti più drammatici nelle complesse operazioni di pesca, e di conseguenza erano anche quelli più ambiti e documentati dai fotoreporter che con i loro scatti hanno tramandato le immagini delle tonnare.
Le fotografie riproposte nel post da ReportageSicilia offrono invece un momento di attesa di due tonnaroti durante il lavoro preparatorio della stesura del sistema di reti ed un gruppo di ancore tirate a secco su una spiaggia.
La prima immagine è ambientata sulla costa messinese di Oliveri e porta la firma di Alfredo Camisa; l'immagine venne pubblicata nell'opera "Lo Stretto di Messina e le Eolie" edita nel 1960 dall'Automobile Club d'Italia con testi di Bartolo Cattafi. La seconda fotografia è invece ambientata a Favignana ed è tratta dal II volume dell'opera "Sicilia", edita da Sansoni e dall'Istituto Geografico de Agostini nel 1962.
Nel 1996, la studiosa Elsa Guggino così descrisse nel saggio "Favignana. Aiamola!" pubblicato nella rivista trimestrale "Nuove Effemeridi" i suoi ricordi delle fasi di una mattanza nell'isola delle Egadi.



"Alle luci dell'alba era uscita la teoria delle barche oggi trainata da un rimorchiatore.
La prima imbarcazione è la 'muciara raisi', dove il capobarca invita alla preghiera con invocazioni cantilenate...
'Bongiornu a tutti', saluta il rais alla fine e i pescatori rispondono 'buongiorno': riconoscendosi nel nuovo tempo introdotto dalla preghiera.
Ora li accoglie l''isula' ( il complesso delle 'camere' o 'vasi' ), la vera e propria tonnara, madre e dea antica cui prestano un nuovo volto le immagini dei santi poste al suo ingresso su due aste a forma di croce, 'u spicu u Signuri', sorrette da un galleggiante.
Qui i contorni dei santi 'perdono la loro fermezza', quieto e solenne riaffora dietro i loro tratti l'arcaico volto: 'Buongiornu gran tunnara', saluta il rais, 'Santu bongiornu', rispondono i pescatori.
Il rais fa un'ultima visita alla tonnara insieme all'equipaggio della sua 'muciara' mentre le altre imbarcazioni si muovono nell'area dell''isula' assolvendo ai lavori preliminari della mattanza... Gli stanno accanto due 'capivardia', suoi consiglieri e mediatori fra lui e la ciurma; uno di essi di norma è designato come suo successore e per questo chiamato 'suttaraisi'.
Ultima la visita, si procede all'apertura e chiusura delle 'porte' ( reti mobili ) da cui i tonni passeranno, trascorrendo da una 'camera' all'altra: 'Siti lesti vuatri? A nomu di Diu, modda!' ( 'Siete pronti voi? In nome di Dio, abbassa la porta!).
Quando i tonni saranno entrati, l'ordine è 'Leva!' oppure 'Aisa!' e ancora di seguito per ogni ingresso alle varie camere. 'Un creddu o Signuri, modda!', 'Aisa!'.
Quando la mattenza ha inizio si sentirà solo il suono del suo fischietto, accompagnato da ampi gesti: i capobarca intendono e traducono in ordini verbali ai 'faratici'.


domenica 13 ottobre 2013

L'ALCANTARA AI TEMPI DEL CALESSE


Guado sul letto del fiume Alcantara
nei primi decenni del secolo XX.
Le fotografie riproposte nel post
da ReportageSicilia
vennero pubblicate nel 1928 nell'opera
"L'Etna", edita dall'Istituto Italiano
d'Arti Grafiche di Bergamo.
Tutti gli scatti sono attribuiti a "Grassi-Cristaldi".
Il testo dell'opera
è invece di Giuseppe De Lorenzo
 

Vi sono luoghi della Sicilia ancor oggi unici per scenario ambientale eppure sconosciuti a tanti siciliani, soprattutto quelli delle province più occidentali dell'isola; un dato che conferma la lontananza di interessi che spesso rende estranei gli isolani rispetto a località e persone distanti 200 o 300 chilometri.
Uno di questi luoghi è la valle dell'Alcantara, sulle pendici Nord Est dell'Etna, fra le province di Messina e Catania: un corso d'acqua a tratti torrenziale che scorre fra rocce laviche, di tanto in tanto accessibile per un freddissimo bagno.

Un tratto della valle dell'Alcantara,
dal 2001 diventata parco regionale

In passato, lo sfruttamento umano dell'Alcantara ha rischiato di comprometterne in maniera determinante l'ambiente.
Sino a non molti decenni addietro, prima dell'istituzione di una riserva, e, in seguito - nel 2001 - di un parco regionale http://www.parcoalcantara.it/pagina.php?id=35, il letto dell'Alcantara ha subìto il prelievo dissennato di ghiaia e sabbia.

Un ponte costruito sulle rocce laviche
lungo le quali si snoda il letto del fiume

Sulla vallata poi alcuni comuni cominciarono di riversare i loro rifiuti urbani, proponendo un progetto per la creazione di un parco acquatico ed animale che avrebbe dovuto stravolgere l'intero territorio.
Molti sono ovviamente i reportage dedicati in passato all'Alcantara.
ReportageSicilia ha deciso di riproporre quanto scritto da Giuseppe De Lorenzo nel volume "L'Etna", edito nel 1928 dall'Istituto Italiano D'Arti Grafiche di Bergamo nella collana "Italia Artistica".

Il selvaggio paesaggio della vallata.
Prima dell'istituzione del parco,
l'area dell'Alcantara venne messa a rischio
dal prelievo di ghiaia e sabbia
e da alcune discariche di rifiuti


Lo scritto di De Lorenzo - corredato da 7 fotografie firmate "Grassi-Cristaldi" - restituisce il volto di una vallata dal paesaggio selvaggio ed in cui la rara presenza umana si adatta all'asprezza delle rocce e delle acque.
    
"Breve è il corso dell'Alcantara: poco più d'una quarantina di chilometri; ma nel suo non lungo cammino il fiume ha visto molti avvenimenti, di storia umana e di storia tellurica, e più volte ha mescolato le sue acque spumanti col rosso sangue, fluente delle vene degli uomini, e con la rossa lava, sgorgante dai fianchi del vulcano.
Dopo avere preso origine dalle varie sorgenti, che in alto, presso Randazzo, alimentano i rotanti mulini, e dopo essersi impinguato di diverse fiumane provenienti dal nord, il fiume, quasi per allontanarsi dai fuochi del vulcano, s'era incamminato per la valle compresa tra le colline in arenarie, marne ed argille eoceniche, che sostengono Castiglione e Motta Camastra, ed in quella aveva scavato il suo letto, fluendo poi verso il mare non lontano.

L'Alcantara nel territorio di
Motta Camastra

Ma neanche in quella remota valle trovò pace dai fuochi vulcanici, che, staccandosi dalla grande massa del monte ignivomo sotto il cono laterale di Monte Dolce, si precipitarono sull'acqua del fiume. E, quasi ciò non bastasse, ecco che nel mezzo della valle scoppiò un nuovo vulcano, il più eccentrico dei vulcani secondari etnei, a 20 chilometri di distanza dall'asse eruttivo centrale.
Il materiale detritico eruttato da questo focolare creò un cono craterico di più di un centinaio di metri d'altezza, il così detto vulcano di Mojo, dal paese che si trova ora alle sue falde, e la corrente di lava che ne sgorgò, si precipitò giù per la valle dell'Onobola, contrastando il cammino dell'acqua, e non ristette se non quando giunse a mare, dove la sua forma irrigidita e corrosa costituisce ora il capo Schisò.

Un altro impetuoso tratto del fiume,
il cui corso scorre tra le province di
Messina e Catania

Così una nera coperta di 10-20 metri di grossezza, su cui si riversarono anche le alluvioni delle fiumane laterali, parve coprire durabilmente l'antico letto, che il fiume aveva nel corso dei secoli scavato tra le arenarie.
Ma l'acqua del fiume, che pareva vinta nel breve e furioso conflitto con la roccia fusa e incandescente, riprese il suo lento fluire ed il suo inesorabile lavorìo di cesello, e nel corso dei secoli incise, segò perfino per l'altezza di 20 metri la dura lapidea copertura di nera lava, così che in certi punti ha già raggiunto ed inciso il suo antico letto di arenaria.

La confluenza dell'Alcantara con il Granili

Quanto tempo sarà occorso al fiume per compiere questo lavoro?
Nelle vicinanze di Schisò si sono trovate le rovine dell'antica Naxos, la più antica colonia greca fondata appunto sul tetto di lava eruttata dal vulcano di Mojo, che doveva quindi essere già da tempo resa adatta alla dimora umana, ed eruttata quindi non meno di un migliaio di anni prima dell'era volgare.
Non meno dunque di 3.000 sono occorsi alle acque dell'Alcantara per tagliare i pochi metri di lava che avevano coperto il suo antico letto: quante migliaia ne saranno occorse per tutta la storia di questo fiume avventuroso...?".  

SICILIANDO
















"Io penso che uno si accorge di essere siciliano o comunque di essere siciliano in un certo modo quando esce dalla Sicilia.
Mi ricordo una definizione, molto azzeccata secondo me, di Vittorio Nisticò, il direttore degli anni ruggenti dell'"Ora", che diceva che i siciliani si dividono in due grandi categorie: di scoglio e di mare aperto.
Di scoglio sono quelli che se si allontanano dalla Sicilia, il secondo giorno cominciano ad avere delle crisi di astinenza, gli mancano tutta una serie di cose, dalla pennichella alle melanzane, ai luoghi, e il terzo giorno devono assolutamente tornare.
Di mare aperto sono quelli che fanno della loro sicilitudine una specie di petrimonio personale e lo utilizzano per vivere una vita diversa.
In Sicilia ci tornano perché sta nel loro cuore, ma comunque scelgono di proiettarsi su un altro orizzonte"
Marcello Sorgi

giovedì 10 ottobre 2013

IL VOLO AMERICANO DI ANGELI E SANTI DELLA PALATINA

L'interno della Cappella Palatina, a Palermo.
Nel 1943, durante l'occupazione alleata
di Palazzo dei Normanni, furono trafugati
alcuni dei preziosissimi mosaici
raffiguranti angeli ed i santi Niceta ed Oreste.
La fotografia riproposta da ReportageSicilia
è tratta dal saggio
"La Sicilia - collana Italia Romanica",
edito nel 1986 da Jaca Book

Nella lunga lista dei furti d'arte commessi in Sicilia ve ne è uno clamoroso e quasi del tutto ignorato dalle cronache: quello compiuto 70 anni fa di una parte dei mosaici della famosissima Cappella Palatina di Palermo.
L'episodio risale ai mesi dell'occupazione alleata nell'isola, quando il generale americano della VII Armata George G.Patton - sul regale esempio dei precedenti dominatori normanni, svevi e spagnoli - stabilì all'interno di Palazzo dei Normanni il suo quartiere generale. 
Patton aveva fatto il suo trionfale ingresso a Palermo il 22 luglio del 1943; ben presto, decise che la dimora reale sarebbe stata una degna sede per il suo soggiorno siciliano. 
"Dal giorno in cui aveva fatto sistemare le sue stanze non lontano dai saloni dove, un tempo, le giovani donne della Tirza - la manifattura reale musulmana di stoffe preziose - tessevano la seta e l'oro al ritmo di melopee arabe sotto l'occhio attento degli eunuchi di corte, Gorgeous Georgie, Giorgetto il magnifico, come lo chiamavano i suoi soldati" - ha scritto Lucio Maria Attinelli in "Una stagione a Palermo", edito da Sellerio nel 2002 -  "sembrava avere perduto la irritabilità leggendaria a profitto di languori del tutto orientali...".


Disegni dei mosaici di alcuni angeli e di santi
sulle pareti della Cappella Palatina.
Il furto dei pannelli musivi venne alla luce nel 1944,
durante i lavori di restauro dell'edificio.
Le immagini sono tratte dall'opera
"La Cappella di S.Pietro nella Reggia di Palermo",
edita da A.Brangi nel 1889


La notizia della spoliazione dei mosaici avvenuta durante l'occupazione del Palazzo da parte di Patton venne resa nota a Palermo nel 1944 dal Sovrintendente ai Beni Culturali Mario Guiotto. 
In una relazione tecnica che elencava i lavori di restauro compiuti nel monumentale edificio colpito da una bomba il 30 giugno del 1943, Guiotto precisava che dalla Cappella Palatina erano stati asportati i mosaici raffiguranti "le teste aureolate dei due angeli sulla fronte verso la nave dell'arco di trionfo e dei Santi Niceta ed Oreste nel primo e terzo medaglione del semi-intradosso Sud dell'arco stesso". 





Come ha ricordato lo studioso Rosario La Duca sul "Giornale di Sicilia" del 25 luglio del 2000, "dati i tempi e le circostanze, non si fecero allora approfondite indagini sulla scomparsa ed il Guiotto si limitò a dire, 'non possiamo qui tacere il fatto increscioso che, durante il periodo di occupazione delle truppe americane, ignoti entrarono nel ricovero forzando le porte'".


La Torre Pisana di Palazzo dei Normanni.
La fotografia è tratta dal saggio
di Daniel Simond "Sicilia",
edito da Salvatore Sciascia nel 1956

Il furto dei preziosi angeli e santi bizantini, ovviamente, non potè che avvenire con la complicità ed il silenzio di chi era incaricato di controllare allora la sicurezza del quartiere generale americano: la "Military Police" ed gli stessi soldati ed ufficiali di Patton.


Il generale George G.Patton durante
l'offensiva alleata nell'isola, nei pressi di Brolo.
La fotografia è tratta da Wikipedia

Ancora da Attinelli siamo così informati delle difficoltà di accesso a Palazzo dei Normanni:
"Fin dal primo giorno, con quel saggio dosaggio di autorità e bonomia che lo caratterizzava, senza che mai il lato stravagante del personaggio si avvantaggiasse sul soldato, e senza che nessuno si sognasse di protestare, il Generale aveva saputo regnare con un pugno di acciaio sul piccolo mondo del Palazzo Reale, così propenso a tanti privilegi...
Così, anche se fin dal suo arrivo per gli abitanti di quel microcosmo nulla era più come prima, e il diritto di accesso come le rare visite dei parenti che vivevano fuori dal palazzo reale erano ormai regolati da un rigido sistema di lasciapassare concessi con il contagocce, tali erano il fascino e la popolarità del Generale che nessuno osò mai protestare. Sicurezza oblige. Inutile insistere, si diceva, i suoi ordini, come le sue decisioni, erano senza appello.
Solo il vescovo della Cappella Palatina - la cappella bizantina del palazzo - tentò un giorno, pare, di ottenere un permesso di favore. Lo chiese per una persona per la quale si diceva che il sant'uomo avesse un interesse particolare, non molto cattolico...".


Soldati americani osservano i danni
patiti a Palermo dalle cinquecentesche statue
della Fontana Pretoria.
La fotografia è tratta
dal saggio di Sandro Attanasio
"Sicilia senza Italia", edito da Mursia nel 1976

Dopo la sorpresa e la recriminazione per il furto, il sovrintendente Guiotto dispose la sostituzione dei mosaici trafugati con rifacimenti tratti da fotografie e stampe, fissati su lastre di ardesia. 
Nulla è stato invece mai fatto per approfondire le responsabilità del fatto; sull'episodio - del resto - sembra non sia mai stata presentata alcuna denuncia penale.
A settant'anni ormai da quella spoliazione della Cappella Palatina, l'immissione delle immagini di quei mosaici sulle banche dati on-line dei trafugamenti d'arte potrebbe forse riportare angeli e i santi Niceta e Oreste a Palermo.
Resta così ancora valida la considerazione espressa 13 anni fa da Rosario La Duca sulla vicenda:
"Forse gli ignoti, ma non troppo, avranno venduto questi pezzi di mosaico in Italia o in qualche altra nazione europea, ma è più probabile che angeli e santi della Cappella Palatina abbiano spiccato il volo verso qualche ospitale villa di qualche magnate americano".


    
  

martedì 8 ottobre 2013

I VOLTI DELLA SUPERSTIZIONE SICILIANA DI ANDRE' MARTIN

La "trezza di donna" contro il malocchio di un uomo
della provincia agrigentina.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
in questo post furono scattate
fra Cammarata e Palma di Montechiaro
da André Martin e pubblicate
nel saggio di Danilo Dolci "Spreco",
edito da Einaudi nel 1960

Soltanto negli ultimi anni sembra essere diminuito l'interesse di studiosi e di documentaristi nei confronti del tema della medicina popolare e della magia in Sicilia.
Le occasioni per uno studio diretto di questi argomenti, del resto, sono quasi del tutto scomparse; nell'era di internet, le pratiche mediche popolari si nutrono più delle informazioni dei motori di ricerca che di vecchie credenze tramandate in famiglia o dell'apporto di maghi e fattucchiere.

Una guaritrice all'opera con un'immagine sacra in mano

Fra i tanti studiosi della materia, Giuseppe Pitré rimane ancora oggi il capofila di una ricerca che in passato ha interessato ricercatori italiani e stranieri.
Fra questi ultimi, ricordiamo ad esempio la scrittrice e giornalista americana Eliza Putnam Heaton, che nel 1920 - dopo un soggiorno nell'isola - diede alle stampe a New York per l'editore E.P.Dutton and Company l'opera "By-paths in Sicily".
La curiosità per il contenuto di quel saggio - nel quale l'autrice descriveva le figure di misteriose guaritrici che si cibano di grilli e di veggenti cui le donne chiedono notizie sui mariti emigrati in America - è alimentata anche dall'assenza di una sua edizione in lingua italiana.



Una donna parla di magia


Altri reportage con rilevanti contributi relativi ai temi della medicina popolare e della magia - come quelli del sociologo Danilo Dolci - sono invece di più facile reperibilità.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia sono appunto tratte dal saggio "Spreco - Documenti e inchieste su alcuni aspetti dello spreco nella Sicilia occidentale" edito da Einaudi nel 1960.
Le immagini - firmate dal fotografo francese André Martin, cultore di temi etno-antropologici - accompagnarono la raccolta di testimonianze e racconti compiuta da Danilo Dolci nelle campagne fra Cammarata e Palma di Montechiaro.
Le pagine di "Spreco" così ci tramandano oggi un mondo scomparso di cacciatori siciliani di fantastici tesori, di fattucchiere e di guaritrici.
"Anche gli anziani lo sanno che la Sicilia è ricca, che cammina in capo al tesoro. C'è tanta gente - racconta uno dei trovatori avvicinati da Dolci -  che va a provare, da Siracusa fino a Selinunte, ma gli spiriti non li fanno entrare. Si cerca la persona, vergine di addormentarsi, una donna per esempio, forse si trovasse l'entrata. Io queste cose le ho sapute dalle persone addormentate che me lo dicono".
"L'orina - raccontava invece una guaritrice - è un medicinale potente per le ferite, con la spoglia dei serpenti e dei scorsoni neri o bianchi e polvere di streptosil: per una tagliata, una pietrata. Troviamo la spoglia dei serpenti nei cespugli, si spogliano dalla testa ai piedi, si conserva e quando uno ne ha bisogno, la piglia.
Con pelo del cane che ha morsicato, si cura la ferita del morso di cane. Con l'olio delle macchine si cura pure, ma il pelo è meglio. Si tira via il pelo sotto la coscia, vicino la calura, e la ferita non va avanti. Ci si mette il pelo sotto la ferita, del cane stesso che l'ha morsicato...".


Preghiere e voti in una casa contadina

"Medicinali non ne piglio. Dio - ragionava invece un contadino - guarisce senza medicine. Le frane ci sono state sempre ma siccome siamo arrivati a una sfatta di mondo, sono grandi fenomeni mandati da Dio che la terra stessa non può stare ferma. L'umanità siamo lontani da Dio. E Dio manda allora i castighi. Tutta la terra è tutta in movimento. Le chiamano frane ma questa è terra in moto, da tutte le parti si trovano terre in movimento...".
Di questo mondo siciliano di arcana miseria, le fotografie di André Martin colgono la teatralità dei gesti e delle espressioni, secondo una ritualità insita spesso nelle pratiche di superstizione popolare.