venerdì 31 gennaio 2014

QUANDO LA LUCE SOLCO' LO STRETTO

Fotografie e numeri della costruzione dell'elettrodotto che nel 1955 unì Capo Faro alla Calabria.
Il materiale documentario è tratto da un'opera edita tre anni dopo dalla Società Generale Elettrica della Sicilia




L'elettrodotto dello Stretto di Messina
visto dalla costa calabrese
in una fotografia di Publifoto Milano
tratta dal volume "Sicilia"
edito dal TCI nel 1960.
I cantieri dell'opera vennero aperti nel 1952
e l'impianto entrò in servizio alla fine del 1955.
La realizzazione dell'impianto,
destinato ad incrementare la fornitura di energia
dell'isola, fu eseguita dalla Società Generale
Elettrica della Sicilia.
Le altre fotografie del post sono tratte dal libro
"L'attraversamento elettrico dello Stretto di Messina",
edito nel 1958 dalla stessa Società
 

In un clima tempestoso, il 27 gennaio del 1952 nei pressi di capo Faro venne posato il primo masso di una scogliera di protezione.
L'operazione - di per sé non particolarmente impegnativa - fu il primo atto della costruzione dell'elettrodotto che poco meno di quattro anni dopo avrebbe unito la costa calabrese a quella siciliana.
Il collegamento - approvato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nel dicembre del 1951 - venne completato con una tempistica tutto sommato celere.

Montaggio dei tralicci
sul versante messinese di Capo Faro

L'impianto entrò in servizio il 27 dicembre 1955 ed il 15 maggio dell'anno successivo ebbe luogo l'inaugurazione ufficiale.
Un esame approfondito della progettazione e dell'esecuzione della colossale opera è contenuto nel libro "L'attraversamento elettrico dello Stretto di Messina", edito nel 1958 per conto della Società Generale Elettrica della Sicilia da Libreria DEDALO Editrice di Roma.




Le spericolate fasi di montaggio
dei due tralicci, che al termine dei lavori
raggiungeranno i 224 metri.

Al suolo, si notano la scogliera
del fronte calabrese
e le barche dei pescatori messinesi
a poca distanza da alcuni magazzini.
Da notare l'abbigliamento degli operai,
la cui sicurezza era affidata
ad una semplice catena di ancoraggio:
sembra che in quell'estate del 1955 la priorità fosse
quella di proteggersi dal caldo



La rarità del libro - stampato in 1500 copie fuori commercio, ricco di fotografie e di indicazioni storiche e fisico-matematiche - ha spinto ReportageSicilia ha farne oggetto del post. 
Il volume è ancor oggi uno strumento prezioso di consultazione per comprendere molti aspetti della realizzazione dell'opera, grazie anche alla pubblicazione di numerose tabelle e grafici di carattere tecnico.
Ai contenuti scientifici del testo, poi, si aggiungono poi notizie sull'andamento dei lavori che attestano la complessità e pericolosità del progetto: basti guardare le fotografie degli operai in canottiera in cima ai tralicci per avere un'idea del pionierismo che 60 anni fa accompagnò l'impresa.   
I lavori delle due fondazioni dei tralicci iniziarono nell'estate del 1952; sulla sponda siciliana - a Torre Faro - furono compiuti dalla Ferrocemento, su quella calabrese - a Caporafi - dalla Cosiac.

Le operazioni di sollevamento
dell'equipaggiamento di sospensione
sul versante messinese

Funambolismi per la sistemazione
di un anello di amarro, utilizzato
per porre in linea i cavi elettrici


Una parte fondamentale del progetto riguardò gli studi preliminari di carattere topografico, geologico, geo-marino e meteorologico, in considerazione anche della delicata situazione sismica dell'area dello Stretto.
L'analisi di tutti i dati portò i costruttori ad escludere l'ipotesi di un collegamento elettrico tramite cavi sottomarini.

Il dettaglio di una scarpa a cingolo.
Sullo sfondo, la costa calabrese

Fasi del montaggio delle mensole,
durante le fasi finali di assemblaggio
del traliccio a Capo Faro

Una vista del traliccio messinese
al termine dei lavori di costruzione



"La soglia tra il Tirreno e lo Jonio - si legge nel libro - estende fra punta Pezzo e Ganzirri con una profondità massima di circa 110 metri; a Nord ed a Sud di tale soglia il terreno subacqueo si inabissa rapidamente sino a raggiungere dopo pochi chilometri la profondità di 300 metri.
A Nord il fondo si stabilizza a tale profondità, procedendo con lento declivio fino a raggiungere i 400 metri in mare aperto, a Sud esso seguita a sprofondare fino a superare i 1000 metri di profondità al traverso di Reggio Calabria.
All'inizio del secolo venne posato un primo gruppo di cavi telegrafonici sul tracciato punta Pezzo-Ganzirri, che allora sembrò il più conveniente.

Dalla sommità del traliccio di Capo Faro
lo sguardo spazia sullo Stretto e sulla spiaggia messinese 


Questi cavi furono abbandonati dopo pochi anni per il deleterio effetto delle correnti, le quali, sulla soglia, dove la Sezione dello Stretto è minima, si manifestano con la massima intensità e quasi uniformemente su tutta la sezione.
Nuovi cavi furono posti su tracciati meno tormentati dalle correnti; a Nord, su lunghezze di 15 chilometri e profondità massime di 400 metri, con acqua tranquilla, e a Sud, dove alla minor lunghezza, da 6 a 9 chilometri, fa riscontro una maggiore profondità e una ancora sensibile azione delle correnti.
Qualcuno dei cavi settentrionali dovette venire abbandonato, ma molti di più ne furono abbandonati nella zona meridionale, dove l'azione delle correnti, pur attenuata per la maggiore sezione, permane violenta...".



Il sollevamento di un anello di amarro
e le operazioni di stesura dei cavi dell'elettrodotto
fra i due tralicci.
Quest'ultima operazione venne compiuta
dopo la chiusura del traffico marittimo sullo Stretto

 



I cantieri per la costruzione dell'elettrodotto operarono sino all'estate del 1953; le operazioni furono difficili nel messinese, dove le fondazioni del traliccio furono realizzate su un terreno sabbioso e richiesero la messa in opera di quattro enormi pilastri in cemento precompresso e acciaio a 20 metri di profondità.
Il progetto dell'elettrodotto siculo-calabrese venne realizzato dalla Società Generale Elettrica della Sicilia, sulla base di uno studio dell'ingegnere Ferrando elaborato nel 1921 ed aggiornato dall'ingegnere Enrico Vismara.

Vista da Caporafi verso la costa messinese

L'opera - il cui costo fu preventivato in un miliardo e 200 milioni di lire - ebbe all'epoca lo scopo di incrementare la disponibilità di energia elettrica nell'isola, i cui consumi, nel 1950, risultavano triplicati rispetto ai dati del 1938.
Tecnicamente, l'elettrodotto avrebbe lavorato con una tensione pari a 220 chilovolt e la capacità di trasporto delle due terne alla tensione definitiva sarebbe stata di 300.000 chilovolt ampere.

Gli edifici del terminale di Capo Faro

Un tecnico alle prese con un oscillografo.
Il costo di costruzione dell'elettrodotto
fu di almeno un miliardo e 200 milioni di lire


L'impresa fece registrare allora numeri da record per complessità di esecuzione e impiego di materiale.
Le due torri - ciascuna dal peso di 450 tonnellate - raggiunsero l'altezza di 224 metri e furono costruite per resistere ad un terremoto del 10 grado della scala Mercalli e a raffiche di vento sino a 150 chilometri orari. 
I singoli pezzi furono costruiti a Milano ed assemblati sul posto da una squadra di 25 operai.
"Eccezionale ardimento - si legge ne "L'attraversamento elettrico dello Stretto di Messina" - è stato dimostrato dai tecnici e dalle maestranze della SAE ( Società Anonima Elettrificazione ) cui si deve il rapido e spettacolare montaggio delle torri, eseguito sotto la personale direzione dell'Ing.Bianchi.
Il lavoro è stato eseguito in due fasi: in un primo tempo è stato montato il fusto col metodo del falcone sospeso, in un secondo tempo sono state montate le mensole con un sistema di doppi falconi, che rappresentava una assoluta novità nel campo delle costruzioni metalliche.
Anche le operazioni di tesatura dei cavi si svolsero in due tempi. 
Un primo mese, il giugno 1955, occorse per mettere a punto il macchinario, costruito dalla AGUDIO e un secondo mese fu impegnato in una prima serie di tentativi. 
Dopo un mese di sosta e di preparazione, venne effettuato il secondo tentativo che vide il successo finale appena 22 giorni dopo l'inizio, il 22 settembre dello stesso anno".

L'area dello Stretto di Messina
in una rara fotografia a colori
antecedente la costruzione dell'elettrodotto.
L'immagine è tratta dagli archivi
dell'Ente Provinciale al Turismo di Reggio Calabria

Il cavo conduttore dell'elettrodotto, anch'esso costruito a Milano, misurava 3653 metri e fu posto ad un'altezza minima di 70 metri per consentire il transito lungo lo Stretto di navi di grandi dimensioni.
Per l'allacciamento dei cinque conduttori elettrici, il traffico marittimo venne bloccato dal 21 a 2 agosto, non senza incidenti.
Agli inizi di luglio, gli operai in servizio sulla sponda siciliana furono costretti a mollare alcuni cavi per evitare un urto con una petroliera norvegese.
Sei anni dopo - ad impianto già funzionante - una nave brasiliana colpì con l'alberatura i cavi che erano stati abbassati sulla sponda siciliana per sostituire due conduttori: le pesanti funi precipitarono a terra danneggiando alcune case di pescatori.
Il 7 luglio del 1970, infine, l'incidente più grave nella storia dell'elettrodotto sullo Stretto: quattro operai persero la vita, sempre nella zona di Torre Faro, per la rottura di un tirante d'acciaio. 





    

giovedì 30 gennaio 2014

domenica 26 gennaio 2014

GLI ASINI ED I MULI BENEDETTI DI GELA

Uno scatto di Federico Patellani ricorda un evento devozionale legato alla scomparsa realtà contadina del centro nisseno


L'immagine riproposta da ReportageSicilia porta la firma del fotografo monzese Federico Patellani e risale agli inizi degli anni Cinquanta dello scorso secolo.
La fotografia, scattata a Gela, venne pubblicata nel volume "Sicilia" edito dal TCI nel 1960 e mostra una processione di muli e asini riccamente ornati da mantelli, nastri e pennacchi.
Con tutta probabilità Patellani scattò l'immagine in una giornata che il calendario fissava in un 17 gennaio, festa di Sant'Antonio Abate e patrono degli animali.
Ancora in quegli anni, in Sicilia la ricorrenza religiosa comprendeva la consuetudine di benedire gli animali che accompagnavano la vita e le attività economiche dei contadini: muli, asini, pecore o mucche.
Il progressivo passaggio da una realtà rurale a quella industriale - legata allo sviluppo delle attività del petrolchimico - hanno quasi del tutto cancellato a Gela il ricordo di quel curioso evento devozionale.

SICILIANDO














"Mi è difficile ricordare da quale momento ho incominciato a pensare alla Sicilia. E non so neanche se avessi sperato di vederla un giorno.
Essa esiste in me da una data incerta, testarda e incitante, ossessiva come ogni prodigio che non riesco a comprendere.
Quel triangolo di terra - che, paradossalmente, figura anche sulla carta geografica! - era per me un'atlantide convenzionale, inventata per necessità di dimostrazione e di simbolo, la terra dei terribili racconti sulla mafia e dei film neorealisti, così come Yoknapatawpha è la terra dei romanzi di Faulkner, e Eldorado, il paese ideale di Voltaire.
Che Agrigento, Siracusa, Segesta o Selinunte, o tanti altri antichi nomi ellenici, fossero di lì, che lì era nato Archimede e che lì era morto, che Pindaro avesse innalzato lì degli inni, che attraverso l'alveo della Sicilia fossero passate in qualche centinaio di anni undici dominazioni straniere, tutte queste erano delle astrazioni buone da insegnare alla scuola.
Carica sopra la linea galleggiante della storia, l'isola si era sprofondata per me, e proprio con la mia affettuosa complicità, nella leggenda"
Ana Blandiana

sabato 25 gennaio 2014

PIEMONTESI AGLI ESORDI DELLA TARGA FLORIO

Una suggestiva immagine
di una delle prime edizioni della Targa Florio:
sul rettilineo di Buonfornello
sfila in velocità una vettura.
Il pilota risponde al saluto di uno spettatore,
mentre il meccanico fissa la strada.
In primo piano,
un fotografo fissa il passaggio della vettura
dal polveroso ciglio del circuito


Agli inizi del Novecento, Torino e Palermo furono accomunate nel segno della Targa Florio.
Ripercorriamo questa storia riproponendo alcune fotografie delle prime edizioni della gara pubblicate nel 1961 dalla rivista "Sicilia"

La fotografie riproposte da ReportageSicilia vennero pubblicate nel settembre del 1961 dalla rivista "Sicilia" edita dalla Fondazione "Ignazio Mormino" del Banco di Sicilia. 
Le immagini, relative alle prime edizioni della Targa Florio - accompagnarono un servizio firmato dal giornalista palermitano Vladimiro Caminiti, dapprima cronista del quotidiano "l'Ora" e poi dal 1964 inviato sportivo, a Torino, per conto di "Tuttosport".




Il reportage di Caminiti è intitolato "Vecchia Sicilia a Torino" ed è il resoconto di una visita al locale Museo dell'Automobile, pochi mesi dopo la sua inaugurazione nella sede di corso Polonia.
Il filo del reportage che unisce il prestigioso Museo piemontese alla Targa Florio è naturalmente legato all'importanza della gara madonita nella storia dell'automobilismo; alcune delle fotografie allora pubblicate dalla rivista "Sicilia" facevano parte del patrimonio documentario conservato ancor oggi negli archivi del Museo.



    
Nel suo racconto, Caminiti spiega di avere incontrato "il funzionario addetto alla direzione del Museo, signor Corte, grassottello, compito come un'educanda".
Il personaggio che il giornalista descrive tuttavia con più attenzione e calore è William Fletcher Bradley, suo collega inglese, amico di Vincenzo Florio ed autore nel 1955 di un libro dedicato alla Targa:
"Il signor Bradley è un vecchietto grazioso ma segaligno, con occhi azzurri grandiosi sopra un naso di forte razza, un naso pesante ed animoso propriamente aquilino. Un naso direi pensante...
Il signor Bradley sa tutto dell'automobile, perchè ne afferrò al nascere l'importanza estrema, l'apocalittica verità, e consumò gli anni migliori correndo appresso le gare, gareggiando egli stesso e venne per decenni di seguito in Sicilia, assistette alla nascita prima, al fiorire poi, splendido e voluttuoso, della gara di Cerda. Sì, il signore Bradley è uno dei nostri. 
Egli che ha respirato aria di tutti i continenti, sa bene come in Sicilia ha respirato l'aria più fine e più delicata, dei suoi sogni migliori, delle sue favole vere...".





La visita di Vladimiro Caminiti al Museo dell'Automobile di Torino nel segno della Targa Florio fu allora una sorta di tributo allo stretto rapporto fra la gara siciliana ed il capoluogo del Piemonte, allora città legata alla nascente epopea della Fiat.
Sarebbe stato lo stesso fondatore del Museo, Carlo Biscaretti di Ruffia, nel 1952, a scrivere - ricorderà anni dopo Mario Taccari nel libro "Palermo l'altro ieri", edito da Flaccovio nel 1966 - l'elogio delle iniziative di Florio che schiudevano il varco al motorismo sportivo in Italia:
"Fin dall'inizio dell'automobilismo nostro, Palermo e Torino precedettero dandosi la mano, fiere di trovarsi alla testa di un movimento che ha messo in azione le più feconde energie di tutta Italia".





Se Roma fu per Florio la città dove coltivare i rapporti con i politici - senatori e deputati siciliani chiamati a favorirne le attività imprenditoriali - il capoluogo piemontese fu invece il luogo da cui trarre propulsione per le sue velleità moderniste, legate alla velocità ed allo sviluppo delle competizioni motoristiche.  
Questo legame trovò sviluppo grazie anche ai rapporti personali tra l'imprenditore palermitano ed il vercellese Vincenzo Lancia, fondatore del prestigioso marchio automobilistico.
Nel 1903 poi, il torinese Felice Nazzaro accettò l'invito di Vincenzo Florio di trasferirsi a Palermo per curare il suo parco di autovetture; altri due piloti torinesi - Alessandro Cagno, a bordo di un'Itala e Felice Nazzaro su una Fiat - avrebbero vinto rispettivamente la prima edizione della gara siciliana, nel 1906, e quella dell'anno successivo.


Nel 1909, per la quarta edizione della Targa - ha scritto Marina Giordano nell'opera "Vincenzo Florio, il gusto della modernità", edita Eidos nel 2003 - "Florio arriva secondo al traguardo guidando una Fiat di sua proprietà. Ci sarà anche una macchina ribattezzata Florio, fatta costruire da Vincenzo con i suoi capitali, costituendo apposta per questo la 'Società Florio', gestita commercialmente da Vittorio Valletta, futuro manager della Fiat, e tecnicamente dall'abile pilota torinese Cravero; con la sua guida, la vettura giungerà decima alla settima edizione della Targa ( 1912 )".



Infine, Torino è stata una città legata alla gara delle Madonie anche per le attenzioni giornalistiche riservategli dal quotidiano "La Stampa", voce giornalistica del gruppo Fiat.
Il 7 maggio del 1906 così l'inviato Gustavo Verona descriveva appassionatamente il Grande Circuito delle Madonie:
"Il Circuito delle Madonie abbraccia, come è noto, un perimetro di 149 chilometri, assai vario e accidentato, al cui confronto non regge neppure il famoso Circuito delle Ardenne.
Partendosi da Buonfornello, per la strada provinciale si giunge a Cerda, ove s'immette nella larga e comoda via nazionale. Quivi comincia la salita, che va sensibilmente aumentando, sino a raggiungere un maximum di altezza di 1120 metri al Passo del Bifolco, nel territorio di Geraci.
Il Circuito attraversa dapprima la regione del latifondo sterile e brulla, ma quando entra nel cuore delle Madonie, il paesaggio muta come per incanto.
La strada corre per una immensa valléa, rinserrata da montagne altissime - tutte appartenenti alla catena delle Madonie - dalle alte cime nereggianti di faggi, i cui bruni riflessi contrastano col verde chiaro delle querce e delle elci e con l'argenteo pallore degli olivi. 
Da Castellana, ridente ed aprico sobborgo di Petralia Sottana, la strada si fa sempre più erta. Ma, per compenso, la visione panoramica è di una incomparabile bellezza.



Al primo tourniquet del tratto stradale che va da Castellana alle Petralie, si scorge Soprana, il più alto paese di Sicilia - a 1240 metri sul livello del mare - le cui bianche torri pare si librino nell'azzurro.
Il Circuito tocca le porte di Petralia Sottana e prosegue per il bivio Geraci-Ganci. A poca distanza da questo trovasi il Passo del Bifolco, che segna, come abbiamo detto, la maggiore altimetria del Circuito stesso.
Appena s'entra nel territorio di Geraci comincia la discesa.
Una discesa varia e movimentata, che si compie in mezzo alla vasta sughereta per cui è rinomata quella plaga montuosa.
Il bosco finisce mentre ci avviciniamo a Castelbuono, ma il paesaggio non è per questo meno bello e ridente.
Il tratto di strada che va dall'antico borgo dei marchesi Geraci ad Isnello è piano ed agevole, sebbene poco interessante dal punto di vista delle bellezze naturali.
Ma oltrepassato Isnello - specie quando si giunge al valico di Mangiarrati - si presenta ai nostri occhi, stupefatti dalla portentosa visione, il grande, folto, bosco di Aspromonte, e più lontano ancora, quello di Volpignano.
E' questo, senza dubbio alcuno, il tratto più bello del Circuito, la cui vista lascerà un magnifico ed immarcescibile ricordo nella memoria dei visitatori.
Si giunge a Collesano coll'anima rapita dalla mirabile visione, giacchè, per quanto si possa stare con i nervi tesi e col cervello vibrante, per quanto si abbiano gli occhi fissi sul volante, per quanto la più grande preoccupazione sia quella di divorare dei chilometri, il fascino dei luoghi è così possente che pervade l'animo del più temprato corridore.
Uscendo da Collesano, ci avviciniamo alla fine. Pochi minuti ed eccoci a Campofelice di Roccella. Da qui a Buonfornello havvi un rettifilo di parecchi chilometri, che renderà la fine della corsa assai viva e palpitante".



Il reportage giornalistico di Gustavo Verona sembra così diventare un racconto in presa diretta degli equipaggi delle prime edizioni della Targa ritratti dalle fotografie del post.
Quegli scatti oggi ultracentenari, pure a volte deformati dalla lentezza degli otturatori, rivelano l'ansiosa ricerca di velocità e progresso insita nella genesi stessa della gara di Vincenzo Florio, lungo un circuito aspro e polveroso, nel cuore della Sicilia d'inizio Novecento. 
Una terra, insomma, allora assai lontana dalla modernità di Torino, dalle sue fabbriche e da quel dinamismo imprenditoriale che presto non avrebbe più visto fra i suoi promotori il nome dei Florio.  
          
   

  

giovedì 16 gennaio 2014

LA STRENUA VITA DEGLI EOLIANI

Volti, oggetti e scorci dell'arcipelago di 50 anni fa. 
Quattro fotografie di Alfredo Camisa rivelano la primordiale essenza della sua vita quotidiana 


Ritratto di un pescatore delle Eolie.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
sono di Alfredo Camisa e vennero pubblicate
nel 1961 nel volume
"Lo Stretto di Messina e le Eolie",
edito dall'Automobile Club d'Italia
per la collana "Italia Nostra"

"Immaginate una vita magra, essenziale, a prova di vento, sole, mare e fuoco; una vita povera, ma strenua; una vita senza miseria, spesso evangelica, spesso da ultimo confine dell'umano: cioè esemplare, quasi simbolica.
E subito vi sovviene la pesca come attività emblematica: infatti fu sempre occupazione primaria per questa gente.
Anche le donne qui uscivano a procacciare il pasto alle famiglie: sole, remando barche robuste con la poppa in avanti, o accompagnando i loro uomini e portandosi in mare anche i bambini.
Si usavano semplici barche o più grandi velieri, chiamati marticani...".



Fu con queste parole che nel 1977 la scrittrice milanese Gin Racheli descrisse nel volume "Eolie di vento e di fuoco" ( Mursia ), la vita dei pescatori delle sette isole messinesi.
La descrizione sembra trovare un preciso riscontro documentario nelle immagini riproposte da ReportageSicilia. 
Sono scatti ambientati non in mare, durante le attività di pesca, ma nelle case o in luoghi delle Eolie dove l'esistenza dei pescatori viveva il suo corso quotidiano. 



Le immagini portano la firma del fotografo Alfredo Camisa e vennero pubblicate nel 1961, nel volume "Lo Stretto di Messina e le Eolie", edito dall'Automobile Club d'Italia per la collana "Italia Nostra".
A corredo di queste fotografie, il poeta barcellonese Bartolo Cattafi scriveva:
"A principiare dal tempo, remoto, in cui la gente delle Eolie navigava per commerciare le ossidiane, la vita degli isolani è sempre stata legata al mare, amico e nemico, almeno quanto alla terra, ai pochi coltivi.
Ex voto nelle chiese, modellini di navigli nelle case testimoniano la dimestichezza con il mare e le attività che vi si svolgono: la pesca, la navigazione...



Il sole estivo rende abbacinante le bianche case mediterranee dell'isola di Stromboli, mosaico di piccoli cubi contro l'azzurro cupo del mare. Molte delle porte di Stromboli sono sprangate, e le case disabitate; dall'inizio del secolo la popolazione dell'isola si è ridotta, da 5000 a 500 abitanti.
L'Australia, la Nuova Zelanda, gli Stati Uniti sono i paesi di emigrazione degli strombolani, lontano dalla loro terra perennemente "ballerina".
La maggior percentuale della corrispondenza smistata all'ufficio postale di Stromboli giunge o è destinata oltre oceano".
  

mercoledì 15 gennaio 2014

I SICILIANI DISILLUSI DI CORRADO STAJANO

Le pagine siciliane del Novecento italiano ed europeo raccontato dal giornalista lombardo in "La stanza dei fantasmi": da Lucio Piccolo alla Kalsa, dal pentito di mafia Leonardo Vitale alle altre vittime eccellenti di Cosa Nostra    

Anziani dinanzi piazza San Giovanni, a Ragusa.
La fotografia è tratta dal reportage
"Sicilia del Sud greca e barocca"
di Giuseppe Carpi e pubblicato
dalla rivista TCI "Le Vie d'Italia",
nell'aprile del 1956

"E' per delusione, per naturale mancanza di fiducia nei propri mezzi, per la violenza subita da parte di chi detiene il potere che in Sicilia gli strati sociali più aggiornati e immuni dalle tentazioni dell'ambiguità rifuggono dalla politica, sconfitti ed esautorati dalle circostanze, chiusi sempre di più tra loro e in sé stessi". 
E' grazie a considerazioni come queste - contenute nel suo ultimo saggio "La stanza dei fantasmi, una vita del Novecento", edito da Garzanti - che Corrado Stajano dimostra di conoscere assai bene contraddizioni e patimenti che hanno accompagnato gli ultimi cento anni della storia italiana.
Questa comprensione - e la lucidità di scrittura necessaria ad esprimerla - riguardano anche eventi e personaggi siciliani.
In mezzo secolo di attività, il giornalista e scrittore lombardo ha dedicato molti reportage e non pochi libri alle vicende dell'isola. 
La realtà siciliana, le contraddizioni della sua storia, i suoi grandi mali e le sue forti risorse hanno trovato nell'impegno civile di Stajano materia di raffinata analisi. 
L'eredità familiare paterna che lo lega a Noto, poi, gli ha fornito quella chiave di comprensione della Sicilia che sfugge a chi l'isola non la possiede come parte della propria identità.


La cattedrale di Noto in un acquarello
di Guillermo Roux ( 1995 ).
Il disegno è tratto dall'opera
"Immagini di Sicilia" edita nel 1998
da Novecento

Insieme a Cremona - sua città natale - Noto era stata nel 2001 una delle due "Patrie smarrite" che Stajano aveva descritto in un libro di ispirazione autobiografica, fra i lontani ricordi dell'infanzia di Noto Antica e Cassibile, di Marzamemi e Pantalica.
Così, la visione isolana di Stajano ha sempre guardato al di là del dato presente, del fatto così come si presenta nel momento in cui se ne scrive o se ne parla.


Avventori del Circolo dei Civili, ad Acireale.
La fotografia è di Enzo Sellerio
e venne pubblicata nel 1962
dal II volume dell'opera "Sicilia"
edita da Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini

Nel 1991, ad esempio - in piena stagione milanese di Tangentopoli - Stajano scrisse che il punto centrale degli intrecci fra Stato e malaffare si trovava in Sicilia, e che da quel legame si stava pericolosamente distogliendo l'attenzione.
Le stragi di Capaci e di via D'Amelio, un anno dopo, avrebbero dimostrato la sua capacità di sapere leggere gli avvenimenti oltre il dato fornito dall'attualità.
Alla mafia, Stajano ha dedicato opere come "Mafia, l'atto di accusa dei giudici di Palermo" ( edito da Editori Riuniti, nel 1986 ) ed acutissimi articoli. 
Nel 1976, ad esempio, raccontò l'omaggio di politici ed altri notabili alla camera ardente del boss nisseno Calogero Volpe, all'interno del palazzo Comunale di Caltanissetta.


Gli affollati funerali
del boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, nel 1978.
La fotografia è tratta dal saggio
di Michele Anselmo
"Mafia. Che fare?" edito nel 1983
da Il Foglio Palermo

In "La Stanza dei fantasmi", Corrado Stajano dedica alla Sicilia quaranta pagine delle sue "memorie imbrogliate" della storia d'Italia: il capitolo si intitola "Sicilia mia" ( lo stesso titolo di un libro scritto decenni fa da Cesare Brandi ).
Annodando le sue memorie al ricordo di una Sicilia rovesciata visibile in una mappa geografica ai Musei Vaticani, il giornalista rievoca gli incontri con gli ultimi Gattopardi, con il poeta Lucio Piccolo, una passeggiata fra i bambini della Kalsa e la storia del pentito di mafia Leonardo Vitale.
Le pagine finali del capitolo sono le più dolenti.
Stajano ripercorre le vie del centro di Palermo scenario di numerosi omicidi eccellenti di mafia: Piersanti Mattarella, Boris Giuliano, Gaetano Costa, Carlo Alberto dalla Chiesa...
"Sono servite tutte queste morti innocenti? E' la domanda più crudele", si chiede Stajano, lasciando al lettore lo sgomento per quel passato di gravissimi crimini e l'angoscia per l'eterno incerto futuro dell'isola.







ReportageSicilia
Qual'è l'impronta narrativa de "La stanza dei fantasmi"?
Corrado Stajano
"Nel mio libro si compongono tante storie in una sola storia, nel tentativo di dare un'immagine unica del tragico Novecento visto da un 'io mascherato', che sono poi io. I vari racconti compongono così una sorta di romanzo storico"

RS
Il capitolo del libro dedicato all'isola è intitolato "Sicilia mia": qual'è il suo rapporto con questa terra e quali ricordi hanno ispirato la sua narrazione?
CS
"Io sono un siciliano mezzosangue - mio padre era di Noto - ed il mio rapporto con l'isola è di amore e disamore. 
Sono stato in Sicilia da ragazzo e poi da adulto ho vissuto gli anni Ottanta e Novanta, nelle fasi più terribili del conflitto di mafia e degli omicidi degli uomini dello Stato.
Nel capitolo de "La stanza dei fantasmi" compio un giro reale lungo le strade di Palermo, dal Teatro Massimo al Politeama, attraverso viale della Libertà, cioè lungo le strade di quei delitti: una sorta di cerchio di morte"

RS
Vale ancora la famosa definizione che Sciascia diede della Sicilia, indicandola come "irredimibile"?
CS
"Direi di sì. C'è nel libro una dolorosa battuta di un barone che avevo conosciuto molti anni fa, Corrado Fatta. Alla mia domanda su come sarebbe stato possibile salvare la Sicilia mi rispose: "tenerla per tre minuti sott'acqua".
Mi sembra che negli ultimi anni vi sia stata un'altalena continua di speranze e delusioni"

RS
Giovanni Falcone scrisse che la mafia, come tutti i fenomeni umani, ha avuto un suo inizio ed avrà un giorno fine.
Qual'è il suo parere su questa previsione?
CS 
"Certamente c'è da dire una verità assolutamente elementare. 
Se la mafia fosse solo un movimento criminale, in più di cento anni ci sarebbe stato tempo e modo di sconfiggerla. Le connivenze con il potere economico e politico sono i puntelli della mafia, che altrimenti non potrebbe esistere"

RS
A Palermo intanto è in corso il processo sulla trattativa Stato-mafia, di cui si parla molto poco...
CS
"Non è colpa dell'opinione pubblica. Piuttosto le responsabilità mi sembrano da riferire a chi dovrebbe informarla: giornali, radio e televisioni. 
E' un processo su fatti di gravità eccezionale, e non mi sembra che sia una volontà di farne oggetto di informazione. 
Se questo rapporto fra Stato e mafia è esistito, ed io penso di sì, questa circostanza rende il cittadino assolutamente impotente"

RS
Lei ha conosciuto alcuni scrittori siciliani. Quale le è stato più vicino?
CS
"Vincenzo Consolo è stato un mio grande amico. 
Lo avevo conosciuto negli anni Sessanta e questa amicizia è durata fino alla sua morte. Allora, nel gennaio di due anni fa, ne ho tracciato un ricordo sul 'Corriere della Sera'. 
E' stato un grande scrittore, non soltanto di Sicilia, ma dell'Europa. L'attenzione nei confronti di Consolo all'estero è superiore a quella che c'è oggi in Italia, con seminari e giornate di studio in Spagna, Irlanda e Francia"

RS
Qual'è la sua visione del futuro della Sicilia?
CS
"Sono in tanti, molti di più di quanto non si pensi, ad aspettare una rinascita civile. Solo che ormai c'è la necessità di fornire loro delle risposte, di offrire reali occasioni di rivalsa. 
Come scrivo nell'ultima pagina del mio libro, è venuta a mancare anche la speranza, ma la speranza nella speranza è doverosa"  

        
     

DISEGNI DI SICILIA


GEMMA D'AMICO, Paesaggio siciliano

venerdì 10 gennaio 2014

CRONACHE DELLO SFREGIO URBANISTICO A SIRACUSA

La denuncia della speculazione edilizia fra il 1956 ed il 1964 in un reportage dello storico dell'arte Giuseppe Agnello


Il portico della basilica di San Marziano
inquadra l'assediante presenza
della nuova edilizia residenziale a Siracusa.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
portano la firma "F.Bruner-Flossman"
ed illustrarono un reportage pubblicato
nell'agosto del 1964
dalla rivista del TCI "Le Vie d'Italia".
Nel servizio lo storico dell'arte Giuseppe Agnello
denunciò la devastazione del
patrimonio monumentale e paesaggistico
di una delle città siciliane
più ricche di testimonianze architettoniche



Nell'agosto del 1964 la rivista mensile del Touring Club Italiano "Le Vie d'Italia" pubblicò un reportage che denunciava lo stravolgimento edilizio subìto in quegli anni dal centro storico di Siracusa.
L'articolo - intitolato "Le ferite di Siracusa" - fu firmato da Giuseppe Agnello, uno dei più importanti studiosi siracusani di storia ed architettura della Sicilia.


Resti in rovina della chiesa di San Giovanni
al cospetto di tristi palazzoni
costruiti senza alcuna definizione
di un piano regolatore.
Fra il 1956 ed il 1958 a Siracusa
vennero così costruiti ben 27.000 vani,

nella considerazione che la colata
di cemento avrebbe dovuto sanare
le ferite del II conflitto mondiale

La rivista del TCI non poteva all'epoca certo definirsi come un periodico radicale o estremista; eppure, Agnello non mancò di elencarvi i numerosi abusi edilizi compiuti in città, chiamando in causa - pur senza fare nomi e cognomi - "il piano regolatore, gli ordinamenti edilizi, le leggi sulla tutela delle cose d'interesse artistico o storico e sulla protezione delle bellezze naturali e panoramiche, che hanno come unici interpreti gli accaparratori delle aree fabbricabili, stretti in una consociazione d'affari, i cui tentacoli si affondano nei più delicati settori della vita pubblica.


Accerchiamento edilizio
intorno alla necropoli di Grotticelle


Tentare di reciderli è impresa ormai disperata. Proposte di vincoli da parte degli organismi competenti sono state avanzate in questi ultimi anni per porre un freno alla dilagante marea di abusi ma, come è noto, la procedura che dovrebbe renderle operanti è estremamente lunga; ed è proprio nelle more opposte dalla complicata macchina burocratica che l'offensiva, incoraggiata oltretutto dall'abulia della pubblica amministrazione, viene compiendo i maggiori misfatti".

Demolizioni di edilizia storica
nell'isola di Ortigia.
La fotografia raffigura il quartiere
tra la via Giudecca e via Logoteta

Altro spianamento di edilizia
monumentale fra i palazzi Gargallo e Montalto 


Il reportage del TCI disegnò insomma a Siracusa quella stessa realtà di interessi affaristico-mafiosi che in quegli anni stavano realizzando a Palermo il famoso "sacco edilizio": un metodo clientelare legato agli interessi di pochi costruttori ed applicato alla città capoluogo di quella che era allora definita come una "provincia babba" della Sicilia. 


Un angolo dell'anfiteatro romano.
La visione di Ortigia venne occultata
dai nuovi caseggiati

Discussi protagonisti di quella stagione di speculazione - operata senza un piano regolatore e giustificata dall'esigenza di "riparare" i danni provocati dal secondo conflitto mondiale, edificando 27.000 vani fra il 1956 ed il 1958 -  furono il sindaco Raffaello Caracciolo ed alcuni assessori comunali ai lavori pubblici, strettamente legati a gruppi di imprenditori locali ( Caracciolo, morto nel 2009, è stato ricordato allora dal sindaco di Siracusa Roberto Visentin come "uno degli artefici della rinascita della città in anni difficili, anni in cui chi amministrava doveva farsi carico anche delle esigenze di una popolazione bisognosa di tutto e piegata dal conflitto" ).

I ruderi dell'Apollonion e, dietro,
il vuoto ricavato per la costruzione
di un edificio bancario

Un torrione elevato alle spalle
del quattrocentesco palazzo Lanza

    
Quella stagione di devastazione incontrollata in una delle città a più alta concentrazione di beni archeologici dell'isola cominciò nel 1956, con una prima lottizzazione fra viale Zecchino e corso Gelone: qui il cemento cominciò a prendere il posto di giardini e ricchi terreni agricoli.
Il racconto di Giuseppe Agnello elenca gli abusi partendo da Ortigia, "colpita da una progressiva forma di deformante alopecia che va facendo, un pò dappertutto, dei vuoti paurosi. Ed è in questi vuoti che la speculazione s'insedia sovrana e dirige, incontrastata, le sue campagne di conquista".


Effetti di sventramenti nel cuore
dell'edilizia storica

Un palazzo barocco
destinato alla demolizione
per fare posto ad un moderno edificio 


Il trecentesco palazzo Montalto ed il quattrocentesco palazzo Gargallo furono i primi edifici storici "a rimanere sopraffatti e quasi schiacciati dalla massa incombente del progettato casermone a sei e più piani, che s'inserirà fra di essi in maniera anacronistica": un'operazione definita anni dopo da Elio Tocco come "una distruzione sistematica di tutto l'ambiente circostante che ha reso i due palazzi assurdamente avulsi dalla città, imbalsamandoli e distruggendo quel rapporto urbano che è il vitale cordone ombelicale dal quale il monumento dipende"
Tra la via Giudecca e la via Logoteca, di fronte all'ex convento di San Francesco di Paola - scrive ancora Agnello - "si è fatto un pauroso vuoto con l'abbattimento di un nucleo di palazzi barocchi, che, con opportuni e tempestivi restauri, avrebbero potuto conferire alla contrada un tono di più dignitosa elevazione".
Ancora, Agnello segnala la "non migliore sorte riserbata ai grandiosi ruderi dell'Apollonion, tempio arcaico del sesto secolo, nelle cui vicinanze sorgerà un grande edificio bancario" ed il rischio che in piazza Archimede vada presto demolito un "sobrio palazzo barocco".
La famelica smania edilizia di quegli anni non risparmiò a Siracusa neppure gli ultimi resti della cinta muraria di epoca spagnola, le catacombe di Santa Maria, il lungomare ed il paesaggio circostante offerto dall'anfiteatro romano e dal teatro greco.
"Il forte Vigliena - scrive Agnello - è ormai scomparso sotto un'ibrida costruzione moderna, divenuta la meta di ritrovi clandestini. Lo smantellamento del poderoso forte San Giovannello
è pressocché completo. Con falso pudore, che vorrebbe sembrare ancora un residuo senso di rispetto, si è lasciato sopravvivere un lembo di 'crosta', mentre è stato completamente svuotato l'interno per creare un ambiente, vasto come una piazza, destinato ad accogliere baracconi di circhi equestri".
La speculazione edilizia non si fermò in quegli anni neppure dinanzi ai veti della Sopraintendenza, estendendosi le zone dell'alta e bassa Acradina e della Neapoli un tempo occupate da case coloniche ed agrumeti.


Il prospetto di un edificio monumentale.
La speculazione edilizia
compiuta in quegli anni a Siracusa
cancellò l'identità architettonica
ed il suo omogeneo rapporto
con le strade e le piazze della città

"Lo stesso indegno scenario - scriveva Agnello al termine del suo accorato reportage - è stato creato di fronte alla non lontana necropoli di Grotticelle, dove la leggenda addita la tomba di Archimede: pittoresca necropoli, dall'aspetto rupestre, comprendente migliaia di sepolcri, che vanno dal periodo classico fino all'età bizantina. Se il suo carattere monumentale l'ha salvata dall'invasione, non ha potuto evitarne l'accerchiamento, che si va sempre più restringendo, annullandone, in maniera definitiva, il colore ambientale...".


Proliferazione edilizia
sul lungomare di Ortigia.
Solo nel 1976 la Regione Siciliana,
a speculazione già compiuta,
avrebbe varato una legge
per la tutela dell'isola

La denuncia di Giuseppe Agnello sull'indiscriminata avanzata del cemento a Siracusa non servì a frenare gli abusi.
Soltanto il 7 maggio del 1976 infatti - 12 anni dopo quel reportage pubblicato su "Le Vie d'Italia" - sulla Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana sarebbe comparsa la legge n.70 sulla "Tutela dei Centri Storici e norme speciali per il quartiere Ortigia di Siracusa e per il centro storico di Agrigento": uno strumento legislativo giunto in ritardo e che, per nuove insipienze e lungaggini della burocrazia, avrebbe trovato applicazione quando il volto di Siracusa mostrava già le incancellabili cicatrici di vecchie ferite.