venerdì 28 febbraio 2014

DISEGNI DI SICILIA


GREGORIO PRIETRO, Porta Catania a Taormina

sabato 22 febbraio 2014

COCCHIERI E CAVALLI, LA VECCHIA EREDITA' DI PALERMO

Nelle fotografie di Scheler, Minnella, Piazza, Ciganovic e Molinard le immagini della passata diffusione delle carrozze in città 

La sornione posa di un cocchiere palermitano
dinanzi una delle statue di piazza Pretoria.
Il ritratto è del fotografo tedesco Max Scheler
ed è tratto dal volume "Libro di Palermo"
edito nel 1977 da S.F.Flaccovio 


Oggi a Palermo sopravvivono una sessantina di cocchieri, neppure un decimo rispetto ai 667 in servizio nel 1964.
Gli "gnuri" - così i cocchieri vengono ancora etichettati dai vecchi palermitani - sono tradizionalmente in conflitto con l'amministrazione comunale ed i vigili urbani.
In passato, la contesa ha riguardato il numero delle licenze o il criterio di applicazione delle tariffe.


Cocchieri a Palermo in una fotografia
di Melo Minnella pubblicata dalla rivista "Sicilia"
edita dalla "Fondazione Ignazio Mormino"
del Banco di Sicilia nel settembre del 1964.
L'immagine, al pari delle altre tre seguenti del post,
illustrarono un reportage di Donatello D'Orazio
intitolato "Incontro con Palermo"

Negli ultimi anni, invece, i cocchieri hanno lamentato una discriminazione verso la loro attività e la mancata concessione da parte del Comune di stalle ed aree di sosta autorizzate nel centro storico della città.
Palermo, insomma, si conferma città dove è spesso complicato gestire anche i più semplici aspetti della vita urbana, in un macerante conflitto fra chi gestisce la cosa pubblica e le diverse categorie di cittadini.



Ai cocchieri palermitani - figure che, nel bene e nel male, rappresentano uno degli storici volti di Palermo - sono state dedicate molte fotografie di illustri fotoreporter che hanno visitato la città.
ReportageSicilia ripropone alcuni di quegli scatti, ricostruendo l'immagine della loro presenza negli anni della loro massiccia presenza in città grazie anche ad un reportage pubblicato il 23 giugno del 1963 dal quotidiano "La Stampa".



Nell'articolo, attraverso la descrizione delle carrozze palermitane, Francesco Rosso coglie alcuni caratteri del costume locale, a cominciare dai legami con vecchie e lontane consuetudini; anche questo è il segno dei ritardi di Palermo rispetto agli standard di efficienza di altre grandi città italiane:  
  
"L'odore più autentico di Palermo esala dai 667 cavalli puro sangue giubilati dopo gli osannanti clamori degli ippodromo e declassati a trainare altrettanti mortificanti carrozzelle attraverso le vie della città vicereale.
Ridotti a scheletri, i ronzini non hanno però alterato le loro funzioni e l'aria di Palermo si impasta di fermentanti odori di scuderia.



Non esiste città al mondo più legata al passato più lontano come Palermo; ovunque, i taxi hanno travolto le carrozze da qualche decennio, per sveltire il traffico ed adeguarsi al ritmo dell'esistenza attuale, l'automobile appare più conveniente.
Ciò non accade a Palermo per cause complesse.
Con che vivrebbero le famiglie dei 667 cocchieri e quali mezzi di trasporto, che non siano gli autobus, userebbero i palermitani?


La sosta di un cocchiere
in piazza Bologni.
La fotografia è di Giuseppe Piazza
e venne pubblicata nel saggio "Sicilia al sole",
edito nel 1886 da Brotto

La carrozzella svolge anche una funzione sociale insostituibile con le basse tariffe; il taxi è mezzo di trasporto troppo costoso, inaccessibile per molta gente.
Così, contro le 667 carrozze, a Palermo vi sono soltanto 138 taxi, un numero alquanto basso per una città che si avvia ai settecentomila abitanti ed è investita in ogni stagione da eserciti di turisti.


L'ombra estiva di una carrozza
nei pressi della chiesa di San Cataldo.
Lo scatto è del fotografo francese Patrice Molinard
e illustrò l'opera "La Sicile" edita nel 1957
da Del Duca Paris per la collana
"Couleurs du Monde" 

Alla cause, diciamo economiche, si aggiungono quelle di costume.
Ai palermitani piace la carrozza; il rotolar delle ruote sul selciato, lo schioccar delle fruste, il nitrire dei cavalli zoccolanti sulla pietra, l'odore dei finimenti intrisi di sudore, gli genera un'ebbrezza sottile.


Uno scatto del fotografo serbo Josip Ciganovic
dinanzi Palazzo dei Normanni.
L'immagine è tratta dal I volume
dell'opera "Sicilia" edita nel 1962 da Sansoni
e dall'Istituto Geografico De Agostini

I palermitani sono dei conversatori indomabili ( altri dicono chiacchieroni ) e la carrozza si trasforma in salotto per discussioni senza fine.
Il piacere di conversare è così forte in loro che non solo in carrozza, ma sulle porte dei bar, dei negozi, dei cinema formano barriere di corpi immobili e mani gesticolanti.


Cocchieri all'interno del porto.
La fotografia non ha attribuzione
e venne pubblicata nel giugno del 1955
dalla rivista mensile del TCI "le Vie d'Italia"

Non intendo affermare con queste osservazioni che Palermo sia una città decrepita, è anche modernissima, però con spiccata inclinazione a trasformare in vecchio il nuovo..."


   

lunedì 17 febbraio 2014

IL GOTICO RIFLESSO DELLO SPINAZZOLA

Le guglie laviche dello scoglio di Panarea in due fotografie degli anni Cinquanta

Lo scoglio Spinazzola fa parte
dell'arcipelago di rocce vulcaniche ed isolotti
che si stagliano sul mare eoliano di Panarea.
Lo splendido riflesso dello Spinazzola
venne fissato dal fotografo Ezio Quiresi.
L'immagine è stata pubblicata nel II volume dell'opera
"Sicilia", edita nel 1962 da Sansoni e
dall'Istituto Geografico De Agostini 


"Proprio dinanzi a Panarea v'è la piramide gialla e disperata e gialla di Dattilo; poco più lontano gli scogli neri e torturati dei Panarelli lacerano la superficie del mare e le piatte lastre di Bottaro e Lisca Bianca si distendono pigramente al sole; infine v'è il bastione giallo-oro di Basiluzzo.
Questo ha un gotico compagno minore, che i locali chiamano Spinazzola, ma che in molti chiamano il 'Duomo di Milano'; è uno scoglio altissimo sgretolato dalle tempeste, tutto guglie, pinnacoli, torri e pilastri di roccia.
Fra Basiluzzo e il 'Duomo di Milano' si apre uno stretto passaggio marino ( ma ci si può avventurare senza pericolo, anche con un piccolo peschereccio ) che offre una delle vedute più belle d'Italia ( ... ). 
Tutt'intorno precipizi sconvolti, viscere di vulcano, tormente pietrificate di pietra e pressione, contorcimenti e furie fossili; là, fra le due quinte, lontano, con la sua gran penna di fumo e di vapori, triangolo d'azzurro intenso, lo Stromboli...".
Così nel 1951 il libro "Volto delle Eolie" di Vitaliano Brancati, Fosco Maraini e Massimo Simili ( S.F.Flaccovio Palermo ), descriveva lo scoglio Spinazzola, collocandolo al centro di uno dei paesaggi più emozionanti delle isole Eolie: una visione ritratta nella seconda delle due fotografie che illustrano questo post.


Lo Spinazzola e l'isolotto di Basiluzzo.
Sullo sfondo, si intravede la cima fumante di Stromboli.
La fotografia è tratta dall'opera "Volto delle Eolie",
edita nel 1951 da S.F.Flaccovio

Lo scatto d'apertura che ritrae il 'Duomo di Milano' - formato da strati di ossidiana, di pomice e di riolite - porta invece la firma di Ezio Quiresi e venne pubblicato nel II volume dell'opera "Sicilia" edita nel 1962 da Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini.
Oggi lo Spinazzola continua ad ergersi imponente, conservando quel nome scelto dagli eoliani e specchiando le sue magnifiche guglie sulla superficie del mare; nel 1997 cadde infatti nel vuoto la proposta di alcuni residenti di Panarea di intitolare lo scoglio a Diana Spencer, frequentatrice di quest'angolo di Eolie.



     

SICILIANDO














"La storia della Sicilia è una storia di una civiltà, che è, nello stesso tempo, la storia di civiltà multiformi; è storia di un'isola, che è storia di un mondo: il mondo mediterraneo"
Antonino De Stefano

sabato 15 febbraio 2014

WALTER BONATTI ESPLORATORE A PANTALICA

Nella primavera del 1973 l'alpinista bergamasco usò corde e funi per scoprire i luoghi nascosti della necropoli preellenica. 
ReportageSicilia ripropone il suo racconto pubblicato allora dal settimanale "Epoca"

Walter Bonatti a Pantalica.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
illustrarono il servizio pubblicato
dal settimanale "Epoca" nell'agosto del 1973 

Walter Bonatti è stato uno dei più personaggi più noti e discussi dell'alpinismo italiano, lasciando testimonianza delle proprie imprese grazie anche all'intensa attività di scrittore e giornalista.
Scalatore di vette alpine, himalayane e andine, esploratore di foreste amazzoniche e deserti australiani, nella primavera del 1973 Bonatti - a pochi mesi dal ritorno da un viaggio in Zaire e Congo - ebbe modo di esplorare in Sicilia l'impervia vallata di Pantalica.


"Con due compagni di viaggio
rimango alcuni giorni accampato in queste valli,
pervaso da una specie di febbre di scoperta.

"Con una difficile scalata esploro il
'grande tempio'..."


Fu un impegno tecnico sicuramente non difficile per uno dei padri del moderno alpinismo estremo, affrontato in blue jeans e scarpe da montagna; tuttavia, la suggestione di quest'angolo di territorio isolano, punteggiato dalle centinaia di cavità della necropoli d'età del bronzo, fu tale da fargli scrivere:
"Con due compagni di viaggio rimango alcuni giorni accampato in queste valli, pervaso da una specie di febbre di scoperta. Esploriamo tombe, cavità e anfratti servendoci di corde per scalare le rocce o per calarci dall'alto lungo di esse...".


"Migliaia di grotticelle scavate nelle rocce
che si innalzano dai canyons
fanno di Pantalica un luogo selvaggio e suggestivo"

"L'erosione del tempo
e i movimenti tellurici hanno sconvolto
gran parte delle aree della necropoli;
non è raro, infatti, scoprire tragiche incrinature
che preannunciano un franamento"


L'alpinista bergamasco inserì il racconto di quell'esperienza tra i reportage pubblicati dal settimanale "Epoca", con il titolo "Pantalica. La misteriosa valle dei sepolcri".
ReportageSicilia ripropone quell'articolo - pubblicato nel numero 1195 del 13 agosto 1973 - e gran parte delle fotografie che lo illustrarono. 
Per fedeltà di documentazione, sono state riproposte anche le didascalie che accompagnarono gli scatti del reportage di Walter Bonatti.


"Esploriamo tombe, cavità e anfratti
servendoci di corde per scalare le rocce
o per calarci dall'alto lungo di esse.
Emergono veri gioielli di costruzione
come questa tomba a tre cavità"

"A volte il cedimento è già avvenuto
all'interno distruggendo gli alveoli sepolcrali
dalle sottili pareti.
Di queste tombe non rimangono allora
che le facciate esterne
drammaticamente sospese"


"Risalgo la valle dell'Anapo, nell'entroterra di Siracusa, per circa venticinque chilometri di carrozzabile.
Ora il fiume gira a sinistra e, sinuoso, rimonta tra complicate pareti di roccia fino a fondersi con esse scomparendo alla vista.
Là dentro c'è Pantalica: il più importante fra i centri della Sicilia preellenica, il complesso di necropoli più affascinante di quell'età.
Una stradina, ricavata dalla sede di una piccola ferrovia in disuso, è l'unico accesso al canyon serpeggiante, grazie ai ponti e alle gallerie ancora transitabili tra le rocce a picco; le sensazioni che via via si provano penetrando in quelle gole, sono degne di un'avventura vissuta in un mondo lontano.


"Marcello Paltrinieri mostra alcune ossa
rinvenute in un loculo"

"Un mortaio scavato nella pietra"


Lo straordinario viaggio comincia giusto al termine di una lunga galleria quando al di là del buio, con ancora negli occhi le cose e i colori del quieto paesaggio agreste, ci si trova di colpo come sospesi sulle rocce calcaree che sfuggono nel cielo dalle calme acque del fiume, verde e profondo.
Qui la luce è cupa, filtrata da una boscaglia opulenta; l'aria è ferma, muta, i profili creano a volte forme mostruose.
Dopo la galleria c'è un ponte, dall'aspetto alquanto insicuro, poi un terrapieno che il tempo sta corrodendo, un'altra buia galleria, dissestata, ancora un ponte, e poi così via per almeno un chilometro, fino a che il fiume, dopo tanti meandri, si distende.

"A occidente di Pantalica
notiamo un'enorme e profonda cavità
che incide una selvaggia parete calcarea
per circa 50 metri.
D'acchitto, sembra naturale,
ma innalzadoci verso di essa
vi scopriamo profili stranamente regolari
e rozze forme geometriche.
In noi nasce il sospetto che essa sia stata scavata dall'uomo,
almeno parzialmente dall'alto verso il basso.
Forse era adibita a grande tempio,
dedicato a una misteriosa divinità pagana,
e capace di ospitare qualche centinaio di fedeli"

Dal cielo, ora più aperto, degradano le balze calcaree. Nei rari ripiani presso il fiume riappare qualche esiguo agrumeto, ma la valle ha assunto ormai un aspetto selvaggio, quasi estraneo al tipico paesaggio isolano.
Euforbiacee, ulivi selvatici, pistacee, thapsie, rovi, rutacee, leguminose, liliacee e tante altre piante mediterranee creano un agglomerato di toni verdi che dal fondovalle sbiadisce progressivamente verso gli altipiani battuti dai venti.
Qualche rapace volteggia nel cielo; sotto, nel pesante silenzio, a qualche grido di uccello risponde ( sembra dall'aldilà ) il gracidare delle rane.


"Fa la sua comparsa la rivoluzionaria ruota.
Così le prime strade rudimentali
vengono scavate sui fianchi rocciosi di Pantalica,
che conservano tuttora le tracce indelebili
dei carri e degli animali che li trainavano"

"In epoca storica,
anche questo antico regno di morti accoglierà
le impronte dei colonizzatori:
i Fenici, i Greci, i Romani, i Bizantini, gli Arabi,
i Normanni, i Francesi, gli Spagnoli" 


Ma aggirato uno sperone, ecco apparire sulle rupi le prime tombe preistoriche. Così nette e regolari nei loro profili, sembra impossibile che risalgano alla tarda età del bronzo. 
Presto se ne scoprono tante altre e, continuando il cammino, in breve si vede tutta la montagna, attorno, traforata, punteggiata da innumerevoli grotticelle che incidono anche i massi più piccoli e nascosti. 
Lo spettacolo suscita diverse impressioni: pare di trovarsi al centro di un'enorme e incredibile schacchiera, o di aver addosso mille occhi misteriosi della montagna...
La fantasia galoppa dipanando e mescolando le poche nozioni di storia e di letteratura rimaste nella mante dagli anni svogliati della scuola.

"Le nuove e ultime necropoli
mutano di stile, spesso vi si scavano accanto
ampie cavità usate come abitazioni,
e aeree scalinate per accedervi"

Da ricercatori improvvisati, si sbagliano date, si confondono popoli, si fruga malamente nei millenni, infine ci si consola pensando che certi aspetti di questo angolo di casa nostra rimangono tuttora ignorati anche dagli specialisti.
Alla fine ci si accontenta di ammirare semplicemente quelle cose; che non finiscono mai di stupirci.
La forma di una tomba, l'arditezza di un'altra, un dente umano rinvenuto in una grotta nascosta, un tappeto di fiori gialli, una curiosa prospettiva, un'eco, un tramonto, una grossa bomba lavica scagliata fin qui anticamente dall'ormai estinto cratere del monte Lauro, e mille altre sorprese offerte da una natura splendida ed affascinante, passata attraverso l'epopea dell'uomo preistorico e la rovina dei millenni.


"L'Asphodelus Ramosus Macrocarpus,
detto 'il fiore dei morti'"

"Lo scorpione delle tombe"


Quando i Corinzi, guidati da Archia, sbarcarono verso l'VIII secolo a.C. là dove fonderanno Siracusa, la costa era ancora pressocché deserta. 
I Siculi ( abitanti dell'entroterra, che vivevano accentrati in massima parte nella fortezza naturale di Pantalica ) si erano uniti ai Cartaginesi, che già presidiavano quelle terre, per scacciare i nuovi invasori; ma, sopraffatti, ripiegarono disperdendosi sulle montagne. 
Era iniziata per l'antica Sicania l'opera di colonizzazione greca che si succedeva a quella dei Fenici.
In quel periodo, dunque, i Greci occuparono Pantalica e vi innalzarono un ponderoso sbarramento, forse la più antica fortificazione di cui rimanga traccia in Sicilia.
Perciò deve pure essere accaduto che un giorno i legionari di Archia si siano inerpicati su per il dedalo roccioso dell'Anapo scoprendovi gli impressionanti alveari delle città dei morti.
Immagino quale spavento dev'essere stato per quella gente che - nelle tenebre dell'inconoscibile - s'era creata certe immagini mitiche sui destini dell'uomo.
Dovettero proprio credere, quei rozzi soldati, di essere giunti nell'Ade, nel regno delle ombre. 
Erano passati per orridi precipizi, fenditure della terra, massi lavici, e là dentro avevano incrociato tenebrosi fiumi - gli affluenti dell'Anapo - che per una comprensibile suggestione devono avere assunto ai loro occhi le caratteristiche del Cocito ( fiume del pianto ), del Piriffegetone ( torrente di fuoco ), dell'Acheronte ( corrente di dolore ) e dello Stige ( fiume dell'odio ).




Chissà se qualcuno non abbia scorto persino il nocchiere Caronte; ma certamente deve avere visto il suo terribile Cerbero. V'è una grotta, infatti, all'inizio di quelle gole da cui pende un'enorme stalattite dal perfetto profilo di un grosso cane.
Tutto, per quegli antichi Greci, dovette sembrare spaventosamente verosimile; anche perché una loro massima trovata ebbe un certo riscontro in quei luoghi: 
"All'Occidente, è l'origine e la fine delle cose".





martedì 11 febbraio 2014

CORRIERE SULLE STRADE DELL'ISOLA

Due fotografie tratte dal saggio "Il Viaggio dell'Anas" edito da Il Sole 24 Ore-Alinari ricordano i tempi d'oro del trasporto pubblico nell'isola





Le due fotografie riproposte da ReportageSicilia sono tratte dal volume "Il Viaggio dell'Anas, 1928/2010", di Amerigo Restucci e Stefano Baietti, edito da Il Sole 24 Ore-Alinari.
Le immagini risalgono agli anni Trenta dello scorso secolo e ritraggono il viaggio di alcune corriere nell'isola in un periodo in cui la scarsa diffusione delle automobili le rendeva l'unico mezzo possibile di collegamento stradale fra paesi e città.
La prima fotografia contiene un'elegante didascalia che individua data, luogo e circostanza dello scatto:
"Inaugurazione degli Autobus Gran Turismo del Garage Mucera Lungo lo stradale Termini - Cerda stazione - Cefalù, 8/1/1933 XI".
La carovana delle corriere è in transito sull'attuale strada statale 113, su un percorso reso noto dalla Targa Florio; l'azienda Mucera - come suggerito dalla locandina pubblicitaria riproposta nel post - aveva sede a Palermo e offriva anche collegamenti con Taormina.


La seconda fotografia mostra invece una corriera della Sitas di Catania impegnata nel collegamento fra la città e la zona alberghiera dell'Etna, a 1715 metri di quota.
Nel secondo dopoguerra, la diffusione dei servizi di trasporto su autolinee - complice anche la concessione dei contributi regionali ed una gestione spesso clientelare - si sarebbe affermata in tutta la Sicilia; a farne fede, è questa indicazione contenuta nella Guida Rossa del TCI del 1953:

"Una fitta rete di autolinee con servizi rapidi si estende su tutta la regione, collegando fra loro i vari centri e spingendoli anche nelle regioni interne più solitarie e isolate.
Il turista troverà spesso più conveniente, per rapidità e comodità di trasporto, servirsi di queste autolinee, anzichè delle ferrovie...".


Alla presenza ed al ruolo delle corriere nella storia stessa della Sicilia dei decenni passati è infine legato uno dei più famosi incipit dei romanzi di Leonardo Sciascia, "Il giorno della civetta" ( Giulio Einaudi, 1961 ):

"L'autobus stava per partire, rombava sordo con improvvisi raschi e singulti. La piazza era silenziosa nel grigio dell'alba, sfilacce di nebbia ai campanili della Matrice: solo il rombo dell'autobus e la voce del venditore di panelle, panelle calde panelle, implorante ed ironica. Il bigliettaio chiuse lo sportello, l'autobus si mosse con un rumore di sfasciume. L'ultima occhiata che il bigliettaio girò sulla piazza, colse l'uomo vestito di scuro che veniva correndo; il bigliettaio disse all'autista - un momento - e aprì lo sportello mentre l'autobus ancora si muoveva. Si sentirono due colpi squarciati. l'uomo vestito di scuro, che stava per saltare sul predellino, restò per un attimo sospeso, come tirato su per i capelli da una mano invisibile; gli cadde la cartella di mano e sulla cartella lentamente si afflosciò".







  

lunedì 10 febbraio 2014

TAORMINA, L'ANTICA BELLEZZA SENZA UN MODERNO CANTORE

Un reportage di Orio Vergani agli inizi del 1952 descrive l'atmosfera "chitarra e mandolino" della cittadina siciliana più nota del turismo internazionale

Il pescatore Carmelo Scimone si esibisce
in una tarantella
alla Taverna dei Cordari di Taormina.
Il pubblico, intanto, sembra più interessato
allo scatto del fotografo.
Le immagini riproposte da ReportageSicilia
corredarono un reportage di Orio Vergani
e sono tratte dalla rivista
"L'Illustrazione Italiana" del febbraio del 1952

Inviato milanese del "Corriere della Sera", scrittore e saggista capace di raccontare luoghi e personaggi d'Italia sino alla fine degli anni Cinquanta, Orio Vergani è una delle molte figure oggi dimenticate della nostra narrativa.
Il suo legame con l'isola - rafforzato dalle frequentazioni con Pirandello ai tempi dei "Sei personaggi in cerca di autore" ( la sorella Vera, affermata attrice, interpretò la commedia )  - è stato sottolineato da ReportageSicilia in relazione al saggio "Colori di Sicilia", da lui scritto nel 1953 http://reportagesicilia.blogspot.it/search?q=vergani
Nel mese di febbraio del 1952 un numero mensile de "L'Illustrazione Italiana" aveva pubblicato un reportage di Vergani dedicato a Taormina.
All'epoca della pubblicazione, la cittadina ionica era considerata l'unica località della Sicilia, per scenari ambientali e frequentazioni da jet set, capace di affacciarsi alla ribalta del più altolocato turismo internazionale.

Le oleografiche immagini della Taormina
degli inizi degli anni Cinquanta:
l'Etna fumante, il teatro antico e l'isola Bella

Il reportage di Orio Vergani seppe però cogliere con sguardo da uomo del suo tempo il carattere ormai datato di quella notorietà internazionale, che nel lontano maggio del 1797 aveva trovato la sua data di nascita grazie alle parole di Johann Wolfgang Goethe sulla bellezza del teatro antico, da lui definito "immane opera di natura e di arte".


Dopo quel giudizio, grazie alle opere viarie e ferroviarie del secolo XIX, Taormina sarebbe stata conosciuta e declamata in tutta Europa tramite l'opera del pittore Otto Geleng e del pittore e fotografo Wilhelm Von Gloeden: una notorietà in seguito alimentata dalle frequentazioni di artisti, letterati, uomini dell'alta finanza e teste coronate ( fra gli altri, Guglielmo II, Edoardo VII, i Krupp, i Rotschild ).
Vergani rende conto dell'eredità di quegli importanti personaggi, legandola però ai ricordi del passato; l'immobile bellezza del paesaggio taorminese è incapace di riflettere i cambiamenti culturali vissuti nel mondo intero nel secondo dopoguerra. 
Partendo da una metafora musicale, il giornalista scrive:

"Il jazz non è entrato nelle sale del 'San Domenico'.
Alla sera, mentre, rompendo qualche importante regola di etichetta ci si trattiene a tavola, in sala da pranzo, dopo che si è finito di cenare, la luce, all'improvviso, si abbassa.
Le finestre della sala da pranzo del 'San Domenico' sono, di giorno, fra le più belle del mondo: i loro vetri inquadrano entro tante cornici di legno castagno lucidate a spirito tutta una scacchiera di paesaggi che commossero in egual modo i poeti greci e le coppie in viaggio di nozze.


Alla sera i vetri sono protetti da una coltrice di panno scuro, che dà all'ambiente un'atmosfera lievemente 'wagon-restaurant'.
La luce si attenua. 
Il maitre, che è romagnolo, di Forlì e che da trent'anni, stretto nella giacchetta bianca di taglio irreprensibile, osserva a tavola le persone più famose e più eleganti del mondo, a Roma, a Parigi, al Cairo, a Taormina, si inchina leggermente e spiega che, se la luce è stata attenuata, non è per mandar via nessuno, ma perché, nel salone accanto, l'orchestra a plettro sta suonando una musica particolarmente suggestiva. 
Insomma, questo è uno degli ultimi ancoraggi del binomio 'Chitarra e Mandolino'...

Frequentatori di Taormina:
l'erede e pronipote di Nelson,
l'inglese visconte di Brindport e Duca di Bronte,
con la famiglia

Oggi Taormina è 'sana' come come qualunque altro luogo del mondo: e si indicano come casi bizzarri gli ultimi soggetti 'Wildiani' che lentamente vi invecchiano dediti, per esempio, nel loro isolamento, alla femminile arte del ricamo.
L'antico custode della casa del barone tedesco Von Gloeden, il fotografo degli efebi, credo chieda molto inutilmente sei milioni per le seimila negative che gli sono rimaste in eredità nell'antico studio.
Il dopoguerra non ha ritrovato in nessuna parte del mondo - e dunque neanche qui - le disponibilità di ore d'ozio che avevano consentito agli estetizzanti dell'Ottocento i lunghi volontari esilii fra i muriccioli e i vecchi giardini di questo belvedere del mondo dominato dal profilo dell'Etna.

Strada con insegne internazionali
e vecchio signore inglese in sedia a rotelle.
Un anziano taorminese intanto torna dal mercato

L'oblio, il distacco, il nirvana appartengono sempre più difficilmente alla vita d'oggi.
I 'casi Axel Munthe' di Capri o dello scrittore russo Amphiteatrof a Levanto e dello scrittore russo Semenof a Positano non si ripetono.
Probabilmente anche a un nuovo Lawrence sarebbe difficile vivere tagliando del tutto i ponti con l'attivismo contemporaneo.
Come tanti altri 'luoghi di paradiso', come il Lago di Garda, come Torcello - anche qui il passaggio di Hemingway fu un episodio - come Capri, anche Taormina cerca il suo personaggio, l'intellettuale che ne faccia centro del suo mondo.

La corsa di un giovane scolaro
fra le strette strade del paese

Il destino di Taormina fu accoppiato, nei primi anni del secolo, a quello di Corfù dove Guglielmo II si era costruito un 'buon retiro' fra le colonne dell'Achillejon e a quello di Capri dove il barone Fersen, pure in stile ellenico, aveva costruito la sua dimora sugli scogli resi famosi da Tiberio. 
Declinato quel gusto, così come è declinato quello della poesia 'parnassiana' i suoi personaggi sono venuti a trovarsi senza fiato, senza caratteri, senza coturni...".

Dopo la stagione ottocentesca dello stupore per la sua primitiva bellezza - oggi intaccata da quel 'moderno' che intende l'innovazione come uno stravolgimento dei luoghi e dei costumi - Taormina ha inutilmente aspettato un Garcia Lorca o un Ernest Hemingway: cantori cioè capaci di farne con la poesia o il romanzo il centro del mondo universale. 
La possibilità che ciò avvenga è sempre più remota, in una Sicilia che da meno pittoresche località - le terre degli zolfatari di Pirandello e Sciascia, quelle "remote iblee" di Bufalino e la Cefalù di Consolo - ha offerto pagine di lettura senza tempo e confini.
  

  
  

DISEGNI DI SICILIA


GIUSEPPE CESETTI, Cavalli delle Madonie

giovedì 6 febbraio 2014

L'INGANNEVOLE RIPASCIMENTO DI CEFALU'

Storia dello scarico dei detriti dei cantieri autostradali che sino al 2004 devastò la costa fra Cefalù e Sant'Ambrogio



La massicciata costruita con i detriti
del cantiere della galleria autostradale "Castelbuono",
lungo la strada statale 113, fra Cefalù e Sant'Ambrogio.
La colmata del tratto costiero avvenne
fra il 1999 ed il 2004.

Il progetto venne allora 
indicato come la creazione
di una "Zona di Ripascimento".
In realtà, lo scarico di tonnellate di detriti
ha per sempre cancellato il profilo della costa.
Le fotografie del post, ad eccezione
della penultima, sono di ReportageSicilia


Ci sono casi di scempi ambientali che il passare degli anni tende a nascondere o a fare cancellare dalla memoria collettiva; eppure i segni di quella devastazione sono lì, permanenti, a testimonianza della capacità distruttiva dell'uomo nei confronti della natura.
Esempi del genere non mancano ovviamente in Sicilia, terra dove la mano dell'uomo in alcuni casi ha avuto effetti non meno devastanti dei terremoti o delle eruzioni.
Le fotografie di ReportageSicilia documentano uno dei tanti scempi ambientali dimenticati nell'isola, lungo la statale 113, fra Cefalù e la frazione di Sant'Ambrogio: un misfatto del quale si è perso il senso stesso del suo perpetrarsi, per l'assenza di una conseguente azione speculativa e per l'attuale stato di abbandono dei luoghi.


Il profilo della massicciata
si staglia ben oltre la naturale linea di costa
che delimita il percorso della strada statale 113

Lungo una litoranea fra le più belle della Sicilia, a picco sul mare Tirreno ed ai margini di colline ancora ricche di macchia mediterranea, fra il 1999 ed il 2004 furono scaricati in mare i detriti provenienti dal cantiere di scavo della galleria "Castelbuono" dell'autostrada Palermo-Messina.
La linea di costa fra Cefalù e Sant'Ambrogio - un alternarsi di rocce e bianchissime strisce di sabbia - venne cancellata da una massicciata di pietre e terra, poi rafforzata da massi frangiflutti.


Uno dei molti tratti sabbiosi
della costa interrotti o cancellati
dalla colmata dei detriti

Oggi la percezione di quell'opera devastatrice - tre spianate a forma di mezzaluna protese sul mare - è visibile soprattutto dalle colline che sovrastano la statale 113.
Lo scarico in mare dell'enorme quantità di detriti impegnò per settimane decine di mezzi pesanti, senza che nessuno si preoccupasse della devastazione ambientale in corso. 
Al danno si aggiunse la beffa. 
Nei pressi della scogliera spuntò infatti un cartello con l'indicazione "Regione Siciliana - Assessorato al Territorio ed Ambiente" - Zona di Ripascimento Ittico".


Il cancello comparso sull'area
dopo la concessione rilasciata
ad un gruppo imprenditoriale che avrebbe voluto
realizzarvi un parco giochi con acquario

Per "ripascimento" - secondo uno studio dell'Università di Parma, dell'Università di Southampton e dell'ENEA, datato 2010-2011 - si intende "un'azione artificiale di riporto di volumi di sabbia con le stesse caratteristiche peculiari del sito interessato, quindi dello stesso colore, granulometria e tipologia del materiale, generalmente quarzo e/o granuli di conchiglie e coralli frantumati e levigati dall'azione delle onde o digeriti da specie ittiche": un'operazione complessa, da attuare dopo accurati studi e solo quando si pone la necessità di risanare le coste dagli effetti dell'erosione.


Macchia mediterranea ed un reticolo di strade
hanno preso il posto dell'area
dove un tempo vi era il mare

Quella eseguita tra Cefalù e Sant'Ambrogio fu invece una selvaggia colmata del profilo di costa, al semplice scopo di liberarsi dell'ingombrante materiale di risulta del cantiere di scavo autostradale. 
E' probabile inoltre che l'operazione sia servita anche a favorire la lucrosa attività di movimentazione terra, oggetto del solito gioco di subappalti. 
Ai nostri giorni, la massicciata è stata ricoperta da una folta vegetazione ed è attraversata da strade sterrate.


Il viadotto che precede la galleria "Castelbuono"
dell'autostrada Palermo-Messina.
I detriti dello scavo costituiscono
oggi la vasta area estranea
all'originale profilo costiero

All'ingresso di questa singolare "Zona di Ripascimento", anni fa venne apposto un cancello con un cartello che indicava il rilascio di una concessione in data 13 dicembre 2005 per l'utilizzo dell'area un tempo occupata dal mare: titolare - come si legge ancor oggi in una vecchia targa - fu il "Gruppo Di Noto", proprietario di alcuni oleifici nel messinese.
Il rilascio della concessione era legato ad un progetto che avrebbe dovuto creare sulla "Zona di Ripascimento" un acquario tropicale con 150 vasche.


Lo stesso originario tratto di costa
in una fotografia di Italo Zannier,
tratta dall'opera "Le Coste d'Italia - Sicilia"
edita nel 1968 dall'ENI

Il piano prevedeva il prelievo di acqua dal vicino torrente Carbone con un sistema di pompaggio e la creazione di un parcheggio per 5.000 automobili.
Secondo i Di Noto, l'acquario sarebbe potuto diventare un luogo capace di attrarre i turisti di Cefalù e dell'intera Sicilia, dando lavoro ad un centinaio di persone.
Nel 2007, il progetto - che avrebbe dovuto beneficiare di fondi europei - non ebbe più seguito: venne forse persa l'occasione di creare occupazione, ma di certo quest'angolo di costa palermitana non venne ulteriormente stravolta dalla mano dell'uomo. 
Da allora, la massicciata creata con i detriti della galleria autostradale è un luogo di nessuno, senza alcun rapporto con l'ambiente e con l'originaria conformazione della costa: in definitiva, un inutile ed incancellabile sfregio del territorio cefaludese.