sabato 29 marzo 2014

UNO SCATTO VERISTA A SAN NICOLO' L'ARENA

Scena di pesca quotidiana sul mare della borgata palermitana in uno scatto di Josip Ciganovic


"Dopo Altavilla la costa si fa ripida e dall'alto della rupe sulla quale la strada si inerpica offre uno squarcio di scogliera selvaggia e il mare diviene dominante nell'immenso respiro dell'orizzonte dilatato.
Talune torri sbrecciate suggeriscono antichi fatti di corsari e recano il senso della storia e dell'uomo in un luogo senza contingenza.
Dove poi la costa si fa dolce e la campagna s'adegua al mare è il villaggio di San Nicolò l'Arena con il piccolo castello sulle onde...".
Così nel 1962 lo storico dell'arte Giuseppe Bellafiore descriveva la costa palermitana che da Altavilla Milicia conduce a San Nicolò l'Arena, frazione di Trabia.
A quella che all'epoca era ancora un'attiva borgata marinara e al suo castello - sorto come struttura a tutela di una tonnara - ReportageSicilia ha già dedicato un post http://reportagesicilia.blogspot.it/2013/12/quelloscura-fama-del-castello-di-san.html.
L'occasione di riproporre un'immagine di San Nicolò l'Arena è offerta in questo post da una fotografia di Josip Ciganovic tratta dal volume di Aldo Pecora "Sicilia", edito da UTET nel 1974.
La datazione dell'immagine di pescatori è posteriore di almeno un decennio rispetto a quell'anno. 
Nella convenzionalità del soggetto, lo scatto di Ciganovic coglie l'identità collettiva assicurata alla borgata dalla tradizionale pratica della pesca. 
Il fotografo serbo vi aggiunge anche un dettaglio in chiave verista: tale è ad esempio quello dell'uomo che nuota sul basso fondale, a pochi metri dalla banchina del porticciolo.

    


mercoledì 26 marzo 2014

ENNA, RISERVATA E DALLE TRADITE SPERANZE

Un reportage di Giovanni Centorbi svela nel 1965 il carattere severo di Enna e le promesse oggi svanite del suo sviluppo


Una panoramica di Enna,
la città siciliana raramente oggetto di reportage.
Quello riproposto da ReportageSicilia risale
al dicembre del 1965 e venne pubblicato
dalla rivista del TCI "Le Vie d'Italia",
a firma di Giovanni Centorbi.
Tutte le fotografie vennero eseguite
dall'"Agenzia Scafidi" di Palermo

La si incrocia percorrendo l'autostrada che unisce Palermo e Catania, ma difficilmente la si visita: il viaggiatore ne scorge per pochi minuti il profilo aggrappato alla montagna e prosegue la sua corsa.
Insieme a Caltanissetta, Enna è l'unica città della Sicilia a non rientrare nei normali itinerari turistici dell'isola: è troppo fredda e piovosa nei mesi invernali ed è troppo lontana dal mare per frequentarla in quelli estivi. 
Nel resto dell'anno, i viaggiatori gli preferiscono l'area archeologica di Piazza Armerina ( cittadina che strappò ad Enna anche l'ambita sede del vescovado ) rendendo legittimi i dubbi espressi nel 1984 da Matteo Collura.
"'Città pericolosa' definì Enna, Gastone Vuillier", scriveva in "Sicilia sconosciuta, cento itinerari insoliti e curiosi" ( Rizzoli )
Quindi Collura si domandava: 
"Pericolosa per il clima? O per il suo ammaliante fascino di città rupestre, luogo ideale per incantamenti e riemergere di miti?".


Scena di vita quotidiana
nei pressi della chiesa di San Francesco d'Assisi

Il destino di solitudine della città posta al centro dell'isola ha fatto sì che ben pochi giornalisti o narratori abbiano sentito il bisogno di raccontarla.
Così, spicca un reportage pubblicato nel lontano dicembre del 1965 dalla rivista del TCI "Le Vie d'Italia", a firma del giornalista e scrittore catanese Giovanni Centorbi ed intitolato "Enna antica e moderna".
A firmare le fotografie di quell'articolo - ora riproposte da ReportageSicilia - fu la "Agenzia Scafidi" di Palermo.


Uno scorcio della nuova Enna
nel retaggio di una società legata
a tradizionali forme di vita e lavoro 

"Città singolare, anche se a volte indecifrabile, che fu arbitra e vittima delle proprie sciagure fin dalle lontanissime origini, antesignana delle guerre servili e di una tenacia disperata nella difesa di sé - scriveva Centorbi - Enna è oggi nei suoi abitanti ( oltrepassando da tempo il numero di trentamila anime ) fedele come ieri ad un costume, anzi ad uno stile di vita che la distingue nettamente dalle altre popolazioni: riservata, contegnosa, spesso d'umore triste, pittoresca senza saperlo nella severità dei suoi rituali durante le processioni religiose, che inspecie il due luglio rinnovano intorno all'effige di Santa Maria della Visitazione classiche forme e colori dell'antica Grecia, mentre nella settimana di Pasqua i riti del Venerdi Santo assumono, coi funebri paramenti di strade e di case, un'impressionante, luttuosa grandiosità".


L'antichissima ed aspra natura di Enna
sembra emergere anche nei suoi scorci

Ricordando il Castello di Lombardia e gli studi archeologici di Paolo Orsi, Rossbach, Herbig, Adrian e di Alfredo De Agostino, Centorbi indicò allora la parte turisticamente più viva della città nelle "molte e belle chiese del Cinquecento e dei due secoli successivi, compresa la cattedrale, con la facciata secentesca e con le absidi del Trecento; chiese che nella Enna dei palazzi nuovi e delle nuove strade, fanno da ornamento e da sfondo, assieme a un gioiello quattrocentesco, il palazzo Pollicarini".

L'eleganza severa della torre ottagonale
fatta costruire da Federico II 

Infine, il reportage del TCI non mancò di tracciare un quadro sulla situazione economica di Enna e della sua provincia di allora:
"La terra: essa dà i cereali, i frutti, le ortaglie, ma offre anche a Enna dalle sue viscere i prodotti minerali. 
S'è aperto un gran ciclo, nel quale l'industria delle miniere e delle cave ( che vanno sempre di più mutando l'aspetto del paesaggio ), avrà non diremo il primo posto, ma gradualmente un effetto decisivo nell'economia della provincia.
Sui dossi che circondano l'altopiano, scavi all'aperto fumano di vapori acri, polvere di zolfo estratto per approvvigionare le industrie chimiche siciliane sparse sui campi un sottile manto giallastro.
Le operazioni di sterro sono state condotte dall'Ente zolfi, che ha reperito inoltre vasti giacimenti di sali potassici ( una riserva di circa 74 milioni di tonnellate, in fase di sfruttamento ) nei territori di Valguarnera, Mazzarino, Leonforte, Nicosia.


Il belvedere Marconi

A quest'opera di potenziamento economico danno un appoggio notevolissimo i gruppi industriali del nord, fra cui la Montecatini, che ha impianti per l'estrazione di sali potassici a San Cataldo e a Campofranco, e a Aidone la Snia Viscosa, con gli stabilimenti per la fabbricazione della cellulosa.
Proseguono intanto, da parte di aziende specializzate, gli investimenti nel campo zolfifero, in concorrenza con il mercato americano.
Questa, a nostro avviso, può essere la fortuna di domani, la via che nel futuro potrà condurre a una posizione di prestigio l'economia di Enna, ora a metà fra la terra e la miniera.
Senza voler fare gli indovini, ci sembra di vedere una svolta importante nel destino delle nuove e più impegnate generazioni...".


Lo scenografico santuario di Papardura,
in uno scenario dove l'asprezza di una natura millenaria
accoglie le testimonianze del moderno

Cinquant'anni dopo, l'ottimistico vaticinio di Giovanni Centorbi sulle fortune economiche di Enna è stato drammaticamente smentito dai fatti.
Le richieste dello zolfo da parte del mercato internazionale sono svanite, mentre le risorse agricole hanno dovuto fare i conti con la globalizzazione del commercio e le carenze imprenditoriali locali.
Da qualche anno Enna e la sua provincia fanno registrare i tassi di disoccupazione fra i più alti d'Italia; l'ultimo grido di dolore su questo stallo economico, nei giorni scorsi, è stata una "Fiaccolata per il lavoro" organizzata da varie sigle sindacali ed associazioni di categoria. 


   

   

domenica 23 marzo 2014

LA "TIRATA" DELLE BARCHE DI RIPOSTO

Le pagine di Santi Correnti dedicate al ricordo dello stivaggio dei bastimenti spiaggiati sulla sabbia di Riposto 

La spiaggia catanese di Riposto
con il profilo dell'Etna.
Entrambe le fotografie riproposte da ReportageSicilia
sono accreditate
a "Stefani Milano".
La prima è tratta dall'opera "Sicilia" edita nel 1961
dal TCI per la collana "Attraverso l'Italia";
la seconda dal II volume dell'opera "Sicilia"
edita nel 1962 da Sansoni
e dall'Istituto Geografico De Agostini

"... Il nome di Riposto, dal punto di vista del commercio vinicolo e delle attività marittime in genere, si può dire che sintetizzi e riassuma le tradizioni e le aspirazioni marinare della riviera etnea.
A conforto di quanto sopra ho affermato, basti ricordare l'importanza che assume Riposto, con il suo porto, nella narrazione che il Verga fa dell'umile epopea dei Malavoglia: verso Riposto si avvia Bastianazzo col carico dei lupini e col suo destino di morte, a Riposto vuole andare 'Ntoni per imbarcarsi, da Riposto vengono i due marinai forestieri con quei meravigliosi fazzoletti multicolori che tanto colpo fanno sulle ragazze di Trezza...".
Con questo riferimento letterario all'opera di Verga, lo studioso Santi Correnti dedicò nel 1975 alcune pagine del saggio "Storia e folkore della Sicilia" ( Mursia ) alla storia di Riposto, suo luogo di origine.
Da Correnti apprendiamo che già nel 1819 la marineria ripostese poteva contare su un centinaio di imbarcazioni a vela e che al 1836 risale il primo progetto di un porto commerciale, destinato in primo luogo all'esportazione delle botti di castagno del vino prodotto sulle colline dell'Etna.


Lo studioso ricorda poi il singolare sistema di caricamento delle merci sui velieri:
"Per procedere alle operazioni di stivaggio, i bastimenti venivano tirati in secco sulla spiaggia, con una cerimonia tutta speciale ( 'a tirata d'i bastimenti ), che oggi vive solo nel ricordo accorato dei nostri più vecchi lupi di mare, e nelle piacevoli rievocazioni della Riposto di una volta, quando gli anziani pescatori si abbandonano quando novellano del loro tempo antico...
Gli uomini, generalmente una trentina, erano addetti all'argano, sul cui rocchetto si avvolgeva faticosamente la grossa gomena legata alla prua del bastimento; oppure erano 'falangara', cioè addetti ai giganteschi rulli di legno - ci volevano due uomini per smuovere una 'falanga' - su cui si spalmava il sego per fare scivolare meglio la nave. 
I ragazzi ( una decina ) erano adibiti a lavori più leggeri: o spalmatori di sego ( sivara ), o pulitori dei rulli, armati di scope e perciò detti 'scupara'. I ragazzi non erano pagati, ma si rifacevano rubando il sego scopato e rivendendolo a prezzi d'occasione...".

"Il faro", opera delle pittrice palermitana
Rosanna Musotto Piazza

Ancora Correnti, infine, ci informa che i bastimenti che raggiungevano i porti più lontani erano chiamati di 'malafora' o di 'longu-e-tira', cioè di lungo corso.
"Naturalmente - conclude infine - i marinai di 'malafora' guardavano dall'alto in basso i loro colleghi di piccolo cabottaggio, e sfoggiavano maglioni e fasce alla vita di una tale vistosità che certo dovevano fare schiattare d'invidia quei poveracci delle piccole navi, che arrivano al massimo a Napoli - e ci volevano settimane - e non portavano a casa che un pò di canapa ( la 'marbedda' ) da far filare alle loro donne e qualche stoccafisso, dopo essere vissuti pittorescamente a bordo, sotto le speciali tende dette 'cagnara'...".

    

venerdì 21 marzo 2014

SICILIANDO














"Oggi, purtroppo, la Sicilia è uno dei numerosissimi pezzi dello specchio rotto 'Italia' rimasti uniti nella cornice: tutti riflettono la stessa immagine, e l'immagine che si coglie su tutto il territorio nazionale - ove le illegalità crescenti e il malaffare sono diventati regola di un sistema di potere non più tollerabile - non è certo edificante"
Michele Pantaleone

LA SICILIA RURALE DI ALFREDO CAMISA

Tre scatti del fotografo bolognese della quotidiana realtà contadina isolana negli anni Cinquanta


Le tre fotografie riproposte da ReportageSicilia fanno parte della serie di straordinari scatti pubblicati da Alfredo Camisa nell'opera "Lo Stretto di Messina e le Eolie", edita dall'Automobile Club d'Italia nel 1960.
I personaggi ritratti dal fotografo bolognese ci proiettano in quella Sicilia degli anni Cinquanta dello scorso secolo ancora legata ad una quotidianità rurale.


Le fotografie non riportano indicazioni sui luoghi, ma questa indeterminatezza semmai rafforza la percezione dell'identità dell'isola di quel periodo.
I personaggi raffigurati da Camisa - il contadino seduto ai piedi di un muro a secco in cui si insinua il fusto di un ulivo, il bambino che trova riparo sotto la chioma di un altro grande ulivo, i due uomini e la donna che si affacciano sul prospetto di una casa colonica - fanno parte di un mondo agreste oggi quasi del tutto cancellato nell'isola.


A proposito dei siciliani, nell'introduzione del volume - affidata al poeta messinese Bartolo Cattafi - si legge:

"I siciliani sono soprattutto e contemporaneamente greci, latini e arabi; queste tre razze-base fittamente e dinamicamente aggrovigliate.
Il genio politico normanno tentò il difficile amalgama; l'armonizzazione avvenne in vario grado ( la Sicilia calda, densa, violenta, moresca di Palermo non è quella gentile, per certo verso graca, di Siracusa e Messina: sensuale e sognante trait d'union tra l'una e l'altra, il barocco degli animi e dell'architettura ).
Ciò che ne risultò vasto, fu il catalogo delle qualità e disponibilità siciliane, a cui fece da contrappeso un moltiplicarsi sotterraneo di complessi, conflitti, scompensi; lotte spietate che ancora oggi le discordi schiere di ancestri combattono nel sangue dei loro discendenti...".  
  

lunedì 17 marzo 2014

DISEGNI DI SICILIA


VINCENZO FLORIO, Vita di spiaggia

I COLORI NATURALI DEI TESSUTI DELLE MADONIE

Il nero del sommacco, il rosso della robbia, il giallo della timelea: un reportage di Giulia Sommariva ricordava nel 1961 le antiche tecniche madonite di colorazione di lana e cotone

Una bisaccia prodotta ad Isnello.
Per la colorazione della lana e di altri tessuti
in molti paesi delle Madonie
era consuetudine utilizzare le tinte
ottenute da piante e radici vegetali.
la fotografia è attribuita a Publifoto
ed è tratta dal I volume dell'opera
"Sicilia", edita nel 1962 da Sansoni
e dall'Istituto Geografico De Agostini

Bisognava saper riconoscere alcune specie botaniche, avere capacità manuali e vantare quelle doti di pazienza necessarie in ogni opera di artigianato domestico.
Così, nelle Madonie, in un passato ormai lontano alcune piante venivano utilizzate per colorare la lana ed altri tessuti.
"Nei paesi montani ricchi di greggi come Isnello, Prizzi, Castellana, Polizzi, Collesano, Chiusa Sclafani - scriveva Giulia Sommariva nel reportage "Tappeti, coperte e bisacce di Sicilia", pubblicato sul numero 32 della rivista "Sicilia", edita dalla Fondazione "Ignazio Mormino" del Banco di Sicilia nel dicembre del 1961 - la tessitura della lana è la principale attività della donna.
Appena tosata la lana viene anzitutto lavata in acqua bollente e poi immersa nell'acqua fredda dei fiumi: una volta asciutta viene carminata e cardata per ottenere distintamente gli stami e le trame successivamente raccolte dalle rocche e dai fusi.
I fusi e le rocche adoperati dalle donne del popolo sono composti con verghette di bosso e di castagno.


Un tappeto di Isnello
prodotto con coloranti naturali.
L'immagine è tratta dal
"Repertorio dell'artigianato siciliano",
edito nel 1966 da Salvatore Sciascia editore

Successivamente si procede alla tintura della lana immergendola per più ore o giorni in recipienti dove sono state versate sostanze coloranti derivate, nella maggior parte, dalla bollitura di talune piante: per il nero ci si serve dei fusti e delle foglie del sommacco, dell'erba santa e delle scorze di melograno; per dare il colorito verde, delle foglie di tassia; per il rosso, delle radici dell'erba 'ruggia' ( robbia ); per l'azzurro, dell'indaco e del blu di Prussia; per il giallo, dell'erba 'zasa' ( timelea ) che prorompe dalle rupi più arse dei monti.
Quando la lana così colorata è asciutta si dispone l'ordito nel telaio e si dà inizio al lavoro di tessitura...".


Un coloratissimo tappeto utilizzato
come sella su un mulo-
Anche questa fotografia è tratta
dal "Repertorio dell'artigianato siciliano",
opera citata

La colorazione dei tessuti avveniva anche grazie alla conoscenza empirica delle reazioni fornite dall'utilizzo di svariate sostanze
Per rendere più brillanti le tinte, ad esempio, veniva aggiunto l'allume. 
Il verderame veniva usato per ottenere il nero dalla bollitura del sommacco, mentre l'azzurro ed il grigio venivano ottenuti sciogliendo l'indaco e il blu di Prussia con vino ed urina; al rosso si aggiungeva tartaro di vino, al giallo invece una modica quantità di calce viva.


Paesaggio delle Madonie.
La fotografia è di Josip Giganovic
ed è tratta dal I volume dell'opera "Sicilia",
citata in precedenza



venerdì 14 marzo 2014

LA SEGRETA LISTA CHE DIEDE INIZIO ALLO "SCELLERATO PATTO"

Una pagina di Corrado Stajano ricorda l'inutile ricerca di un allegato al trattato di armistizio che dopo il 1943 avrebbe disposto il lasciapassare ai mafiosi che collaborarono allo sbarco in Sicilia  

Un tribunale alleato costituito
nel distretto di Agrigento.
L'anno è il 1943 e la fotografia
è riproposta dall'opera di Sandro Attanasio
"Gli anni della rabbia. Sicilia 1943-1947"
edita nel 1984 da Mursia

Il processo sulla trattativa fra Stato e mafia in corso da mesi a Palermo procede quasi a fari spenti.
In un Paese civile, la gravità dell'ipotesi accusatoria e gli episodi al centro del dibattimento - fra gli altri, il movente delle stragi di mafia del 1992 e del 1993 - meriterebbero ben altra attenzione da parte dei grandi mezzi di informazione.
Invece, questa dirompente materia processuale sembra poco appassionare la stampa  ( e di conseguenza i cittadini ) rispetto alle sorti del comandante Schettino o alle interviste rilasciate da Amanda Knox.


Due immagini dello sbarco alleato in Sicilia,
fra Agrigento e Palermo, nel luglio del 1943.
Le fotografie sono tratte
dall'altra opera di Sandro Attanasio "Sicilia senza Italia",
edita da Mursia nel 1976



La discussione dei rapporti fra Stato e mafia è come l'osservazione di un sottile foglio di carta velina in controluce: ombre e figure di quello storico rapporto si intuiscono con nettezza, ma nessuno sembra interessato a strappare il velo e indicare con chiarezza protagonisti e singoli episodi di quel legame.
Non è un caso che il primo grande "mistero d'Italia" riguardi ancora ai nostri giorni le reali responsabilità della strage di Portella delle Ginestre ed i retroscena dell'uccisione di Salvatore Giuliano.


Salvatore Giuliano nel 1948,
e, sotto, i funerali di due giovanissime vittime
della strage di Portella delle Ginestre.
Le immagini sono ancora tratte da
"Gli anni della rabbia. Sicilia 1943-1947",
opera citata



A questi ambigui temi si potrebbe poi aggiungere quello, ad esempio, dei motivi dell'ascesa criminale in Sicilia della mafia di Corleone, favorita dalle lunghissime latitanze di cui hanno goduto dapprima Luciano Liggio e poi i suoi fedelissimi Salvatore Riina e Bernardo Provenzano.
L'impressione che la ricerca delle verità sugli intrecci fra Stato e mafia sia opera velleitaria ed esposta ai rischi di isolamento - "chi tocca quei fili muore", diceva Giovanni Falcone - trova conferme da quanto scritto nel 2003 da Corrado Stajano.


Una fototessera giovanile
di Luciano Liggio.
L'immagine è tratta dall'opera
"Quelli della lupara"
di Rosario Poma ed Enzo Perrone,
edita da Edizioni Casini nel 1964 

Il giornalista e scrittore così analizzò la questione, ricordando nel saggio "Patrie smarrite, racconto di un italiano" ( Garzanti ) una corrispondenza epistolare di quarant'anni fa tra il presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Luigi Carraro e il ministro degli Esteri, Aldo Moro.
L'argomento riguarda l'appoggio fornito nel 1943 da Cosa Nostra allo sbarco alleato in Sicilia ed il sospetto delle garanzie in seguito fornite alla mafia per quell'ausilio:  
         
"Sulla mafia che ha favorito con ogni mezzo lo sbarco alleato in Sicilia del 10 luglio 1943 le mie informazioni sono ancor oggi incomplete perché toccano il nervo etico e di dignità degli Stati.
Gli alleati, gli americani, soprattutto, sono stati determinanti nella ricomposizione della mafia, l'hanno politicamente avallata, se ne sono serviti con cinismo. Ma mancano certi riscontri, difettano, non per caso, fonti e particolari.
Che cosa ha preteso la mafia in cambio della sua azione di favoreggiamento? Qual'è stato il 'pactum sceleris'?
Il 20 luglio 1974, il presidente della Commissione antimafia Luigi Carraro scrisse una lettera al ministro degli Esteri dell'epoca, Aldo Moro:

'La Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia che mi onoro di presiedere è stata informata dell'esistenza di un documento, fino ad ora non reso pubblico, che sarebbe allegato all'articolo 16 del trattato di armistizio stipulato nel 1943 tra l'Italia e le Potenze Alleate.
Poiché detto documento - che conterrebbe l'indicazione di numerosi elementi mafiosi cui sarebbe stata assicurata l'impunità - si rivela di enorme interesse ai fini della ricostruzione dell'evoluzione del fenomeno mafioso in Sicilia, oggetto, com'è noto, delle indagini demandate a questa Commissione, la Commissione medesima ha deliberato, nella seduta del 19 c.m., di acquisirlo ai suoi atti".

L'articolo 16 del Trattato di Pace
con l'Italia firmato a Parigi
dai Paesi alleati.
L'indicazione "New York" tra parentesi
indica il luogo della riunione
del Consiglio dei Ministri ed il Paese
del ministro proponente.
La pagina riproposta da ReportageSicilia
è tratta dall'opera
"Documenti della pace italiana"
a cura di Basilio Cialdea e Maria Vismara,
Edizioni politica estera, Roma, 1947.
La stessa pagina è presente nell'opera
"Omertà di stato" di Michele Pantaleone,
edita da Tullio Pironti nel 1993


Il 20 agosto di quell'anno, il ministro degli Esteri rispondeva: 

'Ho subito disposto accurate ricerche di archivio: Le rimetto, allegato alla presente, un appunto attinente ai primi risultati delle ricerche medesime'.

L'appunto era deludente come la lettera del ministro:

'Dalle ricerche all'uopo svolte tra i documenti di archivio in questo Ministero, non è stato possibile accertare, in punto di fatto, l'esistenza di un documento nel senso predetto.
Esso non risulta allegato al testo del così detto 'armistizio lungo' ( firmato a Cassibile il 3 settembre 1943 ) nè al così detto 'armistizio lungo' ( condizioni aggiuntive o 'atto di resa dell'Italia' ), sottoscritto a Malta il 29 settembre 1943 ( ... ).
Si è quindi portati a ritenere che la notizia, almeno nei termini in cui si è prospettata, non sia esatta ( ... ).
Sono comunque in corso, da parte del competente Ufficio Storico e Documentazione, ulteriori ricerche che si estenderanno in ogni possibile direzione, e sul cui eventuale esito si riserva di dare notizia'.

Non sapremo mai quello che è accaduto.
E' vero o non è vero che è stata concessa l'impunità a un consistente numero di cittadini italiani in cambio della loro collaborazione con le truppe alleate nella campagna di Sicilia?
Si parla di un elenco di 10 mila nomi di cui un migliaio di affiliati a Cosa nostra".


Una famosa immagine
di Giuseppe Genco Russo.
La fotografia è tratta
da "Gli anni della rabbia. Sicilia 1943-1947",
opera citata

L'articolo 16 del trattato di armistizio cui faceva riferimento Luigi Carraro recita così:
"L'Italia non incriminerà né altrimenti perseguiterà alcun cittadino italiano, compresi gli appartenenti alle forze armate, per solo fatto di avere, durante il periodo di tempo corrente dal 10 giugno 1940 all'entrata in vigore del presente Trattato, espressa simpatia od avere agito in favore della causa delle Potenze Alleate ed associate".
E' chiaro che un simile principio possa avere prestato il fianco ad un uso poco trasparente delle garanzie a favore di quanti hanno favorito le operazioni militari alleate in Sicilia; soprattutto se - come scriveva Carraro a Moro - l'articolo 16 di quel trattato conteneva un allegato "non ufficiale" con nomi di persone che in virtù dei loro servigi resi nell'isola agli Stati Uniti avrebbero da allora goduto dell'impunità nel territorio della Repubblica Italiana.
Chissà se, a leggere quell'elenco di 10.000 nomi ( fra questi, favoreggiatori e sodali dei governi e delle truppe alleate sbarcate in Sicilia ), la logica di certe lunghissime latitanze di mafia non sia poi così inspiegabile. 


martedì 11 marzo 2014

IL MOSAICO EDILIZIO DI NICOSIA


La fotografia riproposta da ReportageSicilia è tratta dall'opera "Sicilia" edita nel 1961 dal TCI ed è attribuita a Stefani-Milano.
L'immagine fissa lo scenografico aspetto dell'edilizia di Nicosìa, disposta sui declivi di quattro rupi: più che una fotografia, l'occhio sembra osservare un pannello nel quale tetti, finestre e portoni dei vecchi edifici compongono le tessere di un grande mosaico. 


domenica 9 marzo 2014

LE BIANCHE QUARTARE DI LENTINI

"Bummuli" e "nziri" in terracotta descritti nel 1966 nel "Repertorio dell'artigianato siciliano" 


Le "quartare" sono state in passato oggetti molto diffusi nelle produzioni isolane di utensili in terracotta, specie in quelle località dove esistevano cave d'argilla.
Se ne costruivano di fogge diverse e ciascuna aveva un nome specifico, cambiando definizione da provincia a provincia.
Destinati al trasporto di piccole provviste d'acqua, i "bummuli" avevano un collo lungo e stretto, in modo da evitare la fuoriuscita del liquido durante il viaggio; le "quartare" con la bocca e il collo larghi, invece, si definivano "nziri", e spesso disponevano anche di un coperchio.



"Le 'quartare' di Lentini - si legge in "Repertorio dell'artigianato siciliano", edito nel 1966 da Salvatore Sciascia con fotografie di Arno Hammacher - sono costruite di un'argilla leggera e porosa che, all'uscita dei forni, ha un colore bianchissimo.
Per una antica tradizione, i 'quartarari' di Lentini trattano l'argilla a lungo con comune sale di cucina e, nella fabbricazione al tornio, dedicano una cura particolare a rendere sottili le pareti delle brocche.
Le 'quartare' di Lentini sono famose e ricercate in tutta la Sicilia orientale in quanto conservano l'acqua a un giusto punto di freschezza sotto qualunque temperatura.
Una varietà caratteristica delle 'quartare' di Lentini è costituita da quelle a rilievi e con i manici intrecciati...".





venerdì 7 marzo 2014

STELLE MERCEDES ALLA TARGA FLORIO

Immagini dell'edizione 1955 della gara madonita, vinta dalla casa tedesca e dai suoi piloti d'eccezione: da Moss a Collins, da Fangio a Kling

La Mercedes SRL 300
di Moss e Collins vincitrice
della Targa Florio nel 1955.
Quell'edizione della gara madonita
è rimasta nella memoria
per la eccezionale e vincente partecipazione
della scuderia tedesca.
Le immagini del post sono di Bernard Cahier
e vennero pubblicate
nell'annuario "Autocorse 55/56 -
Review of International Motor Sport"


L'edizione numero 39 della Targa Florio, disputata il 16 ottobre del 1955, è rimasta impressa nella memoria degli annali dei cultori della corsa madonìta.
La gara vide infatti la vittoria di una Mercedes-Benz 300 SRL: una delle più prestigiose vetture nella storia dell'automobilismo mondiale, guidata da due leggendari piloti, Stirling Moss e Peter Collins.
Alle spalle dei fuoriclasse inglesi si piazzò l'altra Mercedes guidata addirittura da Juan Manuel Fangio, il campionissimo argentino in coppia con il tedesco Karl Kling.
Per gli appassionati siciliani, la Targa Florio di quell'anno offrì insomma la possibilità di ammirare piloti e vetture di una scuderia allora al massimo delle potenzialità agonistiche e tecniche.

Ancora un passaggio della Mercedes
di Moss e Collins.
La scuderia tedesca preparò
la Targa Florio sbarcando in forze
in Sicilia un mese prima della gara.
Il successo finale consentì alla Mercedes-Benz
di strappare alla Ferrari
il successo nel campionato del mondo marche

L'impegno della casa tedesca venne testimoniato dalla meticolosità di preparazione delle vetture in vista della gara, che ebbe luogo sulla durata di 13 giri per complessivi 936 chilometri; già un mese prima dell'evento, collaudatori, piloti e tecnici si erano trasferiti a Termini Imerese per provare il difficile circuito stradale.  
Grazie al successo ottenuto alla Targa - quell'anno ultima gara in calendario della stagione del campionato marche - la Mercedes-Benz riuscì a conquistare il titolo di campione del mondo, superando in classifica di un solo punto ( 24 a 23 ) la Ferrari.

Moss e Collins dopo la vittoria.
Al loro fianco, Vincenzo Florio

Il trionfo Mercedes-Benz venne completato anche dal nuovo record di velocità media sul giro - il terzo - realizzato da Moss: oltre 100 chilometri orari, con un tempo di percorrenza di 43'.07".
Il pilota inglese fu il vero mattatore di quella Targa, perdendo la testa della gara al quarto giro per un'uscita di strada nei pressi del rettilineo di Buonfornello; grazie all'aiuto del pubblico sarebbe riuscito a tornare alla guida, recuperando la prima posizione quattro giri dopo. 

Una nota immagine
della Ferrari 857 S
di Eugenio Castellotti e Robert Manzon,
terzi alla fine dei 936 km di gara

Altri protagonisti di quella Targa:
sopra, una Maserati A6 GCS,
sotto, nell'ordine,
la Ferrari 500 Mondial
di Antonio Pucci e Franco Cortese
e l'altra Maserati di Luigi Bellucci
e Maria Teresa De Filippis




La scuderia di Maranello - cui sarebbe bastato un secondo posto per battere in campionato la casa tedesca - sul percorso delle Madonie non riuscì così a vincere il suo terzo titolo consecutivo.
Di quella eccezionale edizione della Targa Florio, ReportageSicilia ripropone un disegno ed alcune fotografie, alcune già note, altre poco conosciute perché edite in un'opera quasi introvabile. 
Le immagini sono di Bernard Cahier e vennero pubblicate nell'annuario "Autocorse 55/56 - Review of International Motor Sport"; già in passato ReportageSicilia aveva riproposto dalla stessa rivista gli scatti relativi alla Targa disputata nel 1961 http://reportagesicilia.blogspot.it/2013/12/quella-bucolica-targa-del-1961.html.




    


"DON BASTIANO", L'ARCHEOLOGO ROMENO DI GELA

Il ritratto di Dinu Adamesteanu nel reportage "Viaggio in Italia" di Guido Piovene: storia e aneddoti di un singolare pioniere dell'archeologia nella Gela di sessant'anni fa


L'archeologo di origine romene
Dinu Adamesteanu.
La sua opera di studioso
dell'arte greca nell'isola
si è svolta in Sicilia
fra il 1949 ed il 1958.
ReportageSicilia ripropone
un brano delle pagine
dedicategli dallo scrittore Guido Piovene
nell'opera "Viaggio in Italia",
edita da Arnoldo Mondadori nel 1957.
L'immagine è tratta da
http://salentopoesia.blogspot.it/ 


Ci sono personaggi che hanno scritto pagine della storia siciliana, vivendo oggi nel ricordo di un ristretto numero di persone che sono stati al loro fianco o nelle pagine di qualche libro a loro dedicato.
Uno di questi uomini è stato l'archeologo romeno Dinu Adamesteanu, che fra il 1949 ed il 1958 lavorò agli scavi di Siracusa, Gela, Lentini e Butera.
Adamesteanu era arrivato in Italia da apolide e grazie ai suoi rapporti con Luigi Bernabò Brea e Pietro Griffo avrebbe lasciato una traccia fondamentale nella storia dell'archeologia siciliana, introducendo la topografia fotografica aerea; per i meriti scientifici dei suoi studi nell'isola, nel 1955 ottenne la cittadinanza italiana.


Una sala del museo archeologico di Gela
con l'esposizione di vasi, statuette, corredi funerari,
capitelli e sarcofagi.
la fotografia è tratta dal reportage
"Gela, statue e petrolio", pubblicato nel maggio del 1962
dalla rivista del TCI "Le Vie d'Italia".
L'immagine è attribuita a "Foto Scalfati" 

Dell'impegno di Adamesteanu in Sicilia - e della sua singolare figura di archeologo - rimangono tracce nelle pagine del libro di Guido Piovene "Viaggio in Italia", edito nel 1957 da Arnaldo Mondadori.
Lo scrittore e giornalista vicentino dedicò all'archeologo un ritratto ricco di aneddoti singolarissimi, che restituiscono la figura di uno studioso interamente prestato alla ricerca. 
Il reportage di Piovene focalizzò le sue attenzioni sul periodo in cui Adamesteanu si dedicò agli scavi nel territorio di Gela, la cittadina nissena all'epoca teatro anche delle esplorazioni petrolifere.
Piovene ricorda anzitutto che lo studioso romeno - probabilmente per assonanza fonetica - era conosciuto dai gelesi come "don Bastiano".


La dunosa costa sotto la collina di capo Soprano.
In questa zona sabbiosa Dinu Adamesteanu
diede il suo apporto alla scoperta
delle antiche fortificazioni di Gela.
Questa fotografia, al pari di quelle che seguono,
è attribuita a Leonard Von Matt
ed è tratta dall'opera "La Sicilia antica",
edita da Stringa Editore Genova nel 1964

Nel reportage si descrive quindi la scoperta casuale delle antiche mura militari della colonia greca: un piccolo proprietario terriero notò alcune pietre rettangolari affioranti dalla sabbia e cominciò a prelevarle per costruirsi una casa.
Qualcuno però raccontò l'accaduto, e quando la vicenda giunse a conoscenza del sovraintendente alle antichità Griffo gli archeologi corsero subito a verificare quanto stava accadendo; con loro sorpresa, scoprirono una muraglia alta nove metri che Piovene definirà "un enorme paravento perduto tra le dune, nello spazio deserto, solenne e oggi astratto da ogni realtà, una costruzione chimerica".


Un tratto delle antiche mura,
composte da pesanti massi di pietra calcarea

Per compensarlo del mancato utilizzo di quelle pietre, il costruttore della casa sarebbe stato ricompensato con la nomina a custode degli scavi e di un antiquarium. 
"Ritto davanti al muro - scrive ancora Piovene -  racconta le battaglie, rifacendo nella sua mimica i gesti dei guerrieri, e, da buon popolano della Sicilia, li divide non già in cartaginesi e greci, ma in saraceni e paladini, come nelle pitture dei carri o al teatro dei pupi". 

Le opere di conservazione
della muraglia, realizzate tramite l'utilizzo
di grosse lastre di cristallo e tettoie

Insieme agli altri archeologi, Dinu Adamesteanu avrebbe riportato alla luce quella straordinaria opera di architettura militare, lottando contro la sabbia scagliata loro dalle raffiche dello scirocco:
        
"Gela possiede dunque il più bel muro trasmessoci dall'antichità.
Nella parte della città già nota per gli scavi dell'anteguerra, è sorto anche un moderno museo, non ancora aperto al pubblico, dove si raduna il ricco materiale raccolto.
Qui possiamo conoscere meglio Adamesteanu, l'archeologo romeno divenuto italiano, popolarissima figura in tutta la zona, ribattezzato Don Bastiano per semplificarne il nome.


Stamnoi arcaici del VII secolo a.C.
"Cominciando da maggio - scriveva Piovene - Adamasteanu
vive sui luoghi degli scavi, spesso lontani e disagevoli,
al sole e alla pioggia, dormendo per terra a cielo scoperto..."

Don Bastiano è tra i pochi archeologi avventurosi che rimangono in campo. Un misto d'istinto e di calcolo fa sì che, uscendo all'aria aperta in un terreno tutto eguale, egli individua il metro esatto in cui bisogna affondare il piccone.
Cominciando dal maggio, vive sui luoghi degli scavi, spesso lontani e disagevoli, al sole e alla pioggia, dormendo per terra e cielo scoperto, portando in tasca un pane, una cipolla, un pezzo di cioccolata, tutt'al più una scatoletta di carne.


Una protome equina in terracotta.
All'epoca dei primi scavi archeologici,
i ricercatori si trovarono ad affrontare anche
il problema dei furti dei reperti appena recuperati

Scavare è l'unica sua cura. Solo recentemente, dopo anni di bivacco sulla proda dei fossi, gli hanno regalato una tenda.
Prima del dono un contadino, impietosito di vederlo all'aperto, gli cedette il casotto del maiale, sommariamente ripulito ed imbiancato, per ripararvisi la notte.
Ma il maiale, furente di essere stato espulso, riuscì un giorno a rientrarvi mentre don Bastiano era assente, e per vendetta fece a brani vestiti e biancheria, oltre ad ingurgitare sapone, pasta dentifricia, spazzolino da denti.


Statuette fittili di donne
che recano offerte a Demetra.
Piovene racconta dell'abitudine
dell'archeologo romeno,
da tutti conosciuto come "don Bastiano",
di dormire in una brandina all'interno del museo

A Piazza Armerina, dove don Bastiano arrivò una mattina con gli abiti a brandelli, si fece incetta d'indumenti a prestito per rivestirlo.
A Gela, don Bastiano dorme su un letto di fortuna in una sala del museo, adesso un vasto cantieri di oggetti in restauro, che gli specialisti riescono a ricomporre in modo per noi prodigioso da centinaia di frammenti sparsi e confusi nella terra.


Il vivo naturalismo e la vigorosa plasticità
di un sileno, una divinità dei boschi.
"Per contatto con l'elemento indigeno, siciliota -
spiegava "don Bastiano" a Piovene -
o anche perchè le razze greche non erano affatto uniformi,
qui si ha un'arte diversa
da quella della Grecia al di là dello Ionio.
I veri greci non avrebbero mai fatto
questi stupendi, capricciosi sileni..."

Vi è il profluvio di tutti i musei dell'Italia meridionale di statuette dedicate a divinità diverse, con predominio di Demetra, e di oggetti votivi tirati in serie come oggi; e in mezzo alcuni pezzi di straordinaria bellezza.
'Via via che progrediscono gli scavi e gli studi' mi dice don Bastiano ' viene sempre più in luce la varietà del mondo greco. E si precisa sempre più quello che fu chiamato l'anti classicismo dell'arte antica siciliana. Per contatto con l'elemento indigeno, siciliota, o anche perché le razze greche non erano affatto uniformi, qui si ha un'arte diversa da quella Grecia al di là dello Ionio.
I veri greci non avrebbero mai fatto questi stupendi, capricciosi Sileni'.
Mi indica, così dicendo, una fila di teste sileniche in materia fittile, realistiche, caricaturali.
'Tra parentesi, quando furono ritrovati, bastò che gli operai si voltassero la testa un attimo, perché sparisse il più perfetto. Per fortuna qui si sa tutto. Obbligammo l'incettatore, che già l'aveva comprato dal ladruncolo per poche migliaia di lire, a restituirlo al museo.


Una testa di gorgone.
"Non si sarebbero mai fatti in Grecia
templi colossali come a Selinunte e ad Agrigento.
Nè si sarebbero ammassati come è avvenuto ad Agrigento
 - osservava Adamesteanu -
tanti templi grandiosi in una valle sola.
Nè si trovano in Grecia, come qui,
cinquanta vasi tutti in una sola tomba.
Vi era già allora una tendenza sontuosa,
e quasi megalomane, nella Sicilia;
quella che, dopo il dominio spagnolo,
si chiamò spagnolesca"

Né i veri greci avrebbero mai fatto questi vasi, sui quali le divinità appaiono caricaturate, rittratte come gente spicciola con il suo lato comico. I veri greci si tenevano ai canoni. Ma qui tutti sfuggono ai canoni, domina la fantasia, l'empirismo, il realismo, l'estro individuale'.
La Sicilia, per don Bastiano, è la tipica terra del barocco perenne, un barocco che già fiorisce sotto forme greche, con figure che si tramandano dall'antichità sino alle pitture dei carri.
Era anche, la Sicilia, rispetto alla Grecia, quello che oggi è l'America rispetto a noi, la terra del ricco e colossale.
'Non si sarebbero mai fatti nella Grecia contemporanea templi colossali come a Selinunte ed Agrigento; né si sarebbero ammassati, come è avvenuto ad Agrigento, tanti templi tutti grandiosi in una valle sola. Né si trovano in Grecia, come qui, cinquanta vasi tutti in una sola tomba. Vi era già allora una tendenza sontuosa, e quasi megalomane, nella Sicilia; quella che, dopo il dominio spagnolo, si chiamò spagnolesca'.


Una statuetta in terracotta
affiora dal terreno a Butera,
altra località oggetto
delle ricerche in Sicilia
di "don Bastiano"


La varietà del mondo greco, la forza dei caratteri e degli apporti indigeni, le apparizioni del barocco nel classico, si definiscono con precisione crescente.
Gela non aveva pietra, e tutto, anche le statue, era fatto di materia fittile, plasmata con eccezionale fantasia e abilità.
Si riteneva fino a ieri che le ceramiche venissero dalla Grecia.
Oggi, a Gela e altrove, sono state scoperte alcune fornaci e gli stampi. 
L'originalità dell'arte siciliana si va così documentando...".