venerdì 30 maggio 2014

L'AMARO SIPARIO DELLA TARGA FLORIO

Nel 1973 un reportage del giornalista Ivo Alessiani lamentò sulle pagine della "Domenica del Corriere" la fine della stagione iridata della gara e profetizzò la mancata realizzazione di un circuito permanente

L'Alfa Romeo di Vaccarella-Hezemans
sul traguardo della Targa Florio del 1971.
Due anni dopo, la gara madonita
avrebbe vissuto la sua ultima ribalta mondiale.
Negli anni che seguirono,
i progetti per la costruzione
di un circuito permanente
caddero nel vuoto.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
corredarono l'articolo
firmato da Ivo Alessiani

"Scompare la Targa Florio. 
La più famosa e impegnativa fra le corse automobilistiche italiane si correrà domenica 13 maggio sul circuito delle Madonie per l'ultima volta. 
Era una gara favolosa che ha dato gloria ai più fantastici piloti del secolo ed ha rivelato vetture eccezionali: un'incredibile decisione delle autorità sportive la cancella senza validi motivi. 
Sembra impossibile che, per un'assurda decisione presa da alcuni burocrati a tavolino, questo mondo sia destinato ora a scomparire...".
Con questi 'cahiers de doleance' - datati 15 maggio 1973 - il giornalista Ivo Alessiani lamentò sulle colonne della "Domenica del Corriere" la cancellazione della Targa Florio dal calendario del campionato mondiale per Marche.
Nel reportage, intitolato "Addio alla Targa Florio" ed illustrato dalle fotografie riproposte da ReportageSicilia, Alessiani unì il suo rammarico a quello di decine di migliaia di appassionati siciliani della corsa madonita.

La Fiat 28-40HP di Felice Nazzaro,
vincitore della Targa Florio nel 1907
alla media di 54,086 km/h

A decretare la fine dell'epopea della Targa Florio fu la Commissione Sportiva Internazionale, in considerazione delle scarse condizioni di sicurezza garantite dal circuito stradale rispetto alle velocità ormai raggiunte dalle vetture di tre litri.
A queste valutazioni tecniche - non prive di fondamento - si aggiunsero poi motivazioni che chiamarono in causa gli interessi economici che da sempre condizionano l'organizzazione di un campionato del mondo degli sport motoristici.
"Per anestetizzare i tifosi, e nessuna gara ne ha tanti e così ardenti come la Targa - analizzò Alessiani nel reportage - si dice che ci sarà una ripresa in circuito, forse nel 1976: ma chi ha pratica di queste cose - finanziamento da parte della Regione Siciliana per costruire il nuovo impianto, esproprio dei terreni necessari, riassegnazione di una data nel calendario agonistico internazionale, e così via - non può non sentirsi invaso dal pessimismo.

Achille Varzi alla guida dell'Alfa Romeo P2
nella vittoriosa edizione del 1930

Qualcuno obietterà che anche la Mille Miglia fu soppressa di punto in bianco, senza tanti complimenti. 
Ma tutti ricordano che ciò avvenne dopo la strage provocata, nel 1957, dalla vettura di De Portago, mentre in cinquntasei edizioni la Targa, così massacrante per i piloti e micidiale per le macchine, ha fatto registrare soltanto due incidenti mortali: quello del conte Giulio Masetti nel 1926 e quello di Fulvio Tandoj nel 1971.
In effetti, con tutti i suoi saliscendi, strapiombi, curve e controcurve, quello delle Madonie si è rivelato sinora il circuito più sicuro al mondo.
Noi siamo stati sempre favorevoli al trasferimento delle competizioni dalle strade agli autodromi: è l'ineluttabile evocazione imposta dalla sicurezza, soprattutto quella del pubblico.
Tuttavia, nel caso della Targa, sia in considerazione della dimostrata non pericolosità del campo di gara sia per doverso rispetto verso una gloriosa e irripetibile tradizione, si sarebbe dovuto agire in ben altro modo, senza provocare l'interruzione ( forse definitiva ) di una manifestazione che soltanto gli eventi bellici ebbero il potere di sospendere, assicurandone il passaggio dal circuito stradale ad un autodromo senza soluzioni di continuità.
Invece ora, se anche si riuscirà a realizzare il nuovo impianto, sarà comunque necessario sottostare al regolamentare anno 'di prova': per cui - ammesso che ciò avvenga - la favolosa gara non potrà riprendere, appunto, prima del 1976...".

Tazio Nuvolari, vincitore della Targa del 1931.
Il pilota mantovano era alla guida di un'Alfa Romeo 8C 2300

Nel suo articolo, Alessiani fu facile profeta degli eventi.
Il circuito che avrebbe dovuto riproporre la Targa Florio - malgrado i tanti progetti ed i mille impegni istituzionali - non è infatti mai nato.
Nè, del resto, in precedenza erano mai riusciti a mettere in sicurezza i 72 chilometri del circuito stradale delle Madonie, asfaltando i tratti più critici, rafforzando le misure di tutela dei piloti e concentrando il pubblico su tribune prefabbricate, a distanza dalla carreggiata ( tutte misure che hanno invece permesso di far continuare a correre le moderne Formula Uno nel circuito stradale di Montecarlo ). 
Così - per incapacità di tutelare la continuità di un evento mondiale - i siciliani hanno perso la Targa Florio iridata. 
La gara un tempo vanto dell'isola avrebbe mestamente chiuso la sua epopea nel 1977. 
Relegata a prova del campionato italiano velocità e con un parco partenti di scarso talento, la corsa fu scenario di un mortale incidente, frutto dell'uscita di strada di Gabriele Ciuti alla guida di una Osella che da un paio di giri era pericolosamente priva del cofano e dell'alettone posteriori. 
Alla tragedia si unì il pressapochismo degli organizzatori, incapaci di gestire la sicurezza lungo il circuito e di fermare la gara dopo il gravissimo episodio, costato la vita a due spettatori e gravi ferite ad altri tre. 
L'ultimo triste atto di quella corsa - prima di una lunga battaglia legale fra Ciuti e l'ACI di Palermo - sarebbe stato compiuto dai Carabinieri; dopo cinque giri, palette alla mano, avrebbero imposto lo stop ai piloti e alla straordinaria storia della Targa Florio.

Il passaggio di una vettura fra i box e le tribune di Cerda.
L'anno della gara è il 1928 e ad affermarsi
sarà Albert Divo a bordo di una Bugatti 35


Quarant'anni dopo quell'articolo, ReportageSicilia ha rintracciato Ivo Alessiani in Lombardia.
Giornalista dapprima del settimanale "Tempo", poi della "Domenica del Corriere" e del quotidiano "Corriere della Sera", Alessiani ha sempre scritto di automobilismo avendo fra i suoi maestri Giovanni Canestrini.
Il suo ricordo dell'articolo dedicato alla Targa Florio del 1973 è preciso e gli offre l'opportunità di aggiungere nuove considerazioni sull'argomento.

REPORTAGESICILIA
Alessiani, qual'è oggi il Suo ricordo della Targa?

ALESSIANI
"Ho assistito alle edizioni mondiali della corsa un paio di volte, non per motivi professionali ma per il piacere di esserci, da appassionato.
E' stata una scelta di natura emotiva, legata a quanto di meraviglioso offriva la Targa Florio; ad esempio, era meraviglioso il modo di affrontare il percorso da parte di un pilota come Nino Vaccarella..."

REPORTAGESICILIA
Nel Suo articolo dedicato all'ultima Targa mondiale si prevedeva che il progetto del circuito difficilmente avrebbe visto luce...

ALESSIANI
"E' stata una facile previsione. 
Fu allora sbagliato far cancellare la titolarità iridata della gara senza che gli organizzatori avessero già pronta una pista; se mi sfrattano di casa e non ho trovato una nuova abitazione è inevitabile rimanere senza un tetto.
Ero e sono ancora convinto che la Targa Florio avrebbe potuto continuare a sopravvivere grazie alla creazione di un circuito permanente nel quale includere una parte del rettilineo di Buonfornello o il tratto che ospita le tribune ed i box di Cerda.
Simili soluzioni hanno permesso di far sopravvivere circuti stradali altrettanto pericolosi come Nurburgring e Spa"

REPORTAGESICILIA
Qual'è oggi una tua valutazione di carattere storico sulla Targa Florio disputata sino al 1973?

ALESSIANI
"E' stato un evento che fa parte della memoria storica dell'automobilismo mondiale, e per questo motivo andava salvato.
Durante la mia carriera giornalistica, ho avuto modo di percorrere il circuito delle Madonie grazie ad una prova di guida di una Chrysler 180, in compagnia di Luciano Selva. 
Ecco, il test sul tracciato della Targa, oltre ad avere un impatto emozionale sul lettore, assegnò di per sè rilievo e prestigio tecnico a quella vettura" 



  

  


                

mercoledì 28 maggio 2014

IL VERNACOLO SICILIANO DI PORTA NUOVA

Una pagina del critico d'arte Giuseppe Bellafiore individua nel noto monumento palermitano una chiave di lettura della cultura popolare dell'isola

Due dei quattro mori della facciata esterna di Porta Nuova.
L'opera palermitana venne costruita per celebrare
le vittoriose campagne di Carlo V in Africa.
ReportageSicilia ripropone una lettura
in chiave vernacolare del monumento
del critico d'arte Giuseppe Bellafiore.
La fotografia che illustra il post è di Gaetano Armao

ed è tratta dal volume
"Libro Siciliano", edito da Flaccovio nel 1970
 

"La faccia esterna della Porta Nuova è importante nella storia dell'arte tardo-cinquecentesca siciliana perché registra la prima felice reincarnazione in veste siciliana dello stilismo della continentale Maniera.
E' il primo monumento in cui il temperamento insulare, a più riprese presente in Sicilia fin dal tempo dell'esplosione cromatica dei templi greci arcaici, reagisce beneficamente alla crisi di un'età di transizione.
I quattro grossi telamoni sono i caricaturali pupazzi delle farse paesane, i buoni e passivi 'cattivi' delle favole popolari. 
E se è pur vero che l'arte si fa in questo caso folklore, si tratta di folklore legittimo di quello che, ad un livello provinciale è elemento costitutivo dell'orizzonte artistico".
Fra i molti modi di leggere un'opera architettonica, vi è anche quello di coglierne i segni del suo rapporto con i caratteri del costume e dell'indole locale.
L'efficacia e la pertinenza di questa lettura nel caso della Porta Nuova di Palermo - realizzata fra il 1583 ed il 1584 in piena età del Manierismo - furono dimostrate dalle considerazioni sopra citate di Giuseppe Bellafiore.
Il critico d'arte palermitano le espresse nel 1963 nell'opera "La Maniera italiana in Sicilia", edita da Palumbo Editore.
"La sua 'verve', la sua natura plastica e sanguigna registra l'incontro del Manierisno continentale italiano con il gusto indigeno dell'espressione colorita e forzosa.
Indubbiamente - concluse Bellafiore - la reinterpretazione in chiave di vernacolo è a danno della qualità ma non della resa espressiva che si fa generosa e sonora...".  




sabato 24 maggio 2014

LA SICILIA DI GAETANO PAGANO

Paesaggi, riti, volti e gesti dell'isola di quarant'anni fa raccontati dalle immagini dell'etnofotografo palermitano ed esposte nel 1998 nella mostra "Scrittura di paesaggio" 

Venerdi Santo ad Alimena.
La fotografia è datata 1971 e si deve allo scatto di Gaetano Pagano.
Le sue immagini hanno fatto da scenario per circa dieci anni
ai recital che il Folkstudio di Palermo
ha presentato in Italia e all'estero.
L'interesse di Pagano verso la documentazione
 e la ricerca del patrimonio culturale siciliano
risale alla fine degli anni Sessanta dello scorso secolo

"Le scritture del paesaggio siciliano, delle campagne e del mare di Sicilia, delle città e dei piccoli centri, sono rappresentabili utilizzando codici estremamente diversi a seconda di chi quelle scritture vuole leggere ed interpretare.
Si può essere semplicemente fotografi ed occuparsi delle forme o etnografi e registrare puntualmente contenuti e loro articolazioni.
Si può, infine, tentare di essere etnofotografi e registrare sulla pellicola momenti significativi della cultura che si sta osservando all'interno del suo ambiente fisico che ne costituisce lo scenario naturale ed intimamente la condiziona".
Gaetano Pagano, nel 1970 tra i fondatori del Folkstudio di Palermo, così descrisse nel 1998 la sua ricerca fotografica condotta prevalentemente in Sicilia e con uno spiccato interesse verso l'uomo e le sue espressioni culturali tradizionali.

Venerdi Santo a Palagonia ( 1978 )

Vampa di San Giuseppe
nella borgata palermitana dell'Acquasanta ( 1978 )


Le fotografie riproposte da ReportageSicilia furono selezionate dallo stesso autore in occasione della mostra "Scrittura di paesaggio", allestita dal 18 al 31 marzo di quell'anno a Palermo all'interno della chiesa di Santa Maria dello Spasimo.
Nel presentare le immagini, Pagano scriveva ancora di essersi convinto che "i tratti peculiari del paesaggio siciliano vanno rappresentati - possono essere rappresentati - anche da momenti di duro lavoro, di spensierata gioia, di incontri rituali".
Quindi l'autore degli scatti - fondatore di un archivio fotografico presso l'Istituto di Geografia dell'Università di Palermo - fornì una precisa lettura delle fotografie presentate dalla mostra e riproposte in questo post.

Gara di traino nelle campagne di Partinico ( 1975 )

Battitura dell'aia a Corleone ( 1971 )


Il passare dei decenni, se da un lato assegna oggi a quelle fotografie il valore di un documento storico, dall'altro non impedisce di osservarle riflettendo sulla progressiva scomparsa di quel mondo popolare descritto allora da Pagano.
"Diviene agevole intravedere dietro le linee geometriche delle restuccie bruciate - osservava l'etnofotografo - il lavoro dell'uomo segnato dal tempo e dalle stagioni in una sorta di dialogo con la terra e con le pietre; o intuire dietro la bucolica rappresentazione dell'uomo che, nella solitudine e nel silenzio, percorre, avanti e indietro, i segni dell'aratura le ansie e le preoccupazioni di una vita segnata dall'indeterminatezza quotidiana; leggere la campagna siciliana percorrendo la fatica dell'uomo che a stretto contatto fisico con l'animale rimane ore e ore a girare all'interno dell'aia per la battitura del grano.
Ma la campagna è spesso anche momento di gioia e teatro di competizioni. E' il caso delle gare di traino che vede impegnati gruppi di carrettieri in una sorta di processione per viottoli che si inerpicano lungo alture e colline, dietro ad un carro carico di diversi quintali e che un cavallo da tiro deve essere capace di trascinare per qualche chilometro e nel rispetto di una precisa grammatica procedurale.
Così come per il mare siciliano non può esservi rappresentazione che non includa il segno della tonnara e degli uomini che in essa prestano la loro sapiente opera.

Sopra e sotto,
mattanza a Bonagia ( 1971 )



La foto rappresenta il raisi, il capo riconosciuto della ciurma ( era ancora così circa venti anni fa, ora lo è meno poiché la mattanza da momento di lavoro collettivo è divenuta essenzialmente rappresentazione per turisti ) mentre si accinge ad assicurare la sua muciara al resto delle imbarcazioni che costituiscono il quadrato per dare inizio alla vera e propria mattanza, alla cattura del tonno e al loro carico sulle grosse imbarcazioni da parte dei remiggi.
La foto presentata rappresenta un omaggio alla maestria con la quale questi uomini sapevano muoversi, sincronizzando movimenti e dando vita a sinergie che facevano della cattura del tonno uno 'spettacolo'.

Aratura a Baucina ( 1971 )

Adesso non è più così ed ogni tonno, anche se di piccole dimensioni, viene issato a fatica e segnato crudelmente da arpioni che mani inesperte hanno ormai reso strumento di tortura.
Ed il paese dell'entroterra? 
Cosa è se non lo si legge e lo si interpreta come comunità controversa e variamente articolata, anche attraverso lo sguardo timoroso delle donne che si avviano al Calvario o attraverso la gioia scomposta dei ragazzini in processione?
E la grande città non è forse caratterizzata ancora dalla presenza di borgate e quartieri che, seppure ormai assediati da enormi palazzi ed insediamenti abitativi, vivono una autonoma identità culturale, orgogliosamente manifestata e rappresentata in contesti e paesaggi sempre meno tradizionali e sempre più disarticolati?".

Campagna ennese ( 1978 )

Nove anni dopo l'allestimento delle fotografie di Gaetano Pagano allo Spasimo, così lo studioso Ignazio Buttitta avrebbe definito l'attività dell'etnofotografo palermitano:
"La straordinaria qualità delle immagini di Gaetano è quella di essere stata realizzata con passione e partecipazione, con conoscenza dei processi e dei saperi che guidano i gesti e seguono i volti.
Questo le rende assolute, sottraendole ai privati vissuti e facendole assurgere a simboli, senza luogo e senza tempo, del lavoro dell'uomo".

        
   

venerdì 23 maggio 2014

SICILIANDO














"Gli elettori facciano sì che la Sicilia non sia ancora una volta terra di colonia, 'terra di rapina', come la definì la scrittrice siciliana Giuliana Saladino.
E che pensino che il progresso e la civiltà, e anche lo sviluppo economico, si possano raggiungere solo collettivamente, sentendosi membri di una società, sentendosi cittadini"
Vincenzo Consolo

mercoledì 21 maggio 2014

I VOLTI NASCOSTI DI FRANCO E CICCIO

Dolente l'uno, caustico l'altro: tolte le maschere da guitti dello spettacolo, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia così si scoprirono in una rara intervista concessa nel 1972 alla "Domenica del Corriere" 

Franco Franchi e Ciccio Ingrassia
in una foto sul set di uno dei loro innumerevoli film.
Le immagini di questo post sono tratte
da un articolo della "Domenica del Corriere"
pubblicato il 21 marzo del 1972.
ReportageSicilia ripropone le interviste
ai due attori palermitani allora realizzate
dalla giornalista Giovanna Grassi

Nel marzo del 1972 Franco Franchi - nome d'arte di Francesco Benenato - e Francesco "Ciccio" Ingrassia avevano 44 e 49 anni.
La coppia era allora all'apice della notorietà. 
Nel 1967 si era presentata alla ribalta televisiva in "Partitissima", conquistandosi i favori del pubblico e i primi giudizi sprezzanti dei critici, che li avevano bollati come "mestieranti della risata" o "guitti con cervello da ragionieri"
Incuranti di quegli apprezzamenti, Franchi aveva inciso numerosi dischi ed era arrivato secondo ad un Festival di Napoli con il motivo "Il divorzio"
Ingrassia, sempre nel 1972, aveva invece ottenuto buone recensioni per la sua interpretazione della tragica figura di vittima della mafia nel film di Florestano Vancini "La violenza, quinto potere".



Entrambi avevano da poco registrato il teleromanzo "Pinocchio" nei ruoli del Gatto e della Volpe, oggi ricordato come una delle più apprezzate produzioni Rai del periodo.
L'incessante proposta di film incentrati sulla loro semplice forza caricaturale, relegava tuttavia Franchi ed Ingrassia ai margini delle considerazioni della critica più ortodossa.     
Da tempo residenti a Roma, agli inizi di quel 1972 i due attori palermitani stavano per completare negli studi De Paolis le riprese del film "I 2 gattoni a 9 code... e mezza ad Amsterdam", parodia de "Il gatto a nove code" di Dario Argento.
Diretti dal romano Osvaldo Civirani ( nelle locandine il suo nome era nascosto dalla pseudonimo di Richard Kean ), Franchi ed Ingrassia stavano per raggiungere in quei giorni il traguardo dei 110 film a basso costo ed a scarsa qualità artistica.
La pellicola, prodotta in un paio di settimane grazie ad un budget di 60 milioni di lire, non ha lasciato il ricordo di particolari meriti cinematografici. 
Durante le riprese, tuttavia, i due - che in quel film interpretavano il ruolo di giornalisti - rilasciarono ad un cronista una delle rare interviste concesse in quegli anni alla stampa. 
"Franchi ed io - spiegò allora Ciccio - non concediamo mai interviste, non ci siamo mai per nessuno. Sa perché? Perché nessun giornalista ha mai scritto la verità su di noi e tutti si sono sempre divertiti a fare sfoggio di cultura alle nostre spalle".
A vincere la riluttanza dei due attori ed a firmare il reportage fu Giovanna Grassi, che avrebbe pubblicato l'articolo sulle pagine del "Domenica del Corriere" del 21 marzo del 1972 con il titolo "Il nostro vero pubblico è quello dei bambini".
Oggi ReportageSicilia ripropone buona parte di quella testimonianza giornalistica e le fotografie che illustrarono il servizio della Grassi
Le risposte dei due attori - dolenti quelle di Franchi, spesso caustiche quelle di Ingrassia - restituiscono un volto poco noto di entrambi, diverso da quello ridanciano consegnato a pubblico e censori dai loro film. 
L'inviata del settimanale avvicinò Franco e Ciccio durante una pausa tra un ciak e l'altro.
Il primo si era rinchiuso nel suo camerino; seduto su un divano di plastica, mangiava pasta e fagioli servendosi con un mestolo da un grande pentolone. 
Il secondo, nascosto dietro una tenda del ristorante della De Paolis, era concentrato al tavolo di una partita a scopone scientifico insieme ad alcuni tecnici di produzione.
Terminato il suo pranzo, fu Franco Franchi a rispondere per primo alle domande della giornalista, non senza sottoporsi all'ennesimo ricordo dei duri tempi della gavetta in strada a Palermo ed in altre piazze della Sicilia, quando i due "guitti" attingevano a piene mani al repertorio di Totò e Rascel.




GRASSI
"Riuscivate a far ridere le persone?"
FRANCHI
"Sì, e ci riusciamo ancora. Magari un pò meno perché ridiamo meno anche noi. Io, poi, non ho mai riso. Mi sentivo un ignorante, un burino e soffrivo. Perché dentro di me c'erano e ci sono cose belle. Ho letto tanto, sa, studiato, viaggiato. E sono diventato ancora più triste. Da due anni ho smesso di leggere per non diventare infelice del tutto. Vede quella chitarra? Me la porto sempre dietro. La musica mi piace, non mi stanca mai. Ho centinaia di canzoni scritte e musicate da me nei cassetti; a casa mia invito dei quartetti d'archi, dei violinisti celebri. Ascolto Bach, Brahms. Colleziono dischi d'operetta"

GRASSI
"Ha una bella casa?"
FRANCHI
"L'avevo comperata, una casa nobile ai Parioli. Era triste, mi annoiavo. Sono tornato nel quartiere Tuscolano, in via Cave. Sulle scale c'è odore di questo minestrone, ma io mi sento a casa. Ho una bella macchina, una Maserati. E' una delle mie poche debolezze. Ho i miei due bambini, Maria Letizia di undici anni e Massimo di sei, che occupano ogni mio momento libero. Spero che non mi pugnalino mai in futuro alle spalle: io non mi vergogno del mio lavoro, loro non si vergogneranno mai di me. Ingrassia ed io abbiamo detto di non a decine di pellicole 'nude', a tutti i 'decameroncini' sessuali. Magari la nostra satira è un pò volgare: ma tutto si ferma lì. I bambini sono il nostro vero pubblico"

GRASSI
"La imbarazza la bruttezza?"
FRANCHI
"Io sono sempre stato bene così. Anche un rospo, un topo, sono sicuro, potendo, non cambierebbero le loro sembianze. Ho gli occhi rotondi, i denti malformati, ma sono franchi. Mi piace Marlon Brando, questo sì. Lo ammiro come attore e la sua faccia mi affascina. Sordi, Tognazzi, Manfredi? No, non sono comici, ma attori legati a situazioni comiche. Io vaso a rivedermi Buster Keaton: entro alla chetichella, quasi vergognandomi, mi siedo nelle ultime file, sono capace di vedere tre volte di seguito un suo film: e, vedendolo, piango. No, non per allegria, ma per malinconia"

GRASSI
"Perchè continuate a girare questi filmacci?"
FRANCHI
"Non sono filmacci, ma film come tanti altri. Li facciamo in due settimane, a getto continuo, è vero. Ma anche i giornalini per ragazzi escono tutte le settimane. D'altro canto, quando abbiamo girato il film 'impegnato', 'Principe coronato cerca ricca ereditiera', è stato un fallimento"




GRASSI
"Rimpianti?"
FRANCHI
"Sì: avere interpretato una brutta edizione di 'Don Chisciotte'. Rifare bene quel film è il sogno più vero di Ciccio e anche il mio. Noi siamo Don Chisciotte e Sancho Panza. Io ho anche problemi religiosi, per non parlare poi di quelli morali. Le tentazioni sono tante. Non vado mai a una festa, sa? Mai fotografato Franchi in un night o a una prima: sono un asociale. Lo rimarrò tutta la vita anche se la gente pensa che sia un estroverso, uno dalla cadenza dialettale e dalla trovata comica facile"
INGRASSIA
"Neanch'io vado mai alle feste. Di noi tutti sanno tutto e nessuno sa nulla. Ci catalogano con facilità: ignoranti, guitti. I soldi non hanno cambiato la nostra vita, il successo non ci ha consumati dentro. Siamo ancora come ai tempi dell'avanspettacolo, forse solo un pò più amari, un pò più disincantati. L'avanspettacolo è morto. Vici De Roll non c'è più, la gente non va all'Ambra-Jovinelli o al Volturno. Cerca gli spogliarelli, il sexy facile. Franchi ed io ci guardiamo negli occhi, litighiamo per delle battute, ma riusciamo sempre a ritrovarci. E i bambini ci scrivono dopo avere visto 'I due sergenti del generale Custer', 'Due mattacchioni al Moulin Rouge', 'I due toreri'"
GRASSI
"Siete però sottoposti ad uno sfruttamento intensivo..."
INGRASSIA
"Sì, ma lo facciamo alla luce del sole e in buona fede. Senza camuffamenti intellettuali, che spesso riescono a rovinare quanto c'è di bello e vero nelle cose"
GRASSI
"Lei però veste con ottime giacche di tweed inglese, indossa maglioni di cachemire e calza scarpe di cuoio grasso. Poco fa mi ha confessato di leggere attentamente Alberto Moravia e di ammirare incondizionatamente Laurence Olivier..."
INGRASSIA
"E con questo? Dovessi leggere cento libri, studiare filosofia e recitare con Michelangelo Antonioni continuerei a girare film come 'I due mafiosi contro Al Capone'. Forse non sono Charles Chaplin, ma anche i tempi sono cambiati. Nel Sessanta siamo riusciti a far ridere, nel Settanta continuiamo a cercare di far sorridere gli italiani. La nostra non sarà una comicità universale, ma rimane pur sempre una forma di comicità"
GRASSI
"Ma non la spaventa invecchiare? Che cosa vuole dalla vita?"
INGRASSIA
"Ho 49 anni, ma il tempo si è fermato a circa dieci anni fa, quando il regista Mattoli credette per primo in me e Franchi. Credo di avere avuto già tutto dalla vita, non voglio molte altre cose. Vuol sapere se mi capita di sentirmi cretino sul set dei miei film? Sì, certo, a volte mi capita. Ma anche Leonardo da Vinci si sentiva cretino, a volte, nella vita. Eppure era un genio"
GRASSI
"Se tutti scrivessero che voi fate i tonti e gli allegri solo per guadagnarvi da vivere, il pubblico, i bambini potrebbero sentire odore di truffa..."
INGRASSIA
"Non è un peccato esaurire tutta la propria allegria sul lavoro, al massimo è una forma di onestà professionale. I nostri sono film poveri, non raffinati, e riescono a far ridere i poveri ed i ricchi: è già una grande vittoria. Ci siamo vestiti da principi, da ladri, da leoni, da frati e la gente, in cento cinematografi di periferia, ha continuato a voler bene solo a noi due. Franco Franchi e Ciccio Ingrassia"




Nel 1984, dodici anni dopo l'intervista rilasciata alla "Domenica del Corriere", Franco Franchi e Ciccio Ingrassia - reduci da liti e riappacificazioni - sarebbero stati chiamati dai fratelli Taviani sul set di "Kaos".
L'interpretazione della novella di Pirandello "La giara" li avrebbe riabilitati agli occhi della critica ufficiale come veri attori.
Molti anni prima, però, il regista Luigi Comencini aveva già pronunciato un giudizio definitivo su Franco e Ciccio:
"Sono due grandi attori, sono due uomini di spettacolo appassionati e sinceri".


    


     

lunedì 19 maggio 2014

DISEGNI DI SICILIA


CORRADO CAGLI, Eruzione dell'Etna 

sabato 17 maggio 2014

L'INCANTAMENTO DI CALTABELLOTTA

Quattro fotografie di Melo Minnella dedicate al paese agrigentino che Matteo Collura nel 1984 definì "la più bella delle città al mondo visitate"

Vecchi tetti di abitazioni
nel centro storico di Caltabellotta, nell'agrigentino.
Le fotografie di Minnella riproposte da ReportageSicilia
furono pubblicate nel 1964 nel numero 35 della rivista "Sicilia"

Nel 1984 il paese di Caltabellotta venne citato da Matteo Collura nel saggio "Sicilia sconosciuta, cento itinerari insoliti e curiosi", edito da Rizzoli.                                    Nel suo personale reportage alla scoperta dell'isola meno nota ai viaggiatori, Collura inserì la visita della località dell'agrigentino fra gli "Itinerari d'autunno", non senza aggiungere questo personale giudizio:
"Caltabellotta: qui giunti, consentiranno i lettori all'autore di questa guida una eccezione, e gli lasceranno dire che questo aereo paesino nell'entroterra di Sciacca, in provincia di Agrigento, è per lui il più bello, non soltanto della Sicilia, ma delle città del mondo finora visitate.


La Chiesa Madre,
di origine normanna e con un portale ogivale

E non è per il paesaggio, vastissimo, che da qui si domina, e neanche per la disposizione a mite presepe dell'abitato, ma per una indefinibile atmosfera di pace e di incantamento. 
Si vaga, a Caltabellotta, tra passi rupestri, balze che sono balconi protesi su un infinito terrestre e marino, dolci pianori dove si affacciano chiesette semidistrutte, ma eleganti e discrete; e si incontrano, qua e là necropoli preistoriche, al riparo di rocce, e grotte ed eremi di santi, e avanzi di fortificazioni normanne, e tracce di insediamenti bizantini. Caltabellotta è un gioiello custodito da una chiostra rupestre".


La Chiesa Madre
dal castello dei Luna

Vent'anni prima dell'elogio espresso da Collura, il fotografo agrigentino Melo Minnella aveva dedicato a Caltabellotta un reportage di immagini in bianco e nero.
Quelle quattro fotografie - oggi riproposte da ReportageSicilia - furono pubblicate nel settembre del 1964 sul numero 35 della rivista "Sicilia", edita dall'Assessorato al Turismo, Spettacolo e Sport della Regione Siciliana.
Gli scatti di Minnella illustrarono un articolo dello studioso svizzero Jakob Job ( autore nel 1971 del libro "Sicilia", edito in Italia da Edizioni Silva ) dedicato alle vicende storiche di Caltabellotta.

La chiesa di Santa Maria della Pietà

Job ricostruì la millenaria successione di eventi del paese, ricordando che qui, nel 1302, venne siglato il trattato di pace fra Federico II d'Aragona e Carlo di Valois che fece terminare la guerra del Vespro, lasciando al primo la Sicilia.    
Le immagini di Minnella furono dedicate alla storica architettura della località: l'evocazione delle secolari vicende che si svolsero fra questi antichi edifici è rafforzata dall'assenza di figure umane, in quel contesto di "incantamento" descritto da Collura. 
Pochi mesi prima di quel reportage - nell'estate del 1963 - Caltabellotta era stata al centro delle cronache cinematografiche italiane: nell'estate del 1963, "l'aereo paesino" decantato anni dopo da Collura aveva infatti ospitato parte delle riprese di "Sedotta e abbandonata" di Pietro Germi.


  
                                                                               

giovedì 15 maggio 2014

LA PASTORALE SOLITUDINE DI ENNA

In tre fotografie pubblicate nel 1930 nell'opera "En Sicile" di Gabriel Faure la visione rurale di una città ancora legata alle descrizioni ottocentesche


"La sera Don Filippo ( qui tutti chiamano Don ) ci accompagnò ad una corsa di cavalli, dove potemmo vedere la maggior parte della popolazione cittadina. Le donne vi accorsero in gran numero, se non in gran bellezza: il loro costume non aveva nulla di notevole; quello degli uomini era singolarmente brutto.
Consisteva in una giacchetta corta, pantaloni e ghette di rozza tela di Frisia nera, un panciotto bianco e un berretto di cotone che in Inghilterra chiameremmo berretto da notte, e sandali fatti di pelle d'animale con i peli ancora attaccati...".
Con queste notazioni di costume, nel 1850 il marchese irlandese di Ormonde John Butler descrisse gli abitanti di Castrogiovanni - allora il nome di Enna - nell'opera "An autumn in Sicily"


Butler è ricordato come uno dei non frequenti visitatori stranieri di Enna del passato; le immagini della città riproposte da ReportageSicilia le restituiscono un volto non molto dissimile da quello osservato dal nobile irlandese.
Gli scatti sono tratti dall'opera di Gabriel Faure "En Sicile", edita nel 1930 da B.Arthaud a Grenoble.


Appena tre dopo la pubblicazione di queste fotografie, Giuseppe Antonio Borgese avrebbe così scritto di Enna:
"Nella parte interna ( della Sicilia ), solitudini pastorali; città, borghi severi incastellati su picchi, su crinali di monti, anche a mille metri sul mare, anche più in alto; Enna, acrocoro dell'Isola, ricorda il mistero orfico di Proserpina rapita e ridata; le primavere esplodono con fioriture selvagge".  
    

lunedì 12 maggio 2014

L'EPOPEA POTASSICA DI SAN CATALDO

Un reportage del TCI firmato da Giuseppe Tarozzi e Carlo Anfosso illustrò nel 1962 le speranze poi sfiorite dello sviluppo dell'attività mineraria nel nisseno

Operai al lavoro nella miniera
di kainite di San Cataldo,
sfruttata dalla Montecatini a partire dal 1953.
Dalla lavorazione del minerale si ottenevano
fertilizzanti potassici per uso agricolo.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
illustrarono un reportage pubblicato nel luglio del 1962
dalla rivista del TCI "Le Vie d'Italia"

Fu negli anni Cinquanta dello scorso secolo che un Piano Quinquennale del governo regionale consentì l'ingresso di grandi imprese nazionali nel settore dell'industria, a beneficio principalmente dell'ENI.
In un clima di pressioni politiche incrociate, nell'isola sbarcarono allora altri importanti gruppi italiani come Montecatini, Edison ed Italcementi; a loro favore, l'Istituto Regionale per il Finanziamento alle Imprese in Sicilia ( IRFIS ) concesse un totale di 21 miliardi e 910 milioni di lire, quasi la metà delle erogazioni stabilite a tutto il 31 dicembre del 1957.
In questo contesto alcune aree della Sicilia furono protagoniste di una "rivoluzione industriale" mirata in primo luogo a sfruttarne le risorse petrolifere e minerarie: un'attività a medio-lungo termine che nel giro di pochi decenni si sarebbe esaurita senza concedere duraturi benefici alle economie locali.
Fra gli esempi di questa politica di sviluppo vi fu la creazione di stabilimenti per l'estrazione della kainite e la produzione di fertilizzanti potassici fra San Cataldo e Campofranco, in provincia di Caltanissetta.


Sopra e sotto,
due aspetti degli impianti minerari di San Cataldo.
Nel 1962, la produzione di sali potassici
raggiunse il 73 per cento di quella complessiva in Italia



L'attività venne avviata dal Gruppo Montecatini dopo la scoperta dei giacimenti di kainite a San Cataldo nel 1953,  con un investimento di oltre 15 miliardi di lire.
Negli anni seguenti, gli impianti nisseni diventarono la principale fonte di produzione di sali potassici in Italia, con un picco di 785.000 tonnellate nel 1962, pari al 73 per cento dell'intero ricavato nazionale. 
Per questo motivo - oltre che per evidenti ragioni promozionali del Gruppo Montecatini - San Cataldo e Campofranco meritarono in quegli anni attenzioni giornalistiche e documentarie come quelle riproposte nel post da ReportageSicilia.
L'articolo in questione venne pubblicato dal mensile del TCI "Le Vie d'Italia" nel luglio del 1962, con il titolo "La Sicilia ha il potassio".

Sopra e sotto,
gli impianti di Campofranco,
utilizzati per la trasformazione della kainite in sali potassici.
Una teleferica poggiata su 150 piloni e lunga 18 chilometri
la collegava alla miniera di San Cataldo



Il giornalista milanese Giuseppe Tarozzi ed il fotografo Carlo Anfosso non elencarono soltanto i numeri e aspetti tecnici della frenetica attività di estrazione e lavorazione della kainite.
Il loro racconto fu ricco infatti di notazioni sociologiche e di costume su una zona della Sicilia che cinquant'anni fa, allora più di oggi, era ai margini delle attenzioni del Paese.
L'attacco di Tarozzi - cronista proveniente da una realtà milanese in piena ascesa da boom economico - - chiarisce subito l'approccio all'isola di quel periodo, ostile e disperante:
"Un'altra volta in Sicilia, un'altra volta questa terra che da subito, fin dal primo contatto, dà di sé una rappresentazione tragica, dura, violenta. Non foss'altro per i colori così accesi, netti, senza sfumature. Oppure per l'aspetto della gente del popolo, sempre chiuso e taciturno. O per i vestiti dei contadini, di panno nero, la coppola calata sulla fronte, l'aria distratta, svagata dietro ai propri pensieri. Un'altra volta la Sicilia, dunque. Alla ricerca dei cambiamenti, del progresso, del risveglio economico e industriale. E un'altra volta a contatto con la miseria più totale che ci sia in questa nostra dolente parte d'Italia...".


Un operaio in miniera,
ad una profondità di 500 metri.
All'epoca del reportage del TCI,
gli impianti davano lavoro ad oltre 600 persone

Il viaggio di Tarozzi verso le arse campagne nissene ricorda ancora le allora recenti pagine del paesaggio isolano del "Gattopardo":
"Fa caldo, la campagna è addormentata sotto il sole, il verde dei prati e degli alberi inclina a tinte smorzate. 'Ancora poche settimane di verde' dice chi ci accompagna, 'e poi tutto diventerà giallo, bruciato dal sole. Sarà come un'ossessione'. 
La macchina corre per una strada tutte curve e buche. Una strada stretta e smangiata agli orli, dove l'asfalto sparisce e lascia riaffiorare il vecchio fondo da 'trazzera', da strada borbonica. E così il traffico viene rallentato, l'economia dei vari centri ne soffre, i paesi rimangono troppo isolati fra di loro. E, tanto per fare un esempio diretto, tra Palermo e Caltanissetta, due città che distano appena centocinquanta chilometri, ci si deve impiegare più di tre ore.


Un gruppo di operai a San Cataldo.
Nella didascalia del reportage di Tarozzi e Anfosso si legge:
"Sono uomini soddisfatti, tranquilli, uomini con un futuro.
E forse è questo il significato più vero
e più profondo della miniera..."


E Caltanissetta continua a essere, anche per questo, un dimenticato, povero, squallido centro della provincia italiana.
Di fronte a noi il paesaggio si apre e si chiude come un ventaglio. A volte è una sfilata di dossi brulli, aspri scoscesi, tagliati a colpi secchi e lunghi; a volte un susseguirsi di teneri e ondulati prati che si muovono sotto il vento; a volte la strada si infila, come un lungo serpente, fra alte pareti di grigia pietra. 
In giro non si vede anima viva, i campi sono come abbandonati. Poi, ogni quindici o venti chilometri, si incontrano dei contadini, a gruppi di tre o quattro, generalmente su dei magrissimi muli, ma anche a piedi.
Oppure branchi di pecore, con un pastore e qualche bambino, o delle capre. Il traffico è assai ridotto, e così c'è un gran silenzio, solo questa campagna deserta, e poi ancora campagna. Anche i paesi sono distanti fra di loro. 
Non esiste, come al nord, la classica sequela di piccoli centri che, ogni cinque o dieci chilometri, costellano la campagna di case e tetti e campanili. Qui le distanze si fanno più grandi, e fra un paese e l'altro corrono almeno trenta o quaranta chilometri, e i centri sono grossi ( dai cinque ai ventimila abitanti ) e tutti miseri, con case fatte di tufo, o di pietra grigia, senza colori, coi tetti simili ai muri, con le persiane grige anch'esse e, quasi sempre, chiuse. E fiori sui davanzali non se ne vedono, e la piazza del paese non ha la classica fontana e non c'è il monumento ai caduti. Solo qualche grande palazzo barocco, ormai cadente, dove una volta ci venivano i ricchi, da Palermo, per la caccia, oppure a passarci quei trenta giorni di settembre...".


Due immagini di Campofranco.
"La scoperta della kainite, l'apertura dello stabilimento
per la lavorazione del minerale e per il ricavo del potassio -
si legge ancora nel reportage del TCI - hanno acceso la speranza
di queste popolazioni, hanno svegliato la fantasia,
hanno dato una spinta alla volontà"



In quell'immobile paesaggio siciliano, nella secolare arretratezza dei suoi costumi e della sua gente, Giuseppe Tarozzi individuò negli impianti della Montecatini il segno di una nascente modernizzazione.
"Vediamo come. Basta che un contadino, uno dei tanti contadini, alzi gli occhi al cielo e guardi la teleferica San Cataldo-Campofranco che trasporta la kainite dalla miniera allo stabilimento di produzione.
Questo è un simbolo, e molto chiaro, di quello che sta succedendo da queste parti. Tra San Cataldo e Campofranco ci sono trenta chilometri di strada, ma con la teleferica la distanza è di diciotto chilometri.
La teleferica che poggia su 150 piloni trasporta 2.800 tonnellate di kainite al giorno. Il carrello trasportatore fa tre metri al secondo. Un carrello porta 1.200 chili, e ognuno di questi carrelli parte distanziato di 28 secondi dall'altro.
Perciò a Campofranco arrivano ogni 28 secondi 1.200 chili di kainite, che vengono immessi immediatamente in lavorazione. Per compiere i suoi diciotto chilometri un carrello impiega un'ora e 40 minuti.
Questo vuol dire la teleferica; ecco cosa vuol dire la miniera di San Cataldo, dalla quale si estraggono dalle 3.300 alle 3.500 tonnellate di kainite al giorno.
Già 630 operai vi lavorano, e ogni operaio in media guadagna sulle 80 mila lire al mese, una cifra abbastanza buona per un posto dove la vita non è certamente molto cara, e dove la mensile del reddito si aggira - e non sembrerebbe neppure vero - sulle 15 mila lire pro capite.
L'amministrazione della miniera, così, immette ogni mese dai 60 ai 65 milioni fra paghe e stipendi agli operai e agli impiegati. E sessanta milioni sono tanti, tantissimi, per un mercato dei consumi che era fra i più bassi non solo d'Italia, ma della Sicilia...". 

Il reddito della miniera di San Cataldo - sottolinea ancora Tarozzi nel suo reportage - fece aumentare da uno a tre le banche e da una a sei le macellerie. 
Nelle aule delle due scuole elementari e di una media unificata però, "mancano i vetri alle finestre, il materiale didattico è assolutamente insufficiente, non c'è riscaldamento interno, tanto che è possibile vedere i piccoli alunni, d'inverno, recarsi a lezione con il loro scaldino di rame o di ferro e tutti infagottati nelle coperte e negli scialli; i servizi igienici sono in condizioni primordiali e assai poco 'igienici' per la frequente carenza d'acqua".
L'estrazione della kainite insomma di per sé non riusciva a garantire lo sviluppo di San Cataldo, dove le abitazioni non offrivano una vivibilità migliore rispetto a quella delle scuole e dove le attività agricole producevano scarse quantità di grano e fave.       
"Finito il nostro giro nella miniera - considerò infine Giuseppe Tarozzi -  siamo tornati a San Cataldo. Era come fare un tuffo nel passato. Quelle case, quelle strade del paese tutte rotte, sconnesse, quell'aria di depressione e di abbandono, stridevano a confronto di quanto avevamo appena visto.
La Montecatini, l'ENI, e tutte le altre industrie che sono venute qua a portare lavoro e fabbriche e concetti nuovi, non bastano.
Bisogna anche la Regione e lo Stato intervengano decisamente. Che si creino le infrastrutture, che si elimino gli sprechi, che si aiuti l'azione dei grandi complessi sveltendo le pratiche burocratiche, costruendo strade, alberghi, scuole, acquedotti. Che si inquadri il tutto in un'azione unitaria, organizzata, guidata.
L'iniziativa privata e quella pubblica non possono battere in Sicilia strade diverse...".
La visione lungimirante e pragmatica di Giuseppe Tarozzi sul futuro di quest'angolo di Sicilia, per vari motivi, non avrebbe trovato un compimento.
Dopo la fusione tra la Montecatini e la Edison - nel 1966 - le attività estrattive a San Cataldo furono oggetto di accordi con la Sali Potassici Trinacria e con l'Ente Minerario Siciliano.
Nel 1978, la Montedison abbandonò gli impianti e la loro proprietà passo di mano ancora sino al luglio del 1988 alla Ispea, l'Industria di Sali Potassici ed Affini di Palermo.
Da allora, le miniere e le gigantesche attrezzature per il loro sfruttamento vivono in stato di totale abbandono e degrado.
L'unica appendice ancora viva di quell'epopea industriale è rappresentata da un'inchiesta della magistratura nissena sulla presenza degli scarti di lavorazione nei pressi della miniera di Bosco Palo.
Entrato in servizio nel giugno del 1964, di questo giacimento rimangono quattro milioni di metri cubi di sali di potassio che al contatto con la luce solare e con i fulmini sono diventati radioattivi. 
Le operazioni di bonifica non sono mai state avviate.
Di una delle più grandi attività minerarie d'Europa, insomma, non sono rimasti che gli impianti corrosi dalla ruggine ed i danni ambientali provocati dalla pessima gestione degli scarti di lavorazione: la radicata incapacità siciliana di promuovere il proprio sviluppo, riproposta e ben visibile oggi nelle campagne tra San Cataldo, Serradifalco e Campofranco.