lunedì 30 giugno 2014

LA PENITENZIALE BELLEZZA DI ERICE

Nel 1953 un reportage di Leone Lombardi illustrò la contraddizione fra il dissoluto passato mitologico e l'attuale aspetto monastico del borgo trapanese

Una donna percorre una stradina di Erice.
La fotografia è di Vincenzo Scuderi
ed è tratta dal II volume dell'opera "sicilia",
edita nel 1962 da Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini

"I turisti che girano la Sicilia in tre giorni, issati sui torpedoni come i soldati di Pirro sugli elefanti, fanno una corsa sola da Segesta ad Agrigento e anche i più dotti pensano che di Erice si sa abbastanza quando si sono letti Strabone e Cicerone, e che non vale la pena dell'arrampicata.
Taormina rappresenta per il turista la Mecca dei panorami e questa convinzione permette agli abitanti di Erice di vivere in santa pace, proprietari di quello che è forse il più bel panorama del mondo.
Nel recinto dell'antico tempio, fra le torri del castello medievale che si addenta alla terra con le fondamenta dell'antico fortilizio cartaginese, la gente di Erice gioca pacificamente a bocce".
Con queste ironiche notazioni, il giornalista Leone Lombardi arricchì uno dei più acuti e sensibili reportage mai scritti su Erice; era il 1953, e il suo articolo venne pubblicato sul numero di giugno della rivista "L'Illustrazione Italiana", con il titolo "Ricordo di Venere".

Un cortile di una abitazione ericina.
La fotografia venne pubblicata nel 1930
nell'opera di Gabriel Faure "En Sicile",
edita a Grenoble da B.Arthaud

Della cittadina issata a ottocento metri sul mare trapanese in tanti hanno scritto, viaggiatori con il pallino della letteratura e cronisti di riviste e giornali; eppure, in pochi - e Leone Lombardi è uno di loro - sono riusciti a cogliere l'anima segreta che il mito e la storia hanno assegnato ad Erice
La bellezza del luogo è simile a quella di una pietra d'onice, severa nell'architettura delle vie strette, dei cortili chiusi alla vista e della pietra utilizzata per costruire palazzetti e chiese.
Questa architettura conventuale, aperta alla luce del sole da grate di ferro, nulla lascia immaginare dei tempi lontanissimi in cui Erice ospitava un santuario dedicato alla divinità chiamata Astarte dai fenici, Afrodite dai greci e Venere dai romani.


Un palazzetto nobiliare nel centro storico ericino.
L'immagine è di Patrice Molinard ed è tratta dall'opera
"La Sicile", edita a Parigi nel 1957 da Del Duca

Sino alla fine del paganesimo, in quest'angolo della Sicilia oggi d'aspetto claustrale un gruppo di sacerdotesse avrebbe praticato la prostituzione sacra. 
Sembra quasi che nei secoli successivi Erice abbia cercato espiazione assumendo l'aspetto penitenziale che colpì Leone Lombardi.
Qui non si trova la Sicilia solare e chiassosa nelle forme architettoniche e nel comportamento delle persone; piuttosto, Erice è il luogo del silenzio e del riserbo, sferzato dalle raffiche di vento e dalla corsa delle nuvole che riempiono di foschia le strette stradine del centro storico.


Un'immagine ericina firmata da Pedone
e pubblicata nel 1965 nell'opera
"Italgeo-Sicilia" edita da Bonetti editore Milano 

"Il paese issato sul vecchio monte sacro a Venere - si legge nel reportage di Lombardi -  vive in amara penitenza, e, contro alle tentazioni del mare, innalza la difesa delle sue croci in ferro arrugginite in cima ai campanili incappucciati di monastica pietra grigia. Ha fatto di tutto per dimenticare. 
Ha chiuso le sue donne in cortili inaccessibili: a parlare con chi?
Forse solamente con l'edera.
Cosa si viene a cercare ad Erice?
Il ricordo di Venere? 
Si trova il silenzio estremo delle sue viuzze attorte, obbedienti al pendio di roccia originario: e non si trova una sola porta che non sembri quella di un eremo.
Si cammina a lungo sui selciati canori di piccole pietre disposte a intarsi quadrati. 
Per piazza San Domenico, per via San Rocco, per via Hernandez, la strada si dipana fra nomi di santi e di piccola nobiltà locale. Vicoli lunghi dieci metri, venti, cinquanta, vigilati dai balconi barocchi di pietra tarlata dal vento, stretti fra le mura che chiudono nei giardini segreti il fiorire dei mandorli.
Sul ciglio deserto degli spalti, dove stavano i balestrieri di guardia, ridono le margherite gialle.
Le chiese, ai crocicchi, in vicoli larghi due metri, sembrano amiche ferme a confidarsi segreti.
Le donne chiuse nei loro scialletti neri portano la mano dei loro bambini alle labbra e alla fronte, per disegnare il gesto di un bacio benedicente, ogni volta che passano davanti ad un'immagine sacra".


   

    

venerdì 27 giugno 2014

LAMPEDUSA E LA CONQUISTA DEI "FOKKER"

Un reportage della "Domenica del Corriere" del 1970 racconta i cambiamenti economici e di costume dopo il recente avvio dei collegamenti aerei da e per l'isola

Il decollo di un "Fokker" dell'ATI
sul mare di Lampedusa.
I collegamenti aerei con l'isola delle Pelagie
e con la vicina Pantelleria risalgono
alla seconda metà degli anni Sessanta.

Il settimanale del "Corriere della Sera"
dedicò all'argomento un reportage firmato da Bruno Rossi

Il rumore assordante dei due motori ad elica regalava al passeggero la sensazione di un viaggio pionieristico, in anni in cui i propulsori a reazione assicuravano voli più veloci e silenziosi.
Eppure, per nulla al mondo gli abitanti di Pantelleria e Lampedusa a partire dal 1968 avrebbero mai rinunciato al privilegio di un collegamento rapido e costante con la Sicilia e e il "continente".
L'opportunità venne loro offerta dai "Fokker F27 Friendship 200" dell'ATI - l'Aero Trasporti Italiani, fondata a Napoli-Capodichino nel 1963 e assorbita da Alitalia nel 1994 www.mikebravo.it - capaci di ospitare 44 passeggeri e caricare merce in partenza o destinata alle due isole, sino ad allora collegate alla Sicilia da vecchi e lenti traghetti ( solo a Pantelleria una vecchia pista militare offriva saltuariamente un collegamento con Trapani ).


              L'atterraggio di un "Fokker" a Pantelleria

Di quegli aerei - robusti ed affidabili, spinti da motori Rolls Royce Dart capaci di far volare i Fokker ad una velocità superiore ai 400 km/h - molti anziani panteschi e lampedusani ricordano anche gli sbarchi dei primi gruppi di turisti e l'impulso dato all'economia ed al costume locali.
Un reportage pubblicato il 18 agosto del 1970 dal settimanale "Domenica del Corriere" a firma di Bruno Rossi ed intitolato "Le autostrade sulle nuvole" fornisce preziose informazioni sugli effetti dell'avvio dei collegamenti aerei dell'ATI a Lampedusa. 
L'avvio dei voli verso la maggiore delle Pelagie venne favorito dalla mobilitazione della comunità locale per la costruzione di un aeroporto per voli civili.


Imbarco di passeggeri e di merci
su un "Fokker" in partenza da Pantelleria

Alle elezioni amministrative del 1964 tutti i partiti si misero d'accordo nell'ignorare l'appuntamento, senza presentare neppure le liste. Lo slogan fu allora "non si vota se non si vola". L'esasperazione era accresciuta dalle rituali promesse fin allora pronunciate da illustri onorevoli nel corso delle precedenti campagne elettorali.
Fu così che nel maggio del 1966 l'allora ministro dell'Interno Taviani - primo esponente di un governo italiano della Repubblica a visitare Lampedusa - annunciò l'effettiva costruzione dell'aeroporto. 
La vittoria di quella battaglia fu il risultato della lotta della popolazione di un'isola che, ironia della sorte, non era a neppure indicata nella carta d'Italia appesa alla parete della locale scuola elementare.  
L'opera venne avviata lo stesso anno da duecento uomini del Genio Militare, che per cavare le pietre adatte tracciarono anche una camionabile che attraversava l'isola; i primi Fokker dell'ATI sarebbero atterrati nel 1968.
Nel reportage realizzato due anni più per la "Domenica del Corriere", Bruno Rossi avrebbe così raccolto le testimonianze di alcuni lampedusani.
"Dice Giovambattista Sorrentino, segretario del Comune:
'Prima del collegamento aereo, il terreno di Lampedusa non aveva praticamente valore. La gente non curava nemmeno la trasmissione dei titoli di proprietà. Le compravendite si basavano su scritture private, garantite semplicemente dalla buonafede.
Adesso stanno arrivando i turisti, e chi ha un pezzo di terra sa di avere dei soldi, anche se i prezzi sono ancora politici, per attirare la gente: 300 lire al metro quadro, anche meno. 
L'influenza dell'aereo si fa sentire in ogni cosa, qui nell'isola.
Per esempio, sul mercato del pesce: il dentice, prima, lo si vendeva al massimo a 600 lire. Adesso il prezzo è raddoppiato e arriva d'inverno anche a 1.500 lire. E pensate che chi vive di pesca ( e dell'industria del pesce ) è a Lampedusa il 95 per cento della gente. 


L'alunno di una scuola elementare di Lampedusa
indica una carta d'Italia che non include la sua isola.
La creazione di un aeroporto e i collegamenti
dell'ATI contribuirono a rompere l'isolamento
dei lampedusani, modificando l'economia
e le abitudini dei 4.000 residenti

Altro esempio. I nuovi fermenti di vita hanno reso possibile il progetto di un impianto di desalinizzazione. Cominceremo presto a costruirlo'.
'Fino al 1968 - racconta un pescatore - non avevo mai mangiato una mela. Qui non crescono. E farle venire con la nave costavano troppo. L'aereo non ci ha portato il paradiso terrestre, ma almeno le mele a prezzo ragionevole, sì'.
Gli inizi del benessere hanno il loro simbolo più rumoroso nelle duecento e più automobili che vanno avanti e indietro ( generalmente senza un preciso perché ) sulle poche strade del paese ( quattromila abitanti ).
Alcune portano il disegno, in decalcomania, dell'aeroplano: e hanno vocazioni aviatorie, anche nella nella velocità selvaggia con la quale vengono guidate. 
Sopra una fontanina, ancora senz'acqua, non si alza, come dappertutto nel mondo, una dea in striptease o una celebrità indigena: troneggia, invece, un velivolo in cemento. 
Nella più frequentata, e quasi unica, trattoria, i festoni natalizi resistono al caldo di mezza estate.
Spiega un cliente:
'Prima dell'aeroporto si andava a letto presto, la sera. Soltanto per Natale e Capodanno si facevano le ore piccole. Adesso che l'aereo arriva a ogni mezzanotte e la trattoria sta ad aspettare i piloti, sembra che il Natale duri tutto l'anno'.


Altri alunni a Lampedusa
impegnati nel disegno di aerei.
Nel reportage della "Domenica del Corriere"
si leggono i loro commenti a proposito
dell'utilizzo del nuovo mezzo di trasporto

L'aereo è riuscito persino a far nascere a Lampedusa la maggior parte dei bambini di Lampedusa.
Dice il dottore Giovanni Sferlazza, ufficiale sanitario:
'Il caso di una gestante che anni orsono era morta di parto, aveva diffuso il panico. Quasi tutte le partorienti prendevano il piroscafo, un mese prima dell'evento, e si facevano ricoverare a Trapani o Palermo. Adesso restano qui'".      
Come accade per tutti quei luoghi remoti e baciati dalle bellezze della natura, lo sviluppo dei flussi turistici avrebbe dato il via ad un inarrestabile sfruttamento del territorio.
Dai Fokker dell'ATI sbarcarono a Lampedusa anche i primi speculatori, richiamati dalla possibilità di investire pochi milioni di lire per l'acquisto di terreni nei luoghi più attraenti.
Così, nel giro di pochi anni l'isola conobbe la lottizzazione edilizia portata avanti, fra gli altri, da un costruttore romano, da emissari del banchiere Michele Sindona e da una società immobiliare tedesca.
Nel suo reportage, Bruno Rossi avrebbe infine raccontato i commenti dei giovanissimi alunni delle scuole di Lampedusa riguardo l'arrivo dei primi aerei.   
"Gli scolari ( elementari e medie ) impegnati in un tema sull'incontro aereo-Lampedusa, hanno scritto: 'Qui noi potremmo morire perché non abbiamo ospedale, però l'aereo è utile perché ci porta in salvo'.
Altre osservazioni? 'L'aereo è di sollievo alle persone che soffrono il mal di mare', 'L'aereo a me mi piace perché io non pago niente ma pagano i miei genitori'. 'Ho letto in un libro che a mezzanotte arrivano le streghe, ma a Lampedusa è tutto diverso perché arriva l'aereo'. 'Sopra l'aereo è bellissimo, è come un sogno e si sente dormire'. 'L'aereo trasporta i pesci e poi anche le persone'. 'L'aereo ha fatto bella Lampedusa perché è tutto pieno di luci'.
In una seconda media a quattordici ragazzi abbiamo domandato: 'In quanti avete volato?'. In undici. E' in un tema di quella classe che leggiamo: 'L'aereo ci ha fatto capire che anche noi stiamo in casa dell'Italia'".
Anni dopo l'arrivo dei primi aerei, una nuova mobilitazione dei lampedusani avrebbe portato alla conquista di una struttura ospedaliera. 
Ai nostri giorni, invece, i cieli dell'isola sono attraversati oltre che dai voli di linea, da quelli militari impegnati nelle operazioni di soccorso dei migranti provenienti dalle coste africane.
L'ennesima battaglia combattuta oggi da Lampedusa è quella di non rimanere sola nell'affrontare questa immane emergenza umanitaria.


     
  

giovedì 26 giugno 2014

DISEGNI DI SICILIA


ORFEO TAMBURI, Paesaggio eoliano

martedì 24 giugno 2014

VERSO CAPO ZAFFERANO

Una veduta in volo lungo la costa palermitana e due fotografie di Mondello e Sferracavallo, attribuite a Pedone e datate 1965


Da qualche tempo siamo abituati ad ammirare fotografie panoramiche realizzate dallo spazio - celebre quella della Sicilia dell'astronauta catanese Luca Parmitano http://reportagesicilia.blogspot.it/2013/06/sicilia-sic-et-simpliciter.html - o straordinari filmati di paesaggi isolani ripresi da telecamere piazzate sui droni http://video.corrieredelmezzogiorno.corriere.it/scala-turchi-vista-drone/65d7eb5e-f6c9-11e3-baa6-f86867cad3f6.
La fotografia aerea di questo post venne pubblicata nel 1965 nel decimo volume dell'opera "Italgeo" ( Bonetti editore Milano, a cura di Federico de Agostini ) dedicato alla Sicilia.
L'autore dello scatto - M.Pedone - fissò un inedito profilo di monte Catalfano e di capo Zafferano grazie ad un volo radente sulla costa tirrenica palermitana.
L'immagine sembra essere stata realizzata nel tardo pomeriggio di una giornata di scirocco, come suggerito dai toni lattiginosi del cielo e delle nuvole.
Nello stesso volume, le pagine dedicate alla provincia di Palermo conservano altre due fotografie di Pedone dedicate alle più note località marinare della città: Mondello e Sferracavallo.


Queste due immagini conservano un valore documentario sullo stato della costa palermitana di un passato in cui strade ed edilizia turistica non avevano cambiato l'aspetto dei luoghi.
Nella prima fotografia, la punta di Torre Mondello non è stata ancora invasa dal cemento dell'albergo La Torre.
La panoramica di Sferracavallo invece fissa il ricordo di una scogliera che in seguito sarà in parte cancellata dalle opere di viabilità stradale.
Insieme all'originale profilo di costa, oggi la borgata ha perso anche buona parte delle barche da pesca allora ritratte dal fotografo.

   

sabato 21 giugno 2014

CARLO LEVI AD ACI TREZZA


Nel 1951 lo scrittore torinese ed il fotografo Federico Patellani visitarono il borgo descritto da Verga e Visconti.
Due anni dopo, quel reportage sarebbe stato pubblicato da "L'Illustrazione Italiana"

Decorazioni su una barca di pescatori ad Aci Trezza.
Le fotografie del post risalgono al 1951
e portano la firma di Federico Patellani.
Gli scatti illustrarono un articolo
dello scrittore torinese Carlo Levi.
Il loro reportage venne pubblicato
nell'aprile del 1953
dalla rivista "L'Illustrazione Italiana"

Le fotografie di Aci Trezza riproposte da ReportageSicilia vennero pubblicate sulla rivista mensile "L'Illustrazione Italiana" nell'aprile del 1953.
Le immagini portano la firma di Federico Patellani - all'epoca uno dei maestri del fotogiornalismo italiano - e corredarono uno dei reportage compiuti in quegli anni nell'isola dallo scrittore e pittore Carlo Levi.
L'autore di "Cristo si è fermato ad Eboli" avrebbe raccolto le sue narrazioni su fatti e personaggi della Sicilia del secondo dopoguerra nel 1955, nel libro "Le parole sono pietre - Tre giornate in Sicilia" ( Einaudi ). Nell'introduzione, lo stesso Levi invitava il lettore a cercarvi cose "semplici e modeste delle cose di laggiù, come possono cadere sotto l'occhio aperto di un viaggiatore senza pregiudizi...".
I racconti così descrivevano alcuni episodi salienti della inquieta realtà sociale dell'isola: le lotte dei braccianti agricoli per la terra, le rivendicazioni dei minatori, il sindacalismo braccato dalla mafia; un periodo ricco di fermenti e di spinte conservatrici, insomma, in un contesto storico segnato dal ricordo del caso Giuliano.
Il reportage di Levi ad Aci Trezza risale al 1951; in quelle stesse settimane lo scrittore avrebbe avuto modo di osservare e poi descrivere il ritorno del sindaco di New York Vincent Impellitteri ad Isnello, suo paese natale.
Levi visitò il borgo marinaro reso famoso tre anni prima da Luchino Visconti in "La terra trema"; in quel viaggio siciliano avrebbe scritto anche dell'Etna e di Bronte.


Nella didascalia che accompagna la fotografia si legge:
"Sotto il grigioazzurro del cielo il porticciolo di Aci Trezza
appare come la sede di un piccolo paradiso.
Ad ogni passo si ha l'impressione
di incontrare i personaggi di Giovanni Verga"

Proprio il richiamo al film è presente sia nel titolo dell'articolo - "La terra dei Malavoglia" - che nell'incipit del pezzo:
"Ci eravamo fermati, appena scesi dall'automobile, sotto le prime gocce di pioggia, sulla piazza di Aci Trezza, a guardare la facciata della chiesa di San Giovanni. 
Sembrava, nel vero, più piccola di quanto appaia in 'La terra trema', e nell'umido grigio azzurro del cielo il suo bianco sembrava diverso da quello indimenticabile, tenero e livido di alba, con cui essa appare al principio del film di Visconti...'.
Di quella Aci Trezza - ben lontana oggi dall'immagine che ne diede "La terra trema", e dove difficilmente si potrebbe rivedere quello che Levi avrebbe descritto come "l'incanto di questo paese così legato all'arte che ne è nata, il colore dell'aria, del mare e della terra, le case rosate, modeste e civili..." - lo scrittore poteva ancora affermare: "mi pare che qui tutto debba sempre essere stato così e che sempre sarà così".
Una delle tre fotografie scattate da Patellani si lega alla descrizione delle numerose barche di pescatori allora ancora attive ad Aci Trezza:
"Eravamo scesi intanto tra le barche, sulla riva: erano come fiori colorati, come carri siciliani senza ruote, con i santi dipinti e le scritte sui bordi. 
Quasi tutte avevano i due Santi: San Francesco da Paola, il Santo dei marinai ( come la 'Provvidenza' dei Malavoglia, 'con quella bella fascia rossa lungo il bordo e sulla poppa il San Francesco colla barba che pareva di bambagia' ), e il San Giovanni della chiesa di Aci Trezza.
Alcune portavano scritte curiose: 'sono bella perché mi faccio i fatti miei'. Molte, nel nel profilo allungato della prua, assomogliavano a un pesce, a un grande pesce spada, e a fare la somiglianza più forte, era dipinto a prua come sulla guancia del pescatore di Cnosso, un occhio aperto che è quello del pesce".
Nel suo reportage, Carlo Levi avverte che i tempi del film di Visconti sono ormai lontani, e con essi anche "i sogni e le strane speranze che ne erano nate".


Ozio e conversazione su una panchina

Quindi lo scrittore torinese chiuderà il suo viaggio ad Aci Trezza affidando ai lettori dell'"Illustrazione Italiana" una comparazione fra l'opera letteraria di Verga e quella cinematografica di Visconti:
"La visione di Verga era interna al suo mondo, si identificava a quella del pescatore, della comare, del nonno o della figlia e al loro comune, paziente e oscuro destino. Perciò dovevano scomparire, fino all'alba dell'ultima pagina, e il mare e la campagna e gli aspetti individuali degli uomini. L'opposto avviene in Visconti, che partecipa delle cose e le comprende senza immedesimarvisi, ed è perciò tutto occhi, visione e immagine.
E' l'epica moderna che si contrappone al romanzo verghiano. Romanzo impossibile e perciò tanto più singolare, di un mondo che di per sé repugna al romanzo, di un mondo di epica antica.
Così queste poche case e questo piccolo popolo di marinai ha fatto nascere due opere esemplari, e rappresentative l'una del secolo scorso l'altra del nostro...".      




  
  

martedì 17 giugno 2014

SICILIANDO














"Ogni puntino sulla carta, ogni nome, ogni fermata lungo una tortuosa stradina di montagna, diventa una promessa, una potenziale fonte di incantevoli scoperte.
Non dovete fare altro che parcheggiare l'auto in piazza, girare per il centro e andare alla scoperta del museo civico.
Ma la Sicilia è sempre lì a mettervi in guardia contro gli eccessi d'entusiasmo: non crediate di sapere già ciò che accadrà, non tentate di prevedere l'esperienza che vi attende dietro l'angolo.
Ci sono zone dell'isola - le squallide periferie di Palermo e Catania, i superinquinati centri petroliferi di Gela e Porto Empedocle - che bisognerebbe attraversare in fretta, a occhi e naso chiusi, anche se basta un attimo per rimanere colpiti dalle esalazioni tossiche e dalla vista dei desolanti casermoni dei quartieri dormitorio"
Francine Prose

lunedì 16 giugno 2014

LE SPUMOSE TRAME DELLO ZINGARO

In una giornata d'inverno, la spiaggia della Tonnarella dell'Uzzo suggestiona lo sguardo e la mente con i bianchi intarsi delle onde sulla battigia
    

Era una giornata di inverno e cala Tonnarella dell'Uzzo era completamente deserta. 
Come un velo liquido, le onde raggiungevano la spiaggia disegnando trame di spuma bianca, subito assorbita dalla compatta superficie di piccolissimi ciottoli.
La cadenza del continuo formarsi e dissolversi di quell'intarsio liquido era ipnotica. 
Nel silenzio assoluto di quella mattinata nella riserva trapanese dello Zingaro http://www.riservazingaro.it/index.php?lang=it, i sensi erano del tutto assorbiti dal continuo frangersi e scomparire delle onde sulla battigia, odorosa di alghe e salmastro.


Le fotografie di ReportageSicilia - più che riproporre la bellezza ormai nota dello Zingaro, affollata in estate da escursionisti e bagnanti italiani e stranieri - sono la testimonianza di quel giorno e di quell'inspiegabile rapporto di stordito appagamento regalato all'uomo dall'osservazione delle onde del mare.
Naturalmente, l'inverno è la stagione più adatta per godere di queste suggestioni, magari compiendo un'escursione lungo i 6 chilometri di una riserva che nel 1981 sfuggì alla scellerata costruzione di una "strada panoramica", con il suo corollario di cemento e sbarramento dei varchi alle spiagge.

  
"In inverno - scriveva Matteo Collura nel 1985, proponendo la visita al vicino borgo di Scopello - è un'altra cosa: è come se una tromba d'aria fosse passata lasciando tracce di sé, ma anche un senso di profonda quiete, di dopo-tempesta"
  
      


sabato 14 giugno 2014

L'IMPOSSIBILE DISTACCO NELLO SGUARDO SULL'ISOLA


Visitare la Sicilia solo per conoscerne le sue note bellezze: l'irrealizzabilità di questo viaggio secondo Guido Piovene


Il Circolo dei Civili a Caltagirone.
La fotografia è di Enzo Sellerio
ed è tratta dal II volume dell'opera "Sicilia"
edita nel 1962 da Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini


"Come guardando un palcoscenico - scriveva nel 1957 con Guido Piovene nel suo "Viaggio in Italia" ( Mondadori ) - si assiste in Sicilia al contrasto di progressivi estremi nelle azioni e nel vocabolario, e di umiliati e offesi dalle riforme che prendono il linguaggio luttuoso e profetico degli spettri.
Se potessimo essere osservatori estranei, diremmo che in Sicilia il mutamento di strutture diventa anche spettacolo, ricco di accenti drammatici e anche comici.
Intorno a questo, quasi astratta, è una bellezza senza pari.
Le luci arabe di Palermo, l'Oriente da gioielleria dei giardini di aranci, il barocco fiorito dalle fantasie del sangue di Noto, Acireale, Catania, la Terrasanta di Ragusa, la Grecia piegata al colore di Siracusa, Agrigento, Selinunte, Segesta, il balcone di Erice sulla storia e quella leggenda divenute paesaggio; si vorrebbe essere venuti quaggiù come uno straniero, un viaggiatore distaccato, per vedere nella Sicilia - concludeva Piovene con lucida consapevolezza delle cose - solo una tra le più belle terre del mondo".

giovedì 12 giugno 2014

IL 'TEATRINO' ACRESE DI BUFALINO

La suggestione del piccolo teatro greco-romano di Palazzolo Acreide in una pagina dello scrittore comisano e nelle vecchie fotografie di Carlo Brogi

Il teatro greco-romano di Palazzolo Acreide.
Le immagini riproposte da ReportageSicilia
sono di Carlo Brogi e vennero pubblicate nel 1930
nell'opera di Enrico Mauceri "Siracusa e la Valle dell'Anapo",
edita dall'Istituto Italiano d'Arti Grafiche

"Infine, se non vorrete tuffarvi nel fervore industriale di Augusta, nel suo porto brulicante di navi, nelle sue cupe raffinerie; e neppure ricercare in paesini come Avola, Francofonte, Rosolini, Floridia e nelle loro fertili vigne e campagne l'ultima energica traccia della morente età contadina, è verso Palazzolo Acreide che vi converrà volgere i passi.
Dove non solo piace la fisionomia settecentesca e insieme moderna dell'abitato, ma seducono le rovine d'epoca greca.





Il teatro, soprattutto ( che si vorrebbe chiamar teatrino ), quasi intatto nella grazia delle sue minime proporzioni, così segreto... sì da dare un'immagine di imprevista, familiare intimità. 
Qui, per i seicento spettatori che a malapena potevano accedervi, la parola della tragedia è difficile che assumesse il timbro d'un impervio messaggio del fato; bensì doveva suonare con la mestizia d'un umano cordoglio: 
'Ah, le sorti degli uomini! Una spugna bagnata le cancella come una pittura..'". 
Così nel 1995 Gesualdo Bufalino invitò i lettori de "Il fiele ibleo" ( Avagliano Editore ) a visitare Palazzolo Acreide ed il suo piccolo teatro di età tardo-ellenistica, poi rimaneggiato in epoca romana.
Meno conosciuto rispetto ai suoi fratelli maggiori di Siracusa, Taormina e Segesta, l'emiciclo palazzolese affascina per la sua nuda e scabra bellezza, incisa con maestria nella dura roccia e scandita da 12 gradini con sedili sovrapposti.
Fra i primi studiosi ad interessarsi del teatro e dell'area archeologica dell'antica Akrai fu Gabriele Judica, uno dei pochi mecenati presenti nell'ampia classe baronale siciliana dei secoli XVIII e XIX https://www.facebook.com/circolo.gabrielejudica






I meriti del barone - di cui rimane memoria nel poderoso libro "Le antichità di Acre"  - non furono allora del tutto onorati dai suoi collaboratori se, come scriverà decenni dopo Enrico Mauceri"il benemerito patrizio mise alla luce le antichità acresi esplorandone il suolo e ricavandone un ricco materiale ,disgraziatamente ora disperso".
Di questo piccolo teatro ReportageSicilia ripropone alcune non comuni fotografie scattate da Carlo Brogi e pubblicate nel 1930 dall'opera di Mauceri "Siracusa e la valle dell'Anapo", edita dall'Istituto italiano d'Arti Grafiche di Bergamo.




Oltre alle immagini del teatro e dei "santoni" - 12 raffigurazioni scultoree femminile scolpite nella roccia, poco lontano dal paese - il post ripropone anche due vedute di Palazzolo Acreide, che Brogi fissò cogliendone l'ordinato sviluppo urbano degli inizi del Novecento.

lunedì 9 giugno 2014

DISEGNI DI SICILIA

 
 
DARONDEAU, pianta di Vulcano

venerdì 6 giugno 2014

VECCHIE E NUOVE STRADE DEL 1968 NELL'ISOLA



Fiat 600, muli, nuovi viadotti autostradali e carretti in un reportage della "Domenica del Corriere" pubblicato 46 anni fa
 


"Chi ha percorso almeno una volta  le strade intorno all'isola sa per esperienza che esse sono molto spesso 'trazzere' un tantino allargate sulle quali è stato rovesciato dell'asfalto.
Il 74 per cento della rete stradale presenta una larghezza inferiore al minimo richiesto dalle norme di progettazione ( 6 metri ) e il 70 per cento si trova esposto a franamenti e dissesti, con tracciati caratterizzati da curve strette, pendenze accentuate e con 1.500 passaggi a livello che provocano frequenti interruzioni al traffico ( una ogni 8 chilometri, contro la media nazionale di una ogni 40 chilometri ).
La realizzazione del piano autostradale siciliano è appena agli inizi o addirittura in fase di progettazione.
Dovrebbero essere completato comunque entro dieci o quindici anni, collegando lungo il perimetro dell'isola e attraverso una griglia di strade interne a scorrimento veloce, tutte le grandi città costiere, le zone minerarie, quelle agricole e d'interesse turistico".
Con queste osservazioni e dati numerici la "Domenica del Corriere" illustrò il 4 giugno del 1968 la situazione viaria della Sicilia, titolando l'articolo 'Una ragnatela d'asfalto per collegare ogni punto dell'isola'.
 
 
Il reportage del settimanale milanese faceva parte di un ampio inserto dedicato alle condizioni socio-economiche della Sicilia di quei mesi, a poche settimane dalle devastazioni provocate dal terremoto nella valle del Belìce.
Riguardo le condizioni dei trasporti, la "Domenica del Corriere" così ancora dava conto della situazione:
"E' il settore che più lascia a desiderare, dove gli investimenti sono stati finora troppo lenti e che perciò costituisce una delle cause determinanti dell'attuale situazione di stallo dell'economia siciliana.
Nel prossimo quinquennio si prevede una spesa di 470 miliardi, così ripartiti: 74 per le ferrovie, 325 per la viabilità, 12 per gli aeroporti, 20 per i trasporti urbani e in concessione".
Nel post, ReportageSicilia ripropone le tre fotografie che illustrarono l'articolo.
Nelle intenzioni del settimanale, quelle immagini volevano sottolineare da un lato l'arretratezza della viabilità isolana, dall'altro il suo contrasto con l'entrata in servizio dei primi tratti di una moderna rete autostradale.
 
 
Il primo scatto ritrae il passaggio di un paio di Fiat 600, di un'Opel Kadett e di un Ape Piaggio lungo la Palermo-Agrigento; sul ciglio della strada, un pastore in sella ad un mulo conduce le sue pecore osservando le utilitarie. 
La motorizzazione di massa - nel 1968 - aveva già coinvolto la Sicilia, prolungando però la vita di automobili che nel Continente erano già considerate superate per design e prestazioni.
Oggi il tracciato tortuoso e panoramico della Palermo-Agrigento è lo stesso di 50 anni fa, vale a dire fra i più pericolosi dell'isola.
La seconda fotografia ritrae invece un viadotto del tratto iniziale dell'autostrada Palermo-Catania; l'opera sarebbe stata completata nel 1975, con una lunghezza di poco più di 190 chilometri.
La terza immagine, nelle intenzioni della "Domenica del Corriere", doveva dimostrare la sopravvivenza nell'isola del mezzo di trasporto diventato in quegli anni oggetto del più scontato folklore isolano: il carretto decorato.
Quello fissato dall'obiettivo del fotografo percorre la centralissima via Sciuti di Palermo: una strada residenziale, scenario di una speculazione edilizia di tipo mafioso che all'epoca di quel reportage  sfregiò con la violenza ed il cemento tante strade della città.
   

martedì 3 giugno 2014

LE INFINITE SCIE SULLO STRETTO

Una pagina del poeta messinese Bartolo Cattafi sulle millenarie rotte che solcano il tratto di mare fra Sicilia e Calabria

Traghetti sulle rotte che collegano
la Sicilia alla Calabria.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia

Disegnano scie merlettate di spuma sulla superficie 'blu navy' dello Stretto, incrociando quasi senza sosta le loro rotte fra gli imbarcaderi di Sicilia e Calabria.
Dal 1899 le navi traghetto delle ferrovie sono il mezzo principale di trasporto che collega l'isola al Continente.
A bordo dei "ferry boats" non si raccontano soltanto le storie dei vacanzieri estivi in Sicilia, ma anche quelle di persone che affidano alla breve traversata - per lavoro, per studio o per affetti privati - i destini delle proprie vite.


I traghetti - scriveva il poeta barcellonese Bartolo Cattafi nel 1960 - "uniscono col filo continuo del loro andirivieni, come spole grosse e rozze, le due rive; questo è uno degli specchi d'acqua più movimentati al mondo e, nonostante tutto ciò, tra i più decaduti.
La scoperta dell'America, l'apertura al traffico di tutti gli altri mari ha naturalmente diradato l'addensarsi della storia e dei commerci nel bacino mediterraneo.


L'attuale piccolo cabotaggio siculo-calabro, da costa a costa, richiama alla memoria altri tempi, quando le navigazioni avvenivano da mare a mare, per così dire, nell'infanzia del mondo, alla scoperta del mondo lungo rotte tracciate al momento, per la prima volta.
Che viavai di Greci Fenici Mamertini Romani, in queste acque.
Il siracusano Gerone passa lo Stretto, in rotta per Cuma, e rompe la potenza marittima degli Etruschi.


I Crociati passano sempre da qui: scalo a Messina.
Gli Arabi fanno fagotto, arriva Ruggero il Normanno per liberare la Sicilia dall'Islam.
Se queste acque fossero cristallo, se le chiglie potessero scivolare sul cristallo, intersecazioni e sovrapposizioni di scie sarebbero talmente fitte da non lasciare nemmeno un'unghia di spazio vergine, tutta solcata la lastra...".




lunedì 2 giugno 2014

SICILIANDO














"La Sicilia dista dalla penisola italiana - diceva Plinio il Vecchio, il grande naturalista latino - 1500 passi; per Tucidide erano 20 stadi.
Muniti di più efficienti mezzi di misurazione, noi diciamo 3416 metri; un breve spazio fisico, dunque, ma un abisso che talvolta diviene incalcolabile nella realtà psicologica e spirituale.
Le correnti marine, i vortici, Scilla e Cariddi, antiche leggende e non dimenticati terrori, sembrano sottolineare che questo braccio di mare non è misurabile in valori numerici"
Renata Leydi

domenica 1 giugno 2014

UNA FALSA ARCADIA NELLA VALLE DEI TEMPLI

Pastori, contadini ed altre figure popolari nelle fotografie dei reportage dedicati nel secondo dopo guerra all'area archeologica di Agrigento

Una donna cammina nell'area archeologica
della valle dei templi portando con sé un "bummulu".
La fotografia è tratta dall'opera
"Le coste del Mediterraneo" di Alfredo Panicucci,
edita nel 1976 da Arnoldo Mondadori Editore 

I reportage fotografici realizzati nel secondo dopo guerra nella valle dei templi di Agrigento hanno spesso incluso nelle immagini dei grandiosi resti archeologici le figure di contadini, pastori ed altri personaggi che riconducono all'ambiente pastorale del tempo.
La circostanza è testimoniata dai quattro scatti riproposti da ReportageSicilia, tratti da opere pubblicate fra il 1959 ed il 1976
Le prime tre fotografie del post sono attribuite a "Pedone" e fecero la loro comparsa in "Le coste del Mediterraneo" di Alfredo Panicucci ( Arnoldo Mondadori Editore, 1976 ) e "Sicilia", Sansoni ed Istituto Geografico De Agostini, volume II, 1962; la quarta si deve invece a Leonard Von Matt ed è tratta da "La Sicilia antica", di Luigi Pareti e Pietro Griffo ( Stringa Editore Genova, 1959 ).

Sopra e sotto,
ancora due fotografie di Pedone
ambientate nell'area archeologica agrigentina.
Le immagini sono tratte dal II volume dell'opera
"Sicilia", edita nel 1962 da Sansoni
 e dall'Istituto Geografico De Agostini

La tentazione di legare la rappresentazione dell'antica Akragas a quella di una perdurante Arcadia ha forse compiaciuto il gusto estetizzante di quei fotografi.
La didascalia riferita allo scatto di Von Matt ad esempio recita: "Contadino al lavoro nella campagna di Agrigento cosparsa di antiche memorie"
In realtà, l'Agrigento di quei decenni riservava spesso alle classi sociali popolari una realtà quotidiana affatto arcadica, segnata da povertà e stenti, quasi a riproporre le miserie di certi quartieri di Palma di Montechiaro o Licata.


La situazione venne ben documentata dallo scrittore svizzero Daniel Simond, che nel 1956 - dopo avere ricordato l'elogio agrigentino di Pindaro, "la più bella delle città abitate dai mortali" -  così scriveva nell'opera "Sicilia", edita da Salvatore Sciascia:
"Passata la via Atenea, nel quartiere popolare, che attraversa via Garibaldi, ho potuto purtroppo constatare il basso livello della vita di queste persone che per via appaiono noncuranti e felici.
Mi è stato mostrato un mucchio di catapecchie, su una terrazza di terra battuta dove fra polli e gatti giocano una quindicina di bambini.
Vedo ancora il pianterreno di una di queste: una stanza profonda e scura, una specie di autorimessa, abitata da una famiglia di sei persone. Come palco, qualche lastra di pietra rozza. 
Niente acqua, niente luce, niente gas, nemmeno il camino. 
La madre cucina in una specie di braciere le cui emanazioni invadono la camera prima di uscire dalla porta o dall'unica soprastante finestra.

Aratura nei pressi delle rovine
dell'antica colonia di Akragas.
Lo scatto è di Leonard Von Matt
e venne pubblicato nel volume
"La Sicilia antica" di Luigi Pareti e Pietro Griffo,
edito nel 1959 da Stringa Editore Genova

L'illuminazione è data da una lampada a petrolio. L'acqua viene attinta dalla fontana. Non si parla affatto di riscaldamento. Ogni sera si ricoverano i polli nella stanza per sottrarli ai ladri. In fondo ad essa si intravedono alcuni miseri giacigli dove bambini e genitori sono costretti a dormire in una promiscuità inimmaginabile. 
L'arredamento è costituito da un cassettone logoro, un tavolino, qualche seggiola e degli sgabelli. 
La biancheria viene riposta nelle valigie, gli abiti appesi alle corde del bucato...".
Oggi Agrigento ha per fortuna dimenticato l'oscura miseria di quegli anni. 
La città tuttavia non è riuscita a fare della sua monumentale valle archeologica un vero traino del proprio sviluppo economico.
Di recente, anzi, i resti dei templi hanno fatto parlare di sè per la notizia delle esercitazioni militari compiute ad una decina di chilometri di distanza: chissà cosa ne avrebbero pensato gli abitanti di Akragas, che nel 406 a.C. pagarono dazio alle manovre armate subendo il saccheggio della propria valle dai Cartaginesi.