martedì 28 ottobre 2014

GLI "ARANCINI" DI FELICE CUNSOLO

La popolarità di una delle specialità della cucina di strada siciliana secondo il giornalista enogastronomico catanese

Venditore palermitano di "arancine" negli anni Sessanta.
La fotografia corredò un articolo intitolato
"Introduzione alla cucina siciliana"
scritto da Cunsolo nel luglio del 1964
per la rivista del TCI "Le Vie d'Italia".
Nel suo reportage, il giornalista catanese
definiva queste specialità isolana
del cibo di strada con il termine "arancini",
così come si usa ancor oggi nella Sicilia orientale 

"Il suo primo incontro con la gastronomia siciliana il turista lo fa subito dopo avere messo piede nell'isola e - si badi bene - non al ristorante, ma nei bar degli scali marittimi e aerei o addirittura, se vi giunge in treno, sui marciapiede delle stazioni.
Qui infatti sente gli addetti ai carrelli delle cibarie gridare una strana merce, gli arancini caldi.
Così scopre queste grosse polpette di riso, a forma d'arancia o di cono, ripiene di carne, formaggio, piselli.
Gli arancini li ritroverà poi un pò dappertutto, nei bar, nelle trattorie, nelle tavole calde.
Se pensa di essere capitato in mezzo a grossi mangiatori di riso, prende un granchio.
Tra gli italiani, i siciliani sono forse gli unici a non credere al potere energetico di tale alimento.
Come si spiega allora una presenza, specie nei grandi centri, così massiccia di arancini?
I provinciali che si recano in città per il disbrigo di affari spesso cercano a mezzogiorno di risparmiare i soldi di un pasto in trattoria, e ingannano la fame con qualche arancino.
Tanto - dicono - lo stomaco non si riempie e si riservano l'appetito per fare onore al grosso piatto di pasta che li aspetta al rientro a casa..."

Così nel luglio del 1964 il giornalista Felice Cunsolo ( 1917-1979 ) iniziò un reportage pubblicato sulla rivista mensile del TCI "Le Vie d'Italia" ed intitolato "Introduzione alla cucina siciliana".
Nel 1959, Cunsolo aveva scritto un saggio intitolato "Gli italiani a tavola", frutto della sua passione per la cultura enogastronomica locale. 
In quegli anni lontani, pochi giornalisti potevano vantare una specializzazione in questa materia che, grazie alla diffusione di riviste specializzate e programmi televisivi, avrebbe iniziato a svilupparsi solo un paio di decenni dopo.
Catanese di origini - nativo di Biancavilla, in pieno territorio etneo - Felice Cunsolo non poteva che definire "le polpette di riso" siciliane al maschile, cioè "arancini".


Nella parte orientale dell'isola, infatti, questi capolavori del gusto che in qualche friggitoria si cucinano ancora in vecchi pentolini colmi di olio bollente hanno una forma conica: un chiaro richiamo al sesso maschile. 
Nel resto della Sicilia - e soprattutto a Palermo - la forma sferica assegna loro una fisionomia femminile, così da mutare in "arancine" la loro denominazione.
Quello che è cambiato dai tempi di Cunsolo è il ripieno di queste specialità, sia nella forma a punta che in quella a palla.
Se allora "arancini" e "arancine" conservavano un cuore a due gusti - burro o formaggio con dadini di prosciutto cotto, o piselli con ragù di carne - oggi il mutare dei gusti ha ampliato la serie dei ripieni ( a volte con risultati discutibili ): ragù di cinghiale, funghi, crema di pistacchio, gamberetti, salmone...
La tradizione, in questo caso, vale più di certe novità che cancellano la semplice e povera bontà della cucina di strada.
In alcuni ricettari di gastronomia siciliana si indicano infine questi diversi condimenti: ricotta e tuma, patate, ragù e piselli, burro, primo sale ( Alba Allotta, "La cucina siciliana", Newton Compton, 2003 ); ragù e piselli ( "Sicilia in cucina", Sime Books ); ragù di carne o di pollo ( Fiammetta di Napoli Oliver, "La grande cucina siciliana, Flaccovio, 2005 ). 

   


lunedì 27 ottobre 2014

DISEGNI DI SICILIA


Disegno firmato MVM, Sciacca 1952

domenica 26 ottobre 2014

FRANCO VIVIANO, DA MANCATO OMICIDA A CRONISTA DI RAZZA A PALERMO

La lezione di vita e professionale di un giornalista "di strada" nella città della violenza e degli intrecci mafiosi


Un'autobiografia personale e professionale, che mette insieme umanità e crudezza, sentimenti familiari e ricordi di violenza mafiosa, lezioni di giornalismo, ironia e sorpresa. 
E' la vita raccontata da Francesco "Franco" Viviano, cronista  palermitano de "La Repubblica" che da qualche anno lavora a Roma"Io, killer mancato" ( Chiarelettere ) è anche una storia degli ultimi cinquant'anni di una città - Palermo - in cui la mafia ha lasciato uno sfregio incancellabile su molti dei suoi eventi.
Il titolo del libro è la confessione di un'adolescenza vissuta da Viviano nel quartiere Albergheria e al Villaggio Ruffini, fianco a fianco con figli e nipoti dei boss e segnata dall'omicidio del padre, vittima della reazione di un commerciante ad un tentativo di furto.


Un'immagine della strage di viale Lazio,
compiuta dai "corleonesi" a Palermo nel dicembre del 1969
e durante la quale morirono sei persone.
L'episodio rimane una delle vicende simbolo
della violenza mafiosa in città,
oggetto di cronache e inchieste giornalistiche.
Franco Viviano è oggi uno dei cronisti palermitani
con la memoria più lunga su decenni di potere
di Cosa nostra a Palermo.
La fotografia è tratta dall'opera di Giuseppe Fava "I siciliani",
edita da Cappelli Editore nel 1980

Franco Viviano, rimasto orfano di padre ad un anno, racconta di avere un giorno impugnato giovanissimo una pistola e di avere inquadrato nel mirino l'assassino del genitore.
I suoi coetanei con i cognomi dei capimafia - i "compagni di merende", come li definisce oggi il cronista - lo avevano spinto alla vendetta, ma all'ultimo momento il dito era rimasto immobile sul grilletto.  


Ancora un delitto di mafia a Palermo.
I giornalisti di cronaca nera nella città nei decenni
Settanta, Ottanta e Novanta hanno
scritto di centinaia fra omicidi e stragi di mafiosi,
uomini dello Stato, politici e cronisti.
La fotografia è tratta da Giuseppe Fava,
opera citata in precedenza 


Arrivato alle spalle di chi gli uccise il padre, Franco Viviano fece rapido dietro front verso casa; qui riabbracciò Enza - la madre - che, rimasta vedova a 19 anni, aveva fatto i lavori più umili e faticosi per salvarlo dalla povertà e dal richiamo di Cosa nostra.
La rinuncia alla vendetta avrebbe rappresentato per il futuro giornalista l'abbandono dello status di "picciotto promettente" affibbiatogli dai tanti personaggi mafiosi con i quali i Viviano "vivevano fianco a fianco: Madonia, Riccobono, Scaglione, Troia, Liga, Nicoletti, Di Trapani, Davì, Pedone, Gambino, Bonanno, Micalizzi e Mutolo, la crema di Cosa nostra".


Giovanni Falcone sul luogo della strage di Bagheria.
Nel settembre del 1989, i sicari di Cosa nostra
uccisero per vendetta la madre, la sorella ed una zia
del "pentito" Francesco Marina Mannoia.
Anche questo episodio ebbe un risvolto di rilievo
nelle cronache giornalistiche di quegli anni.
La fotografia è tratta dal volume di John Dickie "Cosa nostra",
edito nel 2004 da Editori Laterza


"Questa autobiografia - ha spiegato Viviano - è anche il tentativo di spiegare come sia possibile, con la fortuna, con la volontà  e con l'onestà, riuscire a raggiungere i propri obiettivi.
Di solito il figlio di un avvocato farà l'avvocato e quello di un medico il medico. 
Nella Palermo degli anni Settanta, il mio destino sarebbe stato quello di seguire le orme di mio padre, che era un ladro, e poi magari di entrare a far parte di Cosa nostra.
Conoscevo personalmente i Gambino, Gaspare Mutolo e molti altri mafiosi palermitani di quegli anni. Molti sono stati ammazzati, altri sono finiti in carcere; io invece sono riuscito a fare il giornalista, non perdendo l'abitudine a battere la strada, a parlare con chiunque possa fornirmi una notizia utile ad un'inchiesta".

Dopo decine di lavori umilissimi - muratore, barista, apprendista elettrauto, cameriere - Viviano sarebbe riuscito a varcare la porta della redazione dell'ANSA di Palermo.
Nel palazzone di via Emerico Amari che inquadra l'ingresso del porto, il mancato killer avrebbe faticato come fattorino, comprando le sigarette o la colazione ai cronisti. 
Poi - dopo un'apprendistato alle telescriventi - grazie alla conoscenza dei meandri violenti della città  e dei suoi personaggi, sarebbe riuscito a fornire le prime "dritte" giornalistiche, sino a diventare egli stesso un prezioso cronista di nera e giudiziaria.
La considerazione per il suo lavoro avrebbe portato un personaggio schivo come Paolo Borsellino a condividere con lui la comune passione per la bicicletta.


Una tetra immagine di Palermo
agli inizi degli anni Settanta,
quando la speculazione edilizia politico-mafiosa
aveva già trasformato il volto della città.
La fotografia è tratta dall'opera "Sicilia",
edita nel 1982 da Edicultura Milano
per la collana "Regioni d'Italia"

Per l'ANSA e poi per "la Repubblica", Franco Viviano ha messo a segno decine di scoop che hanno alimentato la considerazione di colleghi e investigatori.
Alcuni dei suoi numerosi colpi giornalistici - come la rivelazione della scomparsa di Emanuele Piazza, l'agente palermitano "in prova" del Sisde, o l'intervista al boss Vito Roberto Palazzolo in Sudafrica - hanno riguardato alcuni fra gli episodi più oscuri della recente storia italiana.  
In qualche caso, il fiuto per la notizia e la "rete" delle fonti gli hanno anche grattacapi giudiziari e l'avversione di magistrati come Piero Grasso e Gian Carlo Caselli.
Da giornalista, Viviano ha sempre conservato un rapporto istintivo con la strada - frutto degli anni difficili dell'adolescenza - ed un confronto da pari a pari ora con il venditore ambulante ora con il mafioso e con il poliziotto, ora con il faccendiere ora con il magistrato.
Ad una delle ultime presentazioni romane di "Io, killer mancato", non a caso, erano presenti molti investigatori e colleghi di Franco Viviano, questi ultimi pronti a suffragare l'affermazione del ragazzo che da potenziale killer si è trasformato in giornalista di razza: "se hai la notizia, vinci sempre".



          

mercoledì 22 ottobre 2014

QUANDO LA SICILIA FU L'AMERICA DEI GRECI


Le origini dell'eccitato gusto isolano per il kolossal e per l'eccesso secondo il poeta messinese Bartolo Cattafi 
 
Una delle gigantesche figure che reggevano
insieme alle colonne la pesante trabeazione
del tempio agrigentino di Giove Olimpo,
inferiore per dimensioni solo al colossale
tempio di Diana ad Efeso.
La fotografia porta la firma di Ezio Quiresi
e venne pubblicata nell'opera "Sicilia"  edita nel 1960 dal TCI

Che la Sicilia sia la terra dell'eccesso è un dato ormai spiegato ed esaminato in parecchi aspetti delle vicende e del costume dell'isola.
Per spiegare le origini dell'iperbole siciliana, basti pensare alla notorietà e all'attrazione di cui gode in gran parte del mondo una regione mediterranea abitata da appena cinque milioni di abitanti: storia, clima, bellezze naturali, beni monumentali, gastronomia, letteratura, gestione del potere politico e mafia offrono infinita materia di discussione sul meraviglioso e sull'orrido delle risorse siciliane. 
Nel 1961, andando parecchio a ritroso nei secoli, il poeta messinese Bartolo Cattafi individuava nel periodo della Sicilia greca i germi dell'iperbole siciliana: una tara che nel corso dei millenni ha segnato molte espressioni della vita dell'isola.

"Le avventurose navigazioni micenee verso le coste della Trinacria, la 'terra dei tre capi', e oltre lo Stretto di Messina, insieme con i relativi resoconti, dovettero accendere la fantasia dei Greci e rimanere a lungo impresse nella loro memoria.
Ne è riprova il posto che la Sicilia occupa nei versi dell'Odissea; Scilla e Cariddi paurosamente incarnano i pericoli dello Stretto, l'Eolia è la patria dei venti. 
Ci giunge attraverso Omero un'immagine favolosa della Sicilia.
Agli occhi dei primi navigatori greci essa appare vasta e arcana come un nuovo continente, ricca di fascino e di risorse vergini: quasi una America avanti lettera.
E forse questo parallelo con l'America, ovviamente condizionato da molte restrizioni, non è fuori luogo; qualche volta si presenta opportuno, nello svolgersi della storia siciliana.
Quando, per esempio, Atene interviene in Sicilia, mentre tutta l'isola è preda d'una guerra fratricida, con due spedizioni navali che sortiscono l'effetto di rendere concreto il pericolo proveniente dall'Attica e di promuovere il congresso di Gela ( 424 ).


Una veduta dei templi E, F e G
dell'area archeologica di Selinunte,
altro esempio del gusto del kolossal
dell'arte greca in Sicilia.
L'immagine venne pubblicata nel volume "Sicilia"
edito nel 1933 dal TCI

Stipulata una pace generale, venne affermato il principio dell'indipendenza dei Greci di Sicilia che nella comune denominazione di Sicilioti cancellarono le differenze di stirpe e si unirono in una nuova nazionalità.
Non troppo dissimili appaiono le origini degli Stati Uniti.
Del resto, questo ruolo in qualche modo "americano" la Sicilia lo sostenne per un certo tempo sia in stretto confronto con la stessa Atene, sia con tutto l'ambiente mediterraneo.
La potenza, lo splendore, la ricchezza di Siracusa straripavano; Siracusa era un pò la 'Novaiorca' ( così i siciliani chiamo New York ) dell'epoca.
La sua flotta di vere e proprie navi da guerra aveva preso da tempo, faustamente, il mare, quando Atene cominciava appena a mettere in cantiere la propria.


Una prospettiva della valle dei Templi agrigentina
da una delle colonne del tempio di Giunone.
Lo scatto è di Federico Patellani
e venne pubblicato nel volume "Sicilia" edito nel 1960 dal TCI

Sorgevano templi grandiosi, spropositati non solo per le dimensioni, come a Selinunte, ma anche per la concentrazione numerica, come ad Agrigento.
Ecco dunque l'eccitato gusto siciliano per il kolossal, per la pletora; l'ambizione del fare in grande, certo ardore anticlassico che rompeva i canoni d'oro.
Uno slancio del sangue, una vitalità persa in enormi vagheggiamenti.
Ben diversi i Greci di Grecia, parchi e misteriosi, nelle loro severe e sublimi matematiche architettoniche..."   

sabato 18 ottobre 2014

SICILIANDO















"Teoricamente la ricetta dei non siciliani per giudicare i siciliani dovrebbe essere facilissima.
Basterebbe un grande imbuto ed immettervi uno dopo l'altro un sicano, un siculo, un cartaginese, un fenicio, un greco, un romano, un bizantino, un barbaro, un saraceno, un arabo, un normammo, un germanico, uno svevo, un francese angioino, uno spagnolo aragonese, uno spagnolo castigliano, un italiano peninsulare, un pisano, un genovese, un napoletano e un piemontese: ne dovrebbe uscire 'il siciliano'.
Ma, alla prova dei fatti, la ricetta non funziona perchè in ogni siciliano prevale il saraceno o il greco, lo svevo o il normanno, il germanico o lo spagnolo, il romano o il francese e così via.
Le cose si complicano quando - e accade frequentemente - prevalgono più discendenze.
A questo punto chi può onestamente classificare 'i siciliani'?
Quanti tipi ne esistono, quanti temperamenti, caratteri, gusti, abitudini, mentalità, modi di comportamento?
E quando i non siciliani parlano della Sicilia, di quali delle molteplici e contraddittorie 'Sicilie' intendono parlare?"
Franz Maria D'Asaro

venerdì 17 ottobre 2014

CEFALU', LA SOLENNE LUCE DELL'OCCIDENTE


Le pagine di Steno Vazzana descrivono le ore della bellezza cefaludese: quelle del sole calante sulle pietre degli edifici storici e dell'imponente rocca 
   
La natura ed il volto urbano di una irripetibile Cefalù
agli inizi degli anni Cinquanta.
La fotografia porta la firma di Fosco Maraini e venne pubblicata
nel libro di Roger Peyrefitte "Dal Vesuvio all'Etna",
edito nel 1954 da "Leonardo da Vinci" Editrice Bari


A Steno Vazzana, professore di liceo nella sua Cefalù sino al 1959, si deve uno dei più belli ed interessanti libri sulla cittadina palermitana.
"Cefalù fuori le mura" ( Edizioni DELL'ARNIA, Roma, 1981 ), "non è una guida turistica - si legge nella seconda di copertina - nè un'illustrazione storica o geografica della città di Cefalù.
E' una raccolta di osservazioni nate dalla comunione affettuosa con quelle cose che a Cefalù parlano un linguaggio universale intellegibile - non meno fuori le sue mura che dentro - a chiunque porga orecchio alla scoperta della bellezza...".
Le pagine di Vazzana - poeta e autore di saggi letterari su Eschilo, Dante, Manzoni, Pascoli e D'Annunzio - passano in rassegna vari aspetti dell'arte e della cultura cefaludese.


Una fotografia della costa palermitana
con il profilo della costa delimitato verso il mare dalla rocca di Cefalù.
L'immagine venne realizzata da Rudolf Pestalozzi
e pubblicata nel saggio di Giovanni Comisso "Sicilia",
edito nel 1953 a Ginevra da Pierre Cailler

Accanto all'esposizione degli aspetti architettonici del duomo ( che segnala la non facile sintesi dei disparati elementi storico-artistici che ne hanno consentito la creazione ) o alla descrizione del "Sorriso dell'ignoto marinaio", Steno Vazzana ci guida alla scoperta del barocco di Cefalù, del santuario di Gibilmanna o della figura del cefaludese Jacopo Del Duca, collaboratore di Michelangelo.
Il capitolo iniziale di "Cefalù fuori le mura" pone subito la chiave di lettura che guida il reportage di Vazzana fra i luoghi artistici "di una terra che è un bene da far proprio e da non dimenticare".



Il riflesso del sole sulle pietre del duomo
e su quelle della rocca di Cefalù.
La fotografia è di Josip Ciganovic e venne pubblicata nel 1962
nel I volume dell'opera "Sicilia", edita da Sansoni
e dall'Istituto Geografico De Agostini

"Cefalù - scrive Vazzana - è città di vocazione occidentale.
Adagiata sull'unica striscia di terra idonea a un abitato appoggiato alla difesa della rupe, che a nord cade quasi a picco sul mare strozzando ogni espansione verso est, si apre tutto a ponente su un terreno quasi pianeggiante...
E' vero perciò che il volto classico di Cefalù è e sarà quello occidentale, che si specchia nei riflessi della sua piccola baia tra il molo e Santa Lucia, quello diffuso in tutto il mondo come una carta d'identità dalle cartoline illustrate e caro ai cefalutani stessi, che vi si riconoscono come in un ideogramma di significato apertissimo...
Tutti i popoli che costruirono a Cefalù ebbero una predilezione occidentale. Nè soltanto la città nel suo insieme, ma i suoi più significativi edifici guardano al sole calante...
Non il sole che sorge, nascosto alla loro spalle dalla mole della montagna, ma la solennità dei tramonti, si attarda sulle loro fronti...
Per questo orientamento del paese nel suo insieme e dei suoi monumenti più grandi in particolare l'ora classica della bellezza di Cefalù è l'ultima parte del giorno.
Chi la voglia godere in tutto il suo splendore la contempli nel pomeriggio da santa Lucia o dal lungomare: quanto più il sole si china sul mare, quanto più la luce va facendosi morbida e calda, tanto più penetra gli spazi della città e della sua montagna.
  

Uno dei vicoli cefaludesi ai piedi della rocca.
Anche questa fotografia è di Josip Ciganovic, opera citata





E, come se si liquefacesse nell'impasto di terra e di acque, si diffonde dappertutto in una tonalità pacata.
La luce del mattino non ha a Cefalù questo splendore, perché non illumina il volto ma le spalle della città.
Nelle prime ore, quando il paese appare tutto raccolto nell'ombra del monte che si allunga fino al mare, le linee e i colori si perdono nello sfumato; aria e acqua si fondono alle sue spalle e ai suoi piedi in un'unica luce chiara tutta riflessa all'esterno.
Della città vedi solo il profilo elegante e sottile, una lama oscura sul mare, l'impennarsi delle due guglie del duomo, la rocca cilestrina contornata di dorature come in un'eclisse.


Man mano che il sole aggira la montagna e il paese esce fuori dall'ombra, lo sfumato si condensa in masse sempre più concrete, le case prendono forma, si staccano l'una dall'altra individuandosi nell'insieme pur sempre compatto, si dispongono in piani e profondità.
Più tardi, quando il sole è passato a ponente e la città dispone tutte le sue fronti in direzione della luce che la penetra, emerge l'evidenza dei colori, l'intrico dell'abitato si chiarisce anche nelle sue linee più sottili.
E' questo il momento più completo della bellezza di Cefalù..."



Ad oltre trent'anni dalla descrizione che ne fece allora Steno Vazzana, il sole dell'ovest continua a regalare calore alle pietre di Cefalù.
All'opera magnifica della natura - come già  altre volte scritto da ReportageSicilia - non ha corrisposto negli ultimi decenni quella della mano dell'uomo; la luce occidentale si riflette anche sulle cortine di residence e "appartamenti-villette" che sovraccaricano di cemento un paesaggio che un tempo integrava perfettamente ambiente ed edilizia storica.
Per questo motivo, nella Cefalù di oggi quello stupefacente splendore del sole non esprime più il "momento di perfezione" evocato da Steno Vazzana.  







mercoledì 15 ottobre 2014

LA VIA ETNEA DI ALFREDO MEZIO

Il mito di Verga; e poi Brancati, Aniante, Patti e De Mattei, la Birreria e la Pasticceria Svizzera ed i circoli nella strada del "dandysmo" catanese in un reportage d'inizi anni Cinquanta


Una prospettiva di piazza Stesicoro
con i resti dell'anfiteatro romano, a Catania.
Le fotografie del post sono di Federico Patellani
e sono tratte da un reportage del giornalista e saggista Alfredo Mezio
apparso sul numero di Natale del 1952 
della rivista "L'Illustrazione Italiana"

Già in passato, ReportageSicilia ha dedicato un post al ruolo della via Etnea nella quotidiana vita di Catania http://reportagesicilia.blogspot.it/2013/07/linquieta-via-etnea-di-antonio-aniante.html.
L'occasione per tornare sull'argomento è ora offerto da un reportage realizzato nel 1952 da Alfredo Mezio ( 1908-1978 ), il giornalista e saggista di Solarino che rivestì a Roma anche l'incarico di caporedattore de "Il Mondo" di Mario Pannunzio
Mezio pubblicò il suo articolo sul numero di Natale del 1952 della rivista "L'Illustrazione Italiana", dedicato alla Sicilia.
A corredare il suo testo furono le fotografie di Federico Patellani, le cui immagini illustrarono tutti gli articoli di quel numero speciale della rivista edita da Garzanti.
Di Catania, Alfredo Mezio era profondo conoscitore dell'ambiente cittadino; soprattutto, quello degli intellettuali e degli scrittori che animavano la vita culturale dei circoli e dei luoghi d'incontro pubblico. 
La via Etnea descritta da Mezio svela così il volto della Catania degli intellettuali e della borghesia nel secondo dopoguerra, tenacemente legata a consuetudini e personaggi dalla caratterizzazione quasi teatrale, assai lontana dal volto offerto in quegli anni da Palermo.
Il viale della Libertà del capoluogo della regione autonoma non rivestiva infatti per i palermitani la stessa funzione di identificazione sociale e culturale.


Una classica veduta di Catania con lo sfondo dell'Etna fumante

Nel 1952, semmai, Palermo era una città cinicamente rivolta a far fruttare i privilegi politici e clientelari legati all'attività del suo parlamento e degli assessorati regionali.
Se la via Etnea era l'immutabile luogo di esibizione di "dandy" e letterati, il viale della Libertà era quello della distruzione del suo patrimonio edilizio liberty e della costruzione dei moderni palazzi, abitati da potenti burocrati e da qualche mafioso rampante.
Così Alfredo Mezio descriveva il cuore urbano catanese:
          
"Si dice che via Etnea è un po' per i catanesi quello che via Toledo è per i napoletani; ed è vero, a patto di aggiungere che via Etnea assolve anche tutte quelle funzioni di rappresentanza mondana che a Roma sono specifiche di via Veneto e a Milano di via Montenapoleone.


Giovani catanesi su una panchina del giardino Bellini

Il Duomo, il Municipio, l'Università, il circolo dei Nobili, i Tribunali, la Birreria Svizzera, il negozio del filatelico Taccetta, la Villa Bellini: tutti i monumenti pubblici e privati che danno il tono alla città, ma che altrove sarebbero dispersi in quattro o cinque quartieri differenti, qui si trovano incorporati nello scenario settecentesco di via Etnea, che è ancora quello sul quale si posarono gli occhi di Goethe; uno scenario di pietra nera, a base di palazzetti a due piani, non molto diverso da certi aspetti della Berlino verso la fine del Settecento, salvo la pietra nera, i vespasiani e il grande cono bianco del vulcano che fa da sfondo alla città come il Fusijama delle stampe giapponesi.


La via Etnea durante lavori di risistemazione della sede stradale,
nell'ottobre del 1952

Via Etnea non è soltanto l'arteria principale del traffico cittadino, ma anche la strada da parata dei cortei, dei funerali, dei matrimoni di lusso ( i protagonisti del 'Don Giovanni in Sicilia' si sposano nella piccola chiesa della Collegiata ) la strada del dandysmo locale ( che ha il suo quartier generale alla Pasticceria Svizzera ), degli schiaffi per ragioni politiche, dei patiti della letteratura ( che un tempo facevano tappa al Caffè Brasile ).
All'epoca della clamorosa polemica fra Carducci e Rapisardi, tutta Catania fu naturalmente anti-carducciana, ma le manifestazioni più clamorose avevano luogo nella parte bassa di via Etnea, da parte degli studenti, tutte le volte che il bardo della democrazia si recava all'Università col cravattone a fiocco e il cappello a falde larghe.
In quegli anni Catania si popolò di monumenti a Cavallotti, a Garibaldi, a Mazzini, a Victor Hugo.


Carrozzelle nei pressi di piazza Duomo

Difficilmente un forestiero potrebbe spiegarsi una simile foresta di personaggi in atteggiamento profetico, se non sa che verso la fine del secolo Catania fu una delle roccaforti più robuste del radicalismo meridionale e della Fraternità Massonica.
Si può dire che tutta la giovane letteratura catanese sia cresciuta sui marciapiede di via Etnea, da Aniante, di cui molti ricordano l'eroica difesa a colpi di bastoncino contro un furioso lancio di cuscini, dopo la rappresentazione di un suo dramma su Sant'Agata, a Vitaliano Brancati, giovane redattore del 'Giornale dell'Isola', campione di fioretto e poeta dannunziano; dal mite Rodolfo de Mattei, ancora incerto tra la letteratura e il successo mondano, a Ercolino Patti che in calzoncini corti spia dalle vetrate del Circolo Unione Giovanni Verga immerso nella lettura del giornale"

domenica 12 ottobre 2014

LA SICILIA AI TEMPI DI CAVALLI, MULI ED ASINI

Dieci fotografie di Rudolf Pestalozzi documentano gli anni in cui nell'isola rurale il numero di animali superava ancora quello delle automobili

Una famiglia su un carretto lungo una strada dell'isola,
agli inizi degli anni Cinquanta dello scorso secolo.
Le fotografie del post vennero scattate dallo svizzero Rudolf Pestalozzi
e pubblicate nel 1953 nel saggio di Giovanni Comisso "Sicilia",
edito a Ginevra da Pierre Cailler 

Sino ad una cinquantina di anni fa, asini, muli e cavalli continuavano ad avere nella Sicilia rurale un ruolo di primo piano fra i mezzi di trasporto e da lavoro utilizzati da contadini, braccianti e pastori.
La disponibilità di questi animali rappresentava così un bene prezioso, più di quanto potesse esserlo una Fiat 600 per tante famiglie che abitavano nelle principali città dell'isola. 
Ancora nel 1965, nelle nove province si contavano 471.000 addetti nel settore agricolo, 40.000 in più rispetto a quelli dell'industria; e solo 6,99 abitanti su cento avevano il privilegio di possedere un'automobile. 
Soprattutto le zone interne della regione vantavano poi un notevole patrimonio bovino, ovino e caprino, essenziale per il sostentamento economico e l'alimentazione di decine di migliaia di famiglie.
Gran parte dei reportage compiuti in Sicilia ancora ben oltre il 1960 ha così dato conto della presenza di questi animali nel paesaggio e nella vita quotidiana dei suoi abitanti.






Un'attenta e a tratti lirica descrizione di quel periodo si deve alla penna di Giovanni Comisso ed all'obiettivo fotografico di Rudolf Pestalozzi.
Nell'opera "Sicilia" - edita a Ginevra da Pierre Cailler nel 1953 - asini, muli, cavalli, pecore, mucche e cani rimandano ad un mondo lontano dall'arcadia e più realisticamente legato alle dure condizioni di vita contadina di quegli anni.
Allora, gli animali condividevano spesso lo stesso tetto dei loro padroni e l'aratro era ancora l'unico strumento utilizzato per le coltivazioni.
Quel reportage si svolse durante gli anni della lotte contadine per le terre: una stagione piena di aspettative in gran parte disattese dall'azione politica regionale, governata con il meccanismo della clientela e della difesa degli interessi particolari.








Le fotografie di Pestalozzi riproposte da ReportageSicilia documentarono alcuni personaggi di quelle sperdute contrade dell'isola.
A guardarle adesso, vi è in quelle immagini un innegabile riferimento all'esperienza svolta da Danilo Dolci e ai suoi incontri con i personaggi di una Sicilia profondamente arcaica.  

"E' quest'isola una delle poche terre al mondo - scriveva Giovanni Comisso - dove l'uomo vive ancora in diuturna comunità con gli animali utili alla sua vita come nelle epoche lontane.
Mandrie di bovini, di pecore, di capre ascoltano e intendono il fischio o urlo dei pastori il cui volto è allungato, estatico nello sguardo, quasi avessero assimilato quello degli animali custoditi dall'alba del tramonto e tra i quali nelle notti d'inverno dormono protetti dal loro calore.
Avvolte sono le loro gambe di pelli di capra a ricordo dei fauni e anche la sacca a tracolla, dove ripongono il poco cibo e la borraccia dell'acqua è fatti di una pelle caprina che allunga il suo pellame come nascesse dalla loro schiena.





I muli, gli asini e i cavalli che hanno la stalla attigua alla loro unica stanza, sono gli amati intermediari a portarli in groppa, quando è ancora la notte, dal villaggio ai campi lontani e nella loro povertà che non concede all'uomo l'acquisto di un cappello di paglia, si sacrificano perché il mulo o il cavallino abbiano sulla cervice un piumaggio di molti colori che dia ombra e ambizioso ornamento.



Vanno per le strade, per i tratturi nella notte lucente di stelle e in tutte le ore del giorno, in un perseguitante pellegrinaggio da una valle a un'altra e, ora, che il messidoro colmeggia, portano appesi ai fianchi dell'animale i manelli di frumento fino allo spiazzo della battitura, dove altri cavalli girano come in una giostra sciogliendo con gli zoccoli i grani delle spighe.
Nel sole, nella polvere un uomo si stordisce girando su se stesso nell'aizzare i cavalli con un urlo continuato che si tramuta in una cantilena da ubriaco e a sera ritornano coi sacchi ripieni appesi al posto dei manelli.
Cantano ondeggiando in groppa una melodia sommessa che sembra un parlare con l'animale, rotta ogni tanto da un singulto istigatore ad affrettare il passo verso la casa, dove per entrambi è il ristoro.
I cani imbastarditi da tutte le razze susseguite nell'isola nel corso dei secoli sono gli altri fedeli compagni nella solitudine dei lavori e dei pascoli.







L'umile sguardo segue il padrone e lambiscono le sue mani nell'arsura come per dare con la saliva l'umidore d'una sorgente che è lontana.
Li seguono nelle cavalcate all'ombra del mulo proiettata sulla polvere, li seguono nel pascolo lento quasi immobile, e stanno con essi nel carretto istoriato eretti a respirare la brezza quando viene il mare.
Racconta un contadino del loro cane che s'era inferocito e fu necessario ucciderlo all'insaputa del padre che lo amava per averlo allevato da piccolo e quando non lo vide apparire alla partenza per i lavori, si ammutolì nel dolore restando per tre giorni senza mangiare, come gli fosse morto uno del suo sangue.
Mandrie di bovini, di capre, di pecore, muli, asini, cavalli e cani sono ancora in quest'isola familiari agli uomini"

Per tanti anni ancora dopo il reportage di Comisso e Pestalozzi, molti agricoltori, braccianti e  pastori avrebbero  continuato a considerare impossibile l'acquisto di un'automobile o di un trattore: il lavoro della terra fruttava in media 300 lire al giorno, oltre qualche etto di formaggio di capra, un pugno di fagioli secchi o di fave.
Altri - molti altri - avrebbero invece abbandonato gli animali e tentato la dolorosa strada dell'emigrazione dall'isola.
Le campagne si sarebbero svuotate della loro presenza, consegnando la Sicilia ad un destino segnato da sottosviluppo, bassi redditi e produzioni scarse e scadenti: vecchie tare che pesano ancor oggi sull'economia agricola di molte zone rurali isolane.  
  



venerdì 10 ottobre 2014

DISEGNI DI SICILIA


IL PALAZZO DELLA ZISA A PALERMO, Frank Brangwyn ( 1867-1956 )

ANONIMI TAORMINESI D'INIZIO NOVECENTO

Immagini degli abitanti della cittadina ionica tratti dall'opera "Taormina", edita nel 1907 dall'Istituto Italiano d'Arti Grafiche

Donne in strada nei pressi dell'arco del convento dei Cappuccini.
La fotografia è attribuita a Bruno

"Taormina prese parte alla gloriosa rivoluzione del 1848-49, esponendosi all'attacco delle truppe di Carlo Filangieri che ebbe appunto il titolo di duca di Taormina, quasi vi avesse riportato una grande vittoria.
L'unico beneficio del Filangieri verso la città fu tuttavia quello di avere iniziato gli scavi del teatro.
La rivoluzione per l'indipendenza italiana lasciò Taormina indifferente, ma, nel 1860 e precisamente il 9 aprile, tentò nuovamente sottrarsi a quella dominazione e, per quanto caduta ancora una volta per poco in mano ai Borboni, divenne ben presto definitivamente libera"

Questo riepilogo delle vicende taorminesi incentrate sulla fatidica data del 1860 è contenuto nella guida "Taormina" di Maria Santangelo, edita a Roma nel 1950.
Le indicazioni della Santangelo fanno riferimento ad un aspetto della storia della cittadina ionica spesso ignorato dalla ricchissima letteratura dedicata a Taormina: quello degli eventi che hanno accompagnato la vita dei taorminesi, il cui ricordo è stato spesso schiacciato dalla narrazione delle bellezze architettoniche ed ambientali del loro luogo di origine.


Sulla strada del castello di Taormina.
Lo scatto è attribuito a Marziani


La porta S.Antonio con le mura cittadine.
La fotografia porta la firma di Crupi


La pubblicistica dedicata a Taormina è così costellata dai millenari riferimenti mitologici al principe Tauro, dalle stupite descrizioni del teatro antico o dal ricordo dei personaggi famosi e a volte bizzarri che hanno consegnato questo angolo di Sicilia alle cronache del jet set internazionale: il pittore e fotografo Wilhelm Von Gloeden, i Krupp, i Vanderbilt, Truman Capote, Greta Garbo...
Certo, la vita di Taormina è e soprattutto è stata anche questo, anche se nessuno scrittore o regista è stato capace di tramandarne la bellezza in un capolavoro della letteratura o della cinematografia.

Facciata di S.Maria del Piliere.
L'immagine è attribuita a Bruno


Pochissimi osservatori hanno invece raccontato i taorminesi che in passato hanno ospitato nella loro cittadina teste coronate, industriali miliardari e personaggi della cultura e dello spettacolo.
Il saggista catanese Antonio Aniante lo ha fatto decenni fa, con toni decisamente sprezzanti.
Ricordando le frequentazioni altolocate di Taormina sino al limitare dell'inizio della caldissima stagione estiva, così scriveva nel 1962:

"La cittadina aristocratici cade nelle mani dei bifolchi e dei mulattieri, dei mietitori avvinazzati, che indugiano sotto le case, in compagnia delle bestie, prima di ripartire per i campi e per le valli, lasciando scie di sterco nelle piazzette..."

ReportageSicilia vuole dedicare questo post a quegli anonimi taorminesi che tra la fine del secolo XIX e i primi decenni del secolo scorso hanno costituito la società locale, lontana dalla notorietà dei loro facoltosi ospiti stranieri.


Donna nei pressi della fontana di piazza Duomo,
in una fotografia senza attribuzione

Ragazzo sulla soglia di un portone in corso Umberto I.
La fotografia è attribuita a Marziani


Si tratta di donne, anziani e bambini incontrati fra le strade e i monumenti del paese da Alinari, da Crupi, da Bruno, da Martinez, da Marziani e da altri fotografi rimasti senza nome. 
Le immagini furono pubblicate nel volume di Enrico Mauceri "Taormina", edito nel 1907 dall'Istituto Italiano d'Arti Grafiche di Bergamo per la collana "L'Italia Artistica".
Molti personaggi vengono colti in momenti di vita quotidiana, durante il trasporto di acqua o fra gli edifici storici. 
Le loro figure si inseriscono negli scorci architettonici della Taormina costruita fra i secoli XIV e XV, in un contesto urbano che suggerisce l'identità rurale della cittadina d'inizi Novecento. 
Altri taorminesi invece - come nel caso di tre ritratti di Alinari - hanno accettato di mettersi in posa dinanzi la trama di una pianta rampicante, secondo un vago gusto dell'esotico tipico del periodo.


Acquaiolo con il suo carro
nei pressi di porta Catania.
La fotografia non ha attribuzione

Trasporto di una botte
sulla scalinata in pietra di palazzo Corvaja.
La fotografia è di Alinari

  
Già all'epoca di questi pioneristici scatti , la straordinaria ambientazione naturale di Taormina cominciava a soffrire le conseguenze dell'assalto edilizio dell'industria turistica. 
La prova è nelle parole di Enrico Mauceri, che a conclusione della sua fatica documentaria scrisse: 

"Una vista parziale di Taormina fa pensare tristemente alla grave offesa arrecatale dagli albergoni moderni che le hanno distrutto o alterato le linee incantevoli del paesaggio, e che ne han deturpato le memorie"


Tre ritratti di taorminesi a firma Alinari.
Bambina, donna e anziano vengono indicati con il termine "popolani"




Decenni dopo la recriminazione di Mauceri, il paesaggio di Taormina sarebbe stato sconvolto dalla costruzione di imponenti svincoli autostradali e da una speculazione edilizia che avrebbe cementificato il monte Tauro.
La costruzione a tappeto di ville e residence chiamò in causa anche un petroliere, un armatore ed un noto attore comico: dopo averne accresciuto una fama internazionale, il "jet set" ha contributo insomma a saccheggiare il patrimonio ambientale taorminese.