sabato 25 luglio 2015

DISEGNI DI SICILIA


VIRGILIO RETROSI, "Visitate la Sicilia", locandina ENIT, 1952

venerdì 24 luglio 2015

ASINI SICILIANI PRIMA DEI CAVALLI MECCANICI

Tre immagini di un animale domestico oggi quasi scomparso dalle campagne dell'isola tratte da un reportage pubblicato nel 1961 dalla rivista del TCI "Le Vie d'Italia"

Asini panteschi, in una delle tre fotografie
pubblicate nell'ottobre del 1961
dalla rivista mensile del TCI "Le Vie d'Italia".
Gli scatti sono attribuiti a S.Garritano

 Fra gli animali domestici che un tempo abbondavano nelle campagne e nei centri rurali della Sicilia, l'asino è certamente quello destinato al maggiore rischio di scomparsa.
Non esistono statistiche certe sul numero di esemplari ancora esistenti nell'isola; tuttavia, sono certo lontani i tempi in cui gli asini, insieme ai muli ed ai bardotti ( cioè gli incroci fra l'asino e la cavalla e il cavallo e l'asino ) costituivano un fondamentale strumento di lavoro e di vita quotidiana per migliaia di famiglie.
Non a caso, in passato i proverbi ( in "Parole di Sicilia", Sandro Attanasio, Mursia, 1977 ) utilizzavano questo animale per sottolineare due diverse condizioni di vita ben conosciute dai siciliani:

"Asinu chi ha fame mancia ogni strame",
( "Asino che ha fame mangia ogni erba secca" )

"Asini e sinaturi, dacci locu"
( "Asini e senatori, dagli spazio liberamente" )
   
Nel 1974, Aldo Pecora ( "Sicilia", UTET ), ricordava che nel 1908 l'isola poteva contare su una popolazione di 189.000 asini, ridotti a 36.000 nel 1970; le zone con la maggiore persistenza di esemplari erano i Peloritani, i Nebrodi e gli alti Iblei, dove la forte accidentalità dei suoli ne favorivano l'utilizzo da parte di contadini e pastori. 

Un esemplare di asino ibrido
lungo una strada dell'isola

A Pantelleria, la preziosissima razza locale - richiesta da altri allevatori, italiani e stranieri - si era assottigliata nel 1982 a dodici esemplari maschi e quattro femmine.
Due anni dopo, l'ultimo stallone di pura razza pantesca - Arlecchino - annegò legato alle corde mentre veniva sbarcato da una nave nelle acque del porto.
Solo molti anni più tardi, gli asini di Pantelleria avrebbero evitato il rischio di un'estinzione grazie ad un complesso progetto di riselezione della razza, secondo la tecnica dell'"embryo transfert". 
Proprio a due esemplari di asino pantesco si riferisce una delle tre fotografie riproposte nel post da ReportageSicilia.
L'immagine venne pubblicata insieme a quelle di un esemplare ragusano e di un ibrido in località sconosciuta dell'isola dalla rivista mensile del TCI "Le Vie d'Italia", nell'ottobre del 1961.
Nell'articolo "Razze paesane di asini", il giornalista Alberto Ceretto tracciò l'elogio di questo animale ricordandone le vicende storiche, legate ad aspetti della religione, dell'arte e della letteratura.

Un asino di razza ragusana
utilizzato per il trasporto di uva

Le tre fotografie realizzate ad esemplari siciliani ci rimandano a tempi ormai lontani della civiltà rurale dell'isola; anni in cui l'asino costituiva un bene familiare primario, prima che il suo umile ruolo venisse rimpiazzato dalla disponibilità di un furgone Ape o di una 600.   



mercoledì 22 luglio 2015

ULTIMI VELIERI ALLA CALA DI PALERMO

Le pagine del poeta dialettale Vincenzo Guarnaccia e i disegni di Giovanni Lentini descrissero nel 1939 un volto ormai scomparso dell'antico porto cittadino

Il porticciolo della Cala.
I disegni del post furono realizzati nel 1939
dal palermitano Giovanni Lentini
ed illustrarono un racconto
del poeta ennese Vincenzo Guarnaccia.
Il materiale documentario
è tratto dalla rivista del TCI
"Le Vie d'Italia" del giugno 1939
  
Dal 2011 - grazie ad uno dei pochi progetti urbani di riqualificazione andati a buon fine -  lo storico porticciolo palermitano della Cala ha acquisito un aspetto simile a molti altri moderni  porti turistici per diportisti a vela.
Sino ad allora, ciò che rimane del primitivo porto punico di Palermo viveva in uno stato di degrado ambientale e strutturale, aggravato dalla secolare presenza degli sbocchi a mare di una decina di canali fognari ( percepibile all'olfatto dei passanti e dei residenti a seconda del mutare dei venti ).
Insieme al sostanziale degrado, oggi la Cala ha perso ogni funzione di scalo mercantile che ne aveva animato le banchine almeno sino alla vigilia del secondo conflitto mondiale.


Una testimonianza di quel ruolo - che venne meno con il tramonto della navigazione commerciale a vela - è contenuta in un racconto pubblicato nel giugno del 1939 dalla rivista del TCI "Le Vie d'Italia".
 La descrizione della Cala di allora ( col titolo "Vele alla Cala di Palermo" ) si deve alla penna di Vincenzo Guarnaccia ( 1899-1954 ), il poeta di Pietraperzìa fondatore a Palermo della rivista dialettale "La Trazzera".
Nel racconto, Guarnaccia coglie con tono nostalgico l'inevitabile perdita del mare un tempo solcato dalle vele bianche e dagli scafi lignei; a dominare, adesso, sono "navi d'acciaio, che guardano torve dalle cubbie profonde e che fiottano fumo dalle ciminiere con rombi d'eliche e di motori".


Ad illustrare la prosa coloristica e a tratti sgargiante di Guarnaccia, si aggiunsero 6 disegni di Giovanni Lentini ( 1882-1948 ), artista palermitano figlio d'arte e, dal 1910, docente di Disegno all'Accademia di Brera; il nonno, Giovanni senior ( 1830-1898 ), fu pittore e scenografo, il padre, Rocco ( 1850 - 1943 ), si divise fra la pittura, la decorazione architettonica e la grafica.
Nel post, ReportageSicilia ripropone il reportage di Vincenzo Guarnaccia e i bozzetti della Cala e dei suoi personaggi dell'epoca disegnati da Giovanni Lentini.
Sull'opera di quest'ultimo, si segnala il saggio "Giovanni Lentini ( 1882 - 1948 ). Un palermitano a Milano" edito nel 2011 da Kalos a cura di Maria Antonietta Spadaro

"La Cala di Palermo è un'insenatura caratteristica, posta tra le banchine ferrigne di Santa Lucia e la passeggiata regale del Foro Italico.
Una cortina a rattoppi policromi di vecchie casupole con la poesia dei garofani e del basilico alle finestre, le fa scenario; un intrigo di alberi, di pennoni, di sartìe l'affolla e l'assedia, dandole un aspetto dantesco di selva dei suicidi.



Fra corda e corda, però, vele bianche sventolano allegre e sembrano i panni stesi al sole di una famiglia di ciclopi.
Seduti sotto la pergola d'una tavernella locale, o sopra uno dei pilieri a cui s'attaccano le gomene, la vita della Cala si può ammirare mentre si squaderna da sé chiara e colorita, folta di tipi e commentata da dialoghi degni delle più saporose commedie dell'arte.
Guardando, non bisogna farsi distogliere dall'imponenza del monte Pellegrino, che si staglia un po' a sinistra, fulvo e aspro, col nastro bianco della carrozzabile che va sino al Santuario della Vergine Rosalia, col cappelluzzo tondo dell'Osservatorio sulla cima e con il grandioso albergo Utveggio, appollaiato su di uno sprone, fra le pinete, come un falcaccio; né bisogna dare ascolto al richiamo che viene dai giardinetti pensili delle Mura delle Cattive, che tanto piacquero al Goethe; né, sorpassando l'antemurale, si deve correre con lo sguardo lontano, sul mare d'un azzurro di anilina, dove la luce compone e scompone giochi fantastici di riflessi e di iridescenze.
Bisogna fermarsi alla cala col corpo e con lo spirito; concludere e limitare l'orizzonte tra la via che la costeggia sghemba e nera, traversata da carretti ciancianellanti, e lo specchio d'acqua dove le vele si dondolano pigre, come pacifici animali meriggianti satolli all'ombra di alberi stecchiti.



Dall'alba al tramonto la vita si svolge quasi sempre identica; solo le stagioni vi arrecano varietà di colori e diversa festosità.
Appena si giunge, la sensazione che prima si riceve è di carattere olfattivo.
Un odore indefinibile, penetrante, fluttua d'intorno e impregna l'aria e le cose: è un miscuglio di catrame, di salsedine, d'acqua marcia, di frutta frasca, di terra bagnata; e, a seconda dello spirare del vento, ora l'uno, ora l'altro di questi odori predomina; sì che la cala può, in determinati momenti, parere una spezieria, un frutteto, una taverna e, ahimè, anche un pozzo nero.
Poi l'olfatto si abitua, ed è l'occhio che scruta, s'incanta, s'incuriosisce, si diverte.
Al mezzogiorno, o verso l'Ave, sulla tolda di un veliero, o sopra una chiatta, c'è sempre qualche cuoco che sventaglia sotto un fornello, cullando sulle ginocchia un pacco azzurro dalle cui estremità s'affacciano gialli e grossi maccheroni di 'zita'.
Vigile sulla pentola, egli interroga l'acqua e il fuoco e aspetta il momento dell'ebollizione per calare la pasta; un poco discosti, i compagni si arrovellano e discutono sopra una partita a briscola come sopra un piano di battaglia.
Sul veliero accanto un vecchio barbuto rappezza poveri panni e pare che cerchi di tanto in tanto l'ago che gli si perde fra le dita nocchiute e torte.
Su una barchetta due uomini in piedi discutono animatamente, e quando una ondetta picchia più forte, per tenersi in equilibrio s'afferrano le mani in un gesto di pace contrastante con il loro aspetto litigioso.




La Cala, così, appare come una gran casa aperta, dove ogni inquilino accudisce alle proprie faccende, senza preoccuparsi punto degli altri.
La tinta più cupa la dà spesso il carbone che, ammonticchiato sulle chiatte, viene scaricato quasi di fronte alla Dogana.
Uomini neri e diabolici occupano allora la cala e vanno e vengono curvi sotto le 'coffe' ricolme di minerale; e come l'asse, che fa da ponte fra la banchina e la barca, oscilla sotto i loro passi, sembra che danzino un ballo grottesco.
Ma la vita della Cala diventa più gaia e si arricchisce di colori e di profumi dal giugno all'ottobre.
Allora vele e velieri si trasformano in canestri capaci, nel cui fondo la frutta splende e ride con colori di smeraldo, d'ambra e di croco.
Sulla banchina si estollono piramidi di angurie verde-cupo, di poponi giallo-oro, di pomodori sgargianti, di pere smeraldine, di prugne violette, di uve d'ogni colore, di cipolle argentee, di patate terrose.
Appena i tepori primaverili incominciano a infocarsi, un'altra scena si rinnova giorno per giorno, piena di grazia e di sbarazzineria: frotte di fanciulli nudi, bruniti e lucidi come statuette di rame, si tuffano qua e là fra le vele e gridano, capitombolano, s'immergono, riappaiono grondanti e guizzanti come cefali.
Colori, odori, strilli di fanciulli, vocìo d'uomini, risa di donne, cigolio di legni, sciacquìo di ondette, sventolìo di panni, di vele, di tele, canti lunghi e melanconici, squilli di tromba della vicina caserma di finanza, battere di remi dei canottieri della Doria, ecco la Cala pittoresca. 
Ora un veliero snello ha lasciato l'ancora ed ha alzato tutte le sue vele; il vento lo investe, vi corre a rifoli, zufola fra le sartìe, giuoca a rimpiattino, gonfia, sgonfia le vele; vividi riflessi bianchi tremolano nell'acqua scura e pare la purifichino; barchette minuscole vi girano d'attorno come cavallette.
Dalla banchina una donna leva alto sulle braccia forti un bambino.
Un grido di comando, lo strepito di un argano, lo stridere di due corde tese e la bella nave si avvia con la gloria delle sue vele garrenti come bandiere.
Dalla tolda sale una canzone:

"Amici amici ca'm Palermu jti, mi salutati dda bedda citati..."

Quando il veliero ha doppiato l'antemurale, dalla banchina di Santa Lucia un transatlantico grigio s'avventa al largo con la furia dei suoi motori; ma l'occhio nostro non lo segue, fisso com'è su quelle vele che ora si sono fuse in una e palpitano, come l'ala di un gigantesco alcione, remigante sottovento, tra mare e cielo"







lunedì 20 luglio 2015

SICILIANDO














"Paese marino, il mio, sulla costa tirrenica di Sicilia, tra Cefalù e Tindari, borgo in antico di pescatori formatosi intorno al secentesco castello del Gallego, passato nell'Ottocento ai Lanza di Trabia. 
E sono quindi cresciuto tra i pescatori, con la visione costante del mare e delle isole Eolie all'orizzonte.
La spiaggia e il mare erano, nella mia lontana infanzia, i luoghi dei giochi, dei bagni, delle gite sui gozzi.
Partivano al vespero, i pescatori, con le loro barche a remi, per la pesca con le lampare di sarde e acciughe, tornavano all'alba.
E quando d'improvviso si levava il maestrale e il mare diveniva tempestoso, suonavano le campane della chiesa del castello e tutti accorrevano sulla spiaggia"
Vincenzo Consolo

domenica 19 luglio 2015

RICORDO DI UNA DOMENICA DI LUGLIO DEL 1992

La traumatica prima giornata d'estate per migliaia di palermitani nel giorno dell'attentato a Paolo Borsellino

Il 19 luglio del 1992 in via D'Amelio, a Palermo.
Le fotografie del post sono tratte dal saggio
"Magistrati in Sicilia, interventi pubblici
di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino a Palermo",
edito nel 1992 da ILA Palma
a cura di M.Bartoccelli, C.Mirto e A.Pomar

Anche il 19 luglio del 1992 era una domenica.
Ricordo che fu la prima domenica davvero estiva di quell'anno a Palermo, finalmente con  un cielo senza traccia di nuvole e con una temperatura perfetta per andare al mare.
Quasi per un esodo naturale, quel giorno la città si svuotò. 
I palermitani si riversarono fra Mondello e gli altri luoghi che danno conforto al desiderio di un bagno, magari a poca distanza dal proprio "villino", dalla costa di Balestrate a quella di Cefalù.
Per molti giornalisti, poi, quella domenica fu la prima giornata di relax dopo settimane di un impegno professionale che ancor oggi segna il loro vissuto personale.
Il 23 maggio, la strage di Capaci era stato un evento che aveva misurato la capacità di raccontare una Palermo sconvolta dall'attentato e ribollente di tensioni.
La catena di fatti che avevano seguito l'eccidio di Giovanni Falcone era stata convulsa: l'emozione e le proteste contro i politici durante i funerali, il dolore dei familiari e dei colleghi dei tre agenti della scorta uccisi, le manifestazioni di impegno civile di migliaia di palermitani; l'attesa per i risultati delle indagini sulla strage ed i timori di nuovi attentati, rilanciati da un tam tam di voci istituzionali e non. 
Quella magnifica e balneare domenica di luglio sembrava avere finalmente spezzato il clima frenetico di eventi e di paure.
Come tanti altri colleghi palermitani, anch'io decisi di concentrare altrove i pensieri.



Con la mia Renault 5, di buon ora, raggiunsi la spiaggia di San Vito Lo Capo, che a poco a poco si affollò di bagnanti.
Ricordo che fu una bellissima mattinata di sole e di mare cristallino.
Nel pomeriggio, mentre passeggiavo in una strada del paese, vidi uscire dal portone di una palazzina un uomo in canottiera.
Parlava da solo, camminando a passi lenti e sbandati.
Mi avvicinai curioso, e gli sentì ripetere una frase che mi colpì come una sassata:

"un altro attentato a Palermo, un altro attentato a Palermo..."
 
Senza chiedergli alcuna spiegazione, cercai subito la Renault parcheggiata in una traversa vicina per tornare a Palermo
Come me, tanti altri guidatori di auto e camper con la targa "PA" cui era arrivata voce dell'accaduto fecero la stessa cosa.
In pochi minuti, l'unica tortuosa strada di collegamento fra San Vito Lo Capo e l'autostrada fu così congestionata dal traffico di una domenica improvvisamente diventata maledetta.
Solo dopo parecchi chilometri fra ripide colline l'autoradio della Renault riuscì a sintonizzarsi con la frequenza di un giornale radio; fu così che seppi che l'attentato aveva ucciso in via D'Amelio Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta.
Più tardi, appresi che anche Borsellino, quella domenica, come tanti altri palermitani aveva deciso di trascorre una giornata al mare, a Villagrazia di Carini, con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia.
La mattina dopo, all'alba, con l'operatore di TRM - televisione per la quale allora lavoravo - girai in via D'Amelio le scene più sconvolgenti della mia carriera da giornalista.
Incredibilmente, nessuno vietò alla nostra troupe e ad alcuni fotografi di aggirarsi fra le auto devastate dall'esplosivo; i poliziotti, intanto, cercavano ancora fra i rottami  i resti dilaniati delle vittime.



Sotto quanto rimaneva di una delle Croma della scorta di Borsellino, scorsi una scarpa da tennis dalla quale spuntava un brandello di osso.
Avvisai con sgomento una funzionaria di polizia. 
In borghese, stava regolando il via vai di una processione di persone con valige e sacchi riempiti di oggetti domestici: erano i condomini dagli appartamenti del palazzo abitato dalla madre del magistrato, anch'esso devastato dall'attentato.
Mi sono sempre chiesto quante persone, prima di me, abbiano avuto modo di girare indisturbati in via D'Amelio fra i tanti reperti sparsi in strada dall'esplosione ( a cominciare dalla famosa agenda rossa di Paolo Borsellino ). 
Oggi, a distanza di 23 anni da quella strage, le celebrazioni palermitane vivono un clima mai così avvelenato da polemiche e da sospetti, segno della debolezza, delle rivalità e delle ambiguità di un fragilissimo fronte dell'antimafia.
Le parole severe ed accorate di Manfredi Borsellino sul travaglio vissuto dalla sorella Lucia nella sua traumatica esperienza da assessore regionale alla Sanità indicano la perdurante opacità della società siciliana.
Sul fronte giudiziario, poi, la possibilità stessa di poter scrivere la verità sulla strage Borsellino pare segnata da un ineludibile destino.
Valgono per tutte le considerazioni espresse da Enrico Deaglio ( "il Venerdì" de "la Repubblica", 17 luglio 2015 ):
 
"Il 19 luglio 1992 è una delle date tragiche della storia moderna italiana, quando vennero uccisi, nella sconosciuta via D'Amelio a Palermo, il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta di cinque poliziotti.
Da allora si contano ventitré 19 lugli.
Nel primo, ai funerali della scorta, scoppiò la rabbia della polizia palermitana e il presidente Scalfaro venne aggredito sotto le navate della cattedrale di Palermo.
Nel 1993, un corteo commosso si mescolava alle notizie di bombe a Roma, a Milano, a Firenze.
Ma almeno Riina era stato arrestato, Cosa Nostra alle corde e anche l'assassino di Borsellino aveva un nome.
Poi, in un'Italia cambiata, il '19 luglio' divenne anno dopo anno più triste, più piccolo, più inutile; fino all'ultima fase.
Da qualche anno il '19 luglio' è diventato di nuovo rancoroso e nervoso, con magistrati che accusano lo Stato ( di cui fanno parte ) di collusione con la mafia, tra agende rosse sventolate come simbolo, comizi politici e surreali, attacchi al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, accusato di 'sapere', di 'coprire', di 'interferire', di 'tramare'.
La verità - ormai tuti l'hanno capito - non arriverà.
La morte di Borsellino sta nello scaffale della nostra memoria vicino a troppi altri misteri e svanirà, come per tutti gli altri, per inerzia..."



   
  

venerdì 17 luglio 2015

I CARRUBI IBLEI DI GIUSEPPE LEONE

Sette immagini del fotografo ragusano svelano la  maestosa bellezza di un albero che racconta la storia di un'antica terra di contadini e pastori


Raccolta di carrube nelle campagne iblee.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
sono di Giuseppe Leone e sono tratte
dal volume "Il Ragusano, storie e paesaggi dell'arte casearia",
edito nel 1999 da Federico Motta
con testi di Francesco Amata,  Giuseppe Licitra e Diego Mormorio

"Giuseppe Leone è uno dei pochissimi autori italiani ed europei che merita l'appellativo di fotografo paesaggista: che sa coniugare lo spirito poetizzante con una capacità critica che ha le sue radici in una partecipata conoscenza dei luoghi fotografati e che, dunque, è una pratica completamente lontana da quella di chi ( velocemente ) tutto fotografa senza reale conoscenza e senza tensione poetica"

Con queste parole lo storico ed antropologo della fotografia Diego Mormorio analizzò nel 1999 l'opera del fotografo ragusano, che al paesaggio ibleo ed ai personaggi di quell'ambiente ( "La civiltà del legno" 1973, "La pietra vissuta" 1978 e "Mastri e maestri dell'architettura iblea" 1985 ) ha dedicato oltre un cinquantennio di scatti.
Le fotografie di carrubi riproposte nel post da ReportageSicilia fanno parte della straordinaria raccolta di immagini che testimoniano quel rapporto di "partecipata conoscenza" fra Leone ed i luoghi della provincia di Ragusa dove è nato, cresciuto e dai quali non si è mai distaccato.



Gli scatti furono pubblicati nell'opera "Il Ragusano, storie e paesaggi dell'arte casearia", edita da Federico Motta Editore nel 1999 con testi di Francesco Amata, Giuseppe Licitra e, appunto, Diego Mormorio.
Il volume nacque sotto il patrocinio del Consorzio Ricerca Filiera Lattiero-Casearia di Ragusa; gran parte delle fotografie realizzate da Giuseppe Leone furono quindi dedicate al lavoro artigianale dei 'casari' e degli stagionatori di un formaggio che fa parte di una secolare tradizione agricola e gastronomica del ragusano.
Fra gli altri scatti del volume, figurano appunto quelli in cui l'albero del carrubo è il protagonista del paesaggio e delle attività dei contadini degli Iblei.
La presenza di quest'albero in Sicilia - una pianta dalle radici grosse e potenti, con un tronco maestoso e rami contorti in forme animalesche - sembra risalire al periodo della colonizzazione fenicia di alcuni litorali dell'isola.



Per secoli, le carrube zuccherine sono state utilizzate per nutrire muli, asini e maiali o per fornire una farina adatta alla preparazione di biscotti e dolci.
Nel 1991, il giornalista Mario Fazio descrisse "i tappeti che hanno un odore di antico" creati dalla caduta delle carrube sul terreno: quel profumo forte e inebriante che accompagna il viaggiatore in molti angoli della campagna ragusana.
Nel periodo borbonico, la coltivazione si estendeva in provincia di Ragusa su circa 20.000 ettari, con una produzione media annua di 250.000 quintali.

"Il valore delle carrube imbarcate nei primi quattro mesi del 1875 dal caricatoio di Pozzallo - scrisse Francesco Amata nel saggio edito da Federico Motta - ammontava a ben 546.393 lire, che è cifra considerevolissima in termini assoluti e che assume rilievo ancor maggiore, se si considera che le esportazioni di vino, principale voce di tutto l'export della zona, nello stesso quadrimestre, aveva toccato le 743.615 lire...
Nel cinquantennio successivo l'area del carrubo si sarebbe ancora allargata  fino ai 28.400 ettari del 1929, addensandosi ulteriormente nei cinque comuni del suo originario insediamento, dove si concentrava l'85 per cento delle superfici impegnate: Ragusa (6.900), Modica (6.400), Scicli (5.500), Ispica (4.300), Pozzallo (960)"


  

Nel 1948, l'area dei carrubeti si era ridotta a 6.000 ettari, ridotti a poco più di 4.000 nel 1979: la presenza dell'albero venne allora messa in crisi nel ragusano  dalla diffusione delle serre per la coltivazione delle primizie e dei vigneti.
Nel 1960, il geografo Ferdinando Milone  ( "Sicilia, la natura e l'uomo", Paolo Boringhieri ), ammirò così questa pianta:

"il carrubo è un bellissimo albero, che, a differenza del nocciolo vuole sole, sole e sole; e pur accontentandosi di acqua limitata, su tutti gli altri alberi si estolle con la sua gran chioma fitta e scura.
Il carrubo conviene ai suoli più poveri, perché, anche se del tutto trascurato, dà frutto, e chi richieda a esso una fruttificazione più abbondante, basta che concimi e rimondi la pianta, sempre che i prezzi lo consentano.



Di solito, il carrubo si trova sparso nei seminati, per lo più nei luoghi dove il suolo è meno ferace.
Nella regione sudorientale dell'isola, tuttavia, da Noto sin quasi a Gela, si levano frequenti oasi di carrubeti, che si sostituiscono alle colture più ricche dove il suolo è più ingrato"

Due anni prima, Mmno tecnica e con accenti poetici era invece stata l'analisi di Guido Piovene del suo celebre "Viaggio in Italia" ( Mondadori, 1958 ): 

"ampio, di fronda fitta e scura, dà un'ombra fresca, ossigenata, profonda.
Faceva da casa agli uomini, da stalla agli animali; e sotto il suo ombrello isolante trovavano riposo e tetto il contadino, l'asino, chiunque cercava un asilo.
Ogni carrubo è una piccola oasi, rievocante una terra di contadini e di pastori"




Oggi il paesaggio ibleo continua ad offrire lo spettacolo maestoso e l'ombra delle chiome di migliaia di carrubi, i cui frutti vengono sfruttati dalle aziende agroalimentari e da quelle della mangimistica.
Le fotografie di Giuseppe Leone pubblicate in "Il Ragusano" ne sottolineano l'intimo legame con il territorio e con la cultura contadina locale, al di là dei dati percentuali e numerici che ne hanno accompagnato la storia degli ultimi due secoli.



I carrubi di Leone ci mostrano così un pezzo di Sicilia "dal cuore antico", e quindi più intima e poetica; e come in altri pochi casi, la visione di queste fotografie invoglia a scoprirla da vicino, dando inizio ad un viaggio iniziato dalle pagine di un libro che affascina.  

  

domenica 12 luglio 2015

DISEGNI DI SICILIA


AUTORE IGNOTO, locandina ENIT di Siracusa, 1935 (?)

sabato 11 luglio 2015

MONDELLO E LA SCOMPARSA STAGIONE DEL "GREEN"

Immagini e notizie dello scomparso campo da golf palermitano tratte dalla rivista "Travel in Italy" del febbraio 1934


Giocatori all'opera sul prato
del "Mondello Golf Club",
inaugurato nel 1926 ed in attività sino al 1940.
Le immagini riproposte da ReportageSicilia
sono tratte dalla rivista "Travel in Italy",
edita dall'ENIT nel febbraio del 1934


Nel saggio "Palermo l'altro ieri" ( S. F. Flaccovio Palermo, 1966 ), Mario Taccari ricostruì lo sviluppo delle attività e delle manifestazioni sportive nella Palermo d'inizio Novecento.
In piena epoca dei Florio, la città e i suoi dintorni diventarono luoghi di intensa pratica agonistica che spaziava dalle gare automobilistiche - in testa, ovviamente, la Targa Florio - a quelle aeree e motonautiche.
Già dal 1896, un gruppo di sportivi anglo-palermitani  - De Gaston, Blake, Woodrow, Horse Normann, Pen, Colombo, Poiero, Majo Pagano, Airoldi, Cimino ed altri - giocavano su un campo in via Notarbartolo con i colori rosso e blu del "Palermo Foot-ball and Cricket Club", poi diventati rosa-nero. 
Negli anni a seguire - ricorda Mario Taccari - i più intraprendenti esponenti della borghesia e dell'aristocrazia cittadina ( che la pratica di uno sport, comunque, rimaneva un privilegio dei palermitani più ricchi; 30.000 loro concittadini, intanto, vivevano nei 'catoi' del centro storico ) poterono scegliere fra l'ippica, le palestre di ginnastica, quelle di lotta greco-romana ed il ciclismo.
Stranamente, fra le pratiche del tempo non citate dall'autore di "Palermo l'altro ieri" c'è quella del golf, che dal 1926 trovò sviluppo grazie alla costruzione da parte della "Società Italo-Belga" di un campo di gioco nei pressi di Mondello.



Le fotografie riproposte da ReportageSicilia documentano l'esistenza di quell'impianto, denominato "Mondello Golf Club"; le immagini sono tratte dalla rivista "Travel in Italy", edita dall'ENIT nel febbraio del 1934.
Nel testo che accompagnava le immagini veniva ricordato che i giocatori potevano disporre di uno chalet dotato di due campi da tennis e di una "tea room".
L'articolo dava conto anche della stagione agonistica in programma nei mesi di febbraio, marzo e aprile, comprendente la "Byrne Cup" ed il "Prince of Scordia Trophy".
Poi, quel numero di "Travel in Italy" così magnificava le ragioni di un viaggio in Sicilia ai praticanti del golf:

"Italia e Sicilia, il Paese dell'arte e l'isola del Sole, costituiscono da soli un'attrazione per i turisti di tutto il mondo, ancor di più in questo e in altri casi simili grazie al vantaggio della pratica dello sport, soprattutto quando è il golf ad essere praticabile. 
Da molti, questa attività è ritenuta lo sport degli sport.



Perfino i giocatori più appassionati se trovassero per strada qualcosa di più interessante potrebbero dimenticare lo scopo finale del loro viaggio in Sicilia e la stagione di golf al "Mondello Golf Club.
Al loro arrivo a Palermo, potrebbero anche mettere da parte questo sport nell'osservare la monumentale città bagnata dal sole, con i suoi numerosi giardini dove fioriscono lussureggianti e rare piante tropicali, con le sue pittoresche periferie e i moderni quartieri pieni di alberghi confortevoli, ampi con la loro offerta di sistemazioni di prima classe"

Una breve storia del "Mondello Golf Club" - la cui attività si protrasse per 14 anni - è stata scritta dallo studioso e storico palermitano Rosario La Duca, nella celebre opera "La città perduta" ( Edizioni Scientifiche Italiane, Palermo, 1975 ).



Nel 1991, il volume di Laura Crimi e Renato Zappulla "Mondello, sviluppo storico urbanistico e analisi delle architetture del primo Novecento" ( Edizioni Grifo ) così riassumeva le vicende del "green" palermitano:
 
"Per incoraggiare la frequenza del lido anche in inverno, la Società Italo-Belga nel 1926 iniziò i lavori per l'impianto di un campo di golf, il primo sorto in Sicilia.
Occupava un'area di circa 300.000 mq. con un percorso di nove buche per uno sviluppo di 2.727 metri, al posto di un rado uliveto che si estendeva sulla sinistra dell'ampia strada che, in discesa dal cancello del Giusino, all'uscita della Favorita, conduceva verso la spiaggia.



Una piccola costruzione in stile arabo normanno veniva adibito a bar e l'impianto era completato da un Club-House fornito di ogni comodità.
Il campo da golf cessò la sua attività nel 1940 in coincidenza della seconda guerra mondiale e nel 1943 fu occupato da un accampamento militare americano.
Alla fine della guerra la Società che gestiva il campo non rinnovò la concessione del terreno cosicché l'impianto non fu più ripristinato"




mercoledì 8 luglio 2015

RITRATTO DI UN IGNOTO PESCATORE CASTELLAMMARESE

Immagini tedesche  e pagine locali di vecchie tradizioni di pesca a Castellammare del Golfo

Pescatore di Castellammare del Golfo
in una fotografia pubblicata nel 1964 in Germania
nella guida "Sizilien", opera di E.Horst e J.Rast.


 Le tre fotografie riproposte da ReportageSicilia furono pubblicate nel 1964 in Germania dalla guida "Sizilien", scritta da Eberhard Horst e Josef Rast per l'editore Walter-Verlag.
Le immagini furono scattate a Castellammare del Golfo e raccontano oggi la vecchia anima commerciale e peschereccia della cittadina trapanese, oggi quasi del tutto scomparsa.
La singolarità delle fotografie, forse eseguite in una stagione invernale, è affidata soprattutto al ritratto di un ignoto pescatore castellammarese. 
L'obiettivo ne ha fissato la figura avvolta in un ruvido pastrano nero, il volto bruciato dal sole e solcato da profonde rughe.
Il suo aspetto rivela la durezza delle condizioni di pesca di quest'angolo di costa siciliana, dove il mare supera gli 800 metri all'imboccatura del golfo e nel centro varia dai 200 ai 500 metri, nascondendo relitti di imbarcazioni affondate dalle frequenti mareggiate.
In tempi ormai remoti, la flotta peschereccia di Castellammare del Golfo poteva contare su 125 battelli da pesca e numerosi bastimenti a vela: il commercio del vino, alla fine del secolo XIX spingeva i legni locali sino a Trieste e i castellammaresi sino a Nizza, Marsiglia, Genova, La Spezia, Roma e Civitavecchia
Secondo quanto riferito da Diego Buccellato Galatioto nella monografia "Castellammare del Golfo" stampata nel 1909 a Palermo dal tipografo Vena, le attività ittiche potevano allora contare prima di tutto sulla pesca del tonno:

"Incomincia il 15 aprile e finisce il giorno di S.Pietro 29 giugno ) con sistemi perfezionati.
Nel golfo di Castellamare vi sono quattro tonnare e una tonnarella, in cui sono impiegati più di 300 operai, e pescano in media complessivamente ogni anno più di 6000 tonni, oltre ad un numero considerevole di pesci spada, alalonghe, bisi, scombri palamite.
La pesca delle acciughe e delle sardelle si fa tutto l'anno, specialmente da febbraio a settembre
La salatura incomincia il 15 aprile. Alle acciughe, appena pescate, durante la salatura, si tolgono la testa e le interiora che riescono amare al gusto, e poi si dispongono in barili di legno o in scatole di latta.
Le sardelle ordinariamente sono salate intere in barili di legno"


Barche da pesca sulla spiaggia,
nei pressi del vecchio castello.
Fotografia tratta da '"Sizilien", opera citata


A Diego Buccellato Galatioto si deve poi il ricordo dell'ormai scomparsa attività di pesca in prossimità di fiumi e torrenti della zona, oggi ridotti a pietraie:

"Presso la foce del fiume S.Bartolomeo si pescano tinche, muletti, anguille, alose ed anche spinotte ( spinule ).
Questi pesci però possono considerarsi come di acqua dolce e di acqua salsa per la vicinanza del mare.
Le alose entrano nel fiume in marzo ed aprile, depongono le uova e poi ritornano in novembre.
Vi si pesca una specie di gambero fluviale ( astacus fluviatilis ) che i marinai adoperano come esca per la pescagione dei pesci.
Anguille se ne pescano anche nei gorghi che qua e là lascia nell'estate il torrente di Guidaloca..."


Una veduta di Castellammare del Golfo
dal belvedere della strada statale 113,
ad Ovest dal centro abitato.
Fotografia tratta da "Sizilien", opera citata


Infine, la cronaca d'inizio Novecento di Buccellato Galatioto ( poi confluita nel "Dizionario Illustrato dei Comuni Siciliani" di Francesco Nicotra ) riporta un elenco di reti utilizzate nelle acque di Castellammare del Golfo.
Dalla lista, spuntano anche le reti a strascico che già più di un secolo fa, malgrado i divieti, impoverivano i fondali del trapanese:

"La 'tratta' è una rete lunga quasi 100 metri e larga 5, in un'estremità sono posti dei pezzi di piombo per farla andare a fondo e dalla parte opposta pezzi di sughero per farla stare a galla.
Le maglie sono larghe quasi un centimetro quadrato e servono per la pesca delle sardelle e delle acciughe.
La 'vopara' è con le maglie più larghe e serve per la pesca delle vope.
L''alacciara' con le maglie ancora più larghe per pesca delle alacce.
La 'seritti' con le maglie gradatamente più larghe, con filo più grosso e più resistente, per la pesca degli scombri.
La 'sinaidi' con le maglie come l''alacciara', per triglie, merluzzi e spinole.
La 'tartagna', 'tartannone', 'sciabica' con maglie piccolissime e resistenti. Servono per la pesca di qualunque pesce, dal più grosso al più piccolo. 
La 'paranza' o 'tartaronazzo', una specie di rete a strascico, che per essere troppo lunga, profonda, a maglie strette e resistenti danneggia il fondo del mare ed insidia lo sviluppo e anche l'esistenza dei pesci neonati, e perciò è stata proibita nel golfo.
Lo 'sciabicone', altra specie di 'tartagna' con le maglie lunghe come quelle della tratta.
La 'robastina' per la pesca dei 'rininuna' o 'ancileddi' ( pesce volante o esaceto ) che ha le maglie ai lati larghe, nel centro sempre più strette specialmente nel serbatoio.
Il 'rizzagghiu' di diverse forme e di diverse maglie secondo la grossezza dei pesci che si vogliono pescare..."





   


  
    

martedì 7 luglio 2015

SICILIANDO














"A un certo punto ricordo che comparve Francesco Orlando.
Aveva qualche anno in più di noi.
A un certo punto ci stupì leggendoci un lungo ricordo di Tomasi di Lampedusa.
Aveva un forte accento siciliano e sembrava davvero spingerci a forza dentro quel capolavoro di cui cominciammo ad avvertire gli echi di una terra che ci sembrò straordinaria"
Adriano Prosperi, 
intervistato da Antonio Gnoli
"la Repubblica" del 28 giugno 2015