lunedì 28 settembre 2015

L'ELOGIO DI FLORIDIA DI UN ECONOMISTA DEL 1822

"Il buon travaglio ed i piaceri della vita" dei floridiani in un'opera di Francesco Fuoco che spiegava come moltiplicare la ricchezza della Sicilia
"E' lusinghiero il vedere gli abitanti di Floridia, borgo di quattro mila abitanti lontano da Siracusa nove miglia.
Le strade larghe, e bene allineate, le case di un bello esteriore, i campi coltivati con tutta la cura, annunziano uomini che travagliando, sanno procurarsi i piaceri della vita"

Fotografie di vita urbana e rurale a Floridia
agli inizi degli anni Sessanta dello scorso secolo.
Le immagini sono tratte dall'opera di Eberhard Horst e Josef Rast
"Sizilien", edita nel 1964 in Germania da Walter-Verlag

Questo elogio di Floridia e dei floridiani si legge in una curiosa opera pubblicata nel 1822: curiosa a partire dal titolo - "Saggio su i mezzi da moltiplicare prontamente le ricchezze della Sicilia", edito a Parigi da Firmin Didot - e per le  poche notizie disponibili sull'autore, che pure adottò uno pseudonimo.
Il saggio porta la firma dell'economista lombardo Giuseppe de Welz; suo reale autore fu però Francesco Fuoco, un religioso campano col pallino degli studi economici che si preoccupò di inviare l'opera  a Francesco I, principe ereditario delle Due Sicilie.
L'obiettivo di Fuoco fu quello di indicare la strada per lo sviluppo dell'isola, nella considerazione che "questo paese offre in sé tutti i mezzi da divenire il più florido tra i paesi conosciuti.
Così - scriveva ancora il sacerdote - quel che manca è poco; è facile ad ottenerlo...



Mettere a profitto la fertilità del suo suolo, multiplicandone e variandone le produzioni; aprire al suo commercio interno facili communicazioni; e dare al traffico esterno la maggiore attività, ecco il mezzo da dar compimento ai suoi fortunati destini".
I consigli di Francesco Fuoco non hanno trovato in quasi due secoli troppi ascoltatori.
Il suo saggio - che individuava nell'affollamento delle coste e nell'abbandono delle attività agricole le responsabilità dei mali economici siciliani - è rimasto sostanzialmente dimenticato dal 1822 ai nostri giorni, ad aumentare lo scoramento di quanti ancora credono nelle potenzialità agricole dell'isola.
L'elogio dei "campi coltivati con tutta la cura" di Floridia fatto allora da Francesco Fuoco  seguì probabilmente l'osservazione delle ricche produzioni di mandorle e di agrumi e della regolare pianta urbana a scacchiera del paese.



A Floridia ed ai floridiesi che secondo Fuoco con il lavoro "sanno procurarsi i piaceri della vita" , ReportageSicilia dedica nel post due fotografie tratte dall'opera di Eberhard Horst e Josef Rast "Sizilien", edita in Germania nel 1964 da Walter-Verlag.



venerdì 25 settembre 2015

CARLO LINATI E LA "GRECA ARMONIA" FEMMINILE A TINDARI

Ottant'anni fa, l'incontro fra le rovine classiche tra il giornalista e scrittore lombardo e le "belle donne" della località tirrenica


Gruppo di tre donne ed un uomo
fra le rovine del Ginnasio di Tindari.
La fotografia è di Carlo Brogi
e venne pubblicata nel volume "Sicilia"
edito dal TCI nel 1933

L'elenco degli scrittori, dei giornalisti e dei narratori senza titolo professionale che hanno descritto la Sicilia è lungo ed oggi difficilmente documentabile.
Vecchie rassegne stampa e pubblicazioni conservate nelle biblioteche riservano spesso la scoperta di uno di questi a volte poco conosciuti "reporter" dell'isola.
E' il caso, ad esempio, del giornalista e scrittore lombardo Carlo Linati ( 1878-1949 ), autore di romanzi, traduttore di opere letterarie dall'inglese e pubblicista noto per i suoi articoli apparsi sulla rivista "Le Vie del Mondo" del TCI http://www.treccani.it/enciclopedia/carlo-linati/.
Pur rimando strettamente legato ai paesaggi ed ai caratteri lombardi, Linati fu un viaggiatore instancabile ed un esteta delle bellezze della natura e delle donne.
"Piacevano a Carlo Linati i bei paesaggi, le nuvole, le acque; gli piaceva - scrisse di lui il giornalista e amico Giovanni Battista Angioletti - discorrere di belle donne, descriverle, esaltarle, narrarle".
Nel 1935, il giornalista di Como ebbe modo di godere dei suoi "piaceri" anche in Sicilia.



Quell'anno, Linati girò in lungo e largo l'isola, fermandosi tre giorni a Tindari: una sosta giustificata dai colori del paesaggio tirrenico e soprattutto dall'incontro con "Maurella", una ragazza 18enne figlia di agrumaio di Patti, "di squisita grazia, non molto alta, tutta bruna e riccioluta, perfetta di forme come un antico efebo".
Prima di quella conoscenza, Carlo Linati aveva così espresso la sua ammirazione per le donne incontrate fra una fontana con un grifo di pietra ed i resti romani dell'antica Tindari:

"Abbozzate dunque le ciclopiche volte del Ginnasio e il piccolo anfiteatro di Tindari - scrisse il 13 giugno 1935 sul quotidiano "La Stampa" - fu sui più moderni motivi che si aggiravano intorno alla mia fonte che la mia matita venne esercitandosi di preferenza.
Per qualche ora io non feci che ritrarre le donne che stavano là intorno.
Quando una di esse aveva riempiuto la mezzina, si metteva in capo il corollo, sopra vi poneva pel ritto l'anfora armoniosa e se ne tornava lentamente verso casa.
Non tutte naturalmente erano belle ma passando su quel paesaggio di rupi e di mare, già così caldamente ellenico, quelle loro elastiche figure suscitavano subitamente in me un'immagine di greca armonia e bellezza..." 

giovedì 24 settembre 2015

SICILIANDO














"Quando un siciliano viene da lei e le dice qualche cosa, non sa quasi mai se è un ambasciatore o se ha parlato per se stesso.
Ecco perché tanti uomini politici siciliani non si vergognano di dire un giorno dopo il contrario di quanto avevano detto un giorno avanti...
Osservi questi nostri 'terzi uomini' di Sicilia come non si sentono colpevoli delle loro più sfacciate contraddizioni: hanno il senso d'innocenza del portavoce.
Essi continuano una lunga tradizione, una vergognosa tradizione in verità! Perché essi sono gli intermediari permanenti tra la Sicilia ed i suoi oppressori.
Ma chi sono tutti questi principi, questi grandi di Spagna, della nostra Isola?
I loro avi hanno venduto all'oppressore l'intera Sicilia per averne in cambio un pezzetto da sfruttare ed opprimere in proprio.
Lungo questa tradizione si è formata la nostra classe dirigente: non sono più principi o baroni, ma presidenti e ministri, perché tali sono le ricompense del mondo d'oggi.
Ma anche costoro, come i grandi di Spagna, al grido di 'viva la Sicilia' hanno consegnato all'oppressore il popolo siciliano e le sue ricchezze in cambio di un vantaggio personale, una carica, un onore o peggio un feudo finanziario"
Attilio Castrogiovanni

UN INCONTRO FRA EUGENE IONESCO E IL TEATRO DEI PUPI

Nel 1972 il "padre" del teatro dell'assurdo incontrò a Taormina i protagonisti delle storiche rappresentazioni cavalleresche dell'isola.
Le immagini del commediografo franco-romeno sono  tratte dalla rivista "Il Dramma" dell'epoca
 
Eugène Ionesco ed i pupi
della collezione dell'antiquario taorminese Carlo Panarello.
Il commediografo visitò Taormina nel 1972,
quando venne prescelto come presidente onorario
del Premio Internazionale di Poesia Etna-Taormina.
Le fotografie del post sono tratte dalla rivista mensile "Il Dramma"
pubblicata nell'aprile di quell'anno
 
Nella primavera del 1972 il commediografo francese di origini romene Eugène Ionesco rivestì il ruolo di presidente d'onore del Premio Internazionale di Poesia Etna-Taormina, organizzato dall'Ente Provinciale per il Turismo di Catania col patrocinio dell'Assessorato Regionale al Turismo.
Il suo rapporto con l'isola, fino ad allora, era stato di natura soprattutto letterario.
Nel 1961, rispondendo ad un giornalista, Ionesco aveva infatti indicato le sue fonti di ispirazione in "Kafka, in Jarry, nella pittura di Picasso, Braque e Marquet, il cinema dei fratelli Marx e, per l'opera 'Le vittime del dovere', in Pirandello". 
 
Ionesco in posa nel teatro greco-romano di Taormina
 
Per la cronaca, l'affollata giuria del Premio di quel 1972 - composta da Piero Chiara, Giacinto Spagnoletti, Ruggero Jacobbi, Enrico Falqui, Giancarlo Vigorelli, Filippo Jelo, Lino Curci, Leone Piccioni, Geno Pampaloni, Gregor Von Rezzori, Alexandru Balaci, Elio Filippo Accrocca ed Angelo Maria Ripellino - proclamò vincitori Attilio Bertolucci ( per l'opera "Viaggio d'inverno" ), Murilo Mendes ( per l'opera complessiva )  e Mladen Machiedo ( per il saggio "Nuovi poeti italiani" ).
La presenza prestigiosa di Ionesco a Taormina venne documentata nell'aprile dello stesso anno dalla rivista mensile "Il Dramma", grazie alla pubblicazione delle fotografie ora riproposte da ReportageSicilia.
 
In posa sullo sfondo della cittadina messinese
 
Una sola didascalia forniva poche indicazioni su quel breve viaggio siciliano dell'autore della "Cantatrice calva" e de "Il rinoceronte":
 
"Durante il soggiorno siciliano, Eugène Ionesco ha avuto numerosi contatti culturali e ha visitato Catania, Taormina, i luoghi verghiani"
 
In una di quelle immagini taorminesi, Eugène Ionesco armeggia con un paladino dell'opera dei pupi della galleria dell'antiquario Carlo Panarello, figlio di un vecchio "puparo" messinese.
Il commediografo  - cui un critico inglese aveva anni prima affibbiato l'etichetta di fondatore del "teatro dell'assurdo" ( qualifica rigettata dallo stesso Ionesco, secondo cui quella definizione fu inventata "per fare fortuna" ) - sembra giocare con uno di quei pupi, personaggio non più vivente di un teatro popolare ormai diventato oggetto da museo.
Quel mondo siciliano ispirato all'ambiente cavalleresco - ricco di leggende e sentimento religioso - era certo molto lontano dal teatro di Ionesco.
 
Ionesco sulla scogliera di Aci Trezza,
luogo simbolo della letteratura verghiana
 
Le radici profonde di quella ormai storica forma di rappresentazione drammatica sembrano però non essere diverse da quelle che formarono l'ispirazione del commediografo franco-romeno.
Anni prima dell'incontro con i pupi taorminesi, Ionesco aveva risposto ad una domanda sulla fonte della sua scrittura.
Sono parole che fanno pensare al ventaglio di pulsioni di Orlando, Rinaldo, Agramante e degli altri personaggi del teatro isolano:   
 
"Ciò che mi ispira sono le posizioni ed i sentimenti più contraddittori come l'amore, la paura, l'angoscia, il desiderio di onnipotenza..."
 
     

sabato 19 settembre 2015

DISEGNI DI SICILIA


MICHELE CATTI, Strada di campagna, 1910 circa

venerdì 18 settembre 2015

I LEGGENDARI PARACADUTISTI DI CACCAMO

Il racconto di una spericolata evasione dal castello nei primi anni del secolo XVII nella narrazione del giornalista e scrittore Franz Maria D'Asaro

La rocca ed il castello di Caccamo.
Fotografia di ReportageSicilia

Quello palermitano di Caccamo è uno dei castelli più grandi e meglio conservati dell'isola; la sua costruzione non è attestata con certezza prima del 1203, quando il paese, allora feudo di un Paolo Cicala conte di Collesano, veniva descritto come "terra et castellum".
"L'attuale imponente aspetto del castello - ha scritto lo studioso Ferdinando Maurici in "Castelli medievali in Sicilia" ( Sellerio, 1992 )  - è dovuto alle continue modifiche, ampliamenti e restauri succedutisi nel corso dei secoli. L'identificazione di parti murarie o elementi dell'originario castello normanno appare estremamente problematica".
L'interesse per questo magnifico fortilizio, tuttavia, non è solo alimentato dalla complessità delle sue vicende architettoniche.
Come per tutti i castelli dalla storia secolare, anche quello di Caccamo vanta infatti leggende ed episodi al confine incerto fra voce popolare e realtà.
Una di questi episodi vuole addirittura che l'edificio sia stato il luogo in cui è stato sperimentato un primo rudimentale tentativo di lancio con il paracadute.
La circostanza, riferita al racconto di un vecchio guardiano del castello, venne così ricordata nel 1979 dal giornalista e saggista Franz Maria D'Asaro:

"Giuseppe La Rosa, erudito guardiano ed amabile cicerone del castello di Caccamo,- scrisse D'Asaro in "C'era una volta la Sicilia" ( Edizione Thule ) - contesta tutte le enciclopedie e sfida gli storici di tutto il mondo: il paracadute è stato inventato qui, nelle tetre celle di questa fortezza - 521 metri sul livello del mare - che domina la valle del torrente San Leonardo.

Il castello in una fotografia di Ezio Quiresi.
L'immagine venne pubblicata nel I volume dell'opera "Sicilia",
edita nel 1962 da Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini

Fu inventato qui, del tutto occasionalmente, come per tante invenzioni, da due poveri disgraziati che nulla potevano sapere, né dei disegni alati di Leonardo, né che gli antichi cinesi si dilettavano a venir giù da alberi e rocce con grandi ombrelli costruiti in carta e bambù, né che qualche hanno prima della loro disperata impresa F. Venanzio da Sebenico aveva ideato nel 1595 un paracadute a calotta che soltanto due secoli dopo ( 1797 ) sarebbe stato realizzato dal francese A.J.Garnerin.
Scrupoloso cronista, quasi redivivo testimone dell'impresa, Giuseppe La Rosa racconta senza la minima incertezza che tutto accadde nel 1600, allorché due prigionieri - dominatori di turno della fortezza, dopo i saraceni ed i normanni, erano gli spagnoli - ormai convinti dell'impossibilità di ogni tentativo di evasione, ma fermamente decisi a conquistare la libertà, pensarono di affidare le loro sventurate esistenze ad un progetto folle: in una giornata di vento ciascuno si sarebbe afferrato alle quattro estremità di una grande tela quadrata ( forse lenzuoli introdotti da complici esterni ) lanciandosi da una delle 365 aperture del castello ( ogni apertura corrisponde a un giorno dell'anno ), con la speranza di riuscire a planare nella grande vallata, guadagnare la campagna e dileguarsi.

Un immagine d'inizio Novecento del castello.
La fotografia è tratta dall'opera "Sicilia"
edita nel 1933 dal TCI per la collana "Attraverso l'Italia"

Venne finalmente la giornata adatta e i due prigionieri attesero il momento propizio per l'incredibile salto: si lanciarono nel vuoto attaccati a quelle vele precarie, ma una sola riuscì a gonfiarsi di vento e a trascinare a valle il temerario fuggiasco che, però, nell'atterraggio si slogò una caviglia e fu preda facilissima per il drappello spagnolo precipitatosi all'inseguimento non appena alla fortezza si erano accorti - è facile immaginare con quale stupefazione - dell'ingegnosa fuga.
Per l'altro nessun problema: si era sfracellato sulle rocce sottostanti.
Il superstite fu riportato al castello e già ci si preparava all'eccitante spettacolo della forca - un diversivo molto gradito per gli annoiati signori di quel tempo che venivano regolarmente invitati a questo genere di 'feste' - ma il comandante della fortezza, ammirato da tanta audacia, graziò il prigioniero per due ragioni: per il coraggio, esaltato anche dalla tragica fine del suo sfortunato compagno, e per aver inventato il paracadute..." 

  

mercoledì 16 settembre 2015

LA DESOLATA E CUPA ALICUDI DI ALEXANDRE DUMAS

La stentata vita quotidiana nella più remota fra le isole Eolie visitata nel 1835 dal romanziere francese

L'approdo di "Praia a Palumma" ad Alicudi.
Le illustrazioni del post sono tratte dall'opera
""Die Liparischen Inseln" di Luigi Salvatore D'Austria ( 1893-98 )
e sono state pubblicate nel volume di Alexandre Dumas
 "Viaggio nelle Eolie", edito nel 1988 da Pungitopo editrice

Alicudi è l'isola delle Eolie che più avvicina il viaggiatore capace di rinunciare a comode spiagge ed a quel corollario di "attrattive" costituite da pizzerie, gelaterie, negozi di souvenir, stabilimenti balneari ed acquapark che tanto ammorbano luoghi un tempo capaci di attrarre soprattutto per le proprie risorse ambientali.
Dotata di un regolare servizio di energia elettrica nel 1990, Alicudi ha incuriosito cronisti e scrittori per il carattere aspro e selvaggio delle sue coste e del suo mare: un mondo racchiuso in poco più di cinque chilometri quadrati, dove la capacità di adattamento rimane la condizione obbligata per la sopravvivenza durante i dodici mesi dell'anno.
L'asprezza della vita quotidiana ad Alicudi impressionò nei primi decenni del secolo XIX lo scrittore francese Alexandre Dumas.
Il romanziere rimasto famoso per "I tre moschettieri" ed "Il Conte di Montecristo" visitò in lungo ed in largo il Mediterraneo, alla ricerca dei luoghi e dei paesaggi della classicità greca e latina.

Il "Pirciatu"

Nel 1835, Dumas - proveniente da Napoli, dove era sfuggito alla polizia borbonica - trascorse cinque giorni nell'arcipelago delle Eolie, a bordo di una speronara comandata dal capitano Arena.
Proprio le disperate condizioni di vita degli abitanti di Alicudi sarebbero state al centro della sua narrazione, inserita nel 1854 nella raccolta "Impressions de voyage. Le capitaine Arena".
L'opera è stata pubblicata in italiano nel 1988 da Pungitopo editrice con il titolo "Viaggio nelle Eolie"; da quelle pagine ReportageSicilia ha tratto il brano che descrive la visita ad Alicudi e quattro illustrazioni originariamente pubblicate nell'opera di Luigi Salvatore D'Austria "Die Liparischen Inseln", 1893-98.   


"E' difficile vedere qualcosa di più triste, di più cupo e di più desolato di questa sfortunata isola che costituisce l'angolo occidentale dell'arcipelago eoliano.
E' un angolo della terra scordato al momento della creazione e rimasto tale dal tempo del caos.

La chiesa di San Bartolomeo

Nessun sentiero porta alla vetta o costeggia le sue rive: alcune cavità solcate dalle acque piovane sono gli unici passaggi che si offrono ai piedi martoriati dai sassi aguzzi e dalle asperità della lava.
Su tutta l'isola nemmeno un albero, né un po' di vegetazione per riposare gli occhi; solo in fondo a qualche fenditura della roccia, negli interstizi delle scorie vulcaniche, si scorge qualche raro stelo di quelle eriche per le quali Strabone chiamò talvolta l'isola Ericusa.
E' il solitario e pericoloso cammino di Dante, dove il piede non può procedere, tra le rocce ed i detriti, senza l'aiuto dalla mano.
Eppure, su quest'angolo di lava rossastra vivono in misere capanne centocinquanta o duecento pescatori, che hanno cercato di utilizzare i rari fazzoletti di terra sfuggiti alla distruzione generale.
Uno di questi poveretti rientrava con la sua barca e noi gli comprammo per tre carlini - press'a poco ventotto soldi - tutto il pesce che aveva pescato.
Risalimmo a bordo della nostra imbarcazione col cuore angustiato da tanta miseria: in verità, quando si vive in un certo mondo ed in un certo modo, ci sono delle esistenze che diventano incomprensibili.
Chi ha trattenuto questa gente su quel vulcano spento?
Vi sono cresciuti come le eriche dalle quali prende il nome?
Quale motivo impedisce loro di abbandonare quest'orribile soggiorno?
Non vi è alcun angolo del mondo ove non starebbero meglio di lì.
Ma questa roccia arsa dal fuoco, questa lava indurita dall'aria, queste scorie solcate dall'acqua delle tempeste, possono essere una patria?
E' concepibile che vi si nasca; si nasce dove si può.
Ma è impossibile comprendere che, pur avendo la facoltà di muoversi, il libero arbitrio di cercare ciò che è meglio, una barca per andare ovunque, si resti là - è questo che è impossibile comprendere, ed è quanto questi stessi sfortunati, ne sono certo, non saprebbero spiegare"

     

martedì 15 settembre 2015

IL PARCHEGGIO ANTIFURTO DI UN "BOXER" A CASTELBUONO

Foto ReportageSicilia

Percorrendo a piedi vie e piazze di Castelbuono si ammirano edifici che attestano la semplice e severa  bellezza dell'arte nell'area delle Madonie.
La passeggiata artistica fra le strade del paese - il castello dei Ventimiglia, la Matrice Vecchia e quella Nuova, le chiese del Collegio di Maria, di S.Maria di Loreto e del Salvatore, la fascinosa fontana della Venere Ciprea, l'elegante palazzo Turrisi Colonna - riserva infine la sorpresa del singolare parcheggio scelto dal proprietario di un vecchio "Boxer" della Piaggio: il piccolo balcone al secondo piano di una palazzina nel centro storico.
La scelta del luogo dove porre in quiescenza il vecchio ciclomotore ( prodotto fra il 1970 ed il 1983 ) si deve probabimente al desiderio di metterlo al sicuro dai rischi di un furto.
A chi dalla strada scopra quel parcheggio domestico - tra i fili per asciugare la biancheria ed i vetri della finestra coperti da una tenda ricamata - si offre l'occasione per dare fondo all'immaginazione: chi sia il proprietario del "Boxer", perché lo abbia imprigionato a diversi metri di altezza e, soprattutto, come abbia fatto a trasportarlo all'interno dell'appartamento ( il vecchio edificio non dispone probabilmente di ascensore e le scale devono essere piuttosto anguste ).
Confidando che qualche castelbuonese possa rispondere a queste domande, rimane solo la convinzione che al proprietario del "Boxer" non difettino né il senso pratico né una sana dose di bizzarria. 

lunedì 14 settembre 2015

MEMORIA DEI PITTORICI PAESAGGI DI BAIDA

Descrizione e immagini della borgata palermitana prima dell'avvento del cemento in un reportage del 1932 firmato dall'archeologa Jole Marconi Bovio


Il convento di Baida e, nello sfondo,
Palermo, il monte Pellegrino e la conca d'Oro
in una fotografia di G.D'Aguanno.
Le immagini del post vennero pubblicate
nell'agosto del 1932 dalla rivista mensile del TCI
"Le Vie d'Italia".
L'articolo porta la firma
dell'archeologa Jole Marconi Bovio

Da tempo ormai pochi palermitani considerano Baida un luogo degno di una passeggiata o di una visita alle strutture del secolare monastero benedettino, poi passato ai Carmelitani e in seguito ai frati Minori Osservanti di San Francesco.
Negli ultimi decenni, il caos edilizio ha infatti stravolto la quiete di una borgata un tempo considerata salutare per l'aria pura, le sorgenti di acqua minerale e per la presenza di giacimenti di carbonato di magnesio.
Se il colpo d'occhio su Palermo insomma rimane un'attrattiva paesaggistica di indubbio richiamo, il contesto ambientale locale è purtroppo simile a quello di tante altre anonime periferie urbane: cemento ed asfalto hanno cancellato le zone di pascolo e gli agrumeti, che tanto concorrevano a fare della borgata uno dei "luoghi ameni" della città.


La pineta del convento.
La fotografia è di G. D'Aguanno, opera citata

Il ricordo di quella Baida scomparsa è presente in un reportage pubblicato dalla rivista del TCI "Le Vie d'Italia" nell'agosto del 1932.
Autrice dell'articolo fu l'archeologa Jole Marconi Bovio ( 1897-1986 ), romana di origini ma con profonde radici familiari e professionali in Sicilia ( fu tra l'altro sovraintendente archeologica per la parte occidentale dell'isola ).


Sopra e sotto, due immagini delle colline di Baida.
Anche queste immagini sono di G. D'Aguanno, opera citata


Il suo racconto ( "Baida disegna quella bella collina ai piedi di Monte Cuccio, dove pare ci sia stato una volta un villaggio arabo.
Ma quella che è realtà, magnifica realtà di oggi - come fu di ieri e sarà sempre - è la ricca bellezza della collina cinta di agrumeti, e l'incomparabile visione panoramica della vallata che le si stende ai piedi, fino al mare, fino alla baia di Mondello..." ) venne corredato da alcune fotografie firmate da G.D'Aguanno e G.Pagano; le loro immagini ricordano il volto di un sobborgo palermitano diventato l'ennesima appendice edilizia della città.     

"Di tanto in tanto - scriveva Jole Marconi Bovioqualche modesta casetta o qualche solitario gruppo di villini mettono la loro nota chiara nel verde della vegetazione; spesso la via è aperta e il panorama si offre allo sguardo in continua varietà di aspetti a seconda dei punti di vista, ora limitata visione di agrumeti sul piano stesso della collina, ora ampio squarcio di valle coltivata, azzurrato dallo sfondo del mare, ora breve scorcio che lascia appena intravedere il lontano abitato di Palermo. 


Una strada sterrata che dava accesso al convento.
La fotografia è di G.Pagano, opera citata

Ma dal terrazzo del convento, il panorama è completo, largamente aperto, e lo sguardo si spinge in lontananza fino al biancheggiare delle case di Palermo e al golfo superbo fra il Capo Zaffarano e la massa del Pellegrino, alla chiara ed evanescente baia di Mondello, e, in mezzo, preziosa conca di smeraldo punteggiata d'oro, la valle opulenta, scintillante, colma di gioia e di ricchezze.
A sinistra il Monte Cuccio domina la ricchezza stesa ai suoi piedi, benevolo gigante ora chiaro da potervi contare e pietre e alberi nella purezza dell'aria, ora massa violacea nel pallore crepuscolare.


Il muro di cinta del convento.
Anche questa immagine è di G.Pagano, opera citata

Spettacolo indimenticabile al crepuscolo: la luce si spegne lentamente, incendiando le lontane case di Palermo, illuminando le cime, mentre in basso gli aranci scintillano in un'ultima vibrazione, poi impallidiscono, si confondono, oscurandosi, con la massa della verdura; e i valori si capovolgono, la superba ricchezza, la pienezza di vita vibrante di luci, di scintilii, di colori, di fasto gioioso, si ammorbidisce e si attenua armonicamente, si fonde nell'atmosfera violacea, in una squisita serenità obliosa, in un senso d'infinito..."

martedì 1 settembre 2015

SICILIANDO














"Quando Danilo Dolci giunse in Sicilia proveniente dal Nord Italia, il suo era un pellegrinaggio di carattere estetico e scientifico.
S'interessava dell'architettura dell'antica Grecia e aveva deciso di trascorrere un paio di settimane a Segesta, per studiarne le rovine.
Ma lo studioso dei templi dorici era anche ( e soprattutto ) uomo di coscienza e di amorevole bontà.
Venuto in Sicilia attratto dalla passata bellezza di questa terra, rimase in Sicilia a motivo del suo presente degrado.
Quella che Keats chiamò 'l'enorme infelicità del mondo', in Sicilia è più gigantesca della media, in particolare modo nella parte occidentale dell'isola"
Aldous Huxley 

CANZONI, DOLCI E IL VINO DI UN BOSS PER UN CAMPIONE DELLA TARGA

Fra le tante storie raccontate dalla Targa Florio anche quella dell'inconsapevole amicizia fra Umberto Maglioli e don Peppino 'u Fricanu, poi rivelatosi al pilota un capomafia delle Madonie: una vicenda ricordata nelle pagine del libro di Enzo Russo "Piloti Biellesi", edito nel 1997 da Edizioni Sidmi srl Milano


Umberto Maglioli e la sua Porsche 904
sul tracciato della XLIX Targa Florio,
disputata il 9 maggio del 1965.
In coppia con Linge, il pilota piemontese
concluse al terzo posto.
Le immagini del post sono tratte dal volume
"Piloti Biellesi", opera citata 

Il biellese Umberto Maglioli ( 1928-1999 ) è stato uno dei piloti automobilistici più amati in Sicilia.
Nella sua lunga carriera agonistica, Maglioli è stato protagonista vincente alla Targa Florio, al Giro di Sicilia ed alla Palermo-Monte Pellegrino, le gare più prestigiose dell'isola.
Qui, gli appassionati ne apprezzavano le doti di guida, unite alle qualità umane coltivate con la modestia e l'affabilità espressa dai sorrisi sinceri.
Di quel rapporto, Maglioli conservò memoria anche dopo l'abbandono delle competizioni.
Alle persone che gli chiedevano delle corse disputate in tutto il mondo, era solito infatti ricordare che i luoghi dove aveva più sentito l'affetto della gente erano stati la Sicilia ed il Messico.
Le volte in cui arrivava a Palermo, Maglioli non poteva fare a meno di procurarsi i dolci della pasticceria Caflish; sembra che ne conservasse un vassoio sotto il sedile dell'auto per affrontare i primi chilometri delle gare...
Il suo primo successo nell'isola risale al 1948, quando si affermò come vincitore di classe con una Lancia Aprilia all'VIII Giro di Sicilia.
Nel maggio del 1953, nel giro di quattro giorni, vinse su una Lancia D20 sia la Palermo-Monte Pellegrino che la XXXVII Targa Florio: un doppio alloro che la casa torinese gli rimproverò, visto che Maglioli prese parte di sua iniziativa alla cronoscalata con il "muletto" preparato esclusivamente per la Targa.
Quindi, dopo un secondo posto nel XV Giro di Sicilia del 1955 alla guida di una Ferrari 750 S, Maglioli avrebbe legato per sempre la sua storia agonistica ad altri due successi alla XL e LII Targa ( nel 1956, su una Porsche 1500, e nel 1968, su una 907 della stessa casa di Stoccarda ). 


Maglioli si concede
la più soddisfacente sigaretta
della giornata poco dopo avere vinto
la XL Targa Florio, il 10 giugno del 1956,
alla guida di una Porsche 550A

Il suo rapporto con la gara delle Madonie è legato anche alla scelta di chiudere la carriera agonistica sulle strade della Targa nel 1970, dopo un incidente da cui uscì fortunatamente incolume. 
Un ritratto del pilota Umberto Maglioli e delle sue esperienze in Sicilia si legge nel volume di Enzo Russo "Piloti Biellesi - Giovanni Bracco e Umberto Maglioli", pubblicato in mille copie nell'ottobre del 1997 da Edizioni Sidmi srl Milano.
Del libro, appassionante nel racconto delle storie di due campioni dell'automobilismo su strada italiano ( e con un corredo di immagini tratte anche dagli archivi privati dei piloti ), ReportageSicilia ripropone alcune fotografie e una pagina riguardante l'ultima sfortunata partecipazione di Umberto Maglioli alla Targa
  
"Il ritorno nell'isola è sempre un appuntamento piacevole.
Ormai gli amici che lo aspettano sono centinaia, l'entusiasmo degli spettatori è immutato e i dolci sono buoni come allora.
Certo, il fondo stradale non è più paragonabile a quello della Targa del 1953, ma il tracciato è identico e le emozioni sono intatte.
Canta sempre, mentre guida, e nemmeno lui riesce a sentire la propria voce, coperta dal frastuono del motore.
Canta le canzoni che ricorda, un po' alla rinfusa, mischiando le parole, ma quando da Collesano la strada piomba giù verso Campofelice e di botto, dopo le montagne aspre e deserte, come un miraggio compare la striscia blu del Tirreno, intona una vecchia canzone: 'Il mare'.
Sempre, ogni volta che corre fra le Madonie, a ogni giro...


Dopo una gara resa ancora più insidiosa dalla pioggia,
Umberto Maglioli vinse alla guida di una Lancia D20
la XXXVII Targa Florio.
Era il 14 maggio del 1953

L'ultima corsa di Maglioli è la Targa del 1970, con l'Alfa 33.
Il suo compagno è Nanni Galli, che però su quella macchina non salirà mai.
Al primo giro, su un tratto umido, l'Alfa vola fuori strada.
Nessuna conseguenza fisica, ma è una specie di segnale, che viene prontamente raccolto. Mai più in pista.
Il caso vuole che vicino al punto dell'incidente ci sia la terra di un vecchio conoscente locale, un certo Peppino soprannominato 'u Fricanu, cioè l'Africano, come Scipione.
A ogni Targa, Maglioli e Peppino si sono incontrati, hanno fatto qualche battuta di caccia, hanno bevuto un bicchiere del forte vino locale.
Solo dopo molti anni, parlando al telefono col sindaco di un paesino della Targa, Maglioli apprenderà che 'u Fricanu, oggi defunto, era uno dei boss mafiosi delle Madonie.


Maglioli all'uscita dei box di Cerda
durante la XLVII Targa Florio,
disputata il 26 aprile del 1964.
In coppia con Barth alla guida di una Porsche 904,
concluse al sesto posto

Il ritorno a Cerda dopo l'incidente è una specie di pellegrinaggio.
Nessun concorrente si ferma a offrire passaggi, e tornare lungo il percorso è sconsigliabile, sia perché c'è parecchia strada, sia perché verrebbe fermato almeno un migliaio di volte dagli spettori.
Così taglia per i campi, fidandosi del proprio senso dell'orientamento e di una conoscenza del territorio che in diciassette anni è diventata quasi perfetta.
E' una scarpinata di due ore fino ai box, a dare spiegazioni al deluso Galli e all'imbronciato Chiti..."



DISEGNI DI SICILIA


Anonimo, locandina ENIT di Palermo, 1925 circa, 
Stabilimento A.Marzi, Roma