domenica 29 novembre 2015

ATTRAZIONI E OPPOSIZIONI NELLO STRETTO DI BARTOLO CATTAFI

Capo Peloro e lo Stretto di Messina
in due fotografie di Italo Zannier.
Le immagini vennero pubblicate nell'opera
"Coste d'Italia - la Sicilia" edito nel 1968 dall'ENI

"La sua lunghezza, disse Plinio, è di 15.000 passi; la sua larghezza è di 607 stadi, disse Strabone; di 12 stadi, precisò Polibio; per Plinio sono 1500 passi; per Tucidide 20 stadi, 3416 metri, dicono i moderni.
Questa distanza sarà vera sul piano fisico, non su quello metafisico o morale.
Talvolta lo Stretto di Messina - scrisse il poeta barcellonese Bartolo Cattafi in "Lo Stretto di Messina e le Eolie" ( L'Editrice dell'Automobile, Roma, 1961 ) - può diventare oceano incalcolabile, Sicilia e Calabria come due persone che si sfiorino, restando dentro di sé remote; due cose contigue ma lontanissime, nella dimensione dell'essere.
Vien voglia, nella mente, di allontanare con grande stacco queste coste per sancire topograficamente una realtà spirituale, oppure di violentare quest'ultima, saldando l'una costa all'altra, pur di uscire dall'inquietudine, di rompere l'enigma.



La 'rema montante' che la Sicilia indirizza contro la Calabria, e la 'rema scendente' che segue la rotta inversa, sono fasci alterni di energie che le due terre si scambiano attraverso lo Stretto.
Come braccia di due corpi che si respingono; non ostili, ma desiderosi di distanza" 

venerdì 27 novembre 2015

QUELL'INSIDIOSA TARGA FLORIO DEL 1964

Un vecchio reportage del mensile "Quattroruote" racconta le insidie meccaniche offerte dal circuito stradale delle Madonie nell'anno della vittoria della Porsche di Colin Davis ed Antonio Pucci


In questa e nelle altre due seguenti fotografie
la sequenza del cedimento meccanico
dell'equipaggio Rupert-Ratcliffe,
alla guida di una Mini Cooper S
durante la Targa Florio del 1964.
Le fotografie del post sono tratte dal mensile "Quattroruote"
pubblicato nel giugno del 1964


Le cronache delle storiche edizioni della Targa Florio hanno spesso sottolineato le insidie di un circuito stradale che metteva a dura prova la meccanica delle vetture in gara.
Si è scritto e si è detto che le strade delle Madonie sono state un "banco di prova" per le Case costruttrici; e che grazie alla Targa siano state messe a punto modifiche e miglioramenti alla meccanica di molte automobili di serie.
Ora, ReportageSicilia non è in grado di suffragare una simile verità, conservata forse negli archivi degli studi di progettazione delle aziende automobilistiche. 
Certo, però, nel giugno del 1964 il mensile "Quattroruote" avallò questa tesi in un lungo articolo ( "Porsche senza rivali" ) dedicato alla 48a edizione della Targa Florio, disputata il 26 aprile sulla distanza di dieci giri.



Nella scheda intitolata "Considerazioni tecniche", F.Moscarini scrisse che il tormentato tracciato siciliano forniva "utilissime e probanti indicazioni per le migliorie da apportare alle macchine di serie di loro produzione".
Quell'anno il successo della Targa Florio andò alla Porsche 904 di Colin Davis e Antonio Pucci, unico equipaggio a superare in 7h 10'53" la media dei 100 km/orari ( 100,256 ).



La vettura tedesca diede prova di velocità e robustezza, in una gara molto selettiva:
"Sul percorso della Targa Florio, tortuoso, difficile, con fondo non sempre perfetto - scriveva ancora F.Moscarinitutti gli organi delle vetture vengono messi al vaglio duramente e ciò è dimostrato dal fatto che, anche quest'anno, su 64 macchine partite solo 32 si sono classificate, e molte fra queste non sono neppure giunte al traguardo finale.


La Porsche "904" vincitrice guidata da
Colin Davis ed Antonio Pucci

Se esaminiamo le cause dei principali ritiri si possono trarre conclusioni assai interessanti: ad esempio si scopre che gli organi meccanici che hanno meno resistito alle impetuose sollecitazioni sono stati, nell'ordine, le sospensioni ( circa il 50 per cento dei ritiri ), seguite dai differenziali.
I cambi, tutto sommato, non hanno palesato grosse lacune, e così pure i freni ed i motori..."


Sullo stesso tratto del circuito,
l'Alfa Romeo "Giulia TZ"
di Roberto Bussinello e Nino Todaro

Quindi il reportage di "Quattroruote" analizzò il comportamento di ciascuna casa costruttrice impegnata in quell'edizione della Targa:
L'Abarth ( "molti ritiri dovuti, pensiamo, ad una insufficiente preparazione delle vetture in una gara così impegnativa e tormentata" ); l'Alfa Romeo ( "bilancio nettamente positivo, dovuto alla regolarità ed al rendimento delle due Giulia TZ preparate dalla Casa" ); l'ATS, ( "ha bisogno, come si suol dire, di 'farsi le ossa' per eliminare quei piccoli inconvenienti che solo nella esasperazione di una corsa possono affiorare" ); la BMC ( "è stata tradita, come altre vetture, dalla trasmissione" ); la Ford ( "da notare che verso la fine della gara alle vetture ancora in corsa si sono rotte le sospensioni: si è così determinato, come avviene in un laboratorio, il cedimento, per affaticamento, di una parte evidentemente non sufficientemente dimensionata" ); la Porsche ( "sospensioni e strutture hanno in parte risentito della durezza della gara, ma la splendida duplice affermazione della Porsche è la più evidente dimostrazione della perfezione raggiunta dalla macchina tedesca" ); e la Renault "le vetture preparate dalle connazionali Bonnet e Alpine hanno denunciato debolezza nelle sospensioni e nelle ruote" )


Un passaggio della Ferrari "GTO"
di Corrado Ferlaino e Luigi Tamarazzo


Quell'articolo di "Quattroruote" conteneva poi alcune gustose notazioni sui piloti e sulla Targa Florio del 1964.
Una riguarda Antonio Pucci, il vincitore in coppia con Davis:

"E' un autentico prodotto locale, di quelli con la Targa Florio nel sangue; un veterano della classica siciliana - scriveva C. Mariani - altre volte piazzatosi egregiamente ma mai riuscito nell'impresa più sospirata, la conquista della vittoria assoluta.
Questa volta è andata bene, il traguardo a lungo inseguito è stato finalmente raggiunto; il settimo cielo non è poi così lontano.
Alto, distinto, tanti figli, un paio di baffetti alla 'Divorzio all'italiana': tutti lo ricordano così, lo hanno visto sempre così.
E qualcuno, fiducioso, per non ripetere continuamente il cognome ad un certo punto scrive, parlando di lui, "il baffuto barone siciliano".
Tragico errore: è sempre siciliano, è ancora barone, ma i baffi non li ha più, se li è tagliati.
Adesso magari è convinto che siano stati proprio quelli, i baffi, ad impedirgli fino ad oggi di conquistare l'ambitissima vittoria"


La Ford "Cobra"
di Dan Gurney e Jerry Grant


La cronaca di "Quattroruote" scrisse di un altro protagonista di quella Targa Florio: il pilota catanese dell'americana Ford "Cobra", Enzo Arena.
Il suo approdo sul sedile di guida della potente vettura era stato il frutto di un ingaggio seguito alle ottime prestazioni messe in mostra qualche settimana prima al volante di un'Abarth, in Germania:

"E' entusiasta di un pilota scoperto per caso, Peter Schelby ( il dirigente sportivo della Ford, n.d.r ): di Arena, il minuscolo siciliano che sulle strade di casa ha fatto meglio di grossi calibri come Phil Hill, Gurney, Gregory.
Suo è il miglior tempo di tutta la squadra della "Cobra"; e un posto assicurato per tuta la stagione, questo è il più importante.
Schelby accarezza con lo sguardo il sorprendente "picciotto", individuandolo a fatica sulla poltrona nella quale si è sprofondato.
Un vero peso mosca, Arena.
A vederlo impegnato in gara, piccolissimo nel vasto abitacolo del macchinone americano, sembrava di rivedere qualche scena del film "L'uomo invisibile"; e forse qualche concorrente si è sentito il cuore in gola, durante la corsa, nel vedersi superare a fortissima andatura da una vettura apparentemente senza pilota.
Ma c'era, il "manico", e del tutto padrone di quel "camion" capace di quasi 300 all'ora; se non è arrivato fino in fondo, la colpa non è stata sua"

Infine, proprio ad uno dei piloti americani della Ford - di quei piloti cioè abituati a correre su veloci piste, ricavate da vecchi aeroporti - il giornalista del mensile milanese attribuì  un'affermazione sprezzante riguardo la durezza del percorso della Targa:

"Questo circuito - afferma convinto uno dei piloti ufficiali della "Cobra" - è stato disegnato e attuato da un gruppo di persone nel periodo più acuto di una colica intestinale collettiva..." 


lunedì 23 novembre 2015

DISEGNI DI SICILIA


TIPI EOLIANI, illustrazione tratta dall'opera
di Luigi Salvatore d'Austria
"Die Liparischen Inseln", Prag, 1893-98, 8 volumi 


domenica 22 novembre 2015

LA DISPERANTE TARA DELLA CRISI IDRICA A LICATA

Nel 1966 un reportage di Giuseppe Fava e Mario Torrisi descrisse la penuria di acqua nella cittadina agrigentina, ancor oggi rifornita con un calendario di turnazione 


Un carro-botte per il trasporto e la vendita di acqua a Licata.
A questi mezzi arcaici è stata affidata per decenni
la sorte del rifornimento idrico nella cittadina agrigentina.
Le fotografie del post sono tratte dal saggio "Processo alla Sicilia"
del cronista siracusano Giuseppe Fava, edito nel 1967 da Editrice ITES.
Le immagini vennero scattate da Mario Torrisi


La sera dell'undici luglio del 1969 molti italiani scoprirono  la gravissima crisi idrica che da decenni affliggeva il comune agrigentino di Licata.
L'argomento fu infatti oggetto di un reportage televisivo intitolato "La grande sete". 
A trasmetterlo, quella straordinaria trasmissione d'inchiesta della RAI che fu TV7.
Le denunce sulla penuria d'acqua e sulle disastrose condizioni di vita di Licata avevano già trovato spazio nei dati dell'ISTAT diffusi nel 1951: l'indicazione illuminante sullo stato delle cose fu quella secondo cui il 42 per cento delle abitazioni licatesi era privo di allacciamento idrico e di servizi igienici. 
Due anni dopo - nel 1953 - l'analisi della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla miseria in Italia del ministro Vigorelli completò la descrizione di quella antica disperazione:

"A Licata - si legge nel documento - la situazione delle abitazioni è veramente penosa.
Circa 3.000 famiglie per un totale di 14.000 persone vivono in abitazioni di un solo vano, prive di servizi igienici.
Nella zona collinosa circa un migliaio di persone vivono nelle grotte, coabitando con gli animali. 
I braccianti agricoli, circa 3.000, hanno una paga di 600 lire al giorno, lavorano circa 5 mesi l'anno, ma in certe annate arrivano solo a 100 giorni.
Nei periodi in cui manca il lavoro in parecchie famiglie non si riesce a cucinare ogni giorno e si mangia il pane con cipolle, olive o sarde salate..."


Vita quotidiana di strada a Licata

La crisi idrica di Licata venne in seguito raccontata da Danilo Dolci; la sua denuncia - e quelle di alcuni inviati di giornali nazionali - non riuscirono a cambiare un'emergenza che ancora nel 1967 costringeva i licatesi a disporre di acqua corrente ogni 20 giorni.
All'epoca, il 40 per cento della popolazione soffriva di febbre tifoidea o di altre patologie favorite dalla scarsa igiene personale: epatite, tifo, salmonellosi, scabbia e tbc.
La "legge Mancini" finanziò allora con tre miliardi e mezzo di lire il rifacimento della rete idrica cittadina; la ditta agrigentina che completò l'opera tuttavia riuscì a far infiltrare le acque nere nelle nuove condutture, con il risultato di aggravare la condizionie dei 40.000 abitanti.
Con il passare dei decenni, la penuria idrica non cessò.
Nel 1974, Licata poteva disporre di 10 o 12 litri al secondo.
Quattro anni dopo, i carri-botte vendevano ancora l'acqua estratta dai pozzi privati al costo di 50 lire al litro.


Immagine di degrado urbano
nella cittadina agrigentina

Mentre nella case degli altri italiani lavatrici e lavastoviglie facevano da tempo parte della normale dotazione domestica, per molti licatesi la doccia con il sapone era allora un lusso da concedersi poche volte al mese.
Ancora oggi, la distribuzione di acqua a Licata è affidata alla turnazione giornaliera per zone urbane e periferiche. 
Il perenne razionamento è entrato ormai nelle abitudini di migliaia di cittadini; ma è certo che questa gestione emergenziale della risorsa idrica rappresenta per Licata ( e per molti altri comuni agrigentini e di altre province della Sicilia ) la cicatrice incancellabile di una secolare e disperante  condizione di depressione sociale. 
La storia attuale dell'isola è ancora condizionata da vecchie tare mai cancellate del tutto, alimentate dall'indifferenza e dall'interesse privato che da sempre specula a spese del bene collettivo.  
La vicenda dell'acqua negata a Licata - e di altre privazioni di servizi e strutture locali, come un porto pienamente agibilevenne raccontata con forza nel 1966 da un reportage di Giuseppe Fava pubblicato dal quotidiano catanese "La Sicilia" .

Un rimorchiatore
nel vecchio porto interrato di Licata

Quel resoconto - poi confluito nel saggio-inchiesta "Processo alla Sicilia", edito nel 1967 da Editrice ITES ed illustrato dalle fotografie di Mario Torrisi - - sarebbe stato imperniato sulle parole di un anonimo "intellettuale, un uomo alto, magro, tragico, con gli occhiali, la pelle scura e lucida", dotato di un "sarcasmo di indicibile tristezza" e di una collera covata per tanti anni dentro ed "aggrumata come una pietra":

"In una settimana l'acqua arriva soltanto un'ora.
L'acqua si vende per le stradi con le botti. Passa il carro con l'asino, e la botte sopra. trenta o cinquanta lire a brocca, secondo la capienza.
Il Comune ha fatto un contratto con l'Ente Acquedotti siciliani, una istituzione della Regione, perché provveda alla costruzione di due grandi serbatoi di acqua ed all'allacciamento della rete idrica in tutti i quartieri.
Ogni tanto fanno qualche lavoro di scavo e lasciano la strada sventrata.
Dovrebbero provvedere a rifornire la popolazione con le autobotti nei mesi di maggiore carenza, ma non lo hanno mai fatto.
La cosa buffa è che alle spalle di Licata tutte le montagne grondano acqua come fontane, ma manca l'acquedotto per portarla in città, non c'è nemmeno il progetto.
Qui non c'è niente...."



  

lunedì 16 novembre 2015

SICILIANDO














"Anche nell'antichità si pensava alla lingua come potere di persuasione.
La retorica nasce nel V secolo avanti Cristo, nella Magna Grecia e in Sicilia"
Bice Mortara Garavelli

TESORI TROVATI E TESORI RUBATI A GELA

Breve storia delle scoperte, dei furti e delle rapine dei tetradrammi gelesi, pregiati reperti della numismatica d'epoca greca in Sicilia


Una veduta aerea di Gela.
La fotografia è tratta dal reportage "Gela, statue e petrolio",
pubblicato da Giuseppe Tarozzi nel maggio del 1962
dalla rivista del TCI "Le Vie d'Italia"

Ancor oggi capita di trovare nelle campagne di Gela qualche antica moneta coniata da generazioni di anonimi e abilissimi incisori che qui sbarcarono nel 688 avanti Cristo, dopo essere salpati dalle isole di Rodi e di Creta.
Le più importanti scoperte numismatiche in quest'area della costa nissena risalgono alla fine dell'Ottocento, in coincidenza con gli scavi per la costruzione della linea ferrata fra Gela - che all'epoca era chiamata ancora Terranova di Sicilia - e Licata, a Nord della città.
In quel periodo, pale e picconi riportarono con frequenza alla luce vecchie cisterne o sacelli utilizzati come deposito di tesoretti.
Nelle sue secolari vicende, Gela visse grandi periodi di ricchezza commerciale - la città vantò uno dei più ricchi tesori ad Olimpia - e di feroce assedio e depredazione, specie per mano cartaginese ( e ciò spiega l'abitudine dei gelesi di nascondere con accuratezza i propri risparmi ). 


In questa e nelle altre tre fotografie che seguono
alcuni esemplari di tetradramma in argento di Gela,
caratterizzati dalle varianti di un toro con testa umana.
Le immagini sono di Leonard Von Matt
e furono pubblicate nel 1959
dall'opera di Luigi Pareti e Pietro Griffo
"La Sicilia antica", edita da Stringa Editore Genova

Gran parte delle monete recuperate nell'Ottocento dalla Commissione per la conservazione dei monumenti patrii erano in argento e provenivano dalle zecche di Gela e di Siracusa; i tetradrammi gelesi - dal valore di quattro dracme - si riconoscevano per la raffigurazione del toro con sembianze umane.
Già all'epoca non mancarono razziatori e trafugatori di questi tesori; di fatto, tetradrammi di Gela e altre monete provenienti da scavi archeologici in Sicilia cominciarono a essere commercializzate in tutta Europa - Inghilterra compresa - già agli inizi del secolo XX
Notevoli e più o meno casuali ritrovamenti di tesori numismatici gelesi continuarono anche dopo il 1950, quando la cittadina venne stravolta dalla costruzione di nuove opere pubbliche e dalle strutture del petrolchimico.
L'entrata in azione di bulldozer, ruspe, escavatrici e livellatrici smosse per la prima volta in solo anno 500 ettari di terra. 
A stento, gli archeologi riuscirono ad arginare la distruzione di resti architettonici dell'antica città; è logico quindi supporre che molti nascondigli di monete siano stati cancellati per sempre o semplicemente depredati 2000 anni dopo i Cartaginesi senza colpo ferire.



Così, nell'estate del 1956, gli operai impegnati in un cantiere edile nei pressi della stazione ferroviaria trovarono all'interno di un vaso circa 1200 monete d'argento coniate a Gela, Agrigento ed Atene.
Gran parte degli esemplari fu dispersa e poi recuperata grazie ad una passaparola di indicazioni su quegli operai che avevano tentato di vendere ad intermediari la propria parte di tesoretto.
La notte del 17 gennaio del 1973 a Gela dai furti occasionali si passò addirittura alla rapina a mano armata, con modalità che ricordano la trama di un film: quattro persone armate di pistola e con i volti coperti da calzamaglia si calarono con una fune attraverso un lucernaio all'interno del Museo Archeologico Nazionale.
Giuseppe Di Dio e Francesco Monachella - i due custodi - furono intimiditi con un colpo di pistola sparato su un tavolo e costretti ad aprire la camera blindata che conteneva una preziosa collezione numismatica.



I rapinatori - che si esprimevano con un italiano volutamente stentato allo scopo di spacciarsi per stranieri - si impossessarono di 600 monete in argento ed oro, dal valore stimato in un miliardo di lire; prima di fuggire, chiusero a chiave i custodi all'interno del deposito, avendo cura di consegnare loro una bottiglia d'acqua ed un paio di cuscini.



Alcune di quelle monete razziate a Gela furono 6 mesi dopo recuperate a Firenze, dove erano arrivate insieme all'artista Cristoforo Legname: insieme a lui, venne arrestato dalla polizia un altro gelese, Franco Paride.
Entrambi dichiararono di averle acquistate in buona fede a Gela e vennero in seguito scagionati.
A distanza di oltre quarant'anni, gran parte di quelle preziose monete rapinate a Gela si conservano ancora in qualche collezione privata o in altri musei sparsi nel mondo: un destino condiviso da molti altri reperti archeologici trafugati in Sicilia negli ultimi 150 anni.    

  



domenica 8 novembre 2015

LE INDOMABILI EOLIE DI CORRADO ALVARO

L'inquieta e indesiderata traversata verso Lipari dello scrittore calabrese nelle pagine di "Itinerario italiano", pubblicato nel 1933 da Bompiani


Navigazione al largo dello scoglio di Spinazzola,
sul mare eoliano di Panarea.
L'immagine è del fotografo canadese Roloff Beny
ed è tratta dall'opera "Italia",
pubblicata nel 1979 da Arnoldo Mondadori Editore

Nel suo "Itinerario italiano" pubblicato nel 1933 da Bompiani, lo scrittore e giornalista calabrese Corrado Alvaro http://www.treccani.it/enciclopedia/corrado-alvaro/raccontò un malvoluto viaggio nelle isole Eolie, frutto di un casuale incontro con due isolani:

"A Milazzo, aspettando il treno per Palermo - si legge nel reportage di Alvaro - avevo in mente tutt'altre cose che di andare a fare esplorazioni.
Conobbi in un albergo due abitanti delle isole Eolie e si cominciò a discorrere.
Poi, dopo cena, andammo lungo la spiaggia di ponente, lastricata di cacti, a guardare il deserto mare schiumoso sotto il maestrale e le isole in fondo ferme e nelle sulle onde incerte..."
La mattina dopo - pioveva - m'imbarcai con la stessa inquietudine di chi vada alle isole Fortunate..."

A bordo del traghetto diretto a Lipari, Corrado Alvaro notò la presenza di due corone rosse destinate ad un funerale, traendone forse auspici negativi sull'esito di quel viaggio fatto di malavoglia.




Sotto la fitta pioggia, la nave "scricchiolava a ogni giro d'elica"; poi, d'improvviso, superato il promontorio di Milazzo, il cielo si liberò delle nuvole e il mare "apparve nero come il carbone e corrucciato".
Fu allora che l'orizzonte mostrò il profilo delle Eolie:

"Come spuntato dal mare, l'arcipelago si parò dal fondo, con le sue sette montagne senza riva, a picco sul mare che ad ogni spostamento del naviglio parevano alternarsi e cambiare luogo.
Primo, a sinistra, si scoprì il cratere di Vulcano.
A destra si scoprivano alternamente le altre isole: Panaria come una balena boccheggiante, due scogli bianchi e aguzzi fra l'impetuosa corrente del canale, Stromboli con la sua bandiera di fumo che segnava la direzione del vento: scirocco.
Nel mezzo Lipari, con le sue case orientali, di pomice sormontata da una montagna bianca bucata regolarmente come un immenso bugno.



Le isole, a picco, corrose e sezionate dal mare, avevano contorni netti che parevano incrinare il cielo, ora denso e lucente come un cristallo.
Il cielo, nell'incrinatura, era una striscia tremante e fulgida.
Tra le quattro isole che si vedevano correva quasi un'armonia di costellazioni: e delle costellazioni avevano la fermezza e la vecchiaia, e stupefacenti per questo: chè in esse la vita della terra e degli elementi era dominante, al di sopra di ogni traccia della vita degli uomini i quali ad ogni picco sul mare hanno messe immagini sacre in tabernacoli..."



venerdì 6 novembre 2015

IDENTITA' E ORGOGLIO DI CASTELBUONO NELLE PAGINE DI FRANCINE PROSE

Reportage tratto dal libro "Odissea Siciliana" di una visita della giornalista di New York  fra i monumenti e gli abitanti del paese delle Madonie

Uomini di Castelbuono
seduti in piazza Margherita.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia


Fra i libri dedicati negli ultimi 15 anni alla Sicilia, il più ricco di  piacevoli e non scontate notazioni sull'isola è forse quello della scrittrice americana Francine Prose ( New York, 1947 ).
In "Odissea Siciliana" ( pubblicato nel 2003 negli Stati Uniti con il titolo "Sicilian Odyssey" ed edito in Italia nel 2004 da Feltrinelli ), la Prose consegna ai lettori alcune illuminanti considerazioni sulla Sicilia.
La prima ricorda un più famoso concetto espresso oltre due secoli fa da Goethe:

"L'intera storia d'Italia - e gran parte di quella europea - sembra concentrarsi in questa terra singolare e affascinante"




Una seconda, dimostra il profondo livello di comprensione del carattere dell'isola e dei suoi abitanti, e del modo di trarne i migliori frutti: 

"E' facile essere felici in Sicilia, ma è un'operazione che richiede un adattamento biologico oltre che culturale: bisogna imparare a vivere il tempo alla maniera siciliana"

Una terza considerazione invece  avverte che accanto alle "incantevoli scoperte", la Sicilia  offre ai visitatori i luoghi di un incancellabile degrado paesaggistico e sociale:

"Ci sono zone dell'isola - le squallide periferie di Palermo e Catania, i superinquinati centri petroliferi di Gela e Porto Empedocle, - che bisognerebbe attraversare in fretta, a occhi e naso chiusi, anche se basta un attimo per rimanere colpiti dalle esalazioni tossiche e dalla vista dei desolanti casermoni dei quartieri dormitorio" 




"Odissea Siciliana" ripropone ai lettori alcuni luoghi classici del tour isolano ( l'anfiteatro greco di Siracusa, il barocco di Noto, Erice e la solitudine delle sue strade, i monumenti di Palermo ).
Il tono della descrizione evita accuratamente l'erudizione, e fa scoprire eventi e luoghi di non ordinaria narrazione tra le molte opere dedicate alla Sicilia.
Uno di questi è il paese di Castelbuono, sulle Madonie.



Ciò che colpisce la Prose è l'intima relazione fra le opere d'arte e di architettura e la comunità locale che le ha generate nei secoli passati:

"Finalmente arriviamo al paesino di Castelbuono,  ed è quasi ora di pranzo.
Parcheggiamo l'auto e ci ritroviamo circondati dal piacevole suono delle voci dei cittadini riuniti in piazza a discutere e a chiacchierare.
Non si odono i fastidiosi rumori di automobili, di clacson o, peggio, ancora, di 'motorini', ai quali siamo abituati.
Ci fermiamo un attimo ad ascoltare.
La gente ha notato il nostro arrivo, ma continua a conversare, come se niente potesse turbare la loro e nostra privacy.
Entriamo in un bar a prendere un caffè e il proprietario della pasticceria, che era intento a chiacchierare con gli amici in piazza, ci invita a provare una fetta del delizioso panettone che sta distribuendo ai compaesani.


C'infiliamo nel museo civico, e il direttore ci mostra orgogliosamente le due sale che lo compongono, piene di antichi paramenti sacri ricamati, drappeggi ornati di coralli e costumi d'epoca donati alla città dalla famiglia Ventimiglia, l'influente dinastia che nel quattordicesimo secolo sostenne gli spagnoli nella lotta contro gli angioini.
Quando andiamo via, ci invita a non lasciare la città senza avere prima visitato il castello e la chiesa Matrice Vecchia, dall'altro lato della piazza.
E' un'esperienza che si ripeterà, in modo più o meno simile, in tutta l'isola.
Specialmente nei paesi più piccoli, nei centri meno frequentati dai turisti, basta chiedere un'informazione su un edificio, un dipinto, un sito archeologico o un aneddoto storico, e la persona che avete interpellato vi risponderà con un ampio sorriso e si dilungherà in animate spiegazioni.
Le persone sembrano liete di raccontarvi la storia del loro paese, una storia alla quale si sentono intimamente legati.
Dev'essere uno degli aspetti più interessanti del vivere in un posto dove tutti si conoscono, dove la vostra famiglia conosce tutte le altre da generazioni.



La mancanza di privacy, di libertà e di mobilità economica, che può diventare talvolta soffocante, è compensata da questo senso di appartenenza a una comunità, alla storia, dall'orgoglio e dalla consapevolezza di far parte di qualcosa di più grande, di ininterrotto, di qualche cosa che è incominciato secoli prima di voi e continuerà anche dopo la vostra morte.
In chiesa, una giovane donna ci mostra molto cortesemente il magnifico polittico del diciassettesimo secolo che rappresenta l'incoronazione della Vergine, le colonne e i pilastri decorati con gli affreschi dei santi e le figure sacre di cera, poste all'interno di nicchie, sulle pareti.
Quando ci chiede se vogliamo visitare la cripta, accettiamo l'invito, più per educazione che per vero interesse, immaginando lugubri file di sarcofaghi contenenti le spoglie dei notabili locali, o labirinti di corridoi freddi e umidi fiancheggiati da sepolcri profanati.
Ma quando la nostra accompagnatrice accende la luce nei sotterranei, scopriamo con piacere che i muri sono completamente ricoperti di affreschi del quindicesimo secolo con scene tratte dal Vecchio e Nuovo Testamento.
Gli affreschi esprimono chiaramente il profondo senso religioso di un gruppo di artisti locali e il loro desiderio di assegnare un ruolo spirituale a questo spazio sotterraneo, di trasformarlo da tempio pagano qual era, e di cui resta ancora un altare come testimonianza, in un santuario della cristianità.



Trovare nella modesta chiesa di un paesino di montagna un tale tesoro è indice della grandezza del patrimonio artistico.
Mentre andiamo via, la donna ci ricorda ancora una volta di visitare il castello, dove, a quanto pare, c'è una straordinaria cappella decorata da Giacomo Serpotta.
La cappella del castello si rivela più interessante di quanto immaginassimo.
E' più intima, più allegra e, per qualche verso, più ridondante - fittamente adornata di statue - delle opere di Serpotta esposte a Palermo, gli oratori di San Lorenzo e San Domenico.
Un guardiano ci informa che questo è il luogo dove la famiglia Ventimiglia si raccoglieva in preghiera... e poi ci raccomanda di visitare l'altra grande chiesa della città, la Matrice Nuova, dove sono ospitate le tombe dei Ventimiglia.
C'è anche un altro museo, ci dice, vicino alla Matrice Nuova: il Museo di storia naturale Francesco Minà-Palumbo, pieno di disegni e di reperti botanici raccolti da un medico locale appassionato della flora e della fauna delle Madonie.
Purtroppo, mentre ci accingiamo a visitare chiesa e museo, la città si svuota, come accade spesso all'ora di pranzo, specialmente il sabato.
Tutti i negozi e i musei sono chiusi, e così ci ripromettiamo di tornare per visitare i tesori che ci restano da vedere in questo incredibile paesino sperduto tra i monti delle Madonie..." 



domenica 1 novembre 2015

STORIA DIMENTICATA DEL RAGAZZO GARIBALDINO CHE DIVENTO' ATTORE

Il ricordo del palermitano Francesco Cappelli Uzzo in una pagina scritta nel 1932 dal drammaturgo Alessio Di Giovanni.
Combattente a 13 anni, raggiunse la fama anche in Messico recitando nella Compagnia Teatrale Siciliana 

Francesco Cappelli Uzzo insieme a Virginia Balestreri
in una scena del dramma teatrale "Scunciuru", di Alessio Di Giovanni.
Le fotografie del post vennero pubblicate nel 1932
nell'opera del drammaturgo agrigentino "Teatro Siciliano",
edita a Catania da Studio Editoriale Moderno

In tempi in cui la rete conserva anche la memoria dei nomi dei partecipanti ad una gita parrocchiale,  quello del palermitano Francesco Cappelli Uzzo non compare in alcun motore di ricerca.
La sua dimenticata storia di garibaldino ed  attore teatrale girovago è raccontata in un libro del poeta e drammaturgo Alessio Di Giovanni ( Cianciana, 1872 - Palermo, 1946 ) trovato da ReportageSicilia  tra gli scaffali di una libreria antiquaria romana ( l'episodio dimostra che internet, senza la fonte cartacea, è destinata a rimanere una memoria monca ).
Il libro di Di Giovanni - "Teatro Siciliano", edito a Catania nel 1932 dallo Studio Editoriale Moderno - raccoglie le sue opere teatrali in dialetto rappresentate con successo anche nelle Americhe ed in vari Paesi europei: "Scunciuru", "Gabrieli lu carusu" e "L'ultimi siciliani".
Nella prefazione al volume, Di Giovanni ricostruisce l'arte e la personalità di Francesco Cappelli Uzzo, lodandone l'interpretazione parigina di massaro Paolo in "Malìa" - con Giovanni Grasso e Mimì Aguglia - e di frate Liborio, in "Scunciuru".


Prima di recitare con la Compagnia Teatrale Siciliana - al fianco di altri attori isolani, e fra questi Virginia Balestrieri, Maria LongoTotò Majorana Salvatore Lo Turco - Cappelli Uzzo si era definitivamente affermato come caratterista nella compagnia di Achille Lupi, a Fano.
Quando Di Giovanni scrisse di lui in "Teatro Siciliano", definendolo "povero e candido amico", l'attore palermitano era già morto da tempo imprecisato.
A ricordarne le doti teatrali - sino a questo post ignote ad internet -  fu in quegli anni lontani anche la rivista messicana "El Mundo Ilustrado".
Il critico teatrale Carlos Gonzales Pena lodò infatti la sua "hermosa diccion" che ricordava "las tradiciones clasicas".
Questa è invece la storia di Francesco Cappelli Uzzo tramandata da Alessio Di Giovanni in "Teatro Siciliano": 

"Il Cappelli era una singolare figura d'artista.
Egli oramai è ingiustamente un dimenticato.
Del resto, anche in vita fu poco noto in Italia e perfino in Palermo, sua patria, perché recitò sempre all'estero, prima nelle compagnie d'operette, poi con il Grasso e infine con l'Aguglia.
Fu un po' dappertutto.
Garibaldino a tredici anni, combatté a Bezzecca, a Mentana, a Monterotondo, a Digione.
Dopo, giovanissimo, debuttò come primo attore comico nella Compagnia Lupi, insieme con Maria Frigerio.
Fra gli attori siciliani di allora era il più colto e il più fine: un vero gentiluomo come Totò Majorana.


Francesco Cappelli Uzzo ( a sinistra )
in posa insieme ad Alessio Di Giovanni, opera citata

Conosceva bene il francese e lo spagnolo, non ignorava il greco e il latino, che insegnò, per tre anni, nel Collegio Nazionale di Buenos Aires; scriveva anche buoni versi ed era un artista cosciente.
Alto, robusto, quando appariva sulla scena spiccava fra gli altri, non solo per la statura ma soprattutto per la sua personalissima arte scenica.
Egli non aveva impeti vulcanici, urli di dolore, schiamazzi, ma un'olimpica compostezza nei gesti e nelle parole, con la quale riusciva a strappare agli spettatori quegli applausi a scena aperta che sono, senza dubbio, i più spontanei e i più sinceri.
Aveva la suprema arte di farsi capire anche da quelli che ignoravano il siciliano, tanto la sua recitazione era chiara, spiccata, precisa e il suo gestire parco ed eloquente..."



SICILIANDO














"Un giorno ho assistito a Palermo a una scena di strada estremamente significativa.
Un tizio protesta contro un altro che ha parcheggiato di traverso, intralciando la circolazione.
Si agita, urla.
L'altro lo osserva indifferente e poi continua a parlare con un suo amico come se nulla fosse.
Il tizio non fa una piega e se ne va senza fiatare.
Aveva capito, di fronte all'atteggiamento sicuro dell'interlocutore, che, se avesse insistito, le cose avrebbero preso una brutta piega e lui sarebbe uscito perdente dallo scontro.
Questa è la Sicilia, l'isola del potere e della patologia del potere"
Giovanni Falcone