lunedì 25 aprile 2016

SICILIANDO














"Giorno per giorno la Sicilia ripropone le vecchie contraddizioni. 
Eroismi e infamità, furore e silenzio, sfruttamento e liberazione convivono rappresentati sulle due facce della nostra storia: la storia degli oppressi e la storia degli oppressori"
Roberto Ciuni

domenica 24 aprile 2016

UN SECOLARE APPELLO ALLA RISCOPERTA DELLE ORIGINI DEL DUOMO DI CEFALU'

Lo sguardo critico verso i rifacimenti successivi alla costruzione di età normanna in un reportage di Enrico Mauceri pubblicato nel 1917 dal Touring Club Italiano

La facciata del Duomo di Cefalù
in una delle fotografie pubblicate il 1 aprile del 1917
dalla "Rivista mensile del Touring Club Italiano".
Nel suo reportage, lo studioso siracusano Enrico Mauceri
prospettava la necessità di rimuovere dalla basilica normanna
tutte le aggiunte architettoniche dei successivi secoli 

Le fotografie riproposte da ReportageSicilia sono tratte dalla "Rivista mensile del Touring Club Italiano" pubblicata il 1 aprile del 1917.
Le immagini documentarono un reportage dello storico dell'arte siracusano Enrico Mauceri sul Duomo di Cefalù.
L'articolo ripercorse le vicende storiche che accompagnarono la costruzione della fabbrica normanna e l'autore auspicò la demolizione di tutte quelle opere aggiunte in epoca successiva alla costruzione di età ruggeriana; una "scuola di pensiero" nel settore del restauro architettonico che in quegli anni avrebbe voluto rimuovere la cupola settecentesca dalla cattedrale ( anch'essa normanna ) di Palermo:
 
"Entrando nella basilica - si legge nell'articolo - si rimane turbati dall'opera volgare di superfetazione accumulatasi attraverso i secoli, nelle sue tre spaziose navate; e l'occhio, desioso di bellezza, fissandosi sui mirabili mosaici e su quell'arditissimo arco del transetto, nel quale si afferma la genialità dell'artista, sogna il ripristino delle antiche, purissime linee.


 
Un progetto del chiaro architetto Francesco Valenti, che al glorioso monumento dedicò amorose cure, ne studia un restauro radicale e completo in tutte le sue parti, e sarebbe tempo che se ne facesse tesoro.
Qualche cosa, è vero, si è fatta, come lo svestimento degli intonaci che deturpavano la nave centrale e le riparazioni al tetto della nave medesima dalle colossali capriate, contenente ancora tracce , nei rifasci dei cassettoni, della decorazione pittorica sul gusto arabo normanno, lavoro questo eseguito con diligente cura nel 1906 dal valoroso costruttore palermitano Niccolò Rutelli; ma ancora molto resta da compiere.


E poiché trattasi di un monumento di alta importanza artistica, non saremmo mai abbastanza esigenti nel reclamare quella rigorosa restituzione del carattere che si addice ad opera sì veneranda, mèta che in questi ultimi tempi non si è sempre raggiunta"

Dopo avere ricordato i restauri "poco felici" compiuti ai mosaici del Duomo nel 1859, "mercè la munificenza di Ferdinando II di Borbone", nel suo articolo Enrico Mauceri invitò quindi "la più ricca mensa vescovile di Sicilia ( rende circa lire 150.000 annue ) a cancellare quanto di grossolano e di volgare si è sovrapposto all'augusta fabbrica, e a provvedere alla sua buona conservazione ed al suo decoroso aspetto".


Infine, lo scritto dello studioso siracusano ci informa sullo stato di abbandono in cui agli inizi dello scorso secolo versava il chiostro del Duomo cefaludese, opera che attende ancora la ricomposizione di uno dei suoi tre lati, dopo la distruzione del quarto nel Settecento

"Accanto alla Cattedrale, è un piccolo chiostro, già annesso al convento dei Padri Agostiniani, ma deturpato di volgari pilastri di rinforzo, e il cui lato ovest fu, in tempo a noi vicino, quasi interamente rifatto nel muro ad arcate, senza aver prima provveduto al consolidamento di per sé stesse disgregate e malferme.


Esso è foggiato sul tipo di quello di Monreale, cioè con portico ad archi acuti e con colonne geminate adorne di scolture nei capitelli rappresentanti, in parte, scene della Genesi, le quali però si manifestano di fattura più scadente e come appartenenti al volgere del secolo XIII.
Ma tutto un abbandono secolare è pesato così su questo interessante monumento, se no abbastanza pregevole nei particolari, tuttavia grazioso ed armonioso nell'insieme, come su la meravigliosa basilica, e non si può non notarne ad ogni passo con dolore le tracce e le brutture meschine e miserevoli che ne hanno qua e là avviluppato alcune parti..." 

  
 
 

venerdì 22 aprile 2016

LA PESATURA DELL'UVA A BALESTRATE

Una fotografia di M.Bernard Aury
scattata a Balestrate e pubblicata nel saggio
"La Sicile" di Pierre Sébilleau,
edito in Svizzera da Editions Arthaud nel 1966
 
Recandosi da Palermo a Segesta a metà degli anni Sessanta, il saggista e diplomatico Pierre Sébilleau  ( "La Sicile", Editions Arthaud, Grenoble, 1966definì il golfo di Castellammare come "uno dei più bei paesaggi di mare e di montagna che vi siano nel Mediterraneo".
A tale elogio, seguì quindi l'ammissione che la strada costiera, pure vicina "ad un mare tanto splendente da dare un'impressione di infinita ricchezza, attraversa qualche sobborgo sporco, all'uscire da Palermo e, più lontano, miseri villaggi di pescatori sul golfo di Castellammare".
Ora, non sappiamo se anche il paese di Balestrate sia allora apparso a Sébilleau come un luogo di povertà e sporcizia; di certo, c'è però che il fotografo M.Bernard Aury - autore delle fotografie pubblicate in "La Sicile" - fissò a Balestrate l'immagine ora riproposta da ReportageSicilia.
 
 
La fotografia riporta la didascalia "Balestrate. Pesatura dell'uva", e volle forse rendere onore allo storico legame fra il territorio locale e la viticoltura.
I vigneti di Balestrate hanno infatti alimentato per decenni la produzione del "Marsala"; qui, tra il 1835 ed il 1840, sorsero gli stabilimenti enologici dei Woodhouse, degli Ingham e dei Florio.
Le uve di Balestrate - e fra queste, quella a bacca rossa denominata "perricone" - venivano pigiate ed i mosti conservati in botti di legno poi inviate a Marsala.
L'immagine di M.Bernard Aury ci ricorda quella lontana stagione di ricchezza enologica, oggi ereditata da molti produttori di vino sparsi fra le province di PalermoTrapani.    

lunedì 18 aprile 2016

SILENZIOSI SCORCI DEL BAGLIO ISONZO A SCOPELLO

Fotografie dell'anima antica di un luogo un tempo sconosciuto ai siciliani e oggi scoperto dal turismo di massa
 
L'ingresso di una abitazione
del baglio Isonzo, a Scopello.
Le fotografie del post
sono di ReportageSicilia
 
Sino a qualche decennio fa, il baglio Isonzo di Scopello era un luogo conosciuto da pochissimi viaggiatori, autentici esploratori di uno dei tratti più selvaggi e remoti della provincia di Trapani: una contrada abitata da poche decine di persone, a metà strada fra uno dei mari più belli della Sicilia e colline odorose di timo, rosmarino, origano e finocchietto selvatico.
Uno dei primi viaggiatori fu lo scrittore e saggista Giovanni Comisso, che nel 1953 scrisse di Scopello nel saggio-reportage "Sicilia", edito dall'editore svizzero Pierre Callier.
 
 
L'isolamento del borgo abitato per secoli  da agricoltori e contadini andò avanti sino a quando la viabilità con Castellammare del Golfo non venne facilitata dalla costruzione di strade asfaltate.
Fu allora che il baglio Isonzo - con il suo arredo naturale di oleandri, fichi e alberi da frutto - cominciò ad essere scoperto da un numero crescente di visitatori.
 
 
Le abitazioni rurali, le stalle ed i ricoveri degli animali del baglio cominciarono così a trasformarsi in alloggi turistici, trattorie e bar.
Negli ultimi anni, l'inevitabile trasformazione dell'edificio - che conserva ancora l'impronta edilizia settecentesca, di certo posteriore alla sua fondazione - è continuata in una chiave sempre più turistica, complice pure la sistemazione di un grande parcheggio all'ingresso di Scopello.
 
 
Malgrado lo stravolgimento dei suoi ritmi vitali, il baglio Isonzo continua ad essere uno dei luoghi più suggestivi della Sicilia, soprattutto se si ha l'accortezza di non visitarlo in pieno periodo estivo: sarà così possibile comprendere il giudizio di "posto più bello del mondo"  assegnatogli da Giuseppina Torregrossa nel romanzo "L'assaggiatrice" ( Rubbettino, 2007 ).
 
 
Le fotografie di ReportageSicilia, scattate in una affollata domenica di aprile, cercano di cogliere l'antica anima del baglio nei suoi scorci più intimi: le piante grasse cresciute in un vaso di terracotta, i vecchi archi di conci di tufo, le porte d'ingresso e le finestrelle delle antiche abitazioni.
  
 

domenica 17 aprile 2016

DISEGNI DI SICILIA


CESCO MAGNOLATO, Case a San Gregorio

sabato 16 aprile 2016

L'ABBANDONO DEL 'NIOBE' E DEL 'BUONAUGURIO' A FAVIGNANA

Immagini di due storiche imbarcazioni utilizzate per le attività della tonnara, da decenni in rovina  all'interno della 'camperìa' dell'isola


Il "Niobe", da decenni in rovina
nell'area della "camperìa" di Favignana.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia 

Dal traghetto o dall'aliscafo che attraccano al porto, il primo impatto con Favignana e con il suo magnifico mare è quello con lo storico stabilimento per la lavorazione e conservazione dei tonni.
Il complesso industriale - opera dell'architetto Giuseppe Damiani Almeyda, che lo costruì per i Florio - comprende anche le strutture oggi fatiscenti della "camperìa": così i favignanesi chiamarono gli edifici che ospitavano le attrezzature per la tonnara, fonte di reddito ( e quindi del "campare" ) per le famiglie dell'isola.
All'interno di questi ambienti - ancor oggi di proprietà della famiglia Parodi, che nel 1937 subentrò ai Florio nella gestione degli impianti -  vanno in rovina gli scafi del "Niobe" e del "Buonaugurio".



Il loro legno resiste ormai a fatica a un rimessaggio privo di alcuna manutenzione, conservando però la bellezza delle chiglie lontane da decenni dal mare.
Le due imbarcazioni rimangono così ancora per poco tempo una delle testimonianze dei tempi d'oro delle tonnare a Favignana.
Il "Niobe" serviva infatti a trasportare da Trapani i viveri ed altri generi di conforto per gli operai dello stabilimento; il "Buonaugurio" aveva il compito di rimorchiare le barche dei tonnaroti sul tratto di mare dove avveniva la complessa cattura dei pesci.




Da tempo si discute sulla possibilità di recuperare le strutture in rovina della "camperìa".
La famiglia Parodi sembra interessata a vendere gli storici magazzini al prezzo di due milioni e mezzo di euro; altrettanti ne servono per le opere di ristrutturazione.
Fra i possibili acquirenti figura anche il Comune di Favignana, che intenderebbe destinare l'ex deposito della tonnara ad area museale e commerciale.



Quale che sia il destino della "camperìa" - cui mostrano interesse anche alcuni privati - c'è da sperare che il "Niobe" ed il "Buonaugurio" possano trovare qualcuno disposto ad evitare la loro definitiva distruzione; ne sarebbero contenti anche  quei tanti favignanesi per i quali i beni materiali della tonnara fanno parte del patrimonio di ricordi di un'intera vita.


mercoledì 6 aprile 2016

I DIFFICILI ESORDI DELLA FIERA DEL MEDITERRANEO

Nel clima di tensioni ed incertezze del secondo dopo guerra, settant'anni fa nasceva a Palermo la rassegna campionaria oggi affidata ad un commissario liquidatore


Un gruppo di espositrici della prima edizione
della Fiera del Mediterraneo, inaugurata a Palermo il 5 ottobre del 1946.
Le fotografie del post sono tratte dall'opera
"40 anni di Fiera, storia, dati e immagini dell'economia siciliana",
edita nel 1986 dall'Ente Autonomo Fiera del Mediterraneo



La storia della Fiera del Mediterraneo compie quest'anno settant'anni.
Fra luci ed ombre, la manifestazione ha accompagnato la vita di un paio di generazioni di palermitani, che si sono aggirati fra i viali di piazza Generale Cascino dapprima per il piacere dello "struscio" adolescenziale ed in seguito anche per qualche affare commerciale.
La ricorrenza segue un recente periodo di inchieste giudiziarie, fallimenti gestionali e pignoramenti dell'area alle falde di monte Pellegrino; da qualche tempo, il Comune sta tentando di rilanciare l'utilizzo delle strutture, affittandole per singole iniziative espositive ed imprenditoriali.


Le tende militari utilizzate per le esposizioni.
Alla prima edizione della Campionaria palermitana
presero parte 150 imprenditori,
per lo più artigiani provenienti da tutta l'isola 


Gli esordi oggi dimenticati della Fiera coincisero con uno dei periodi più critici nella storia della Sicilia del Novecento.
La prima edizione venne infatti inaugurata il 5 ottobre del 1946, pochi mesi dopo la promulgazione dello Statuto dell'Autonomia e in un clima segnato in tutta l'isola dalle violente vicende del banditismo.


La costruzione delle prime strutture fisse
alle falde di monte Pellegrino


Inoltre, i primi mesi del 1946 avevano visto moltiplicarsi in molte province siciliane le manifestazioni di protesta di reduci di guerra e disoccupati esasperati dalle difficili condizioni economiche.
Come ha scritto di quel periodo Sandro Attanasio in "Gli anni della rabbia, Sicilia 1943-1947" ( Mursia, 1984 ),


"a Palermo, ai primi di marzo, la situazione s'andò aggravando rapidamente.
La sede dell'Alto Commissario Aldisio sembrava una piazzaforte presidiata da truppa in assetto di guerra.
Il palazzo era irto di minacciose mitragliatrici puntate contro piazza Indipendenza"


In questo clima, l'organizzazione di una Fiera commerciale fu quasi un azzardo, le cui motivazioni possono essere lette secondo questa chiave politica:

"Costituito il 23 luglio il comitato esecutivo con rogito del notaio Angilella, ottenuto il finanziamento dal Banco di Sicilia rilasciando fidejussioni personali, nel giro di poco più di due mesi si raccolgono, più o meno miracolosamente, un discreto numero di adesioni.
Per inaugurarla - si legge nell'opera "40 anni di Fiera, storia, dati e immagini dell'economia siciliana", edita dall'Ente Autonomo della Fiera del Mediterraneo nel 1986 - vengono a Palermo i due più alti vertici della nuova Italia repubblicana: il capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, e il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi.


Il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi,
ospite della Campionaria


Questa particolare attenzione ha diverse motivazioni: la Fiera del Mediterraneo, al di là delle sue stesse ambizioni, è la prima, nuova Campionaria che apre i battenti dopo la guerra; in Sicilia il separatismo rischia di non essere più un semplice fenomeno politico; l'Italia è diventata una repubblica da quattro mesi appena e per rafforzare l'immagine unitaria può essere un atto distensivo la presenza di De Nicola in una città, in un'isola, che nel referendum istituzionale di giugno ha votato a grande maggioranza per la monarchia"

Figlia delle incertezze politiche e delle tensioni sociali del secondo dopoguerra, insomma, la prima edizione della Fiera del Mediterraneo riuscì a raccogliere in 16.000 metri quadrati poco meno di 150 espositori, quasi tutti siciliani; tre furono quelli provenienti da Napoli, uno dalla Sardegna.


Enrico De Nicola, capo provvisorio dello Stato,
anche lui tra le personalità presenti all'inaugurazione
della Fiera del Mediterraneo


Nelle fotografie tratte dal volume edito dall'Ente Autonomo della Fiera del Mediterraneo - che avrebbe cessato la sua attività nel 2008, e la cui gestione è ora affidata ad un commissario liquidatore - si coglie il clima di precarietà di quell'ottobre del 1946, con gli stand allestiti in tende militari e gli espositori identificabili come semplici artigiani.
Oggi quel pionierismo fa quasi sorridere, ma rende merito ad una volontà di "fare" che la Palermo dei nostri tempi sembra avere dimenticato, in anni in cui invece si imporrebbero progetti ed iniziative di rilievo.