martedì 31 maggio 2016

SICILIANDO











"La Sicilia è stata per secoli e secoli l'osteria del Mediterraneo: dai fenici ai greci, ai saraceni agli spagnoli, sino all'unità d'Italia, tutti si sono serviti.
Poi le cose non sono affatto cambiate, con il caparbio tentativo dell'agganciamento del Nord Italia alla Valle del Reno e la politica di tipo di neo-coloniale adottata nei confronti del mezzogiorno.
Dopo l'ultima guerra vi è stato un grande risveglio di lotte che però non hanno però prodotto i risultati in cui questa gente sperava.
Di qui nuovi contraccolpi, nuova sfiducia, altra rassegnazione"
Tullio Vinai   

LUCI ED OMBRE DELL'"ISOLA DI CERERE"

Un reportage sullo stato dell'agricoltura siciliana nel 1956 sottolineava la ricchezza e la povertà del settore, in un periodo segnato dall'illusione per l'avvento dell'industria petrolifera


Immagini di contadini siciliani al lavoro
nelle campagne degli anni Cinquanta.
Le fotografie, firmate "Foto Greco", illustrarono
un reportage del giornalista Antonio Pecoraro Maiorca
pubblicato sulla rivista "Sicilia" nel marzo del 1959

"Accanto all'immagine di una Sicilia terra di profumo e di incanto, alligna un'altra immagine, resa più aspra dal neorealismo del cinema e da una propaganda non sempre ispirata a buona fede; è l'immagine di un'isola arida, punteggiata qua e là da siepi di ficodindia, deserta di case dalle lande arse dal sole, dove di tanto in tanto avanza il contadino a cavallo, mentre il fucile caricato a lupara attende insidiosamente al varco.
L'una e l'altra immagine sono come due facce, entrambe ingannevoli, di una realtà ben più diversa da quella consacrata nell'oleografia o nella stampa a colori, di una realtà attiva e operosa, quella di una Sicilia che lavora e produce, nella lotta quotidiana contro una natura geografica e meteorologica ostile e negata a rispondere ad una moderata fatica umana"
Con questa premessa, il giornalista economico Antonio Pecoraro Maiorca firmò 57 anni fa un reportage sullo stato dell'economia agricola siciliana, con dati produttivi relativi al 1956.
L'articolo venne pubblicato dalla rivista "Sicilia", edita nel marzo del 1959 dall'Assessorato Regionale al Turismo; le fotografie riproposte da ReportageSicilia ( attribuite a 'Foto Greco' ) illustrarono quel resoconto, suggestivamente intitolato "L'isola di Cerere".
Si apprende così che

"l'intera superficie produttiva della Sicilia ammonta a 2.400.000 ettari, e di questa superficie, 1.500.000 sono destinati ai seminativi semplici e alberati; 300.000 ettari ai pascoli permanenti, 500.000 alle colture legnose specializzate e alle altre coltivazioni industriali.



Il valore dei prodotti del seminativo, nel 1956, ammontò a circa 51 miliardi, ai quali va aggiunta la produzione dei foraggi per un altro miliardo; di contro al valore di tale produzione, stanno i 100 miliardi di produzione della superficie siciliana destinata alle colture arboree: il 75 per cento dell'agricoltura siciliana dà, quindi, un reddito di 51 miliardi, mentre il restante 25 per cento dà un reddito di 100 miliardi.
Perché il quadro sia completo si deve ancora tenere presente che la superficie seminativa della Sicilia rappresenta il 13 per cento dell'intera superficie nazionale, mentre il valore della produzione agricola espresso in cifre del 1956, corrisponde al 6 per cento della produzione nazionale..."

Quindi Pecoraro Maiorca così descrive il quadro delle produzioni agricole del tempo, a cominciare da quelle di arance, mandarini e limoni:

"cinquantaquattro miliardi di agrumi prodotti nel 1956 in larghissima parte destinati all'esportazione, dicono chiaramente il contributo dell'Isola all'economia del Paese e alla bilancia dei pagamenti internazionali.
Il valore della produzione dei vigneti ammontò a circa quindici miliardi, pari a circa il 18 per cento dell'intera produzione nazionale.
se relativamente trascurabile e destinata al consumo locale, è la produzione di frutta fresca - ad eccezione dell'uva e delle primizie - ha un notevolissimo peso, invece, la frutta secca, il cui valore, sempre nel 1956, ammontò a circa diciassette miliardi, pari al 33 per cento della produzione nazionale.
Il valore complessivo dei prodotti dell'ulivo ammontò a circa tre miliardi, pari al 20 per cento della produzione nazionale.



Tra i ventisei miliardi di ortaggi prodotti, tengono il primo posto i pomodori; nell'economia nazionale, gli ortaggi della sicilia si inseriscono soltanto con l'otto per cento della produzione, mentre il cotone, per un importo di circa tre miliardi, tra fibra e seme, rappresenta più che l'ottanta per cento dell'intera produzione italiana"
   
L'interesse delle pagine di Pecoraro Maiorca sta - oltre che nelle indicazioni statistiche sullo stato dell'agricoltura nell'isola di sessant'anni fa - anche in alcune considerazioni sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia del tempo.
Riferendo la situazione del comparto della frutta secca, ad esempio, l'articolo informa che il suo valore commerciale ammontò a "circa diciassette miliardi, pari al 33 per cento della produzione nazionale".
Poi Pecoraro Maiorca sottolinea:

"in tale produzione è incorporato un forte coefficiente di lavoro umano, da quello delle braccia necessarie alla coltivazione, a quello umile e quasi sempre ignorato, delle donne chiuse per mesi e mesi ad aprire i gusci delle mandorle e delle nocciuole, e colpite spesso da malattie di lavoro causate dalla polvere respirata, e non ancora riconosciute come tali, dalla legislazione sociale"

Il resoconto della rivista "Sicilia" non nasconde poi le difficoltà strutturali del settore agricolo dell'isola, penalizzato allora più di oggi dalla logistica, dall'impronta latifondistica delle proprietà e dalla scarsa presenza di consorzi produttivi:

"il contadino siciliano deve lavorare il doppio per ricavare la metà, rispetto al contadino di altre zone d'Italia più favorito dalla natura ed inserito più razionalmente nel sistema e conomico-produttivo.
Questo è l'aspetto più vistoso della sproporzione, ma altri aspetti, potrebbero essere colti leggendo nelle relazioni economiche, ed analizzando le sensibili differenze di compenso effettivo del prodotto siciliano nelle incidenze del costo reale sui prodotti lordi vendibili..."




Infine - altro significativo dato riferito in quell'articolo del 1959 - l'autore segnalava con speranza l'avvento di un'attività economica che all'epoca veniva considerata come una nuova e determinante risorsa per lo sviluppo della regione: il petrolio.
"Le trivelle - il riferimento di Pecoraro Maiorca andava al recente sfruttamento dei  giacimenti ragusani ed al nascente petrolchimico di Gela - con le loro sagome agili e slanciate hanno trasformato in molte zone il panorama della Sicilia; ancora una decina di anni fa sarebbero parse visioni utopistiche, mentre oggi sono una parte essenziale dell'economia della nostra isola"

lunedì 23 maggio 2016

CAPACI, IL FICUS 24 ANNI DOPO

Il ficus sempreverde
- l'"albero Falcone" di via Notarbartolo, a Palermo -
al termine delle celebrazioni per l'anniversario dell'eccidio dell'autostrada
( fotografia ReportageSicilia )

"Ricevetti sul mio cellulare la telefonata che segnalava l'arrivo della macchina del giudice sull'autostrada per Punta Raisi.
L'autovettura, come da accordi, venne seguita fino al punto in cui si aveva la certezza matematica che imboccava l'autostrada che portava all'aeroporto.
Non so dire chi materialmente effettuò la telefonata, perchè la conversazione durò poco e non riuscii a riconoscere la voce...
Quando avvistai l'autovettura, io che già ero in auto, misi immediatamente in moto e seguii il corteo, sulla strada parallela che costeggia l'autostrada.
Immediatamente telefonai al cellulare che sapevo in mano a chi stava sulla montagna; mi rispose Gioè.
La conversazione durò molto, per tutta la strada che costeggia e che arriva fino al Johnny Walker.
Si parlava del più e del meno, senza minimamente accennare a quello che stavamo facendo, per paura che la telefonata venisse intercettata.
Io marciavo a una velocità analoga a quella delle auto in corteo, e cioè ottanta chilometri orari circa, di gran lunga inferiore a quella calcolata facendo le prove su strada.
Questo particolare è stato sicuramente captato dal Gioè, perchè conoscendo la mia posizione e sapendo che dovevo terminare l'avvistamento all'altezza del bar Johnny Walker, la durata della telefonata è stata tale che egli ha sicuramente consentito di calcolare in quanto tempo l'autovettura sarebbe arrivata all'altezza dell'esplosione.
Arrivato all'altezza del bar sopramenzionato, ho smesso la comunicazione con Gioè, ho imboccato l'autostrada in direzione Partinico e mi sono allontanato.
Non ho avuto modo di sentire anche da lontano il 'botto'" ( ... )"
Verbale di interrogatorio di Gioacchino La Barbera, dicembre 1993
da
G.Bianconi e G.Savatteri, "L'attentatuni", Baldini e Castoldi, 1998

mercoledì 18 maggio 2016

IL VECCHIO VOLTO ARTIGIANO DI VIA DEI CALDERAI

Immagini della strada palermitana in cui sopravvivono le residue tracce dell'abilità di stagnari e battirame

Una veduta di via dei Calderai.
Le immagini del post sono di ReportageSicilia
 
Via dei Calderai è una delle ultime strade palermitane dove è possibile trovare traccia del lavoro artigianale: una tradizione che va avanti da qualche secolo, quando in questa stretta via del quartiere ebraico l'attività degli stagnari e battirame era un punto di riferimento per migliaia di famiglie cittadine.
Piccoli negozi e buie officine ancor oggi espongono in strada pentole, padelle, mestoli, colapasta, tegami, imbuti, bacinelle, canne fumarie, barbecue ed ogni altro genere di oggetto di uso domestico o artigiano.

 
 
 
Una parte di questi prodotti viene prodotta in loco, magari su precise indicazioni di chi ha bisogno di una lavorazione specifica; altri provengono da fornitori esterni tagliati fuori dai circuiti commerciali della grande distribuzione.

 
Dell'arte dei vecchi "calderai" scrissero così Roberto Calia e Antonio Fundarò nel libro "Artigianato ieri-oggi"Tipografia SAROGRAF-Alcamo, 1996 ):
 
"Gli attrezzi necessari per la lavorazione erano pochi: un martello di ferro e uno di legno, la 'viscarina' cioè un asse di acciaio che serviva per la battitura, i ferri quadralini e le 'chiuveri'.
Per prima cosa si tagliava, da una larga fascia di rame, una striscia e se ne saldavano le estremità alla 'forgia', a forma di cilindro.
 
 
 
 
Dopo di ciò, il battirame con il martello di legno cominciava a dare la sagoma dell'utensile che voleva ricavare, con lenti colpi cadenzati, sino ad ottenere la forma stabilita.
Poi venivano sistemati i manici, fissandoli con due chiodi di rame o di zinco ed infine vi si passava lo 'stagno vergine' liquido, che, pulito con limone e sabbia, dava all'utensile una splendida lucentezza.
 
 
Si confezionavano 'quarari pi lu fruttu', cioè per la bollitura del latte, 'quararuna' per cucinare la pasta, colapasta, tegami, salsiere, mestoli, 'vacileddi', bracieri, scaldini, 'quartari' di rame, bacinelle di rame o 'cunculini', 'manichi' o imbuti, 'cannati' o boccali, padelle, 'brigghioli' o contenitori per travasare il vino, 'quartari' di zinco, bacinelle di zinco, insolfatoi"

 
 
Negli ultimi anni, il numero di artigiani di via dei Calderai si sta riducendo.
I più anziani sono morti o hanno smesso di lavorare.
Alcuni hanno chiuso le botteghe per un calo delle vendite o perché hanno subito lo sfratto; altri ancora, non hanno trovato nei figli la volontà o la possibilità di proseguire l'attività paterna.

 
Chi ancora continua, lamenta l'eccessivo peso delle tasse, una politica cittadina della viabilità che allontanerebbe i clienti e la concorrenza dei grandi centri commerciali: qui gli oggetti costano generalmente di meno, ma non posseggono quella artigianalità che si attaglia alla singola richiesta del cliente che frequenta ancora via dei Calderai.
  

 
  

martedì 17 maggio 2016

DISEGNI DI SICILIA


PINO PONTI, "Chiesa di Acitrezza"

LA PASSATA SOLITUDINE DI VULCANO

La silenziosa bellezza di Vulcano in quattro fotografie promozionali diffuse fra il 1954 ed il 1955 dall'assessorato regionale al Turismo


Nel 1951 Vitaliano Brancati così descriveva in "Volto delle Eolie" ( Flaccovio editore Palermo ) l'aspra desolazione di Vulcano:

"Il mare luccica da ogni parte, chiuso da ogni parte fra rupi nere, ritte, con le corna; dai crepacci, che si aprono mollemente e in silenzio, fuma lo zolfo; una spiaggia è tutta di zolfo, e l'acqua che la bagna va bollendo; nell'interno dell'isola, la terra è arida e nerastra, le canne vi nascono già fradice, il verde delle vigne è sospetto come il colorito dei febbricitanti.
Il corvo svolazza a uncino sulla campagna, e di tanto in tanto precipita come un'ancora che si sia staccata dalla catena"

Già pochi mesi dopo le osservazioni di Brancati, Vulcano cominciava ad ospitare i primi gruppi di turisti italiani e stranieri, che secondo una vulgata comune l'avrebbero conosciuta grazie al film "Vulcano", interpretato nel 1950 da Anna Magnani.
Le fotografie riproposte nel post da ReportageSicilia vennero pubblicate tra il 1954 ed il 1955 a corredo di alcune inserzioni promozionali dell'assessorato regionale al Turismo, con la didascalia "Oasi di pace nell'incanto dei mari eoliani".


Le immagini ricordano oggi una Vulcano frequentata ancora da un numero limitato di viaggiatori, attratti dalla dimensione spartana di un'isola capace di offrire luoghi destinati  alla solitaria lettura di libri o ad una abbondante pesca subacquea.
Un decennio dopo - vale a dire negli anni della piena ascesa in Italia dell'industria del turismo - anche la più inospitale fra le Eolie avrebbe cominciato a diventare un'affollata meta di vacanza, perdendo per sempre la ristretta fama ed il selvaggio aspetto di paradiso vulcanico.
Di quella trasformazione si trovano tracce nel reportage scritto dal giornalista pisano Piero Studiati Berni "Turismo alle Eolie", pubblicato nel marzo del 1966 dal mensile del TCI "Le Vie d'Italia"

"Quando l'aliscafo rallentò la sua corsa sul pelo dell'acqua davanti all'isola di Vulcano, risentimmo il mare scorrere lungo le fiancate dello scafo con un fruscio troppo modesto per quell'abisso di azzurro che ci circondava.
Gli oblò inquadrarono le rocce nere e bruciate dell'isola.
L'aliscafo non s'era ancora fermato che già si era staccato da riva un barcone a remi dipinto di rosso e di blu, e puntava verso di noi scivolando più che sull'acqua sul barbaglio di luce sfaccettata che il sole faceva cangiante come scaglie di pesce.

 
C'era un odore profondo e denso di alghe e di mare e la spiaggia sullo sfondo, nera, tagliata tra le rocce, pareva l'orlo di un piatto di ceramica campana, anch'essa nera e anch'essa con un sottofondo rosso di brace come se vi covasse ancora una combustione che non vuole spegnersi.
Ci fu un complicato trasbordo di passeggeri dal barcone all'aliscafo e dall'aliscafo al barcone, poi i motori ripresero a rullare e dietro di noi si riformò una scia lunga e schiumosa mentre il barcone si perdeva senza fretta negli infiniti riflessi cangianti del mare portando verso le sabbie nere nuovi turisti con vecchi desideri.
Vulcano, la prima delle Eolie che si incontra venendo dalla Sicilia, insieme con Lipari e salina, forma come il corpo di un immaginario scorpione le cui tenaglie sono rappresentate da Filicudi e Alicudi da un lato, a sinistra, e da Panarea, Basiluzzo e Stromboli dall'altro.
Le rocce di Vulcano sono nere e a contatto con l'acqua pare che debbano ancora torcersi e cigolare per una secolare incandescenza; c'è l'alito di un fuoco che cova sotto tutte queste isole accovacciate nel mare Tirreno, non lontano dalle coste della Sicilia.


E il fuoco fa bollire l'acqua a Vulcano e lo zolfo affiora con i suoi fiori neri rivestendo le pietre di una patina viscida e verdastra che con avidità i villeggianti salutisti si spalmano sul corpo e sul viso fidando in benefici epidermici straordinari.
Tra le rocce vulcaniche, colorate da preistoriche incandescenze, grandi pozze di acqua solforosa ribollono fumigando e tra i vapori si muovono nel fango giallastro, come ippopotami, grassi signori che combattono la sciatica e la pinguedine.
Anche il mare in certi punti vicino alla costa è opaco per la presenza dei soffioni e dello zolfo, ma più al largo, dai fondali, riaggalla un colore cupo che non vela la trasparenza dell'acqua.
L'albergo 'Les sables noirs', basso e bianco sulla riva di ponente, ha una fama maggiore dei suoi meriti, ma l'atmosfera è piacevole e accogliente e la notte è trapuntata dalla luce delle candele: sull'isola infatti manca l'elettricità come in quasi tutte le Eolie, esclusione fatta per Lipari che è divisa da Vulcano soltanto per uno stretto braccio di mare..."


 
 

lunedì 16 maggio 2016

SICILIANDO















"L'impatto con la realtà siciliana è stato piuttosto brusco.
Il quadro della situazione, così come si presenta agli occhi del continentale sbarcato con l'intenzione di conoscerla, è drammatico, al limite traumatizzante.
Da qualsiasi parte mi rigiri ho la sensazione di sprofondare in una sorta di palude senza fondo.
Mi rendo conto subito di avere di fronte una società sfilacciata sino allo sgretolamento, una società diretta da gruppi di potere che ciecamente perseguono i loro egoistici obiettivi sulla pelle di centinaia di migliaia di poveri cristi; una società in cui i valori dell'uomo, della personalità dell'individuo, della dignità dell'essere sono stati, con caparbio cinismo, sacrificati sull'altare del profitto, della speculazione senza alcun tentennamento, senza esitazioni o ripensamenti sino a ricorrere all'uso della più brutale violenza attraverso l'intimidazione, la paura, il terrore e, se necessario, alla lupara o alle raffiche di mitra"
Diego Novelli, 1971 

domenica 15 maggio 2016

IL SOGNO BALNEARE DI ISOLA DELLE FEMMINE

Un reportage del 1953 pubblicato da "Italia Mondo" illustra la condizione di un paese dai forti legami con i suoi emigranti americani e desideroso di uno sviluppo turistico locale

La costa deserta di Isola delle Femmine
in una delle fotografie pubblicate
dalla rivista "Italia Mondo" nell'aprile-maggio del 1953

Sorta come frazione di Capaci nel 1799, Isola delle Femmine si ingrandì rapidamente nell'arco di pochi decenni, tanto da essere elevata a rango di Comune del 1854.
Il paese ha mantenuto sino ad oggi le sue tradizioni legate alle attività della pesca; pur con gli inevitabili moderni stravolgimenti edilizi conserva un'ambientazione dominata dalla vastità del cielo, dal grigio delle rocce e dalle diverse tonalità del mare.
La presenza poi del suo caratteristico isolotto con una poderosa torre di avvistamento ridotta a rudere fa di Isola delle Femmine una delle poche e reali borgate marinare di Palermo.
Le immagini della cittadina riproposte da ReportageSicilia vennero diffuse dalla rivista "Italia Mondo" nel numero di aprile-maggio del 1953.
La pubblicazione - edita a Palermo e diretta da Franco Nacci - era "affettuosamente dedicata agli italiani all'estero e a tutti i nostri amici in Italia e nel mondo".

Un primo sviluppo dell'economia turistico-balneare
ad Ovest della cittadina marinara palermitana

Per questo motivo, il reportage di Gina Scaduto dedicato ad Isola delle Femmine dava conto delle vicende di emigrazione di molti dei suoi abitanti negli Stati Uniti, fra Monterey, Pittsburg ( città oggi gemellata con Isola ) New York e Detroit.
All'epoca del racconto della Scaduto, il paese contava duemila persone e poteva contare su un prezioso aiuto economico dei propri emigrati, il più noto dei quali fu il campione del baseball, Joe Di Maggio:

"Nel 1938, inviarono 7.000 lire ( una bella somma per quei tempi ) che servì alla riparazione di strade.
Subito dopo la guerra - si legge nell'articolo di "Sicilia Mondo"  - un componente della famiglia Di Maggio venne ad Isola e distribuì alla popolazione indumenti e vestiario per l'ammontare di quattro milioni di lire.
Attualmente quattro 'isolani', stabilitisi in America, sono tornati per trascorrere un periodo di vacanza con i parenti nel loro paese natale, altri arriveranno in primavera"

Un vecchio cartello stradale
posizionato all'ingresso di Isola delle Femmine,
lungo il percorso della strada statale 113

Nell'articolo, la giornalista diede conto  anche  dell'aspettativa della popolazione di Isola delle Femmine di  uno sviluppo turistico della lunga spiaggia ad Ovest del centro abitato. 
Evidentemente, i proventi della pesca e le rimesse degli emigranti cominciavano allora a non garantire il pieno sostentamento del paese:    

"La Plaja inizia subito dopo l'abitato ed occupa circa la metà della costa che va da Torre Muzza alla Punta del Passaggio.
La spiaggia è lunga tre chilometri ed ha un arenile della larghezza media di cento metri che consentirebbe una capienza giornaliera di 8.000 o 10.000 bagnanti.
Vi sono ragioni fondate per giustificare queste speranze.
Infatti poiché Mondello non è più sufficiente ad accogliere i cittadini ed i turisti che da maggio all'ottobre affluiscono al suo Lido, l'Ente Provinciale per il Turismo ha volto la sua attenzione verso questa zona.
Da ciò la speranza degli abitanti di Isola..." 

Una testimonianza del legame fra gli emigrati
negli Stati Uniti di Isola - in gran parte pescatori -
ed il culto palermitano di Santa Rosalia.
Il manifesto pubblicizza il Festival dei Pescatori
di Monterey, in California, nel corso del quale
- il 15 ed il settembre del 1951 -
ebbe luogo la benedizione delle barche da pesca
      
 

giovedì 12 maggio 2016

QUANDO I RE ANDAVANO A GELA

La visita dei reali di Svezia, nel 1956,  alle testimonianze archeologiche di una città che ha perso da tempo le sue attrattive culturali ed ambientali

La visita dei reali di Svezia alle mura di capo Soprano.
Oggi Gela è una cittadina che vede quasi del tutto cancellata
la sua identità archeologica ed ambientale.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
vennero pubblicate dalla rivista "Sicilia",
edita nel marzo del 1956 dall'assessorato regionale al Turismo

Con il suo millenario passato di civiltà  e con il suo ruolo da protagonista nelle vicende isolane dello scorso secolo - basti pensare allo sbarco alleato del 1943 e all'illusione dello sviluppo industriale locale, a partire dal 1960 - Gela ben rappresenta le contraddizioni della Sicilia.
Di fatto, la visione odierna della cittadina nissena - che godeva un tempo di una piana agricola ricca di produzioni e di spiagge tra le più belle dell'isola -  nulla o quasi conserva di quell'antica identità cancellata dall'insediamento del petrolchimico.
Il ruolo soverchiante dell'industria ha fatto sì che oggi Gela - ad eccezione del Museo Archeologico Regionale -  non goda più di attrattive degne di una significativa frequentazione turistica.


Le testimonianze archeologiche dell'antica colonia greca sono quasi annientate dalla mole spaventosa degli impianti; la costa ed il suo mare convivono con un impatto ambientale che non può attrarre turisti e visitatori. 
Chi si avvicina a Gela, avverte già da molti chilometri prima il puzzo degli impianti: come sorprendersi allora se nessuna persona di buon senso decida di mettervi piede? 
Sorprendono così i ricordi dei gelesi più anziani sulle visite di viaggiatori capaci un tempo di spingersi da tutta Europa verso gli estremi confini siciliani, a Sud del Continente.
Due di loro - come mostrato dalle fotografie riproposte da ReportageSicilia - furono addirittura i reali di Svezia.
Le immagini ritraggono il re Gustavo VI e la regina, Lady Luisa Mountbatten; gli scatti furono pubblicati dalla rivista dell'assessorato regionale al Turismo "Sicilia" nel marzo del 1956.
Quella visita a Gela dei due sovrani scandinavi si spiega con la passione di Gustavo VI per la ricerca archeologica.
Nel 1955, il re di Svezia aveva preso parte in incognito in Sicilia agli scavi di Morgantina, diretti dal professore Erik Sjoqvist, suo consigliere: erano anni di intense campagne di scavi e l'isola era meta di ricercatori che guardavano alla Sicilia come un luogo ancora ricco di siti da scoprire e studiare. 


E' probabile che l'arrivo di Gustavo VI e della moglie a Gela sia stato allora giustificato dal desiderio di ammirare il recente restauro delle mura di capo Soprano, testimonianza eccezionale dell'architettura militare della Magna Grecia.
Di quella presenza regale in un luogo oggi stravolto dagli impianti del petrolchimico e da un disordinato e caotico sviluppo si è ricordato qualche anno fa il giornalista Enrico Deaglio:             

"Chi ha più di quarant'anni ricorda poi un'altra Gela, quella che è stata uccisa.
Negli anni Cinquanta, - ricordava Deaglio in "Il raccolto rosso 1982-2010. Cronaca di una guerra di mafia e delle sue tristissime conseguenze" ( Il Saggiatore, 2010 )- il re Gustavo di Svezia scendeva fin lì per fare il bagno e i turisti colti facevano tappa al museo.
La spiaggia era lunga, venti chilometri di sabbia finissima, e dietro sorgeva un piccolo paese, di pesca, ortaggi, sole, vento di scirocco e paesaggi in lontananza, nel riverbero del caldo, di donne dai fianchi fasciati di gonne nere"

 

domenica 8 maggio 2016

IL PICCOLO CAPOLAVORO DI UN MASTRO FERRAIO NELLA CATTEDRALE DI PALERMO


Capita di credere di conoscere ogni angolo di un monumento perché lo abbiamo visto - ovviamente con occhio sfuggente o distratto - centinaia di volte. 
A Palermo, la Cattedrale domina l'urbanistica del Cassaro e la sua ricchezza decorativa esterna è patrimonio quotidiano anche del passante meno sensibile alla bellezze architettoniche.
Naturalmente, uno sguardo più attento svela punti di vista sorprendenti, magari legati all'opera di abili ed anonimi mastri ferrai.
All'abilità di uno di loro si deve la cancellata esterna della zona absidale, costruita forse tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento.
Di quest'opera artigiana ( fotografia di ReportageSicilia ) colpisce l'armonioso disegno di un cancello, costruito piegando il ferro in una teoria di cerchi e volute. 
La stilizzazione centrale di un grande vaso completa questo piccolo capolavoro di arte del ferro battuto, in grado di valorizzare il volto architettonico della chiesa normanna e a sottolineare la preziosa fattura a tarsie laviche delle tre absidi.    

sabato 7 maggio 2016

LA DIMENTICATA STORIA DELLA SICIL-FIAT DI TERMINI IMERESE

Retroscena e vicende ormai perse alla memoria della nascita dello stabilimento termitano, ora gestito da Blutec

L'ingresso principale dell'ex Sicil-Fiat
di Termini Imerese, ora Blutec.
I primi tentativi dell'azienda piemontese di creare
una fabbrica in Sicilia risalgono al 1947.
Il progetto, appoggiato da ingenti finanziamenti
della Regione e della Cassa per il Mezzogiorno,
avrebbe però preso corpo solo a partire dal 1968.
La fotografia è di ReportageSicilia

Nei giorni scorsi l'ex stabilimento Fiat di Termini Imerese ha riaperto i battenti per 20 dei suoi 700 ex operai in cassa integrazione dal novembre del 2011.
La ripresa dell'attività - che prevede il riassorbimento di tutti gli operai entro il 2018 - si deve all'avvio in Sicilia delle attività della Blutec, azienda del gruppo piemontese Metec Stola, fornitrice di componenti per automobili ed in rapporti aziendali con la stessa FCA-Fiat.
Dopo avere abbandonato Termini Imerese, il gruppo italo-americano di Sergio Marchionne sembra così rientrarvi per una via traversa, e grazie ad un investimento complessivo di quasi 96 milioni di euro, 71 dei quali concessi dallo Stato e dalla Regione Siciliana.
Mentre sindacati ed operai non nascondono le proprie cautele sulle reali prospettive offerte da Blutec, la storia dello stabilimento termitano riconduce a precedenti ingenti stanziamenti a suo tempo goduti dalla Fiat.

La vecchia targa che ancor oggi intitola
il lungomare industriale di Termini Imerese a Giovanni Agnelli.
La fotografia è di ReportageSicilia

L'interesse dell'azienda di Torino per la dislocazione di una propria fabbrica in Sicilia risale agli anni immediati al secondo dopo guerra.
Nell'ottobre del 1947 la stampa siciliana infatti annunciò l'avvio di trattative fra alcuni dirigenti della Fiat e l'assessorato ai Trasporti.
Per l'isola uscita economicamente a pezzi dalla guerra, una fabbrica con il marchio dell'azienda piemontese avrebbe rappresentato una preziosa fonte di lavoro e di reddito. 
Dopo questi incontri, lo stesso assessore Salvatore Di Martino dichiarò al "Giornale dell'Isola" del 6 novembre del 1947:

"Avremo così una fabbrica di automobili Fiat di ogni tipo, la quale sarà in grado di fornirci tutto ciò che sarà necessario, dando altresì lavoro a migliaia di operai.
Abbiamo già conferito con i tecnici, che sono sul posto, e i lavori sono stati ormai felicemente predisposti.
La Pirelli si è impegnata a fornirci forti quantitativi di copertoni; ma completeremo il nostro fabbisogno con 80.000 copertoni ( con relative camere d'aria ) per i quali abbiamo già firmato il contratto con una ditta americana"

Le precauzioni della Regione nell'acquisto preventivo di decine di migliaia di copertoni si rivelarono vane e inutilmente dispendiose.
La Fiat infatti si tirò indietro dall'impegno di creare una propria fabbrica in provincia di Palermo; i motivi vennero così spiegati dal giornalista e saggista Matteo G.Tocco nel saggio-inchiesta "Libro nero di Sicilia", edito da Sugar Editore nel 1972:

"Cosa era avvenuto perché l'iniziativa venisse bloccata per quasi un ventennio?
Era avvenuto che la Fiat aveva detto alla Regione che non avrebbe tirato fuori una lira per realizzare l'impianto, il quale avrebbe dovuto essere finanziato interamente dagli enti regionali.
In quel momento la Regione non era in grado di accogliere la richiesta; gli strumenti di intervento non erano stati ancora creati.

Una veduta dello stabilimento termitano,
senza le bandiere e le insegne Fiat
che ne hanno contrassegnato l'aspetto sino al 2011.
La fotografia è di ReportageSicilia

All'inizio degli anni Cinquanta, la Fiat tornò alla carica.
Ma il governo regionale non si sentì di accogliere proposte che presupponevano finanziamenti pubblici al cento per cento.
Inoltre, gli esponenti dell'industria torinese non parlavano di una fabbrica di automobili, ma di una fabbrica di montaggio di parti fabbricate a Torino e spedite in Sicilia.
Questo significava che i programmi occupazionali che avrebbero potuto giustificare l'intervento finanziario della Regione si riducevano notevolmente.
L'operazione risultava inoltre pericolosa perché non veniva previsto come risolvere il problema dei costi del trasporto del materiale da trasportare"

L'accordo per la costruzione di uno stabilimento Fiat nell'isola si concluse solo anni dopo, quando la Sofis - la Società per il Finanziamento dello Sviluppo in Sicilia, che avrebbe garantito un corposo finanziamento - cedette alle pressioni dell'azienda torinese.
Fu un affare da 6 miliardi di lire - nel quale la Regione detenne inizialmente il 40 per cento della partecipazione - e quasi interamente a carico degli enti che appoggiarono l'impresa.
Le agevolazioni non finirono però qui.
L'iniziativa pro Fiat ebbe infatti la precedenza rispetto a quanti volevano che la zona venisse destinata alla creazione di un polo industriale della pasta termitana, all'epoca forte di una tradizione secolare. 
L'iter burocratico fu sostanzialmente rapido.
Oltre all'appoggio della Sofis, la Fiat completò l'operazione garantendosi gli appoggi della Cassa per il Mezzogiorno, mentre il Consorzio per l'Area di Sviluppo Industriale di Palermo offrì il terreno ad un prezzo di favore ( 700 lire al metro quadro ), con agevolazioni anche di carattere fiscale.
Fu così che nel settembre del 1967 la Fiat ufficializzò la scelta di Termini Imerese come sede del progetto per la costruzione degli impianti, preferita a quella di Carini.
Il piano venne presentato dopo pochi giorni alla Fiera del Levante di Bari, ed il 15 maggio del 1968 fu firmato l'atto di acquisto dell'area  fra il Consorzio per l'Area Industriale di Palermo e la Sicil-Fiat.

Un'immagine dello stabilimento Sicil-Fiat
nei mesi della sua costruzione.
Si nota il cantiere ancora aperto
dell'autostrada Palermo-Catania.
La fotografia è tratta dalla rivista "Sicilia Tempo"
del maggio 1969

Lo stabilimento venne costruito su un'area di 394.200 mq a partire dal settembre dello stesso anno, accanto alla centrale termoelettrica Tifeo dell'Enel e al cantiere dell'autostrada Palermo-Catania.
Il 19 aprile 1970, con un ritardo di mesi per problemi di risorse idriche - risolti sembra con la captazione di acqua destinata ad uso agricolo ed ai cittadini di Termini Imerese - la fabbrica entrò in funzione.
Nelle fasi iniziali, la produzione fu di 50.000 vetture l'anno, grazie all'assemblaggio dei modelli "500" ed "850".
Dopo un primo periodo di formazione, 750 operai furono impegnati in catena di montaggio su due turni di 16 ore; li affiancavano 60 fra dirigenti ed impiegati amministrativi.
Dal progetto iniziale concordato fra Regione e Fiat rimasero tagliati fuori la costruzione di una pista di prova  per le autovetture e soprattutto un Centro di Formazione Professionale, che avrebbe dovuto garantire i corsi per 150 allievi: giovani siciliani da addestrare nelle attività meccaniche, allo scopo di far nascere altre attività in zona.
Proprio quest'ultima iniziativa era stata caldeggiata in Sicilia da molti amministratori e burocrati locali; il recentemente terremoto nella valle del Belìce aveva aperto un drammatico fronte di immigrazione.
La formazione di nuovi operai rappresentava quindi un'opportunità per rilanciare il futuro di migliaia di famiglie trapanesi in cerca di quel futuro economico spazzato dal sisma.  
Sin dai primi mesi di attività, all'interno dello stabilimento non mancarono momenti di frizione fra dirigenza ed operai.
Una testimonianza di quel periodo venne raccontata dall'allora capogruppo consiliare del PCI di Torino, Diego Novelli nel saggio inchiesta "Sicilia '71 ( una società disgregata )", edito nel 1971 dal Gruppo Editoriale Piemontese.

Un disegno dell'area industriale della Sicil-Fiat,
il cui progetto venne presentato nel settembre del 1967
alla Fiera del Levante di Bari.
Anche questa immagine è tratta
dalla rivista "Sicilia Tempo" del maggio 1969

Novelli - che l'anno precedente aveva pubblicato per Editori Riuniti il volume "Dossier Fiat" - sottolineò anzitutto la particolare ambientazione della fabbrica, assai diversa da quella di Mirafiori ( "l'ambiente mi aveva un po' colpito: le dimensioni, il luogo dove è stata costruita, lo stesso clima di una giornata tersa, piena di sole e di luce, con un mare splendido... alla Fiat Mirafiori, nell'arco dei 12 mesi dell'anno, all'azzurro ed al sole prevalgono il grigio, buona parte dovuto allo smog, la pioggia, la nebbia, il freddo" ).
Poi, il futuro sindaco di Torino raccontò così la realtà della Sicil-Fiat:

"Lo stabilimento è stato costruito a cavallo degli anni 1968-1969 a seguito della costituzione di una società denominata Sicil-Fiat nella quale vi era una partecipazione azionaria della Regione Siciliana.
Un consorzio pubblico, istituito per lo sviluppo dell'area industriale di Termini Imerese, ha provveduto al reperimento dei terreni espropriando, a prezzi abbastanza irrisori, i contadini, trasferendo le aree immediatamente ( ad un costo ancora minore di quello pagato ) alla Sicil-Fiat.
La Regione ha provveduto alle opere di urbanizzazione tecnica necessarie alla nuova industria: strade, canali, acqua, energia.
L'accordo prevedeva, attraverso un impegno assunto con il Ministero del Lavoro, che si sarebbero organizzati 30 corsi di qualificazione per 'operai montatori d'auto in serie'.
Ogni corso era formato da 25 operai per un totale di 750 unità lavorative che avrebbero dovuto trovare un'occupazione nel nuovo stabilimento.
Nel settembre del 1970 la Fiat ha comprato le 'carature' della Regione, divenendo proprietaria di tutto il pacchetto azionario.
A questo punto l'organico degli operai è stato bloccato a quota 660, oltre ad un centinaio di impiegati ed una ventina di invalidi addetti alle mansioni di ufficio, fattorini, centralinisti, ecc.

Le organizzazioni sindacali hanno convocato la Fiat davanti alla commissione comunale sul collocamento ( prevista dalla legge regionale siciliana ): in quella sede, i dirigenti della fabbrica hanno replicato di aver informato l'ufficio provinciale del lavoro di non avere più necessità di mano d'opera.
Tutto ciò accadeva esattamente tre giorni prima che gli allievi degli ultimi cinque corsi di addestramento, cioè 125 operai, affrontassero gli esami.
Contemporaneamente, in fabbrica venivano accelerati i ritmi nei reparti lastro-ferratura e verniciatura, e veniva aumentata la velocità sulla linea.
Alcuni invalidi, assunti per altre mansioni, venivano inseriti nella catena di montaggio, pretendendo da loro il cento per cento della produzione.
Quattro di questi lavoratori sono stati licenziati per scarso rendimento ma, dopo la protesta delle organizzazioni sindacali, la Fiat è stata costretta a riassumerli..."

In questi giorni, il riavvio delle attività all'interno della ex Sicil-Fiat con le insegne Blutec - con modalità finanziarie simili a quelle di mezzo secolo fa - fa sperare i 700 operai un tempo legati all'azienda torinese.
L'aspettativa è che la storia non ripeta il canovaccio di un passato in cui il sogno industriale di Termini Imerese ha prodotto l'incertezza della cassa integrazione ed il disimpegno di imprenditori abili nel battere cassa, salvo poi tornare poi fra le brume piemontesi.