martedì 29 novembre 2016

I SEGRETI ACUSTICI DEL MASSIMO DI PALERMO

Le geniali soluzioni costruttive adottate all'interno del teatro da Gian Battista Filippo Basile in un saggio celebrativo pubblicato nel 1947 dalle Industrie Riunite Editoriali Siciliane


Il prospetto del Massimo di Palermo.
Un capitolo del saggio "I cinquant'anni del Teatro Massimo"
edito nel 1947 a Palermo con testi di Maria Accascina,
Ottavio Tiby e Ignazio Ciotti svela le tecniche costruttive
che hanno perfezionato l'acustica dell'edificio dei Basile.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia

E' cognizione comune di una certa generazione di palermitani - in prevalenza, gli "over 60" - che il teatro Massimo vanti un'acustica d'eccellenza europea.
Tale giudizio è condiviso anche da quanti non sono estimatori dell'opera lirica e gratifica una citta' che certo non conta molte altre eccellenze edilizie databili agli ultimi 150 anni del suo moderno sviluppo urbano.
L'encomio delle virtù acustiche del teatro realizzato da Gian Battista Filippo Basile e dal figlio Ernesto trovò precisa e tecnica descrizione nel volume "I cinquant'anni del Teatro Massimo", edito nel 1947 a Palermo da Industrie Riunite Editoriali Siciliane.


Pianta comparativa dei principali teatri europei
tratta da "I cinquant'anni del Teatro Massimo", opera citata

Il saggio - scritto dal musicologo Ottavio Tiby e dal musicografo Ignazio Ciotti - venne commissionato dall'Ente Autonomo Teatro Massimo proprio per celebrare l'anniversario dell'apertura del monumentale edificio di fine Ottocento.
Già nella prefazione del volume, la storica dell'arte Maria Accascina trovò modo di sottolineare l'eccellente progettazione del teatro da parte di Gian Battista Filippo Basile:


"Quando il Basile presentò il suo progetto, erano già sorti, da tempo o da poco, quelli che sono i più grandi teatri dell'Ottocento, dall'antica Opera italiana di Londra (1818) al Carlo Felice di Genova (1827), all'Opéra di Parigi (1861-75), al Covent Garden di londra.
Molti ne vide e ne studiò il Basile, e non vi fu esperienza anche nel campo scientifico acustico luminoso che egli non conoscesse, e non vi fu negatività che egli non riuscisse a cogliere per averle presenti nell'attimo della creazione.



Fra le tre parti del teatro: vestibolo, sala, palcoscenico, egli riuscì infatti ad un rapporto preciso, per cui il fasto del vestibolo non sminuisce la grandiosità della sala, e la grandiosità della sala non sminuisce il valore del palcoscenico, riuscendo a porre il teatro fra l'Opera di Parigi e il mistico teatro di Bayreuth; il rapporto fra l'altezza e l'ampiezza della sala e l'altezza e l'ampiezza del palcoscenico è anche talmente perfetto da ottenere il miracolo di una sala e di un palcoscenico in cui gli spettatori agli artisti e gli artisti agli spettatori costituiscono gli uni per gli altri una visione di eccellente gaudio.



Da altri teatri egli aveva potuto trarre il motivo della sala a ferro di cavallo, compromesso felice fra la sala circolare romana e l'anfiteatro classico e le piante ellittiche borrominiane, trovandosi già attuata quella forma nel teatro Carlo Felice e nel teatro di Lipsia e di Amsterdam.
Ma qui, nella sensibilissima differenza dei rapporti, nella controllatissima decrescenza della curva fino ad immettersi nel proscenio rettilineo, è proprio qui l'affermazione reale del classico genio di Filippo Basile, qui la trasformazione della sua cultura architettonica vasta e profonda in arte, che è creazione viva ed eterna..."



A svelare i segreti delle ottime qualità acustiche del teatro - frutto dell'originaria collocazione del proscenio e dell'orchestra rispetto alla sala - furono invece Tiby e Ciotti:

"In tutti i teatri italiani - si legge nelle pagine del saggio - il proscenio si protende (o si protendeva) verso la sala con una curva molto accentuata; l'orchestra viene così spinta verso gli spettatori e i palchi di proscenio si aprono sulle tavole del palcoscenico, tanto che può accadere che chi siede in quei palchi rimanga alle spalle del cantante.
In epoca a noi vicina è stato necessario procedere comunque al taglio delle ribalte, non solo per ovviare l'inconveniente cui abbiamo accennato, ma anche per guadagnare spazio all'orchestra.
Il Basile invece scelse pel suo teatro la soluzione opposta: pose l'orchestra sotto l'arco armonico e sotto i palchi di proscenio (che divennero così palchi d'orchestra), retrocesse la ribalta verso il palcoscenico e fece la sua curva di modica saetta.
Ma perché in passato si cercava di spingere quanto più era possibile cantanti e orchestre verso la sala?
Essenzialmente per migliorare le condizioni acustiche, riducendo il disperdimento dei raggi sonori che poteva avvenire in palcoscenico.
Il Basile procede invece per altre vie, ed è questa, senza dubbio, la parte più geniale della sua concezione: portando verso il palcoscenico orchestra e ribalta, egli guadagna spazio per la sala; contemporaneamente escogita le più acconce disposizioni per una buona acustica.



L'acustica delle sale di pubblico spettacolo soltanto in epoca recentissima è stata studiata con procedimenti scientifici, valendosi di delicati e modernissimi mezzi d'indagine; soltanto ora si sono enunciati principi e leggi alle quali chiunque può riferirsi con la certezza di una buona riuscita.
All'epoca in cui il Basile progettò il Massimo, non c'era da rifarsi alle leggi generali di fisica; per il resto, era l'empirismo.
Gli accorgimenti che il nostro artista usò per risolvere questo delicato problema, fondamentale per un teatro d'opera, furono i seguenti: anzitutto, la superficie dell'intradosso dell'arco armonico è quella di un conoide di rivoluzione, con le generatrici inclinate di tanto, che i raggi provenienti dal palcoscenico non si riflettano nella parte bassa della sala, dove, incontrandosi con differenze di tempo con quelli diretti provenienti dal proscenio stesso, potrebbero dar luogo a dannosi prolungamenti e confusioni di suoni.
Poi il soffitto della sala è inclinato verso la bocca d'opera del 6 per cento, sempre allo scopo di allontanare dal basso i raggi riflessi, e al di sopra di questo soffitto è una vastissima camera di risonanza.
Infine i tramezzi dei palchi sono tracciati in modo da offrire un minimo ostacolo alla propagazione delle onde sonore che si diramano dalla scena.
Aggiungiamo che, tanto nell'intradosso come nelle pareti della sala, i fenomeni di eccessiva riflessione sono evitati da una superfice elastica di sottili tavolette di tiglio, stirate su telai di castagno.
Che codesti provvedimenti abbiano valso a raggiungere lo scopo, è dimostrato dalle superbe condizioni acustiche del teatro.
Un violinista, un modesto violinista di fila d'una grande orchestra italiana venuta molti anni or sono a Palermo, diceva dopo una prova al Massimo:
'E' curiosa: mi pare che oggi il violino mi suoni più forte in mano!'







mercoledì 23 novembre 2016

DISEGNI DI SICILIA



C.LAGANA', "Donna siciliana"





martedì 22 novembre 2016

LA LEGGENDARIA EVASIONE CON PARACADUTE DAL CASTELLO DI CACCAMO

Memoria del secolo XVII di una ingegnosa e disperata fuga dalle prigioni dello spettacolare ed inespugnabile fortilizio delle campagne palermitane  


Uno dei torrioni del castello di Caccamo,
a strapiombo sulla vallata del torrente San Leonardo.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia


Arroccato su uno sperone di roccia, il castello di Caccamo è uno dei più belli e meglio conservati fortilizi della Sicilia.
Oltre a scoprire molti dei suoi antichi ambienti, l'edificio è munito di terrazze che offrono un'eccezionale vista verso il resto dell'Isola, dalla punta di capo Zafferano sino al lontano castello di Vicari; prima del crollo del 1923 - causato da un terremoto - dalla sommità della "torre mastra" era possibile scorgere le isole Eolie ed il cono dell'Etna.
Il buono stato di conservazione del castello di Caccamo si deve oggi ad un complesso restauro compiuto una trentina di anni fa dalla Regione.



L'intervento conservativo ha così scongiurato la perdita di un maniero le cui vicende storiche hanno impegnato gli sforzi di studiosi e storici dell'arte siciliana.
Ancora più difficile è riassumere i tanti passaggi di proprietà del castello a partire dal periodo normanno, quando l'edificio - dalle dimensioni assai più ridotte rispetto a ciò che oggi noi osserviamo - fece parte del feudo di Guglielmo Bonello.
Prima della ristrutturazione, il complesso architettonico si trovava in uno stato di abbandono, iniziato nei primi decenni del secolo XIX: i crolli e l'invadente crescita di vegetazione ed arbusti sulla cortina muraria avevano intaccato la stessa stabilità di buona parte del castello.



Le gentilissime guide che oggi curano la visita del monumento ricordano soprattutto l'inespugnabilità del maniero, grazie alla sua strutturazione interna ed alla difficoltà di assedio delle altissime mura.
"Il complesso castello e cittadella così fortificati - ricordava Rodo Santoro nel 1974 - resisteranno egregiamente ad un assedio posto nel 1302 dagli Angioini che, sbarcati a Termini, compivano scorrerie nell'entroterra a scopo di rappresaglia".
Insieme ai dati storici, il castello di Caccamo conserva memoria di racconti e leggende che ne hanno accompagnato la millenaria esistenza.



La vicenda più curiosa è quella che riguarda un singolare tentativo di evasione di due detenuti dalle buie grotte dell'edificio in origine utilizzate come prigioni.
La storia è stata così raccontata nel 1979 dal giornalista e scrittore Franz Maria D'Asaro in "C'era una volta in Sicilia", pubblicato da Edizioni Thule:

"Giuseppe La Rosa, erudito guardiano ed amabile cicerone del castello di Caccamo, contesta tutte le enciclopedie e sfida gli storici di tutto il mondo: il paracadute è stato inventato qui, nelle tetre celle di questa fortezza - 521 metri sul livello del mare - che domina la valle del torrente San Leonardo.



Fu inventato qui, del tutto occasionalmente, come per tante invenzioni, da due poveri disgraziati che nulla potevano sapere né dei disegni alati di Leonardo, né che gli antichi cinesi si dilettavano a venir giù da alberi e rocce con grandi ombrelli costruiti in carta e bambù, né che qualche anno prima della loro disperata impresa F.Venanzio da Sebenico aveva ideato nel 1595 un paracadute a calotta che soltanto due secolo dopo ( 1797 ) sarebbe stato realizzato dal francese A.J.Garnerin.



Scrupoloso cronista, quasi redivivo testimone dell'impresa, Giuseppe La Rosa racconta senza la minima incertezza che tutto accadde nel 1600, allorché i due prigionieri - dominatori di turno della fortezza, dopo i saraceni ed i normanni, erano gli spagnoli - ormai convinti dell'impossibilità di ogni tentativo di evasione, ma fermamente decisi a conquistare la libertà, pensarono di affidare le loro sventurate esistenze ad un progetto folle: in una giornata di vento ciascuno si sarebbe afferrato alle quattro estremità di una grande tela quadrata ( forse lenzuoli introdotti da complici esterni ) lanciandosi da una delle 365 aperture del castello ( ogni apertura corrisponde a un giorno dell'anno ), con la speranza di riuscire a planare nella grande vallata, guadagnare la campagna e dileguarsi.



Venne finalmente la giornata adatta e i due prigionieri attesero il momento propizio per l'incredibile salto: si lanciarono nel vuoto attaccati a quelle vele precarie, ma una sola riuscì a gonfiarsi di vento e a trascinare a valle il temerario fuggiasco che, però, nell'atterraggio si slogò una caviglia e fu preda facilissima per il drappello spagnolo precipitatosi all'inseguimento non appena alla fortezza si erano accorti - è facile immaginare con quale stupefazione - dell'ingegnosa fuga.
Per l'altro nessun problema: si era sfracellato sulle rocce sottostanti.


Disegni di prigionieri
in uno degli ambienti del castello
un tempo adibiti a prigione
Il superstite fu riportato al castello e già ci si preparava all'eccitante spettacolo della forca - un diversivo molto gradito per gli annoiati signori di quel tempo che venivano regolarmente invitati a questo genere di "feste" - ma il comandante della fortezza, ammirato da tanta audacia, graziò il prigioniero per due ragioni: per il coraggio, esaltato anche dalla tragica fine del suo sfortunato compagno, e per aver inventato il paracadute..."

domenica 20 novembre 2016

UN SACRO INCITAMENTO AL POPOLO SICILIANO

Fotografia ReportageSicilia

Su uno scrostato muro del quartiere palermitano del Capo, l'involontaria mano degli attacchini ha dato uno sprone religioso alla possibile rivalsa del popolo siciliano.
L'appello proviene da fonte partecipe alla necessità del riscatto.
Il richiamo all'orgoglio locale - coltivato da secoli con profitti spesso quasi nulli per il bene collettivo dell'isola - si deve infatti a Maria Santissima della Mercede "Regina e Patrona del Capo", ovvero la patrona di uno dei più diroccati e precari quartieri storici della Sicilia.

 

venerdì 18 novembre 2016

QUEL PRIMO PIOVOSO VARO AI CANTIERI NAVALI DI PALERMO

Due fotografie di Eugenio Intergugliemi pubblicate nel 1904 dalla rivista "Illustrazione Popolare" testimoniano la messa in acqua del "Caprera", prima nave costruita nel bacino dell'Acquasanta


Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
furono scattate da Eugenio Interguglielmi
sono tratte dalla rivista "Illustrazione Popolare"
del 10 aprile 1904
"La capitale della Sicilia ebbe finalmente la soddisfazione di vedere inaugurato un grandioso cantiere di costruzioni navali, che illustriamo con due fotografie.
L'inaugurazione ha avuto luogo il 21 marzo, presenti più di centomila persone, accorse da ogni parte dell'isola per assistere a questo avvenimento industriale memorabile.
Il Governo era rappresentato dai sottosegretari Maiorana, finanze, e Aubry, marina.
La prima nave varata in Palermo è un cargo-boat, di nome 'Caprera', di 7500 tonnellate.
Il varo riuscì felicemente"


Con questa "breve" in cronaca, il 10 aprile del 1904  il periodico "Illustrazione Popolare" diede conto del primo varo di una nave - il 21 marzo - dai Cantieri Navali di Palermo.
Ad immortalare l'evento per la rivista milanese fu l'obiettivo di Eugenio Intergugliemi; il varo avvenne in una giornata di pioggia e sotto gli occhi di centinaia di spettatori a bordo di piccole imbarcazioni sullo specchio di mare dell'Acquasanta.



Malgrado i molti festeggiamenti che accompagnarono la sua messa in acqua, il "Caprera" - commissionato dalla compagnia "Navigazione Generale Italiana" - non avrebbe avuto vita molto fortunata.
Comandato dal catanese Filippo Maresca, il piroscafo sarebbe stato infatti affondato dopo 13 anni di navigazione -  il 13 ottobre del 1917 - al largo di Casablanca, colpito da un siluro tedesco.




Dopo quel primo varo, i Cantieri Navali palermitani avrebbero consegnato al mare prima del 1940 altre navi, sia civili che militari, anch'esse in gran parte perdute per l'attacco dei sommergibili, fra I e II guerra mondiale : i piroscafi "Catania" ( 1906 ), "Duca d'Aosta" ( 1908 ) e "Principe Umberto" ( 1908 ), la cannoniera "Sebastiano Caboto" ( 1913 )  le navi passeggeri "Città di Genova" e "Città di Palermo" ( 1930 ), il cacciasommergibili "Albatros" ( 1934 ), le avviso-scorta "Orsa" ed "Orione" ( 1937 ) e le due cannoniere "Babr" e "Palang", destinate alla Marina dell'Iran.  

domenica 13 novembre 2016

SICILIANDO











"Mascagni, un toscano, quando mise in musica la storia di 'Cavalleria', non era mai stato in Sicilia.
Durante le prove il tenore cambiò le parole dell'aria con cui compare in scena perché i librettisti, entrambi livornesi, come lo stesso Mascagni, non avevano saputo dare al testo un'impronta sufficientemente siciliana.
Ma poco importava.
Nel 1890 la Sicilia - o perlomeno una certa immagine dell'isola - era di moda.
Quel che la platea di Costanzi si aspettava ( e ottenne ) era l'isola pittoresca che le ammannivano i giornali illustrati: una terra esotica di sole e di passione abitata da cupi contadini dalla pelle scura"
John Dickie 

sabato 12 novembre 2016

IL CONTADINO E IL POZZO MADONITA DI LEONARD FREED


La fotografia riproposta da ReportageSicilia fa parte di una straordinaria serie di scatti realizzati nel 1974 nel territorio delle Madonie - fra Polizzi Generosa, Castellana, le Petralie, Piano Zucchi, Castelbuono e Pollina - da Leonard Freed ( 1929-2006 ).
L'immagine è tratta dalla rivista "Sicilia" edita nel dicembre del 1977 da S.F. Flaccovio; insieme ad altre fotografie dello stesso Freed, di Enzo Sellerio e di Josip Ciganovic, illustrò un articolo di Tommaso D'Alba intitolato "Le Madonie".
Nato a New York da famiglia di origini ebraiche, componente dell'agenzia Magnum e testimone delle battaglie anti razziali negli Stati Uniti, Leonard Freed fu autore di ricorrenti reportage in Italia.
La Sicilia è stata una delle regioni da lui più fotografate; l'immagine dimostra l'interesse di Freed per gli aspetti socio-culturali della vita quotidiana delle persone ritratte nei suoi scatti.
La fotografia, intitolata "Contadino al pozzo", mostra un anziano uomo mentre tira acqua da una "siena", "servendosi di una corda - scrive Tommaso D'Alba - e di una rudimentale carrucola agganciata ad un tronco di un albero sovrastante.
L'acqua viene raccolta in un recipiente formato da un vecchio fusto di bitumi sospeso a mezzaria tra due alberi, affinché l'acqua non venga inquinata" 


venerdì 11 novembre 2016

LA "STORIA TORBIDA" DELL'OMICIDIO DELL'APPUNTATO DI ALTAVILLA MILICIA

Memorandum del delitto di mafia di Carmelo Giallombardo, ucciso la sera dell'11 dicembre del 1988 senza un movente accertato da tre sicari fino ad oggi rimasti senza nome 

L'appuntato dei Carabinieri Carmelo Giallombardo,
ucciso dalla lupara la sera dell'11 dicembre del 1988
ad Altavilla Milicia, nel palermitano.
A distanza di 28 anni, l'inchiesta su quel delitto di mafia
è archiviata senza indicazioni né dei colpevoli né di un movente.

Un investigatore del tempo ricorda oggi quell'omicidio
come "una storia torbida".
La fotografia è dell'archivio di ReportageSicilia 

Nel buio della sera, i tre killer aspettarono in via Cesare Battisti che la vittima parcheggiasse la sua Fiat 127 all'interno di un capannone utilizzato come box.
Era una strada deserta, senza abitazioni vicine e poco illuminata dai lampioni.
Quando venne il momento, il terzetto sbucò dal muro di cinta di un fondo agricolo; a distanza di pochi metri, i sicari esplosero cinque colpi di fucile a lupara alle spalle dell'appuntato dei Carabinieri Carmelo Giallombardo, 37 anni, di Caltanissetta.
I pallettoni lo raggiunsero al torace, senza possibilità di scampo; le schegge raggiunsero anche il portone del capannone, butterandone la superficie.
Poi i killer scomparirono nella notte, utilizzando forse un'automobile di colore bianco che qualcuno disse di aver visto allontanarsi velocemente dal luogo della sparatoria.

I Carabinieri sul luogo del delitto
il giorno successivo all'agguato.
La fotografia è dell'archivio di ReportageSicilia

L'agguato avvenne l'11 dicembre del 1988 a poche centinaia di metri dal cimitero di Altavilla Milicia, paese in cui Giallombardo prestava servizio da 6 anni.
A distanza di 28 anni, nulla è mai trapelato sugli autori e sul movente di un delitto di mafia compiuto in quello che veniva allora definito come il "triangolo della morte" di cosa nostra: Altavilla Milicia, CasteldacciaBagheria.
Nel 1982, in quella zona della provincia palermitana, vi si contarono in un solo mese 21 omicidi; carabinieri e poliziotti che vi prestavano servizio nei commissariati e nelle caserme lavoravano fra l'indifferenza e l'ostilità di molti residenti. 
Carmelo Giallombardo era sposato ed aveva due figli di 10 e 6 anni; prima del trasferimento ad Altavilla Milicia aveva prestato servizio a Petralia Sottana e Cefalù, luoghi fuori dal "triangolo" ma dove la presenza della mafia era comunque palpabile.
La nuova destinazione esponeva a maggiori rischi di intimidazione.
Lo stesso comandante della Stazione - il maresciallo Di Somma - 8 mesi prima dell'omicidio dell'appuntato aveva subìto l'incendio della sua automobile.

La Stazione dei Carabinieri di Altavilla Milicia,
dove Giallombardo prestò servizio per 6 anni.
Nel 1988, anno dell'omicidio dell'appuntato,
il comandante della caserma subì un attentato incendiario.
La fotografia è di ReportageSicilia 

Al telefono della caserma poi arrivavano spesso insulti e minacce.
Poche settimana prima di essere ucciso, Giallombardo aveva partecipato ad un'indagine che fruttò il sequestro di un carico di eroina fra Altavilla Milicia e Bagheria.
Sembra che per quest'inchiesta l'appuntato si fosse appostato nei pressi di un ponte, in compagnia di un collega.
Pare anche che dopo quell'operazione, Giallombardo avesse trovato la sua Fiat 127 con i copertoni tagliati; da allora era cominciato un periodo di inquietudini che la moglie del carabiniere aveva interpretato come il segno di una depressione. 
Dopo quel danneggiamento, sembra che l'appuntato aspettasse un trasferimento dalla Stazione di Altavilla Milicia a quella di San Vito Lo Capo: purtroppo, i pallettoni arrivarono prima che il provvedimento venisse messo in pratica.
Fra il 1986 ed il 1987, Giallombardo aveva prestato servizio all'interno dell'aula bunker di Palermo, durante lo storico "maxiprocesso" a cosa nostra: bastavano questi precedenti di servizio a giustificare l'agguato mafioso di cui fu vittima? 
E poi, ci fu una relazione fra il delitto, l'intimidazione ricevuta in precedenza dal maresciallo Di Somma e le minacce recapitate al centralino della Stazione dei Carabinieri del paese?  
Ancora: ci fu forse un legame fra quegli episodi e la presenza clandestina in quei mesi fra Santa Flavia e Bagheria del "pentito" Salvatore Contorno, vicenda di mafia fra le più ambigue di quegli anni in Sicilia?

Fotografia di ReportageSicilia

Di fatto, l'inchiesta sull'omicidio dell'appuntato Carmelo Giallombardo, dapprima in mano alla Procura di Termini Imerese e negli anni successivi trasferita alla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, è stata archiviata senza risultati.
Nessun collaboratore di giustizia e nessuno spunto investigativo - l'indicazione di un confidente, o un'intercettazione ambientale - sarebbero riusciti a fare verità su un omicidio che un investigatore del tempo oggi ricorda come "una storia torbida".
Ad aggiungere opacità a questa vicenda, contribuisce anche la "vulgata" oggi tramandata negli ambienti dell'Arma secondo cui l'appuntato prestasse troppe attenzioni alle donne e che di questa debolezza facesse pubblico vanto: circostanze mai confermate da una sentenza giudiziaria e che non comunque non sminuiscono il peso di un delitto rimasto senza colpevoli.
La memoria di Carmelo Giallombardo è ricordata dall'Arma dei Carabinieri come quella di un appuntato "vittima del dovere, nell'ambito delle inchieste che stava conducendo sull'ambiente malavitoso locale": una motivazione ovvia e generica, che, oltretutto, non riconosce la matrice chiaramente mafiosa di quell'agguato consumato in un territorio strettamente controllato dai clan.







mercoledì 9 novembre 2016

DISEGNI DI SICILIA


PIPPO RIZZO, "Fantasie di Sicilia"

martedì 8 novembre 2016

L'IMMOBILE NUVOLA SULLA 500 DI COZZO MINNERIA


La difficile sopravvivenza a Pollina dell'installazione dell'artista visuale Gabriele Picco, tributo al cielo ed alle nuvole del Parco delle Madonie


L'installazione della vecchia Fiat 500
con il suo carico di una nuvola in fibra di vetro
su un poggio roccioso nelle campagne di Pollina.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia


Al km. 4.3 della Strada Provinciale per Pollina, un largo tornante costeggia le rosse rocce di Cozzo Minneria: un luogo odoroso di essenze arboree delle Madonie e con una luminosissima vista su un ampio ventaglio di mar Tirreno.
In questo luogo che fa indulgere lo sguardo e la mente su uno dei paesaggi più belli della Sicilia, l'Isola offre un piccolo esempio della sua continua capacità di sorprendere.
Su una spianata di roccia e di macchia mediterranea è collocata la carcassa di una vecchia Fiat 500 con il singolare carico sul tetto di una nuvola realizzata in fibra di vetro.   
Questo sorprendente innesto di creazione artistica sul poggio roccioso di Cozzo Minneria si deve all'opera di Gabriele Picco, artista visivo e scrittore bresciano che lì la collocò nel 2006.




A distanza di dieci anni, la nuvola di Picco continua a stagliarsi sul paesaggio di mare e cielo; la 500 ha nel frattempo perso molti pezzi - le ruote, il cofano, i fari, le parti meccaniche - conservando comunque lo stupore dell'inaspettata installazione.
Un rugginoso cartello posizionato ai margini del tornante segnala la presenza dell'opera di Gabriele Picco e ne ricorda così la genesi:
  
"Quando sono arrivato nel Parco delle Madonie, ho passato un pomeriggio sdraiato a pancia in su nel cassone della jeep che mi portava in giro.
Ho visto tanto cielo e le forme grandiose delle nuvole transitavano lente come navi gigantesche sopra la mia testa e si sfilacciavano e si deformavano in un batter d'occhio.



Costruivano il paesaggio insieme ai prati, alle montagne, alle farfalle, al mar Tirreno che si scorge in lontananza.
Tutto era fermo e bloccato come un quadro, anche il mare era piatto e immobile.
Ho deciso che avrei creato una nuvola che potesse stare ferma nel parco, per completare il dipinto.
L'ho caricata sul bagagliaio di una Fiat 500 e l'ho parcheggiata su un cucuzzolo a strapiombo sul mare, a fare compagnie alle altre nuvole"




mercoledì 2 novembre 2016

AVOLA, UN REPORTAGE DOPO LA STRAGE DEI BRACCIANTI

Un racconto e le immagini della realtà avolese del giornalista Alberto Sciacca pubblicate nel dicembre del 1968 dal settimanale "Vie Nuove"


In Sicilia era il piovoso mese di dicembre del 1968.
Da una decina di giorni, a  Noto, a Rosolini e ad Avola i blocchi stradali rallentavano il traffico in un quarto dell'isola.
Migliaia di braccianti agricoli delle province di Siracusa e Ragusa avevano scelto questa forma di protesta per rivendicare parità contributiva fra i lavoratori di Lentini, Francofonte e Carlentini e quelli degli altri comuni della zona.
I primi, raccogliendo i pregiati agrumi, percepivano 3580 lire per sette ore di lavoro; gli altri faticavano un'ora in più nei terreni coltivati a mandorleto, uliveto e vigneto e ricevevano un salario inferiore, pari a 3210 lire.
A questa disparità di trattamento economico si aggiungeva l'oppressione del caporalato, capace di lucrare una percentuale del 20 per cento su ciò che i braccianti riuscivano ad intascare a fine giornata.


L'imprevedibile accade il pomeriggio del 2 dicembre sulla strada statale 115 in contrada "Chiusa di Carlo", alle porte di Avola.
Qualche centinaio di braccianti stava bloccando la viabilità, occupando la strada con le bandiere delle sigle sindacali in mano.
Ad osservarli a distanza erano una novantina di agenti di polizia arrivati ad Avola a bordo di due autocolonne partite da Catania e Siracusa.
Ad innescare lo scontro fu un motivo che oggi si può solo supporre: qualche parola di troppo fra un dimostrante ed un poliziotto o, forse, una rudezza fisica nella richiesta verbale di sciogliere il blocco stradale.
Successe così che braccianti e agenti presto si scambiarono pietrate e gas lacrimogeni.
Poi, quando alcuni uomini in divisa si ritrovarono schiacciati fra due ali di dimostranti ed accecati dal fumo dei lacrimogeni loro respinto dal vento, partirono le raffiche di mitra.
Fu allora che quel pomeriggio di dicembre passò alla storia come il giorno della strage di Avola.


I proiettili colpirono a morte il 48enne Giuseppe Scibilia, di Avola, e il 27enne Angelo Sigona, di Cassibile; rimasero gravemente feriti altri due avolesi - il 45enne Giuseppe Buscemi ed il 37enne Giorgio Garofalo - ed il 38enne Salvatore Agostino, di Noto.  
Nessuna inchiesta giudiziaria o indagine parlamentare ha mai chiarito le responsabilità di quell'eccidio.
Nei giorni successivi a quel tragico pomeriggio invece giornali e televisioni spedirono i propri inviati in quel lontano angolo della Sicilia per raccontare la tragica lotta sindacale dei braccianti di Avola.
Uno di questi reportage venne pubblicato il 12 dicembre del 1968 dal settimanale del PCI "Vie Nuove", a firma di Alberto Sciacca.


Il suo racconto - suddiviso in quattro paragrafi e accompagnato da numerose fotografie - fornisce oggi una ricostruzione della vita quotidiana, delle rivendicazioni e delle contraddizioni della società avolese di 48 anni fa: 

"Nella grande piazza bianca: la Cattedrale, il giornalaio, due o tre bar, i semafori, il cinema, un vigile impeccabile, quasi milanese, lo studio del notaio, l'associazione dei finanzieri in congedo, il circolo della società operaia.
Camminano lenti gli uomini con il berretto sulla fronte, parlottano fra loro ma non tanto, si riuniscono al centro e fanno una macchia nera, immobile.
Oggi, ad Avola, è l'ultimo giorno di sciopero, gli uomini fermi in piazza hanno tutti il vestito della festa.
Quando si sciopera qui ad Avola lo si fa con il vestito 'buono', quello del matrimonio, di panno pesante, dentro il quale si può anche morire ammazzati, il vestito delle grandi occasioni.
Da domani, già alle sei del mattino, i braccianti dell'agrumeto ricominceranno a riunirsi qui, prima di andare al lavoro con le motorette comprate a rate, unica ricchezza di chi deve andare a lavorare a molti chilometri da casa.
Nella piazza si fanno i comizi politici, nella piazza vengono prese decisioni importanti per la vita i tutto il paese.
La piazza di Avola è democrazia concreta.
I ricchi, i proprietari di serre e di agrumeti, i piccoli industriali, i professionisti non vi mettono piede se non per attraversarla.
Ecco, la piazza di Avola è il salotto dei poveri, il loro modo di vivere nella socialità.
L'uomo ha i capelli scomposti, i baffi e gli occhi di un ragazzo, ma è sui cinquanta.
Si avvicina e mi fa:
'Lei è di Catania?'
'No - faccio io - vengo da Roma'
'E fa il giornalista?'
'Sì', dico io.
'Senta - continua - io sono un bracciante e vorrei scrivere un articolo sul giornale'
'Che articolo?'
'Un articolo per dire certe cose'
'Che cosa?'
'Per dire che ho combattuto contro i tedeschi e i fascisti.
E quando combattevo mi dicevano: combatti, stai combattendo per la libertà'
'Continui'
'E poi sono tornato e abbiamo fatti tanti scioperi e abbiamo combattuto e ci sono stati morti e feriti'
'Capisco'
'Ecco, volevo scrivere un articolo sul giornale per dire che la libertà ancora non c'è e noi siamo quasi vecchi'
Un partigiano ad Avola, il primo imprevedibile incontro"


"Corrado Duco, 11 anni, ma sembra di otto.
Lo vedo all'angolo della strada con un secchio di plastica pieno di lumache.
Le ha raccolte ieri ed oggi le vende.
'Quanto pensi di fare?', gli chiedo.
'Mille lire', mi risponde.
'E quanto tempo c'è voluto per raccoglierle?'
'Quattro ore'
'E per venderle?'
'Tutta la mattinata'
'Che scuola hai fatto?'
'La quarta'
Incontro un altro bambino con la tuta del meccanico, ha sì e no una decina d'anni.
'Vieni - lo chiamo - dimmi una cosa'
Scappa, poi si avvicina ma non vuole darmi nome e cognome.
'Quanto guadagni?'
'Niente - mi risponde - non guadagno niente, faccio l'apprendista, lavoro e non guadagno'.
In piazza i figli dei braccianti stanno accanto ai padri.
C'è uno attento ai discorsi dei grandi, cerco di avvicinarlo ma slitta fra la folla e scompare.
Mi informo.
Giuseppe Roccaro, un bracciante con 4 figli, mi dice che lui ha cominciato a lavorare a tre anni, aiutava la madre a raccogliere mandorle e poi a dieci anni è passato nell'orto.
'Quanti sono qui ad Avola i bambini che lavorano?'
'Centinaia - mi risponde - vanno a scuola e lavorano, oppure smettono di andare a scuola per lavorare.
Un ragazzo di 10-12 anni che sgobba nove ore nell'orto, guadagna mille lire al giorno, uno che lavora nell'edilizia 2-3000 lire la settimana'
Ad Avola ci sono due licei, il classico e lo scientifico e un Istituto tecnico commerciale.
Vado al mattino all'ingresso del Tecnico e sono subito circondato da un gruppo di studenti.
Chiacchieriamo.
'Senta - mi fa uno - dovrei dirle una cosa, posso?'
'La dica'
'Qui ad Avola non abbiamo il campo sportivo, ce n'è uno, ma è dell'Arciprete e allora quest'Arciprete, che si chiama don Frasca, fa entrare nel campo soltanto quei ragazzi che vanno a messa, gli altri niente, non possono metterci piede.
Qualche anno fa avevamo organizzato un campionato giovanile e don Frasca ha deciso che una delle squadre non poteva partecipare perché politicamente non era di suo gusto'
'Birboncello' fa una voce anonima e tutti ridono.
'E scriva anche - dice un altro - che del diploma qui ad Avola non ce ne facciamo niente, che dopo il diploma restiamo tutti disoccupati'
Poi suona il campanello e mi lasciano a malincuore.
Uno mi rimane vicino e quando siamo soli, sottovoce mi fa:
'Questa volta c'era qualcuno di noi, la prossima ci saremo tutti'
'Dove?' faccio io che pure ho capito benissimo.
'Con i braccianti, in piazza' e raggiunge i compagni"


"A sera il caporale si sguinzaglia.
Il caporale è l'uomo di fiducia del padrone con l'incarico di selezionare la manodopera e di sorvegliarne il lavoro.
Un uomo di trent'anni è preferito a uno di quaranta perché è più forte e rende di più.
Come per i muli.
I caporali possono essere di prima, di seconda e di terza categoria.
Quelli di prima sono più vicini al padrone, i più duri, ma ce ne sono anche che riescono a capire i problemi del bracciante e qualche volta ad aiutarlo.
Ci sono caporali che intascano una piccola tangente sul salario del bracciante e in questo modo imbrogliano bracciante e padrone.
Quello che c'è di certo è che il caporale quotidianamente ruba tempo al bracciante.
Contratta otto o nove ore di lavoro anziché le sette consentite, lo fa cominciare cinque minuti prima, e smettere un quarto d'ora dopo, gli fa inghiottire di corsa la colazione, lo tallona con frasi a mitraglia che intontiscono:
'Calamu, ammuttamu, forza carusi, assummamu'
I braccianti agricoli di Avola sono 3200 e lavorano negli orti, negli agrumeti e secondariamente negli uliveti e nei mandorleti.
Ogni bracciante deve, per lavorare, portare il suo attrezzo perché il padrone rifiuta di fornirglielo, sia esso zappa, piccone, forbici per la potatura o altro.
Ogni bracciante è occupato in media 230 giornate lavorative all'anno e nei periodi di più intenso lavoro passa la domenica in campagna e in campagna le sue feste.
Per il primo maggio, per l'Ascensione, per il lunedi di Pasqua ad Avola si lavora, salvo poi rimanere a non far nulla in piazza per tre o quattro mesi, perché in campagna non c'è bisogno di manodopera.
Facciamo ora un po' di conti in tasca al bracciante di Avola, tanto per capire meglio.
Considerando 230 giornate lavorative e un salario medio di 3000 lire ( il salario di cui al vecchio contratto, 3580 lire, non è mai stato rispettato dagli agrari salvo che in caso di carenza di manodopera ), il bracciante guadagna 690.000 lire all'anno, il che vuol dire che ogni mese dispone di 57.500 lire.
Questa cifra va così amministrata: 10.000 per affitto casa, 3000 per la luce, 700 per l'acqua, 9000 per carburante e manutenzione della motoretta che serve a recarsi sul posto di lavoro e 5000 per le sigarette.
Complessivamente 27.700 lire, il che vuol dire che un bracciante agricolo di Avola dispone di 30.000 lire con le quali acquistare cibo e vestiario per se stesso e per la sua famiglia.
Ora, se è vero che in qualche caso, in uno stesso gruppo familiare ci sono più persone che lavorano, nella maggioranza è un solo uomo che deve provvedere e mantenere la moglie e in media due figli ma possono essere anche tre o quattro.
E se con trentamila lire, mille al giorno, si deve comprare cibo e qualche capo di vestiario per 4 persone, ad ognuna di queste persone restano disponibili appena 250 lire.
Non abbiamo fatto altro che fare i conti in tasca al bracciante di Avola"


"Sono qui ad Avola ancora per poche ore.
Me ne vado alla periferia per vedere come vive la gente, la vita di ogni giorno cioè, quella che non si conosce.
Sono subito localizzato, circondato da bambini che vogliono essere fotografati, da gente che prova a spiegarmi.
Avvicino un gruppo di donne e sono tutte mogli e figlie di braccianti.
'Cosa mangiate - chiedo - cosa cucinate ogni giorno?'
Rispondono in coro ed è fatica mettere ordine.
'Al mattino al marito che va al lavoro do pane e mortadella o pane e olive'
'A casa a mezzogiorno un piatto di pasta'
'La sera per tutti un piatto di minestra di broccoli e per secondo i torsoli dei broccoli soffritti con l'aglio'
'La frutta costa più del pane'
'Il latte e le uova solo per i bambini'
'La trippa o la carne di terza solo la domenica'
Mi si fa accanto un uomo.
'Io sono infermiere - dice - per ogni iniezione prendo 50 lire, per guadagnare 3000 lire al giorno mi tocca fare 60 buchi'
'Non c'è acqua, due ore al giorno e d'estate un'ora soltanto'
'E se manca il lavoro debiti e se non manca, debiti lo stesso. Cambiali, firmi cambiali e mangi'
Un uomo mi chiama.
'Vuole fare una foto a me e ai miei figli?'
Li ha schierati davanti casa, sono dieci ma mi assicura che ne mancano tre, chi sa mai dove si sono cacciati.
Scatto le foto e sono tutti felici.
Avola: quasi trentamila abitanti, qualche piccola industria e un'agricoltura fra le più fiorenti di tutta la Sicilia.
Le strade sembrano lavate con acqua e sapone, il mare stupendo è a 500 metri dal centro, un piccolo supermarket e un concorso per voci nuove che si terrà in questi giorni.
Ai muri delle case fra gli annunci funebri per la morte di Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona sono attaccati giganteschi manifesti pubblicitari con donnine svestite che invitano a comprare quel tale frigorifero, quella tale motoretta, a istillare negli occhi quel tale collirio, a mangiare quella tale pasta di pura semola.
Mentre guardo i manifesti si avvicina un giovanotto con gli occhiali, ha la cravatta, forse è uno studente.
'Vede - mi dice - questi dicono di comprare, allora io voglio comprare di più, però se chiedo di guadagnare di più per comprare di più, mi sparano addosso e mi ammazzano.
Che ne pensa del meccanismo?'
Che ne penso?
Vado al ristorante e mi siedo ad un tavolo.
Al tavolo accanto ci sono quattro signori dei quali uno è certamente un giornalista ( di un cinegiornale o della TV, ha con sé una cinepresa da 16 mm ).
Il giornalista ha un leggero accento romano, è un bel giovane di quelli che usano il prebarba e il dopobarba per intenderci, giacca di buon taglio e fare disinvolto.
Disquisisce sulla questione meridionale e sulla Sicilia con molta sicurezza.
'Vedete - fa ai suoi amici - in questa terra i cessi sono sporchi, le ragazze non escono neppure per strada e nei ristoranti si mangia male e si spende troppo.
Ora un popolo che non sa cagare ( fa chic usare il termine alla veneta, ndr ), che non sa fare l'amore e che non sa mangiare è un popolo incivile'
Ed è come se ad Avola si continuasse a sparare"