domenica 29 gennaio 2017

PALERMO E LA "SEDUCENTE FOLLIA" ISOLANA DI PIERRE SEBILLEAU

Un'immagine palermitana di Corso Vittorio Emanuele.
La fotografia di Nino Teresi è tratta dalla rivista "Sicilia"
edita nel giugno del 1970
Nelle ultime pagine del suo libro di viaggio nell'Isola, intitolato semplicemente "La Sicile" ( Editions Arthaud, Grenoble 1966 ), il diplomatico francese Pierre Sébilleau condusse nuovamente i lettori a Palermo.
Qui, avverte l'autore con rammarico, "la strada dei palazzi barocchi, è, soprattutto, il Corso Vittorio Emanuele; disgraziatamente, questi bei palazzi barocchi del corso hanno molto sofferto per i bombardamenti...".
La "capitale" è così per Sébilleau luogo di partenza, di conclusione e di sintesi del viaggio in Sicilia: Palermo è il luogo dove le diverse impressioni suscitate dai paesaggi, dalle opere d'arte e dagli uomini dell'Isola prendono una forma precisa, svelando il senso del tour: 

"Ho fatto in modo che la vostra ultima passeggiata palermitana e siciliana vi conducesse a questa seducente follia, per dissuadervi un'ultima volta dal dare al vostro viaggio una conclusione troppo razionale, troppo cartesiana, e dal formulare, sulla Sicilia, uno di quei giudizi manichei, 'in bianco e nero', contro i quali vi ho messo in guardia fin dalle prime pagine di questo libro.
Ma una precauzione del genere sarà, ormai, senza dubbio inutile.
Adesso voi conoscete la Sicilia.
Sorriderete quando alcuni presuntuosi vi diranno di avere scoperto la verità su questo paese in cui Pirandello ha compreso che ciascuno aveva la sua.
Quando alcuni insoddisfatti gemeranno davanti a voi:
'Che bel paese sarebbe se...', alzerete le spalle, come faceva il 'Gattopardo' quando il suo cappellano gli faceva discorsi del genere.
Insorgerete contro quei biliosi che vi diranno di non aver visto in Sicilia che miseria, ma compatirete un poco gli entusiasti che non l'hanno vista affatto.

Vecchia edilizia nel centro storico di Palermo.
Fotografia di Nino Teresi, opera citata 

Abituati come siete, ormai, ai contrasti siciliani, vi sembrerà del tutto naturale che l'Isola triangolare possa essere luminosa e scura, immensamente ricca e immensamente povera, Paradiso terrestre e paese fra i meno sviluppati d'Europa.
Voi la vedete adesso come realmente è, terra e immagine dell'uomo, cioè con pregi e difetti, e in cui l'uomo che è in voi, quale che esso sia, ha conosciuto in pieno la gioia di vivere.
Voi sapete adesso di amare la Sicilia.
E' questa, a mio avviso, la sola conclusione, e la migliore, che possiate dare al vostro viaggio"



domenica 22 gennaio 2017

DISEGNI DI SICILIA


VINCENZO FLORIO, "Pesci e pescatori"

MONTEVAGO, MACERIE E VUOTO URBANO DI UN TERREMOTO CHE DURA DA MEZZO SECOLO

Impressioni e immagini di una passeggiata fra le macerie e la nuova edilizia di uno dei paesi del Belìce devastati dal terremoto del gennaio del 1968


Le due lapidi poste all'esterno del municipio di Montevago
che ricordano le 96 vittime del terremoto nel paese agrigentino.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia

All'esterno del Municipio di Montevago due lapidi ricordano dal 1978 i nomi di 50 donne e 46 uomini.
Molti di essi portano lo stesso cognome: in 7, quello di Vincenza, Filippo, Antonino, Margherita, Vincenzo, Antonino e Nunzio Ganci; in cinque, quello dei Crifasi; quattro dei Giambalvo, dei Cavalcanti e dei Migliore; tre dei Giordano, dei Laspia e dei Cancemi.
La lista di nominativi - testimonianza di impietose stragi familiari - accomuna le 96 vittime del terremoto che il 15 gennaio del 1968 rase quasi del tutto al suolo il paese agrigentino.




Insieme a Montevago, le scosse cancellarono in poche ore anche Salaparuta, Gibellina, Santa Ninfa, PoggiorealeSanta Margherita Belìce.
Oggi Montevago rappresenta perfettamente la disarticolazione del Belìce a quasi mezzo secolo dal sisma che ne squassò l'edilizia e l'assetto sociale.
Il nuovo paese venne costruito a poche centinaia di metri dalle rovine del terremoto.



L'artificiosa progettazione - "un asse attrezzato a doppio innesto con la statale, da cui lo separa una zona a verde che contiene gli edifici pubblici e i servizi; le residenze, a schiera, si sviluppano longitudinalmente, racchiudendo l'impianto in un sistema planimetrico avvolgente", si legge nella Guida Rossa del TCI del 1989 - ha desertificato gli spazi del nuovo centro abitato.



Persone ed automobili sembrano essere inghiottite dal vuoto urbano: le ampie strade e le piazze della nuova Montevago paiono sovradimensionate rispetto alla presenza ed alle attività degli appena tremila abitanti.
Molti appartamenti costruiti grazie ai benefici economici previsti per i terremotati sono deserti o sfitti da anni: numerosi proprietari sono morti ed i loro eredi hanno in maggioranza cercato fortuna lontano dai luoghi delle origini familiari.



Un cupo senso di abbandono si avverte anche fra le macerie di ciò che le scosse hanno distrutto quasi mezzo secolo fa.
E' facile ancora imbattersi in poveri oggetti che facevano parte del corredo casalingo delle abitazioni: una damigiana sfondata, la carcassa di una cucina a gas, una cassetta di legno contenente vecchie bottiglie, i resti di un cavalluccio di plastica... 
Le poche mura rimaste in piedi sono state nel frattempo utilizzate come luogo di  discarica di materiale edile: pietrame, pezzi di intonaco, cocci di mattonelle e lastre di "eternit" si mischiano così ai detriti del gennaio del 1968.




Nuove macerie si aggiungono insomma alle vecchie, ponendo il problema irrisolto delle bonifiche e dando l'impressione che il terremoto provochi ancora devastazione e abbandono. 
Sono così passati 49 anni da quando Montevago e gli altri paesi del Belìce sono stati cancellati dalle scosse, ma qui il terremoto continua.



"Il terremoto" - scrisse con immutata attualità nel 1969 il giornalista Paolo Santoro - "è stato ( ed è ) solo un episodio di questo angolo della Sicilia e della sua lunga tragedia: una tragedia fatta di vuoto sociale, di mancanza di occasioni di lavoro, di esempi di impegno.
Un mondo dove non si vive ma si sopravvive" 


  



venerdì 13 gennaio 2017

LA LEGGENDARIA RICERCA DELL'ERBA DORATA DELL'ETNA

Crateri sommitali dell'Etna.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia

Luogo per eccellenza del mito nell'Isola dei miti - basti ricordare quello greco-italico degli immani Ciclopi - l'Etna racconta una curiosa leggenda legata alla frequentazione giornaliera delle migliaia fra escursionisti e turisti.
A ricordarla, è stato Santo Correnti in "Leggende di Sicilia" ( Palumbo, 1993 ), nelle pagine in cui lo studioso di Riposto precisava che le frequentazioni di viaggiatori alle pendici del vulcano iniziarono ai tempi dell'imperatore Adriano, nel I secolo dietro Cristo.

"La leggenda - scriveva Santi Correnti - dice che sopra il paese di Nicolosi, su per i fianchi del vulcano, cresce una favolosa erba, tutta d'oro: e se i siciliani potessero raccoglierla, diventerebbero tutti quanti ricchi sfondati.
Di quest'erba si venne a sapere per mezzo di un monaco, che arrivò in Sicilia da un lontano convento di un paese nordico, e salì fin sulla vetta dell'Etna.
Messosi a cogliere dell'erba, rimase assai meravigliato, vedendo le sue mani tutte piene di polvere d'oro.
Senza saperlo, egli era stato il primo ad avere raccolto l'erba d'oro dell'Etna; ma fu anche l'ultimo, perché egli rimase così stupito per lo straordinario avvenimento che dimenticò di segnare il punto preciso, e poi lo cercò invano.


Ritornato nel suo lontano paese, quel monaco raccontò ai suoi connazionali il prodigioso caso occorsogli; e la fama ben presto si sparse in tutti i paesi nordici, sicchè tanti forestieri vennero in Sicilia, e salirono sull'Etna, per cercare di trovare anch'essi la misteriosa ed invisibile erba d'oro ( e qui è chiara la genesi sociale della leggenda, perché è evidente il tentativo popolare di spiegarsi il fenomeno turistico, con il fatto che tutti questi forestieri si recavano sull'Etna evidentemente 'per cercarvi qualcosa di prezioso').
Ma per quante ricerche siano state fatte, nessuno è stato più capace di trovare l'invisibile erba d'oro dell'Etna.
Lo scrittore catanese Giuseppe Tomaselli riferisce che fino a non molto tempo fa questa leggenda faceva proseliti anche tra il popolino catanese, tanto che qualche 'civitoto' ( così sono soprannominati gli abitanti del più vecchio quartiere di Catania, detto latinamente 'a civita', la città ) partiva per l'Etna con la segreta speranza di tornare favolosamente ricco, raccogliendo con l'aiuto della fortuna l'inafferrabile erba d'oro..."



lunedì 9 gennaio 2017

SICILIANDO











"Il forestiero dovunque troverà gente cortese a cui rivolgersi.
Dal fiero guardiano di un fondo, al più umile custode di pecore, non sarà molestato, anzi all'occasione sarà fatto segno di rispetto e premure, ed occorrendo, sarà aiutato e difeso, se corre rischi, da chiunque a cui si rivolga a chiedere aiuto e protezione.
Il 'mafioso' ci tiene a passare per persona per bene, specialmente al cospetto di un forestiero, e qui è ritenuto un forestiero chiunque non sia isolano.
La 'mafia' agisce nel suo ambiente; nulla ha da temere da chiunque non abbia relazione alcuna con essa.
I turisti che sono stati a visitare gli avanzi di Solunto e del castello di Maredolce, gli alpinisti che hanno fondato un ricovero sulla sommità di monte Cuccio possono confermare tutto questo"
Antonino Cutrera

domenica 8 gennaio 2017

UNA QUINTA SCENOGRAFICA DEL PORTO VECCHIO DI CEFALU'



"Il 'San Cristoforo' entrava dentro il porto mentre che ne uscivano le barche, caicchi e gozzi, coi pescatori ai remi alle corde vele reti lampe sego stoppa feccia, trafficanti, con voci e urla e con richiami, dentro la barca, tra barca e barca, tra barca e la banchina, affollata di vecchi, di donne e di bambini, urlanti parimenti e agitati; altra folla alle case saracene sopra il porto: finestrelle balconi altane terrazzini tetti muriccioli bastioni archi e tondi, fori che s'aprivano impensati, a caso, con tende panni robe tovaglie moccichini svolazzanti..."

Nelle pagine del suo racconto storico "Il sorriso dell'ignoto marinaio" ( Einaudi, 1976 ), Vincenzo Consolo così descrisse l'ambiente ottocentesco del porto vecchio di Cefalù, raccolto dinanzi la cortina muraria delle abitazioni medievali e le sovrastanti colline delle basse Madonìe.
Questo luogo d'antichissima storia continua ad essere uno dei più abusati soggetti fotografici della Sicilia; col passare dei decenni, le trasformazioni urbanistiche e il declino dell'attività di pesca locale ( sarde ed alici, soprattutto ) ne hanno tuttavia stravolto l'aspetto descritto da Consolo.




L'immagine riproposta da ReportageSicilia restituisce uno scorcio di questo luogo cefaludese così come si presentò agli occhi di un anonimo fotografo agli inizi degli anni Cinquanta.
Il suo scatto - quasi una quinta scenografica con i diversi piani occupati dalla rocca, dalle case riflesse sul mare e dalle barche - venne pubblicato su un pieghevole di promozione turistica edito dall'Ente Provinciale per il Turismo di Palermo, intitolato "Palermo e la sua zona turistica".




L'unica data di riferimento presente sulla pubblicazione - relativa ad una "autorizzazione della Regione Siciliana" - è quella del 25 luglio del 1951: epoca in cui il porto vecchio di Cefalù conservava ancora qualche traccia della tumultuosa vitalità descritta nel romanzo di Consolo.     

venerdì 6 gennaio 2017

UN RACCONTO DELLA SONNOLENTA IGNAVIA DI CALTANISSETTA

Le ragioni dell'attuale sofferenza della società nissena nelle pagine di un articolo di Giuseppe Montagnini pubblicato dalla rivista "Sicilia Tempo" nel gennaio del 1968 


Fra le città siciliane, Caltanissetta è quella che più delle altre può alimentare ancor oggi le analisi sull'immobilismo della società isolana.
Ciò è avvenuto a partire dagli anni Sessanta, in coincidenza con il definitivo fallimento dell'economia dello zolfo e con la fine dell'illusione creata dall'industria petrolchimica a Gela.
Caltanissetta, come scrisse con lucidissima ed attuale sintesi Giuseppe Fava nel 1966, "rassomiglia alla Sicilia più di qualsiasi altra città e qui troviamo il dramma ed i personaggi nella loro esemplificazione quasi teatrale".
Fu allora evidente il crescente disinteresse per il bene collettivo, alimentato dal ripiegamento civile degli ultimi eredi dell'aristocrazia locale e di una borghesia incapace di guardare al di là della personale condizione di ordinario benessere ( un ruolo da "coro in fondo alla ribalta", lo definì ancora Fava ).


L'articolo riproposto da ReportageSicilia - dal quale è tratto anche il disegno di piazza Garibaldi - rappresenta una sommessa eppure spietata denuncia dell'ignavia di Caltanissetta; porta la firma di Giuseppe Montagnini e venne pubblicato da "Sicilia Tempo" il 31 gennaio del 1968.
Attraverso i luoghi simbolo della città - piazza Garibaldi, il caffè Romano, i circoli in cui le giornate si consumavano insieme alle carte da gioco, i decadenti palazzi dei nobili, i tuguri del quartiere Angeli - Montagnini coglie l'indifferenza di aristocratici, borghesi, burocrati e politici nei confronti del destino di Caltanissetta: un atteggiamento che ha finito col "fare la storia" della città di oggi, finita all'ultimo posto nelle classifiche delle province dell'Isola per la qualità della vita.
   
"Questo è il mio paese, la mia città.
Sono tornato tra la mia gente - scriveva Giuseppe Montagnini - nel cuore del latifondo siciliano.
In piazza Garibaldi ove ci stanno la Cattedrale e la chiesa di San Sebastiano, di stile barocco, dei contadini parlano dei problemi della terra così come avviene in tutte le piazze del Sud.
Dei giovani vestiti all'ultima moda sostano davanti il caffè Romano in attesa non so di che cosa; al Circolo di compagnia si discute di politica facendo e disfacendo governi nel giro di pochi minuti; e si gioca a carte.


E' un vecchio circolo con pianterreno e primo piano con finestra a volta, prima frequentato solo da 'titolati' barono e cavalieri; ora anche da impiegati e commercianti.
Prima si chiamava Circolo dei nobili e vi tenevano anche feste e concerti: eravamo ai primi anni del secolo e la modesta aristocrazia nissena fioriva.
Era il tempo dei Benintendi, dei Bordonaro, dei Lanzirotti, dei Tescasecca, dei Trabonella, proprietari terrieri o di miniera.
Da tempo si dice che il Comune voglia sfrattare il Circolo ma nessuno ci crede: il Circolo, si dice, è un'istituzione cittadina.
Nelle 'società', la 'Regina Margherita' e la 'Militari in congedo' i soci giocano a carte, leggono il giornale, si seggono all'aperto e si assicurano un loculo quando muoiono.
Alla Villa Amadeo gli alberi sono spogli; di fronte il castello di Pietrarossa e la zona araba di 'Gebel el Hadib', e la campagna verde.
Passa la banda musicale; ci sarà qualche festa: i musicanti hanno l'aria di maestri.


Oltre che sull'agricoltura l'economia nissena poggiava una volta sullo zolfo, ma con la crisi dei due settori la città ha fatto passi indietro.
Le miniere sono a due passi da qui, senti quasi l'odore di zolfo: basta mettere il naso fuori la città che tu le vedi.
I vecchi signori, i baroni, i cavalieri, molti dei quali veri gentiluomini sono quasi scomparsi; alcuni si sono dedicati ad attività commerciali; altri se ne sono andati a Palermo a Catania o a Roma.
Molti operai, minatori e contadini sono andati via all'estero o al Nord, in cerca del tozzo di pane.
La vecchia classe dei baroni e dei cavalieri è stata sostituita da una classe politica insensibile alle cose di questa città: non amano le sue piaghe e se ne stanno a Roma o a Palermo  e per essi la città è solo un feudo per i loro voti.
All'architettura dell'Ottocento e del Settecento, palazzo Moncada, palazzo Bordonaro, Benintendi, Lanzirotti con banche, tribunali, municipo, cuore della città; alle vecchie case si è aggiunta una nuova Caltanissetta.
E' sorta accanto alla vecchia città invadendo la campagna.
Non sono scomparse le vecchie case, i tuguri come al quartiere Angeli, uno dei più poveri della città che manca di servizi igienico-sanitari.
Molti sono venuti dalle campagne per abitare in città, altri dai paesi vicini in cerca di lavoro e la città si è ingrossata ed è aumentata così la disoccupazione e la sottoccupazione nonostante molti siano andati all'estero o al Nord.
C'è chi ha trovato lavoro a Gela che costituiva un forte polo di attrazione ma che oggi mostra saturazione; qualcuno è andato nella miniera di sali potassici di Serradifalco.



Si discute, ci si dibatte, si cerca una soluzione, si chiede l'intervento pubblico per la creazione di infrastrutture, di industrie, ma la situazione ristagna.
Anche l'artigianato è in crisi.
Lo Stato è assente, ma c'è la burocrazia.
E' burocrate l'ingegnere del Genio Civile, il direttore del Consorzio di Bonifica, il professore, il ragioniere, il prefetto.
I prefetti, i viceprefetti, gli alti funzionari che vengono come si dice qui 'da su' se ne vogliono andare presto, non la capiscono.
La borghesia che tanta parte potrebbe avere per il miglioramento sociale, cosa che del resto avviene in tutto il Sud, insensibile alle istanze sociali, non ha un ruolo, non bada alla Storia che muta e ognuno pensa alle sue cose e non guarda intorno.
Pochi sono gli intellettuali, ma vengono sommersi dalla città burocrate, borghese, della carta bollata, del 'ma chi telo fa fare a interessarti degli altri'.
La storia della città è un po' la storia del Sud: storia di lotte di contadini, di minatori.
La sua storia di domani è nelle miniere che dovrebbero essere verticalizzate, nel potenziamento dell'agricoltura, nella creazione di un artigianato moderno, nella creazione di industrie anche agrarie, nella creazione di infrastrutture, nella valorizzazione delle acque del Salso, a scopo irriguo e idroelettrico.


Abbiamo notizia che c'è un progetto del Consorzio di Bonifica del Salso inferiore per la valorizzazione delle acque del Salso a scopo irriguo, vicino Ravanusa.
Circolano un sacco di macchine; c'è il problema della circolazione; si realizzano, abbattendo case, nuovi posteggi e ti sembra che si sia realizzato un certo progresso.
Molte signore si vestono presso le migliori sarte italiane e c'è chi va a villeggiare nei posti alla moda ma ci sono donne che vanno con lo scialle e chi per tirare a vivere fa di tutto.
E chi si alza di mattino presto e va col carretto, o in miniera o in campagna.
Molti giovani copiano, prendono quello che viene da Londra o da Milano e sognano i night club e la vita delle grandi metropoli; ma ci sono anche quelli che ottenuto un diploma sognano un posto e che per vivere fanno la guardia municipale e il manovale.
Povero Sud, tradito calpestato deriso.
Ci sono quelli che pensano al progresso sociale, come dicevamo, e guardano oltre i confini di questa città che è stata araba, normanna e forse anche greca.
E tu li vedi passeggiare anche di notte lungo il corso principale a discutere.
Parlano del Sud, della Magna Grecia di rivoluzione industriale e del fallimento della riforma agraria.
Sono le 'egg head' della città, come dicono gli americani, le teste di uovo; ma non hanno potere, schivano i partiti politici ove spesso si verificano lotte meschine, sono dei puri e sentono le questioni della città come questione meridionale.


Qualcuno dirige una rivista locale di cultura, altri vanno a fare l'archeologo a Sabucina ove sono stati trovati importanti reperti dell'epoca greca e, se non ricordo male, anche della preistoria.
Altri cercano di dar vita a un Circolo di cultura o tentano di valorizzare i tesori artistici della città come l'Abbazia di Santo Spirito, normanna, le chiese barocche, le sculture del Tripisciano e i Misteri, che raffigurano le Passioni di Cristo.
Molti se ne vanno a Palermo o a Roma.
Poi verranno altri ancora a parlare di Magna Grecia, di industrializzazione, di civiltà mediterranea e staranno fino a notte a discutere anche nella casa di questo o di quello fino a quando gli altri dormono, quasi fin quando le luci della città si spengono perché è mattino"