lunedì 29 maggio 2017

ROBERTO MERLO DOCUMENTARISTA DELLE PELAGIE

Un reportage pubblicato da "Epoca" nell'agosto del 1964 illustra le battute di pesca e la fauna sottomarina negli scatti del fotografo torinese a Lampione


A traino di una tartaruga
nei fondali dell'isolotto di Lampione, nelle Pelagie.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
furono scattate agli inizi degli anni Sessanta
dal documentarista torinese Roberto Merlo.
Furono pubblicate per la prima volta da "Epoca"
il 2 agosto del 1964
Nel giugno del 1956, i fondali di Lampedusa, Linosa e Lampione furono per la prima volta filmati da un'equipe di documentaristi del mare.
La spedizione venne organizzata dal "Circolo Subacquei di Torino" ed era composta dal campione europeo di pesca subacquea Ruggero Jannuzzi, dal regista Victor De Sanctis, dal medico palermitano Bruno Coppolino e da Roberto Merlo.
Merlo, all'epoca 27enne, con la sua cinepresa munita di un rudimentale scafandro realizzò circa 4.000 metri di pellicola: una eccezionale documentazione sulla vita sottomarina nell'arcipelago delle Pelagie, all'epoca non ancora frequentato dagli appassionati della pesca subacquea.
Roberto Merlo dirigeva in Piemonte un'azienda di costruzioni in ferro, e la sua abilità di ripresa - anche fotografica - lo portò presto a collaborare con la rivista specializzata "Mondo Sommerso".



Merlo vantava una capacità all'epoca non comune, quella di esplorare luoghi ignorati da gran parte dei comuni sub: secche e scogli lontani dalle coste, noti soprattutto ai pescatori locali.
Le Pelagie, allora, rappresentavano uno sconosciuto sito di immersione quasi sperduto fra le coste della Sicilia e la Tunisia, nel centro del Mediterraneo.
A quella prima spedizione - che ebbe il merito di far conoscere alla stampa specializzata i pescosissimi fondali delle tre isole - ne seguirono altre: soprattutto allo scoglio del Sacramento, a Lampedusa, ed all'isolotto di Lampione.
Qui, nel 1958, uno squalo pelagico sfiorò Roberto Merlo, danneggiando la cinepresa che stava documentando l'incontro ravvicinato con i subacquei.



Molti anni dopo - il 23 settembre del 1978 - Merlo fu protagonista a Lampedusa di un altro episodio che ne avrebbe rafforzato il legame con le Pelagie.
Impegnato nella cattura di una cernia, il subacqueo torinese rischiò la vita nel corso di una immersione oltre i 30 metri.
Per un'incomprensione con il pescatore che conduceva la barca di appoggio, Merlo fu costretto a riemergere senza effettuare la necessaria decompressione.
A sera, dopo una giornata di spossatezza, il documentarista venne trovato nel letto del suo bungalow quasi incapace di muoversi, a causa di un embolo spinale.
A salvare Roberto Merlo fu allora la mobilitazione dei lampedusani, in quelle ore impegnati nella processione della Madonna di Porto Salvo verso il Santuario dell'Isola.
Grazie al trasporto a bordo di un elicottero della Marina Militare, Merlo venne ricoverato nell'ospedale militare di Augusta.
Qui rimase per 38 ore all'interno di una camera iperbolica, e solo dopo anni di terapie potere riacquistare quasi del tutto le funzioni motorie.



Per ringraziare gli isolani, Roberto Merlo commissionò allo scultore veneziano Giorgio Costa una statua di bronzo della Madonna con Bambino, che, dopo la benedizione di Giovanni Paolo II, nel settembre del 1979 venne collocata su un fondale di 18 metri, nei pressi dell'isolotto dei Conigli.
Il lavoro documentario di Roberto Merlo nelle Pelagie - già in passato testimoniato da ReportageSicilia - è ora riproposto tramite un articolo intitolato "Avventura sull'ultimo scoglio", pubblicato il 2 agosto del 1964 dal settimanale "Epoca".
Nel reportage, illustrato dalle fotografie realizzate da Merlo, si racconta una spedizione a Lampione, l'isolotto deserto nei cui fondali ancor oggi vivono alcune specie di squali pelagici:
   
"Diciassette chilometri e mezzo a Ovest di Lampedusa emerge dalle acque del Mediterraneo uno scoglio che si trova segnalato solo sulle carte nautiche o negli atlanti di una certa importanza: è l'isolotto di Lampione, detto anche, secondo un'antica terminologia dei pescatori siciliani, lo Scoglio degli Scolari.



L'isolotto è disabitato, ma fa parte, come tutto il gruppo delle Pelagie, della provincia di Agrigento.
Lungo circa 250 metri e largo cento, è un blocco di calcare con le sponde a picco, e nel suo punto più alto raggiunge i trentasei metri.
E' lo scoglio più meridionale d'Italia e si trova a Sud della stessa isola di Malta: per segnalarlo alle navi durante la notte, la Capitaneria di Porto di Agrigento vi ha fatto installare un faro a luce intermittente, visibile da una ventina di chilometri.
Il faro e una stradicciola diroccata sono l'unico segno di vita umana esistente sull'isolotto, che ospitò un gruppo di soldati durante l'ultima guerra mondiale, quando da quell'avamposto si poteva controllare il passaggio dei convogli nel Mediterraneo e avvistare le squadriglie di aerei angloamericani in partenza dalle basi africane.



La piccola guarnigione si arrese agli alleati che preparavano lo sbarco in Sicilia il 13 giugno 1943, due giorni dopo Pantelleria.
La sua cattura fece parte dell'operazione 'Operation Corkscrew', che eliminò ogni resistenza nel Mediterraneo meridionale.
Ora lo scoglio di Lampione è la meta dei pescatori di frodo che, non controllati, gettano esplosivo nelle sue acque per raccogliere senza fatica il pesce sterminato dalle deflagrazioni sottomarine.
Il mare intorno all'isola brulica di grossi squali e di branchi di ricciole, che si avvicinano alle tiepide acque della costa durante il periodo degli amori.
Sul tavolato di calcare vivono migliaia di lucertole, mentre in cielo volteggiano sciami di gabbiani.



Le immagini che vi presentiamo sono state realizzate da uno specialista in riprese sottomarine, Roberto Merlo, che assieme al campione di caccia subacquea Romano Perotto ha capitanato una spedizione all'isola.
Il gruppo, arrivato sul luogo dopo parecchie ore di navigazione con un grosso peschereccio partito da Lampedusa, ha vissuto una pericolosa avventura.
Infatti, appena stabilita la base a terra, si è scatenato un violento fortunale che non ha più permesso al battello, tornato nel frattempo al largo, di avvicinarsi all'isola.
Il peschereccio dovette allontanarsi e abbandonare per tre giorni il gruppo dei subacquei, che non prevedendo la sosta forzata avevano con sé viveri per una sola giornata.


Roberto Merlo ed il fiorentino Romano Perotto
in posa a Lampione
Per procurasi il cibo, Merlo e Perotto si tuffarono sott'acqua nei punti dove le ondate erano meno violente e catturarono vari tipi di pesce.
L'avventura sullo scoglio terminò solo quando, calmatosi il mare, il peschereccio potere accostare a Lampione e raccogliere i subacquei accampati presso il vecchio faro"

lunedì 22 maggio 2017

PALERMO A TEMPO ED AL TEMPO DI SHAKE

Cronaca con spaccato sociale di un pomeriggio adolescenziale beat all'"Open Gate" raccontata nel 1966 dal quotidiano "l'Ora"




Si deve al giornalista Daniele Sabatucci ed al suo saggio "Palermo al tempo del vinile" ( Dario Flaccovio Editore, 2012 ) una documentata e suggestiva ricostruzione degli anni del pop e del rock in città, fra gli anni Sessanta e Settanta.
Il libro raccoglie testimonianze e ricordi di una stagione musicale che vide Palermo inserirsi nel vitalissimo solco della cultura del beat: una tendenza diffusa soprattutto fra i più giovani e trasversale alle classi sociali ( una circostanza testimoniata dall'eterogeneità degli artisti e del pubblico del famoso "Festival Pop" ).
Il riferimento al lavoro documentario di Sabatucci - che è anche una storia sociale della Palermo del tempo - è tornato alla memoria di ReportageSicilia nella riscoperta di una pagina del quotidiano "l'Ora" del 26 novembre del 1966.
Con il titolo "Minigonne e mini Miss", un articolo a firma "Gabriella" descriva "un giovedì caldo" all'"Open Gate"  - uno dei locali più noti a Palermo - per l'elezione di "Miss Shake Open Gate 1966".




In "Palermo al tempo del vinile", il cantante e chitarrista jazz palermitano Boris Vitrano ricorda così le frequentazioni ed un certo tipo di intrattenimento offerto dall'"Open Gate", la cui sede era in via Marchese Di Villabianca:


"L''Open Gate' tolse le inibizioni.
Si racconta che i musicisti fossero circuiti dalle ragazze con varie scuse.
Infatti si verificò un gran numero di aborti in quel periodo.
Il pubblico era composto da gente bene per varie ragioni: solo famiglie benestanti davano alle ragazze certe libertà e solo loro andavano a ballare lo 'yé-yé' e chi si arricchì furono i medici, che si facevano pagare tantissimo, essendo gli aborti ancora illegali"


L'articolo de "l'Ora" - accompagnato dalle fotografie riproposte da ReportageSicilia - restituisce oggi i nomi e i caratteri di numerosi di quei giovanissimi frequentatori palermitani dell'"Open Gate".
A rileggere la cronaca di quella serata di 51 anni fa , si scopre ad esempio che "Miss Shake" fu una ragazzina dodicenne di nome Angela Stagnitta, la figlia di Letizia Battaglia in seguito da tutti conosciuta come Shoba.




L'articolo si conclude con un quadretto familiare che sottolinea la giovanissima età della madre della ragazzina, entrambe destinate a diventare protagoniste del fotogiornalismo siciliano:
  
"Un giovedì caldo quello di ieri all'Open Gate: gara di shake, una due ore continuata, frenetica e travolgente che è culminata nella elezione di 'Miss Shake Open Gate 1966'.
Già dalle 17.00 cominciavano ad arrivare al 'piper' le concorrenti ed i loro partner.
Sarebbe iniziato, presto, il meeting; intanto, i ragazzi si riunivano in capannelli a chiacchierare accennando di tanto in tanto agli ultimi passi di shake importati da Roma.
L'abbigliamento dell'Open diventa sempre più beat.
Le ragazzine indossavano tutte la minigonna.
I ragazzi: maglioni, vistose catene argentate con grossi medaglioni ( bellissima quella di Paolo Puleo ), anelli a patacca, sempre argentati, gilet a scacchi e stivaletti.
C'era soltanto un capellone autentico ( togliendo Renzo Meschis, che ormai, si sa, è il capellone per antonomasia ), Carlo Gallarate che sfidando tutto e tutti i capelli lunghi se li tiene.
Michele Lo Gallo li ha dovuti accorciare, anche se a malincuore, per 'diplomazia scolastica'.
Ugo Tarantino, invece, li ha tagliati per 'diplomazia familiare', 'se no' - dice 'mio padre mi rompe la faccia'.
Tiene però a precisare che quest'estate ha fatto il capellone.
Si è unito a quelli di Roma e di Firenze.
E' stato seduto sulle scalinate di Trinità dei Monti ed ha bivaccato in piazza della Signoria: due città, tante amicizie.
'Una fratellanza fra ragazzi di vari paesi veramente formidabile'.
Poi c'è Nicola Marcello Terrasi, detto 'Bryan' ( come quello dei Rolling )che da autentico beat, porta addosso il segno della protesta: una maglietta azzurra con le scritte, sul dorso, 'Make love, no war' e sul petto 'Libertà sessuale'.
La maglietta gliel'ha dipinta la cugina, ma anche Michele Lo Gallo dipinge magliette beat, dietro piccolissimo compenso.
E allora 'Bryan', perché questa maglietta?
'Perché sono per la non violenza e per la libertà sessuale: l'unica cosa che non ammetto assolutamente è la pillola!'
'La pillola?', 'Sì, la droga, in altre parole...'.




Ed infine le 14enni, tutte carine.
C'erano le due Stagnitta, Angela partner di Carlo Gallarate, già salita agli onori della cronaca come reginetta del 'piper' palermitano, porta una minigonna nera ed un pullover a coste bianco.
I capelli le piovono attorno al viso.
Si muove condizionata dallo 'yè-yè'.
Se volta la testa per guardarti, lo fa di scatto, in modo tale che i capelli, di colpo, le ruotano attorno al visetto spiritoso.
Cinzia, maggiore di lei di un anno, elegantissima in minigonna di lamè rosa ed oro, con mocassini d'oro e cerchioni enormi alle orecchie 'originali Piper' ( invidia di tutte ) , appare più calma.
Altro simbolo, tremendamente beat, lo porta Antonella Mazzè, che a quanto pare, è la beniamina dell''Open', la adorano tutte indistintamente, ha una spilla rosa con la scritta 'Terribile'.
Gliel'ha portata il padre da Parigi; sia a lei, che al fratello, il padre da ogni viaggio fuori porta generi beat.
Ci sono poi ancora Alice Lattari, che così piccolina e carina fa pensare alla bambolina della vetrina di Polnareff  ed infine a Francoise Hardy palermitana, Barbara Fier.
Comincia finalmente la gara.
Le coppie sono in tutto 24, divise in quattro batterie.
Dare il voto è un'impresa ardua, infatti sono tutte bravissime.
Ma la coppia che dall'inizio si delinea come vincitrice è quella di Carlo Gallarate ed Angela Stagnitta, chiamati a gran voce da tutti il pubblico.




Il tifo si fa sempre maggiore, il cerchio si stringe sempre più attorno ai ballerini, alla fine gli spettatori si appendono pure alle travi del tetto come tante scimmiette penzolanti.
Anche Alice ed il suo partner sono sostenuti dai loro fans, la lotta è al coltello e vanno perfettamente sincronizzati e sono bravissimi.
Angela batte per un punto, 58 a 57, Alice.
Filippo Allotta che ha abbandonato per una volta il canto ( lo sentiremo la sera più bravo che mai ) fa da speaker, cavandosela benissimo.
Ha un gran da fare con la giuria, tutta formata da ragazzi dell''Open'.
Alla proclamazione di Angela "Miss Shake 'Open Gate' Inverno 66" si sentono urli di gioia.
Neanche la minima traccia di risentimento da parte della sconfitta Alice, che anzi si accosta ad Angela per darle un bacio.
Quindi premiazione.
Il signor Poma, "patron" del locale ed infaticabile organizzatore di attrività giovanili, è piuttosto divertito e contento di questo.




Ad Angela è andata una coppa d'argento dell''Open', la fascia blu con la scritta d'oro "Miss Shake 'Open Gate' 66" e un orologio dono di una gioielleria.
Il rituale mazzo di rose una volta tanto, rosa, le viene consegnato dallo stesso signor Poma.
Ed infine il bacio di Renzo Meschis e di Filippo Allotta ai due bravissimi cantanti del 'Piper' palermitano.
Poi si avvicina una ragazza per congratularsi, è la madre di Angela, che tra un gruppetto di giovani aveva seguito le fasi della gara.
Dà un bacio alla figliola vincitrice.
Nessuno vuole credere che sia la madre, questa ragazza bionda tanto carina, però lei riesce a convincere tutti e non può che meritarsi un bacio anche lei, per essere la madre più giovane e più beat di Palermo"



 
 
 

LA GROTTESCA CACCIA ALL'UOMO-PESCE DI ACITREZZA

Una fotografia di Federico Patellani pubblicata sul "Tempo" nell'ottobre del 1955 ricorda una rappresentazione rituale allora ancora diffusa sulla costa della Riviera dei Ciclopi


"Ad Acitrezza, la terra dei Malavoglia, si celebra ogni anno a fine giugno una festa di cui non si conoscono le origini.
Si recita sul mare la pantomima della pesca del pescespada, dalle cui fortune dipende nella realtà il benessere e la vita grama delle famiglie di pescatori.
Quattro uomini, legati da un fune, come fossero in cordata, attraversano il paese in direzione della spiaggia, ballando con gesti indescrivibili una danza saltata e camminata, di difficile interpretazione.
Certo è invece il significato della corda: la sorte che lega l'equipaggio è una sola.
Un uomo col corpo disegnato a squame si tuffa in acqua, viene inseguito dalla barca sulla quale hanno preso posto i quattro, catturato e squartato, a gesti, come fosse un pescespada"


La didascalia allegata alla fotografia di Federico Patellani riproposta da ReportageSicilia così spiegava il senso del dramma dell'uomo-pesce allestito nel mare di Acitrezza in occasione del culto patronale di San Giovanni Battista.
L'immagine di Patellani venne pubblicata sul settimanale "Tempo" il 6 ottobre del 1955; all'epoca questa rappresentazione - le cui origini risalgono almeno ai primi dell'Ottocento - era ancora molto diffusa lungo la costa catanese della Riviera dei Ciclopi.
Il rito rientrava un tempo nella lista delle molte cerimonie religiose tradizionali dei centri marinari nell'Isola, solo in parte documentate da Giuseppe Pitrè in "Usi, costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano", in "Spettacoli e feste popolari siciliane" e "Feste patronali in Sicilia".
Nel più recente saggio "Santi a mare - Ritualità e devozione nelle comunità costiere siciliane" ( Regione Siciliana, Assessorato ai Beni Culturali, 2009 ), Sergio Bonanzinga e Marta Di Mariano ricostruiscono la storia dell'"uomo-pesce" di Acitrezza, citando una descrizione del rito offerta nel 1912 dal parroco del borgo marinaro, Salvatore De Maria.
Secondo questa testimonianza, l'origine del rito sarebbe legata alla creazione di un simulacro ligneo del Patrono, scolpito alla metà del Settecento:


"Una specialità però propria che esalta il popolo, e che qui descriviamo, è la così detta pesca del 'pesce'; l'azione è sul mare: rappresenta la pesca del pesce spada quale si fa nello Stretto di Messina: ivi un marinaio da un'alta antenna, piantata in mezzo ad una barca, spia il pesce che passa per lo Stretto; in un'altra barca più piccola, a lancia, quattro o cinque marinai son pronti al remo, tostochè il grido della guardia annunzia la comparsa del pesce essi vogano di tutta forza; quello dirige il corso, pronunziando smaniosamente parole pei profani incomprensibili...
Ad Acitrezza è precisamente questa scena che si vuole imitare, ma l'azione assume un che di comico, di pasquinesco, di esagerato.


Il 'rais', quello che dirige la finta pesca, viene rilevato colla banda musicale da casa sua, ove si fa trovare pronto e vestito grottescamente, con calzoni da bagno, uno straccio rosso sulle spalle, che finge di un mantello, e un cappellaccio: incede tenendo aperta sopra di sé un vecchio ombrello colla sinistra, e una canna dalle foglie fresche, che finge di bastone nella destra, e affettatamente ballonzolando per via si dirige fra monelli e curiosi alla marina, sul molo, dove una barca, quella medesima che deve andare in cerca del 'pesce', rilevandolo lo depone a pochi passi dalla spiaggia, su uno scoglio piuttosto largo che qui chiamiamo 'Palombello'.
Ivi salito sul molo più alto, mentre la barca s'allontana, egli comincia a gesticolare convulsamente dicendo:
'A levante! A Ponente!'
Mostrando ora a destra, ora a sinistra, la località dove avrebbe avvistato il 'pesce', che non è altro che un cover uomo in costume da bagno, che nuotando or qua or là, cerca di scansare la barca che lo insegue.
Quando il 'pesce' dopo un certo tempo vien preso e scannato a quella parte del corpo dove viene attaccato un budello di sangue che si versa, il pulcinella dello scoglio, che non lascia di tenere l'ombrello aperto sopra di sé, e il bastone, balla per la gioia: ma ad un tratto il 'pesce', che giacendo supino agonizzante sulla prora, sbatte in acqua, penzoloni dalla barca, i piedi, come uno scatto di balista, salta in mare e fugge, e così i marinai lo perdono.
Non è a dire il disperato loro dolore, e più di quello che sta a dirigere sullo scoglio l'azione, il quale, imprecando, si morde rabbiosamente le dita e straccia le vesti, grida e si butta a capofitto in mare e riappare salendo ancora un poco sullo scoglio ai poveri marinai, che ancor vanno qua e là in cerca e disperati di trovarlo, avvicinandosi alla spiaggia, capovolgono la barca e cascano tutti a mare, mentre il 'raid', anche lui dal suo posto, vi si butta sossopra ed ha termine l'azione.
Non è a dire il numero di barche di curiosi che vi assistono dondolandosi sulle onde quando il mare è un pò agitato, sicché impedisce per la vicinanza al campo di azione, la visuale a molti altri.
Come vede il lettore l'azione è buffa abbastanza e finisce con una fallita, anziché con vittoria: la commedia del 'pesce' daterebbe sin da quando si celebrò per la prima volta la festa del Battista facendo girare nel paese la statua, subito allora costrutta"




lunedì 15 maggio 2017

GABRIELE BASILICO E L'AFFASCINANTE DISFACIMENTO DI PALERMO

Scorcio palermitano di piazza Pretoria.
Fotografia di ReportageSicilia
"Palermo, come tante città italiane - ha scritto il fotografo Gabriele Basilico in "Palermo andata e ritorno", Edizioni Di Passaggio, 2007 - ha il benessere e la malattia che si accompagna alla bellezza struggente legata al passato, così come alle difficili contaminazioni tra storia e contemporaneità rintracciabili non solo nella storia recente dell'Italia, ma di tutta l'Europa.
Come altre città del Sud, è zeppa di cose che non riescono più a stare insieme, che tendono a smembrarsi avvicinandosi a un disfacimento che è il suo problema storico, ma anche la sua natura occulta e più affascinante"

venerdì 12 maggio 2017

COLLOQUI CON PIRANDELLO A ZURIGO

Nel 150° anniversario della nascita dello scrittore agrigentino, riproponiamo i contenuti di un articolo-intervista di Giulio Caprin apparso nel marzo del 1927 sulla rivista "La Lettura"


Luigi Pirandello studente a Bonn.
Le fotografie sono tratte dalla rivista "La Lettura",
opera citata 
Nel marzo di 90 anni fa la rivista mensile "La Lettura" allegata al "Corriere della Sera" pubblicò un reportage intitolato "Colloqui con Pirandello".
L'autore del lungo articolo - il giornalista, saggista e scrittore triestino Giulio Caprin - raccontò di un incontro avuto con Pirandello a Zurigo, durante una conferenza organizzata all'interno della sala da concerti della "Tonhalle".
Lo scrittore agrigentino, in quella occasione, ebbe a leggere "a guisa di conferenza" la prefazione ai "Sei personaggi in cerca di autore", sua ultima produzione letteraria.
Pubblico e giornalisti affollavano la sala, e, come scrisse Caprin, al termine della lettura "a Zurigo, città europea e riflessiva, le domande furono discrete e sensate. 
Per le risposte c'era anche l'interprete: il traduttore tedesco di Pirandello, fedelissimo in tutti i sensi, il dottor Feist, giovane biondo e assorto".
In occasione del 150° anniversario della nascita dello scrittore agrigentino, ReportageSicilia ripropone alcuni stralci di quell'articolo.  
Sono tasselli certamente minori nella sterminata produzione critica dedicata a Luigi Pirandello, che però tratteggiano alcuni aspetti letterari e personali di quello che Giulio Caprin definì "un antiletterato per natura ma letterariamente soddisfatto dell'espressione artistica da lui raggiunta".


Pirandello riceve gli applausi a Parigi,
al termine dei "Sei personaggi in cerca di autore"
"Il romanziere italiano che Pirandello ha più meditato - scrisse il cronista - è naturalmente il Manzoni.
Il libro al quale, per conforto della fantasia, ritorna ancora è l''Orlando Furioso'.
Tra gli stranieri ammira France, ma riconosce di avere avuto le impressioni più forti dai russi: Dostoevskij; in tutte le letterature ha letto moltissimo"

"Senza tuttavia - commenta Pirandello - amare il libro per il libro.
Non sono bibliofilo, le edizioni rare e preziose non mi dicono nulla.
Anche nel libro, quello che conta, è lo spirito.
Il resto è carta che ingombra.
Non credo di possedere nemmeno tutti i libri che ho stampati e che mi sono stati tradotti.
Oramai non tengo a conservare specialmente nulla.
Non ho più casa mia.
Vado da un Paese all'altro; ora seguirò la mia compagnia in un giro a Vienna, Praga, Budapest, forse più in là.
Andando, elaboro dentro di me i miei nuovi libri; quando è il momento, scrivo rapidamente.
Il primo atto della 'Tuda' l'ho scritto in un albergo a Lipsia.
Sono un viaggiatore senza bagagli"


Pirandello con Guido Salvini, Marta Abba
ed il traduttore ceco dei suoi drammi a Praga, nel 1926
"Pirandello, che nell'insieme è abbastanza rassegnato ad essere inteso anche al rovescio - considerò Caprin - quasi quasi si stizzisce quando lo gabellano per filosofo: uno sceneggiatore di tesi astratte vestite di nomi e di panni umani"

"No - egli ( Pirandello, n.d.r. ) protesta - non dipendo da nessuna filosofia. 
Se ne seguissi una, potrei dire di essere monista e spiritualista; perché se non riesco a credere nella immortalità dei singoli che sono forme caduche, credo assolutamente nell'eternità dello spirito.
Ma non sono filosofo.
Il filosofo il mondo lo pensa in concetti e se lo ragiona.
Io non riesco a vederlo e a sentirlo che in immagini: uomini, passioni, urti di uomini.
Sono, nel concreto, un artista.
Le mie creature sono così concrete, umane, che di ognuna potrei dirvi come ha la voce e come ha le unghie.
Si dice che l'arte ha da essere prima di tutto umana; la mia è due volte umana.
Bisogna naturalmente intendersi su questa umanità.
Ha da essere semplice istinto? Gli uomini, povere bestie che urlano il loro dolore?
Restano umane, lo sono di più, con una coscienza nella quale il loro dolore si rifletta.
Questo modo di sentire la vita, che è sempre e che non può consistere mai, l'ho sentito prima di pensarlo; in me c'è stato sempre"

"Pirandello, casato siciliano di provenienza ligure e più anticamente greca - ricordò ancora Caprin - sarebbe veramente 'Pyranghello', 'anghelos' e 'pyr', 'colui che porta fuoco'.
La sua fantasia si è sempre naturalmente compiaciuta dei giochi più difficili sulle corde più tese.
Il suo demone è snodato come un funambolo.
E se anche - come dicono spesso quelli che ne hanno sgomento - fosse un demone cerebrale, tutto lo porta a manifestarsi ben realizzato; come vuole il teatro"

"Teatro di idee il mio? - dice Pirandello - ma nel teatro quello che mi piace moltissimo è proprio lo spettacolo, e lo curo"


Scrivendo i "Sei personaggi in cerca di autore"
Nel raccontare quella conferenza a Zurigo, il giornalista de "La Lettura" sottolineò un curioso episodio che rivela oggi la ritrosia di Pirandello alle attenzioni degli osservatori:

"Dietro a lui nel palco si insinua una disegnatrice che vorrebbe effigiarlo per un giornale berlinese.
Pirandello lascia fare, ma non fa nemmeno nulla per facilitare l'impresa della franca disegnatrice.
Durante l'intervallo, questa gli chiede cinque minuti di posa.
Non può.
Si precipita giù per fumare una sigaretta, nel ristorante.
E la disegnatrice anche lei dietro l'illustre modello fuggitivo; anche se stesse fermo, la cosa non sarebbe facile..."

Infine, durante il viaggio di ritorno in Italia sullo stessa carrozza di un treno, Caprin raccolse da Pirandello il lamento della sua solitudine, "un cupo dolore umano, nell'insopportabile desolazione dei suoi ricordi desolati":

"Sono un uomo che ha tagliato tutti i ponti.
Perché avere una casa?
Di quella che avevo comprata a Roma vorrei disfarmi.
Invecchiare in un luogo?
Non si può invecchiare che con la propria compagna, ed io, ... vuoto, vuoto; i figli, necessariamente, a un certo momento si fanno la propria vita.
Ma non è vero che io sia un distaccato, vuoto dentro...
Ho una mia vita di sentimenti, tutta mia, complessa, per me..."



domenica 7 maggio 2017

LA LEZIONE DI PAESAGGIO DI ENZO SELLERIO

Campagna catanese di Maletto ( 1973),
una delle fotografie di Enzo Sellerio
esposte allo Spasimo di Palermo nel marzo del 1998
nella mostra "Scritture di Paesaggio"
Paolo Di Salvo ha suggerito una verità sulla quale un cultore dilettante delle fotografie paesaggistiche non aveva mai riflettuto prima abbastanza:

"Guarda le vecchie fotografie paesaggistiche degli Alinari: le figure umane ne completano la lettura, dando forza narrativa all'immagine"

Le parole di Paolo - silenzioso protagonista  con le sue fotografie di una stagione feconda e irripetibile della cultura bagherese ( vedi lo straordinario "Due ruote" edito nel 2007 da Eugenio Maria Falcone, dedicato ai maestri artigiani del carretto ) - mi sono tornate alla mente riaprendo le pagine del volume "Scritture di Paesaggio".

Castello di Sperlinga, ( 1967 )
Il libro raccoglie un centinaio di opere di fotografi siciliani esposte nell'omonima mostra nel marzo del 1998 allo Spasimo di Palermo, su iniziativa della Facoltà di Lettere e Filosofia.
Nella presentazione alle sue fotografie, Enzo Sellerio scrisse:

"L'invito a partecipare ad una mostra sul paesaggio, mi ha trovato un pò 'spaesato'.
L'avevo accettato con leggerezza, ma poi mi sono accorto che non mi riusciva facile riunire quella decina di fotografie che mi era stata richiesta...
Qual'è dunque il rapporto dei fotografi con il paesaggio?
A costo di essere accusato di eresia, ritengo che possa essere alla lontana paragonato a quello che intercorreva tra gli antichi incisori e i pittori di cui riproducevano e divulgavano le opere traducendole nel bianco e nero delle loro lastre.
Il fotografo oltre al bianco e nero ( sui paesaggi a colori - se si eccettuano pochi casi, Ernest Haas in testa - si stenda un velo pietoso ) ha a disposizione anche la scelta del punto di vista e del taglio; il che però non avviene sempre, perché la scelta può essere obbligata.

Castello di Sperlinga, ( 1967 )
Io ero fiero di una fotografia, esposta in questa mostra, in cui si vede la campagna di Sperlinga ripresa dalla sommità del castello.
Tempo dopo ho rivisto la stessa immagine, firmata da un altro fotografo che conosceva la mia: quindi si trattava di una citazione, non di una invenzione.
Tuttavia anche la mia, me ne sono accorto con dispiacere, non era un'invenzione vera e propria, perché anni dopo ho rivisto la stessa inquadratura - tale e quale - in un vecchio libro dei primi anni del Novecento.
Il paesaggio a cui tenevo tanto veniva declassato al rango di documento, ossia di un'immagine che doveva essere ripresa da un punto determinato...
La fotografia di paesaggio offre un più vasto campo all'invenzione quando si presenta come il teatro dove si svolge un'attività umana.
'Dipingere paesi da sé senza gli uomini che infondono lo spirito loro, vorrebbe parere come scolpire nasi e capigliature da sé'.

Altopiano ragusano, ( 1967 )
C'è in questa mostra un'altra fotografia che mi sta particolarmente a cuore.
E' quella di un carrubo solitario, una sfera emblematica che campeggia nell'altopiano ragusano al centro di una serie di muretti che si susseguono verso l'orizzonte.
Questa immagine, madre di tante altre che le rassomigliano in modo impressionante, non è un semplice documento ma un'invenzione, che dovrebbe essere tutelata da un brevetto.
Io penso però che il mezzo che meglio di ogni altro possa rappresentare il paesaggio sia ancora la pittura - o quel che ne resta - : perciò questo carrubo lo voglio dedicare a quel solitario vate del paesaggio che è Piero Guccione, di cui ammiro i lirici trasalimenti cromatici con cui il suo pennello sa trasformare in sognanti miraggi la greve e dolente natura di quelle pietraie..."

E' vero, come ha scritto Sellerio, che la fotografia di paesaggio può essere considerata più "documento" che espressione del gusto e della sensibilità del fotografo.
E' però è anche vero che anche il paesaggio non è immobile, offrendosi in aspetti diversissimi via via determinati dal variare della luce del giorno e delle stagioni.
Le campagne siciliane, ad esempio, sono di un verde irlandese in inverno e di un giallo desertico nei mesi estivi; ed anche nella fotografia d'architettura, la luce meridiana interpreta diversamente da quella del mattino la superfice ed i volumi delle pietre.
La "documentazione" del paesaggio allora è comunque affidata alla lettura del fotografo, che sulla materia potrà fare tesoro dei pensieri di Paolo Di Salvo di Enzo Sellerio e di un altro osservatore della Sicilia, Gesualdo Bufalino:

"Il paesaggio non è soltanto belvedere di albe e tramonti, ma anche esito di braccia, utensili, intelligenze" 

    

PESCI E PESCATORI DI FAVIGNANA

Vendita del pesce sul molto del porto di Favignana.
Le fotografie sono di ReportageSicilia
"Mezzo secolo fa i fondali di Favignana, per la loro ricchezza, rappresentavano il sogno di ogni subacqueo.
Aragoste, polpi, dentici, cernie, grosse ricciole, splendide corvine, guardavano senza paura l'uomo armato di fucile subacqueo pronti ad arricchire il suo carniere.
Le orate, scriveva Maurizio Sarra in un articolo di 'Mondo Sommerso' del 1961, si dondolavano a Cala Rossa a fior d'acqua, come se fossero venute in superfice a prendere il sole.
E lo stesso Sarra si immergeva in quel lontano 1961 dentro la cala del Porticciolo vecchio, in pochi metri d'acqua, e risaliva dopo mezz'ora con due sacchi pieni di aragoste prese con le mani, che poi regalava ai favignanesi dato che a quel tempo non c'erano turisti né un vero e proprio mercato del pesce...



Nell'arco di quarant'anni Favignana si è venuta evolvendo da comune agricolo a comune marinaro, dove i prodotti della piccola pesca artigianale - triglie, scorfani, dentici, seppie, ombrine, saraghi, orate, polpi, aragoste, inizialmente abbondantissimi - sono via via diminuiti al punto che il loro reperimento, nei periodi di maggiore afflusso turistico, è divenuto un problema"

Malgrado il depauperamento delle risorse ittiche locali - lamentato da Maria Guccione in "Frascatole - Favignana, ricette ed altre storie" ( Coppola Editore, 2009 ) - la maggiore fra le tre isole delle Egadi continua ad ospitare un vivace mercato del pesce.




La vendita si svolge la mattina, di buon'ora, sulle banchine del porto; gran parte del pescato viene acquistato dai ristoratori locali e ( più o meno tempestivamente ) offerto sui piatti serviti ai turisti.
In ogni caso, un'occhiata sui banchi del mercato del pesce di Favignana rimanda alle consuetudini quotidiane tipiche di tanti piccoli porti del Mediterraneo.



 
Le principali aree di pesca nell'isola - si legge in "Mar dei coralli, la pesca artigianale in provincia di Trapani" ( Consorzio Universitario Provincia di Trapani e Istituto di Biologia Marina, 1997 )  si trovano a S di Favignana, tra Punta Lunga e Cala Grande; altre zone battute sono quelle del Banco dei Pesci, la Secca del Toro, della "Furitana" e "Mparaò", quest'ultima zona di riproduzione fra Punta Marsala e lo Stagnone.




Dopo il tremaglio, i pescatori di Favignana utilizzano i "conzi", il cianciolo, quest'ultimo soprattutto fra Punta Fanfalo e Punta Lunga e Cala Rossa, tra Favignana e Levanzo, fra gli isolotti Galera e Galeotta, il Banco dei Pesci e le secche del Toro e "Furitana".








   

lunedì 1 maggio 2017

BORSEGGI ED INCHINI PER IL BOSS DEI DANISINNI

Ritratto di don Gaetano Filippone, capomafia di una Palermo a cavallo fra vecchie e nuove attività criminali 

Gaetano Filippone, capomafia palermitano
dei Danisinni negli anni Cinquanta e Sessanta.
Le fotografie sono tratte dall'opera
di Rosario Poma e Enzo Perrone "Quelli della lupara",
edita da Casini nel 1964
Nel  1987 il giornalista palermitano Roberto Ciuni diede alle stampe "Mafiosi" ( Tranchida Editori ), una raccolta di profili di noti capimafia e comprimari di Cosa Nostra.
L'opera di Ciuni - cronista "quando usava ancora andare con il taccuino in mano anche dai delinquenti più sanguinari", secondo lo stesso autore - presentò una rassegna di mafiosi in auge in Sicilia negli anni Cinquanta e Sessanta: il periodo in cui molti di loro vissero il passaggio tra le attività criminali di una tradizionale società rurale e quelle di una spregiudicata economia urbana.
La ribalta narrativa di Ciuni incluse personaggi come Genco Russo, Luciano Liggio, Diego Plaia, Totò Greco e Pippò Calò, ciascuno con la propria dote di aberrante e spesso grottesco "fare" mafioso.
I loro ritratti - scrisse Roberto Ciuni ( un'indicazione che purtroppo non ha perso di attualità ancora nel 2017 ) - possono fare capire "come e perché l'Isola produce mafia e tanti siciliani, sia in Sicilia che nel resto del mondo, vanno dietro ai mafiosi".
Nel libro di Ciuni trova marginalmente spazio il nome di un vecchio capomafia palermitano: Gaetano Filippone, "ras" del popolare quartiere Danisinni, ricordato come perfetto "omo di panza" e per l'adesione - nel dopoguerra - al Movimento Indipendentista Siciliano.

Salvatore Filippone, figlio di Gaetano,
fotografo all'interno della Questura di Palermo
Il suo potere - esercitato con lo stereotipo dell'anziano capomafia saggiamente in grado di dispensare consigli e risolvere contrasti, "doti" anni dopo ricordate da Tommaso Buscetta - fu esteso nel cuore urbano di quella Palermo che dalla via Maqueda arriva al limite di Porta Nuova: un reticolo di strade e piazzette che comprendono quartieri come l'Albergheria ed il Papireto.
Secondo quanto ricordato da Aurelio Bruno ed Emanuele Limuti in "Spie a Palermo" ( Edizioni Lussografica, 2004 ), Filippone aveva il monopolio dei borseggiatori di Palermo:

"Quando era libero da impegni personali e nonostante già anziano - scrissero Bruno e Limuti - il vecchio 'Tano' era solito passeggiare lungo il marciapiede di via Ruggero Settimo all'altezza dell'allora pasticceria Dagnino e si incontrava o riceveva i borsaioli che avevano durante la giornata lavorato sugli autobus, intascava i portafogli e i portamonete rubati e la sera ai Danisinni teneva le riunioni di lavoro nelle quali venivano fatte le 'parti' o come si sarebbe detto oggi si sarebbero 'spartiti gli utili'; e, naturalmente anche lui riceveva la sua parte.
La Questura chiudeva un occhio, qualche volta anche entrambi perché, di tanto in tanto, proprio quando non ne poteva fare a meno, faceva fare qualche 'servizietto'...
Il vecchio boss camminava con in tasca un certificato medico rilasciato da Calogero Volpe, noto esponente democristiano e divenuto sottosegretario alle Poste, dal quale era definito affetto da 'malattia cardiaca', cosa che all'epoca non risultava rispondesse a verità..."

Oltre a gestire i proventi dei borseggi - provvedendo alla restituzione del maltolto su richiesta di qualche magistrato in buoni rapporti con gli avvocati del boss - Filippone si curò di intrattenere rapporti con il clan Greco di Ciaculli e con i notabili della politica palermitana di allora.


Agli atti del processo "Pietro Torretta+120", infatti, il suo nome compare in una lista di capimafia implicati in un affidamento irregolare di case popolari, grazie all'intercessione di Salvo Lima, Ernesto Di Fresco e Vito Ciancimino.
Malgrado il ruolo secondario nelle vicende di mafia palermitane del tempo, Gaetano Filippone diede modo ad alcuni dei suoi gregari di scalare le gerarchie di Cosa Nostra: fra questi, Gerlando Alberti e, soprattutto, Pippo Calò.
Negli anni in cui i boss si avvicinavano sempre più ai salotti della politica cittadina esibendo stili di vita borghesi - è il caso dei fratelli La Barbera, che a Palermo abitavano nell'elegante via Veneto - Filippone si spostava utilizzando in prevalenza gli autobus.
Quello che i giornali del tempo definirono "il boss di Porta Nuova" non viaggiava in auto ma a bordo di un calessino trainato da un morello chiamato "Palù", ovvero Paolo.
Per gli inviati dei giornali che mettevano piede a Palermo, don Gaetano Filippone era un personaggio che incarnava la figura di un "mamma santissima" vecchio stampo, ancorato ai modelli più arcaici della fenomenologia mafiosa.
Di lui così scrisse sul settimanale "Epoca" ( 14 luglio 1963 ) il giornalista e saggista Brunello Valdano:   


"Chi suppone che al mafioso sia necessaria una certa prestanza fisica  e rapidità di riflessi per maneggiare di scatto, all'occorrenza, un'arma, non conosce don Gaetano Filippone.
E' un ottantaquattrenne indicibilmente grasso, il cui respiro asmatico, per i suoi accoliti, è un suono confortante e commovente, come lo è per gli amanti del mare il rumore della risacca.
Ha una faccia ridente e paterna che somiglia a quella dell'attore Cesco Baseggio, e porta all'indice della mano destra un anello d'oro con un'agata enorme dov'è inciso il suo stemma: un leone rampante.
La sua autorità non eguaglia quella di Genco Russo, a proposito del quale si suol ammonire: "lo disse Genco Russo, è parola di Cassazione!", ma si commisura comunque in questa frase: "lo disse don Gaetano, è parola di tribunale!".


Tempo fa, a Brindisi, si svolse un processo per una rivolta di detenuti al carcere dell'Ucciardone.
Tra i pregiudicati era il figlio di don Gaetano, Giuseppe, che era già stato assolto per insufficienza di prove dall'accusa di omicidio  e che fu prosciolto pure da quella di ribellione.
Subito dopo il processo, don Gaetano Filippone invitò a pranzo alla trattoria "Del Mare" quattordici ex detenuti, anch'essi liberati, che in carcere avevano servito suo figlio come umili attendenti.
Prima che la cena cominciasse, tra lo sbigottimento dei camerieri e dei clienti, i quattordici giovinastri si inginocchiarono uno alla volta innanzi a don Gaetano e gli baciarono l'anello d'agata e d'oro"