sabato 28 ottobre 2017

GLI ETERNI PUPARI E I VECCHI CIRCOLI DELLA POLITICA SICILIANA

Satira politica in una pagina della rivista "Siciliamondo",
edita a Palermo nel febbraio del 1960
"Le elezioni del 5 novembre in Sicilia saranno un test nazionale.
Il solito teatrino di oscuri burattinai o un'inedita sfida tra brave persone?"

Così la bella copertina di uno degli ultimi numeri de "il venerdì" di "Repubblica" - una fotografia di pupi ritratti nel teatro palermitano di Mimmo Cuticchio - presenta con il titolo "pupi e pupari" un reportage di Francesco Merlo sul prossimo voto delle regionali.


Circolo della Democrazia Cristiana
nella frazione trapanese di Purgatorio.
La fotografia è tratta dalla rivista "Il Ciclope",
edita a Palermo nell'ottobre del 1957
Accanto ai candidati al ruolo di presidente della Regione - un esponente storico della destra siciliana con la concorde fama di galantuomo, un rispettabile rettore universitario esordiente in politica e dal volto pulito, il figlio di un giornalista ucciso dalla mafia con una storia di coerente intransigenza, un ex magazziniere promosso a geometra e "convinto nel valore dell'essere umano" - esiste una pletora di personaggi che tirano da mesi le fila del gioco elettorale: i "pupari", appunto. 
In Sicilia, la categoria non ha mai perso né ruolo né potere: sono loro, al di là delle capacità degli aspiranti presidenti della Regione, a deciderne ascesa e declino. 
Da sempre, i "pupari" scelgono gli amministratori ed i burocrati, veri padroni della macchina regionale.
Come mosche che affliggono il corpo ammalato dei palazzi del potere, i "pupari" tessono e disfano alleanze, stringono accordi, concordano scambi di poltrone, organizzano spregiudicati e immorali colpi di mano.
Non è così azzardato pensare che, ancor prima dell'apertura dei seggi elettorali, la sovranità popolare nella scelta di questo o di quel candidato sia in realtà affidata alle decisioni di questi pervicaci manovratori del gioco della politica.


Campagna elettorale del PCI in Sicilia.
La fotografia è tratta dalla rivista "Il Ciclope",
opera citata
Agli elettori dei nostri tempi, non rimane più neppure la possibilità di esprimere un voto che rispecchi l'ideologia identitaria di vecchi partiti come la Democrazia Cristiana ed il Partito Comunista.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia ricordano gli anni di quella contrapposizione politica, in cui ogni paese siciliano ospitava i circoli con lo scudo crociato e la falce e martello. Erano quelli luoghi di discussione e di raccolta di voti, a volte con criteri non meno immorali rispetto alle maniere dei "pupari" dei nostri giorni: cambiati i metodi, è il triste e immutabile destino della politica siciliana.




martedì 24 ottobre 2017

L'INFOCONATO SENSO AMOROSO DELLA SICILIA DI TECCHI

Pena d'amore e trivio a Palermo, ottobre 2017.
Fotografia di ReportageSicilia
Era il 1945 quando Einaudi pubblicò "L'isola appassionata" dello scrittore laziale Bonaventura Tecchi.
Il libro, ricordato dopo decenni di oblio dall'antologia "Cento Sicilie" di Gesualdo Bufalino e Nunzio Zago ( Bompiani, 2008 ), fece scoprire nella precarietà italiana di un conflitto appena concluso il complesso dei valori affettivi ed amorosi in Sicilia.
Tecchi ne aveva avuto singolare conoscenza a Palermo, a partire dal luglio del 1940, nel suo ruolo di militare addetto alla censura postale.
L'esame delle lettere scambiate fra soldati e familiari nei mesi della guerra lo autorizzò a scoprire "nel bene e nel male" ( il bene della pena di amore scritta sul muro di una chiesa palermitana, il male della trivialità tracciata sotto quella frase ) - la "miniera degli affetti umani" nell'Isola.

"Dovendo per la ragione della mia mansione aprire lettere private, ficcare il naso negli affari altrui e spesso in cose intime e gelose - spiegava Tecchi - quale strumento mi era offerto per conoscere il cuore segreto degli uomini, per conoscere l'anima dell'isola!"

Lo scrittore di Bagnoregio ebbe modo di leggere lettere assai diverse per ispirazione e ruoli di attore nei rapporti affettivi e sentimentali: fidanzati, sposi, amanti, fratelli o genitori in pena per la sorti del figlio partito per la guerra.



Da questa miniera di differenti espressioni d'amore, Bonaventura Tecchi trasse l'impressione di una Sicilia "isola della luce, miniera di affetti famigliari".

"Ma quel che mi sorprendeva di più - si legge ne "L'isola appassionata" - era che accanto alle espressioni appassionate ( 'amore infoconato' diceva la lettera di una ragazza del popolo; e un bersagliere: 'questo mio cuore tutto di fuoco' ) c'erano anche i toni della delicatezza, della gentilezza...
Quelle donne innamorate, quella sognante malinconia, quegli affetti 'ideali', quelle Mene e quelle Rosalie che leggemmo in Verga, descritte con sì acuto senso di poesia ma alle quali, come creature in carne ed ossa, avevamo creduto sì e no, erano 'vere', esistevano veramente.
'Il mio cuore è stretto in un oblio di lacrime'... scriveva una: 'il mio acutissimo pensiero sopra di te'".



domenica 22 ottobre 2017

I LEGAMI FRA MAFIA ED ABUSIVISMO EDILIZIO NELL'AGRIGENTINO

Maiolica a Mazara del Vallo.
Fotografia di ReportageSicilia

"L'organizzazione mafiosa è particolarmente presente nell'agrigentino nel settore delle costruzioni edilizie e opere di interesse pubblico e stradali.
In centri come Canicattì, Licata, Sciacca, Palma, Ribera, buona parte della speculazione edilizia porta il marchio dell'iniziativa di gruppi mafiosi i quali hanno operato, come nel caso di Licata, Canicattì, Palma, in stretta collaborazione con le amministrazioni comunali dirette dalla DC e dal centro-sinistra, ritardando ed in alcuni casi impedendo l'elaborazione e l'approvazione da parte dei consigli comunali degli strumenti urbanistici, accaparrandosi le aree a basso costo o addirittura le aree di proprietà comunale"

RELAZIONE DI MINORANZA DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA, 1976


sabato 21 ottobre 2017

LE MEMORIE MIGRATORIE DEL MUSEO DI ACQUAVIVA PLATANI

Immagini e documenti dell'esodo di massa che ha spopolato il paese celebrato da Vittorini e Quasimodo 

Immagini del Museo dell'Emigrazione ad Acquaviva Platani,
il paese della provincia nissena che dagli anni Cinquanta
vive un costante e progressivo spopolamento.
Le fotografie sono di ReportageSicilia



Ci sono fotografie di nuclei familiari ingiallite da tempo e quelle storiche delle miniere di salgemma e zolfo, che, sino agli inizi degli anni Cinquanta, fecero di Acquaviva Platani un prospero paese di 4.000 abitanti.
E ci sono poi gli oggetti di ciò che accadde "dopo": vecchie valigie e vecchi passaporti con i visti d'ingresso per Inghilterra, Belgio, Francia, Stati Uniti e Canada, ed ancora i 78 giri di Caruso e gli oggetti del lavoro domestico che gli emigrati acquavivesi portarono con sé.


Il Museo dell'Emigrazione di Acquaviva Platani è così un luogo di forte identità locale.
Qui i parenti e gli amici di chi è andato via ritrovano volti e storie familiari del passato; e qui, gli anziani emigrati ed i loro figli e nipoti tornati in paese per le feste di Pasqua o di Natale riconoscono le proprie origini.
Legate a quei ricordi,  di questo centro adagiato sulle colline del Platani rimangono le descrizioni letterarie di Elio Vittorini e Salvatore Quasimodo:


"Pensate un po' ad Acquaviva, molto lontana nello spazio: una solitudine in bocca ad un monte" ( "Conversazioni in Sicilia" )


"Forse / dà fiato ai pianori di Acquaviva / dove il Platani rotola conchiglie / sotto l'acqua / fra i piedi dei fanciulli / di pelle uliva" ( "Che vuoi, pastore d'aria?" )

Il Museo - fondato nel 2005 e curato con orgoglio da Maria Luisa Noto - è un piccolo vanto per questo comune della provincia nissena, oggi alla prese con un inarrestabile spopolamento.






I residenti sono appena 932, il 60 per cento dei quali d'età superiore ai 60 anni.
Nel tentativo di favorire l'afflusso di nuovi abitanti, l'amministrazione comunale ha deciso di vendere ad un euro gli immobili in stato di abbandono.
Nel frattempo, si fatica però a costituire le classi della scuola primaria e secondaria.
Insieme a poche attività commerciali, un'azienda di coltivazione di origano e una dedita alla pollicoltura sono gli unici abbozzi di impresa: la penuria di lavoro scoraggia chi non vorrebbe partire.





La visita al Museo fa insomma capire quanto l'abbandono del proprio paese continui ad essere per gli acquavivesi una scelta di vita obbligata.
Intere famiglie - i Solazzo, i Picone, i Mistretta, i Militello, gli Alfano - hanno alimentato in passato un esodo che iniziava con il trasferimento a Caltanissetta, prima tappa di viaggi lunghissimi in treno ed in nave.
La prima emigrazione da Acquaviva Platani risale alla metà dell'Ottocento, ed ebbe come meta la costa Est degli Stati Uniti: New York, New Jersey e Pennsylvania.
Ritroviamo gruppi di acquavivesi in una fabbrica di birra, a Meadville ( PA ), e nelle miniere e nelle fattorie agricole di Utica ( NY ).



All'interno del Museo, si apprezza lo spirito imprenditoriale messo in mostra da molti di questi emigrati.
Pannelli e fotografie immortalano i locali "La Concordia" e "Lo Sceriffo" dei fratelli Militello e di Salvatore Alfano, l'oreficeria di Calogero Giambrone, l'hotel "Orlando" di Giuseppe Orlando ed il ristorante "La Zingarella" di Calogero Vullo.
Colpisce poi il ricordo del ruolo degli usurai, figure costanti nelle storie di migrazioni di ogni tempo: a loro si rivolgevano gli acquavivesi per finanziare i costosi viaggi all'estero, esattamente come accade oggi a tanti migranti africani che approdano nei porti siciliani.



Così, il piccolo Museo di Acquaviva Platani è un luogo dove riflettere sul millenario viaggio dell'uomo alla ricerca del proprio futuro e sul rischio di una desertificazione sociale della Sicilia: un fenomeno che coinvolge ai nostri giorni sempre più ragazzi e ragazze che abbandonano un'Isola diventata ormai terra di transito e di partenza fra continenti. 


    


lunedì 16 ottobre 2017

LA DIMENTICATA RIVOLTA DEL MEDICO CONDOTTO A FLORESTA

Una strada di Floresta in una fotografia
pubblicata dal mensile del TCI "Le Vie d'Italia"
nel dicembre del 1956
Per molti siciliani attenti alle cose della loro Isola, Floresta è soltanto il comune più alto della regione.
Per arrivarci - su un crinale dei monti Nebrodi - bisogna salire sino a 1275 metri: un'ubicazione che per lungo tempo ha limitato la frequentazione del paese, preservandone l'identità dell'edilizia e delle poche centinaia di abitanti. 
Qui la Sicilia offre il suo clima più continentale, con temperature invernali che scendono spesso sotto lo zero: ed allora Floresta viene ricordata nelle cronache regionali dei "disagi del maltempo".
L'isolamento di questo piccolo comune del messinese ha fatto così in modo che Floresta sia stata raramente raccontata dai viaggiatori dell'Isola.
Uno dei pochi articoli dedicati alla sua storia si deve al giornalista e ricercatore catanese Salvo Nibali; lo si può leggere nel volume "Alcune Sicilie" ( Tringale Editore, 1990 ), che raccolse numerosi reportage realizzati in luoghi e fra personaggi della vita siciliana fra il 1983 ed il 1989
In quel racconto, Nibali spiegava la difficoltà di rintracciare documenti sulle origini di Floresta, legate alla storia della famiglia d'Alcontres.
  
"A Floresta tutto è uguale da sempre - scrive Salvo Nibali - le case e le persone hanno la medesima faccia di sempre: solida e antica, giallastra e rocciosa.
Scorre un sangue antichissimo nei volti della gente, preservatisi per lunghi secoli di isolamento.
E' sempre stato il paese che in inverno resta isolato per la neve, il paese più alto dell'isola.
E non ha mai avuto 'giustizia'.
Chi ne ha parlato ha pensato solo alla dolce Inghilterra dei suoi prati verdi d'estate, ai suoi boschi e ai suoi laghetti; o al manto nevoso che la ricopre d'inverno o ai ristoranti dei suoi dintorni.
Invece, Floresta è anche storia e difficile presente fatto di emigrazione e duro lavoro; è silenzio e pace e improvvisa estiva animazione; la semplice ricca ospitalità dei suoi abitanti.
Un medioevo senza castelli o palazzi baronali, il regno della vita lenta ed essenziale, dove si può ancora vivere e non dimenticare..."

Nel suo reportage, Nibali cita inoltre il dato secondo cui "nel 1893 il paese fu teatro di una feroce rivolta contro l'imposizione di nuove tasse".
La notizia trova riscontro grazie alla ricerca tra le pagine ingiallite dei quotidiani del tempo, aggiungendo spunti di curiosità e di studio sulle poco note vicende di Floresta.



La "feroce rivolta" ebbe in effetti luogo nell'ottobre di 124 anni fa, quando venne istituita una tassa comunale per mantenere in vita il servizio di un medico condotto.
Gli abitanti di Floresta - già afflitti da difficili condizioni economiche - misero mano a bastoni, roncole ed altri attrezzi agricoli, circondando il Municipio.
Sindaco ed assessori fuggirono; i dimostranti allora elessero per acclamazione un nuovo rappresentante comunale, mentre i due carabinieri che avevano di sedare la rivolta furono disarmati e fatti prigionieri.
Come accaduto per ogni moto siciliano, la sollevazione durò poco: il tempo necessario perché fanti e gendarmi partiti da Patti e Messina raggiungessero il paese, ristabilendo l'ordine e l'imposizione ai florestani dell'impopolare tassa.

giovedì 12 ottobre 2017

LE DEVOTE RAFFIGURAZIONI MAZARESI IN ONORE DI SAN VITO

Un'espressione del culto di Mazara del Vallo
per San Vito, patrono della cittadina trapanese.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia
Invocato come santo protettore dei marinai, protagonista di un Festino che, durante l'ultima settimana di agosto, coinvolge la cittadina non meno di quanto accada a Palermo per il Festino di Santa Rosalia, San Vito gode a Mazara del Vallo di un culto che accompagna la vita quotidiana dei mazaresi.
Basta così fare una passeggiata fra le viuzze e le piazze del centro storico, per imbattersi in saracinesche o pareti decorate da raffigurazioni o invocazioni dedicate al santo che secondo la tradizione nacque a Mazara del Vallo al tempo dell'imperatore Diocleziano.
San Vito - rappresentato in abiti di età romana - si sarebbe convertito grazie alla dottrina del pedagogo Modesto e della nutrice Costanza e sarebbe diventato quindi un martire del cristianesimo.



Il rapporto che lega Mazara al suo santo - ha scritto Antonino Cusumano ( "San Vito e il mare nel festino di Mazara", in "Santi a mare, ritualità e devozione nelle comunità costiere siciliane", Regione Siciliana, 2009 )

"è per molti versi metafora del più complesso e imprescindibile rapporto della città con il mare...
Il rapporto della città col suo patrono protettore è rimarcato da innumerevoli segni territoriali, da statue e da immagini collocate all'aperto, nelle chiese e nelle edicole votive, nonché da reliquie del suo corpo conservate in teche d'argento..."

  

domenica 8 ottobre 2017

UNO STORICO SCHERNO DEI TONNAROTI DI MILAZZO


Ancore di tonnara sulla costa di Milazzo.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
sono di Alfredo Camisa e vennero pubblicate nel 1961
dal saggio "Lo Stretto di Messina e le isole Eolie",
edito dall'Automobil Club d'Italia

Il mare siciliano è un crocevia di miti, leggende, racconti della tradizione orale e rappresentazioni legate alle attività della pesca.
Il dato riguarda soprattutto la provincia di Messina, bagnata dalle acque dello Stretto e scenario non a caso dell'epopea letteraria costellata da mostri e sirene dell'"Horcynus Orca" di D'Arrigo.
A conferma di questa propensione, a Messina sono ancora vive molte leggende marinare e la città vanta il monumento che rappresenta Poseidone impegnato a placare la forza di Scilla e Cariddi.
Nel 1961, l'antropologo Aurelio Rigoli ricordò così una rappresentazione di scherno fino a qualche anno prima organizzata dai "tonnaroti" di Milazzo nei confronti dei pescatori di pescespada costretti ad inseguire la preda nell'area dello Stretto:
 
"Tonnaroti famosi sono quelli di Milazzo, noti per la loro abilità.
Se non avvistano nel periodo della pesca i tonni, sogliono calare in mare l'effige di San Francesco di Paola o di Sant'Antonio da Padova.
Fino a qualche anno fa i tonnaroti di Milazzo, per scopi campanilistici, rappresentavano il giorno di San Giacomo una farsa che metteva in burla i pescatori del pescespada, temibili concorrenti e sul mare e sul mercato.


Veduta di Milazzo.
Autore ed opera citati
Sul cornicione di una chiesa, che sorge vicino al mare, saliva un marinaio; un altro, in abito da pagliaccio, prendeva posto in una barca assai piccola; altri cinque o sei in un'altra barca.
Il pagliaccio faceva la parte del pescespada: l'uomo sul cornicione gridava:



'Va susu! Va iusu!' ( 'Il pescespada va sopra, verso capo Faro! 'Ora va giù, verso Messina!' )



Quando la barca con gli uomini che facevano la parte della ciurma era vicina, un calcio ben assestato faceva capovolgere la barchetta con il pagliaccio.
E la festa aveva fine con fragorose risate da parte del pubblico..."

giovedì 5 ottobre 2017

LA DISATTESA SCELTA DEI SICILIANI CONTRO LA MAFIA

Fregio architettonico ad Isnello.
Fotografia ReportageSicilia
"Senza una profonda rivoluzione democratica, senza un capovolgimento radicale che muova dagli strati fino ad oggi rimasti nell'Isola in posizione subalterna, la presunta scomparsa della mafia si rivelerebbe nulla di più che la contemporanea o successiva apparizione di una mafia giovane e nuova.
Eppure non c'è scelta: le province mafiose della Sicilia diverranno italiane ed europee nella misura in cui verranno scoprendo i valori e gli strumenti di una vita associata che non si fonda sulla parrocchia e sul gruppo e neppure sul prestigio e sull'audacia ma sulla legge e sul diritto, impersonalmente rappresentato dalle pubbliche magistrature.
Perché, è bene dirlo chiaramente, soprattutto ai siciliani, fin tanto che la mafia non sarà debellata, fin tanto che il senso e il costume giuridico non saranno maturati a tutti i livelli della vita pubblica e privata, il progresso economico e sociale rimarrà intralciato e rallentato e potrà anche essere deviato e sfruttato a fini di speculazione monopolistica, invece che utilizzato a fini di benessere della comunità"
DOMENICO NOVACCO, "INCHIESTA SULLA MAFIA", FELTRINELLI, 1963

L'IGNARA PASSEGGIATA DEI PALERMITANI SULLE ROVINE DELLA GUERRA

Il mare del Foro Italico colmato
dai detriti edilizi dei bombardamenti alleati a Palermo.
La fotografia riproposta da ReportageSicilia
è tratta dl "Bollettino dell'Ordine degli Ingegneri
della Provincia di Palermo" del settembre-dicembre del 1952
"All'indomani della guerra, il paesaggio urbano di Palermo si presentò completamente devastato e intasato dalle macerie degli edifici colpiti ( il 42 per cento della città distrutta ).
Il governo Alleato, approfittando del nuovo piano regolatore della città, decise di riversare tutte le macerie nel tratto di mare di fronte al Foro Italico.
La superficie del mare oggi ricoperta da terra e manto erboso ha un'area di oltre 40.000 metri quadrati, la cittadinanza palermitana odierna porta lì le proprie famiglie per un pò di svago domenicale in mezzo al verde; ciononostante non tutti i palermitani sanno che oggi i loro bambini giocano su quello che rimane di fisico della distruzione causata dai bombardamenti aerei del 1940-1943"


Con questi dati e con queste considerazioni, i ricercatori Samuel Romeo e Wilfried Rothier concludono la loro recente ricostruzione dei bombardamenti che devastarono Palermo durante la seconda guerra mondiale ( "Bombardamenti su Palermo, un racconto per immagini", Istituto Poligrafico Europeo, 2017 ). 
Gli stessi autori dell'accurato saggio sottolineano che non esistono dati univoci sui danni provocati dalle bombe alleate e tedesche nel capoluogo dell'Isola: una circostanza favorita dal clima di incertezza e dalle difficoltà logistiche  che accompagnarono il censimento degli immobili civili ed industriali danneggiati o devastati dagli ordigni. 
Le informazioni riproposte da ReportageSicilia provengono da un "Bollettino dell'Ordine degli Ingegneri della provincia di Palermo" datato settembre-dicembre del 1952.
La pubblicazione inserisce i suoi dati all'interno di un lungo articolo dedicato alla Relazione al Piano di Ricostruzione compilata nel 1946 dall'Ufficio dei Lavori Pubblici del Comune di Palermo.
Nel documento si legge:

"Durante tutto il periodo della guerra furono lanciate sulla città circa diecimila bombe, di cui ottomila esplose.
L'azione aerea assunse la sua maggiore intensità nel periodo gennaio-luglio 1943, nel quale periodo furono sganciate circa settemila bombe, di cui seimila esplose.



Nella sola incursione aerea del 9 maggio 1943 furono sganciate circa quattromila bombe, di cui tremilacinquecento esplose.
Il bersaglio preso maggiormente di mira fu il porto, gli altri rioni della città, benché non siano stati danneggiati nella stessa misura, tuttavia hanno subito danni assai notevoli.
Nei quartieri ad est dell'asse Via Libertà, Via Oreto, cioè quelli più prossimo al porto, scoppiarono circa 5.800 bombe, mentre nei quartieri ad Ovest di quell'asse ne scoppiarono circa 2.200.
Dalle più attendibili statistiche fatte dagli Uffici pubblici competenti, è risultato che su 260.000 vani abitati prima della guerra, più della metà sono andati distrutti o gravemente dannegiati.
Oltre ai danni subiti dalle abitazioni private, la città ha avuto distrutti o gravemente danneggiati 188 edifici pubblici, 46 stabilimenti industriali e tutti gli impianti portuali..."

Nella sua copertina, il "Bollettino" pubblicò la fotografia ora riproposta da ReportageSicilia dell'area del Foro Italico colmata dai detriti provenienti dagli edifici distrutti dalle bombe, o demoliti perché giudicati pericolanti.
L'iniziativa di bonifica fu affidata dal governo militare alleato  a carrettieri ed altri trasportatori privati: non mancarono abusi, speculazioni e violenti contrasti fra personaggi che in qualche caso  sarebbero poi finiti al centro delle cronache di mafia cittadina.
Per incrementare i compensi, sembra che il loro piccone demolitore abbia fatto piazza pulita anche di edifici poco o per nulla danneggiati: un primo esempio di speculazione edilizia, anticipatore del successivo "sacco edilizio" cittadino.



La decisione di sversare in mare le macerie della guerra - alterando per sempre il paesaggio costiero palermitano, dal Foro Italico a Sant'Erasmo ed oltre - è da più studiosi attribuita al generale George Patton, al tenente colonnello Charles Poletti ed al sindaco Lucio Tasca Bordonaro.
Così ha scritto Sandro Attanasio in "Gli anni della rabbia, Sicilia 1943-1947" ( Mursia, 1984 ):

"Il primo ordine dato da Patton a Palermo fu quello di riparare i danni.
I prigionieri di guerra ebbero il compito di ripulire e di metter ordine, cosa che secondo Patton 'non doveva essere stata fatta dai tempi dell'occupazione greca'.
Fu in quella occasione che Charles Poletti ordinò che le macerie venissero scaricate a mare, sulla riva del Foro Italico, dalla Cala a Sant'Erasmo.
Aggiunse così Poletti che così 'Palermo avrebbe avuto un bel giardino a mare'"

La discarica del Foro Italico sarebbe in seguito diventata uno spiazzo abbandonato, occupato stabilmente da giostrai e nomadi.
Solo nel 2000, la vasta area sarebbe stata recuperata con la creazione di quel giardino beffardamente ipotizzato da Poletti
Nel frattempo, 74 anni dopo il 1943, Palermo non ha ancora del tutto cancellato dal tessuto urbano le rovine dei suoi devastanti bombardamenti.


      

  

mercoledì 4 ottobre 2017

RIPOSO FRA I PANNI AL SOLE ED AL VENTO DEL MARE

Fotografia senza attribuzione
pubblicata nel marzo del 1958
dal numero 20 della rivista "Sicilia"
Una giornata di sole e di vento salmastroso, nella Sicilia della metà degli anni Cinquanta.
In una borgata marinara - forse lungo la costa tirrenica o ionica, forse in una delle Eolie - un'anziana donna vestita di nero ha terminato la fatica di sciorinare lenzuola, camicie e canottiere ancora fresche di bucato.
Il fotografo - accreditato soltanto dalla generica indicazione "foto assessorato regionale al Turismo" - ha colto il momento in cui la donna, seduta su uno dei gradini di casa, sembra concedersi un momento di riposo e di meditazione.
Ai suoi piedi, ha appoggiato una capiente bagnina in ferro, necessaria a trasportare la biancheria di una famiglia numerosa: marito, figli e nipoti - forse pescatori, forse contadini - o forse l'uno e l'altro insieme, secondo quella necessità di adattamento ad entrambi i ruoli che ha segnato la vita di tanti siciliani.   

lunedì 2 ottobre 2017

IL SILENZIOSO ABBANDONO DELLA MASSERIA AQUILEIA

Fra Isnello e Castelbuono, l'intatta suggestione di un complesso rurale madonìta un tempo utilizzato per la lavorazione e la produzione di olio di oliva


Fotografie ReportageSicilia
La sua massiccia struttura si scopre a metà strada fra Isnello e Castelbuono, lungo la strada provinciale 9 delle Madonìe.
La masseria Aquileia fa silenziosa e secolare mostra di sé su un pianoro collinare sul versante nord-orientale del pizzo Carbonara.
L'edificio - al pari della maggior parte delle altre masserie costruite nelle campagne siciliane - non ha una data certa di fondazione; è certo però che il suo abbandono risale ad almeno mezzo secolo fa, quando il complesso rurale cambiò proprietario.
Articolato in tre diversi corpi di fabbrica - tutti in discrete condizioni edilizie e per un totale di 526 mq coperti - la sua storia potrebbe avere avuto inizio nel secolo XVII.


Nei decenni che seguirono, l'attività della masseria Aquileia si incentrò principalmente sulle attività di raccolta e lavorazione delle olive; all'interno di uno dei caseggiati è infatti presente un frantoio, mentre nel terreno circostante si trovano una "gebbia" ed un pozzo.
I corpi di fabbrica comprendono gli ambienti di servizio necessari a portare avanti le attività olivicole: quelli residenziali destinati ai proprietari, gli alloggi dei "massari" e dei "campieri", il magazzino per il duro riposo sulla paglia dei braccianti: uomini e donne provenienti dai territori di Isnello e di altri borghi vicini del tempo.



In questa masseria madonìta non esiste alcuna traccia di una cappella o di una chiesetta: luoghi di culto invece spesso presenti in masserie con funzioni residenziali ed agricole più complesse.
Nel recente passato la costruzione è stata al centro di un progetto di recupero, destinato a trasformarla in un'azienda agricola: l'iter per la sua realizzazione è al momento fermo, in attesa anche di un nuovo cambio di proprietà dello storico edificio.
Protetta da una lunga recinzione di filo spinato, la masseria non è attualmente visitabile.
Le fotografie di ReportageSicilia - realizzate dalla strada provinciale - non sminuiscono tuttavia la suggestione di questo antico complesso rurale, inserito in uno scenario naturale fra i più integri delle intere Madonìe.