mercoledì 31 gennaio 2018

IL GUSTO POVERO DELLA CUCINA DI PESCE NELL'ISOLA

Il mercato locale del pesce a Favignana.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia
Giornalista de "l'Ora" visceralmente legata a Palermo, autrice di una dettagliatissima guida cittadina e di una biografia di Franca Florio, Anna Pomar scrisse nel 1994 il saggio "La cucina tradizionale siciliana" ( Edizioni Brancato ).
Del suo interesse per la cultura gastronomica dell'Isola - rilanciato negli ultimi anni, grazie anche alla riscoperta commerciale delle produzioni locali  -  rimane traccia in varie pubblicazioni.
In un articolo intitolato "Gastronomia palermitana" comparso nel novembre del 1969 sulla rivista "Sicilia" edita dall'Assessorato regionale al turismo, Anna Pomar così descriveva alcune caratteristiche della cucina regionale di pesce: 
      
"Nelle zone costiere dove prevale la pesca, esistono alcuni piatti chiamati 'dei pescatori' e certi modi di cucinare il pesce che differiscono però da luogo a luogo, a seconda del tipo di pescato.


Si tratta, in genere, di zuppe, o più propriamente di pesci in umido, nel cui brodo talvolta si aggiunge anche la pasta per costituire delle vere e proprie minestre.
Di zuppe di pesce è improprio parlare perché il concetto comune di 'zuppa' comprende pesci di grosso taglio e di pregio, cosa che non si riscontra generalmente nelle zuppe dei pescatori, formate per lo più da pesci di piccolo taglio, considerati un po' lo scarto delle vendite.


Le pietanze a base di pesce più note nella nostra cucina sono: le 'sarde a beccafico' ( e cioè arrotolate, riempite di pane grattugiato abbrustolito e condito con acciuga, passolina, pinoli e olio, e successivamente messe al forno ), le sarde deliscate, così dette a 'linguata' fritte dopo aver a lungo macerato nell'aceto, la pasta con le sarde ( famosa per il suo sapore forte caratterizzato dai finocchietti ) ed i piatti di tonno ( cucinato in vario modo: a sfincione, fritto, a ragù ) di cui in certi periodi dell'anno la pesca è molto abbondante.
Quasi nessun piatto della cucina siciliana è preparato con pesce pregiato, tranne che nel messinese, dove è diffusissimo il pesce spada, che un tempo si pescava in quella zona..."


domenica 28 gennaio 2018

LA GENUINA PRIMITIVA ISPIRAZIONE DI FILIPPO BENTIVEGNA

Un ritratto fotografico di Filippo Bentivegna,
e, sotto, due delle opere di scultura
realizzate dall'artista di Sciacca.
Le fotografie illustrarono un articolo di Emilio Paladini
pubblicato nel 1960 dalla rivista
"Sicilia, quindici anni di autonomia regionale"
La personalità umana ed artistica di Filippo Bentivegna - lo scultore delle teste in pietra arenaria ed intagliatore di alberi di Sciacca - sono state oggetto di interesse di decine di giornalisti e scrittori di storie siciliane.
Uno delle analisi più complete e ricche di notazioni caratteriali sul singolare personaggio si deve a Stefano Malatesta, sensibile testimone di bizzarre storie e irripetibili personaggi di quel teatro quotidiano è la Sicilia
Nel suo "Il cane che andava per mare e altri eccentrici siciliani" ( Neri Pozza, 2000 ), Malatesta ha così riassunto la singolare ed ossessiva produzione artistica di Bentivegna:

"Le opere vanno giudicate per la loro qualità artistica e andare a rintracciare le eventuali patologie dell'autore, stabilendo una connessione tra i suoi lavori, e, mettiamo, la schizofrenia, non ha alcun senso.
Nè dal punto di vista della scienza e meno che mai dal punto di vista estetico"



Molti anni prima - nel 1960 - un articolo firmato da Emilio Paladini intitolato "Filippo Bentivegna, un artista istintivo e potente" - ne aveva inquadrato il profilo di scultore ispirato da una autentica vena primitiva e simbolista, da contrapporre a quella giudicata "artificiosa" di Pablo Picasso ( altro personaggio finito nella galleria di teste di Bentivegna ):

"Da più di trent'anni - scrisse Paladini sulla rivista "La Sicilia, quindici anni di autonomia regionale" -  quest'uomo, intellettualmente e spiritualmente primitivo, senza cultura né scuola, un autentico contadino ossessionato da una immaginazione febbrile, ha popolato di teste, a migliaia, la sua campagna, scolpendole nella viva roccia del monte e disponendole tutte a gironi, come una bolgia dantesca.
Ha scarnificato gli annosi alberi d'ulivo, con sadica voluttà.
Nella sofferenza dei tronchi contorti, ha racchiuso con tragica potenza espressiva quei mostri, quegli spiriti folli che tormentano la sua anima e lo spingono ad animare la natura arida e rude che lo circonda, conferendole forma d'arte ed elevando a simbolo le forme che crea.
Arte e simbolismo sono in ogni cosa di quello strano regno che riproduce realisticamente il giardino della maga Circe, una bolgia infernale, in ogni testa che rievoca i più celebri personaggi della storia e della letteratura della fantasiosa epopea cavalleresca; nel tormento dei corpi umani intricati con corpi di mostri in continua lotta, in tragica disperazione, in tutte le figurazioni che affrescano le pareti interne ed esterne della sua casa e nello stesso suo autore, in Filippo pietrificatore di miti.
Per i sentieri che si dipartono e si allacciano su una balza di qualche ettaro di terreno si snoda la teoria lunga delle teste e sono quelle di Garibaldi, di Vittorio Emanuele III, di Mazzini, di Napoleone, di Mussolini e di tanti altri storici personaggi.
E vi è anche quella del traditore Gano di Magonza, con gli occhi fuori dalle orbite, schiacciato da una caterva di teste: sono quelle dei paladini traditi a Roncisvalle.
Altre teste di traditori sono pietrificate sulla pareti esterne della Casa del Mistero che conserva i segreti dell'arte di Filippo Bentivegna.
Sono quelle dei suoi nemici traditori perché hanno tentato di rubare i segreti della sua arte.
Fra queste v'è anche quella di Picasso!



Ci piace comparare le due figure: fra Filippo Bentivegna e Picasso vi è un'unica differenza: Picasso ci vuole apparire artificiosamente un primitivo, mentre Bentivegna lo è, naturalmente.
Nel Bentivegna la personalità dell'artista è fusa a quella dell'uomo, talchè la bizzarria dell'arte, il popolo giudica pazzo l'uomo.
Se l'arte è follia il Bentivegna è la più eloquente espressione di questa felice simbiosi.
Egli non ha cultura né scuola, ha solo fantasia e sentimento che vibrano riflessi in ogni sua composizione, or che sviluppi scultoriamente un mito, or che partorisca una opera nuova che dà vita ad un simbolo.
La sua mania è quella ricreare teste e corpi sofferenti, ma vibranti, nel modellato di febbrile ed erotica passione.
La sua filosofia si esprime in una sua frase 'da testa nasce testa', testa intesa come organo motore di ogni umana attività, forziere di passioni e di sentimenti..."




mercoledì 24 gennaio 2018

IL BOCCACCESCO ELOGIO DELLA SALSICCIA A BALLARO'

L'insegna della "Ditta Zarcone"
nel quartiere palermitano di Ballarò.
La fotografia venne pubblicata nell'aprile del 1960
dalla rivista palermitana "SiciliaMondo"
Con un inequivocabile gioco del doppio senso, nella Palermo del 1960 il "carnezziere" Zarcone vantava a Ballarò la dimensione delle sue salsicce.
La fotografia - presentata dalla didascalia "la lunga salsiccia del signor Zarcone" ( evidente condivisione di quel doppio senso ) - comparve sulla rivista "SiciliaMondo" nell'aprile di quell'anno.
In quelle stesse pagine, il periodico palermitano diretto da Franco Nacci affrontò l'argomento del Piano regolatore e di risanamento cittadino dei quartieri storici; fra questi, appunto, Ballarò:

"Anche dopo la guerra del 1915-18 - si legge in un articolo firmato G.Z. - questo del risanamento fu una specie di motivo conduttore, che veniva ripreso di quando in quando, come un ritornello ingannatore.
Anche qui si sono succedute le notizie, i progetti, i piani, gli stanziamenti, ma ben poco si è potuto sinora constatare, poiché tutti hanno modo di osservare come, nelle vicinanze immediate del centro cittadino, si serrino tenaci e retrivi a ogni afflato della civiltà centinaia e centinaia di casupole, di edifici invecchiati, anacronistici e cadenti, in straducole maleodoranti e prive del pur minimo raggio di sole..."




Oggi, il risanamento dei quartieri storici di Palermo - Ballarò, Albergheria, la Vucciria, il Capo, la Kalsa - si può dire solo in minima parte realizzato.
A Ballarò convivono ancora povertà, edilizia fatiscente ed esempi di splendore architettonico, in un tessuto umano che ha nel frattempo accolto - rigenerandosi anche in termini demografici - centinaia di immigrati di origine africana.
Così, il quartiere un tempo nobilitato dalle salsicce del signor Zarcone rappresenta oggi la contraddittoria vitalità di Palermo: qui, il chiassoso e tumultuoso mercato ha una funzione calmieratrice di complesse tensioni sociali, di origine essenzialmente economica.



I turisti che sempre più numerosi affollano Ballarò sono spesso incapaci di leggere questa difficile realtà; di andare cioè oltre quella visione sguaiatamente folclorica della vita nei quartieri popolari palermitani tramandata nel 1960 da "SiciliaMondo".



domenica 21 gennaio 2018

UNA DIMENTICATA AMMISSIONE SULL'INGERENZA MAFIOSA AD AGRIGENTO

Mattonella maiolicata a Palermo.
Fotografia di ReportageSicilia
"Nella provincia di Agrigento, ove la mafia era ed è il potere, e dove parte del potere politico a volte con questa si identifica, la polizia dello Stato non è riuscita mai ad assicurare alla giustizia i criminali più o meno organizzati, sia che i delitti fossero stati commessi contro poveri diavoli, sia che avessero colpito uomini politici appartenenti a partiti al potere, e sia che fossero stati perpetrati a danno di organizzazioni politico sindacali dei partiti di opposizione.
In una relazione politica riservata del dottore Raffaello Rubino, segretario provinciale della DC inviata alla direzione nazionale ed alla segreteria regionale del partito, in occasione dei risultati elettorali del maggio 1956, si legge che nella provincia di Agrigento

'vi sono numerosi ras locali e capi gens incapaci di comprendere che la vita di un partito moderno non può dipendere da chi pretende ubbidienza e servigio politico in nome di un dominio familiare tradizionale e che vorrebbero continuare a controllare l'elettorato con tutto il bagaglio di intimidazione e corruttela del tempo del collegio uninominale'

Per la prima volta, anche se non esplicitamente, in un documento del maggiore partito italiano, veniva denunziata la presenza di 'ras locali' e dei 'capi gens', cioè la presenza di quegli ambigui intoccabili che il popolo siciliano chiama comunemente 'pezzi da 90' e 'mammasantissima'"

MICHELE PANTALEONE, "Antimafia occasione mancata", Einaudi, 1969

ABBANDONO E RISCOPERTA DELLA MATRICE VECCHIA DI CASTELBUONO

Il polittico cinquecentesco
all'interno della Matrice Vecchia di Castelbuono,
opera attribuita a Pietro Ruzzolone.
Le fotografie sono di ReportageSicilia
Numerose opere d'arte testimoniano nelle Madonie un antico sviluppo culturale, spesso con espressioni di raffinata fattura.
Uno di questi esempi è rappresentato dalle opere ospitate all'interno della Matrice Vecchia di Castelbuono, le cui origini si perdono nel tempo, come dimostrato dal cippo del culto solare presente sotto l'altare maggiore, da un riquadro pavimentale con singolari interstizi a croce uncinata e da alcuni capitelli istoriati di origine orientale.

"Tempio pagano prima e poi chiesa cristiana della comunità bizantina d'Ypsigro, il casale che divenne comunità di Castelbuono"

Così ha definito la Matrice Vecchia lo storico castelbuonese Antonio Mogavero Fina.



Malgrado la sua millenaria concrezione architettonica, questa chiesa ha però avuto il singolare destino di essere stata abbandonata per secoli ( conseguenza della fondazione a Castelbuono di una Matrice Nuova ), prima di essere riaperta come parrocchia alla metà degli anni Cinquanta.
Il decadimento e l'incuria sofferti dalla Matrice Vecchia vennero sottolineati in quel periodo da Stefano Bottari; nel 1954 ( "La cultura figurativa in Sicilia", D'Anna Editore ) ebbe a lamentare:

"La chiesa, notevolissima per l'architettura e per il complesso di opere che conserva, è ormai quasi ridotta a magazzino"

A nobilitare il patrimonio artistico la Matrice Vecchia, nei secoli, sono stati soprattutto una statua di Madonna attribuita ad Antonello Gagini ed un polittico cinquecentesco riferito alla mano di Pietro Ruzzolone: paternità - quest'ultima - sulla quale si sono a lungo esercitati e divisi critici e storici dell'arte.


     
Una visita della chiesa rivela poi la sorpresa di alcuni affreschi che evocano nel cuore delle Madonie gli echi delle scuole pisane e senesi del secolo XIV.
La loro riscoperta si deve al complesso restauro eseguito dal perugino Alberto Polidori: un lavoro avviato con l'eliminazione delle numerose imbiancature subite in passato dalle pareti e dalle colonne della chiesa, allo scopo forse di coprire le superfici esposte ai periodi della peste.
Fra gli affreschi venuti alla luce sulle colonne cilindriche della Matrice Vecchia, spicca per delicatezza e leggiadrìa Santa Caterina d'Alessandria ( di "incisiva ariosità rinascimentale", ha scritto Mogavero Fina ).
Allo stesso studioso di Castelbuono, si deve una dettagliata ed evocativa descrizione del grande polittico della Matrice Vecchia:

"Esso - si legge nel reportage "Gli affreschi trecenteschi di Castelbuono", pubblicato dalla rivista "Sicilia" nel dicembre del 1974 - simboleggia il Poema della Redenzione, la cui spiritualità si manifesta per mezzo delle 24 tavole in prospettiva entro la fantasiosa cornice architettonica, ricca di colonnine tortili, trafori, foglie di acanto e filigrane.



Il polittico impegna l'area della spaziosa abside, con i suoi sette metri per cinque.
Nel catino sporge il mezzo busto dell'Eterno Padre scolpito in legno, indi, progressivamente, e con regolare sequenza, si succedono dall'alto in basso, San Gioacchino e san Giuseppe, dai quali si dipartono a mezz'ala l'Arcangelo e l'Annunziata; accanto stanno Santa Elisabetta, madre del Precursore Giovanni, da un lato, dall'altro Sant'Anna che accarezza amorevolmente Maria; fiancheggiano il polittico due profeti scolpiti in legno; al centro sfolgora in superba bellezza la Madonna col Bambino, che sta per essere incoronata da un cherubino; vigiliano ai lati gli apostoli Pietro e Paolo, insieme alle vergini siciliane Agata e Lucia; nella predella scorrono i dodici Apostoli con Cristo raffigurato nel simbolo dell'Hecce Homo..."




Nella Matrice Vecchia di Castelbuono grande suggestione riserva pure  l'area della cripta, anche quasi interamente affrescata con scene tratte dal Vecchio e Nuovo Testamento.
In questo spazio sotterraneo, la giornalista e scrittrice americana Francine Prose ( "Odissea siciliana", Feltrinelli, 2004 ) non trovò ciò che dava per scontato, vale a dire

"lugubri file di sarcofagi contenenti le spoglie dei notabili locali, o labirinti di corridoi freddi e umidi fiancheggiati da sepolcri profanati..."

Dinanzi all'opera degli artisti che lavorarono in questa secolare cripta, la Prose ebbe così modo di imbattersi in una verità spesso inconfutabile nella conoscenza dell'Isola:

"In Sicilia non crediate di sapere già ciò che accadrà, non tentate di prevedere l'esperienza che vi attende dietro l'angolo..."




mercoledì 17 gennaio 2018

LA BANCARELLA DEL "FESTINO" DI GABRIELLA SALADINO


GABRIELLA SALADINO, "Carro di Santa Rosalia con frutta"

IL VENDITORE CATANESE DI ASSENZIO IN UNO SCATTO DI MAX SCHELER

Il venditore di assenzio
fotografato a Catania da Max Scheler junior.
L'immagine venne pubblicata nel novembre del 1957
dalla rivista palermitana "Il Ciclope"
Nella Sicilia del secondo dopoguerra, decine di fotografi italiani e stranieri portarono avanti con i loro reportage un prezioso e spesso dimenticato lavoro di documentazione della società isolana.
A loro, si deve il merito di avere tramandato testimonianze sull'evoluzione del territorio e dei costumi siciliani, in un periodo di passaggio - spesso contraddittorio e traumatico - fra civiltà rurale e spinte urbano-industriali.
L'autore dello scatto riproposto da ReportageSicilia è Max Scheler junior, figlio del più noto filosofo e intellettuale tedesco, figura di primo piano della cultura in Germania agli inizi del secolo XX.
La sua immagine di un venditore ambulante catanese di liquore di assenzio  venne pubblicata nel novembre del 1957 dalla rivista palermitana "Il Ciclope".
Il personaggio ritratto da Scheler ricorda quelli descritti in quel periodo in Sicilia occidentale da Danilo Dolci: una folla confusa e infaticabile di guaritori, venditori ambulanti di verdure selvatiche, raccoglitori di rane, lumache e sanguisughe, cenciaioli, cartonari, ferrovecchiari, spiccifaccende e piccoli usurai.


  
In un italiano piuttosto incerto, il banco di vendita di "absinthium speciale di origini indiane" pubblicizza che il liquore "si prepara in campio del caffè", assicurando all'acquirente "corpo sano e fegato sano".
L'ambulante dell'assenzio rassicura poi i potenziali clienti sul possesso delle autorizzazioni sanitarie e di legge, ottenute nel 1948 dal'"Istituto Chimico Farmaceutico dell'Università di Catania" e dalla "Questura di Ragusa".
La fotografia di Max Scheler ricorda il vario e precario mondo del commercio ambulante a Catania nel secondo dopoguerra, alimentato dall'ingegno e dalla necessità di reperire cibo e materiale di uso quotidiano.
Questo venditore di assenzio rievoca certi personaggi catanesi ricordati da Sandro Attanasio ( "Gli anni della rabbia, Sicilia 1943-1947", Mursia, 1984 ), capaci di produrre 

"strani liquori, frutto di alchimie improvvisate, inventati per spegnere l'implacabile arsura che divorava perennemente i soldati alleati"



L'anonimo personaggio ritratto dal fotografo tedesco arricchisce così la galleria di altri intraprendenti ambulanti del tempo: un tale di Siracusa venditore del "kamiel" - un dolcificante ottenuto dallo sciroppo di fichi e dalle carrube - o quel

"geniale quanto disonesto commerciante che fece fortuna rivendendo a grammi una grossa partita di polvere di tabacco comprata per uso agricolo.
La polvere, mescolata a stallatico ben secco, deliziò i bronchi di irriducibili fumatori..."



lunedì 15 gennaio 2018

LA BELLEZZA DI SEGESTA FRA ARISTOTELE E TEOCRITO

Il paesaggio trapanese di Segesta.
La fotografia è di ReportageSicilia
Razionalità, equilibrio e bellezza: furono queste le qualità che il diplomatico-saggista francese Pierre Sébilleau attribuì al tempio di Segesta.
Le sue impressioni sul millenario sito architettonico della campagna trapanese furono pubblicate nell'opera "La Sicilia", edita in Italia da Cappelli nel 1968.
Le pagine segestane di Sébilleau sono un elogio allo stile dorico dell'edificio - "una forma d'armonia, una sola, procura all'anima la calma perfetta, quella dorica", scrisse citando un'affermazione di Aristotele - e del paesaggio circostante al teatro, quello

"dei campi e dei pascoli che si estendono ai piedi delle montagne, coperti di fiori in primavera, disseminati di pecore cui fanno da guardia grossi cani bianchi...


Essi si gloriano di essere i lontani nipoti di quel leggendario cane Crinisos che ebbe la sorte inattesa di essere cambiato in ruscello dalla ninfa Egesta, dopo avere fatto a questa un figlio perfettamente umano, che divenne, sotto il nome di Aceste, il fondatore di Segesta: siamo in pieno Teocrito, che, del resto, è singolarmente presente in questo paesaggio segestano..."



mercoledì 10 gennaio 2018

L'INSANABILE LESIONE DEL BELICE A CINQUANT'ANNI DAL TERREMOTO


Molto si è scritto, molto si è detto e molto si è promesso in cinquant'anni di storia del terremoto del Belìce.
Oggi bisogna visitare questi luoghi fra le province di Trapani ed Agrigento per capire come il sisma abbia cristallizzato le ferite del territorio e le aspettative delle persone che lo abitano.
E bisogna visitare il Belìce per capire come i nuovi paesi - ancora spopolati da una costante emigrazione - siano stati costruiti più per collocare che per aggregare persone.


Il sisma di cinquant'anni fa non ha provocato solo centinaia di vittime ( il numero preciso non è mai stato stabilito ) ed una colossale devastazione edilizia.
Le scosse hanno lesionato anche il corso della vita di migliaia di donne, bambini e uomini: i terremotati di allora e le generazioni che si sono succedute in mezzo secolo di storia belicina.
Le immagini riproposte da ReportageSicilia ricordano le rivendicazioni rimaste in buona parte senza risposta di quanti capirono, già pochi mesi dopo la devastazione, che gli effetti del disastro naturale sarebbero stati aggravati dall'inettitudine della burocrazia e dall'illegalità.


Le scritte sulle macerie di Gibellina e Salaparuta furono documentate dal fotografo Gabriele Milani e illustrarono un reportage di Paolo Santoro sulla "Domenica del Corriere" del 21 gennaio del 1969.


Illuminante e sostanzialmente attuale è ancor oggi il "sommario" che accompagnò quell'articolo:

"La gente vive ancora come se il cataclisma fosse un dato permanente del suo destino.
E in realtà la necessità di pianificare prima di costruire, gli assurdi burocratici, la mancanza di occasioni di lavoro contribuiscono a creare una situazione di inerzia in cui gli uomini pensano solo a sopravvivere"









 

LO SBARCO ALLEATO A PANTELLERIA IN UN'INCHIESTA DI TOMMASO BESOZZI

Le fotografie scattate a Pantelleria nel 1949,
a corredo di un reportage pubblicato dal settimanale "Europeo"
a firma dell'inviato Tommaso Besozzi.
Nella didascalia si legge, "un'isolana in una via diroccata.
Le poche case rimaste in piedi furono fatte saltare dopo lo sbarco.
Il piano che sarebbe stato attuato
se l'isola non avesse capitolato prevedeva il lancio
di una bomba di una tonnellata
ogni cento metri quadrati della zona fortificata"

L'isola di Pantelleria vanta il ruolo di prima terra d'Europa ad essere stata liberata dagli eserciti dell'Asse durante il secondo conflitto mondiale.
Lo sbarco alleato - che prese il nome di operazione "Corkscrew" ( ovvero "Cavatappi", quasi a simboleggiare la volontà di stappare l'Europa dal suo profondissimo sud ) - avvenne la mattina dell'11 giugno del 1943: Pantelleria era allora abitata da circa 6.000 abitanti, altri migliaia erano sfollati in Sicilia
Tre giorni prima, quattro incrociatori leggeri e quattro caccia avevano cannoneggiato l'isola; nelle stesse ore, una formazione aerea aveva lanciato volantini che invitavano gli 11.420 fra ufficiali, sottufficiali e soldati italiani alla resa.
Il 10 giugno, dopo quello della carta, Pantelleria subì il devastante lancio di 1.400 tonnellate di bombe: con una decisione destinata a provocare una polemica storica, l'ammiraglio pisano Gino Pavesi decise di consegnare l'isola al nemico senza sparare un colpo.
Per quella resa, Pavesi nel 1944 venne condannato a morte in contumacia da un tribunale fascista, con l'accusa di tradimento; in seguito, la vicenda sarebbe stata oggetto di un processo per querela che l'ammiraglio avrebbe intentato contro l'ex comandante Antonio Trizzino, autore del saggio "Navi e poltrone".




Molti degli ordigni piovuti a Pantelleria dal cielo finirono in mare o esplosero sul terreno vulcanico, sollevando una coltre di polvere che finì col nascondere i bersagli agli attaccanti; le vittime sarebbero state in tutto una quarantina, secondo un'inchiesta condotta dall'ammiraglio Jachino.
E' nota l'informazione secondo cui tra le fila alleate i combattimenti  avrebbero fatto lamentare solo un ferito: un soldato morsicato da un asino pantesco, forse riottoso ad accettare l'invasione dell'isola.
Sembra anche che - secondo quanto scritto da Sandro Attanasio in "Sicilia senza Italia" ( Mursia, 1976 ) - "Churchill aveva scommesso con Eisenhower che nell'isola non erano rimasti più di tremila difensori; dopo la caduta di Pantelleria, il terribile Winnie pagò volentieri la scommessa: 5 cent per ogni prigioniero".


"Un gruppo di bambini gioca tra le macerie di piazza Umberto I.
Il 92 per cento delle case è stato distrutto dai bombardamenti;
finora ne sono state riparate solo una cinquantina"
Al di là dell'aneddotica però, un prezioso ed oggi poco noto racconto sull'invasione di Pantelleria e sulle condizioni di vita nell'isola del tempo si deve a Tommaso Besozzi.
L'inviato dell'"Europeo" - reso un anno dopo famoso dall'articolo sulla messinscena dell'uccisione di Salvatore Giuliano - sbarcò nell'isola agli inizi del 1949.
Già all'epoca, la resa di Pantelleria era stata oggetto di dibattito storico; il cronista fece un lavoro di verifica sul campo, per ricavare testimonianze sugli accadimenti di quei tragici giorni di guerra.
Raccolse materiale che gli permise di firmare due articoli, apparsi sul settimanale il 10 e il 17 aprile dello stesso anno; il reportage - intitolato "Perché non spararono i cannoni a Pantelleria, nell'isola tutti scambiarono la flotta americana per l'italiana" - venne corredato dalle fotografie riproposte ora da ReportageSicilia.
Besozzi ebbe modo di ottenere le informazioni da quei panteschi che pochi anni prima erano stati protagonisti e testimoni degli avvenimenti: fonti quindi di "prima mano", tanto più preziose in una rilettura delle loro notizie fatta ai nostri giorni, 75 anni dopo lo storico sbarco.
Il lavoro dell'inviato dell'"Europeo" portò alla conclusione che l'ammiraglio Gino Pavesi aveva consegnato l'isola agli alleati senza avere tradito il suo incarico di fedeltà all'Italia:

"Pantelleria era difesa da quindicimila soldati, ed erano truppe formate per un terzo dagli stessi uomini dell'isola, tra i 18 ed i 45 anni.
Così, oggi, chi voglia cercare testimonianze dirette sulle drammatiche giornate del giugno del 1943, non ha da faticare troppo: l'avvocato, l'impiegato municipale, l'operaio che si incontrano sulla banchina del porto erano, allora, comandante di compagnia, ufficiale del Genio, portaordini...
Le prime opere militari a difesa dell'isola erano state frettolosamente compiute alla vigilia della guerra d'Etiopia.
A quel tempo, Pantelleria aveva una sola strada che portava dal paese alla frazione di Scauri.
Negli altri villaggi e nelle campagne, si arrivava a dorso d'asino.
Si cominciò a costruire l'anello della strada litoranea, lunga 54 chilometri.



Fu piazzata qualche batteria da costa sulle alture vicine al mare e lo si fece in maniera che le volate dei cannoni fossero ben visibili da lontano, perché le navi inglesi, passando al largo, le vedessero.
Il progetto delle grandi fortificazioni che avrebbero dovuto trasformare l'isola in una 'Gibilterra italiana', come fu scritto molte volte, esisteva già allora; ma fu solo nel 1936 che se ne iniziarono i lavori.
Pantelleria avrebbe dovuto avere un porto militare, capace di ricevere anche le grosse unità: si cominciò, infatti, a costruire il molo foraneo, che avrebbe dovuto essere lungo 815 metri; ma la gettata, fatta con pietre di piccola misura, fu dovuta interrompere ad un centinaio di metri dalla riva, perché il materiale troppo leggero e accumulato alla rinfusa veniva di continuo spazzato via dal mare.
I lavori restarono a quel punto, e l'unico risultato che si ottenne fu di ostruire irreparabilmente, con l'accumulo del pietrisco, il vecchio porto mercantile.


"Il primo clarino della banda musicale
studia la parte sulla soglia di casa.
I tre quarti degli abitanti di Pantelleria vivono miseramente:
non mangiano carne e consumano pane d'orzo"

A 500 metri dalla costa, tra il paese di Pantelleria e Kamma, c'è un piccolo lago circolare, infossato tra una corona ininterrotta di alture.
Il progetto di fortificazione prevedeva lo scavo di un canale di comunicazione con il mare e di una ventina di grotte sulle rive dello specchio d'acqua, entro le quali l'acqua doveva arrivare ad altezza sufficiente perché i sommergibili potessero rifugiarvisi e restare al sicuro da qualsiasi offesa.
Ma i mezzi adatti non arrivarono mai.
Un giorno giunse sul posto una compagnia del Genio e si videro i soldati lavorare con grande impegno.
Eseguivano un ordine, sul quale, a Roma, si era discusso per cinque anni e che, ormai, gli eventi della guerra facevano apparire pazzesco.
Infatti, all'indomani, i genieri furono ritirati.
Dell'inattaccabile base sottomarina non restò altra testimonianza che trenta fornelli da mina, scavati nella roccia nera come il carbone, tra il 'Banco dell'Acqua' ( strano nome, per un laghetto chiuso nel fondo di un cratere ) e la costa a picco di Kaggiàr.
La Montagna Grande, al centro dell'isola, doveva essere forata da gallerie per accogliervi le artiglierie di grosso calibro, ma non se ne fece nulla, né si riuscì a portare sull'isola un solo cannone a lunga gittata.
Era già il tempo in cui i critici militari dei giornali scrivevano di Pantelleria come di una fortezza imprendibile.
Gli stessi inglesi, lo si vedrà poi, credevano nella piccola Gibilterra del Canale di Sicilia: prevedevano una lunga resistenza, una sanguinosa conquista.


"Il sindaco di Pantelleria Vincenzo Almanza
parla con un contadino di Ghirlanda.
I vignaioli dell'isola che,
fino a pochi anni prima della guerra
raccoglievano 270.000 quintali di zibibbo l'anno,
sono ora ridotti alla miseria completa"

L'acquedotto era rimasto allo stato di progetto; le famose postazioni in caverna delle quali si è sentito tanto parlare, non sono mai esistite: tutte le batterie erano allo scoperto, sulla sommità delle alture periferiche, in posizioni facilmente vulnerabili; tutte visibili dal mare, e da grande distanza...

L'aviazione aveva una base davvero formidabile.

Nel versante settentrionale era in efficienza, fin dall'inizio della guerra, un grande campo di atterraggio costruito con enorme spesa in un avvallamento ch'era stato necessario riempire con terreno di riporto.
Sul lato occidentale della pista era stato fatto un hangar a due piani, corazzato da una rivestitura di calcestruzzo spessa quasi due metri e sopra erano state ammucchiate rocce e terra fino a formare una piccola collina.
Grandi montacarichi portavano gli apparecchi al piano superiore.
A lato dell'aviorimessa, sempre sotto la collina artificiale, c'erano gli uffici del comando, la stazione radio, la centrale elettrica, l'ospedaletto da campo.
L'hangar di Pantelleria uscì intatto da cento incursioni e gli americani, il giorno che ne presero possesso, dissero che ch'era il più bello d'Europa.
Anche il sindaco dell'isola, quando gli toccò di seguire la commissione interalleata venuta per lo smantellamento delle opere militari, fece, a suo modo, l'elogio di quella costruzione massiccia: disse che il luogo era fresco e asciutto; che non si sarebbe potuto trovare posto migliore per lasciarci invecchiare il vino...
Va a finire che, senza discussione, l'hangar viene cancellato dalle opere che si debbono smantellare ed è regalato al Comune perché ne faccia una cantina sociale.
Il campo d'aviazione era un paese a sé: c'erano parecchie villette, il cinema, la palestra.
Il deposito dei carburanti era in cisterne sotterranee; il pozzo, finché non fu colpito, diede acqua sufficiente; in caverna erano sistemati il mulino e il panificio.



Altri due depositi sotterranei di benzina e di nafta si trovavano sulla costa, a poca distanza dal porto.
Le batterie erano allo scoperto, ma avevano i depositi di munizioni scavati nella montagna.
C'erano fortini e postazioni di mitragliatrici in galleria, nei punti dove appariva più facile un tentativo di sbarco.
Infine, 15.000 uomini non erano così pochi, per una piccola isola.
Non esisteva un solo rifugio per i civili.
Allo scoppio della guerra, si era pensato di fare sgombrare tutta la popolazione, trasferendola in Sicilia o sul continente; ma poi le proteste che subito si levarono, specie nei villaggi, e le difficoltà che presentava il trasporto sul mare, già controllato dai sommergibili nemici, consigliarono di abbandonare il progetto.
Gli uomini validi furono quasi tutti arruolati nella nona legione Milmart; la popolazione di Pantelleria sfollò completamente nelle campagne, dopo le prime incursioni aeree.
Si trattava, allora, di bombardamenti di scarsa entità: nello scacchiere della guerra, la piccola isola in mezzo al Canale, era ancora un punto di poca importanza.
E così rimase, in una condizione di relativa tranquillità, fino allo sbarco alleato in Algeria ed alla rotta di Rommel.
Fu allora che, nei dispacci cifrati delle radio militari inglesi e americane, cominciarono a comparire con sempre più grande frequenza due strane parole:
'Hobgoblin' 'Corkscrew'
Con una si designava Pantelleria, con l'altra l'operazione di sbarco sull'isola.
L'impresa era considerata molto difficile e il timore di grosse perdite rendeva incerti molti tra i più grossi personaggi del campo alleato.
Eisenhower era forse il solo che avesse intuito la verità e si batteva, impaziente, perché si cominciasse, senza perdere tempo.
Fu 'Ike', naturalmente, che la spuntò sui dubbiosi.
Il mattino dell'8 maggio 1943 entrarono nel piccolo porto di Pantelleria due motozattere tedesche, fuggite da Tunisi.
Nel pomeriggio dello stesso giorno, ci fu il primo grosso bombardamento.
Due batterie, colpite in pieno, rimasero silenziose per sempre.
Gli ingranaggi della tremenda macchina che aveva nome 'Corkscrew' avevano cominciato a girare.
Da quel momento si susseguirono senza interruzione le ondate dei bombardieri, a centinaia per volta; ed è inutile farne una storia minuziosa, perché tutti se la possono immaginare: il paese fu ridotto in breve ad un cumulo di macerie, le strade furono sconvolte; in cima alle colline, il numero dei cannoni ancora in grado di far fuoco diventava di giorno in giorno più piccolo.
'Ike' avrebbe potuto sbarcare con tre settimane di anticipo; ma la preparazione fu condotta rigorosamente, com'era previsto nei piani: dovevano essere sganciate duemila tonnellate di bombe; e duemila cadettero difatti sugli obiettivi che erano raggruppati in un ristretto settore dell'isola, entro un raggio di pochi chilometri.
I villaggi di Scauri, Kamma, Tracino, Rekale, Monaster, nei quali si era rifugiata la maggior parte degli sfollati, rimasero intatti.
Sui quattro quinti delle campagne, non cadde un solo spezzone.



Si arrivò così, con un crescendo infernale, ai primi di giugno.
Le strade erano completamente sconvolte e, vuotate le riserve, i soldati dovevano portare a spalla i proiettili dai depositi alle batterie ancora efficienti, percorrendo talvolta parecchi chilometri a piedi.
L'acqua c'era, ma per la stessa ragione, non era possibile portarne in quantità sufficiente all'aeroporto ed ai distaccamenti isolati.
Mandarono dalla Sicilia alcune squadriglie di aerei carichi di fusti pieni d'acqua che furono lanciati in diversi punti dell'isola, ma nessuno potè cavarsi la sete perché i recipienti avevano contenuto benzina e non si era pensato a lavarli ( in molti casi non erano stati nemmeno vuotati completamente ).
I viveri c'erano, ma la razione giornaliera venne ridotta a trenta grammi di tonno e ad una galletta.
I telefoni non funzionavano più da un pezzo e correvano, come potevano, i portaordini.
L'otto giugno, dopo un violentissimo bombardamento, fu data la seconda intimazione di resa, alla quale l'ammiraglio Pavesi non rispose.
Ma lo sbigottimento fu di breve durata, perché subito si diffuse per tutta l'isola una strana notizia: l'intera flotta italiana aveva levato le ancore e faceva rotta, compatta, verso Pantelleria.
Lo ripetevano tutti, anche i soldati della difesa costiera, anche gli ufficiali di Stato Maggiore, ed erano perfettamente convinti di quel che dicevano.
Così, verso le dieci e trenta del 9 giugno, quando si profilarono all'orizzonte le sagome di cinque incrociatori e di otto cacciatorpediniere, le alture dell'isola si popolarono di gente tranquilla, accorsa da ogni parte.
Ragionavano di protezione efficace ed erano convinti che sarebbe stato loro concesso finalmente un pò di respiro.
La formazione navale era partita all'alba da un porto africano e sul primo incrociatore, l''Aurora', era imbarcato lo stesso Eisenhower; e se c'era qualche faccia preoccupata era proprio a bordo delle navi americane; perché era indubbiamente strano che da Pantelleria non partisse neppure un colpo di cannone; c'era da aspettarsi una brutta sorpresa; forse i 381 ricoverati in caverna lasciavano avvicinare il nemico per non sprecare un solo proiettile e si preparavano a rovesciare, dalle pendici della Montagna Grande, una infernale bordata.
Gli americani non potevano certo supporre che gli artiglieri fossero tutti sugli spalti ed esplorassero l'orizzonte con i binocoli, aspettando di vedere spuntare dopo l'avanguardia, il grosso della flotta italiana.
La squadra arrivò, dunque, indisturbata, fino a poche miglia dall'isola; puntò i cannoni da sei pollici ed aprì il fuoco.
Fu il bombardamento più disastroso.
Il resto, lo fece nel pomeriggio, una formazione di cinquecento fortezze volanti; poi, una ancora più numerosa, la mattina del dieci.
E fu data la terza intimazione di resa.



C'erano sei ore di tempo per rispondere.
L'ammiraglio Pavesi, essendo state distrutte tutte le linee telefoniche, mandò una staffetta alla stazione radio, che era lontana quattro chilometri, con un telegramma per il capo del governo.
Chiedeva di poter arrendersi, per la mancanza d'acqua.
Ma intanto era già giunto da Roma l'ordine di cessare la resistenza.
Il capo di Stato Maggiore da 24 ore non si era mosso dall'apparecchio radio; ricevuto l'ordine, aveva spedito un uomo a portarlo all'ammiraglio; ma la strada era lunga, sconvolta, mitragliata dagli aerei e c'era poco da correre.
Nel frattempo, per non lasciarsi cogliere alla sprovvista, aveva distrutto i cifrari.
Quand'ebbe nelle mani il testo del telegramma di Pavesi, era in uno stato di depressione che gli impediva di ragionare; prese, dunque, la risoluzione più balorda: lo fece trasmettere, per quanto ormai fosse del tutto inutile e, quel ch'è peggio, lo fece trasmettere in chiaro.
Così i mezzi da sbarco salparono ancora prima che arrivasse l'annuncio ufficiale della resa e una nave cisterna spedita da Malta fu vista incrociare parecchio tempo davanti a Pantelleria, aspettando che le truppe di 'Ike' fossero scesero a terra.
L'arrivo anticipato di quella nave cisterna fu proprio, per l'ammiraglio italiano, la più grave e ingiusta accusa di intelligenza con il nemico.



Lo sbarco di Pantelleria costò agli alleati due feriti: l'ordine di cessare il fuoco non era ancora arrivato a tutti e ci fu qualcuno che sparò qualche fucilata.
Da parte italiana ci fu un morto: il maggiore Grillo.
Era ferito a un piede e, nell'uscire da un fortino, aveva fatto una mossa brusca per portare avanti il bastone e appoggiarvisi.
Un soldato, credendo che avesse nelle mani un moschetto e volesse sparare, lo freddò con un colpo a bruciapelo.
Era uno scozzese che aveva combattuto valorosamente in Fiandra e sul fronte africano.
Quando si avvide dell'errore e capì d'avere ucciso senza ragione un ferito, tentò di suicidarsi.
Lo salvò un compagno sferrandogli un pugno che, dicono, deviò l'arma appena in tempo perché il proiettile passasse a un dito dalla tempia"