lunedì 27 agosto 2018

LA PESCA DEL PESCE SPADA DI GUTTUSO


RENATO GUTTUSO, "La pesca del pesce spada" ( 1948 ), particolare

IL NAUFRAGIO DELLA GOLETTA "SAN GIUSEPPE" ALLA FORMICA DELLE EGADI

L'isolotto di Formica, nell'arcipelago delle Egadi.
Le fotografie sono di ReportageSicilia
Posto all'estremo Occidente della Sicilia, il mare trapanese delle isole Egadi è da millenni luogo di intenso traffico navale.
Non è un caso che l'area sia una delle più ricche di reperti archeologici sottomarini, come dimostrato dai recenti rinvenimenti - al largo di Levanzo - dei rostri in dotazione alle navi romane e puniche che nel 241 avanti Cristo qui combatterono la battaglia delle Egadi.
Insieme ai relitti di epoca molto remota, questi fondali ospitano ciò che rimane di scafi di più recente datazione: resti di imbarcazione ed oggetti che testimoniano tragedie o burrascose traversate in tempo di guerra e di pace. 


Relitti di imbarcazioni
nell'area della
"camparia" di Favignana
In alcuni casi, la ricostruzione del naufragio ( ad esempio, quello dell'"Espresso Trapani", costato la vita nel 1990 a 12 persone ) può contare sull'ausilio di una ricerca documentaria, basata sulla consultazione di archivi cartacei o sulla memoria "tramandata" dell'evento.
Così, qualcuno - in questa zona del trapanese - potrebbe avere ancora conoscenza di quanto avvenne nei pressi dell'isolotto di Formica nel primo pomeriggio del 2 maggio del 1932: il naufragio della goletta "San Giuseppe", adibita al trasporto di passeggeri fra Trapani e Favignana.  
Scarne cronache giornalistiche del tempo ricordano oggi quel drammatico episodio, costato la vita ad otto persone ( fra queste, l'agente di polizia penitenziaria Francesco Partito, Giuseppe D'Aguanno, i due fratellini D'Angelo, un certo Niccolò fornaio a Favignana, Giuseppe Fiorelli di Paceco e Ignazio Grammatico di Favignana ). 
Intorno alle 15.00 di quel giorno, la "San Giuseppe" - dotata di un motore e con una stazza lorda di 22 tonnellate - si trovò ad affrontare il mare fattosi improvvisamente grosso.



Insieme agli altri tre uomini di equipaggio, il capitano si prodigò per affrontare la situazione di pericolo; gli otto passeggeri subivano invece impotenti il precario assetto di navigazione del traghetto.
A poca distanza dall'isolotto di Formica, un'ondata più alta delle altre fece capovolgere la nave.
Sembra che da terra o da qualche altra imbarcazione vicina qualcuno stesse seguendo la pericolosa traversata del "San Giuseppe".
L'allarme sul naufragio fu infatti quasi immediato: i soccorsi coinvolsero due unità navali, la goletta "San Francesco di Paola" ed il rimorchiatore "Levanzo".
Alcuni degli occupanti della "San Giuseppe" furono salvati a fatica dall'annegamento; vennero issati a bordo insieme ai corpi di tre vittime.


In navigazione nel mare delle Egadi,
dinanzi l'isola di Levanzo
Altri quattro annegati furono strappati nei giorni successivi al mare all'interno dello scafo della goletta, ad una profondità di una trentina di metri: un lavoro pericoloso e penoso affidato ai palombari, scesi per 6 volte sui fondali sabbiosi che circondano un tratto di costa dell'isolotto di Formica.
L'ottava vittima della tragedia del mare di quel maggio del 1932 venne infine ripescata dopo una settimana, 2 miglia ad Est dalla zona del naufragio.
Oggi la storia di quell'affondamento è quasi dimenticata. 
A testimoniare il drammatico accaduto sono forse i consunti resti del "San Giuseppe" rimasti sul fondo del mare, mai ufficialmente rintracciati e - ancora una volta, forse - non del tutto ricoperti dalle praterie di posidonia. 


martedì 21 agosto 2018

I VIZI SICILIANI DI GIUSEPPE GENCO RUSSO

Il riposo di Genco Russo.
La fotografia è tratta da
"Rapporto sulla mafia",
di Felice Chilanti e Mario Farinella
edito da S.F.Flaccovio nel 1964
Si racconta che il boss Giuseppe Genco Russo, tornato in libertà nella sua Mussomeli ormai ultraottantenne e acciaccato da vari malanni fisici, fosse solito incontrare le persone tenendo fra le mani un messale unto e consunto.
Negli anni in cui Genco Russo veniva considerato il potente "patriarca" della mafia siciliana, l'erede di don Calogero Vizzini era solito assistere ogni domenica alla messa sulla prima panca della chiesa madre del paese.
A Mussomeli, tutti i compaesani di "Peppe Juncu" - capo elettore di numerosi leader DC del tempo -  ne lodavano i meriti umani e spirituali: in 7.000, agli inizi del 1964, apposero la loro firma ad una petizione che attestava "stima" nei suoi confronti in vista dell'esame di una richiesta di scarcerazione.
I Carabinieri - che in qualche occasione non disdegnarono di mettersi in posa accanto a Genco Russo durante le processioni paesane -  accertarono poi che tra i firmatari dell'appello figuravano parecchi pregiudicati.
Nello stesso periodo, la stampa nazionale riportò con clamore la notizia che 9 dei 14 alunni di una classe di terza media di Mussomeli ne avesse elogiato la figura in un compito in classe: l'insegnante aveva chiesto loro di indicare un concittadino da ricordare per le qualità umane e morali.
In realtà, prima dell'avvento della "nuova mafia palermitana" - spregiudicata nello gestire gli affari dell'edilizia e dei traffici di droga - Genco Russo dominò contadini, pastori e personaggi politici; e controllò feudi, enti di riforma agraria e banche, accumulando una fortuna stimata in un miliardo di lire.

Genco Russo in processione nel 1954 a Caltanissetta:
un celebre scatto di Nicola Scafidi
tratto da "Nicola Scafidi, fotografie",
edito da Federico Motta Editore ( 2001 )
Il giornalista Pietro Zullino così lo descrisse, in un ritratto che riassume ancor oggi i peggiori vizi di certi siciliani:

"Giuseppe Genco Russo è sicuramente una delle figure più sconcertanti del nostro tempo.
Quando di lui si dice che è il re della mafia, non si deve pensare a una specie di Dillinger isolano.
Egli è l'ultimo erede della grande mafia agricola dell'entroterra siciliano; una mafia assolutamente conservatrice, moderatamente giustiziera, che tenta di mantenere il dominio sui latifondi a dispetto di qualsiasi riforma agraria, e contemporaneamente cerca di spillare denaro, sotto qualsiasi pretesto, allo Stato ed alla Regione.
Il prestigio di questi uomini risiede nel fatto che hanno l'astuzia di trattare con quegli elementi del potere politico che si abbassano a farlo: ecco perché sono i monarchi della mafia"


domenica 19 agosto 2018

PIOVENE ED IL "BAROCCO D'ORIENTE" DI RAGUSA IBLA


Scorci di Ragusa Ibla.
Le fotografie sono di ReportageSicilia
Prima che Ragusa Ibla diventasse un luogo da riviste di viaggi patinate e che sue abitazioni finissero nei cataloghi delle agenzie immobiliari di lusso, viaggiatori sensibili al fascino delle pietre barocche ne descrissero con acume il suggestivo paesaggio urbano.
Uno di questi è stato Guido Piovene, lo scrittore e giornalista vicentino autore nel 1957 della sua opera più nota: "Viaggio in Italia" ( Arnoldo Mondadori Editore ).



La pagina di Piovene assegnò alla parte più antica di Ragusa un forte valore evocativo relativo al ruolo dell'aristocrazia locale, capace di cristallizzare nell'estro del barocco la secolare storia dei propri privilegi:

"La città si presenta come un immenso presepio; chiusa tra due valli scoscese, qui denominate cave, è anche divisa in due parti da un'altra valle simile ad un burrone.
Una è la parte più moderna, dove si svolgono gli affari; l'altra, Ragusa Ibla, più aristocratica, è come sovrastata dalla cupola di San Giorgio.



Ragusa Ibla contiene il maggior numero di palazzi e di chiese; in un club, in palazzi, alcuni dei quali conservano la fastosa mobilia siciliana di un tempo, sopravvive in semiritiro di quella che fu la nobiltà terriera.
Le vie di Ragusa Ibla, anche più di quelle di Noto, emanavano ricordi di vita aristocratica ridotta a uno stato spettrale.
Poco della Ragusa anteriore al barocco fu lasciato dai terremoti, per esempio nella graziosa chiesa di Santa Maria delle Scale.
Noi, viaggiatori d'oggi, troviamo incantevole il contrappunto di queste città barocche, tra Siracusa da una parte, e Gela e Agrigento dall'altra, in una terra dedicata alla grande arte greca.



Gli intermezzi barocchi portano una nota estrosa, un respiro, una breve fuga dal sublime al capriccioso; il caso e i terremoti, provocando queste varianti, sono stati grandi registi. 
La piazza del Duomo di Ragusa Ibla è inclinata, lunghissima in proporzione alla lunghezza, decorata di palme; San Giorgio, che si leva in fondo sopra una scalinata, può far pensare a una chiesa ortodossa.
E' lo straordinario barocco siciliano, che porta sempre un riflesso d'Oriente..."



sabato 18 agosto 2018

LO SCIROCCO AGRIGENTINO IN UNA PAGINA DI ANTONIO RUSSELLO

La Valle dei Templi, ad Agrigento.
Fotografia di ReportageSicilia
Gli scrittori siciliani hanno spesso posto al centro della loro narrazione lo scirocco: un fenomeno atmosferico che rappresenta perfettamente certe aberrazioni dei caratteri culturali dell'Isola e della psiche dei suoi abitanti, riducendo corpo e anima di questi ultimi in uno stato di prostrazione.
Nel saggio "I soliti ignoti-Scritti sulla letteratura siciliana sommersa del Novecento" ( Dario Flaccovio Editore, 2005 ), Salvatore Ferlita ha ripercorso quello stretto rapporto tra la letteratura e questa condizione ambientale.
Partendo da "Scirocco" di Romualdo Romano ( 1949 ) - un classico della narrativa siciliana ingiustamente tralasciato da critica e pubblico - Ferlita passa in rassegna la trattazione del tema offerta da gran parte degli scrittori isolani.
Da Vitaliano Brancati a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, da Lucio Piccolo a Vincenzo Consolo, da Leonardo Sciascia a Domenico Campana, da Gesualdo Bufalino a Silvana La Spina, da Salvo Piazzese a Domenico Conoscenti, lo scirocco diventa elemento di diversa ed inevitabile variabile interpretativa della "corda pazza" siciliana.
A scoprire o a rileggere autori meno noti della letteratura regionale, vengono tuttavia fuori pagine altrettanto meritevoli di una citazione.



E' il caso, ad esempio, di Antonio Russello e del romanzo ( di ambientazione agrigentina ) "La grande sete", edito nel 1962 da Bino Rebellato Editore.
L'incipit dell'opera così descrive l'opprimente dominio dello scirocco sulla natura e sugli uomini:
    
"Il vento di scirocco durava da tre giorni.
Dapprima erano stati i carrubi sull'alto costone ad accartocciare le foglie, a spaccare la corteccia, a dare quasi tra spacco e spacco lingue di fuoco.
Ed il mare laggiù era lontano 18 chilometri.
Poi più sotto, nel declivio, erano stati i mandorli a spaccare ed aprire i frutti legnosi; infine, nella depressione, gli ulivi a deflagrare piegare e arrotondare le foglie coriacee come valve che si chiudessero e a rattrappire l'argento in un tono scuro, violaceo.
Ed il mare era lontano 18 chilometri.



Ed erano stati i fichi i pistacchi i melograni, gli alberi di più tenera e di più trasparente foglia a rattrappire; ed erano stati i lunghi muriccioli di confine, dalle pietre bianche, a prendere quasi fiamma, diventare quasi calce viva e friggere; e poi le stesse terre scure a smorire e a dare invece di nero, un colore grigio aperto di terra, sfarinandosi, schioccando; e la rena anche dei vigneti che, dalla depressione, salivano ad un alto sperone, quasi attingessero il refrigerio del cielo, crollava dentro le crepe che si facevano.
Ed il mare, come lo stesso cielo, inutile da attingere, era lontano 18 chilometri.
E con le cose, gli animali anche.
Qualche cane qua e là, qualche asino, che scioglievano la lingua secca nell'afa.
E con gli animali, gli uomini.
Qualche uomo qua e là, dentro l'ombra d'un carrubo olivo gelso: fermo e murato nell'afa, col berretto nero in testa, la faccia della stessa scorza di carrubo olivo o gelso, che tra poco vi si dovesse sentire lo schiocco tra cellula e cellula della fronte, aperta e spaccata come la figlia legnosa della pigna..."




mercoledì 15 agosto 2018

L'ONDA DELLA TV E L'INCURIA COMPLICI DEL FURTO DEL CARAVAGGIO

La "Natività" di Caravaggio,
rubata all'interno dell'Oratorio di San Lorenzo,
a Palermo, la notte fra il 17 ed il 18 ottobre del 1969

"Questo Oratorio possedeva un quadro di Caravaggio ( 1608 ) che illustrava la "Natività con San Francesco e San Lorenzo", ma sfortunatamente venne rubato nell'ottobre del 1969.
Riproduciamo l'opera in questa pagina e cogliamo l'occasione per deplorare gli episodi di vandalismo commessi contro l'arte ed il suo valore"

Con questa didascalia, la pubblicazione "Sicilia" edita a Palermo nel 1981 da Poligraf volle ricordare il furto della più nota e preziosa fra le opere d'arte mai trafugate nell'Isola.
Con la sua nota di biasimo, l'autore dimostrò postuma considerazione nei confronti di un capolavoro della pittura che Palermo - sino al  momento del furto, la notte fra il 17 ed il 18 ottobre di 49 anni fa  - aveva invece quasi del tutto ignorato e trascurato.
Come è noto, la storia della sparizione della "Natività" di Caravaggio è degna di un grande romanzo giallo in cui si intrecciano più trame: le vicende artistiche del quadro, le modalità del suo furto e quelle - ancor oggi oggetto di indagini - della sorte dell'opera, oggetto delle recenti attenzione della Commissione Parlamentare Antimafia.



Una scrupolosa ricostruzione dei fatti - arricchita dalla pubblicazione degli atti d'indagine condotte in mezzo secolo ad opera soprattutto dei Carabinieri - è stata condotta nei mesi scorsi da Riccardo Lo Verso ( "La tela dei boss. Pentiti e segreti. La verità sul Caravaggio rubato", Gruppo Editoriale Novecento, 2018 ).
Il saggio di Lo Verso fissa alcuni punti plausibili e circostanziati nella storia del trafugamento e del successivo destino della "Natività": nomi e cognomi dei ladri forse improvvisati, ruoli e responsabilità di alcuni boss della mafia palermitana dell'epoca che si fecero consegnare il preziosissimo reperto per piazzarlo sul mercato clandestino ( da Stefano Bontade a Pietro Vernengo, da Gerlando Alberti a Gaetano Badalamenti ).



Questi ultimi - ed un numero non irrilevante di "fedelissimi" delle rispettive famiglie mafiose - appaiono come i gestori della successiva vendita del capolavoro portato via dall'Oratorio di San Lorenzo, noto anche per la presenza di un ciclo di stucchi del Serpotta.
Il quadro - passato pure tra le mani di un restauratore di fiducia della mafia - sarebbe stato in seguito piazzato sul mercato antiquario clandestino della Svizzera ( non è chiaro se integro, o tagliato in diversi pezzi ).
Qui si chiude la ricostruzione di Riccardo Lo Verso, lasciando ancora credibili le possibilità di un clamoroso recupero della tela trafugata a Palermo.




Il contributo che quest'articolo può aggiungere alla comprensione dell'intricata vicenda, riguarda ciò che accadde intorno alla tela caravaggesca prima della sua scomparsa: circostanze e coincidenze che ispirarono ed agevolarono il compito dei ladri, in una Palermo all'epoca ignara e incurante della presenza dell'opera d'arte da allora più ricercata d'Italia.
Basta rileggere le cronache del tempo per "deplorare" il contesto di omissioni ed ignoranza che aprirono il mistero sulla sorte della tela, il cui valore fu stimato all'epoca in un miliardo di lire. 
Scrisse a questo proposito con sarcasmo il cronista del "Giornale di Sicilia" Giuseppe Servello:

"Al demerito del gesto, i ladri possono opporre un merito culturale, perché con la loro iniziativa hanno fatto conoscere alla stragrande maggioranza dei palermitani l'esistenza di un capo d'arte in famiglia..."
( "E' mezzanotte messer Caravaggio", in "Giornale di Sicilia" del 30 ottobre del 1969 )

La "Natività con San Francesco e San Lorenzo" era ospitata all'interno di un Oratorio ubicato nel ventre sofferente del centro storico di Palermo: una zona cittadina in condizioni di degrado strutturale e nella quale si muovono ancor oggi disperate figure di persone costrette a sbarcare il lunario con espedienti, a cominciare dai furti.
Nel 1966, quell'ambiente era stato così descritto da Mario Farinella ( "Profonda Sicilia", Libri Siciliani, Célèbes ):

"Il mestiere del ladro occasionale, del borsaiolo, del lestofante, ha piena cittadinanza nella casbah: all'Albergeria, al Capo, alla Kalsa, a Castellammare è uno dei più praticati e persistenti, staremmo per dire uno dei più popolari.
Più che un mestiere è una alternativa che, prima o poi, si pone dinanzi a molte famiglie, quando l'uomo non riesce a trovare un lavoro qualsiasi o va incontro ad un lungo periodo di disoccupazione e, quindi, alla fame certa, al pianto dei bambini, al lamento della moglie..." 



I ladri del capolavoro caravaggesco penetrarono attraverso una porticina laterale, aprendola con un coltello: bastò infilare la lama a ridosso del battente per sollevare un vecchio ferro che avrebbe dovuto proteggere l'accesso.
Quel trafugamento fu straordinariamente facile; ma era destinato a scrivere una storia complicatissima ed ancor oggi aperta ad un epilogo ancora da raccontare.
Uniche custodi dell'Oratorio erano all'epoca le sorelle Gelfo, una sposata, l'altra nubile: dormivano entrambe ad un piano superiore, condividendo l'alloggio che dal 1935 fu del padre, più per necessità che per devozione o attenzione nei confronti degli stucchi del Serpotta o del Caravaggio
In assenza di qualsiasi sistema di sicurezza o di allarme, le Gelfo non potevano essere considerate come responsabili della custodia dell'Oratorio.



Dopo il furto, non fu trovato alcun documento che assegnasse alle due sorelle un compito di sorveglianza, ereditando in modo ufficiale l'incarico che era stato del padre.
Qualche anno prima, le autorità ecclesiastiche palermitane avevano anzi tentato di affittare la loro abitazione: intenzione venuta meno perché le Gelfo rivendicarono di avere ricevuto l'alloggio in dono dalla Congregazione di San Lorenzo.
Sembra così che la tutela del Caravaggio fosse piuttosto affidata alla scarsa conoscenza dell'opera in città, nota soprattutto fra gli studiosi di storia dell'arte ed i dirigenti della Soprintendenza.
Pochissimi palermitani e turisti avevano avuto l'occasione di ammirare la preziosissima tela, ignorata da buona parte delle guide: in quella "Rossa" del TCI dedicata nel 1968 alla Sicilia ( un anno prima della scomparsa ), la descrizione si limitava a questa semplice citazione:

"All'altare, "Natività di Gesù'", grande tela del Caravaggio"



Meno di tre mesi prima del trafugamento, tuttavia, il quadro   ignoto a buona parte dei palermitani venne mostrato dalla televisione all'Italia intera.
Le immagini della tela - le uniche, oggi conservate nelle teche RAI, che ne documentino l'esistenza - vennero mandate in onda il 1 agosto del 1969, in una trasmissione dal titolo "Capolavori nascosti".
Il documentario era dedicato agli stucchi di Giacomo Serpotta presenti all'interno dell'Oratorio; le telecamere del primo canale RAI indugiarono però a lungo sulla tela della "Natività", indicandola come un'opera di grandissimo pregio artistico.
E' possibile che proprio quel programma abbia suggerito a qualcuno l'idea di rubare l'opera?




E che i ladruncoli che la portarono via usando una lametta - spinti dal passaparola su quelle riprese televisive - avessero agito in maniera autonoma, salvo poi dovere consegnare il Caravaggio ai boss della mafia?
Ciò che è certo, è che dopo il furto il programma televisivo venne messo sotto accusa da quanti, a Palermo, non si erano nel frattempo preoccupati di proteggere il quadro con adeguate misure di sicurezza.
Don Benedetto Rocco - che da quattro anni dirigeva l'Oratorio di San Lorenzo - ricordò all'epoca di avere segnalato già da molto tempo l'assenza di efficaci sistemi di vigilanza.
"Se qui non si prendono provvedimenti si porteranno via pure gli stucchi", andava ripetendo, inascoltato.
Non meno consapevole dei rischi fu il Sovrintendente Vincenzo Scuderi, cui i cronisti, dopo la notizia del furto, attribuirono un lapidario commento: "me lo aspettavo".
Il professore Giuseppe Bellafiore - già all'epoca noto studioso del patrimonio artistico siciliano - sottolineò invece "l'assenza di una catalogazione minuziosa del patrimonio delle chiese a Palermo, oggi del tutto assente".




"Per quanto riguarda il clero" - spiegò senza mezzi termini alla stampa il prefetto di Palermo, Giovanni Ravalli - "è indispensabile che quando possiede opere d'arte ne affidi la custodia allo Stato, se non riesce a garantirla.
Per quanto riguarda la Soprintendenza, non risulta che essa abbia mai sollecitato o imposto all'autorità ecclesiastica l'azione di specifiche misure di sicurezza delle opere d'arte, e ciò è valso anche per il quadro di Caravaggio.
La Questura non è stata mai interessata per adottare una sorveglianza"
Il giallo dunque del furto della "Natività con San Francesco e San Lorenzo" è anche la storia del disinteresse e dell'abbandono sofferto per molti anni dagli oggetti d'arte e dalle opere architettoniche a Palermo.
Non è un caso che appena due anni dopo il furto del Caravaggio, crollasse l'ala destra del palazzo normanno della Zisa, lasciato colpevolmente per decenni in stato di degrado.



Il peso dell'insipienza e dell'incuria nelle vicende siciliane ed italiane, compresa quella della scomparsa della "Natività", venne infine così commentato da Leonardo Sciascia, con una lettura di sconcertante attualità:

"Ancora una volta dobbiamo amaramente constatare che questo non è un Paese civile.
Non è nelle baracche dei terremotati e degli immigrati, a Montevago come nella periferia torinese; e non lo è nella conservazione e custodia delle opere di arte e delle testimonianze storiche.
Sembra che non ci sia relazione tra un Caravaggio facilmente rubato a Palermo e una famiglia costretta a vivere in sei metri quadrati di baracca: e invece c'è, precisa, assoluta.
Se il baraccato costituisse effettiva preoccupazione, uguale preoccupazione costituirebbe il Caravaggio di San Lorenzo, la Zisa, sabbione ed il disegno di Leonardo.
C'è una interdipendenza, un legame d'ordine: del solo e vero ordine che un Paese civile deve tenere..."





mercoledì 8 agosto 2018

I PALERMITANI ALL'INGLESE DI TACCARI E SAVATTERI

La fotografia del barone Francesco La Lumia
pubblicata nel saggio di Mario Taccari
"Palermo l'altro ieri", edito nel 1966 da S.F.Flaccovio
Il ponderoso saggio di Raleigh Trevelyan "Principi sotto il vulcano" ( Rizzoli editore, 1977 ) fornisce un esauriente quadro circa l'influenza delle dinastie inglesi nella Sicilia fra Ottocento e primi anni del Novecento.
I cognomi Whitaker, WoodhouseIngham - i "Gattopardi anglosiciliani", secondo l'autore - segnarono le vicende commerciali e del costume dell'Isola, insieme a quelli di altre famiglie sbarcate in Sicilia nel periodo delle guerre napoleoniche ( Corlett, Cossins, Clark, Gray, Wood, Turnburn, Rose, Lowel... ).
La loro presenza - ed i contatti con certa parte della società siciliana del tempo - fu significativa soprattutto nelle città portuali: Marsala, Trapani, Palermo e Messina.
E' forse per questa lontana presenza britannica nelle vicende locali che sopravvive oggi la teoria secondo cui alcuni siciliani - e fra questi, in primo luogo i palermitani - ricordino per modi e costume i gentlemen inglesi.
La corrispondenza è stata sottolineata a distanza di decenni da due giornalisti e saggisti siciliani: Mario Taccari ( "Palermo l'altro ieri", S.F.Flaccovio, 1966 ) e Gaetano Savatteri ( "Non c'è più la Sicilia di una volta", Editori Laterza2017 ).
Taccari commentò così la fotografia del barone Francesco La Lumia elegantemente vestito a Palermo sul parterre del campo ostacoli del Parco della Favorita:

"Adesso si può comprendere perché i palermitani si lasciassero definire 'gli inglesi di Sicilia'"

Più legato all'indole ed all'approccio dei modi è il cromosoma inglese di taluni palermitani secondo il giudizio di Savatteri.
L'esempio citato riguarda lo scrittore Santo Piazzese ed il  personaggio letterario da lui creato, il professore di biologia ed investigatore Lorenzo La Marca:

"Ho conosciuto Piazzese al festival del giallo che da oltre dieci anni Fabrizio Quadranti organizza a Massagno, prolungamento urbanistico di Lugano, nel Canton Ticino.
Io nascondevo a fatica la pudicizia del siciliano ospite per la prima volta in Svizzera ( timoroso di sembrare troppo chiassoso, invadente, in definitiva meridionale ), mentre Piazzese sembrava proprio a casa sua: mi consigliava piatti e ristoranti, mi spiegava la differenza tra la gente di Lugano e di Ginevra, mi parlava dei suoi precedenti viaggi per l'Europa.
A me sembrava sembrava di parlare con Lorenzo La Marca, riconoscevo il tratto palermitano colto capace di stare al mondo senza mai perdere il suo aplomb.
In verità, alcuni palermitani sono autentici inglesi, ma con le vocali più aperte..."

Tornando infine alle pagine di Raleigh Trevelyan - essenziali per scoprire vecchi legami ed affinità tra sudditi della Corona e siciliani - è utile riferire il pensiero degli inglesi verso gli abitanti dell'Isola che in passato tanto ha dato alle loro fortune commerciali:

"Per un inglese la Sicilia è per molti aspetti l'Irlanda d'Italia, con la sua diversa civiltà, i suoi enigmi, il suo Cristianesimo per metà paganeggiante, la sua perversità, i suoi odi intestini, le sue disperate correnti di emigrazione prodotte da un sistema economico semplicemente mostruoso..."


domenica 5 agosto 2018

ERICE, GLI STUDI DI CARACCIOLO SULL'"ACROPOLI DELL'EDILIZIA POPOLARE IN SICILIA"

Scena di vita quotidiana ad Erice
in una fotografia pubblicata dalla rivista
"La Sicilia-Quindici anni di autonomia regionale",
edita a Roma nel 1960
Tra i fondatori della Facoltà di Architettura dell'Università di Palermo, allievo di Ernesto Basile e Salvatore Caronia Roberti, Edoardo Caracciolo è stato fra i più attenti studiosi dell'architettura urbana di Erice, da lui definita "l'acropoli dell'edilizia popolare siciliana".
Le sue osservazioni hanno fissato parametri di riferimento tuttora immutati in relazione alla storia urbanistica della cittadina trapanese, collocando già alla fine del secolo XIII la diffusione dei tipici cortili delle case ericine, dotati di pozzo e lavatoio.
Caracciolo elaborò i suoi studi su Erice in varie pubblicazioni scientifiche a partire dal 1933
Un riassunto se ne trae da alcuni saggi pubblicati su giornali e riviste, prima e dopo il secondo conflitto mondiale ( nel 1954, in un'introvabile numero 201 del periodico "Casabella" ).
Al gennaio del 1940 si riferiscono invece le considerazioni espresse da Edoardo Caracciolo in un articolo pubblicato da "Le vie d'Italia" con il titolo "L'edilizia popolare in Sicilia" della Consociazione Turistica Italiana, in seguito diventata Touring Club Italiano

"La città sorge in cima ad un monte, in una solitudine che domina il mare e la terra, giungendo quasi ad un significato mistico.
Mentre nuove abitudini di vita venivano introdotte a valle e subivano tutto un ciclo d'azioni involutive, sulla cima isolata del monte sembra continuino le più nobili tradizioni della razza.
Come nella grande cinta turrita che difende la città tu non sai più dove finisca l'opera megalitica e dove cominci quella medievale, così tu non puoi più distinguere l'edilizia d'impianto aulico, catalana o barocca, perché la spontanea architettura popolana ha lentamente reagito su tutto quanto vi era di effimero, di aulico, di stilistico.
Le masse edilizie, snodantisi lungo le strade tortuose, appariscono come superficie murarie continue, del colore della roccia, con grande prevalenza dei pieni suoi vuoti e dove nemmeno il diverso ritmo delle finestre ti denuncia l'entità 'facciata'"

LA STORICA SUGGESTIONE DEL FARO DI COZZO SPADARO

Con i suoi 83 metri sul livello del mare,
il faro siracusano di Porto Palo di Capo Passero
è fra i più alti della Sicilia.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia
In un anno imprecisato dei secoli in cui la Sicilia veniva assaltata da corsari algerini e bande di pirati libici e tunisini - i "barbareschi" - un certo Spadaro si oppose con falce e zappa ad un gruppo di predoni sbarcati a Porto Palo di Capo Passero.
Nello scontro armato, l'uomo perse la vita; e fu così che da allora, il luogo di quel tragico evento avrebbe preso il nome di Cozzo Spadaro.
Oggi il toponimo designa il faro in pietra che si staglia per l'altezza di 83 metri sul livello del mare lungo la costa del paese siracusano.
Da quell'altezza, il faro diffonde un fascio di luce prodotto in 15 secondi da tre lampi: un segnale capace di raggiungere le navi che incrociano il Mediterraneo ad una distanza di oltre 34 miglia marine ( 70 chilometri ).



Il cuore del faro di Porto Palo di Capo Passero - in funzione dal 1864 - è dal 1934 una grande ottica rotante a profilo Fresnel di costruzione francese: un'etichetta in metallo ricorda la fabbrica "Barbier Benard et Turenne", con sede in Rue Curial, a Parigi.
La struttura delle lenti multiple è un capolavoro di ingegneria ottica, frutto di studi che due secoli fa procurarono ad Augustin Fresnel benemerenze scientifiche e la riconoscenza dei marinai e dei pescatori di tutti i mari. 
L'impianto elettrico di illuminazione del faro  ha da tempo sostituito i vecchi sistemi a petrolio e ad acetilene: incredibilmente, il potente fascio luminoso è generato da una piccola lampadina alogena da 1000 watt, dal costo di pochi euro.
Visitare questo faro è un'esperienza emozionante, specie durante la lenta salita dei 164 gradini della scala elicoidale che conducono sino alla terrazza.



Da qui, lo sguardo spazia a 360 gradi sull'angolo meridionale della Sicilia e sul blu intenso di due mari: lo Ionio ed il canale fra l'Isola e la costa Nord dell'Africa.
Dall'alto, il profilo della costa appare orlato da un succedersi di tratti sabbiosi e rocciosi, in un contesto ambientale dominato dalla presenza dell'isolotto di Capo Passero: un lembo di terra ricoperto da una fitta macchia di palme nane e dove l'uomo ha costruito nei secoli passati le strutture di un forte e di una tonnara.



Custodi del faro di Cozzo Spadaro - che agli inizi del Novecento venne munito di una stazione radio in grado di collegarsi con Alessandria d'Egitto - sono due fra gli ultimi faristi in servizio in Italia: Giovanni Lupo e Corrado Cammisuri.
Fra i due, Lupo è quello che vanta la maggiore esperienza nel lavoro di "guardiano del faro".
Prima di prendere servizio a Porto Palo di Capo Passero, con la giovane moglie ha trascorso quattro anni di solitudine all'interno del faro di punta Omo Morto, in cima ad uno strapiombo roccioso della costa nord-orientale di Ustica.
Di quel periodo, porta dentro i ricordi di una vita quasi monastica e di una nottata trascorsa a porre rimedio ai danni provocati da un furioso temporale.

Giovanni Lupo e Corrado Cammisuri,
gli ultimi faristi dell'impianto di Cozzo Spadaro
Malgrado l'ausilio delle moderne tecnologie, Giovanni Lupo interpreta ancora il compito di farista in maniera integrale: oltre a curare la manutenzione degli impianti - usando olio di gomito per la pulizia delle lenti Fresnel - trascrive giornalmente su un registro cartaceo direzione del vento e condizioni del mare.
Quando arriverà il giorno della sua pensione, il funzionamento del faro di Porto Palo di Capo Passero sarà completamente automatizzato: i concorsi per questa figura professionale sono stati interrotti nel 1987, cancellando così la possibilità di tramandare ruoli e saperi profondamente legati alla cultura del mare.