venerdì 25 gennaio 2019

I CONFINI DELLA MEMORIA DELLA CULTURA POPOLARE NELL'ISOLA

Misurazione del grano con il "tùmminu" nelle Madonie.
La fotografia è tratta dall'opera
"Le forme del lavoro, mestieri tradizionali in Sicilia",
opera citata

"La cultura popolare siciliana - ha scritto Antonino Buttitta nell'opera "Le forme del lavoro, mestieri tradizionali in Sicilia" ( un catalogo realizzato in occasione di una mostra organizzata a Palermo dalla Facoltà di Lettere e Filosofia, dal 5 al 20 marzo del 1986 ) - si presentava come una cultura profondamente vissuta e largamente partecipata.
I cicli stagionali avevano in essa la loro scansione e nel suo sistema di regola le attività lavorative dell'anno trovavano la propria misura.
Essa accompagnava gli individui dalla culla alla bara e mediante i suoi codici ne orientava i comportamenti in ogni fase dell'esistere.
Non costituiva certo un'alternativa né un surrogato ad una condizione economica insidiata dalla precarietà, spesso ai limiti della sopravvivenza.
Contro tale condizione però essa offriva sistemi di difesa, apparati simbolici per il suo superamento.


Partecipi di questa cultura, ciascuno con un'identità riconoscibile, non erano solo braccianti e piccoli proprietari, ma anche pastori, artigiani, minatori: gli agrumicoltori del palermitano, i vignaioli del trapanese, i portuali di Messina, i porcari delle Madonie, i carbonai dei Nebrodi, i salinari di Trapani, i bovari del ragusano, i pescatori di Sciacca e Mazara, i figuli di Caltagirone, gli zolfatari di Lercara: tutti coloro, insomma, che partecipavano attivamente ai processi di produzione.
Persino i grandi gabelloti e in genere il 'borghesato' rurale, pur rappresentando l'ingresso nell'aristocrazia la loro massima aspirazione e pur sforzandosi per ciò di ripeterne i comportamenti culturali, di fatto fruivano attivamente della cultura contadina.
In questi ultimi decenni è profondamente mutato il paesaggio agrario dell'Isola.


Si sono estese, solo per fare qualche esempio, le aree agrumicole e le superfici vitate, mentre si sono ridotte le produzioni cerealicole o sono del tutto scomparse o in via di estinzione alcune culture specializzate come la canna da zucchero, il frassineto, il pistacchio.
Sono anche cambiate l'organizzazione e le tecniche di lavoro agricolo.
Una decisiva innovazione sia per l'incentivo offerto a nuove culture sia per le modificazioni apportate alle vecchie, è stata introdotta dalla meccanizzazione e dai nuovi sistemi di raccolta e distribuzione delle acque irrigue.
Tutto ciò ha provocato conseguenze notevoli sulla cultura contadina tradizionale.


Secolari sistemi di organizzazione e di disegno dello spazio agrario, millenari strumenti di lavoro, quali l'aratro a chiodo, i linguaggi e quanto direttamente connesso o indirettamente alla rappresentazione metaforica del mondo che sempre ne consegue, sono ormai fatti quasi ai confini della memoria..."     



sabato 19 gennaio 2019

LA CHIESA CON FIGURA DI VINCENZO NUCCI


VINCENZO NUCCI, "Chiesa con figura", ( olio, 1967

venerdì 18 gennaio 2019

LE BOTTEGHE DEI BARBIERI DELLA VECCHIA GIBELLINA

Botteghe di barbiere a Gibellina,
prima del terremoto che nel gennaio del 1968 devastò il Belice.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
sono tratte dall'opera di Antonino Cusumano
"La Strada Maestra, memoria di Gibellina"

Dopo che il 15 gennaio del 1968 il terremoto squassò il Belìce, Gibellina perse completamente il suo volto di paese rurale diviso in sei quartieri ( Santa Caterina, Acqua Nuova, Pizzo di Corte, San Nicolò, Sant'Antonino e Zubbìa ) con due presenze architettoniche di riferimento storico: i ruderi del castello di età chiaramontana e la chiesa madre.
Al disastroso evento sismico, Gibellina ha risposto dando vita ad un nuovo agglomerato urbano, diventato laboratorio e museo a cielo aperto di arte contemporanea: un esempio di sperimentazione e creatività in verità rimasto isolato, mezzo secolo dopo, nel panorama dei ritardi e dei dissesti che segnano presente e futuro del territorio belicino.
Prima del terremoto, anche Gibellina univa in un rapporto strettissimo gli abitanti e le strade urbane.

"La strada - ha scritto Antonino Cusumano nel suggestivo saggio "La Strada Maestra, memoria di Gibellina", edito nel 2003 dal Comune di Gibellina e dalla Provincia Regionale di Trapani - non era che il prolungamento della casa, uno spazio frastagliato da scale esterne e soglie prospicienti, un'appendice pubblica dell'abitazione privata, uno slargo in cui si risiedeva, si lavorava, si intesseva la fitta rete delle relazioni..."

Il saggio di Cusumano è illustrato da decine di fotografie della Gibellina pre-terremoto.
Si tratta di immagini che testimoniano la fitta trama di relazioni interpersonali del paese negli anni Cinquanta e Sessanta:  ritratti di persone e di oggetti capaci di rievocare voci, suoni e umori di un'intera comunità ignara dell'incombente disastro.



Tra le fotografie che illustrano una realtà per sempre perduta, quelle delle botteghe dei barbieri rivelano la funzione sociale di luoghi di incontro e discussione, rigorosamente maschili:

"Nella via Umberto erano concentrati i quattro bar del paese, la tabaccheria della signorina Lombardo, la prima per volume di affari e movimento di avventori, e soprattutto la gran parte dei saloni dei barbieri.
Era all'interno delle loro botteghe, pervase dai profumi di borotalco e di colonia, che davvero 'si faceva politica', si costituivano e si scioglievano le alleanze, si determinavano le sorti del governo comunale e dei candidati alle elezioni.
Luogo maschile per eccellenza, il salone era punto di aggregazione e di ritrovo di quanti volevano vendere o compare terre, animali, vi si svolgevano le intermediazioni o 'sensalie', si concludevano gli affari.
Stimato maestro di rasoio era, tra gli altri, Nicolò Bonura.
Da lui imparò il mestiere Giuseppe D'Aloisio, barbiere dall'età di dodici anni, tra i più popolari del paese tanto da potere vantare 480 clienti fissi.
La sua bottega era anche una rivendita di quotidiani e rotocalchi"

giovedì 17 gennaio 2019

QUEL LEGAME LONTANO TRA IL TRIONFO DELLA MORTE E PICASSO

Il "Trionfo della Morte" esposto a Palazzo Abatellis.
La fotografia è di ReportageSicilia

"L'ignoto artista che ha dipinto quest'opera ha raffigurato la Morte che uccide molte persone giovani.
Voleva sottolineare il fatto che non occorre essere anziani per morire..."

Dopo avere sghignazzato alle sue precedenti spiegazioni, gli studenti di un istituto tecnico rispondono alla considerazione dell'insegnante affondando le mani nelle tasche dei jeans.
Lì accanto, una coppia di turisti francesi continua ad ammirare in silenzio il grande affresco quattrocentesco del "Trionfo della Morte", nella grande aula del Museo di Palazzo Abatellis a Palermo.
Una delle più enigmatiche opere d'arte presenti in Sicilia - la cui genesi ed attribuzione sono tuttora oggetto di ipotesi - continua a calamitare con diversa ispirazione le attenzioni dei visitatori del Museo.
Nel 1990, il critico d'arte catanese Sebastiano Grasso ha prospettato una citazione del "Trionfo" palermitano fatta nel 1936 da Pablo Picasso per il celeberrimo "Guernica": a dimostrarla, la bocca aperta del cavallo durante la cavalcata presente nelle due opere.
Un altro critico d'arte - il francese Jean Clair - ha invece ipotizzato che il "Trionfo della Morte" in origine collocato a Palermo all'interno di Palazzo Sclafani abbia ispirato Picasso in via indiretta.
L'artista spagnolo infatti non avrebbe mai visitato la Sicilia - viaggiando in Italia tra Firenze, Roma, Napoli e Pompei - ed avrebbe  semmai visto di persona al Prado "Il Trionfo della Morte" del fiammingo Pieter Bruegel il Vecchio.
Di quest'ultimo, è invece nota una tappa siciliana durante un tour italiano datato fra il 1552 ed il 1555, un secolo dopo la creazione del "Trionfo" palermitano: è possibile che l'artista olandese lo abbia osservato in quella occasione, facendone riferimento per la propria opera e, indirettamente - quattro secoli dopo - per il "Guernica" di Picasso.


domenica 13 gennaio 2019

PASSATO E PRESENTE FORTUNA DELLA CAPRA GIRGENTANA

Capre "girgentane" tra le strade di Licata.
La fotografia di Gaetano Armao
venne pubblicata nel 1961 da "Sicilia", edito dal TCI
per la collana "Attraverso l'Italia"

Fra i numerosi lasciti arabi in Sicilia figura anche una razza di capra proveniente dal lontano Afghanistan, che - a seguito della sua diffusione nella provincia di Agrigento - prende il nome di "girgentana".
In origine, però, questa capra era diffusa soprattutto nella parte meridionale dell'altopiano solfifero centrale dell'Isola.
Ciò che ancora oggi distingue questa razza è la sua particolare eleganza, così descritta in una pagina di Chiara Agnello e Simonetta Agnello Hornby:

"La capra girgentana - si legge in "La pecora di Pasqua" ( Feltrinelli, 2016 ) - era davanti alla cucina, al pianterreno.
Bellissima, con le corna a torciglione, la barbetta puntuta e il ciuffetto sotto le corna.
Il pelo lungo era bianco, a eccezione del muso: i vispi occhi orlati di marrone sembravano enormi.
Calato dietro la capra, il giovane biondo la mungeva; dai capezzoli grossi come dita paffute uscivano fiotti di latte.
Gesuela sentì un rimescolio dentro.
Con una strizzata, il capraro aveva riempito una piccola brocca.
Il latte era caldo, dolcissimo, senza il sapore di ricino del latte delle altre capre.
Gesuela lo gustava, tutta occhi per il capraro, e si sentiva in paradiso..."

Foto ReportageSicilia

Foto ReportageSicilia
Riconoscibili per le lunghe corna a cavaturacciolo, nei decenni passati le "girgentane" hanno quasi rischiato l'estinzione. 
Il loro numero - negli anni Settanta dello scorso secolo - era passato da decine di migliaia a poche centinaia di esemplari: pochissimi allevatori era disposti a produrre un latte di particolare pregio, ma poco richiesto dal mercato.
Oggi la capra "girgentana" è rappresentata in tutta la Sicilia da circa 1500 esemplari, ed uno dei promotori di questa reintroduzione è Giacomo Gatì: un allevatore che ha riportato in auge la razza in un'azienda agricola a Campobello di Licata.
I prodotti caseari ottenuti dal latte della "girgentana" offrono formaggi a caglio vegetale come il fico o il finocchietto selvatico, che iniziano a riscuotere attenzione commerciale in diversi Paesi europei.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia documentano la storica diffusione di queste capre a Licata, in un territorio che negli ultimi anni ha visto crescere il numero di esemplari accuditi dagli allevatori.

Ancora un'immagine di capre "girgentane"
in una strada di Licata.
La fotografia venne pubblicata nel 1965
dal IV volume di "Italia Nostra",
edito da Federico Motta Editore

In queste immagini, le "girgentane" vengono condotte dai pastori tra le strade di un centro abitato dove il loro numero è superiore a quello delle automobili: un'ambientazione che attesta la familiarità un tempo presente in molte zone della Sicilia tra uomini ed animali d'allevamento. 


venerdì 11 gennaio 2019

LE FITTE NOTTI DI STELLE DELLE CAMPAGNE ENNESI

Il campanile della Chiesa Madre
di Gagliano Castelferrato, nell'ennese.
La fotografia è di ReportageSicilia 

Geograficamente al centro della Sicilia - un dato attestato dall'epoca romana, quando il suo territorio prese la denominazione di "ombelico dell'Isola" - la provincia di Enna è ai margini delle frequentazioni di viaggiatori e semplici turisti.
La presenza della Villa del Casale di Piazza Armerina non riesce ad alimentare ancora altri itinerari locali, in una terra che conserva paesaggi fisici ed umani uguali a quelli di decine di anni fa; gli stessi - espressione di una cultura profondamente rurale - che colpirono Giovanni Comisso nel suo tour isolano, descritto in "Sicilia" ( Pierre Cailler, Ginevra, 1953 ):

"Nella notte fitta di stelle le luci dei paesi elevati sulla cima dei monti, emergevano come fosforescenti meduse sulle acque di un mare notturno.
Il grande silenzio era rotto solo dal latrare dei cani a guardia dei casolari dei contadini sparsi nella valle.
Uscivano, tra tutte le stelle, Venere e Giove vicine a infondere il sonno più profondo negli uomini, ma già i contadini dovevano essere svegli, perché dalle stalle veniva il ragliare dei muli nel pretendere il pasto mattutino prima di partire per gli spiazzi lontani dove si batteva il frumento.
Già il primo albore definiva a oriente la piramide dell'Etna e per i duri sentieri della valle incominciò lo scalpiccio degli zoccoli ferrati dei muli coi contadini in groppa assonnati.
Uno scalpiccio che discendeva dai casolari invisibili verso il fondo della valle per andare oltre; nella stessa ora, altri contadini in groppa di altri muli discendevano dai villaggi o dai casolari sparsi, in tutta l'isola..." 

giovedì 10 gennaio 2019

I 56 DI NISCEMI CHE DIVENTARONO SUBITO MILANESI

Il centro di Niscemi in una fotografia
pubblicata nel 1965 dal IV volume di
"Italia Nostra",
edito da Federico Motta Editore

Al Centro per Migranti di piazza Sant'Ambrogio 3 - un vecchio edificio di Milano oggi adibito a caserma della polizia - una mattina di marzo del 1963 si presentarono in qualche decina. 
Erano uomini forti e secchi, dal volto bruno e dagli occhi scintillanti, malgrado le ore di un lunghissimo viaggio in treno cominciato da Siracusa dopo un trasferimento in pullman dalla provincia di Caltanissetta.
Ai dirigenti del Centro, il gruppetto di persone - 56 in tutto, d'età compresa fra i 25 ed i 40 anni - spiegò di essere arrivato a Milano da un paese chiamato Niscemi: una cittadina all'epoca di 26.000 abitanti affacciata sulla piana agricola e sul golfo di Gela.
Il motivo di quel trasferimento di gruppo dalle coste siciliane che guardano l'Africa alla metropoli lombarda si spiegava con una lettera recapitata qualche settimana prima a Niscemi.
Un compaesano appena emigrato a Milano aveva scritto al figlio di avere subito trovato un lavoro come manovale; e nella lettera, l'uomo quindi lo esortava a fare anche lui i bagagli per raggiungerlo in tempi brevi, che molti erano gli operai richiesti e pagati puntualmente in una città in piena crescita industriale.
La voce di quel prezioso suggerimento paterno si era sparsa in poche ore a Niscemi, correndo dai tavoli dei bar sino alle abitazioni di numerose famiglie del paese.


Dopo una breve discussione con genitori, fratelli, mogli e figli, in 56 appunto avevano deciso di risalire tutta l'Italia, occupando un'intera carrozza di treno per cercare fortuna ed un lavoro stabile a Milano.
Molti di loro decisero di investire nell'impresa vendendo i pochi averi di un qualche valore: mobilio, vecchi attrezzi da lavoro agricolo, i pochi oggetti d'oro di famiglia conservati gelosamente come i più preziosi dei tesori.
Le aspettative dei niscemesi furono presto soddisfatte.
Ottenuto un libretto di lavoro, nel giro di pochi giorni riuscirono a trovare occupazione come manovali ed operai in fonderia, soprattutto nella zona di Cinisello Balsamo.
Milano aveva accolto quel gruppo di siciliani facendoli diventare subito "milanesi".
Questo caso di emigrazione in comitiva gli affibbiò allora la qualifica di "i 56 di Niscemi": una notorietà amplificata dall'attenzione di una stampa nazionale all'epoca impegnata nel racconto - non sempre così lineare - dell'emigrazione di massa dal Sud al Nord dell'Italia