domenica 29 dicembre 2019

LE PERDUTE CROMIE DI SICILIA

Edilizia a Palermo.
Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia

"La Sicilia - ha scritto lo scrittore, drammaturgo ed ex direttore regionale dei Beni Culturali Aurelio Pes, nell'articolo "Filosofia del colore" ( in "Sicilia dei colori", edito da Biblioteca centrale della Regione siciliana, Palermo, 2002 ) - vantava in passato una sua particolare tavolozza, ricavata da secoli di scambievoli influssi fra Oriente e Occidente, fra toni caldi e freddi.
Un archivio cromatico vastissimo che procedeva dalle più antiche tradizioni, non penetrate però nella nostra esperienza moderna, la quale, anzi, costituisce la resa più ampia allo strapotere dell'industria e al suo linguaggio meramente produttivistico.
Una valanga di nuove cromie ha così sepolto una sapienza fatta di attente combinazioni e vagli fini, azzerando un costrutto che ha resistito sino ai primi decenni del Novecento.
Da quel periodo infatti cemento e colori sintetici, con figure e modalità elaborate altrove, hanno spazzato l'arcaica civiltà ancor prima della Seconda Guerra mondiale, al cui termine ecco affiorare ignobili periferie, disprezzo per la natura, consumi vistosi e demolizione dei centri urbani.
Il tutto adulterato dal degrado delle coste, dal proliferare di una edilizia priva di campiture, dall'introduzione incolta d'essenze arboree..."

venerdì 27 dicembre 2019

LE MURA DI GELA DISSEPOLTE DALLE DUNE DI SABBIA

Un tratto delle mura di Gela
riemerse dalle dune di sabbia fino al 1952.
Le fotografie sono tratte da "Guida di Gela",
opera citata

Costruite con blocchi di calcare perfettamente squadrati nella parte  inferiori e mattoni quadrati di argilla cruda seccata al sole nella parte superiore, le mura greche di Gela costituiscono una delle più importanti testimonianze di architettura militare antica del Mediterraneo.
La storia della loro scoperta è stata riassunta nel 1958 in "Guida di Gela" ( Pleion, Milano ) dai due archeologi che qui vi hanno  condotto fondamentali campagne di scavo: il parmense Piero Orlandini e il romeno Dinu Adamesteanu, che nello stesso anno di pubblicazione della guida inaugurarono a Gela il nuovo Museo Archeologico.

"Fino al 1948 - si legge nella loro "Guida di Gela" - la zona di Capo Soprano era ricoperta, nella sua estremità occidentale, da una serie di dune mobili, alcune delle quali alte 12 metri.
Sotto queste dune giaceva sepolto uno dei monumenti più importanti che l'antichità ci abbia lasciato, vale a dire un lungo tratto delle mura greche di Gela, riemerse dopo 2300 anni in splendido stato di conservazione.



E' interessante notare che nel 1941, prima dello sbarco alleato in Sicilia, sulle dune che ricoprivano le antiche mura venne costruita una serie di fortini in cemento armato: la linea di questi fortini ripeteva esattamente la linea della fortificazione greca. Quest'ultima venne scoperta casualmente cinque anni dopo, nel 1948.
Dopo una serie di saggi condotti fino al 1952, le mura furono completamente scavate fra il 1953 ed il 1954 con fondi straordinari concessi dalla Cassa per il Mezzogiorno.
A tale scopo fu necessario un colossale lavoro di sbancamento calcolato in 200.000 metri cubi di sabbia..."



giovedì 26 dicembre 2019

PANAREA PITTORESCA IN UNA GUIDA DEL 1966

Scena di vita quotidiana a Panarea.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
sono tratte da "Le isole Eolie", opera citata

Le fotografie di Panarea riproposte da ReportageSicilia illustrarono nel 1966 la guida "Le isole Eolie", curata da Carmelo Cavallaro e Vittorio Famularo per conto dell'Ente Provinciale per il Turismo di Messina.
Il piccolo volume rientra in quel vasto numero di pubblicazioni promozionali che gli enti al turismo della Sicilia stamparono soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, con un corredo fotografico che testimonia oggi le trasformazioni - e, spesso, lo stravolgimento - del paesaggio dell'Isola.


In questa guida, Panarea appare ancora lontana da quella "continentalizzazione" di uomini e costumi che la rende da qualche decennio più lontana per costumi e cultura dallo spirito primordiale delle Eolie ( una trasposizione cinematografica di questo clima è visibile in un inconsistente film del 1997, intitolato semplicemente "Panarea" ).


Nella guida scritta 31 anni prima da Cavallaro e Famularo si legge:

"Panarea è un'isola molto scenografica, una delle più incantevoli dell'arcipelago.
Il paese è sparso pittorescamente sulle falde orientali con le sue candide casette attorniate da oliveti e da rupi ciclopiche.
Le abitazioni sono raggruppate in tre contrade che assumono rispettivamente i nomi di Ditella, S.Pietro e Drautto.
Eseguendo una gita in barca attorno a Panarea, sfilano, dinanzi allo sguardo meravigliato, panorami sui generis: colossali blocchi arrotondati o tagliati a prismi, isolati nel mare, scogliere coronate da alti pinnacoli e incantevoli insenature come la famosa cala Junco..." 

mercoledì 25 dicembre 2019

L'ALBERO "CRUCI CRUCI" DEL NATALE SULLE MADONIE

Uno dei trenta "abies nebrodensis"
presenti nel territorio
fra Polizzi Generosa e Piano Battaglia.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia

I botanici lo definiscono "l'albero di Natale forse più antico al mondo", perché la sua origine risale a circa 10.000 anni fa.
L'"abies nebrodensis" è un singolare e raro endemismo presente in una valle remota delle Madonie - il vallone Madonna degli Angeli, a Nord del monte Scalone, fra Polizzi Generosa e Piano Battaglia - ad un'altezza compresa fra i 1400 ed i 1600 metri.
Fra questi boschi, da qualche anno raggiungibili grazie ai fuoristrada dell'Ente Parco delle Madonie, nel 1957 un gruppo di botanici scoprì 30 esemplari di abete.
Fino ad allora, questa pianta era stata ritenuta quasi del tutto estinta, a causa del sistematico taglio dei suoi fusti.
Il legno dell'"abies nebrodensis" - leggero e facilmente modellabile - venne infatti utilizzato sin da tempi remoti per costruire tetti e capriate di case e chiese; pare che nel secolo XII sia stato scelto dai carpentieri fatimiti a Palermo per allestire il virtuosistico soffitto ligneo della Cappella Palatina.



Questo singolare albero - una delle tante risorse naturali nascoste fra le montagne madonite - lega la sua storia anche ad una vecchia credenza popolare.
Definito "arvulu cruci cruci" per la forma a croce dei suoi rametti, veniva esposto sui portoni delle abitazioni per tenere lontano il maligno ed il malocchio.
Da qualche mese, questo antichissimo testimone della ricchezza botanica della Sicilia è al centro di un progetti ed iniziative che intendono salvaguardarne la sopravvivenza e la conoscenza.
Uno studio del CNR, delle Università di Palermo e di Siviglia, della Regione Sicilia e dell'Ente Parco delle Madonie ha avviato un piano di impollinazione manuale e la creazione di una criobanca dei semi.
A Polizzi Generosa, dallo scorso luglio un'ala dell'ex complesso dei Gesuiti - oggi adibito a Comune - ospita un Museo dell'"Abies nebrodensis", particolarmente adatto alla didattica ambientale per bambini e ragazzi.




lunedì 23 dicembre 2019

LA FUGA DI BACH SULLA SPIAGGIA DI GLIACA DI PIRAINO

Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia

Poco prima del tramonto, il vento leggero rimanda lungo la spiaggia semideserta di Gliaca di Piraino la risacca sonora di una fuga di Bach.
Seduti sulle sdraio affossate sulla sabbia granulosa, marito e moglie si godono la quiete del momento.
L'uomo - un medico genovese concentrato sulle corde della sua chitarra classica - regala così a sé ed a quest'angolo di costa messinese attimi di impagabile suggestione.

domenica 22 dicembre 2019

UNA PAGINA DI GUTTUSO SULL'ARTE PRIMITIVA DELLO SCEMPIO EDILIZIO A BAGHERIA

Renato Guttuso,
"Paesaggio di Bagheria", 1951

Già alla fine degli anni Cinquanta dello scorso secolo, il territorio agricolo di Bagheria cominciò ad essere assediato da quella confusa espansione edilizia che nel 1965 fu oggetto di una commissione d'inchiesta del partito comunista guidata da Giuseppe Speciale.

"Dopo avere indagato con scrupolo per mesi - scriverà Dacia Maraini in "Bagheria" ( Rizzoli, 1993 ) - compila una serie di relazioni davvero angosciate e allarmanti in cui si denunciano, con nomi e cognomi, coloro che hanno contribuito allo sfacelo del primo e del secondo polmone verde di Bagheria per favorire quelli che a Roma si chiamano 'palazzinari', con la complicità a volte sfacciata, a volte sorniona e nascosta degli uomini del governo locale: sindaci, consiglieri comunali, assessori, tecnici eccetera".

Quattro anni prima dell'inizio delle attività di quella commissione, Renato Guttuso avrebbe fatto cenno allo scempio ambientale ed architettonico di Bagheria, paragonando l'aspetto della cittadina ad un'opera di Jean Dubuffet, il pittore e scultore francese fondatore dell'arte grezza o primitiva.


   

"La terrazza della mia casa di Bagheria - scrisse Guttuso in  "Uno sguardo da Gibilrossa", in "Sicilia" edito nel 1961 da Sansoni e Istituto Geografico De Agostini per la collana "Tuttitalia" - guardava, a ponente, su un mare di agrumi e oliveti.
Era uno scenario chiuso dai monti, da quei monti che si tuffano nel mare dove si erge la mole calcarea del Pellegrino.
Qui ogni sera potevo assistere a uno spettacolo di colori: il cielo si faceva porpora, ceruleo, vermiglio, arancione o giallo tenue.
Fu questa la mia vera scuola.
Quell'immenso fondale cangiante poté insegnarmi molte cose sulla pittura, sul rapporto tra ciò che si è e ciò che si vede.
Era continuarmi nel cielo: sentivo crescere e disfarsi dentro di me quei colori e quelle forme.
Bagheria era allora un grosso paese a forma di chitarra; ma oggi quell'antica pianta appare deformata dall'espansione edilizia, i suoi contorni sono tremolanti e resegati, un pò sgangherati e mostruosi, come quelli di una chitarra di Dubuffet"




domenica 8 dicembre 2019

L'ESTENUANTE RICCHEZZA DELLA SCRITTURA DI STEFANO D'ARRIGO

Mare e pescatori di pescespada
sullo Stretto di Messina.
Le fotografie sono di Alfredo Camisa
e vennero pubblicate in
"Lo Stretto di Messina e le Eolie" ( LEA, 1961 )
Pinnacoli lessicali ed ardite costruzioni linguistiche intessute in una sterminata serie di personaggi, visioni e figure simboliche.
La scrittura di "Horcynus Orca" di Stefano D'Arrigo - 49 episodi racchiusi in 1257 pagine - costò all'autore oltre un decennio di febbrili ripensamenti e correzioni, alla ricerca del perfetto cesello di una lingua "unica nella inesauribile proliferazione delle sue invenzioni e, al tempo stesso, totalmente realizzata nelle sue potenzialità di comunicazione e di espressione" ( così si legge  in un pieghevole allegato alla I edizione del romanzo, pubblicata da Arnoldo Mondadori nel gennaio del 1975 ). 
La sua eccezionale genesi creativa rende la lettura di "Horcynus Orca" un impegno faticoso e necessariamente diluito nel tempo.
Chi non abbia la tempra necessaria per sottoporsi all'impresa, può ripiegare sulla lettura dei singoli capitoli, gustando a piccole dosi il linguaggio ricco di contaminazioni e neologismi.
Il lettore avrà così modo di diluire il vertiginoso scorrere di invenzioni stilistiche e i sorprendenti recuperi filologici presenti nell'opera.



Sin dalle prime pagine del romanzo, D'Arrigo dimostra la sua scrittura di smagliante densità: 

"Qualcosa, in Sicilia, che per la grande coloritura violacea riflessa dall'acqua, sembrava una grande troffa di buganvillea pendente sulla linea dei due mari, brillò per un attimo dal mezzo della nuvolaglia, poi il brillio cessò e lo seguì un risplendere breve breve e bianco di pietra, e allora, nel momento in cui spariva la fumèa, riconobbe lo sperone corallino che dalla loro marina s'appruava, quasi al mezzo, come per spartirli, fra Tirreno e Jonio"