domenica 27 settembre 2020

LA COLAZIONE DEI "PISTATURI" DI MONTE ILICE

Il pasto dei "pistaturi" durante una vendemmia.
La fotografia è di Enzo Sellerio
ed è tratta dalla rivista "Sicilia"
pubblicata a Palermo nel marzo del 1964


Nell'ottobre del 1923, Ercole Patti fu testimone del rito della spremitura dell'uva sul cratere avventizio di monte Ilice, fra Trecastagnani e Zafferana Etnea.
Nell'area di un palmento, gruppi di "pistaturi" - i pestatori - diedero allora vita ad un'attività agricola legata alla vendemmia che per secoli ha rappresentato uno dei momenti di più forte aggregazione e coesione per i braccianti in Sicilia.
Pur nella durezza delle condizioni di lavoro proprie di una vendemmia, infatti, i "pistaturi" avevano infatti l'occasione di rivendicare ed ottenere alcune concessioni dal padrone della vigna, a partire dal vitto e dall'alloggio.
Come ha ricordato Eugenio Magnano di San Lio in "Le architetture del vino" ( pubblicato in "La Sicilia del vino", Giuseppe Maimone Editore, Catania, 2003 ), la loro fatica

"Era una festa durante la quale, almeno nel linguaggio, era permesso più di quello solitamente lecito, un baccanale che si ripeteva così da secoli, a dispetto dei padroni della vigna e dei sorveglianti che arcignamente badavano solo al lavoro.
Si mangiava insieme e il vitto era a carico del padrone ch'era tenuto a rispettare certi diritti consuetudinari, come quello per cui nella minestra dovevano essere lasciati i gambi dei prelibati peperoni, affinché il capo ciurma ne potesse verificare il numero, per come stabilito negli accordi.
Le donne dormivano in locali separati da quelli degli uomini ma la vendemmia era ugualmente una buona occasione per conoscersi e combinare qualche matrimonio..."
 
Di quella rude convivialità fra i "pistaturi", Ercole Patti fu attento e felicissimo narratore, grazie ad una scrittura nitida e voluttuosa, attenta a cogliere gesti e umori dei suoi protagonisti ( qualità presenti nella fotografia di un pranzo di pestatori scattata anni dopo da Enzo Sellerio, riproposta nel post da ReportageSicilia ):

"Davanti alla porta del palmento verso le otto del mattino - si legge in "Diario siciliano", Bompiani, Milano, 1971  - la massara prepara la colazione per i pigiatori; taglia grosse fette di formaggio salato e oleoso, dispone le acciughe e i peperoni arrostiti su ruvidi piatti, stacca grandi fette triangolari di pane fitto e pesante, riempie un bariletto di vino rosato e limpido che diffonde intorno nell'ora mattutina un profumo inebriante.
I pigiatori con le gambe inzaccherate di mosto e di chicchi di uva spremuti scendono giù dalle scalette di lava siedono sull'orlo di una tina, cavano fuori i coltelli e cominciano a mangiare piano piano.
Mangiano con gusto e attenzione tagliando strisce di pane su cui adagiano con cura un'acciuga, un pezzetto di peperone.
Il bariletto passa di bocca in bocca, gli uomini lo sollevano in aria, incollano le labbra al buchino laterale e mandano giù tre o quattro sorsate di vino senza versarne neanche una goccia..."

martedì 22 settembre 2020

LA "VERITA' MOMENTANEA" DEI RACCONTI FOTOGRAFICI DI SCIASCIA

Caltagirone.
Le fotografie del post sono di Leonardo Sciascia
e sono tratte dal catalogo "Leonardo Sciascia.
Sulla fotografia", opera citata

Per volontà della famiglia, gli archivi privati di Leonardo Sciascia hanno resa pubblica la passione dello scrittore e saggista per la fotografia, testimoniata dalla mostra inaugurata sabato scorso a Racalmuto dalla "Fondazione Sciascia".

La rassegna propone 27 scatti che l'autore realizzò durante i suoi viaggi in Sicilia e lontano dall'Isola, da solo o con la famiglia.

La mostra ( visitabile sino al 21 febbraio del 2021 ) segna l'inizio delle manifestazioni per ricordare il centenario dalla nascita di Sciascia.

Curato dal critico, storico e saggista Diego Mormorio, l'allestimento racconta l'attenzione dello scrittore anche per la vita quotidiana del suo paese.

Vi si scorgono i giochi di strada dei ragazzini, un pecoraio che vende casa per casa il latte, mungendo la capra sulla soglia delle abitazioni; visione - quest'ultima - che rimanda alla raccolta sciasciana di modi di dire e comportamenti della civiltà rurale di "Occhio di capra".

Davanti a una casa,
opera citata

Nella prefazione al catalogo della mostra ( "Leonardo Sciascia fotografo", Mimesis / Sguardi e Visioni, Sesto San Giovanni, 2020 ) Mormorio scrive:

"Alla fine degli anni Settanta, a ridosso di quello che per alcuni di noi era stato un anno fatidico, il 1977, cominciai ad occuparmi di fotografia per alcuni giornali dell'estrema sinistra. Una domanda mi veniva continuamente in mente: in che modo la fotografia può contribuire alla verità e alla lotta politica?

Era quasi un assillo, e durò fino al 1982, fino a quando cioè lessi la prefazione di Sciascia al libro 'Capuana, Verga, De Roberto fotografi' dell'amico Andrea Nemiz: 

'Cosa è la fotografia' - scriveva Sciascia - 'se non verità momentanea, verità che contraddice altre verità di altri momenti?'.

La frase non poteva non finire in una delle discussioni del 'Gruppo libertario di controinformazione fotografica' che avevamo costituito.

Normalmente, si sentiva dire che la fotografica dice la verità. E la cosa non mi piaceva. Quale verità?

Randazzo,
opera citata


Nonostante tutti gli appelli gli anni passati, ricordo quasi perfettamente ogni parola che ci siamo detti in una saletta di Radio Città Futura, in piazza Vittorio a Roma.

Sciascia aveva ragione, la fotografia è verità momentanea e, soprattutto, 'verità che contraddice altre verità in altri momenti'. In questo senso poteva essere la nostra verità contrapposta a quella dei giornali che rappresentano gli interessi del potere.

Borgo siciliano,
opera citata


Nonostante tutta l'acqua passata e le disillusioni, la frase rimane indimenticabile. Spesso mi trovo ad associarla a un brano del 'Gattopardo':

'In nessun luogo quanto in Sicilia la verità ha vita breve: il fatto è avvenuto da cinque minuti e di già il suo nocciolo genuino è scomparso, camuffato, abbellito, sfigurato, oppresso, annientato dalla fantasia e dagli interessi; il pudore, la paura, la generosità, il malanimo, l'opportunismo, la carità, tutte le passioni - le buone quanto le cattive - si precipitano sul fatto e lo fanno a brani; in breve è scomparso'.

Così, un giorno che venne chiesto come mai la Sicilia ha avuto così tanti importanti fotografi, risposi - e ne sono ancora convinto - che molti siciliani sentono un particolare bisogno di verità, perché, in questo nostro posto, come dice Tomasi di Lampedusa, la verità sembra non esistere"


lunedì 14 settembre 2020

PRESTIGIO E CADUTA DEL VICERE' CHE VOLLE I QUATTRO CANTI A PALERMO

La statua di Cerere, raffigurante l'estate,
in uno dei Quattro Canti di piazza Villena, a Palermo.
La fotografia è attribuita a Nino Teresi
ed è tratta dalla rivista "Sicilia"
edita a Palermo nel settembre del 1976  

Al nome del viceré Don Juan Ferdinando Paceco, marchese di Villena, si deve la costruzione - a partire dal 1609 - di uno dei più famosi e scenografici palcoscenici urbani di Palermo: i Quattro Canti di città, realizzati dall'unione simbolica dei quattro quartieri creati dal taglio delle strade Toledo e Maqueda.
All'epoca in cui il viceré propose al Senato di Palermo la costruzione della piazza - destinata a celebrare l'immortale potere dei re di Spagna nel mondo - il progetto venne esaltato da storici e cronisti del tempo addirittura come fra i più pregiati d'Italia e d'Europa.
La costruzione dei Quattro Canti andò avanti fra interruzioni e difficoltà finanziarie almeno sino a qualche mese prima del 1629, e senza che Don Juan Ferdinando Paceco potesse vederla realizzata interamente.
Il vicerè andaluso infatti aveva già dovuto fare ritorno in Spagna il 12 settembre del 1610, sotto scorta di una flotta con le insegne dell'Ordine di Malta: da 8 mesi, l'ideatore dell'"Ottagono del Sole" aveva dovuto rinunciare alla luogotenenza generale in Sicilia, affidata pro tempore dalla Corona di Spagna all'Arcivescovado di Palermo.
Il suo breve passaggio a Palermo fu infatti avversato da circostanze sfortunate - il rapimento del figlio Diego Fernandez ad opera dei Barbareschi, per il cui riscatto il viceré rifiutò una donazione del Parlamento - e dall'ostilità dello stesso Parlamento e dei Senati di Palermo e Messina, composti per lo più dai potenti nobili locali.
Per armare nuove navi contro la pirateria su ordine della Corona di Spagna, Don Juan Ferdinando Paceco aumentò infatti arbitrariamente del 50 per cento nell'Isola il costo degli atti giudiziali, provocando le ire dei baroni.


La vicenda finì col provocare uno scontro frontale con i parlamentari siciliani, destinato ad allontanare per sempre l'ideatore dei Quattro Canti da Palermo:

"A Baldassarre Naselli conte di Comiso e Pietro Balsamo marchese della Limina, che ricoprivano alte cariche istituzionali - ha scritto Daniela Lucentini in "Diacronia dell'Ottagono", in "Atti del convegno di studio sul Teatro del Sole", Palermo, 1990  - vennero intimati gli arresti nel Castello a Mare.
Il marchese di Villena entra nell'occhio del ciclone.
Si scatena veemente la protesta del Parlamento e dei Senati di Palermo e Messina, mentre il Vicario Generale dell'Arcivescovado fulmina la scomunica...
Il viceré, avvilito, chiede al Sovrano di lasciare il governo, non prima, però, di aver collocato a poppa dell'ammiraglia di quella flotta che egli, in un modo o nell'altro, riesce a mettere in mare, la bandiera del regno..."  

domenica 13 settembre 2020

VITE DI PUPI E PUPARI PRIMA DEL LUNGO OBLIO

Pupi di Giacomo Cuticchio
all'interno di palazzo Branciforte, a Palermo.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia

"In chi agisce nel contesto attuale del teatro dei pupi - ha scritto il fotografo Maurizio Buscarino in "Dei pupi" ( BNL Edizioni-Mondadori Electa, Milano, 2003 ) -  c'è la volontà di non ridurre o confondere i pupi del 'proprio' passato con la banale e potente committenza del folclore turistico, una volontà in cui agiscono alleanze e parentele di intenti, ma anche conflitti, recriminazioni, sospetti, subordinazioni, distanze, e soprattutto le diverse concezioni di ciò che è legittimo e ciò che non lo è nell'operare con il patrimonio ereditato.
E' certo però che tutti insieme, da diverse posizioni, mirano alla conservazione del 'valore', e tutti insieme hanno nei propri depositi familiari e artistici o museali o intellettuali quell'Opera dei pupi dichiarata ora dall'Unesco 'patrimonio orale e immateriale, intangibile, dell'Umanità'"

A distanza di 17 anni dalla considerazione espressa da Buscarino, il Teatro dei Pupi continua a godere dei favori di un pubblico che partecipa con attenzione - anche al di fuori dalla Sicilia - a festival, rassegne ed eventi culturali legati al secolare mondo dei pupi in legno.
Dopo la profonda crisi vissuta dai pupari a partire dagli anni Sessanta e Settanta dello scorso secolo - periodo in cui si dava per morta la loro possibilità di sopravvivenza artistica - l'Opra ha riguadagnato una nuova vita, uscendo dalla palude di una deprimente dimensione turistica.



In passato, il declino degli spettacoli dei pupi in Sicilia era stato segnalato già nei primi decenni del Novecento, allorché le nuove tecnologie della comunicazione cominciarono a rivoluzionare strumenti e modelli di intrattenimento del pubblico.
In un reportage pubblicato da Siracusa sul "Corriere della Sera" del 13 agosto del 1930, l'anonimo redattore dava notizia di un imminente "concorso di pupari siciliani" organizzato a Catania; informazioni che se da un lato sottolineavano ancora la vitalità di questa secolare forma di teatro, dall'altro segnalavano pure l'evoluzione tecnologica dei tempi, e le possibili conseguenze sulla sopravvivenza dei pupi.
L'articolo evidenzia anche alcuni aspetti della vita dei pupari di allora e del rapporto inscindibile dei loro spettacoli con il pubblico, compartecipe delle gloriose imprese dei paladini:    

"I pupi dell'Isola vivono ancora, non ostante i sette secoli della loro età, una vita gloriosa.
Ciò dimostra che la passione del popolo siciliano per questi spettacoli non ha subito notevoli diminuzioni.
Da una recente statistica è risultato, infatti, che in questa regione esistono ancora oltre cinquanta teatrini di pupi, dove i paladini carolingi battagliano furibondamente contro mostri orripilanti e contro schiere trucibalde di affumicati musulmani infedeli.



Questo nel 1930, nell'anno in cui la radiotelefonia sta per essere superata dalla radiotelevisione, e le trasvolate atlantiche possono da un momento all'altro essere eclissate dai voli interplanetari.
Il popolo qui si appassiona ancora alle gesta degli eroi che la leggenda ha tramandato sotto il nome di Carlo Magno, Orlando, Rinaldo di Montalbano, Argante, Tancredi, ecc.
Esso s'entusiasma delle loro imprese, perché rivede il trionfo della giustizia contro l'inganno e il sopruso.
Se le marionette sono conosciute un pò in tutta l'Italia, poichè non v'è regione che non ne abbia di sue caratteristiche, i pupi siciliani non si possono vedere che nell'Isola.
Il linguaggio che il puparo parla - anche se non prettamente siciliano - è fatto di tanti sottintesi, di tanti giochi di parole e di tante allusioni locali, che non possono essere compresi se non dal conterraneo.
L'intreccio dei drammi trae quasi sempre argomento dalle gesta swl ciclo carolingio, e gli argomenti sono quindi uguali a quelli che deliziavano le folle del porto di Napoli e di altre città prevalentemente meridionali, e su cui tanto inchiostro hanno versato gli studiosi di folclore.
Quello che qui v'ha di singolare è il puparo, diverso da tutti i suoi confratelli, figura caratteristica del popolino siciliano, specialmente nei suoi rapporti col pubblico.
Il puparo dell'Isola dei Ciclopi è stato e sarà sempre un uomo del popolo che, sfruttando una naturale inclinazione artistica e una genialità particolare, vive una vita relativamente agiata.
Diciamo 'sarà', perché se ciò non fosse, se cioè si volesse fare evolvere la figura caratteristica del manovratore degli instancabili guerrieri, sicuramente i numerosi teatrini de pupi andrebbero a male.
La seduzione di questo genere di spettacoli non sta infatti solo nel grande eroismo che dimostrano in cento e cento battaglie i baldi paladini; ma nel continuo contatto fra il puparo e il pubblico che, in certi momenti, diventa lui stesso attore.



Se, per esempio, allo spettatore fosse inibito di dire, ad alta voce, la sua incredulità per qualcuna delle migliaia di spacconate che il puparo fa dire ai suoi protagonisti, la folla degli assidui diserterebbe il locale preferito.
A un certo punto, ad esempio, il puparo, dall'alto del suo scanno, fa dire ad Orlando:

'... e cu coppu di turlindana fici scuppulari trenta testi!'
'... e con un colpo di durlindana decapitò trenta teste!'

E ecco che una voce dal fondo risponde:

''rossa don Cicciu!', 'grossa, don Ciccio!'

E un'altra:

'scalamula don Pricopio!', 'facciamo di meno, don Procopio!'

E il primo, transigente e paziente, riprende:

'Orlando cu coppu di turlindana fici scuppulari cinqu testi!'
'Orlando, con un colpo di di durlindana, decapitò cinque teste!'

Ed una nuova voce: 

'scalamula ca nu'nna calamu', 
'facciamo di meno, non ce la caliamo ( non la beviamo )

Onde il puparo, un pò esasperato esclama:

'Ma non vi ricurdati ca chiddu è Orlandu?'
'Ma non vi ricordate che quello è Orlando?'

E 'u siminzaru' ( il venditore di semi ) ?
Anche questa è una figura caratteristica del teatro dei pupi.
Egli non si contenta di vendere negli intermezzi la sua merce, ma qualche volta la offre a gran voce nei momenti di massima commozione, mettendo una nota comica nel patetico più intenso.
Egli è capace di scegliere il tempo in cui il fiero Orlando lancia profferte d'amore alla bella Angelica:

'dimmi, cafona, mi amerai?',

e l'altra, un pò pudibonda:

'io n'esco pazza per te',

ed il primo, di rimando:

'ah, vigliacca!'

per ricordare, a gran voce, che è lì con i suoi frutti prelibati.

'a calia caura caura, a nucidda miricana, a simenza brustolita!'
'ceci caldi caldi, noccioline americane, semi di zucca abbrustoliti!'



Ogni puparo che si rispetti elargisce alla fine per regalo ai suoi clienti una breve commediola, la quale ha il compito di placare gli umori (spesso durante una disputa cavalleresca fra Rinaldo di Montalbano e Gano di Magonza  che, armati di lance e draghignasse, battagliano furibondamente, sorgono delle vere dispute fra i partigiani dell'uno o dell'altro guerriero ).
Fra le maschere di questo repertorio sta in primo piano 'Nofriu'.
Il gran personaggio viene figurato tutto insaccato in abiti policromi, con un cappello floscio sulle ventitré, gli zigomi porporini e le labbra esangui.
Loquace, tronfio, con andatura da superuomo, con la sua gran prosopopea accumula i più solenni errori sopra qualunque argomento.
Durante la giornata, il proteiforme puparo, che, la sera, è l'anima, il cuore e la voce delle teste di legno, si tramuta anche in padre.

Infatti, pensa ai bisogni dei suoi... figlioli: li copre di nuove sfarzose armature e costumi - se gli incassi vanno bene - rammenda i singolari indumenti, dà un'ennesima passata di vernice alle guance di qualcuno dei pupi più vecchi, dipinge un nuovo fantastico scenario o manifesto, completa nuovi congegni meccanici, aumenta gli effetti della luce elettrica, redige, facendo trionfare gli strafalcioni, i manifesti della propria serata, ecc.
Il puparo cerca, così facendo, di rendere sempre più decente il suo teatro..."
     

mercoledì 9 settembre 2020

IL CAPITANO HARDCASTLE, L'INGLESE CHE SI PERSE FRA I TEMPLI DI AGRIGENTO

Alexander Hardcastle,
il mecenate inglese che finanziò
le ricerche archeologiche nella Valle dei Templi.
La fotografia è tratta da I.Scichilone, opera citata.
Le altre foto del post sono di Ernesto Oliva-ReportageSicilia

"Capitano inglese.
Ricco commerciante di caucciù nelle Indie Orientali.
Attorno agli anni Venti si stabilì in Girgenti perché attratto ed innamorato delle stupende bellezze archeologiche, occupando una casa di campagna vendutagli dalla vedova signora Montana.
Negli anni 1922 e 1923 innalzò le attuali 8 colonne del Tempio di Ercole, che giaceva in un cumulo di rovine.
Baronetto del Regno Unito, è sepolto al cimitero di Bonamorone della nostra città.
Agrigento lo ricorda con un busto di bronzo a Villa Aura"

Così, la guida "Agrigento. Arte, Storia, Cultura e Tradizioni" edita nel 1998 dall'Ente Fiera Agrigentum riassume brevemente la figura di Alexander Hardcastle, singolare mecenate della ricerca archeologica nella Valle dei Templi nel periodo compreso fra il 1920 ed il 26 giugno del 1933, giorno della sua morte.



Come accaduto in precedenza a Selinunte - dove gli architetti inglesi William Harris e Samuel Angell erano stati autori di importanti scoperte e rilievi fra le rovine dei templi - Alexander Hardcastle diede un contributo fondamentale alla ricerca archeologica ad Agrigento.
La sua passione per le rovine e per il paesaggio della Valle lo portò a rinunciare ad ogni altro progetto personale, compresi quelli di mantenere rapporti con l'Inghilterra o di crearsi una famiglia: da qui, la fama di uomo bizzarro e solitario, che gli valse la definizione - ha ricordato  Matteo Collura nel 1986 -  di "'nglisi scurdatu 'e tempii" ( "l'inglese dimenticato fra i templi" ).
La sua storia - che può riallacciarsi a quella delle intense frequentazioni di imprenditori e cultori dell'arte inglesi nella Sicilia fra il secolo XIX e dei primi anni del Novecento - è stata raccontata da Isabella Scichilone ( "Un mecenate inglese fra i templi di Agrigento: sir Alexander Hardcastle", Agrigento, 1997 ) e da un catalogo di saggi edito dalla Regione Siciliana-Assessorato dei Beni Culturali in occasione della mostra documentaria "Pirandello e l'archeologia" ( Biblioteca-Museo Luigi Pirandello, Agrigento, a cura di Gaetano Cani, Rosetta D'Affronto e Antonino Perniciaro, 2001 ).
Da quest'ultima opera, si ricavano maggiori notizie sulla presenza di Hardcastle ad Agrigento, e dettagli di una vita segnata - insieme alla passione per l'archeologia - da un disagio esistenziale che lo accompagnò sino alla morte.
Nato il 25 ottobre del 1872 a Londra, l'ufficiale del Genio Reale - la cui famiglia benestante possedeva cospicue compartecipazioni minerarie - prestò servizio in Malesia ed in Sudafrica.
Lasciata la divisa nel 1917, iniziò a viaggiare in Europa; il suo arrivo in Sicilia - ad Agrigento - è datato fra il 1920 ed il 1921.
Alloggiò dapprima presso l'Hotel Belvedere, poi decise di acquistare Villa Aurea dalla famiglia Montana.



In "Pirandello e l'archeologia", si legge che l'attrazione di Hardcastle per Agrigento nacque per l'atmosfera del quotidiano vivere ed il contesto architettonico-ambientale della Valle dei Templi:

"La decisione di trasferirsi nella nostra Città non fu improvvisa.

Fu colpito, era autunno, dai tramonti, dalla mitezza disarmata e disarmante del clima, dal lentore umano e ideale della vita, da un complesso di fattori i più diversi - geologici e climatologici, psicologici e culturali, etnici e storici - che qualche paesano ancor oggi si ostina a definire con tronfia voce 'apatia agrigentina'.
Per dare un'idea dell'acuto rispetto e dell'amor preciso che l'Hardcastle aveva per lo scenario agrigentino ( uomini e cose ) nonché della sua capacità di osservatore lirico e scrupoloso assieme, ( ... ) una sua osservazione sulle nuvole: sulle nuvole agrigentine, o meglio, sulle nuvole viste da Agrigento.
Le nubi agrigentine - aveva osservato il capitano e certamente ne era felice e contento - non sono mai furiose e non si dissolvono mai in fumo, ma solcano il cielo come squadre di cavalli.
Non già pecore o elefanti, cherubini o demoni, arabeschi o labirinti, cigni sesquipedali o sparvieri, ma cavalli, questi animali belli e intelligenti, docili ma ardimentosi, amici senza umiltà, entrati con l'uomo nel processo di civilizzazione del mondo.
Della natura amava dunque il dominio che essa ha, in certi luoghi temperati e ameni, su se stessa: così come dell'arte greca ammirava il dominio che essa ha sull'arte..."



Grazie alla disponibilità economica, Alexander Hardcastle impiegò molto del suo patrimonio familiare per la ricerca ed il restauro archeologico nella Valle dei Templi: 40.000 lire per la parziale ricostruzione del tempio di Ercole, 50.000 lire per una campagna di scavi in un'area dove prevedeva di individuare il teatro greco ed altri fondi per lo scoprimento di una cinta muraria della polis e di una porta monumentale.
Il capitano inglese finanziò pure altri costosi progetti di recupero dell'Agrigento medievale e moderna, compresi quelli per il potenziamento della rete elettrica e della sofferente rete idrica cittadina: altre 150.000 lire che Hardcastle sottrasse volentieri alla possibilità di condurre una vita più agiata.

"Trascorreva i giorni a percorrere la campagna e la Valle, - si legge ancora in "Pirandello e l'archeologia" - a tastare il terreno armato di una picozzina con cui raschiava la terra per saggiarne lo strato archeologico.
Sui luoghi delle quotidiane escursioni si sedeva per riposare, riflettere, leggere.
Era diventato amico di tutti i contadini della valle, li stimava e li considerava come i veri custodi della polis..."




Sino alla sua morte, Hardcastle visse sempre ad Agrigento, mancandone soltanto nei mesi estivi, quando si trasferiva in una grande villa nei boschi di Viterbo.
Negli ultimi anni, il capitano inglese visse in uno stato psicologico di sofferenza, in manicomio, vittima di frequenti crisi nervose e stati di depressione.
Aveva sessant'anni quando lo raggiunse la Londra la notizia del fallimento della banca presso cui aveva depositato il patrimonio: un evento traumatico che precedette di poco la sua fine.
Seppellito in una modesta tomba con vista sull'amata Valle dei Templi, Alexander Hardcastle è stato riscoperto ad Agrigento nel 1984, grazie ad un convegno di studi che ha ridato giusto lustro ad uno dei più singolari "inglesi di Sicilia" sbarcati nell'Isola e mai più tornati indietro.