martedì 19 gennaio 2021

DA CICERONE A BARZINI, GIUDIZI SUI SICILIANI SOSPETTOSI E SENZA LEGGI

"L'opera dei pupi",
foto di Francesco Alliata
pubblicata in "Le Vie D'Italia"
del TCI nell'agosto del 1951


"Se i 'piemontesi' erano arrivati con quella che in Sicilia si definisce l'aria del continente, senza comprendere e senza alcun desiderio di comprendere, i vecchi padroni non erano stati da meno, soprattutto gli spagnoli, la cui dominazione si era prolungata per 250 anni.

'Razza intelligente ma sospettosa, che sembra nata per le controversie' ( genus acutum sed suspiciosum ) sentenzia Cicerone in una delle sue orazioni.



E due millenni più tardi Luigi Barzini rincara la dose. 'I siciliani sembrano vivere come se leggi e autorità non esistessero'. Giudizio quanto mai fondato. Troppo, forse, perché molto spesso e in molte contrade le leggi in effetti non esistevano. E l'autorità? Sì, quella sì, anche se quasi mai aveva la fisionomia alla quale era abituato il grande giornalista umbro..."

Enzo Russo,"Incomprensibile Sicilia" 

Salvatore Sciascia Editore, 2016



lunedì 18 gennaio 2021

IL SORRISO DEL BAMBINO CON LA PALLA A MONTEVAGO

Montevago,
murales all'interno di una abitazione 
abbandonato dopo il terremoto nel Belice.
Foto del post
Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Quello di Montevago fu il primo nella lista dei paesi che le telescriventi delle agenzie di stampa indicarono 53 anni fa come luogo del devastante terremoto del Belice; una seconda rovinosa scossa, con il fragore di un tuono, sorprese i 3.000 abitanti mentre in tanti - indecisi a causa del freddo e della neve - discutevano se fosse opportuno allontanarsi da casa.

Morirono in 92, compresi numerosi anziani ricoverati in un ospizio allestito qualche tempo prima dal Comune. Furono i carabinieri di Sciacca - i primi a raggiungere il paese, superando le profonde crepe sulle strade circostanti - a coprire i loro corpi con teloni e fogli di giornale, a ridosso di ciò che era rimasto in piedi della chiesa parrocchiale. In seguito, arrivarono da Palermo anche una trentina di giovani studenti universitari di Medicina: fra le tende ed il fango, si unirono ai sanitari della Croce Rossa nella cura di decine di feriti.

 






La totale devastazione del paese trovò questa descrizione nel resoconto del giornalista Mario Bernardini:

"Montevago è su un pianoro chiuso fra due colline. Da lontano mette spavento perché non si vede più niente; è come se sul pianoro qualcuno avesse tracciato una linea bianca con il gesso: quella linea bianca sono le macerie delle case crollate, tutte, fino all'ultima..."

Ciò che venne risparmiato dallo spaventoso disastro - la forza della natura aggravata dalla fragilità del tufo, delle pietre e delle canne degli edifici - venne in seguito abbattuto dalla dinamite. 

Oggi le rovine di Montevago sono insieme memoria di quella ecatombe e luogo in cui i ruderi cominciano ad essere utilizzati come un laboratorio a cielo aperto: quello in cui alcuni disegnatori hanno creato murales e "trompe-l'oeil" in grado di rianimare con l'arte un luogo della devastazione e del lutto, a cominciare dagli spazi che furono teatro della vita quotidiana del paese, corso Umberto I e piazza Belvedere.

In quest'ottica, in alcune abitazioni sono stati riportati oggetti di uso quotidiano: una tavola apparecchiata con stoviglie d'epoca, strumenti del lavoro contadino, quadri ed immagini religiose, divani dipinti sulle pareti accanto a vere e consunte sedie impagliate.

L'iniziativa - che ha preso il nome di "Percorsi Visivi" - si deve all'Associazione Culturale "La smania addosso", nome che rimanda al titolo di un film con protagonisti Vittorio Gassman e Gino Cervi girato nel paese agrigentino sette anni prima della devastazione.

Uno dei murales, realizzato dal catanese Ligama all'interno di una abitazione dove è stata riportata alla luce l'elegante decorazione dell'ammattonato, rappresenta un bambino di nome Nicolò

Il suo sguardo sorridente è rivolto verso il cielo e la luna, oltre lo squarcio sul soffitto; fra le mani stringe una palla che secondo il racconto popolare raccolse in strada quando la scossa più forte che lesionò la casa rischiò di farlo colpire dai calcinacci.



L'utilizzo di una parte dei ruderi di Montevago come luogo d'espressione artistica ha anche lo scopo di creare, attraverso la memoria della tragedia, un motivo di interesse turistico.

L'esempio seguito è quello del Cretto di Burri che ricopre le rovine della vecchia Gibellina, visibile dallo slargo di piazza Belvedere.

La suggestione dell'allestimento è accresciuta dal silenzio e dalla preponderante mole dei ruderi della Chiesa Madre, dove a breve dovrebbero iniziare la rimozione e la catalogazione dei grossi frammenti architettonici che nascondono la vista del pavimento della basilica.

Al tramonto della luce d'estate, le rovine di Montevago sembrano così acquistare nuova vita: il segno dell'arte lenisce lo sgomento del ricordo della morte e della devastazione qui provocata da un terremoto che lascia ancora profonde ferite nel Belice.



giovedì 14 gennaio 2021

LA SFIORITA BELLEZZA DELLA TONNARA DI VERGINE MARIA

Foto del post
Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Ci sono luoghi della Sicilia in cui, citando un reportage palermitano di Cesare De Seta del 1984, si assiste ad uno spettacolo:

"Penoso, perché è difficile trovare una simile condizione di degrado congiunta ad una così alta qualità del bene che va scomparendo, sicché il pessimismo della ragione induce a ritenere d'essere giunti ad un punto di non ritorno..."



Sono trascorsi 37 anni da quella considerazione, e le parole di De Seta trovano purtroppo riscontro nella visione di parecchi beni ambientali, storici e monumentali ancora abbandonati all'incuria, nell'indifferenza dei cittadini - primi veri custodi del bene pubblico - e dei loro disinteressati amministratori. 
Uno di questi beni è il litorale della borgata palermitana di Vergine Maria: una periferia urbana acquattata fra l'incombente mole del monte Pellegrino e la costa rocciosa, sfregiata decenni fa da una discarica di materiale edile, ora diventata una collina a picco sul mare.



Su questo scenario è incastonata la massiccia struttura della secolare tonnara Bordonaro, dotata in origine di un grande marfaraggio ( il complesso di edifici a servizio dell'attività di pesca dei tonni ) e di un arsenale.
Uno dei luoghi più suggestivi della costa urbana - dove nel ricordo dei più anziani della borgata la sabbia del fondale aveva i bagliori dell'argento - giace in uno stato di degrado ed abbandono, evidenziato dalla completa rovina delle muciare utilizzate durante la tonnara.   



Così, Vergine Maria e la sua tonnara - luogo di balneazione per i palermitani meno abbienti - rappresentano uno dei modelli del radicato degrado complessivo della costa di Palermo, descritto da Giuseppe Cipolla in un 1975 assai vicino ai nostri tempi ( "Per il risanamento di Palermo", Vittorietti Editore, p.36 ):




"Lungo i due versanti che convergono a Palermo il mare e la costa sono oggetto di una speculazione impudica e pacchiana: montagne e collinette azzannate dalle cave di pietrisco, tratti di spiaggia sfigurati per le discariche pubbliche e l'estrazione autorizzata o abusiva della sabbia di mare; l'appropriazione delle spiagge migliori da parte delle varie corporazioni impiegatizie e statali o di privati, attraverso il sistema delle concessioni demaniali; un gran numero di villette o di ristoranti a mare da Cefalù a Balestrate costruiti sempre col sistema delle concessioni e che costituiscono uno sconcio al paesaggio e una delle cause dell'inquinamento per via dei rifiuti e dei pozzi neri, e tra i varchi, le spiagge pattumiere, per il proletariato palermitano senza tessera d'accesso alla sacca corporativa o impossibilitato a pagare il pedaggio..."

sabato 9 gennaio 2021

IL CONSIGLIO SICILIANO DI UGO OJETTI

Trapani e le Egadi.
Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia


"Se un giovane scrittore mi chiedesse un tema per un suo libro, subito gli direi la Sicilia. Ma dovrebbe andare a vedersela minutamente, a viverci col cuore aperto; e intanto studiarne la storia. E dovrebbe arrivarvi talvolta dal mare e talvolta dall'aria. Solo dal cielo si vede in azione la storia; e spazio e tempo si sovrappongono quando, per esempio, ci si accorge che Siracusa dista da Roma quanto da Tripoli e dall'Africa, quanto dalla Grecia, quattr'ore, e che i monti della Sicilia continuano di qua la catena dell'Appennino, di là l'Atlante tunisino.

Da Milano o da Firenze l'isola sembra un lembo di terra lontana, tagliato dal resto d'Italia e d'Europa. Dall'aria invece riappare qual'è: la punta dove tre o quattro correnti di civiltà vengono a incontrarsi e a frangersi facendo un gorgo tanto fondo che, a fissarne il rigiro, d'impeto e inerzia, di spavento e pace, di passione e saggezza, di dubbio e fede, di rivolta e rassegnazione, d'ingenuità e sottigliezza, si resta affascinati; e nemmeno Roma, dove tutte le contraddizioni sembrano conciliate nella grandezza e nella certezza, incanta così.

E' proprio un mare che respira e palpita. Col così detto marrobbio verso Marsala e Trapani il mare s'alza e s'abbassa anche di un metro , come un sangue che si libri e lieviti..."

UGO OJETTI, 1930  

LA FLORIDA MA POVERA VALLE DELL'ANAPO IN UN REPORTAGE DEL 1954

Scena bucolica
nella valle dell'Anapo, nel siracusano.
Le foto del post vennero pubblicate
dalla rivista del TCI "Le vie d'Italia"
nell'ottobre 1954 ed illustrarono
un reportage di Francesco Cataluccio




In un reportage intitolato "Dal porto di Siracusa al Monte Lauro" pubblicato nell'ottobre del 1954 dalla rivista del TCI "Le vie d'Italia", lo storico e politologo Francesco Cataluccio ricostruì l'aspetto paesaggistico e le condizioni economiche di Siracusa e della valle dell'Anapo.

Di quest'ultimo territorio agricolo, Cataluccio - studioso formatosi alla scuola del trapanese Niccolò Rodolico - evidenziò la ricchezza delle colture mediterranee: limoni, aranci, carrubi, mandorli, ulivi, viti, peri, palme, melagrani, gelsi, noci, fichi, sovrapposti "in un gioco stordente di colori" a frumento e granoturco, legumi e verdure d'ogni specie.

"Non un palmo di terra è inattivo - osservò Cataluccio - anche carrarecce e sentieri si snodano tra i filari di fichidindia e, tra le pietre dei muri confinari, svettano asparagi selvatici d'ineguagliabile sapore..."


 

A fronte di tanta ricchezza agricola, la situazione sociale di quest'angolo di Sicilia di settant'anni fa soffriva però di una condizione sociale ed economica gravata dalla distribuzione della proprietà terriera e dalla deficienza delle infrastrutture.

Scrisse a questo proposito Cataluccio:

"La terra o è di grandi proprietari o di medi e piccoli proprietari che la danno in affitto o in mezzadria. La piccola proprietà coltivata direttamente ha vita difficile, malgrado i prezzi remunerativi di alcuni prodotti, sia per il peso delle imposte sia per il gioco di speculazione che si svolge attorno al coltivatore, il quale ha urgenza al momento del raccolto di venderlo, per assoluta esigenza di realizzo, a prezzi talvolta irrisori, a grossi imprenditori.

Gli agricoltori della val d'Anapo subiscono le conseguenze negative dell'assoluta mancanza di spirito associativo e del prevalere di un esasperato individualismo. Associazioni, consorzi sono stati sempre nomi senza significato reale in questa zona. Non hanno certamente educato allo spirito associativo gli ammassi d'iniziativa statale, non sempre preoccupati degli interessi del produttore e gestiti con una burocrazia insensibile al bisogno di chiarezza di gente sulla quale esperienze passate hanno stratificato diffidenze e sospetti verso gli organi statali...


Acqua, strade e case formano il trinomio che ancora condiziona la prospettiva di una moderna economia agricola della val d'Anapo. Lo stesso si dica della viabilità campestre, che in alcune zone dà il sapore d'una avventura non facile al viaggio dei contadini dal paese al luogo di lavoro; non facile se non a dorso di mulo o di asino, ma impossibile se in cicli o moto...



Floridia è il gran tetto sotto il quale si raccolgono le migliaia di contadini che coltivano questa zona. Salvo infatti poche e sparse fattorie, con nucleo stabile di 'massari', si tratta di terre senza case, che costringono i contadini a percorrere svariati chilometri per giungere sul posto di lavoro al mattino e per far ritorno in famiglia a sera..."


domenica 3 gennaio 2021

"I PAZZI DI CORLEONE", OVVERO QUANDO LO STATO TRADI' LA CAPACITA' DI DENUNCIA CONTRO I LIGGIANI


Scritto dall'autore di questo blog, "I pazzi di Corleone", edito a Trapani da Di Girolamo nel novembre del 2020, ricostruisce una paradossale storia di mafia e di omissioni dello Stato.
Di seguito ne pubblichiamo la prefazione.  

"Sin dalle prime inchieste giornalistiche dei quotidiani l'Ora e Giornale di Sicilia - fra queste ultime, soprattutto quelle firmate da Mario Francese - tutto o quasi tutto è stato scritto sino ad oggi della mafia di Corleone.

Potrebbe dunque apparire superfluo - soprattutto dopo la morte naturale nel novembre del 2017 di Salvatore Riina, ultimo erede con Bernardo Provenzano del potere di Luciano Liggio - aggiungere altre parole sulla storia dei liggiani; sulla loro ferocia criminale e sulla capacità di diventare artefici di drammatici fatti contemporanei siciliani e d'Italia.

Corleonesi in strada.
Immagine tratta dall'opera
di Enza Berardi "Mafia, ieri e oggi",
edita da Paravia nel 1976


Quando però mi sono ritrovato a consultare la Documentazione allegata alla relazione conclusiva della Commissione Parlamentare d'Inchiesta sul fenomeno della Mafia in Sicilia - il tomo 16° del Volume IV, pubblicato nel 1980 - ho scoperto che qualcosa di determinante sull'argomento era caduto nel totale oblio.

Di quel "qualcosa" risalente ad un passato lontano nella storia di Corleone ho provato a parlare negli ultimi anni con magistrati, poliziotti, carabinieri ed anziani giornalisti: i più, ne erano totalmente ignari, qualcuno di loro ne aveva vago ed incerto ricordo.

Nella comprensione dei crimini e dei retroscena ancora ignoti sulle trame che hanno permesso ai corleonesi di diventare i "capi di Cosa Nostra", sembra essere stato cancellato quel capitolo dimenticato, che pure mi pare fondamentale: quello delle numerose denunce che a Corleone cercarono inutilmente di arginare l'ascesa di Liggio e dei suoi accoliti ai vertici della mafia siciliana.

Accadde che a partire dai primi anni Cinquanta e sino alla fine del successivo decennio - il periodo in cui i liggiani sbaragliarono la cosca di Michele Navarra, prima di trasferire la mattanza a Palermo - familiari di vittime di mafia e appartenenti ai clan corleonesi accusarono Liggio, Riina e Provenzano dei loro feroci delitti.

In un luogo nel quale il solo tentativo di avvicinamento ad un poliziotto o ad un carabiniere costituiva un rischio per la vita, madri, fratelli e figli di vittime tra i mafiosi ebbero il coraggio di affidarsi alla giustizia dello Stato.

I documenti raccolti in quel volume dell'Antimafia - vecchi ormai di un sessantennio - riportano nomi e cognomi di corleonesi che non ebbero alcun timore di indicare nei liggiani gli autori di omicidi, estorsioni ed episodi intimidatori.

Ciò che viene fuori da questa lettura è un quadro corale di aperte denunce contro i delitti del clan, del tutto contrastante con l'opinione comune secondo cui Corleone sia stato il luogo per eccellenza della pratica dell'omertà.

Ad accusare Liggio, Riina e Provenzano negli anni Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo - come emerge dall'esame dei rapporti investigativi e giudiziari del tempo - furono decine di compaesani colpiti dall'uccisione di propri parenti, o semplicemente stanchi di subire le vessazioni imposte dalla cosca: danneggiamenti, estorsioni di terre ed abigeati.

A queste accuse si unirono quelle, ancor più probanti, di alcuni appartenenti agli stessi gruppi mafiosi locali. Il prezioso contributo di quelle testimonianze venne incredibilmente vanificato dall'incapacità dello Stato di tutelare chi dava prova di rompere il vincolo dell'omertà.

Chiamati a confermare le confessioni in aula, gli accusatori di Liggio - nel frattempo fatti facile oggetto di minacce - negarono le proprie affermazioni o addirittura simularono la follia.

Una lunga stagione di processi a carico dei liggiani fu allora scandita da puntuali e beffarde assoluzioni per insufficienza di prove. Nelle motivazioni delle sentenze si giunse addirittura ad escludere l'esistenza a Corleone di un gruppo di mafiosi guidato da Luciano Liggio.

Una rara foto segnaletica
di Luciano Raia,
il corleonese che nel 1966 accusò il clan di Liggio.
Ritrattò le accuse simulando la follia
al processo di Bari, celebrato nel 1969



In quella stagione di impunità giudiziaria, i giudici dimostrarono di non sapere valutare il fenomeno mafioso alla luce della necessità di valorizzare le dichiarazioni accusatorie rese dai testimoni in un clima di pressante intimidazione.

Lo Stato ha dunque permesso in quegli anni alla mafia di Corleone di affermarsi con la forza della soggezione, salvando i liggiani da ergastoli e condanne che avrebbero potuto forse impedirgli di uccidere in seguito investigatori, magistrati, politici, giornalisti e chiunque fosse stato ritenuto capace di opporsi al loro potere stragista.

Le pagine che seguono hanno tentato di ricostruire quelle vicende - mi sembra non marginali - nella storia criminale scritta da Liggio, Riina e Provenzano nelle vicende siciliane del Novecento.

Luciano Liggio,
affiancato dai suoi avvocati,
dopo la clamorosa assoluzione a Bari.
Foto archivio ReportageSicilia


In quest'ottica, credo che il fenomeno dell'"omertà corleonese" debba essere riletto alla luce di precise responsabilità istituzionali. Parlando con un magistrato palermitano oggi in pensione, mi sono sentito dire che all'epoca di quei fatti non esisteva una "cultura giudiziaria adatta a comprendere cosa fosse la mafia"

Per quell'ignoranza, Corleone e la Sicilia hanno pagato un prezzo altissimo, perdendo decenni preziosi per affrontare un clan sanguinario, le cui violenze, dopo le stragi del 1992 e del 1993, sono state definite come "terrorismo mafioso"..."