BREVI NOTE SUL CASTELLO DI CASTELBUONO

Foto 
Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Ben visibile e severo nella sua compatta costruzione voluta dalla famiglia di origini liguri dei Ventimiglia, il castello di Castelbuono è uno dei più riconoscibili monumenti delle Madonie. Negli otto secoli della sua storia, ha subito trasformazioni, dissesti provocati dai terremoti e periodi di abbandono; guasti cui hanno posto fine, una trentina di anni fa, complessi lavori di restauro.

In precedenza, l'edificio era stato tutelato grazie a quello che, secondo quanto scritto da Alba Drago Beltrandi in "Castelli di Sicilia" ( Silvana Editoriale D'Arte, Milano, 1956 ), può considerarsi uno dei primi esempi in Sicilia di "raccolta civica di fondi" per la salvaguardia di un bene culturale:

"Nel 1920, tutto il patrimonio Ventimiglia espropriato al barone di Favarotta, venne messo all'asta pubblica ed il vetusto castello sacro alla storia del paese aggiudicato a quel comune e restaurato mediante una colletta popolare".

Leggende ed episodi fra realtà e mito non mancano neppure nella storia di questo maniero. Secondo quanto riferito da Antonio Mogavero Fina in "Sicilia" nel dicembre del 1967:

"C'è il ricordo della galleria sotterranea, che partendo dal castello giungeva alla chiesa di San Francesco, circa cinquecento metri distante; fu demolita nel 1875 per livellare via Sant'Anna e sistemare la Rua Fera. Quest'opera è collegata al tipico comportamento dell'albagia feudale, alla tirannia egoistica voluta dai tempi, per cui vuole la tradizione che gli operai che effettuarono i lavori subirono la sorte che non meritavano: onde non svelare i segreti del castello, vennero trucidati con barbarico sadismo..." 

Si racconta, pure, che nel maggio del 1454 vi fosse trasferito dal vicino castello di Geraci il teschio di Sant'Anna; nel 1605, un frate fece sparire sottoterra la reliquia, che sarebbe stata recuperata nove anni dopo e quindi ricollocata all'interno del castello.

Foto di Josip Ciganovic
pubblicata da "Sicilia", volume I,
edito nel 1961 da Sansoni
ed Istituto Geografico De Agostini 


Uno dei beni artistici dell'edificio è la cappella intitolata proprio a Sant'Anna e decorata con statue di stucco a partire dal 1685 da Giuseppe Serpotta. Si rivelò più interessante di quanto immaginasse alla scrittrice e giornalista americana Francine Prose, che in "Odissea siciliana" ( Feltrinelli, 2004 ), la descrisse:

"Più intima, più allegra e, per qualche verso, più ridondante - fittamente adornata di statue - delle opere di Serpotta esposte a Palermo, gli oratori di San Lorenzo e San Domenico..."


domenica 22 agosto 2021

L'OSSESSIONE SICILIANA DEGLI SCRITTORI ISOLANI

Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia


De Roberto, Verga, Pirandello, Rosso di San Secondo, Borgese, Romano, Patti, Brancati, Quasimodo, Tomasi di Lampedusa, Piccolo, Sciascia, Russello, D'Arrigo, Fiore, D'Errico, Bonaviri, Vittorini, Consolo, Bufalino, Camilleri...

L'elenco degli scrittori e ( in minor misura ) dei poeti siciliani fra Ottocento e Novecento rischia di diventare una lista - come questa, basata sulla memoria e su un sommario criterio temporale - che dimentica qualche nome degno di menzione. Una cosa li accomuna tutti, come ha scritto Massimo Onofri nella prefazione del saggio di Salvatore Ferlita "Altri siciliani. Scritti sulla letteratura isolana contemporanea" ( Kalos, 2004, Palermo ):

"Non c'è vero scrittore siciliano che non abbia vissuto, o non viva l'isola come sua precipua ossessione. Questo è il motivo per cui, anche se la Sicilia non esistesse più, continuerebbero a esistere gli scrittori siciliani. Dalla Sicilia non si esce..." 

Qualche anno dopo - nel 2011 - Stefano Malatesta partendo dall'opera di Leonardo Sciascia avrebbe approfondito il tema del rapporto inestricabile fra l'Isola ed i suoi scrittori, nel presente e nel passato e nei legami fra il loro presente ed il loro passato: 

"Come tutti gli scrittori siciliani - si legge in "La pescatrice del Platani" ( Neri Pozza, Editore, Vicenza ) - Leonardo non era mai uscito dai confini dell'isola, letterariamente parlando, e fino alla fine aveva continuato ad arare un terreno già zappettato da decenni a tutti i livelli e in tutta la sua estensione. Si dice che si scrive solo di quello che si conosce molto bene, ma i siciliani hanno interpretato questo adagio in maniera restrittiva.

Gli scrittori milanesi non hanno sempre messo la Lombardia al centro della loro narrazione e gli scrittori romani sono andati al di là del Tevere. L'aspetto più sorprendente di tutta la vicenda è che, nei casi migliori, come quelli di Sciascia e Pirandello, la natura implosiva delle loro opere non ha mai influito sulla loro qualità, come se lo sforzo di dire qualcosa di diverso su argomenti e luoghi trattati fino alla nausea abbia spinto gli autori su piani superiori..." 

venerdì 20 agosto 2021

LA SICILIA TRAGICA ED APPASSIONATA DI TECCHI

Volo di uccelli ad Ispica.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Rievocando i ricordi giovanili del cruento delitto della contessa Giulia Trigona dei principi di Sant'Elia all'interno dell'albergo del Rebecchino, a Roma - episodio avvenuto nel marzo del 1911 per mano del barone Vincenzo Paternò - Bonaventura Tecchi ebbe a sottolineare "il senso del tragico che, sotto il sole ardente e nei bellissimi paesaggi, accanto alle caratteristiche feste del suo folclore - pifferi e cembali, berrette di panno rosso e i famosi carretti sgargianti di colori - certissimamente vive nell'anima della Sicilia"

In "L'isola appassionata" ( Einaudi, 1961 ), lo studioso e scrittore di Bagnoregio notò a questo proposito:

"Non è questa la terra dove Eschilo scrisse e perfino recitò alcune delle sue tragedie? Non è la patria di Pirandello? Non è questo il paese del più enigmatico dei filosofi antichi, Empedocle, che, per indagare i segreti della natura, finì gettandosi nel cratere dell'etna e ispirò il grande folle tedesco, Holderlin?"


mercoledì 18 agosto 2021

IL RAIS, L'ACUTISSIMO ED ALTERO GENERALE DELLA TONNARA

Fotografia di Quintino Di Napoli,
opera citata



E' all'incirca negli anni Cinquanta del Novecento che la pesca del tonno in Sicilia ha cominciato a vivere il suo declino produttivo, premessa per la scomparsa di buona parte di quei millenari mestieri legati alla redditizia attività delle tonnare. Figura principale di questo mondo di saperi, cognizioni tramandate da padre in figlio e tradizioni devozionali-religiose legate al mare, è stata quella del Rais. Di lui, scrisse già nel III secolo d.C. lo scrittore romano di scuola greca Claudio Eliano. Nell'opera "Sulla natura degli animali" - pur non indicandolo col termine di origine araba e turca - lo identificò in un osservatore acutissimo per natura, conoscitore dei segreti del suo mestiere, pronto a tendere le reti "come un generale che dà il segnale, o come un capocorista che dà l'intonazione".



Secoli dopo, il documentarista Francesco Alliata di Villafranca ( autore di "Tonnara", girato in Sicilia e presentato nel 1948 al Festival di Edimburgo ) - avrebbe così descritto la figura del Rais dell'Isola:

"Il Rais - si legge nel reportage "Il tonno e la tonnara", pubblicato da "le Vie d'Italia", TCI, settembre 1951, con fotografie di Quintino Di Napoli e Fosco Maraini ) è il capo dei tonnaroti ed il padrone in mare della tonnara. Tutto dipende da lui; persino l'ingresso nella zona della tonnara agli estranei. Il Rais è figlio di Rais e padre di Rais; pur essendo un uomo di mare dalle cognizioni empiriche, egli in questo mestiere acquista una particolare sensibilità che gli fa identificare ogni anno il luogo esatto in cui calare la tonnara ( che spesso dista da terra 4 o 5 miglia ), individuare il momento di completa inerzia delle correnti per eseguire la delicatissima e complessa operazione della 'calata', individuare il numero dei tonni che si agitano nelle profondità delle 'camere' non appena catturati e, cosa più essenziale di ogni altra, sentire, più che vedere, con certezza ed immediatezza di riflessi, il momento in cui tutti i tonni catturati sono entrati nella 'camera della morte' per bloccarli definitivamente qui.



Ogni operazione della tonnara si esegue dietro suo ordine. Il Rais è piuttosto altero e compreso della sua responsabilità, sì che familiarizza poco con il resto della ciurma e sta in permanenza, salvo i momenti della 'mattanza', nella sua barca ( muciara )insieme solo ai due uomini di guardia. Egli ha alle sue dipendenze due o tre sottorais alcuni capiguardia e i tonnaroti..."

martedì 3 agosto 2021

LA TRASCURATA STORIA DELL'ESILIO ALBANESE IN SICILIA

Invocazione a San Giorgio
a Piana degli Albanesi.
La foto, senza attribuzione,
venne pubblicata da "Il Mondo"
il 1 settembre del 1953


All'inizio della seconda metà del Quattrocento, la Sicilia accolse una piccola comunità di militari e profughi civili provenienti dalla parte settentrionale dell'isola di Andros, nelle Cicladi. La maggior parte di loro ripopolò un casale abbandonato nel palermitano, dando inizio allo sviluppo dell'odierna Contessa Entellina, uno dei centri di origine albanese dell'Isola. Fu quella una delle tante contaminazioni etniche - frutto di un esilio diventato in seguito di massa - che nel corso dei secoli hanno incrociato e mescolato le diverse identità della popolazione siciliana; un apporto di genti e cultura, quello albanese, piuttosto snobbato dagli studiosi, come si evince, ad esempio, da una sbrigativa notazione di Vincenzo Scuderi nel 1961:

"Ricordiamo infine Piana degli Albanesi, che assieme ad altri piccoli nuclei ( Mezzoiuso, Contessa Entellina ) rappresenta un curioso fenomeno di resistenza, da cinque secoli, di un gruppo etnico greco in mezzo ai siciliani..."

In anni più recenti la passata storia dell'emigrazione albanese in Sicilia è stata oggetto di più attenta analisi:

"La caduta di Costantinopoli e le conquiste del Peloponneso da parte dei Turchi - leggiamo ad esempio nell'opera di Rosalba Catalano "Piana degli Albanesi e il suo territorio" ( Studi e testi albanesi, A.C. Mirror, Palermo, 2003, a cura di Matteo Mandalà ) - segnavano la prima fase dell'esodo. I Greci del Peloponneso quasi esclusivamente occupati nel mestiere delle armi, preferirono far sorgere antichi casali più o meno disabitati, nei feudi rimasti incolti senza licenza sovrana. La seconda fase, la diaspora vera e propria, avvenne dopo l'invasione dell'Albania e la morte di Skanderberg. Erano buoni agricoltori e pastori e scelsero di fondare nuovi comuni.

Derivano due differenti tipi di fondazione: Palazzo Adriano, Contessa, Mezzojuso, erano colonie legate al ripopolamento dei feudi; Biancavilla, Piana, S.Michele, furono fondate ex novo e con licenza sovrana su feudi dati sempre in affitto a tempo più o meno lungo e quindi a condizioni più vantaggiose. Allo stato attuale i centri siculo-albanesi sono Contessa Entellina, Palazzo Adriano, Mezzojuso, Piana degli Albanesi, Santa Cristina Gela in provincia di Palermo. Biancavilla e San Michele di Ganzeria in provincia di Catania, S.Angelo Muxaro in provincia di Agrigento sono insediamenti di origine albanese che hanno perso ogni traccia della loro origine. Fra queste San Michele di Ganzeria, S.Angelo Muxaro e Santa Cristina Gela non sono colonie originarie ma derivate rispettivamente da Palazzo Adriano, Mezzojuso e Piana degli Albanesi..."