martedì 25 aprile 2023

UNA SILENZIOSA RECRIMINAZIONE DOPO UNA VISITA AL MUSEO DELLE MARIONETTE DI PALERMO

Pupi all'interno del
Museo Internazionale delle Marionette
"Antonio Pasqualino" a Palermo.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


"... Gran finale. Arrivano i pupi. Pupi palermitani, catanesi, napoletani, pupi di Bruxelles, pupi di Liegi. C'è una stanza stracolma, sono appesi a delle aste metalliche, un esercito pronto a spettacolari battaglia. Qui resto una buona mezzora e per la prima volta provo il sentimento dell'invidia, sì, un veterotestamentario desiderio di roba d'altri. Infine c'è la sala del teatrino, un'altra meraviglia. A questo punto la mia regressione infantile è arrivata a vette inusitate. Vorrei piantare una grana, costringere il personale del museo ad allestire seduta stante uno spettacolo di pupi tutto per me. Poi mi dico che non è il caso di farsi riconoscere, ma esco dal museo quasi offeso"

Eugenio Murrali - laurea in filologia classica e antropologia dell'antichità, giornalista che si occupa di letteratura e teatro - terminò con silenziosa recriminazione la sua prima visita al Museo Internazionale delle Marionette "Antonino Pasqualino" di Palermo. Rivelò quello stato d'animo nel saggio "Lontananze perdute. La Sicilia di Dacia Maraini" ( Giulio Perrone Editore, 2016, Roma ): un prezioso saggio frutto di un attento viaggio "alla ricerca della Sicilia perduta" narrata nelle opere della scrittrice vincitrice nel 1990 e nel 1999 dei premi Campiello e Strega.





 

Il Museo oggetto delle attenzioni di Murrali venne fondato nel 1975 dall'Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari di Palermo, presieduta dall'eminente clinico ed antropologo Antonio Pasqualino: un progetto da lui portato avanti nella convinzione che "l'interesse verso la cultura popolare tradizionale non deve essere un vagheggiamento nostalgico del passato, quanto piuttosto il mezzo per approfondire la coscienza storica del passato" . Pochi mesi prima, Antonio Pasqualino aveva così lamentato la dispersione del patrimonio di "pupi" storici e la scomparsa dell'arte dei "pupari", ridotta a fenomeno folclorico ad uso di nostalgici del passato o di turisti in cerca dell'oggetto-souvenir destinato a raccontare l'esotico siciliano: 

"Anche quest'arte si fa più rara, si perde - si legge in "L'Illustrazione Italiana. Sicilia: popoli e culture", Bramante Editrice-Milano, 1974 - e le rare collezioni, come quella del Museo Etnografico Siciliano Pitré, due negli Stati Uniti, una in Germania, la mia, saranno forse presto l'unico ricordo di tante battaglie e di tutto il furore, l'angoscia, la disperazione con i quali gli spettatori di un tempo rivivevano la propria vita nella vita dei paladini in legno... La decadenza del teatro delle marionette siciliane e il confuso interesse per l'esotico, tipico del gusto contemporaneo, hanno fatto la fortuna del pupo come oggetto decorativo da salotto. Il teatro ha perso contatto con il suo pubblico originario di poveri, per i quali costituiva un efficace strumento di mediazione sul mondo oltre che ( spesso ) l'unico svago possibile. Si banalizza ingegnandosi di piacere ai ricchi di casa e ai forestieri. Le marionette si vendono. Gli acquirenti sono in gran parte emigranti che vogliono riportare nella nuova casa lontana dall'esilio, nel non senso della macchina che li usa e consuma, un segno, un relitto dell'antico senso della vita. Comprano marionette anche i turisti. Ma per loro sono solo immagini esotiche; il gusto artistico contemporaneo si compiace di ingenuità e rozzezze, spesso giungendo a preferire il pezzo che il puparo esperto definirebbe "di mano di spratico" a quello di "mano maestra".






Nell'impossibilità di una filologia che nessuno vorrebbe ascoltare, l'equivoco, che è del resto sempre uno dei principali protagonisti della storia delle arti, trionfa sovrano. Se oggi, comunque, non è difficile acquistare graziose marionette confezionate in modo sbrigativo, le marionette da teatro veramente adatte a camminare e a combattere, con le armature lavorate a regola d'arte in metallo pesante e le balle teste che si scolpivano un tempo, sono ormai rare e preziose..."  

lunedì 24 aprile 2023

IL BUON ESEMPIO ISOLANO DEL CAPPERO DI PANTELLERIA

Pianta di cappero a Pantelleria.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


In un suo recente reportage dedicato all'isola, il quotidiano inglese "Guardian" ha elogiato le qualità del cappero IGP prodotto a Pantelleria. Insieme alla produzione dello zibibbo, la coltivazione di questa pianta - di cui ricorda Giosuè Calaciura ( "Pantelleria. L'ultima isola", Editori Laterza, 2016 ) rimane traccia documentaria a partire almeno dal 1570 - rappresenta la tenacia dei panteschi nel proseguire negli ultimi decenni le attività agricole locali: una perseveranza che pure ha goduto degli investimenti di imprenditori italiani e stranieri inizialmente sbarcati a Pantelleria per creare il loro "buen retiro" nel cuore del Mediterraneo

Succede così, come ha notato Gin Racheli in "Le isole minori della Sicilia. Prospettive di recupero e di sviluppo" ( Giuseppe Maimone Editore, 1989, Catania ), che "non si avverte mai, girando in Pantelleria, quel senso di devastazione casuale e gratuita del manto verde che rende penoso il soggiorno in altre isole. Pantelleria può dirsi ancora un emblematico esempio di civiltà agricola isolana, dove le specie vegetali coesistono con un genere umano intelligente e colto..."   


martedì 18 aprile 2023

PAESAGGIO A CAMPOREALE

Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia

 

lunedì 17 aprile 2023

IL VAGABONDAGGIO DI CONSOLO NEL TEMPO REMOTO DI SELINUNTE

Gita a Selinunte nel 1935.
Foto archivio ReportageSicilia


Un tour fra le città archeologiche dell'Isola fissò nella memoria di Vincenzo Consolo ricordi identificativi di quei luoghi di rovina: le statue acefale simili a fantasmi a Tindari, il tuffo nell'acqua spessa di sale del Cothon a Mozia, l'immane peso della storia percepito a Selinunte.

"Dal mattino al tramonto - scrisse Consolo in "Alias", supplemento de "il Manifesto" del 7 agosto 1999, articolo in seguito riproposto in "La mia isola è Las Vegas" ( Mondadori, 2012 ) - vagai per la collina dei templi, in mezzo a un mare di rovine, capitelli, frontoni, rocchi di colonne distesi, come quelli giganteschi del tempio di Zeus che nascondevano sotto l'ammasso antri, cunicoli; e fra le boscaglie d'agave, mirto intorno ai templi di Hera, d'Atena... Raggiunsi poi, sotto il sole di mezzogiorno, l'Acropoli sull'altra collina oltre il Gorgo di Cottone, esplorai altri templi, are, case e botteghe, percorsi strade, piazze, tutta la cinta muraria, quelle mura per cui erano penetrati i soldati d'Annibale e avevano distrutto la superba città. Sostai al fresco di una postierla per mangiare il panino, bere la gassosa, ormai calda e schiumante. Formiconi trascinavano sopra il grasso terriccio le molliche di pane. Dopo la sosta di fresco e ristoro, scivolai per il pendio che porta, oltre il fiume Selino, alla Gaggèra, dov'erano i templi più antichi, della Malophoros, di Ecate, di Zeus Meilichios. E poi, lungo il viottolo che costeggia il Selino, arrivai alla spiaggia di sabbia dorata, al porto sepolto.



E mi sembrò d'arrivare, dopo tanta calura, fatica, estraneamento per il viaggio nel tempo remoto di Selinunte, alla remissione, alla landa priva dei segni del tempo, ma che conteneva ogni tempo, compreso quello della mia memoria, di fronte all'infinito del mare, ch'era solcato di barche, e, lontano, da una nave bianca, che forse andava, per quel Canale di Sicilia, verso Tunisi, Malta o Algeri..." 

sabato 15 aprile 2023

LE "MINNI DI VERGINE", I DOLCI CHE CELEBRANO LA FERTILITA' E L'ABBONDANZA

Sambuca di Sicilia,
"minni di vergine".
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


A Sambuca di Sicilia, nell'agrigentino, da qualche anno un pasticciere ha riportato a notorietà le "minni di vergine": pasticci di frolla riempiti di crema di latte, zuccata, cannella e scagliette di cioccolato; la forma è quella della mammella di una giovanissima donna sormontata da un "tuppo" che riproduce il capezzolo femminile. La preparazione di questo dolce ha origini millenarie e, nella sua forma, tramanda un chiaro riferimento al culto della fertilità e dell'abbondanza alimentare. 



Ha scritto Maria Oliveri in "I segreti del chiostro. Storie e ricette dei monasteri di Palermo" ( Il Genio Editore, Palermo, 2017 ) che questo dolce è preparato in Sicilia con modalità diverse:

"Ad Alcamo; a Catania, dove viene chiamato "Minna di Sant'Ajta" ( di Sant'Agata ); a Sambuca di Sicilia, dove si ritiene invenzione, nel 1725, di Suor Virginia Casale di Rocca Menna, del Collegio di Maria. La suora lo creò in occasione del matrimonio del marchese don Pietro Beccadelli con donna Marianna Gravina..." 


 

venerdì 14 aprile 2023

GERACI SICULO, L'ABBEVERATOIO DOVE LE MANDRIE SI DISSETAVANO AL COSPETTO DEI SIMBOLI ARALDICI

Una delle due vasche laterali
dell'abbeveratoio della SS.Trinità,
a Geraci Siculo.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


La statale 286 che collega in 22 chilometri Castelbuono a Geraci Siculo è una della più godibili strade delle Madonie; attraversa, sinuosa e con ampie viste che in alcuni tratti inquadrano il Tirreno, un paesaggio dominato da una ricca vegetazione, in cui predominano ulivi spesso secolari, frassini e mandorli. Appena superato il versante Sud dell'abitato di Geraci Siculo, si ammira un monumentale bevaio, denominato della SS.Trinità in ricordo di una piccola chiesa che esisteva nelle vicinanze almeno a partire dal secolo XI. Luogo di incontro per proprietari di mandrie e di altri animali essenziali per la conduzione delle attività agricole, questo abbeveratoio - realizzato in pietra da taglio dal napoletano Pietro Tozzo - risale agli ultimi anni del secolo XVI.

Uno dei mascheroni 
dell'abbeveratoio della SS.Trinità
a Geraci Siculo.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


La costruzione vanta una lineare razionalità architettonica, sottolineata da due torrette cuspidate e dai merli a coda di rondine. Spiccano i quattro mascheroni attraverso i quali l'acqua si riversa sulle due vasche laterali dell'abbeveratoio ed i simboli araldici del Città di Geraci Siculo e della famiglia Ventimiglia. Lo storico impianto idraulico è tuttora attivo ed in buone condizioni strutturali, a testimonianza della ricchezza di risorse idriche del territorio geracese che nei pressi di alcuni torrenti conserva le tracce di vecchi mulini.

Una visione d'insieme
dell'abbeveratoio.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


PEYREFITTE E L'ORGOGLIO FRANCESE NELLA GROTTA DI SANTA ROSALIA

La teca con la statua di Santa Rosalia
all'interno del Santuario di monte Pellegrino.
Fotografia di Federico Patellani
tratta da "L'Illustrazione Italiana",
fascicolo speciale dedicato nel Natale 1952 alla Sicilia


Città diverse fra loro per urbanistica, architettura e caratteri degli abitanti, Palermo, Catania e Siracusa condividono la devozione per tre sante donne: Rosalia, Agata e Lucia. Il loro culto è spesso diventato oggetto di curiosità da parte di scrittori e viaggiatori che hanno scritto della Sicilia. Uno di questi - il francese Roger Peyrefitte - dopo avere assistito a Napoli alla liquefazione del sangue di San Gennaro, sbarcato a Palermo non rinunciò a visitare su monte Pellegrino il santuario di Santa Rosalia; un pellegrinaggio laico che alimentò l'orgoglio nazionale dell'autore di "Dal Vesuvio all'Etna", edito nel 1954 da "Leonardo da Vinci" Editrice di Bari:  

"Santa Rosalia è un pò una francese, perché era nipote dei nostri famosi re normanni. Suo padre, il duca Sinibaldo, portava il pittoresco titolo di signore di Quisquina e delle Rose...


 

Io mi trovavo là, per caso, proprio, il 6 aprile del 1952, che era la domenica delle Palme. A uno degli altari della grotta un prete celebrava la messa davanti a una trentina di convittori di un orfanotrofio vicino. "Il venerato simulacro" era steso per terra sotto quell'altare, in un grande feretro di vetro. Esso indossa un manto d'oro, con la grande collana di San Gennaro e quello dell'Annunziata. Ai lati dell'altare era già stati posati quei vasi pieni di semi già sbocciati, che sono l'offerta della devozione siciliana durante la settimana santa..."



domenica 9 aprile 2023

L'INCOMPARABILE IDENTITA' SICILIANA SECONDO GIUSEPPE GALASSO

Logo su un muro a Palermo.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


"I contrasti e le tensioni di una società come questa - ha scritto a proposito della Sicilia nel 1980 lo storico meridionalista, giornalista e politico repubblicano Giuseppe Galasso -   sono ben lontani dall'essere limitati all'economia. Tradizioni morali, inclinazioni secolari della psicologia e del comportamento, culto di valori etici e religiosi, sopravvivenze di un passato remoto, lacerazioni del presente, compongono il quadro dinamico, anch'esso, della spiritualità e della mentalità siciliane. E quel che più mette conto di sottolineare, la creatività e la personalità dei siciliani, come mostra l'esperienza, trova in quel quadro sia una ragione di composizione che una ragione di distinzione. Che è poi una vicenda, anch'essa generale, ma che in Sicilia ha ritmi e personalizzazioni incomparabili" 

JACOK JOB E LE SORPRESE DEL TEMPO PASSATO DI ERICE

Suore su una scalinata ad Erice.
Fotografia di Franz Tomamichel,
opera citata nel post

Direttore di Radio Zurich, poeta, narratore e documentarista appassionato della cultura italiana, lo svizzero Jakob Job visitò Erice raccogliendo le sue impressioni in "Sicilia", edito in italiano nel 1971 da Edizioni Silva Zurigo. A parte le lunghe divagazioni sulla storia mitologica della cittadina trapanese e le riserve sul restauro operato nel 1865 all'interno della Chiesa Madre - "una brutta imitazione gotica" - Job non mancò di sottolineare la singolarità dell'urbanistica ericina, vista come un unico corpo architettonico ereditato dal passato:

"... Erice non è una città nella quale si debbono cercare ad uno ad uno i monumenti artistici. Essa tutta è un monumento dei tempi passati. Con la ciclopica parte inferiore delle sue mura, con le sue severe case troppo strette addosso alla strada, con i suoi angusti vicoli contorti e con le sue scalinate, con le sue chiese ed i suoi palazzi, essa è un testimonio muto d'antica grandezza... Dappertutto qualcosa ci afferra sempre di nuovo: l'atmosfera di un tempo passato, che qui si è rinchiusa su se stessa, l'ambiente di questa cittadina che, con mura, torri e porte, con chiese, case e giardini di secoli remoti, penetra nel mondo odierno. Nessun pezzo da mostra, come ad esempio San Gimignano, ma il coronamento di pietra dell'antico monte sacro: ora silente nella sua ricchezza di tradizioni. E v'è una sola cosa veramente importante, oggi: la visione dalle sue mura, dal castello Pepoli, giù verso la parte nord-occidentale dell'isola, Trapani illuminata da bianche saline, le isole Egadi ad ovest, il Capo San Vito proteso verso nord, con il suo faro e, davanti ad esso, il monte Cofano sul quale anche nei giorni più sereni sventolano bandiere di nubi; poi il panorama della costa occidentale giù fino a Marsala il cui vino ci par di gustare sulla punta della lingua..." 


 

sabato 8 aprile 2023

IL MULO BARDATO E IL BIPLANO A COMISO IN TEMPI DI GUERRA

Comiso, 16 luglio 1941,
aeroporto "Vincenzo Magliocco".
Fotografia di Angelo Oliva


Nel luglio del 1941 la Sicilia si trovava al centro della guerra per il controllo delle rotte aeree e marittime del Mediterraneo, fra le coste dell'Isola, Malta ed il Nord Africa. Le cronache belliche del regime fascista riferivano con enfasi abbattimenti di aerei ed affondamenti di navi e sommergibili inglesi, prospettando la prossima disfatta del nemico: un trionfalismo che ignorava il racconto delle perdite italiane ed i danni ed i lutti provocati in Sicilia dalle armi alleate. In quell'anno di guerra, le incursioni aeree britanniche colpirono a partire dal mese di gennaio Palermo, Catania, Siracusa, Trapani, Augusta, Mazzarino, Lampedusa e l'aeroporto di Comiso, intitolato al generale pilota Vincenzo Magliocco. Quest'ultimo impianto era stato progettato e costruito in contrada Donnadolce a partire dall'ottobre del 1938, con una spesa di 10.600.000 lire. La scelta del sito - ha scritto Giuseppe Calabrese nel saggio "La storia sulle ali. L'aeroporto di Comiso oltre il Novecento" ( Moderna-Modica, 2008 ) fu dettata da queste tre caratteristiche strategiche:

"... Vigilanza del canale di Sicilia, difesa delle linee d'accesso all'interno dell'Isola... sbarramento di una invasione che venga a colpire al cuore della Sicilia..."

In quel luglio del 1941, l'aeroporto di Comiso era già stato drammatico teatro delle incursioni aeree inglesi: il 10 maggio, ha scritto ancora Calabrese:

"Tre "Beaufighter" decollati da Malta fecero un'incursione, in due riprese, su Comiso abbattendo tre aerei dell'Asse e danneggiandone in modo serio altri tre, con la morte in combattimento di cinque militari italiani e di uno tedesco..." 

Il 16 luglio di quell'anno di guerra, Angelo Oliva fissò ai bordi della pista del "Vincenzo Magliocco" l'immagine di un mulo bardato nei pressi di un biplano FIAT C.R. 42: uno scatto singolare, pensato ed eseguito in un attimo in cui la quotidiana precarietà del conflitto lasciò spazio alla sua creatività fotografica.      

venerdì 7 aprile 2023

SOLUNTO, UNA SOSTA CON BELVEDERE PER I MARINAI DELL'ANTICHITA'

Rovine nell'area archeologica di Solunto.
Fotografia di Ludwig Windstosser
tratta dalla rivista "Sicilia" edita 
dall'Assessorato Regionale Turismo e Spettacolo
nel settembre del 1955


Esistono in Sicilia altri siti archeologici più noti e visitati per la ricchezza di templi ed altri edifici monumentali, a cominciare dai teatri: al loro confronto, Solunto - fondata dai fenici in prossimità del mare e rifondata dai romani sul monte Catalfano - appare un sito povero di attrattive architettoniche del mondo antico. Eppure, dalla sommità dei pochi resti di ciò che rimane di questa piccola città abitata da circa 10.000 persone, la suggestione indotta dal paesaggio circostante - benché pesantemente intaccato da un'edilizia soffocante - ha pochi eguali; soprattutto se si guarda alla pianura sottostante, alle montagne ed al mare, immaginando questi elementi nello scenario offerto 2000 anni fa. 



Per la sua ubicazione - un centro urbano affacciato sul mare Tirreno, con un approdo agevole ed un entroterra agricolo ricco di risorse - Solunto fu uno di quei luoghi in cui le civiltà del Mediterraneo trovarono occasione di intensa frequentazione:

"...Per nove o dieci secoli prima della nostra era - ha scritto nel settembre del 1955 sulla rivista "Sicilia" Emilio Villa, poeta, critico d'arte, traduttore dell'Antico Testamento e dell'Odisseaqui salivano, ghiotti di notizie, di favole, di auguri, di piaceri venerei, marinai di tutto il Mediterraneo: a Solunto chiedevano riposi e consigli, responsi e divinazioni, prendevano acqua fresca e paglia per le traversate, e lasciavano derrate alimentari, prodotti artigianali, oggetti votivi, statue e amuleti, immagini della grande cultura asiatica, o egizia, o cretese, o ellenica. Così, e di questo, ha vissuto il suo lungo tempo di città sacra, senza eccessivamente mescolarsi, e sempre solo casualmente, nella storia delle grandi dispute politiche e militari che hanno agitato la terra siciliana..." 



mercoledì 5 aprile 2023

IL BAMBINO TRA I PESCATORI NEL PORTO DI TRAPANI

Pescatori nel porto di Trapani.
Opera citata nel post


"Ma soprattutto in questa città e in questo porto si respira qualcosa di strano, dovuto, senza dubbio, alla coesistenza di elementi italiani, arabi e spagnoli, come alla natura, le cui principali risorse sono il vino, il tonno e il corallo..."



Così a metà degli anni Cinquanta apparve il porto di Trapani a Daniel Simond, lo scrittore e saggista svizzero che nel 1956 pubblicò il saggio "Sicilia", edito da Edizioni Salvatore Sciascia Caltanissetta-Roma. Lo scenario del porto che suggestionò Simond fu quello mostrato pochi anni dopo dalla fotografia di un gruppo di pescatori e di un bambino pubblicata dalla rivista "Sicilia Oggi" nel settembre del 1959



Lo scatto, attribuito a Saro Bonventre ed accompagnato dalla didascalia "Preparativi per la pesca", ritrae l'equipaggio di un piccolo motopesca - "Anna" - per la pesca costiera ed i palangari: un tipo di imbarcazione ancor oggi diffusa nel porto peschereccio di Trapani


LE "PAROLE DI PIETRA" DI FRANCESCA SERIO, MADRE DI SALVATORE CARNEVALE

Francesca Serio,
madre del sindacalista
Salvatore Carnevale.
Foto tratta da "Domenica del Corriere"
del 22 agosto 1965


Il 23 marzo del 1960, nell'aula della corte di assise di Santa Maria Capua a Vetere, Francesca Serio si rivolse verso la gabbia degli imputati gridando loro con rabbia e disperazione:

 "Voi siete gli assassini di mio figlio! Voglio giustizia per quello che avete fatto, l'avete ucciso senza motivo e senza coscienza!" 

Dietro le sbarre si trovavano i campieri Luigi Tardibuono e Giovanni Di Bella, il magazziniere Antonino Mangiafridda e Giorgio Panzeca, amministratore del feudo di Sciara della principessa Notarbartolo. Il 20 maggio del 1955, Francesca Serio aveva inviato un esposto alla Procura di Palermo in cui indicava in quegli uomini gli assassini di Salvatore Carnevale, ucciso da tre scariche di lupara in contrada Cozze Secche di Sciara la mattina del 16 maggio. L'omicidio aveva fatto seguito al suo impegno a favore delle lotte contadine e di uno spirito di lotta sindacale in questo allora remoto territorio del palermitano. Nel 1951, Carnevale aveva fondato a Sciara una sezione del PSI, riorganizzando l'attività della locale Camera del Lavoro. Quattro anni dopo, il figlio di Francesca Serio aveva promosso l'occupazione di una parte dei 500 ettari di terreni coltivati con grano ed ulivi espropriati alla principessa Notarbartolo e non ancora assegnati. Ignorando le minacce ed i tentativi di blandirne l'impegno sindacale con promesse di vantaggi personali - la concessione di un florido uliveto -   Carnevale aveva ottenuto che i contadini fossero destinatari del 60 per cento dei prodotti ricavati grazie alla loro attività: una conquista che, insieme alla difesa di lavoratori in sciopero per il mancato pagamento degli stipendi, ne decretò la condanna a morte. Il 21 dicembre del 1961 - grazie alle accuse ripetute in aula da Francesca Serio e da alcuni testimoni - i quattro imputati furono condannati all'ergastolo: un giudizio ribaltato dal processo di appello e dalla Cassazione, che, nel febbraio del 1965, confermò l'assoluzione con formula dubitativa. 

Salvatore Carnevale.
Archivio
Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Nel marzo del 1967, un rapporto redatto dal vice-questore Angelo Mangano ed inviato alla Commissione Parlamentare Antimafia indicò nell'avvocato di Termini Imerese Nicolò Marsala - legale della principessa Notarbartolo - e in Peppino Panzeca di Caccamo i mandanti del delitto di Salvatore Carnevale: accuse che non ebbero però seguito, lasciando impunito il delitto del sindacalista e deluse le rivendicazioni di giustizia della madre.

All'epoca del delitto del sindacalista, giornali e riviste italiane e straniere raccontarono con i loro reportage la storia di Salvatore Carnevale e della coraggiosa denuncia di Francesca Serio. Lo fece anche lo scrittore e pittore Carlo Levi, che poi pubblicò il racconto in "Le parole sono pietre. Tre giorni in Sicilia" ( Einaudi, 1955 ): pagine in cui dalla descrizione fisica e psicologica di questa donna, anch'essa vittima della violenza mafiosa, Levi trasse spunto per dare il titolo alla sua raccolta di racconti:

"E' una donna di cinquant'anni, ancora giovanile nel corpo snello e nell'aspetto, ancora bella nei neri occhi acuti, nel bianco-bruno colore della pelle, nei neri capelli, nelle bianche labbra sottili, nei denti minuti e taglienti, nelle lunghe mani espressive e parlanti: di una bellezza dura, asciugata, violenta, opaca come una pietra, spietata, apparentemente disumana. Chiede a Alfio se io sono un compagno o un amico, ci fa sedere vicino a lei, presso quel letto bianco che era quello di Salvatore, e parla. Parla della morte e della vita del figlio come se riprendesse un discorso appena interrotto per il nostro ingresso. Parla, racconta, ragiona, discute, accusa, rapidissima e precisa, alternando il dialetto e l'italiano, la narrazione distesa e la logica dell'interpretazione, ed è tutta e soltanto in quel continuo discorso senza fine, tutta intera: la sua vita di contadina, il suo passato di donna abbandonata e poi vedova, il suo lavoro di anni, e la morte del figlio, e la solitudine, e la casa, e Sciara, e la Sicilia, e la vita tutta, chiusa in quel corso violento e ordinato di parole. Niente altro esiste di lei e per lei, se non questo processo che essa istruisce e svolge da sola, seduta sulla sua sedia di fianco al letto: il processo del feudo, della condizione servile contadina, il processo della mafia e dello Stato. Essa stessa si identifica totalmente con il suo processo e ha le sue qualità: acuta, attenta, diffidente, astuta, abile, imperiosa, implacabile. Così questa donna si è fatta, in un giorno: le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre. Parla con la durezza e la precisione di un processo verbale, con una profonda assoluta sicurezza, come chi ha raggiunto d'improvviso un punto fermo su cui può poggiare, una certezza: questa certezza che le asciuga il pianto e la fa spietata, è la Giustizia. La giustizia vera, la giustizia come realtà della propria azione, come decisione presa una volta per tutte e da cui non si torna indietro: non la giustizia dei giudici, la giustizia ufficiale. Di questa, Francesca diffida, e la disprezza: questa fa parte dell'ingiustizia che è nelle cose..."