martedì 31 ottobre 2023

GLI SCATTI DI ALFREDO CAMISA AD ERICE PER LA CAMPAGNA ELETTORALE DEL 1955

Fotografie di Alfredo Camisa
ad Erice,
in occasione delle elezioni regionali del 1955


Il 5 giugno del 1955 gli elettori siciliani furono chiamati a votare per eleggere i 90 nuovi deputati dell'Assemblea Regionale Siciliana. Le consultazioni si conclusero con l'affermazione della Democrazia Cristiana, che con 897.397 preferenze superò il Partito Comunista Italiano, beneficiario di 482.793 voti. Il Partito Nazionale Monarchico ottenne 239.482 consensi, seguendo i due principali partiti che diedero vita ad un governo di centro-sinistra. Presidente della Regione fu eletto il democristiano Giuseppe Alessi, che aveva già ricoperto l'incarico nel 1948. Malgrado i propositi di buon e lungo governo - rafforzati dalla metafora del neo Presidente secondo cui "i siciliani sono ancora nel quadrato di prima, ma non sono più seduti, essi sono alzati e protendono le mani, pronti ad agire" - il governo di Alessi ebbe vita breve. Cadde per la bocciatura di un bilancio preventivo: uno dei passaggi politici che più espongono le maggioranze di governo al rischio di imboscate e rotture di alleanze. Ad Alessi, seguì Giuseppe La Loggia, che gli cedette l'incarico di Presidente dell'ARS. Neppure l'incarico alla guida della Regione dell'altro leader democristiano ebbe lungo corso: nel novembre del 1957 rassegnò le dimissioni, anche lui vittima del pollice verso al bilancio. In quegli anni lontani, le elezioni erano precedute da un capillare ed estenuante tour di comizi sulle piazze principali di città e paesi. 






Quello documentato da ReportageSicilia si deve agli scatti realizzati dal fotografo Alfredo Camisa nel 1955 ad Erice, in piazza della Loggia. Le immagini riproposte nel post furono incluse pochi mesi dopo da Camisa a Milano in una mostra personale di fotografie interamente realizzate in Sicilia. Il legame fra questo fotografo e l'Isola sarà in seguito testimoniato da altri suoi scatti pubblicati nel 1961 nel saggio "Lo Stretto di Messina e le Eolie" ( LEA, Roma ).  

venerdì 27 ottobre 2023

LE EMOZIONI MARSALESI DI GIUSEPPE CULICCHIA

Marsalesi in piazza della Repubblica.
Fotografia pubblicata dal settimanale "Epoca"
l'8 settembre del 1963


"Marsala e le grosse pietre rettangolari di cui sono lastricate le strade del centro, rese ancora più lisce da milioni di passi che si sono succeduti nel corso dei decenni. Marsala e il porticato di Palazzo VII Aprile in piazza della Loggia, dove mattina e sera da tempo immemorabile si danno appuntamento gli uomini per parlare di quello di cui parlano gli uomini. Marsala e la chiesa madre, costruita in epoca diverse a partire dal 1176 e restaurata dopo i bombardamenti, con la sua facciata per metà barocca e per metà no, impossibile dire se sia più suggestiva durante le ore centrali del giorno sotto la luce accecante del sole oppure la sera, illuminata da lampioni..."



Così, quasi al centro della narrazione autobiografica di "Sicilia, o cara. Un viaggio sentimentale" ( Feltrinelli Editore Milano, 2010 ) - la storia della scoperta della Marsala paterna dopo un lungo viaggio iniziato a Torino - Giuseppe Culicchia inizia ad elencare i luoghi urbani ed i personaggi marsalesi che provocano in lui "un'emozione che nessun altro luogo al mondo è mai stato capace di darmi"



Impressioni, quelle di Culicchia, simili a quelle di molti altri siciliani - o siciliani per origine - che tornano dopo lungo tempo nell'Isola, richiamati dalle sue molte e diverse attrattive e indignati dai suoi tanti motivi di riprovazione. 

sabato 21 ottobre 2023

sabato 14 ottobre 2023

NOTIZIE DEL GIORNALE "L'ORA" SUL GRATTACIELO INA, IL "K2" DI PALERMO

Fotografie del post
Ernesto Oliva-ReportageSicilia


"La costruzione copre circa 1.500 metri quadrati di superficie, di cui 700 occupati dalla torre che avrà un'altezza di 76 metri, e terminerà con una cupola di acciaio e vetri di 12 metri. Nel suo complesso vi saranno 18 piani, oltre al piano terra, allo scantinato e ad un subscantinato. Questi ultimi saranno adibiti a magazzini ed uffici, il piano terra a negozi, ad uffici i primi quattro piani, mentre dal sesto al quattordicesimo piano sono previste abitazioni private con appartamenti da 4 a 7 camere rifiniti con gran lusso. I rimanenti piani serviranno per locali pubblici: ristorante, grill room, night club. La torre sarà servita da  quattro ascensori ed un montacarichi. A 40 e 60 metri di altezza e sulla cupola, saranno installati degli ordini di lampeggiatori per segnalazioni ad uso di aerei... E stata impiegata maestranza con una media di 150 operai al giorno, dei quali circa 60 specializzati. Per il momento quattro ditte lavorano ancora per le rifiniture: impianti igienico sanitari, impianti elettrici e telefonici; marmi, riscaldamento, ecc..."

Disegno tratto
dal quotidiano "L'Ora"
del 9 ottobre 1955


Con queste notizie pubblicate il 9 ottobre del 1955, il giornale "L'Ora" diede ampio risalto all'imminente completamento di quello che ancor oggi è il più alto edificio di Palermo: il "grattacielo" dell'Istituto Nazionale delle Assicurazioni, ribattezzato dal quotidiano come il "K2" della città. Il prologo alla costruzione del palazzo, progettato secondo i canoni del razionalismo dall'architetto milanese Carlo Broggi - uno degli ideatori del palazzo delle Nazioni Unite, a Ginevra - si lega alla vendita dei terreni dell'ex rione Villarosa da parte dell'omonimo Consorzio Immobiliare, nel 1948, al Banco di Sicilia



Quest'ultimo organizzò un concorso di idee per la costruzione di quella che sarebbe dovuta diventare - a poche centinaia di metri dal centro storico ancora devastato dalle bombe del 1943 - la moderna "city" di Palermo: un quartiere capace di concentrare intorno ad una corte quadrangolare porticata le sedi di banche, assicurazioni, negozi, ristoranti, un cine teatro ed altri edifici con funzioni prevalentemente commerciali. Lo stesso grattacielo, con la sua originaria destinazione residenziale condivisa nei piani superiori con la presenza di luoghi pubblici, avrebbe dovuto riassumere la filosofia del nuovo progetto urbanistico.  



L'area dove realizzare questo piano era in origine occupata dalla villa Notarbartolo di Villarosa e da alcuni campi da tennis, che vennero sacrificati per dare corso ai lavori. Quelli per la costruzione del grattacielo dell'INA, avviati nel 1952, furono preceduti da una diversità di vedute fra l'architetto Broggi e la Commissione Edilizia del Comune: prima del via libera al cantiere, il confronto produsse infatti nove diversi progetti. La consulenza tecnica per i calcoli di cemento armato fu affidata all'ingegnere Arturo Danusso, del Politecnico di Milano, considerato come il maggior esperto italiano delle costruzioni in conglomerato cementizio armato. La direzione dei lavori, eseguiti dall'impresa palermitana CEFA dei fratelli Amoroso, fu invece assegnata all'ingegnere Antonino Accascina. 

















Oggi il "K2" di Palermo - smantellato nel 2011 il caratteristico logo ovale dell'INA - continua a torreggiare sul rettangolo di piazzale Ungheria, quest'ultimo ridotto alla funzione di parcheggio. I portici dell'area area commerciale che all'inizio degli anni Cinquanta dello scorso secolo dovevano ambiziosamente testimoniare la rinascita di Palermo mostrano uno stato di degrado. Gran parte delle saracinesche e dei portoni sono sbarrati da anni; ovunque si notano i segni di un abbandono che rispecchia la depressione economica della città dei nostri tempi.  

venerdì 13 ottobre 2023

IL LAMENTO DI ATTILIO CASTROGIOVANNI PER L'ABBANDONO DELLE EOLIE

Due fotografie di Vulcano,
pubblicate nel marzo del 1959
dalla rivista "Cronache Siciliane".
Illustrarono un articolo di
Attilio Castrogiovanni dedicato
alle condizioni delle isole Eolie


Le due fotografie di Vulcano riproposte da "ReportageSicilia" vennero pubblicate nel marzo del 1959 dalla rivista "Cronache Siciliane" edita dall'Assemblea Regionale Siciliana. Non accreditate, illustrarono un articolo ( intitolato "Gli eoliani, uomini coraggiosi" ) in cui l'ex deputato regionale Attilio Castrogiovanni - uno dei personaggi di primo piano del movimento indipendentista nel secondo dopoguerra, legato a Concetto Gallo e Antonio Canepa - lamentava le condizioni di abbandono sofferte sino al recente passato dalle isole Eolie:

"Negli ultimi cento anni le Eolie, che pure erano state illuminate da una millenaria luminosissima civiltà, erano pervenute ad un tale stato di decadimento da essere ridotte a luogo di domicilio coatto, poi trasformato in confino di polizia e di esse si parlava come luoghi di sofferenza nei quali venivano avviati gli elementi peggiori della società, quasicchè esse fossero un surrogato europeo dell'Isola del Diavolo. Come si sia potuto avere la capacità di trasformare un luogo di così meravigliosa bellezza in un simbolo di abbandono e di sofferenza costituisce un enigma ad una domanda alla quale non è facile rispondere. 



O meglio, una risposta si può avere analizzando lo stato di abbandono generale in cui è venuta a trovarsi la Sicilia dall'unificazione, con l'aggravante che mentre l'isola madre diventava una zona fra le più depresse del Mediterraneo, le piccole meravigliose Eolie costituivano nuclei di depressione nella depressione, con la conseguenza che se in Sicilia era difficile vivere, nelle isole minori la vita si rendeva addirittura impossibile..."

mercoledì 11 ottobre 2023

IL MEDIOEVO "ATEMPORALE" DEL CASTELLO DI SPERLINGA

Il castello di Sperlinga.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
sono di Enzo Sellerio ( opera citata nel post ) 


Tra le infinite peripezie vissute dai castelli medievali siciliani, si contano anche quelle dell'utilizzo non infrequente del loro originario materiale di costruzione in epoche successive. Accadde agli inizi del Novecento almeno in tre castelli: quelli di Pietraperzia, di Montalbano Elicona e di Sperlinga, quest'ultimo attestato a livello documentario - ha notato Ferdinando Maurici - solo a partire dal secolo XIII.

"A Sperlinga - scrisse Gioacchino Lanza Tomasi in "Il castello di Sperlinga" ( rivista "Cronache Parlamentari Siciliane", novembre 1967 ), un reportage accompagnato dalle fotografie di Enzo Sellerio - dalla demolizione del 1914 si è salvato soltanto il primo corpo del castello, mentre tutte le fabbriche del lato ovest, che proseguivano sul ciglione facendo una cortina continua, vennero spianate al suolo e furono interrati gli ambienti sottostanti scavati nella roccia. Soltanto le mura della chiesetta interna vennero risparmiate, ma oggi è anch'essa crollata, e le finestre cinquecentesche con stipiti intagliati ... giacciono in frammenti abbandonate al suolo in una delle grotte artificiali dell'ala est. 

Eppure anche dopo le devastazioni recenti il castello non ha potuto perdere le sue qualità poetiche, insite nella natura stessa del masso sul quale s'inseriscono le fabbriche militari. La rocca grigia di tufo compatto si eleva di circa 70 metri dal piano campagna a guisa di muraglia, aspetto conferitole dalla forma di scafo della pianta lunga alla base quasi cento metri ed al centro non più larga di quindici. Alla rupe, con due ripiani principali sulla quale è piantata la fortezza, si accedeva da sette scale intagliate nella roccia di cui si osservano qua e là tracce disperse. Due scale più larghe portavano da est ad ovest allo spiazzo su cui prospetta la facciata principale della fortezza, da qui una rampa più ripida conduce al portale ogivale guardato un tempo da un ponte levatoio... 



... E' difficile individuare nelle attuali rovine del castello elementi di età normanna, anzi va detto che esso si presenta in una tale nudità ornamentale da appartenere ad un medioevo atemporale, nel quale è possibile datare con approssimazione soltanto la finestra a bifora della facciata assegnabile al tardo Trecento... in un disordine apparente delle tecniche costruttive che allude alla presenza umana protrattasi nei secoli senza intelligenza pianificatrice: si immagina l'uomo abbarbicato quanto queste pietre sconnesse alle pareti di roccia..."    

lunedì 2 ottobre 2023

SCIASCIA E GUTTUSO, DUE CARATTERI PER UN'AMICIZIA IMPOSSIBILE

Leonardo Sciascia e Renato Guttuso
alla presentazione, nel 1974, del libro
"Palermo felicissima" di Rosario La Duca.
Fotografia tratta dalla rivista
"Mediterraneo", opera citata nel post


""Palermo è ancora una città?". L'interrogativo lo ha sollevato Leonardo Sciascia, nell'introduzione al libro che ha scritto Rosario La Duca, "Palermo felicissima", edito dal Punto. La pubblicazione, stampata in mille copie numerate, è stata presentata nella sala Basile di Villa Igea, alla presenza degli autori. Il dibattito si è spostato ben presto sul decadimento urbanistico della città della quale, secondo La Duca, "non ci sono rimaste altro che le immagini". Sulla tesi di Sciascia ci sono stati interventi contrastanti. Palermo è mai stata una vera città? Ha mai avuto un cuore? Il pittore Renato Guttuso, in un bell'intervento, non ha sostanzialmente condiviso la tesi dello scrittore, pur apprezzandone il sapore provocatorio e accogliendone tutti i motivi di riflessione. "Più il tempo passa", ha detto Guttuso, "e più mi sento legato a questa città, sia pure a questo simulacro di città. Più essa è violentata, deformata, sfiancata, più mi pare esista nella sua essenza. Resiste e continua ad essere la città della mia giovinezza; il suo sapore, malgrado tutto, riesco a ritrovarlo ogni volta che ci torno"

Con questa didascalia, nell'ottobre del 1974 la rivista "Mediterraneo" edita dalla Camera di Commercio di Palermo commentò la fotografia della presentazione del saggio di Rosario La Duca "Palermo felicissima"; un evento svoltosi all'interno di quella Villa Igea che ancor oggi testimonia i lontani fasti dell'architettura "liberty" nel capoluogo dell'Isola. Alla presentazione, oltre allo storico palermitano ed allo scrittore agrigentino - del quale Einaudi aveva da poco pubblicato "Todo modo" -  prese parte Renato Guttuso, che in quei mesi era impegnato nell'opera forse più rappresentativa del suo legame con la città: "La Vucciria". Sei anni dopo quell'incontro segnato da una diversità di opinioni su Palermo, Sciascia e Guttuso avrebbero rotto per sempre il loro rapporto di amicizia. 




La premessa di questa svolta avvenne il 23 maggio del 1980, allorché Sciascia - all'epoca deputato radicale e componente della commissione d'inchiesta sul "caso Moro" - dichiarò di avere appreso da Enrico Berlinguer dell'esistenza di collegamenti fra la Cecoslovacchia ed ambienti terroristici italiani. A supporto di questa indicazione Sciascia aggiunse che Guttuso, allora senatore del partito comunista, era stato partecipe di quell'incontro e della rivelazione di Berlinguer. Quando il segretario del partito comunista smentì di avere fornito a Sciascia quella notizia, querelando lo scrittore per diffamazione, Guttuso confermò la versione fornita da Berlinguer, screditando l'amico: una ferita mai più sanata fra due tra i principali esponenti siciliani della cultura italiana del secondo dopoguerra, malgrado i tentativi ( falliti ) del pittore di un incontro riparatorio.


 

"Non si incontrarono né si parlarono più. Due amici, due siciliani, due celebrità siciliane: eppure - ha scritto Matteo Collura in "Il Maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia" ( Longanesi & C., 1996, Milano ) - niente poteva essere più lontano e diverso di quanto lo erano loro. Il pittore, passionale, impulsivo, narciso, protagonista mondano, ideologicamente fedele al partito comunista; lo scrittore, freddo, timido, schivo, le abitudini borghesi, assolutamente refrattario alla mondanità, alle ideologie. Quando, nel 1987, Guttuso morì, Sciascia, piangendo, confessò ad un amico: "Ora sento come un rimorso. Il rimorso di non aver più voluto stringergli la mano...""