domenica 31 dicembre 2023

I CENT'ANNI DELLA TRAGEDIA DEL "DIXMUDE" NEL MARE DI SCIACCA

La copertina del settimanale 
"La Tribuna Illustrata" 
del 6-13 gennaio 1924
dedicata alla tragedia del "Dixmude".
Fotografie Ernesto Oliva-ReportageSicilia


La notte del 21 dicembre del 1923 una violenta tempesta investì il tratto di mare fra le coste agrigentine e quelle del Nord Africa. Alle ore 2.08, da un luogo distante circa 300 km da Biserta, il dirigibile francese "Dixmude" - partito il 18 dicembre dalla Provenza con destinazione il deserto algerino - diffuse un ultimo messaggio: "Ritiriamo la nostra antenna a causa del temporale". Un'ora dopo, a Sciacca, il capotreno Salvatore Puleo, uscendo da casa per prendere servizio alla locale stazione, vide le facciate delle case di piazza del Popolo illuminarsi per pochi secondi di una luce simile a quella di un'alba. Nello stesso momento, altre persone impegnate in lavori notturni osservarono il fenomeno; alcuni di loro, notarono una grande fiammata in cielo, seguita dalla caduta di scie luminose in direzione del mare di capo San Marco. Due pastori che custodivano il loro gregge in località Misilifurmi aggiunsero di avere udito un tuono violento seguito da un grande bagliore. Alle ore 15.30 del 26 dicembre - quando già la Francia aveva da giorni attivato le ricerche del "Dixmude" fino al mare della Libia - gli equipaggi delle due paranze di Sciacca "San Nicola" e "San Giovanni", a 10 chilometri dalla costa di capo San Marco, ripescarono nelle reti il cadavere di un uomo. 



Bastarono poche ore per identificare quel corpo in un ufficiale aviatore francese, riconoscendolo dal grado e da un'aquila stilizzata sulla divisa. Il cadavere del tenente di vascello Jean Comte Du Plessis de Grenedan, comandante del "Dixmude" ( uno "Zeppelin" tedesco ottenuto dalla Francia come risarcimento per i danni patiti durante la I guerra mondiale ) presentava decine di fratture, provocate dall'esplosione del dirigibile e dell'impatto violento con la superficie del mare. Il recupero dei resti di Du Plessis diede conferma che il "Dixmude" era andato perduto nel mare al largo di Sciacca perché colpito da un fulmine che ne aveva fatto esplodere l'involucro gonfiato con idrogeno. Con lui, morirono 39 componenti dell'equipaggio e dieci osservatori civili. Le ricerche in mare ed a terra portarono al recupero di molti detriti del dirigibile, sparsi su un'area piuttosto vasta: frantumi di tela gommata, cavi, rottami di ferramenta, una bandiera francese con segni di bruciature, apparecchiature telegrafiche, brandelli di divise e di vestiario. Nei primi giorni di ricerche, il mare restituì anche alcuni resti umani; nel febbraio e nell'aprile del 1924, lungo le coste di Porto Empedocle e di Mazara del Vallo, furono recuperati i corpi di un uomo non identificato e del sottufficiale Marie Antoine Guillaume. La tragedia del "Dixmude" creò in quei mesi un legame tuttora vivo fra Sciacca e la Francia, reso oggi visibile da un mausoleo edificato nel 1927, da un busto del comandante Du Plessis e da una statua della Vergine di Fuoriviere donata nel 1954 dalla famiglia del comandante e collocata in cima ad una torre che guarda il mare. Ciò che rimane del dirigibile francese rimane ancora invece nascosto nei fondali al largo di Sciacca



Nel 2011, alcuni sub locali guidati da Santo Tirnetta, individuarono ad una profondità di 57 metri alcuni rottami compatibili con i resti della struttura del "Dixmude": un riconoscimento che sarebbe però tuttora incerto. Ciò che è sicuro, invece, è che il comandante Du Plessis vide esaudito da morto un desiderio espresso in una immagine di San Cristoforo ritrovata fra gli oggetti custoditi nelle tasche della sua divisa: vi era scritta una preghiera diretta a San Francesco di Sales con la richiesta di non essere mangiato dai pesci. Dopo il recupero nelle reti dei pescatori di Sciacca, il suo corpo venne trasferito nella cappella di San Giorgio dei Genovesi, quindi a Palermo; da qui, dopo una tappa a Napoli, fece ritorno in Francia, a Tolone e quindi nel cimitero di Bernerie-en-Retz.

Alla storia del "Dixmude" è dedicato l'approfondito saggio di Jacqueline Grigis Di Carlo "La strana storia del Dixmude" ( Edizioni "ZeroNove25", Sciacca, luglio 2021 ), dal quale sono state tratte alcune delle notizie pubblicate nel post.

domenica 24 dicembre 2023

LA PANTAGRUELICA RICCHEZZA DEI PRESEPI DI SICILIA

Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia


"Il Natale in Sicilia - scriveva nel 1975 Santi Correnti in "Storia e folklore di Sicilia" ( Mursia, Milano ) - è festa di popolo, e il suo significato sociale si manifesta evidentissimo nella cura affettuosa con cui vengono addobbati quei caratteristici presepi pubblici, chiamati grecamente "cone" (da "icòne", immagine, rappresentazione ). La "cona" deve essere doviziosa e splendente di luci: "mangiarsi una cona", nell'immaginifico dialetto siciliano, significa infatti fare una spanciata pantagruelica..."

venerdì 15 dicembre 2023

PAESAGGIO DA POLLINA A FILICUDI

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia

 

lunedì 11 dicembre 2023

LA STORICA INSEGNA DELLA "PENSIONE ITALIA" DI ERICE

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia

L'insegna in ferro ricoperta dalla ruggine racconta parecchi decenni di inverni umidi e piovosi, di nebbia e di neve: un clima atlantico che ben si adatta alla secolare architettura urbana di Erice, costruita con pietre calcaree in una labirintica trama di stradine, vicoli e cortili che nascondono scale e balconi di case spesso abbandonate. Da questo scenario immutabile nel tempo dovettero essere affascinati i viaggiatori che un tempo furono ospitati dalla "Pensione Italia", al civico 6 di via Antonio Palma. Di questo luogo di accoglienza - al di là della targa in cui ancora si legge la scritta in vernice bianca - non c'è più alcuna traccia. La struttura doveva però essere ancora in funzione nel 1953, quando la Guida Rossa del TCI dedicata alla Sicilia la citava come pensione di III categoria con 12 posti letto disponibili. Erano quelli gli anni in cui - si legge nella Guida - "la fisionomia oltremodo pittoresca, con le strette e tortuose vie immerse in un silenzio claustrale, gli edifici medioevali, lo splendido panorama, uno dei più celebrati della Sicilia, la dolcezza e la freschezza del clima fanno di Erice una importante stazione di soggiorno e turismo..." 

mercoledì 6 dicembre 2023

LE "BELLE SORGENTI" DELLE MADONIE DI LUIGI BALDACCI

Contadino al pozzo nelle Madonie.
Fotografia di Leonard Freed
tratta dalla rivista "Sicilia"
edita da "S.F. Flaccovio" a Palermo
nel dicembre del 1977


Le Madonie rappresentano per la Sicilia un territorio carsico particolarmente ricco di acque, grazie ad un complesso sistema sotterraneo di circolazione idrica. Già nel 1886 Luigi Baldacci nello studio "Descrizione geologica dell'isola di Sicilia" ( Tipografia Nazionale, Roma ) aveva sottolineato la ricchezza di acqua di questo comprensorio montano:

"I calcari delle Madonie danno a numerose sorgenti, di cui la più importante è quella grandiosa di Scillato, i cui vari rami riuniti hanno una portata di circa 900 litri per secondo; ma sono da rammentarsi anche quelle che sgorgano di sotto le arenarie mioceniche nelle contrade Monticelli e Bosco sopra Castelbuono, le belle sorgenti di Carpinello e del piano Quacella e delle falde del monte Cervi..."

IL CORTEO DI PALERMO CHE CHIEDE ASSISTENZA CONTRO IL CRACK

Fotografie
Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Palermo ed il crack. Un binomio che da un paio di anni segna le cronache cittadine, partendo dal quartiere di Ballarò: un ventre urbano costipato da un'edilizia fatiscente dove un esempio di convivenza fra una comunità multietnica ed i palermitani viene oscurato dalla presenza di procacciatori di tossicodipendenza e di morte. Nel nome di Miriam, Diego e Giulio - tre giovani vittime del crack degli ultimi mesi - un cartello di associazioni civiche guidato da "Sos Ballarò" è tornato a scendere in strada per chiedere alla politica interventi a favore delle famiglie vittime di tossicodipendenze. Il corteo del 5 dicembre ha sfilato da piazza Casa Professa sino a Palazzo dei Normanni, sede del Parlamento regionale: la richiesta è stata quella di approvare entro la fine del 2023 un disegno di legge che prevede supporto sanitario ed assistenziale per quanti - genitori in primo luogo - si trovano ad affrontare senza adeguati strumenti il dramma della dipendenza dalle droghe.






lunedì 4 dicembre 2023

IL TERREMOTO DIMENTICATO DI VITA

Ruderi di un edificio
a Vita, nel trapanese.
Fotografie
 Ernesto Oliva- ReportageSicilia


"Nel tempo passato, nelle vie principali, dominava la bellezza degli archi dei portali delle case nobiliari, con l'utilizzo della pietra "campanedda" di Salemi e i cantonali realizzati in blocchi di pietra di gesso "balatino". Ora, ahimè, trionfa il segno dell'abbandono... Quel 15 gennaio del 1968, la terra tremò distruggendo interi paesi e apportando immani lutti nel Belìce. Dopo l'evento sismico il paese di Vita venne dichiarato a parziale trasferimento con due zone di dislocazione: quartiere "Comuna" e "Vallonello". Poi, grazie ai nuovi apporti tecnologici e ai progressi della scienza, le due zone sono state recuperate ad una eventuale ricostruzione. Ma ahimè tutto tace nell'oblio. Per il recupero dei due quartieri si sente qualche lontano balbettio..."

Così Luciana Occhipinti nel saggio di Pasquale Gruppuso "Una famiglia. Gli Occhipinti di Vita" ( Comune di Vita, 2023 ), ha espresso l'amarezza per la devastazione e l'abbandono di Vita in conseguenza del terremoto del Belìce.






Il piccolo comune del trapanese è senz'altro meno noto e citato rispetto ad altri paesi - Gibellina, Salaparuta, Poggioreale, Santa Margherita, Montevago - che nel gennaio del 1968 furono più gravemente sconvolti dal sisma. Eppure, ancora ai nostri giorni, anche Vita mostra evidenti segni di quella distruzione urbana che ha contribuito al suo spopolamento. Oggi i residenti sono all'incirca 1.800, la metà di quelli dell'anno del terremoto. Ben più consistente è di contro la comunità di origine vitese - giunta alla terza ed alla quarta generazione - residente in Canada, specie nel comprensorio di Toronto. Stride durante una visita a Vita il contrasto fra la bellezza del paesaggio - una campagna ricca di vigneti e di ulivi - e la silenziosa desolazione delle strade dei quartieri abbandonati dopo il 1968. Col passare dei decenni, i resti di molti edifici nel frattempo diventati di proprietà comunale - circa 500 - sono diventati colpevolmente luoghi di discarica di rifiuti; altri, specie quelli solo parzialmente lesionati, rimangono disabitati, nell'improbabile prospettiva che qualcuno - apprezzando la bellezza del paesaggio vitese - decida di farli rivivere.



mercoledì 29 novembre 2023

L'ANIMA CANGIANTE DELL'ARCHITETTURA PALERMITANA SECONDO RENE' BAZIN

Porta Felice, a Palermo.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia



Sulle orme del più famoso connazionale Guy de Maupassant e sull'esempio di molti altri viaggiatori francesi che tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento scrissero dell'Isola, nell'estate del 1891 René Bazin visitò a lungo la Sicilia. Partito da Marsiglia, il romanziere di Angers sbarcò dapprima a Tunisi, per poi trasferirsi a Malta; da qui, Bazin avrebbe raggiunto la baia di Siracusa, iniziando il suo tour isolano. "Entrato in contatto con una realtà siciliana concreta - ha scritto Pierre Thomas nell'introduzione della ristampa del reportage di viaggio di René Bazin "Sicilia. Bozzetti italiani" ( Edizioni e Ristampe Siciliane, 1979, Palermo ) - Bazin la vive con intensità e ce la restituisce con estrema semplicità e con vividezza di dettagli, forse per il mero piacere di riprodurre fedelmente una verità documentatissima". Un esempio dell'approccio descrittivo di Bazin è testimoniato dalla descrizione del patrimonio architettonico di Palermo, capace di alimentare in lui una lettura storica del carattere dei siciliani:

"I monumenti sono sparsi ovunque. Appartengono a tutte le epoche, ognuno racconta il paesaggio e l'umore sontuoso, poetico o guerriero, con l'animo così diverso delle razze che si sono succedute nell'Isola. Infatti ha sovente cambiato padroni, questa Sicilia, e forse non ne ha amato nessuno, forse ha sempre avuto in fondo al cuore, un sogno deluso di libertà..." 

lunedì 27 novembre 2023

LA MALA SICILIA DEI "PIEDISTALLI" DI MASSIMO SIMILI

La Sala d'Ercole a Palermo,
sede del Parlamento siciliano.
Foto tratta dalla rivista "Sicilia Oggi"
del luglio del 1959


"Comandare è meglio che fottere", dice un ben noto detto siciliano. Questa valutazione - la base, pare, del ragionare e dell'agire da mafiosi - potrebbe riassumere il senso dell'analisi sulla natura dei siciliani ( anche la maggior parte che mafiosi non sono ) fatta dallo scrittore e giornalista catanese Massimo Simili. Autore di uno sterminato patrimonio di romanzi satirici sui vizi della società siciliana ed italiana del secondo dopoguerra - ricordiamo a titolo di esempio "Briganti e baroni", "I pazzi di Taormina", "Capitano catanese", "Gli industriali del ficodindia", "L'anti codice della strada", tutti editi da Rizzoli - Simili spiegò così la deleteria propensione al potere dei suoi corregionali; una caratteristica attestata, oltre che dalla personalità dei mafiosi, da quella della pletora di vecchie famiglie nobiliari e di piccoli e grandi "ras" della politica isolana:

"In Sicilia - si legge nell'articolo "I cav. e i comm. della Sicilia '62", pubblicato dal "Corriere d'Informazione" nel marzo del 1962 - contano contano soltanto gli uomini sui piedistalli: ossia conta il "prestigio" individuale. Il prestigio conferisce dignità, garantisce l'ossequio e il rispetto altrui. Dal rispetto nasce la forza, spesso la potenza. Tutto viene, dunque, concepito in funzione del prestigio. La politica è prestigio. ( Si noti qui, fra l'altro, come soltanto lo statuto siciliano parli di "deputati". In Sardegna, in Val d'Aosta, nel Trentino-Alto Adige, si parla di "consiglieri". Aggiungo che, sebbene lo Statuto non accenni al titolo di "onorevole", i deputati regionali siciliani sono tutti "onorevoli" per auto investitura ). Violenze e delitti, in Sicilia, scaturiscono da menomazioni da prestigio. La mafia stessa non si spiega se non si pensa ad un certo tipo di prestigio. Amicizie, convivenze e rapporti di affari vengono regolati secondo il metro di un minore o maggiore prestigio, e così via. L'aria nuova, le industrie, il "boom" delle grandi città, i contatti sempre più frequenti con gli stranieri, non hanno ancora distrutto i "piedistalli" attorno ai quali si riuniscono le clientele devote e ossequiose. Fianco la laurea può essere ritenuta un piedistallo; in molti casi serve solo per far stampare "dott." sui biglietti di visita, ma in molti casi basta: è già, comunque, una bella soddisfazione e procura un certo credito. 



I "Cav." e i "Comm." hanno la loro importanza ( e stimolano la fantasia: ho conosciuto un "comm. Francesco Gregorio" che non era affatto "commendatore" ma commesso di negozio ). Nel 1813, come da nota inserita agli "Atti di Ferdinando III di Borbone", v'erano in Sicilia 50 principi, 18 duchi, 20 marchesi, 2 conti e 34 baroni qualificati. Oggi, una cifra simile potrà trovarsi nella sola provincia di Caltanissetta. Il prestigio si direbbe aumentato. Affinché l'isola si livelli con le altre regioni... del Nord e del Centro Italia, è necessario togliere di mezzo i piedistalli o attendere pazientemente che crollino. Non è lavoro né questione di un giorno..."



IL CANTASTORIE DI ALFREDO CAMISA A LEONFORTE

Esibizione di un cantastorie
a Leonforte, nell'ennese, nel 1957.
Fotografia di Alfredo Camisa


"Quelli della valle Padana e della Toscana appartengono alla scuola della fisarmonica, i siciliani e qualche altro del Sud restano fedeli alla chitarra... Quelli del Nord tendono di più a far spettacolo... con dodici cappellucci in testa, uno sull'altro, e un naso finto... o in giubbetto con alamari e cilindro.   I siciliani sono chiusi, tutti in nero, senza concessioni esteriori, ma quando incominciano ciascuno è un grande attore tragico. Hanno due mattatori: Ciccio Busacca e Orazio Strano... Forse la vicenda del cantastorie finirà veramente il giorno in cui non ci sarà più gente semplice, e i cartelloni moriranno, per legge di contrasto, nelle raccolte di collezionisti raffinati. Intanto i superstiti coltivano le loro glorie, e non si dimostrano affatto rassegnati, battono le piazze in motoretta, al posto dei cartelloni dipinti a mano usano sempre più quelli stampati..."

Così nel giugno del 1960 il giornalista Vincenzo Buonassisi - all'epoca non ancora diventato critico televisivo e popolarissimo cultore dell'arte gastronomica - descrisse i cantastorie siciliani che partecipavano a Grazzano Visconti, nel piacentino, ad un torneo italiano riservato a questi artisti di strada. Simili eventi erano assai diffusi soprattutto nei luoghi della provincia italiana: località che nell'architettura e nell'ambientazione locale rievocavano contesti storici del passato.  Negli anni Cinquanta e Sessanta i nomi dei cantastorie siciliani - Ciccio Busacca, Orazio e Vito Strano, Vito Santangelo, Ciccio Rinzino, Franco Trincale, Paolo Garofalo, Turiddu Bellia ed altri - erano noti fra i cultori dello spettacolo e della musica popolare; nel 1956, nella Milano del nascente "boom economico", il Piccolo Teatro arrivò ad ospitare una rassegna dedicata a "Pupi e cantastorie di Sicilia", lontano prologo alla collaborazione fra Ciccio Busacca e Dario Fo.

La fotografia riproposta da ReportageSicilia, realizzata da Alfredo Camisa nel 1957, ritrae lo spettacolo di un cantastorie a Leonforte, ai piedi della scenografica scalinata di piazza Regina Margherita: uno dei tanti palcoscenici urbani che un tempo ospitavano i racconti "per disegni, voce e chitarra" dei cantastorie siciliani.

domenica 19 novembre 2023

COMISO, L'IRRINUNCIABILE "FAR SUD" DI GESUALDO BUFALINO

Architettura a Comiso.
Nella foto che segue,
il busto di Gesualdo Bufalino
collocato all'interno del Municipio.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Leonardo Sciascia abbandonò spesso il suo rifugio di contrada Noce, a Racalmuto, per vivere a Palermo e per frequentare Parigi e Roma. La capitale francese per un profondo legame di natura letteraria, quella italiana per l'esigenza di espletare il ruolo di parlamentare. Vincenzo Consolo lasciò invece Sant'Agata di Militello per vivere e lavorare per molti anni a Milano. Gesualdo Bufalino - contemporaneo di Sciascia e Consolo, a formare una triade di scrittori eternata dalle fotografie di Giuseppe Leone - ha invece scelto di non abbandonare mai la nativa Comiso, scrivendo "pagine e pagine sugli eterni rompicapo del mio paese e sulle sue persone", in un luogo descritto come "piccolo borgo del Far Sud, fra i monti Iblei e il mare".



"La piazza - spiegò Bufalino in "Il Fiele Ibleo" ( Avagliano&Editore, Cava dei Tirreni, 1995 ) -  è il cuore, largo e pieno, del mio paese. In tutto uguale - mi lagnavo da ragazzo - al cortile dell'Ucciardone, salvo che dall'Ucciardone si scappa più facilmente. Non so come, tuttavia, ho deciso di rimanerci per sempre, senza pentimenti e rancori, anzi ogni volta più convinto di non uscirne. Non che qui si stia meglio che altrove, ma anche una talpa si abitua alla sua tana di terra, anche un malato s'affeziona al suo polmone d'acciaio. Io, questo luogo, ho cominciato ad amarlo quando era facile, e ora è troppo tardi per smettere. Del resto, un inferno vale l'altro..."

sabato 18 novembre 2023

AGRIGENTO, IL BELLO SECOLARE DEI TEMPLI E DELLE BIODIVERSITA'

Il tempio della Concordia
ed uno degli ulivi secolari della Valle dei Templi,
ad Agrigento.
Fotografia di Leonard Von Matt,
tratta dal saggio "La Sicilia antica"
edito nel 1959 da Stringa Editore Genova



In una Sicilia che affida i motivi di attrazione più alle glorie del suo passato che a quelle del presente, occorre ricordare che nel 2017 il Parco Archeologico della Valle dei Templi ha ricevuto grazie al progetto "Agri-Gentium: Landscape Regeneration" il Premio Nazionale del Paesaggio. Il riconoscimento ha fatto seguito all'avvio di un piano di valorizzazione delle biodiversità presenti nei 1300 ettari del Parco: un patrimonio agricolo non meno rimarchevole rispetto a quello monumentale e che nel Mediterraneo dell'antichità concorse alla prosperità commerciale di Akragas. Insieme ai resti dei templi, il Parco Archeologico offre al visitatore la magnifica visione di oltre 21.000 piante: oltre 10.000 mandorli, 7641 ulivi - metà dei quali, impiantati nel secolo XVII, di rilevante interesse storico-monumentale - oltre a fichi d'India, agrumi, pistacchi e viti.

"I paesaggi dell'architettura contemporanea - ha scritto Giuseppe Barbera nel saggio "Il giardino del Mediterraneo. Storie e paesaggi da Omero all'Antropocene" ( il Saggiatore, Milano, 2021 ) - sono il risultato di una visione riduzionista basata sull'applicazione di tecniche singole o settoriali, ma quelli tradizionali sono luoghi complessi ( incontro tra natura, storia e percezione, si è detto ) che non vanno valutati solo per il valore di heritage, di bene culturale da salvaguardare, né di riserva di biodiversità o per i prodotti, seppure tipici e di pregio qualitativo, che se possono ottenere. 




Un olivo vecchio quanto il tempio che accompagna, i mantelli di petali di mandorlo, le distese rosse di sulla sono tutto questo insieme. Non sono il passato, sono il futuro: forme, insiemi, quadri che rappresentano le complesse esigenze di sistemi sociali e culturali in continua evoluzione..." 

martedì 14 novembre 2023

IL RICORDO DEGLI OPERAI MORTI UN SECOLO FA NELLA COSTRUZIONE DELLA DIGA DI PIANA

La lista degli operai
morti nella costruzione della diga
di Piana degli Albanesi.
Ad eccezione della seconda,
le fotografie del post sono
di Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Nel 1920, la costruzione della diga di Piana degli Albanesi - terminata nel 1923, un secolo fa - fu una delle grandi opere edili compiute nel palermitano. La diga, eseguita dalla Società Generale Elettrica della Sicilia e destinata a sbarrare il bacino dell'alto Belice, venne realizzata con un rivestimento a monte in cemento blindato. L'altezza raggiunse i 36 metri; la lunghezza si estese a 260; alla base, l'imponente struttura ebbe uno spessore di 67 metri. Il bacino di Piana degli Albanesi, lungo circa 4 chilometri e largo uno, fu all'epoca capace di contenere una ventina di milioni di metri cubi di acqua. Un canale lungo 13 chilometri li convogliava verso una vasca di carico con una portata di circa 50.000 metri cubi dalla quale iniziava una galleria forzata lunga 800 metri, cui faceva seguito una condotta estesa altri 943 metri. 

La diga al termine dei lavori.
Fotografia tratta dall'opera
"Sicilia", edita nel 1933
dal Touring Club Milano


In anni in cui le misure di sicurezza sul lavoro erano assai relative, il cantiere della diga fu teatro di numerosi incidenti mortali per gli operai, non tutti ufficialmente dichiarati o classificati come veri e propri infortuni sul lavoro. Partendo da una relazione tecnica redatta dalla Società Elettrica della Sicilia un anno dopo la conclusione dell'opera e dalla consultazione dei giornali dell'epoca, lo storico Francesco Petrotta ha dato un nome ed un cognome a dieci dei 12 operai morti nei cantieri di Piana degli Albanesi. Le due vittime non identificate morirono probabilmente a Palermo, nella frazione di Falsomiele, durante la costruzione di una centrale elettrica e di una condotta. 



Un altro nome - quello di Nicolò Criscione, impiegato della Società, originario di Santa Cristina Gela - identifica un custode del cantiere che fu invece ucciso dalla mafia della zona, puntuale anche allora ad imporre la propria ingerenza nella costruzione della diga. La ricerca di Petrotta - promotore dell'Associazione "Portella della Ginestra", che tramanda la memoria dell'eccidio compiuto a poca distanza dalla diga il primo maggio del 1947 - ha individuato alcuni dei luoghi di origine degli operai morti nei cantieri: Piana degli Albanesi, Palermo, Casteltermini, Monza, Belluno e Chieti. Dallo scorso 7 novembre, una targa in metallo posizionata sulla cancellata d'ingresso del bacino di Piana degli Albanesi ricorda quelle vittime di un secolo fa. 






E' un tributo che rimanda all'attualità della crescente frequenza degli incidenti mortali sul lavoro in Sicilia: secondo i dati dell'Inail, 24 nei primi 5 mesi del 2023, il 20 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2022.

giovedì 9 novembre 2023

ISOLA DELLE FEMMINE E LA VOCAZIONE CALIFORNIANA PER IL SURF

Foto 
Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Sarà forse perché da alcuni anni Isola delle Femmine - in omaggio alla storica emigrazione dei suoi pescatori in California - è gemellata con Pittsburg; o forse perché il grande Joe Di Maggio, campione americano del baseball, nacque a Martinez - sempre in California -  da genitori isolani trasferitisi anche loro sulle rive del Pacifico



Fatto sta che da qualche tempo la spiaggia di Isola delle Femmine, nelle giornate di vento e mare agitato, è diventata la palestra di decine di giovanissimi appassionati del surf. Li si può ammirare nel tentativo di cavalcare le onde - per verità non troppo performanti - soprattutto la domenica e nei giorni festivi: sognando, ovviamente, la California.    



martedì 31 ottobre 2023

GLI SCATTI DI ALFREDO CAMISA AD ERICE PER LA CAMPAGNA ELETTORALE DEL 1955

Fotografie di Alfredo Camisa
ad Erice,
in occasione delle elezioni regionali del 1955


Il 5 giugno del 1955 gli elettori siciliani furono chiamati a votare per eleggere i 90 nuovi deputati dell'Assemblea Regionale Siciliana. Le consultazioni si conclusero con l'affermazione della Democrazia Cristiana, che con 897.397 preferenze superò il Partito Comunista Italiano, beneficiario di 482.793 voti. Il Partito Nazionale Monarchico ottenne 239.482 consensi, seguendo i due principali partiti che diedero vita ad un governo di centro-sinistra. Presidente della Regione fu eletto il democristiano Giuseppe Alessi, che aveva già ricoperto l'incarico nel 1948. Malgrado i propositi di buon e lungo governo - rafforzati dalla metafora del neo Presidente secondo cui "i siciliani sono ancora nel quadrato di prima, ma non sono più seduti, essi sono alzati e protendono le mani, pronti ad agire" - il governo di Alessi ebbe vita breve. Cadde per la bocciatura di un bilancio preventivo: uno dei passaggi politici che più espongono le maggioranze di governo al rischio di imboscate e rotture di alleanze. Ad Alessi, seguì Giuseppe La Loggia, che gli cedette l'incarico di Presidente dell'ARS. Neppure l'incarico alla guida della Regione dell'altro leader democristiano ebbe lungo corso: nel novembre del 1957 rassegnò le dimissioni, anche lui vittima del pollice verso al bilancio. In quegli anni lontani, le elezioni erano precedute da un capillare ed estenuante tour di comizi sulle piazze principali di città e paesi. 






Quello documentato da ReportageSicilia si deve agli scatti realizzati dal fotografo Alfredo Camisa nel 1955 ad Erice, in piazza della Loggia. Le immagini riproposte nel post furono incluse pochi mesi dopo da Camisa a Milano in una mostra personale di fotografie interamente realizzate in Sicilia. Il legame fra questo fotografo e l'Isola sarà in seguito testimoniato da altri suoi scatti pubblicati nel 1961 nel saggio "Lo Stretto di Messina e le Eolie" ( LEA, Roma ).  

venerdì 27 ottobre 2023

LE EMOZIONI MARSALESI DI GIUSEPPE CULICCHIA

Marsalesi in piazza della Repubblica.
Fotografia pubblicata dal settimanale "Epoca"
l'8 settembre del 1963


"Marsala e le grosse pietre rettangolari di cui sono lastricate le strade del centro, rese ancora più lisce da milioni di passi che si sono succeduti nel corso dei decenni. Marsala e il porticato di Palazzo VII Aprile in piazza della Loggia, dove mattina e sera da tempo immemorabile si danno appuntamento gli uomini per parlare di quello di cui parlano gli uomini. Marsala e la chiesa madre, costruita in epoca diverse a partire dal 1176 e restaurata dopo i bombardamenti, con la sua facciata per metà barocca e per metà no, impossibile dire se sia più suggestiva durante le ore centrali del giorno sotto la luce accecante del sole oppure la sera, illuminata da lampioni..."



Così, quasi al centro della narrazione autobiografica di "Sicilia, o cara. Un viaggio sentimentale" ( Feltrinelli Editore Milano, 2010 ) - la storia della scoperta della Marsala paterna dopo un lungo viaggio iniziato a Torino - Giuseppe Culicchia inizia ad elencare i luoghi urbani ed i personaggi marsalesi che provocano in lui "un'emozione che nessun altro luogo al mondo è mai stato capace di darmi"



Impressioni, quelle di Culicchia, simili a quelle di molti altri siciliani - o siciliani per origine - che tornano dopo lungo tempo nell'Isola, richiamati dalle sue molte e diverse attrattive e indignati dai suoi tanti motivi di riprovazione. 

sabato 21 ottobre 2023

sabato 14 ottobre 2023

NOTIZIE DEL GIORNALE "L'ORA" SUL GRATTACIELO INA, IL "K2" DI PALERMO

Fotografie del post
Ernesto Oliva-ReportageSicilia


"La costruzione copre circa 1.500 metri quadrati di superficie, di cui 700 occupati dalla torre che avrà un'altezza di 76 metri, e terminerà con una cupola di acciaio e vetri di 12 metri. Nel suo complesso vi saranno 18 piani, oltre al piano terra, allo scantinato e ad un subscantinato. Questi ultimi saranno adibiti a magazzini ed uffici, il piano terra a negozi, ad uffici i primi quattro piani, mentre dal sesto al quattordicesimo piano sono previste abitazioni private con appartamenti da 4 a 7 camere rifiniti con gran lusso. I rimanenti piani serviranno per locali pubblici: ristorante, grill room, night club. La torre sarà servita da  quattro ascensori ed un montacarichi. A 40 e 60 metri di altezza e sulla cupola, saranno installati degli ordini di lampeggiatori per segnalazioni ad uso di aerei... E stata impiegata maestranza con una media di 150 operai al giorno, dei quali circa 60 specializzati. Per il momento quattro ditte lavorano ancora per le rifiniture: impianti igienico sanitari, impianti elettrici e telefonici; marmi, riscaldamento, ecc..."

Disegno tratto
dal quotidiano "L'Ora"
del 9 ottobre 1955


Con queste notizie pubblicate il 9 ottobre del 1955, il giornale "L'Ora" diede ampio risalto all'imminente completamento di quello che ancor oggi è il più alto edificio di Palermo: il "grattacielo" dell'Istituto Nazionale delle Assicurazioni, ribattezzato dal quotidiano come il "K2" della città. Il prologo alla costruzione del palazzo, progettato secondo i canoni del razionalismo dall'architetto milanese Carlo Broggi - uno degli ideatori del palazzo delle Nazioni Unite, a Ginevra - si lega alla vendita dei terreni dell'ex rione Villarosa da parte dell'omonimo Consorzio Immobiliare, nel 1948, al Banco di Sicilia



Quest'ultimo organizzò un concorso di idee per la costruzione di quella che sarebbe dovuta diventare - a poche centinaia di metri dal centro storico ancora devastato dalle bombe del 1943 - la moderna "city" di Palermo: un quartiere capace di concentrare intorno ad una corte quadrangolare porticata le sedi di banche, assicurazioni, negozi, ristoranti, un cine teatro ed altri edifici con funzioni prevalentemente commerciali. Lo stesso grattacielo, con la sua originaria destinazione residenziale condivisa nei piani superiori con la presenza di luoghi pubblici, avrebbe dovuto riassumere la filosofia del nuovo progetto urbanistico.  



L'area dove realizzare questo piano era in origine occupata dalla villa Notarbartolo di Villarosa e da alcuni campi da tennis, che vennero sacrificati per dare corso ai lavori. Quelli per la costruzione del grattacielo dell'INA, avviati nel 1952, furono preceduti da una diversità di vedute fra l'architetto Broggi e la Commissione Edilizia del Comune: prima del via libera al cantiere, il confronto produsse infatti nove diversi progetti. La consulenza tecnica per i calcoli di cemento armato fu affidata all'ingegnere Arturo Danusso, del Politecnico di Milano, considerato come il maggior esperto italiano delle costruzioni in conglomerato cementizio armato. La direzione dei lavori, eseguiti dall'impresa palermitana CEFA dei fratelli Amoroso, fu invece assegnata all'ingegnere Antonino Accascina. 

















Oggi il "K2" di Palermo - smantellato nel 2011 il caratteristico logo ovale dell'INA - continua a torreggiare sul rettangolo di piazzale Ungheria, quest'ultimo ridotto alla funzione di parcheggio. I portici dell'area area commerciale che all'inizio degli anni Cinquanta dello scorso secolo dovevano ambiziosamente testimoniare la rinascita di Palermo mostrano uno stato di degrado. Gran parte delle saracinesche e dei portoni sono sbarrati da anni; ovunque si notano i segni di un abbandono che rispecchia la depressione economica della città dei nostri tempi.  

venerdì 13 ottobre 2023

IL LAMENTO DI ATTILIO CASTROGIOVANNI PER L'ABBANDONO DELLE EOLIE

Due fotografie di Vulcano,
pubblicate nel marzo del 1959
dalla rivista "Cronache Siciliane".
Illustrarono un articolo di
Attilio Castrogiovanni dedicato
alle condizioni delle isole Eolie


Le due fotografie di Vulcano riproposte da "ReportageSicilia" vennero pubblicate nel marzo del 1959 dalla rivista "Cronache Siciliane" edita dall'Assemblea Regionale Siciliana. Non accreditate, illustrarono un articolo ( intitolato "Gli eoliani, uomini coraggiosi" ) in cui l'ex deputato regionale Attilio Castrogiovanni - uno dei personaggi di primo piano del movimento indipendentista nel secondo dopoguerra, legato a Concetto Gallo e Antonio Canepa - lamentava le condizioni di abbandono sofferte sino al recente passato dalle isole Eolie:

"Negli ultimi cento anni le Eolie, che pure erano state illuminate da una millenaria luminosissima civiltà, erano pervenute ad un tale stato di decadimento da essere ridotte a luogo di domicilio coatto, poi trasformato in confino di polizia e di esse si parlava come luoghi di sofferenza nei quali venivano avviati gli elementi peggiori della società, quasicchè esse fossero un surrogato europeo dell'Isola del Diavolo. Come si sia potuto avere la capacità di trasformare un luogo di così meravigliosa bellezza in un simbolo di abbandono e di sofferenza costituisce un enigma ad una domanda alla quale non è facile rispondere. 



O meglio, una risposta si può avere analizzando lo stato di abbandono generale in cui è venuta a trovarsi la Sicilia dall'unificazione, con l'aggravante che mentre l'isola madre diventava una zona fra le più depresse del Mediterraneo, le piccole meravigliose Eolie costituivano nuclei di depressione nella depressione, con la conseguenza che se in Sicilia era difficile vivere, nelle isole minori la vita si rendeva addirittura impossibile..."