domenica 21 aprile 2024

IL RICORDO DEL LUTTO TROIANO DELLE DONNE DI ERICE

Anziana donna di Erice.
Autore ed opera citati nel post


"Inutilmente lei cercherebbe qui i costumi sgargianti della Sicilia: la donna di Erice porta un particolare manto tradizionale di seta nera molto avvolgente in cui s'avvolge con una tecnica tutta sua; l'indumento è antichissimo, non ne conosciamo l'origine"

Così, nel maggio del 1969, il direttore della biblioteca di Erice, composta all'epoca da 11.000 volumi, 600 manoscritti del XVI secolo e 10 incunaboli, illustrò al giornalista Silvano Villani l'abbigliamento allora indossato da molte donne ericine. 



Villani cercò una spiegazione a questa tradizione - oggi quasi del tutto scomparsa - richiamando alla memoria le sue conoscenze sulla poesia alessandrina del IV secolo avanti Cristo:

"Racconta un antico scrittore, Licofrone, ( citato dal Bérard nel suo libro "La Magna Grecia" ) che le donne di Erice e Segesta mai più smisero il lutto per la caduta di Troia: potrebbe il manto ricordare quell'antica catastrofe?"


( La fotografia del post è di Giuseppe Alario ed è tratta dall'opera "Fotografie del 1963" edita da Ezio Croci Editore, Milano )

giovedì 18 aprile 2024

IL CORTEO DEGLI OPERAI DUCROT PRIMA DEL FALLIMENTO DEL MOBILIFICIO

Operai della Ducrot
in corteo negli ultimi mesi
di vita della storica ditta palermitana.
L'altra fotografia ritrae l'esterno della fabbrica.
Entrambe le immagini
sono tratte dall'opera citata nel post


Tra la fine del 1969 ed i primi mesi del 1970 si stava per chiudere a Palermo  l'epopea industriale della fabbrica di mobili ed arredi lignei Ducrot, fondata dall'imprenditore torinese Carlo Golia alla fine dell'Ottocento e divenuta celebre grazie al figliastro Vittorio Ducrot. Quest'ultimo, nato nel 1867, era figlio di un ingegnere ferroviario francese morto a Palermo durante l'epidemia di colera del 1866. Nel 1903, quando l'azienda aveva il nome di "Ducrot, Palermo, Successore di Golia & C e di Solei Hebert & C.", la fabbrica nei pressi del palazzo normanno della Zisa impiegava almeno 200 operai.

"Già nel 1907 - si legge nel saggio di Daniela Pirrone e Maria Antonietta Spadaro "Archeologia Industriale", Kalos Edizioni d'Arte, Palermo, 2015 ) - la ditta era registrata alla Borsa di Milano. Sono di questo periodo le produzioni per gli arredi di Montecitorio, delle navi della flotta dei Florio e delle famose architetture di Ernesto Basile. I più grandi palazzi di Palermo e di tutta la Sicilia, le case dei nobili, ma anche quelle borghesi, vennero arredati con mobili della ditta, responsabile anche degli arredi di Villa Igiea. Nel 1913 i 1.000 operai lavoravano in uno stabilimento che aveva l'estensione di 20.000 mq., ma destinato a crescere ancora..."



Nel 1907, Vittorio Ducrot aveva trasferito la sede legale della ditta a Milano. Nel capoluogo lombardo venne aperto un negozio, altri due a Roma e Napoli. Durante il primo conflitto mondiale, la Ducrot curò la produzione di idrovolanti: una riconversione che anticipò l'inizio di una crisi aziendale scongiurata nel 1931 dalla commessa per la fornitura degli arredamenti dei transatlantici "Rex" e "Roma". All'epoca il numero degli operai era sceso a poco più di 350; i macchinari per la lavorazione del legno necessitavano ormai di un rinnovamento e le sorti della fabbrica sembravano essere segnate. Un ultimo sussulto produttivo si ebbe nel 1935, quando il regime fascista favorì la costituzione di una nuova società per la costruzione di aerei, la "Caproni-Ducrot-Costruzioni Aeronautiche", da affiancare alle attività del mobilificio. Alla vigilia del secondo conflitto mondiale, la Ducrot passò nelle mani di una azienda genovese, che la mantenne sino al 1968, ultimo anno di attività della fabbrica. Le fotografie riproposte da ReportageSicilia furono pubblicate nel febbraio del 1970 dalla rivista "Il Mediterraneo", edita dalla Camera di Commercio di Palermo. Documentano gli ultimi mesi di agonia della ditta, allorché gli operai manifestarono più volte in strada a Palermo nel tentativo di salvare la propria occupazione.






I loro cortei furono accompagnati dall'occupazione dello stabilimento e dalla produzione autonoma di mobilio, iniziativa quest'ultima motivo di duro scontro con la proprietà. Malgrado questa mobilitazione, la richiesta di potere lavorare per conto della SAMSI - una ditta palermitana di arredi scolastici del gruppo E.S.P.I. ( l'Ente Siciliano per la Promozione Industriale liquidato nel 2023, dopo 24 anni di attesa ) - rimase lettera morta. Nel 1971, il fallimento pose così fine per sempre alla gloriosa storia d'inizio Novecento della fabbrica Ducrot

 

lunedì 15 aprile 2024

PREGHIERE ED INSULTI DEI MIETITORI IN UNA PAGINA DI ANTONINO UCCELLO

Fotografie di Giuseppe Leone.
Opera citata nel post


Il 27 settembre del 1971, l'etnologo Antonino Uccello aprì al pubblico la sua Casa Museo a Palazzolo Acreide. Dieci anni prima, Uccello era tornato nella cittadina siracusana dalla Brianza, acquistando una parte dello storico Palazzo Ferla per conservarvi cucchiai di legno, chiavi di carretto, ex voto, sculture in ferro ed altri oggetti di uso quotidiano nella civiltà contadina recuperati nella zona iblea. La Casa Museo - "un vecchio e ampio edificio che costava poco, perché in una delle sue stanze avevano ammazzato il proprietario e nessuno ci voleva abitare", ha ricordato Stefano Malatesta in "Il cane che andava per mare e altri eccentrici siciliani" ( Neri Pozza Editore, Vicenza, 2000 ) - è, sempre secondo Malatesta, la testimonianza della passione di un "antropologo autodidatta, che ha vissuto l'antropologia come un fenomeno poetico e civile". Antonino Uccello fu anche autore di numerosi saggi, scritti senza una forma letteraria e pubblicati dopo un'opera di revisione affidata ad un professore catanese. 



Nel 1976, diede così alle stampe "Amore e matrimonio nella vita del popolo siciliano", nel 1978 "Tessitura popolare in Sicilia". Fra le due opere, ebbe modo di pubblicare nel dicembre del 1977 sulle pagine della rivista "Sicilia" edita a Palermo da S.F. Flaccovio un breve saggio intitolato "I canti della mietitura". 



Lo scritto - accompagnato dalle fotografie di Giuseppe Leone riproposte nel post - conteneva il testo di una preghiera recitata dai mietitori che costituiva anche una denuncia ed un'ironica riflessione sulle loro dure condizioni di lavoro:

"Maronna, quant'è gghiàtu stu suli, facìlitu presto stramuntari! Nun lu faciti, no, pi li patruna, facìlitu pi li puviri iurnatari ca iavi gniuornu ca sunu abbuccuni, ca a catinazza sa mànciunu i cani"

( "Madonna, com'è alto questo sole, fatelo presto tramontare! Non lo fate, no, per i padroni, fatelo per i poveri braccianti, che da un giorno se ne stanno bocconi e la schienaccia se la mangiano i cani" )

Quindi Antonino Uccello descriveva così consuetudini e singolari abitudini di questi lavoratori oggi scomparsi dal paesaggio agricolo siciliano: 

"Prima di iniziare i lavori, i mietitori, all'alba, sogliono, mangiare una fetta di limone e sorseggiare del vino che aspirano dal piccolo barile, passandoselo in giro da un compagno all'altro. I mietitori, come al tempo del Pitrè, sogliono portare in genere sulla camicia un grembiule di cotone o di cuoio, sul braccio destro, infilano una manica di stoffa piuttosto resistente per proteggersi dalle reste, dalle spine o altro, riparano le dita della mano sinistra, con la quale raccolgono il frumento mietuto, con ditali di canna, mentre lasciano libero il pollice, che in molte campagne viene invece protetto con un ditale di cuoio. 



I mietitori si dispongono sul posto di lavoro, che viene detto "antu", uno accanto all'altro, dinanzi al proprio filare di frumento da mietere; a fianco del "capo" si dispongono tutti gli altri mietitori, e per ultimo il "capocoda", che chiude la fila.

Nella Sicilia orientale in particolare il mietitore aveva in passato la facoltà d'inveire contro chiunque, gridare ciò che voleva contro gli eventuali passanti che riuscivano a sedare le invettive scoprendosi il capo. Un padre cappuccino, per la campagna di Palazzolo Acreide, per il secolo XIX, ci offre la seguente testimonianza:

"I mietitori fanno un baccano quando passa vicino a loro qualche personaggio, e gli dicono cose, che in altri tempi non si soffrirebbero. Quest'uso credo d'essere in moltissime parti"



E, infatti, esso ci viene confermato anche dal Guastella per la Contea di Modica, e dall'Avolio per la campagna di Noto, e ci richiama, come si può leggere nel X Idillio di Teocrito, un'usanza frigia secondo la quale coloro che si trovassero a passare per il campo da mietere, specie se stranieri, venivano considerati incarnazioni dello spirito del grano e sacrificati per propiziare la pioggia..." 



L'ESTATE IN CUI USTICA DIVENTO' LA TELA DEI PITTORI ITALIANI

Giorgio Carpintieri
ad Ustica nel luglio del 1966,
durante la prima edizione del
"Concorso di Pittura Murale".
Le fotografie sono tratte dalla rivista
"Palermo. Rassegna della Provincia"
dell'agosto del 1966


Nel 1961, Ustica smise di essere una colonia penale e l'isola cominciò a programmare una serie di manifestazioni con l'intento di sfruttare le proprie potenzialità turistiche. Già nell'agosto del 1959 era stato il dato il via al primo "Festival del Mondo Sommerso", un evento che offrì ai visitatori - fra questi, alcuni nomi dei salotti romani ( Doris Mayer Pignatelli, l'attore Renato Salvatori, il regista Folco Lulli, il produttore Goffredo Lombardo ) - una rassegna cinematografica dedicata al mare, una mostra archeologica ed una gara di sci nautico. L'appuntamento avrebbe in seguito attirato nell'isola i migliori specialisti della caccia subacquea, dando spazio anche ad un goliardico concorso di "pittura sottomarina" ad una profondità di 5 metri, con risultati artistici giocoforza piuttosto astratti. Fu a quel punto che nel 1966, su iniziativa del sindaco Litterio Maggiore - un chirurgo estetico con molti contatti romani, anche nell'ambiente dell'arte - si decise di organizzare ad Ustica la prima edizione del "Concorso di Pittura Murale".  

Sebastiano Milluzzo


L'idea di partenza era quella di abbellire prospetti di case e scorci dell'isola grazie al talento di artisti provenienti in buona parte da Roma e Milano, su invito ed ospitalità del Comune: una circostanza che, nel pieno dell'estate, avrebbe richiamato nell'isola giornalisti, galleristi ed altri protagonisti e comprimari delle cronache artistico-mondane italiane. La manifestazione ebbe luogo dal 24 al 31 luglio e potè contare sulla direzione tecnica di Vittore e Derne Querèl, proprietari a Roma della Galleria d'Arte "La Feluca". Il peso dell'organizzazione fu invece affidato al pittore-ceramista palermitano Giovanni De Simone. A lui si attribuisce un "colpo di teatro" riservato agli ospiti usticesi: l'arrivo con l'aliscafo partito da Palermo di un gruppo di orchestrali del Teatro Massimo. Si ritrovarono così ad Ustica, fra gli altri, Antonio Vangelli, Giulio Turcato, Antonello Aliotti, Giorgio Mantici, l'albanese Ibrahim Kodra, Giacomo Porzano, Giorgio Carpintieri, l'austriaca Rosemarie Hammon, Sante Monachesi, Giselda Parisella ed i siciliani Gino Morici, Oscar Carnicelli, Sebastiano Milluzzo, Costantino Laganà, Nella Giambarresi, Donatella Moncada, Annie Di Patti, Mario Tornello, Totò Bonanno e Gaetano Zingales. Per l'evento artistico fu creato anche una sorta di slogan, suggerito - pare - da Monachesi: "liberiamo i muri delle case dalla loro pesantezza e dalla legge di gravità dipingendovi sopra"

Sante Monachesi


Sulle pagine della rivista "Palermo. Rassegna della Provincia" pubblicata nell'agosto del 1966, Gabriella Sternheim così descrisse l'atmosfera di quella settimana di luglio ad Ustica:

"L'entusiasmo e l'euforia che l'aria di Ustica comunica in chi approda alle sue nere scogliere ha inebriato un pò tutti. Ad ogni pittore era stata assegnata una parete dell'abitato. Tutti quanti hanno iniziato i lavori con un "furore creativo" veramente strabiliante. Avrebbero dovuto affrescare soltanto la parete loro assegnata ed invece a poco a poco hanno dipinto tutte le pareti del piccolo centro: in quattro giorni l'abitato di Ustica, tipico paesetto di pescatori, si è trasformato in una mostra d'arte permanente. I colori violenti di un'isola selvaggia hanno ispirato i pittori che ne hanno riportato i toni vividi sulle pareti delle case, dei bar, degli alberghi. Per tutte le vie che si sondano dalla piazza dominata dalla chiesa di S.Ferdinando, a mare ed a monte, esplodono qua e là cieli azzurri, marine indaco, colline verdi, scene di pesca e di vita marinara. Chi più di tutti ha colto l'essenza di Ustica è stato Giacomo Porzano che ha dipinto via via un volo di gabbiani che si librano in un cielo azzurro e tersissimo, una bimba che mangia una fetta d'anguria, il frutto tipico dell'isola, ed ancora un vecchio marinaio dal volto segnato dalla fatica accanto alla barca tirata in secco, dietro: uno sfondo di mare colore indaco. Tornello ha affrescato la caletta di S.Maria cinta dalle verdi colline che degradano dolcemente verso il mare. Parisella ha scelto un paesaggio più aspro: la cala dell'Uomo Morto con al sua rocca che scende a strapiombo nel mare. Rosemarie Hammon, la bella austriaca allieva di Kokoschka, ha dipinto un paesaggio marino soffuso dalle tenui luci dell'alba. Ed ancora scene marinare hanno dipinto Laganà, Milluzzo, Bonanno, De Simone. I temi sono tra i più caratteristici: donne che riparano le reti, la pesca del pesce spada, barche tirate in secco. I breve, in questa opera si condensa tutta la vita di Ustica.

Costantino Laganà


Kodra, invece, si è ispirato ad un triste capitolo della storia di Ustica, ormai fortunatamente concluso: in un volo di colombe ha immaginato la partenza dei confinati dall'isola ed ha coronato il dipinto con la scritta "Pace e libertà ad Ustica". E' stata una 7 giorni a ritmo continuato, durante la giornata mare, sole e lavoro. La sera manifestazioni a carattere mondano, concerti, opera dei pupi, complessi yè-yè ed aste di disegni, gentilmente concessi da tutti i pittori, i cui proventi sono andati alla Pro Loco di Ustica..."

lunedì 8 aprile 2024

IL CAPITELLO DEGLI SCONGIURI NEL CHIOSTRO DI MONREALE

Il capitello detto "degli scongiuri"
del chiostro di Monreale.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


I 109 capitelli scolpiti alla fine del secolo XII per le colonnine del chiostro di Monreale - opera di "cinque maestri, due più propriamente scultori, altri due scultori e marmorari insieme ed infine uno esclusivamente marmorario come egli stesso si qualifica" ( "La Sicilia", Collana Italia Romanica, a cura di Rodo Santoro, Jaca Book, 1986, Milano ) - rappresentano un'antologia di motivi allegorici che attingono all'arte romanica di varia origine: pugliese, campana, lombarda, provenzale, della Borgogna e dell'Ile de France. Molti degli episodi rappresentati da questi artisti della pietra riconducono ad episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento. Altri, invece, riproducono scene di vita terrena, in cui spesso compaiono figure fantastiche o grottesche, caratteristiche dei bestiari medievali: un patrimonio di motivi che offrono un impegno di interpretazione che trasporta l'osservatore in un complesso universo di simboli. Uno dei capitelli più singolari è quello definito dalle guide di Monreale ai visitatori "degli scongiuri": vi si osserva la scena cruenta di un leone che azzanna un uomo. Alla loro destra, un compagno dello sventurato cerca di allontanare il predatore con un bastone. Dall'altra parte, un altro personaggio con la mano destra fa il gesto delle corna; con la sinistra, si tocca le parti intime, con l'evidente intento di sfuggire al pericolo grazie alla pratica di scongiuri ancor oggi largamente praticati in Sicilia. Il gesto delle corna sembra risalire ad un'epoca assai remota, quella preistorica: l'uomo di allora identificava nelle corna del toro e di altri animali selvatici l'origine stessa della forza necessaria alla sopravvivenza. Quello di toccare le parti intime riconduce invece al mito di Priapo - diffuso in origine nella città di Lampsaco, nell'Ellesponto - le cui dimensioni del fallo erano considerate fonte di capacità generativa e di vita. 



Per i monaci benedettini di Monreale, questo e gli altri capitelli del loro chiostro costituivano un ricchissimo campionario di motivi iconografici che li mettevano in contatto con i riferimenti simbolici religiosi e profani delle civiltà del mondo allora conosciute.