| Fotografia Ernesto Oliva-ReportageSicilia© |
Le prime notizie che riguardano il castello di Cefalà Diana, i cui ruderi si innalzano su una rocca di 657 metri che domina un vastissimo paesaggio agricolo, risalgono al 1349: raccontano di un assedio subìto da un centinaio di balestrieri ed armigeri legati a Manfredi Chiaramonte contro un presidio militare catalano.
Sembra che l'abbandono della fortezza risalga all'Ottocento, quando diventò rifugio di contadini e pastori. Di certo, nel "Vocabolario Geografico-Storico Statistico dell'Italia" pubblicato nel 1873 a Bologna da Salvatore Muzzi, alla voce "Cefalà Diana", si legge:
"L'antico castello vi è in rovina, le moderne fabbriche sono meschine"
| Fotografia Ernesto Oliva-ReportageSicilia© |
Caduto nell'oblio, questo esempio di trecentesca architettura militare finì al centro delle attenzioni il 16 maggio del 1967 per la notizia dell'apparizione a tre bambini della Madonna in una finestrella superiore della torre: un fenomeno che fece parlare di una "nuova Fatima" ( le due fotografie riproposte da ReportageSicilia sono tratte da un articolo pubblicato dalla rivista "Domenica del Corriere" il 20 giugno del 1967 ) richiamando sul posto migliaia di persone dalle province di Palermo, Agrigento e Trapani.
Restaurato a partire dal 1995, il castello di Cefalà Diana mostra una imponente torre quadrangolare alta 15 metri ed un arco di conci squadrati nella muratura.
| Fotografia Ernesto Oliva-ReportageSicilia© |
Il suo aspetto sottolinea la funzione rigidamente militare, con pochissime concessioni ad elementi architettonici con pretese d'arte: una valutazione così espressa da Ferdinando Maurici nel 2020 nel saggio "Castelli medievali in Sicilia da Carlo D'Angiò al Trecento", edito a Palermo dall'Agenzia di Sviluppo della Sicilia Occidentale:
"Rudezza militare ovunque. Anche negli ambienti di servizio, appoggiati sul muro di cinta ovest; anche nel cortile, costituito dalla roccia di sedime in forte inclinazione, sbancata e resa orizzontale solo in un punto limitato.
Il castello di Cefalà, rude, essenziale, arcigno, con i suoi occhi che guardano in ogni direzione dell'antica baronia, è un vero monumento al sospetto ed all'incertezza, se non direttamente alla guerra..."