lunedì 5 ottobre 2026

LA "PESTE" DELL'EMIGRAZIONE SICILIANA DIFFUSA NEL MONDO

Lo Sciacca Social Club di Brooklyn, a New York.
Fotografia di Erich Hartmann
pubblicata nel Natale del 1952
da un fascicolo speciale della rivista
 "L'Illustrazione Italiana"


Una storia di dominazioni subite e di costante emigrazione alla conquista di un benessere economico spesso coltivato - nel bene e nel male - con risultati di rilievo: è il dato che ha contraddistinto le vicende dei siciliani nel corso dei millenni. Grazie al progresso tecnologico applicato ai mezzi di trasporto, il Novecento è stato il secolo in cui - secondo stime assai incerte - oltre un milione di loro avrebbe raggiunto ogni angolo terrestre.

Giuseppe Longo, giornalista e saggista messinese - anche lui appartenente alla categoria dei siciliani di successo emigrati a Roma, Bologna e Venezia, con incarichi da direttore di importanti quotidiani - nel 1961 analizzò così questo epocale fenomeno nel saggio "La Sicilia è un'isola", pubblicato a Milano da Aldo Martelli Editore:   

"Conquistati, a loro volta, i siciliani conquistano il mondo, invadono le metropoli, appestano la faccia della terra col loro dialetto inconfondibile e imparlabile, si fanno gangster in America, minatori nel Belgio, magliari in Germania, caporali e sergenti nella legione straniera, venditori di stoffe in Inghilterra, contrabbandieri di sigarette in sigarette a Como, scaricatori a Marsiglia, gelatieri in Svizzera e in Norvegia, milanesi a Milano; salgono con noncuranza le più alte cattedre del diritto e della scienza, si avventano sulle questure, sulle ambasciate, sui ministeri, sul municipio di New York, sui palcoscenici, sugli schermi del cinema e della televisione.

Barbieri e callisti di sovrani nelle corti del Medio Oriente, architetti e poeti civili, petrolieri o coltivatori di banane sotto il sole dei tropici, eunuchi e sultani.

Siano uomini di fatica o capitani d'industria non riescono mai a dissimulare, qualunque cosa facciano, qualunque sia il numero degli anni trascorsi lontano dalla loro terra, la spaventosa orrida strisciante parlata che canta, stonando, le sillabe d'una lingua che è come un grande calderone in cui guazzano parole terribili rubati ai gerghi soldateschi di cento dominazioni. Una lingua che è come la terra senz'acqua, la quale dà frutti sapidi, ricchi di colore e di umore, ma bisogna coglierli subito, prima che marciscano al gran sole o alle grandi piogge e colando appuzzino l'aria.

Cantano e stonano e riempiono le strade delle loro città di urli e di incomprensibili richiami..."

domenica 4 ottobre 2026

IL RICORDO DI EZIO d'ERRICO DELLA "GROTTA DELLE CONCHIGLIE" A LIPARI

Il porto di Lipari.
Fotografia di Patrice Molinard
tratta dall'opera "La Sicile"
edita a Parigi da del Duca
negli anni Cinquanta


"Autore di una ventina di romanzi gialli pubblicati da Mondadori, di racconti, radiodrammi e opere teatrali, tra i primi pittori astrattisti in Italia, Ezio d'Errico lavorò anche come grafico nell'ambito pubblicitario: eppure pronunciare il suo nome, a distanza di poco più di trent'anni dalla morte, lascia quasi tutti indifferenti..."

Così nel saggio "I soliti ignoti" pubblicato nel 2005 da Dario Flaccovio Editore, il critico letterario e saggista Salvatore Ferlita ha riassunto la complessa e dimenticata opera di Ezio d'Errico.

Nato nel 1892 ad Agrigento e morto a Roma nel 1972, d'Errico ha lasciato tracce della sua vasta produzione anche in alcuni scritti pubblicati negli anni Cinquanta dello scorso secolo dalla rivista "Sicilia", edita dall'assessorato regionale al Turismo.

In uno di questi - intitolato "La grotta delle Conchiglie" e dato alle stampe nel settembre del 1955 - d'Errico narrò un episodio della sua adolescenza ambientato nelle Eolie: in quel periodo, spiegò, "abitavo a Lipari per la ragione molto semplice che mio padre, capitano di fanteria, vi era stato mandato in distaccamento con i suoi soldati...":  

"La grotta delle conchiglie me la fece scoprire Turiddu, un monello di qualche anno più anziano, capo riconosciuto di una banda alla quale ero riuscito ad aggregarmi eludendo la vigilanza materna e vincendo la diffidenza dei ragazzi indigeni verso "u figghiu d'un capitanu". Ci si arrivava sguazzando fra certi scogli taglienti che parevano di pasta vetrosa.

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Il fondo marino era arlecchinato di verde giada, di giallo zolfo, di viola cupo. Nella grotta si camminava su una rena bianca che scintillava come la pomice, sulla quale fuggivan saltellando le pulci di mare e arrancavano certi granchiolini color rame brunito sulla schiena e rosa corallo sotto la pancia. Per trovare le conchiglie bisognava scavare nella sabbia o frugare negli anfratti sotto cumuli di alghe secche.

La gara era a chi riusciva a scovare la conchiglia "nuova", ossia di forma e colore mai visti, ed erano strilli di trionfo, discussioni e litigi ad ogni scoperta che sembrasse d'eccezione. Eccitavano la nostra curiosità le conchiglie che richiamavano l'idea di un oggetto o di un animale. Questa sembrava una minuscola trottola, quella un guscio d'uovo, quell'altra ancora un topino bianco con due occhi marroni.

Un giorno Turiddu fece ridere tutta la ragazzaglia con una parola che io, ignaro del dialetto locale, non capii, pur intuendo che doveva trattarsi di qualche cosa di proibito e di peccaminoso. La conchiglia che aveva provocato l'incomprensibile definizione, passò di mano in mano, sotto sguardi ironici e vagamente concupiscenti. Io che non avevo idee precise in proposito, mi sentivo imbarazzato e un pò umiliato.

La spiegazione l'ebbi molti anni dopo, nientemeno che da una poesia di Paul Verlaine. "Les coquillages". Ricordate l'ultimo verso?

"Mais un, entre autres, me troubla"  

venerdì 2 ottobre 2026

LA DONNA SUL CRETTO DI BURRI

 

Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia ©






MODICA COME NEW YORK, LA SORPRENDENTE ANALOGIA DI CORRADO SOFIA

Il centro storico di Modica.
Fotografia di Ezio Quiresi
tratta dall'opera "Sicilia" della collana
"Attraverso l'Italia"
pubblicata dal Touring Club Italiano
( Milano, 1961 )


In una Sicilia che nel 1956 era ancora in gran parte legata a modelli di vita ottocenteschi, nella nobilissima città di Modica il burro veniva ancora montato a mano negli ovili, l'aratro veniva intagliato con l'ascia e nell'ospedale funzionavano le botti di Tommaso Campailla utilizzate dal 1698 per curare la sifilide con il fumo di cinabro. 

Questa ed altre indicazioni sulla vita quotidiana nella Modica di settant'anni fa sono contenute in un articolo del giornalista e scrittore netino Corrado Sofia - "un modello di giornalismo culturale", ha scritto di lui Corrado Stajano - pubblicato nell'ottobre del 1956 dalla rivista "Sicilia" edita dall'assessorato regionale al Turismo.

Ricco di notazioni di costume e di curiose notizie storiche su luoghi e personaggi modicani, quello scritto di Sofia contiene una sorprendente analogia fra l'urbanistica barocca della città ragusana e quella della metropoli di New York: 

"Se vi fermate a guardare Modica o Ragusa dalle ultime ringhiere, da dove si offrono alla vista panorami rinfrescanti, che altro potrebbero sembrare una di queste città, con la simmetria delle sue case, un piccolo cubo sull'altro, e quell'andirivieni di piccoli uomini nelle straducce e nei vicoli?



Specie a Modica, l'andirivieni è talmente vivo da una porta all'altra, il contatto così continuo, che la strada finisce con l'unire più che dividere. Tra una panoramica di New York e una veduta di Modica salta agli occhi una distanza di secoli, ma la città è basata sullo stesso principio, la luce, dicono, sia la stessa, della medesima doratura.

Soltanto alla città alveare gli americani sono arrivati con ascensori e ferrovie sopraelevate e un'infinità di conforti e di comodi che stentano a penetrare da noi: la cucina elettrica, il rasoio elettrico, il frigorifero, il tostapane, la televisione. 

Qui siamo ancora alle segnalazioni ottiche dai balconi. L'ultimo discendente dei baroni Tasca trascorre intere giornate sul terrazzo della casa patrizia ad esercitarsi come Archimede con lo specchio ustorio lanciando raggi luminosi nelle camere delle peripatetiche o delle modiste venute dal Nord o negli uffici del sindacato agricoltori..."

giovedì 1 ottobre 2026

SUGGESTIONE DEL PATRIMONIO IMMATERIALE DEI MULINI A VENTO DI TRAPANI

Mulino a vento trapanese.
Fotografia accredita "Assessorato al Turismo Teresi"
e pubblicata nel settembre del 1955
dalla rivista "Sicilia"
edita dall'Assessorato Regionale al Turismo


Fu durante un viaggio in Portogallo nel settembre del 1966, a Coimbra, che lo storico dell'arte Cesare Brandi fu attratto dalla visione di numerosi mulini a vento all'epoca perfettamente funzionanti e utilizzati per macinare il grano. 

Il suo pensiero andò allora allo stato di abbandono dei mulini a vento di Trapani, costruiti a partire dal secolo XVIII per sfruttare l'energia dei venti nelle operazioni di passaggio dell'acqua salmastra da una vasca all'altra e per azionare il movimento delle ruote di pietre che polverizzano il sale marino: 

"C'erano quelli delle saline di Trapani, che erano una meraviglia, così piccoletti, tascabili quasi. A vederli da Erice sembravano girandole da bambini e davano un senso di gioco e di fiera paesana ai lucidi e torbidi specchi d'acqua in cui il sale cominciava a cristallizzare... "



Alcuni mulini a vento di Trapani furono restaurati a partire dal 1983 su iniziativa dell'Ente Provinciale del Turismo. La loro funzione, ricca di significati storico-culturali, è stata così riassunta da Valeria Patrizia Li Vigni nel catalogo "Le vie del mare-The ways of the sea", pubblicato dalla Regione Siciliana nel 2008 in occasione della Mostra itinerante del Mediterraneo, evento allora coordinato dal Museo Regionale di Storia Naturale e mostra permanente del carretto siciliano di Terrasini:

"I primi mulini erano di tipo olandese a stella e venivano orientati manualmente in direzione del vento; a questi seguirono i mulini di tipo americano forniti di un timone che autonomamente orientava le pale in direzione del vento. Il mulino è l'elemento centrale della salina, l'impianto di sollevamento resiste nel tempo mentre il resto si è meccanizzato. 



Mulini a a vento e coclea ( la vite di Archimede interna al mulino, necessaria per il sollevamento dell'acqua, N.d.R. ) resistono perché la tecnica costruttiva li rende resistenti agli agenti esterni, resistono grazie agli artigiani locali che intervengono con tecniche tradizionali per la manutenzione ordinaria, resistono perché si è salvaguardato il patrimonio immateriale che permane nelle tecniche lavorative, patrimonio orale a rischio di dispersione e pertanto oggetto di tutela..."