| Lo Sciacca Social Club di Brooklyn, a New York. Fotografia di Erich Hartmann pubblicata nel Natale del 1952 da un fascicolo speciale della rivista "L'Illustrazione Italiana" |
Una storia di dominazioni subite e di costante emigrazione alla conquista di un benessere economico spesso coltivato - nel bene e nel male - con risultati di rilievo: è il dato che ha contraddistinto le vicende dei siciliani nel corso dei millenni. Grazie al progresso tecnologico applicato ai mezzi di trasporto, il Novecento è stato il secolo in cui - secondo stime assai incerte - oltre un milione di loro avrebbe raggiunto ogni angolo terrestre.
Giuseppe Longo, giornalista e saggista messinese - anche lui appartenente alla categoria dei siciliani di successo emigrati a Roma, Bologna e Venezia, con incarichi da direttore di importanti quotidiani - nel 1961 analizzò così questo epocale fenomeno nel saggio "La Sicilia è un'isola", pubblicato a Milano da Aldo Martelli Editore:
"Conquistati, a loro volta, i siciliani conquistano il mondo, invadono le metropoli, appestano la faccia della terra col loro dialetto inconfondibile e imparlabile, si fanno gangster in America, minatori nel Belgio, magliari in Germania, caporali e sergenti nella legione straniera, venditori di stoffe in Inghilterra, contrabbandieri di sigarette in sigarette a Como, scaricatori a Marsiglia, gelatieri in Svizzera e in Norvegia, milanesi a Milano; salgono con noncuranza le più alte cattedre del diritto e della scienza, si avventano sulle questure, sulle ambasciate, sui ministeri, sul municipio di New York, sui palcoscenici, sugli schermi del cinema e della televisione.
Barbieri e callisti di sovrani nelle corti del Medio Oriente, architetti e poeti civili, petrolieri o coltivatori di banane sotto il sole dei tropici, eunuchi e sultani.
Siano uomini di fatica o capitani d'industria non riescono mai a dissimulare, qualunque cosa facciano, qualunque sia il numero degli anni trascorsi lontano dalla loro terra, la spaventosa orrida strisciante parlata che canta, stonando, le sillabe d'una lingua che è come un grande calderone in cui guazzano parole terribili rubati ai gerghi soldateschi di cento dominazioni. Una lingua che è come la terra senz'acqua, la quale dà frutti sapidi, ricchi di colore e di umore, ma bisogna coglierli subito, prima che marciscano al gran sole o alle grandi piogge e colando appuzzino l'aria.
Cantano e stonano e riempiono le strade delle loro città di urli e di incomprensibili richiami..."