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mercoledì 30 marzo 2016

SICILIANDO















"I formaggi siciliani sono purtroppo poco conosciuti.
Ho provato a chiederne, a Roma, nelle migliori salumerie, nessuno li ha mai trattati.
Si trovano facilmente quelli di tanti Paesi stranieri tranne che i nostri.
Solita incuria?
Direi di sì visto che i formaggi siciliani sono pochi e meriterebbero miglior sorte.
E' ottima la nostra ricotta di pecora con la quale prepariamo la famosa cassata, i cannoli, i panzerotti e tante altre cose buone.
Questa, salata appena, diventa 'primosale', formaggio tenero e delicato che noi usiamo in molte pietanze.
Abbiamo la 'tuma' fatta con il latte di vacca.
Il 'caciocavallo' dal sapore forte, il 'pecorino' semplice e con il pepe, la 'provola', tutti e tre li usiamo grattugiati sulla pasta asciutta o anche a pezzetti nelle farcie dei gattò ( sformati ), dei 'falsomagri' e 'involtini' ecc.
Sono genuini, forti e delicati.
I nostri emigranti partivano portandoseli dietro come un ricordo, una nostalgia, un sapore del loro paese che lasciavano a malincuore per andare in cerca di fortuna"
Ninì Sapio Berteletti

lunedì 28 marzo 2016

VOLTI E COSTUMI DELLA PASQUA A PIANA DEGLI ALBANESI

Immagini della tradizionale esibizione pasquale dei vestiti ricamati in fili di oro e di argento, testimonianza della cultura "arbereshe" in Sicilia 
 
Colori e ricami dei costumi di Piana degli Albanesi.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia
 
Ancora oggi Piana degli Albanesi offre la possibilità di ammirare i costumi greco-albanesi, indossati in occasione dei matrimoni e delle grandi festività ( la Pasqua, San Giorgio, la Madonna Odigitria - rispettivamente il 23 aprile ed il 2 settembre - e l'Epifania ).
Gli scatti di ReportageSicilia documentano i volti ed i costumi di Piana degli Albanesi nel giorno della Pasqua.
Le donne, protagoniste di un'esibizione quest'anno ammirata anche da una comitiva di turisti giapponesi, indossano abiti ricamati in oro su trame ornamentali tradizionali ed ornati di una grande fibbia di argento sbalzato.
La varietà dei colori impiegati può anche indicare la condizione di sposata, nubile o vedova.
 
 
 
 
La passeggiata con questi preziosi e costosi costumi creati in casa ed in poche sartorie locali si svolge in un clima di grande disponibilità verso gli obiettivi fotografici.
Non è poi difficile ascoltare tra i 'chianoti' discorsi in antica lingua albanese, a conferma della contaminazioni etniche che nel corso dei secoli hanno composto la complessa identità della Sicilia.
 
 
 
 
Preziose indicazioni sulla composizione e sulla terminologia  dei costumi di Piana degli Albanesi sono state pubblicata qualche anno fa dalla guida "Informazioni utili Alto Belice Corleonese", edito dal Patto Territoriale per l'Occupazione "Alto Belice Corleonese" e dal Comune di San Giuseppe Jato:   
 
"La gonna è di seta rossa ricamata in oro a motivi floreali ( la ncilona, oppure la pampinija, gonna in broccato o damascato che si usava solo anticamente come abito nuziale ), la camicia ( linja ) è di lino bianco con le maniche ampie, poi il corpetto ( krahet ) anch'esso rosso e ricamato in oro su cui si affibiano le maniche, sempre in seta rossa ricamata in oro, chiuse da dodici fiocchi a quattro petali.
 
 
 
Sul capo, il velo ( sqepi ) color crema, fissato alla ricca cintura ( brezi ) e il copricapo ( keza ).
Pur se simile, il vestito della festa ha alcune differenze: non si indossano le maniche e neanche il velo, e la gonna, al posto dei motivi floreali, può essere ornata di fasce d'oro ( kurore ) o d'argento lavorate a tombolo ( xeghona ), quando non si usa la citata 'pampinija'.
Non c'è il copricapo, simbolo del nuovo status, ma si indossa una mantellina azzurra ( mandilina ) con ricami in oro.
 
 
Tra il corpetto e la gonna, tenuto stretto dal 'brezi', un piccolo fiocco solitamente di colore verde con ricami in oro a cinque petali corti ( shkoka perpara ), sotto il 'brezi' un fiocco a quattro petali lunghi ( shkoka perpara ), sul capo un fiocco a due o tre petali per ogni lato sovrapposti di colore verde o rosso ( shkoka te kryet ), dietro la gonna all'altezza della vita sotto la cintura un fiocco ad intaglio ricamato in oro a due petali sovrapposti ( shkoka prapa ).
Questa ricchezza dell'abito tradizionale è pari solo alla ricchezza della gioielleria siciliana del Seicento che a Piana degli Albanesi ha veramente il suo domicilio più importante.
 
 
 

Anche se fortemente legati alla tradizione ( sia a quella nuziale che a quella dei giorni di festa ), i monili che qui si cesellano sono capaci di lasciare senza parole anche la più loquace delle donne: 'kriqja' e 'kurcetes' ( girocollo di velluto con pendenti ), 'pindajet' ( orecchini ) e 'rrusarij' ( collana a doppio filo di pietre di granato con pendente di varia forma contenente in origine una reliquia ) luccicano dalle vetrine delle oreficerie, tutte rigorosamente artigianali.
 
 
Particolare attenzione merita il 'brezi', la grossa cintura che chiude le gonne.
E' in argento, composta da placche che si uniscono al centro con una borchia cesellata a mano in cui viene inserito un soggetto religioso.
In genere si tratta dei santi della tradizione - San Giorgio, San Demetrio, San Vito - oppure della raffigurazione della Vergine Odigitria.
Bellissima anche nel significato, visto che che il 'brezi' viene donato alla sposa come augurio di fecondità, riconoscimento della maternità"  
 
 

DISEGNI DI SICILIA

 
 
PATRICIA MANGIONE, "Donne ericine"

giovedì 24 marzo 2016

L'INCOMPRENSIBILE DEVASTAZIONE DEL PONTE DI SCILLATO

Immagini dello scempio di una delle più note opere architettoniche della Targa Florio e riflessioni sulla morale siciliana in un articolo del 1908 di Raffaele Perrone


La triste sorte del ponte di Scillato,
costruito fra il 1927 ed il 1928 e teatro anche
delle storiche edizioni della Targa Florio.
Il degrado dell'opera si lega ai lavori di ricostruzione
del viadotto Himera, lungo l'autostrada Palermo-Catania.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia


Il disastrato stato di molti tratti di strade siciliane è ben noto agli automobilisti che percorrono la rete di viabilità interna dell'isola, compresa l'autostrada Palermo-Catania.
Proprio lungo la A 19 si lavora ancora per ripristinare il traffico sul viadotto Himera, dopo il cedimento di alcuni piloni, lo scorso mese di aprile.
I lavori di ricostruzione dell'opera stanno procedendo abbastanza velocemente; fatto insolito nell'esecuzione delle opere pubbliche siciliane.




Tuttavia, non si può non notare come il cantiere di lavoro stia devastando lo storico ponte di Scillato, un magnifico manufatto in pietra costruito fra il 1927 ed il 1928 ( come indicato da un tondo in marmo bianco ancora presente in situ con l'indicazione "A VI" del calendario fascista ).
Su quel ponte, già danneggiato in passato dalle frane, si sta ora abbattendo l'azione distruttrice del passaggio dei mezzi meccanici, nel totale disinteresse dell'opera architettonica e del suo rapporto storico con il circuito della Targa Florio.




Quel tratto rettilineo preceduto da una curva che svoltava a sinistra è stato uno dei punti più spettacolari della corsa, tanto da essere stato il set di migliaia di fotografi e cineoperatori che hanno tramandato le immagini di una Targa esistente solo nella memoria degli appassionati ( il filmato del 1964 riproposto da ReportageSicilia è tratto da YouTube ed è stato postato dalla sigla "TheMaur132" ). 
Tutto ciò sta avvenendo in coincidenza con il centenario della gara madonita - oggetto di celebrazioni e rievocazioni ancora non del tutto palesate - e con un consolidato degrado di molti altri tratti del vecchio circuito stradale.
Nella confusa frenesia delle celebrazioni, frane, smottamenti e cedimenti delle carreggiate stanno intanto lentamente cancellando il percorso e il ricordo stesso della Targa Florio.




In questo contesto, la distruzione del ponte di Scillato è tanto più inaccettabile perché sembra essere la conseguenza di un disprezzo da parte di chi è ( giustamente ) impegnato nel ripristino della viabilità lungo l'autostrada Palermo-Catania.
Era proprio impossibile conciliare l'attività del cantiere con la salvaguardia del ponte?
Era proprio necessario abbattere parte delle sue strutture per agevolare il transito di betoniere e ruspe? 
In attesa di una qualche risposta, non rimane che riscoprire le parole scritte da Raffaele Perrone nell'aprile del 1908, due anni dopo cioè la prima edizione della Targa Florio.
Il testo venne pubblicato il 18 maggio con il titolo "Il valore morale della Targa Florio" dalla rivista "La Sicilia rapidissima", supplemento della "Sicile Illustrée".




Alla luce dell'incuria distruttrice riversata sul ponte di Scillato, l'articolo di Raffaele Perrone fa riflettere sull'attuale senso civico - e quindi di una certa morale e di un certo sano orgoglio - di molti siciliani:
  


"Ho nominato solo la Targa Florio perché essa è ormai diventata sinonimo di avvenimenti automobilistici siciliani.
Essi avvenimenti di anno in anno aumentano di numero e di importanza, arrecando quelle variazioni di programma che il progresso dell'automobile richiede.
Se la Targa Florio si fosse fermata ai soli successi, diciamo così, dell'ora, ai soli successi sportivi ( e quali e quanti! ) noi dovremmo già esserne soddisfattissimi perché un risveglio sano e fecondo essi l'hanno concesso alla Sicilia e, starei per dire senza tema di errare, al Mezzogiorno intero, ma la Targa Florio ha un significato ben maggiore di quello enunciato; essa ci dice che nelle opere buone, efficaci, ed è qui il caso di denominare così quest'opera, bisogna insistere, continuare, perseverare perché il successo possa servire all'avvenire radioso, al raggiungimento di uno scopo prefissosi.
Non è la giornata di corse, non è la trepidazione degli animi nell'attesa, non è la folla plaudente, inneggiante con le diverse entusiastiche manifestazioni al trionfatore uomo ed alla trionfatrice macchina, simbolo dell'ingegno, del lavoro e della persistenza dell'uomo, ma è nella ripercussione sui fatti stabili della vita che noi dobbiamo cercare, e ci è facile trovare, il significato morale di simili manifestazioni.
La Targa Florio è ormai un avvenimento internazionale.






Ogni fine d'anno noi la troviamo annunziata; la scena è la stessa, il programma ha poche varianti, e lo scopo per la quale è stata creata non è mai perduta di vista dagli organizzatori.
Non affannose, e spesso troppo meschinamente sottoposte a calcoli di mercantucoli le ricerche del circuito.
Esso è già pronto, arduo, pittoresco e noto ai corridori ed alle case.
E in ciò una delle principali ragioni del successo continuo.
La Sicilia, diventata luogo di ritrovo, guadagna dalla visita dei non siciliani e dalla propaganda che ad essa si concede di questo moderno mezzo di trasporto.
Ecco come si completa un'opera grande, ottenendo di far conoscere agli automobilisti una delle più belle plaghe d'italia, ed alla Sicilia una delle più belle applicazioni moderne della meccanica.
Su questo fatto, altamente morale, io richiamo l'attenzione di chi mi legge, poiché oggi non è più il solito divertimento sportivo, non è il giuoco sfrenato che ci chiama a queste interessanti riunioni, ma è la volontà di noi di constatare come si progredisca sempre nel lavoro e nei mezzi di trasporto e di locomozione. 


Un passaggio di Tazio Nuvolari
sul ponte di Scillato
nell'edizione della Targa Florio del 1932.
L'immagine non ha attribuzioni


Leggendo la famosa relazione che il governo ha creduto reclamare da uno dei suoi funzionari sullo stato dell'automobilismo noi troviamo che 'le corse hanno influito molto nel far conoscere e nel far progredire l'automobile', ma se ciò è vero ed è noto 'lippis ed tonsoribus', non è altrettanto vero che 'esse non abbiano più altro compito, e che di esse si debba ora fare a meno', n; le corse automobilistiche, con dati programmi ( e quello della Targa è tra gli ottimi ) non sono che prove touristiche o meglio prove nelle quali il tecnico si assicura dei progressi della macchina, progressi che sono designati dalla velocità e dalla regolarità di essa.
Ma l'argomento mi trae troppo in lungo, i lettori sanno ormai, più di me che scrivo, come le vecchie questioni tra concorsi e corse di automobili abbiano fatto il loro tempo, avendo i programmi moderni riuniti i due termini, associandoli ad un solo scopo, quello di prove che dieno vero e sicuro affidamento; non mi resta altro che a riconfermare quanto in principio dissi e cioè che la continuità dei successi delle manifestazioni siciliane ci dimostra come con serie ed avvedute organizzazioni si possano raggiungere scopi altamente benefici per la prosperità dei popoli, e questo, a me pare, dovrebbe essere il fine unico di ogni nostro lavoro, di ogni nostra impresa.
Vada quindi la lode a chi tale impresa e tale lavoro compie, al benemerito Cavaliere Florio ed ai suoi amici e collaboratori"



venerdì 18 marzo 2016

UN CERTO ELOGIO DELLA BELLA GASTRONOMIA SICILIANA

Abbondanza, bellezza e magnificenza della cucina isolana, unica indiscutibile certezza nell'inaffidabile catalogo delle attrazioni turistiche locali


Franca Colonna Romano, "Ricette siciliane",
immagine tratta da "Tradizioni della cucina siciliana"
edito da Zito stamperia e lipografia Palermo nel 1976
   
Ciò che può spesso capitare in Sicilia è di trovare musei e siti archeologici chiusi, accessi al mare sbarrati, autobus in ritardo e città in cui il traffico è regolato dall'anarchia.
Malgrado questi inconvenienti, il forestiero può essere tuttavia rassicurato dal fatto di potere godere quasi ovunque dei piaceri di una gastronomia sulla cui bontà pochi viaggiatori - fortunatamente -  hanno motivo di lamentarsi.
La circostanza - testimoniata dalla notevole quantità di cannoli e dolci di mandorla in transito alle "partenze" degli aeroporti di punta Raisi e Fontanarossa - è rappresentata con chiarezza da questa confessione telefonica ascoltata in una sala mensa aziendale di Roma:

"Ho trascorso il fine settimana a Palermo.
Ero andata per vedere il mare e la città ma alla fine ho passato tutto il tempo a mangiare e a bere..." .

Alla ricchezza dei sapori e degli aromi della cucina dell'isola, bisogna aggiungere la qualità della bellezza; non è un caso che i siciliani usino l'aggettivo "bello" per lodare la bontà di una pietanza ( "bella è questa pasta, mangiatela che è bellissima!" ).


Fotografia ReportageSicilia

In realtà, i cibi vengono cucinati con un effetto scenografico che altro non è che il frutto di un naturale ed armonioso accostamento di ingredienti del territorio.
Tale è ad esempio l'origine dell'aspetto fastoso della pasta alla Norma o con le sarde; o - in forme degne di autentica ammirazione - di certe allettanti e barocche cassate.


Franca Colonna Romano, opera citata


Così, l'incontro culinario con la Sicilia può diventare motivo di quella viscerale gioia espressa in passato in questo "gaudium" della giornalista Anna Pomar:


"Poesia di una teglia di pasta con le sarde, che vien fuori fumante dal forno, gialla di zafferano, l'ultimo strato di sarde accartocciate dal calore!
Profumo di una grigliata di 'spitini', che si arrostiscono al calore intenso della brace, insieme alle foglie di alloro e di cipolla che li dividono!
Fragranza di una 'padellata' di panelle, che ancora calde e dorate, riempiono il morbido ventre di una rotonda pagnotta!" 

Un altro carattere specifico della gastronomia siciliana è quello della sua abbondanza.
Difficilmente capita di alzarsi da tavola - anche quella di una trattoria - insoddisfatti dalla quantità del cibo servito e mangiato.


Fotografia ReportageSicilia


Le motivazioni di questa generosità culinaria affondano le origini nell'inconscia vocazione alla grandezza propria di tanti isolani: specie a tavola, luogo di riscatto da altre privazioni materiali locali ( il lavoro, in primo luogo, e senza di esso la possibilità di concedersi altri più costosi piaceri ).


"Sarebbe interessante - scrisse a questo proposito della Sicilia lo studioso Arturo Marescalchi in una "Guida Gastronomica d'Italia" edita dal TCI nel 1931 - ricercare più a fondo di quanto finora si sia fatto le intime ragioni storiche, fisiologiche, tradizionali, folcloristiche, economiche e altre per le quali certe vivande, certi condimenti, taluni dolciumi, si sono come irradiati in date località e regioni e come e come possano in taluni casi trovarsi relazioni visibili con il tipo di abitanti, le loro abitudini di vita e di lavoro, talora anche con le credenze religiose e col tesoro delle leggende"



Franca Colonna Romano, opera citata


Le considerazioni di Marescalchi vennero ricordate da Caterina Vertua in un articolo pubblicato nella primavera del 1957 dalla rivista quadrimestrale "Giglio di Roccia - Rassegna di Vita Siciliana".
La Vertua così riassunse il volto della gastronomia dell'isola:  
  
"L'impressione che produce un autentico pranzo siciliano è quella della profusione delle vivande, della straricca varietà loro e dell'avvincente squisitezza sia dei cibi che dei vini, senza contare l'estetica che vi ha parte preponderante in modo che ne risulta proprio una impressione arciottima, tale insomma da far ritenere che il visitatore se ne torni alla propria casa non solo compiaciuto e sazio per le bellezze naturali ed artistiche ammirate, ma altresì per quanto ha confortato il suo stomaco e sostenuto le sue fatiche di turista.
Però, chi visita la Sicilia, dovrebbe rinunciare talvolta ai pasti negli alberghi, alla loro cucina internazionale e cercare altrove quella locale che riassume tutta una teoria di tradizioni e di usi.
Allorquando le caratteristiche insegne o i curiosi richiami delle taverne o l'olimpico friggitore invitano il forestiere, egli non dovrebbe sdegnare l'ingresso in quelle e l'assaggio presso questo, ma piuttosto lasciarsi tentare per convincersi che all'invito lusinghiero e loquace corrispondono i cibi borghesemente offerti.


Fotografia ReportageSicilia

Se poi egli ha la buona sorte di avere in Sicilia amici o conoscenti, è da consigliargli che si lasci guidare nella ricerca di locali che possano appagare la sua curiosità, di conoscere e gustare le più vantate vivande locali e, meglio ancora, che accetti - se ne è richiesto - l'invito a qualche pranzo.
Allora egli si persuaderà che l'ospitalità siciliana quanto le specialità gastronomiche sono pari all'esuberanza della natura e dell'arte dell'Isola.
Sarebbe qui da menzionare gli interminabili banchetti del passato durante i quali ad ogni portata succedeva l'offerta d'un diverso gelato e l'uso di sfide ritmiche ( non ancora andato completamente in disuso ), che glorificavano la munificenza degli ospiti e la magnificenza delle vivande e dei vini.
Da quelle strofe improvvisate ( e povero colui che non sapeva prontamente inventare una rima quando ne era inviato! ) sgorgavano come dei nappi, razzi d'ilarità: i commensali erano tutti presi da suggestiva allegria ed il tripudio si prolungava per ore ed ore, per buona parte del giorno e della notte, specialmente se trattavasi di fidanzamenti, di nozze, di battesimi o di feste ecclesiastiche..."


Franca Colonna Romano, opera citata



martedì 15 marzo 2016

UN FIRMAMENTO NELLA CHIESA MADRE DI SAMBUCA DI SICILIA


La suggestiva raffigurazione del cielo notturno in una parete marmorea della disastrata Chiesa Madre del paese agrigentino 

Il portale della Chiesa Madre di Sambuca di Sicilia,
e, sotto, la raffigurazione di un cielo notturno su una parete del coro.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia

Sambuca di Sicilia vanta molti motivi di interesse per quanti amano visitare luoghi dell'isola generalmente ignorati dal turismo di massa.
Anzitutto, questo paese di 6.000 abitanti ai margini della provincia agrigentina gode di un godibile paesaggio rurale, quello dei monti Sicani.
Nel centro storico, l'urbanistica da casbah delle "Sette Vanedde" ricorda il periodo della dominazione araba; al di sotto delle abitazioni di quest'area di Sambuca, le "purrere" di tufo rivelano l'esistenza di una città sotterranea, suggestiva e sinistra.
Non dimenticando la bontà di certi dolci locali ( le più allusive e seducenti "minni di Virgini" fra tutte quelle preparate in Sicilia ) e di vini carichi di profumi, Sambuca lega ancora la sua identità a un non scontato accostamento fra la presenza di una ventina di chiese monumentali ed un passato politico di chiara matrice comunista.


Tra le chiese, spicca la Chiesa Madre, intitolata a Maria SS. Assunta.
Danneggiata dal terremoto del 1968, la basilica è stata successivamente guastata da rovinosi restauri e dalla depredazione dei pavimenti e degli apparati decorativi e scultorei; oggi la chiesa è chiusa al culto ed i progetti di recupero non dispongono dei fondi necessari ( la stima è di quattro milioni di euro ).
All'interno della Matrice, è però possibile cogliere i segni dell'impegno degli artisti che vi hanno lavorarono a partire dal secolo XV.
Uno di questi è la raffigurazione di un sole, di una luna, di due stelle e di una cometa su una parete marmorea del coro.
La semplice bellezza della raffigurazione potrebbe essere stata il frutto di una visione notturna da parte dell'anonimo artista che la raffigurò; e forse, quello spettacolo gli fu offerto dal firmamento sopra Sambuca, luogo ricco di aperti belvedere su buona parte della Sicilia occidentale.
   
  



sabato 12 marzo 2016

BABBIO, APATIA E SFRAZZI DEI PALERMITANI DI ENRICO RAGUSA

Ritratto dei vizi e dei costumi cittadini in una pagina della "Guida umoristica", pubblicata a Palermo nel 1948

I Quattro Canti di Palermo
in una fotografia di  M. Bernard Aury
pubblicata nell'opera di Pierre Sébilleau "La Sicilia",
edita da Cappelli Editore nel 1968

Enrico Ragusa ( 1905-1990 ) è uno degli scrittori isolani del XX secolo oggi quasi ignorati dai lettori siciliani.
Figlio di un entomologo e naturalista noto anche per avere fondato a Palermo il Grand Hotel et des Palmes, Ragusa descrisse con estro sarcastico ed ironia personaggi e luoghi della città negli anni precedenti e successivi al secondo conflitto mondiale.
La lettura di quel libretto offre un ritratto scanzonato e per nulla convenzionale dei protagonisti della vita palermitana in un periodo di profonde trasformazioni sociali del capoluogo dell'isola.
Le pagine di Ragusa offrono uno spaccato singolare delle vicende cittadine, attraverso la presentazione di presidenti ed assessori della neonata Regione Siciliana ( la 'Grande Compagnia di Uomini Politici Siciliani' ) , imprenditori, commercianti, avvocati, notai ed altri noti e meno ricordati animatori della scena palermitana.
L'ironia di Enrico Ragusa non risparmiò neppure la propria opera editoriale:

"La più importante Casa Editrice d'Italia ha sede pure in Palermo, 'La Voce del Mondo', fondata nel 1932 da Enrico Ragusa, che la dirige e con l'unico scopo di pubblicare le opere di Enrico Ragusa.
Con regolare atto notorio, recentemente è stato nominato cassiere di questa Casa Editrice il Sign. Salvatore Giuliano, inteso Turiddu e domiciliato a Montelepre, dove pure ha sede la Cassa.
Tutti i fornitori de 'La Voce del Mondo' nonchè tutti i creditori personali del fondatore e direttore possono rivolgersi direttamente al cassiere per il saldo dei loro crediti.
Portare le pezze di appoggio"

  

In "Guida Umoristica di Palermo" edita da La Voce sul Mondo nel 1948 - ristampata nel 2002 da Dario Flaccovio Editore - Enrico Ragusa dava quindi conto di certi diffusi cognomi palermitani:

"A Palermo abbondano i Leone, i Pecora, gli Agnello, i Cane, i Gallina, i Lepre, i Gatto, i Coniglio e molti altri animali feroci e domestici.
Esisteva un terribile Lupo, ma io lo ho ammansito così, come San Francesco d'Assisi ammansì il Lupo di Gubbio; e credo che non vi sia persona più gentile e garbata del mio Lupo, il Dott. Paolo Lupo, mio carissimo compagno di scuola, per il quale però consiglio ad ogni mosca di non andargli sul naso"

Nella sua guida - arricchita da 235 disegni di Guido Pignato - Ragusa diede nome e cognome a concittadini di ogni ceto sociale: dal semplice cameriere di un bar al vecchio notabile frequentatore dei salotti della politica cittadina.
Certe loro abitudini comuni indicano ancor oggi una certa persistente identità palermitana:   

"Parlerò soltanto degli usi e costumi più notevoli.
La puntualità, prima dote dei siciliani e dei palermitani specialmente, per cui gli appuntamenti sono dati con un'elasticità di una o più ore.
Esempio, 'vediamoci domani, dalle 15 alle 16; oppure dalle 17 alle 18'.
Il palermitano, e particolarmente la palermitana, credono molto elegante arrivare in ritardo; a teatro, alle conferenze, alle visite, ovunque, e perfino negli affari; cosicchè se meravigliati vedrete arrivare un tale che vi aveva dato appuntamento alle due e giunge invece alle quattro, sbalordirete maggiormente quando sorridente egli vi dirà, 'lo vedi, sono venuto'.


I palermitani sono per temperamento caratteristico apatici ed indolenti ed amano il lavoro sino ad un certo punto; nelle classi operaie il lavoro che da tutti si preferisce è lo sciopero retribuito.
Più indolente al lavoro del palermitano rimane però il napoletano, unico al mondo che chiami il lavoro 'la fatica'.
Altra prerogativa del cittadino di Palermo è lo 'sfrazzo' ( sfarzo ) ossia un modo convenzionale di giudicare tutto e tutti dall'alto in basso, con alterigia e superiorità, dando all'oggetto della critica un valore dispregiativo e spesso diffamatore e calunniatore.
Una specialità del palermitano è il 'babbìo', forma machiavellica di saper vivere con cui l'uomo si impegna senza impegnarsi, promette deciso a non mantenere, paga col 'tappo' e tira a campare con il minimo della compromissione.
I palermitani adorano poi il 'curtigghiu' ( cortile ) anche coloro i quali appartengono alle classi superiori, ed è costituito questo bel divertimento nella più ampia revisione dei fatti altrui, con particolare passioncella per le corna degli altri, che sono però rarissime"