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martedì 29 novembre 2016

I SEGRETI ACUSTICI DEL MASSIMO DI PALERMO

Le geniali soluzioni costruttive adottate all'interno del teatro da Gian Battista Filippo Basile in un saggio celebrativo pubblicato nel 1947 dalle Industrie Riunite Editoriali Siciliane


Il prospetto del Massimo di Palermo.
Un capitolo del saggio "I cinquant'anni del Teatro Massimo"
edito nel 1947 a Palermo con testi di Maria Accascina,
Ottavio Tiby e Ignazio Ciotti svela le tecniche costruttive
che hanno perfezionato l'acustica dell'edificio dei Basile.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia

E' cognizione comune di una certa generazione di palermitani - in prevalenza, gli "over 60" - che il teatro Massimo vanti un'acustica d'eccellenza europea.
Tale giudizio è condiviso anche da quanti non sono estimatori dell'opera lirica e gratifica una citta' che certo non conta molte altre eccellenze edilizie databili agli ultimi 150 anni del suo moderno sviluppo urbano.
L'encomio delle virtù acustiche del teatro realizzato da Gian Battista Filippo Basile e dal figlio Ernesto trovò precisa e tecnica descrizione nel volume "I cinquant'anni del Teatro Massimo", edito nel 1947 a Palermo da Industrie Riunite Editoriali Siciliane.


Pianta comparativa dei principali teatri europei
tratta da "I cinquant'anni del Teatro Massimo", opera citata

Il saggio - scritto dal musicologo Ottavio Tiby e dal musicografo Ignazio Ciotti - venne commissionato dall'Ente Autonomo Teatro Massimo proprio per celebrare l'anniversario dell'apertura del monumentale edificio di fine Ottocento.
Già nella prefazione del volume, la storica dell'arte Maria Accascina trovò modo di sottolineare l'eccellente progettazione del teatro da parte di Gian Battista Filippo Basile:


"Quando il Basile presentò il suo progetto, erano già sorti, da tempo o da poco, quelli che sono i più grandi teatri dell'Ottocento, dall'antica Opera italiana di Londra (1818) al Carlo Felice di Genova (1827), all'Opéra di Parigi (1861-75), al Covent Garden di londra.
Molti ne vide e ne studiò il Basile, e non vi fu esperienza anche nel campo scientifico acustico luminoso che egli non conoscesse, e non vi fu negatività che egli non riuscisse a cogliere per averle presenti nell'attimo della creazione.



Fra le tre parti del teatro: vestibolo, sala, palcoscenico, egli riuscì infatti ad un rapporto preciso, per cui il fasto del vestibolo non sminuisce la grandiosità della sala, e la grandiosità della sala non sminuisce il valore del palcoscenico, riuscendo a porre il teatro fra l'Opera di Parigi e il mistico teatro di Bayreuth; il rapporto fra l'altezza e l'ampiezza della sala e l'altezza e l'ampiezza del palcoscenico è anche talmente perfetto da ottenere il miracolo di una sala e di un palcoscenico in cui gli spettatori agli artisti e gli artisti agli spettatori costituiscono gli uni per gli altri una visione di eccellente gaudio.



Da altri teatri egli aveva potuto trarre il motivo della sala a ferro di cavallo, compromesso felice fra la sala circolare romana e l'anfiteatro classico e le piante ellittiche borrominiane, trovandosi già attuata quella forma nel teatro Carlo Felice e nel teatro di Lipsia e di Amsterdam.
Ma qui, nella sensibilissima differenza dei rapporti, nella controllatissima decrescenza della curva fino ad immettersi nel proscenio rettilineo, è proprio qui l'affermazione reale del classico genio di Filippo Basile, qui la trasformazione della sua cultura architettonica vasta e profonda in arte, che è creazione viva ed eterna..."



A svelare i segreti delle ottime qualità acustiche del teatro - frutto dell'originaria collocazione del proscenio e dell'orchestra rispetto alla sala - furono invece Tiby e Ciotti:

"In tutti i teatri italiani - si legge nelle pagine del saggio - il proscenio si protende (o si protendeva) verso la sala con una curva molto accentuata; l'orchestra viene così spinta verso gli spettatori e i palchi di proscenio si aprono sulle tavole del palcoscenico, tanto che può accadere che chi siede in quei palchi rimanga alle spalle del cantante.
In epoca a noi vicina è stato necessario procedere comunque al taglio delle ribalte, non solo per ovviare l'inconveniente cui abbiamo accennato, ma anche per guadagnare spazio all'orchestra.
Il Basile invece scelse pel suo teatro la soluzione opposta: pose l'orchestra sotto l'arco armonico e sotto i palchi di proscenio (che divennero così palchi d'orchestra), retrocesse la ribalta verso il palcoscenico e fece la sua curva di modica saetta.
Ma perché in passato si cercava di spingere quanto più era possibile cantanti e orchestre verso la sala?
Essenzialmente per migliorare le condizioni acustiche, riducendo il disperdimento dei raggi sonori che poteva avvenire in palcoscenico.
Il Basile procede invece per altre vie, ed è questa, senza dubbio, la parte più geniale della sua concezione: portando verso il palcoscenico orchestra e ribalta, egli guadagna spazio per la sala; contemporaneamente escogita le più acconce disposizioni per una buona acustica.



L'acustica delle sale di pubblico spettacolo soltanto in epoca recentissima è stata studiata con procedimenti scientifici, valendosi di delicati e modernissimi mezzi d'indagine; soltanto ora si sono enunciati principi e leggi alle quali chiunque può riferirsi con la certezza di una buona riuscita.
All'epoca in cui il Basile progettò il Massimo, non c'era da rifarsi alle leggi generali di fisica; per il resto, era l'empirismo.
Gli accorgimenti che il nostro artista usò per risolvere questo delicato problema, fondamentale per un teatro d'opera, furono i seguenti: anzitutto, la superficie dell'intradosso dell'arco armonico è quella di un conoide di rivoluzione, con le generatrici inclinate di tanto, che i raggi provenienti dal palcoscenico non si riflettano nella parte bassa della sala, dove, incontrandosi con differenze di tempo con quelli diretti provenienti dal proscenio stesso, potrebbero dar luogo a dannosi prolungamenti e confusioni di suoni.
Poi il soffitto della sala è inclinato verso la bocca d'opera del 6 per cento, sempre allo scopo di allontanare dal basso i raggi riflessi, e al di sopra di questo soffitto è una vastissima camera di risonanza.
Infine i tramezzi dei palchi sono tracciati in modo da offrire un minimo ostacolo alla propagazione delle onde sonore che si diramano dalla scena.
Aggiungiamo che, tanto nell'intradosso come nelle pareti della sala, i fenomeni di eccessiva riflessione sono evitati da una superfice elastica di sottili tavolette di tiglio, stirate su telai di castagno.
Che codesti provvedimenti abbiano valso a raggiungere lo scopo, è dimostrato dalle superbe condizioni acustiche del teatro.
Un violinista, un modesto violinista di fila d'una grande orchestra italiana venuta molti anni or sono a Palermo, diceva dopo una prova al Massimo:
'E' curiosa: mi pare che oggi il violino mi suoni più forte in mano!'







mercoledì 23 novembre 2016

DISEGNI DI SICILIA



C.LAGANA', "Donna siciliana"





martedì 22 novembre 2016

LA LEGGENDARIA EVASIONE CON PARACADUTE DAL CASTELLO DI CACCAMO

Memoria del secolo XVII di una ingegnosa e disperata fuga dalle prigioni dello spettacolare ed inespugnabile fortilizio delle campagne palermitane  


Uno dei torrioni del castello di Caccamo,
a strapiombo sulla vallata del torrente San Leonardo.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia


Arroccato su uno sperone di roccia, il castello di Caccamo è uno dei più belli e meglio conservati fortilizi della Sicilia.
Oltre a scoprire molti dei suoi antichi ambienti, l'edificio è munito di terrazze che offrono un'eccezionale vista verso il resto dell'Isola, dalla punta di capo Zafferano sino al lontano castello di Vicari; prima del crollo del 1923 - causato da un terremoto - dalla sommità della "torre mastra" era possibile scorgere le isole Eolie ed il cono dell'Etna.
Il buono stato di conservazione del castello di Caccamo si deve oggi ad un complesso restauro compiuto una trentina di anni fa dalla Regione.



L'intervento conservativo ha così scongiurato la perdita di un maniero le cui vicende storiche hanno impegnato gli sforzi di studiosi e storici dell'arte siciliana.
Ancora più difficile è riassumere i tanti passaggi di proprietà del castello a partire dal periodo normanno, quando l'edificio - dalle dimensioni assai più ridotte rispetto a ciò che oggi noi osserviamo - fece parte del feudo di Guglielmo Bonello.
Prima della ristrutturazione, il complesso architettonico si trovava in uno stato di abbandono, iniziato nei primi decenni del secolo XIX: i crolli e l'invadente crescita di vegetazione ed arbusti sulla cortina muraria avevano intaccato la stessa stabilità di buona parte del castello.



Le gentilissime guide che oggi curano la visita del monumento ricordano soprattutto l'inespugnabilità del maniero, grazie alla sua strutturazione interna ed alla difficoltà di assedio delle altissime mura.
"Il complesso castello e cittadella così fortificati - ricordava Rodo Santoro nel 1974 - resisteranno egregiamente ad un assedio posto nel 1302 dagli Angioini che, sbarcati a Termini, compivano scorrerie nell'entroterra a scopo di rappresaglia".
Insieme ai dati storici, il castello di Caccamo conserva memoria di racconti e leggende che ne hanno accompagnato la millenaria esistenza.



La vicenda più curiosa è quella che riguarda un singolare tentativo di evasione di due detenuti dalle buie grotte dell'edificio in origine utilizzate come prigioni.
La storia è stata così raccontata nel 1979 dal giornalista e scrittore Franz Maria D'Asaro in "C'era una volta in Sicilia", pubblicato da Edizioni Thule:

"Giuseppe La Rosa, erudito guardiano ed amabile cicerone del castello di Caccamo, contesta tutte le enciclopedie e sfida gli storici di tutto il mondo: il paracadute è stato inventato qui, nelle tetre celle di questa fortezza - 521 metri sul livello del mare - che domina la valle del torrente San Leonardo.



Fu inventato qui, del tutto occasionalmente, come per tante invenzioni, da due poveri disgraziati che nulla potevano sapere né dei disegni alati di Leonardo, né che gli antichi cinesi si dilettavano a venir giù da alberi e rocce con grandi ombrelli costruiti in carta e bambù, né che qualche anno prima della loro disperata impresa F.Venanzio da Sebenico aveva ideato nel 1595 un paracadute a calotta che soltanto due secolo dopo ( 1797 ) sarebbe stato realizzato dal francese A.J.Garnerin.



Scrupoloso cronista, quasi redivivo testimone dell'impresa, Giuseppe La Rosa racconta senza la minima incertezza che tutto accadde nel 1600, allorché i due prigionieri - dominatori di turno della fortezza, dopo i saraceni ed i normanni, erano gli spagnoli - ormai convinti dell'impossibilità di ogni tentativo di evasione, ma fermamente decisi a conquistare la libertà, pensarono di affidare le loro sventurate esistenze ad un progetto folle: in una giornata di vento ciascuno si sarebbe afferrato alle quattro estremità di una grande tela quadrata ( forse lenzuoli introdotti da complici esterni ) lanciandosi da una delle 365 aperture del castello ( ogni apertura corrisponde a un giorno dell'anno ), con la speranza di riuscire a planare nella grande vallata, guadagnare la campagna e dileguarsi.



Venne finalmente la giornata adatta e i due prigionieri attesero il momento propizio per l'incredibile salto: si lanciarono nel vuoto attaccati a quelle vele precarie, ma una sola riuscì a gonfiarsi di vento e a trascinare a valle il temerario fuggiasco che, però, nell'atterraggio si slogò una caviglia e fu preda facilissima per il drappello spagnolo precipitatosi all'inseguimento non appena alla fortezza si erano accorti - è facile immaginare con quale stupefazione - dell'ingegnosa fuga.
Per l'altro nessun problema: si era sfracellato sulle rocce sottostanti.


Disegni di prigionieri
in uno degli ambienti del castello
un tempo adibiti a prigione
Il superstite fu riportato al castello e già ci si preparava all'eccitante spettacolo della forca - un diversivo molto gradito per gli annoiati signori di quel tempo che venivano regolarmente invitati a questo genere di "feste" - ma il comandante della fortezza, ammirato da tanta audacia, graziò il prigioniero per due ragioni: per il coraggio, esaltato anche dalla tragica fine del suo sfortunato compagno, e per aver inventato il paracadute..."

domenica 20 novembre 2016

UN SACRO INCITAMENTO AL POPOLO SICILIANO

Fotografia ReportageSicilia

Su uno scrostato muro del quartiere palermitano del Capo, l'involontaria mano degli attacchini ha dato uno sprone religioso alla possibile rivalsa del popolo siciliano.
L'appello proviene da fonte partecipe alla necessità del riscatto.
Il richiamo all'orgoglio locale - coltivato da secoli con profitti spesso quasi nulli per il bene collettivo dell'isola - si deve infatti a Maria Santissima della Mercede "Regina e Patrona del Capo", ovvero la patrona di uno dei più diroccati e precari quartieri storici della Sicilia.

 

venerdì 18 novembre 2016

QUEL PRIMO PIOVOSO VARO AI CANTIERI NAVALI DI PALERMO

Due fotografie di Eugenio Intergugliemi pubblicate nel 1904 dalla rivista "Illustrazione Popolare" testimoniano la messa in acqua del "Caprera", prima nave costruita nel bacino dell'Acquasanta


Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
furono scattate da Eugenio Interguglielmi
sono tratte dalla rivista "Illustrazione Popolare"
del 10 aprile 1904
"La capitale della Sicilia ebbe finalmente la soddisfazione di vedere inaugurato un grandioso cantiere di costruzioni navali, che illustriamo con due fotografie.
L'inaugurazione ha avuto luogo il 21 marzo, presenti più di centomila persone, accorse da ogni parte dell'isola per assistere a questo avvenimento industriale memorabile.
Il Governo era rappresentato dai sottosegretari Maiorana, finanze, e Aubry, marina.
La prima nave varata in Palermo è un cargo-boat, di nome 'Caprera', di 7500 tonnellate.
Il varo riuscì felicemente"


Con questa "breve" in cronaca, il 10 aprile del 1904  il periodico "Illustrazione Popolare" diede conto del primo varo di una nave - il 21 marzo - dai Cantieri Navali di Palermo.
Ad immortalare l'evento per la rivista milanese fu l'obiettivo di Eugenio Intergugliemi; il varo avvenne in una giornata di pioggia e sotto gli occhi di centinaia di spettatori a bordo di piccole imbarcazioni sullo specchio di mare dell'Acquasanta.



Malgrado i molti festeggiamenti che accompagnarono la sua messa in acqua, il "Caprera" - commissionato dalla compagnia "Navigazione Generale Italiana" - non avrebbe avuto vita molto fortunata.
Comandato dal catanese Filippo Maresca, il piroscafo sarebbe stato infatti affondato dopo 13 anni di navigazione -  il 13 ottobre del 1917 - al largo di Casablanca, colpito da un siluro tedesco.




Dopo quel primo varo, i Cantieri Navali palermitani avrebbero consegnato al mare prima del 1940 altre navi, sia civili che militari, anch'esse in gran parte perdute per l'attacco dei sommergibili, fra I e II guerra mondiale : i piroscafi "Catania" ( 1906 ), "Duca d'Aosta" ( 1908 ) e "Principe Umberto" ( 1908 ), la cannoniera "Sebastiano Caboto" ( 1913 )  le navi passeggeri "Città di Genova" e "Città di Palermo" ( 1930 ), il cacciasommergibili "Albatros" ( 1934 ), le avviso-scorta "Orsa" ed "Orione" ( 1937 ) e le due cannoniere "Babr" e "Palang", destinate alla Marina dell'Iran.  

domenica 13 novembre 2016

SICILIANDO











"Mascagni, un toscano, quando mise in musica la storia di 'Cavalleria', non era mai stato in Sicilia.
Durante le prove il tenore cambiò le parole dell'aria con cui compare in scena perché i librettisti, entrambi livornesi, come lo stesso Mascagni, non avevano saputo dare al testo un'impronta sufficientemente siciliana.
Ma poco importava.
Nel 1890 la Sicilia - o perlomeno una certa immagine dell'isola - era di moda.
Quel che la platea di Costanzi si aspettava ( e ottenne ) era l'isola pittoresca che le ammannivano i giornali illustrati: una terra esotica di sole e di passione abitata da cupi contadini dalla pelle scura"
John Dickie 

sabato 12 novembre 2016

IL CONTADINO E IL POZZO MADONITA DI LEONARD FREED


La fotografia riproposta da ReportageSicilia fa parte di una straordinaria serie di scatti realizzati nel 1974 nel territorio delle Madonie - fra Polizzi Generosa, Castellana, le Petralie, Piano Zucchi, Castelbuono e Pollina - da Leonard Freed ( 1929-2006 ).
L'immagine è tratta dalla rivista "Sicilia" edita nel dicembre del 1977 da S.F. Flaccovio; insieme ad altre fotografie dello stesso Freed, di Enzo Sellerio e di Josip Ciganovic, illustrò un articolo di Tommaso D'Alba intitolato "Le Madonie".
Nato a New York da famiglia di origini ebraiche, componente dell'agenzia Magnum e testimone delle battaglie anti razziali negli Stati Uniti, Leonard Freed fu autore di ricorrenti reportage in Italia.
La Sicilia è stata una delle regioni da lui più fotografate; l'immagine dimostra l'interesse di Freed per gli aspetti socio-culturali della vita quotidiana delle persone ritratte nei suoi scatti.
La fotografia, intitolata "Contadino al pozzo", mostra un anziano uomo mentre tira acqua da una "siena", "servendosi di una corda - scrive Tommaso D'Alba - e di una rudimentale carrucola agganciata ad un tronco di un albero sovrastante.
L'acqua viene raccolta in un recipiente formato da un vecchio fusto di bitumi sospeso a mezzaria tra due alberi, affinché l'acqua non venga inquinata"