Translate

sabato 31 marzo 2018

IL DISINIBITO RICHIAMO DELLE "RAGAZZE IN BIKINI" DI PIAZZA ARMERINA

Indossatrice di costume da bagno
in posa accanto ad una raffigurazione a mosaico
nella villa del Casale a Piazza Armerina.
La fotografia venne pubblicata dalla rivista "Sicilia"
nell'ottobre del 1960
Nelle non sempre tracciabili vicende delle scoperte archeologiche siciliane, quella della villa del Casale di Piazza Armerina racconta un'iniziale storia di frane, scavi parziali, interramenti forzati e contrasti fra studiosi e proprietari dei terreni.
In decenni più recenti - negli anni Novanta - i mosaici del complesso edilizio di età tardo imperiale avrebbero vissuto un'altra sofferta stagione di episodi vandalici. 
I restauratori furono chiamati più volte a porre rimedio ad imbrattamenti con pece e vernice; gli autori di questi vandalismi non sono mai stati individuati con certezza, anche se pare certo che si trattasse di persone i cui interessi gravitavano intorno all'area archeologica.  
Sembra che i primi pavimenti decorati con mosaici siano venuti alla luce a causa di uno smottamento di terra, prima del 1881: all'epoca iniziarono le attività di scavo, ad una profondità di circa quattro metri.
L'ampia area era allora occupata da una fitta distesa di noccioleti; i proprietari mal accettavano la presenza degli archeologi, temendo che l'interesse per quei vecchi pavimenti a mosaico sepolti da secoli potesse arrecare danno ai propri alberi.
Nel dicembre del 1932 si arrivò così ad un compromesso, in attesa degli espropri:  al posto dei picconi e dei badili, entrarono in funzione gli otturatori delle macchine fotografiche. 



I mosaici già venuti alla luce furono riprodotti in pellicola, prima di essere ricoperti sotto metri di terra: una soluzione già adottata anni prima a Palermo, dopo la scoperta dei mosaici romani nell'area di villa Bonanno.
Gli espropri dei noccioleti arrivarono nel 1938, in coincidenza con il bimillenario augusteo, evento organizzato dal fascismo per celebrare la "italica grandezza".
L'inizio della guerra lasciò poco tempo per la ripresa degli scavi. Furono riavviati nel 1950, grazie ai finanziamenti della Regione Siciliana e della Cassa per il Mezzogiorno.
Quelle campagne di ricerca accrebbero la superficie della grandiosa pavimentazione musiva e delle strutture della villa di tarda età imperiale; e fu in quel periodo che furono avviate anche opere di restauro e conservazione che avrebbero provocato guasti e polemiche.
A metà degli anni Cinquanta, la villa del Casale di Piazza Armerina diventò comunque uno dei luoghi archeologici più noti e visitati della Sicilia.
Il sito fu meta di visita per teste coronate: Giuliana d'Olanda e Gustavo VI di Svezia, "il re archeologo" già di casa fra le antichità di Gela.



In quel periodo, l'interesse del grande pubblico fu dirottato soprattutto verso la famosa raffigurazione delle dieci "ragazze in bikini": ginnaste ed acrobate intente a giochi di palla, al ritmo del tamburello e del sistro.
Le fotografie di quella raffigurazione conquistarono presto le pagine di riviste e periodici italiani e stranieri, e per interesse non strettamente archeologico.
Quei mosaici della villa del Casale diventarono set per servizi di moda, nei quali a quelle ragazze di tarda epoca romana vennero affiancate le indossatrici ingaggiate da famosi atelier per pubblicizzare le ultime collezioni di costumi da bagno: bikini e più classici modelli interi.
Erano gli anni in cui la Sicilia - nella letteratura e nel cinema - incarnava l'immagine di un senso dell'onore e del pudore parossistico; ora, le fanciulle in costume a due pezzi siciliane si prestavano alla perfezione per lanciare una moda già dilagante sulle spiagge internazionali.



Quelle antiche e disinvolte "ragazze in bikini" del passato svelate nel cuore dell'Isola - commentò così il critico d'arte Carlo Cecchi nel 1955 - assunsero per questo motivo notorietà mondiale, al di là della complessiva rilevanza della Villa del Casale:
  
"Mai l'archeologia aveva offerto più ghiotta e piccante provocazione alla curiosità mondana.
Le belle signore e signorine che, a Cannes o a Viareggio, sfogliando quelle pubblicazioni, prendevano il loro bagno di sole, furono compiaciute all'estremo, accorgendosi di indossare modelli che, da quindici o sedici secoli, sulla faccia della terra non erano più stati visti.
L'antichità più veneranda teneva bordone alla più strepitosa novità..."  


martedì 27 marzo 2018

LA SPEDIZIONE DEI MILLE DEL BELICE A MONTECITORIO

Terremotati del Belìce in piazza Montecitorio, a Roma.
Era il 31 marzo del 1976, giornata di mobilitazione
per chiedere allo Stato interventi a favore della ricostruzione.
La fotografia è tratta dall'opera
di Arturo Milanesi e Francesco Palleschi
"La questione meridionale" ( Editrice La Scuola, 1978 )
Arrivarono alla stazione Termini di Roma in treno, dopo 18 ore di viaggio, la mattina del 31 marzo del 1976.
Partiti da Gibellina, Poggioreale, Salaparuta, Montevago, Santa Ninfa, Santa Margherita e dagli altri paesi terremotati del Belìce, un migliaio di manifestanti raggiunsero in corteo piazza Montecitorio.
Ad attendere quella folla di siciliani - perlopiù studenti e giovani disoccupati, oltre a 15 sindaci - c'erano i reparti di polizia e carabinieri schierati dinanzi la Camera dei Deputati dal ministro dell'Interno, Francesco Cossiga: una massiccia presenza di divise - erano gli anni del terrorismo di destra e di sinistra - che dopo qualche ora, visto l'innocuo carattere della manifestazione, venne quasi del tutto rimossa.
Già poche settimane dopo il terremoto del gennaio del 1968, gruppi di baraccati avevano raggiunto la stessa piazza per chiedere interventi urgenti al governo. 




Nel novembre del 1970 - in occasione di una discussione in aula sulla conversione del servizio militare in servizio civile per i giovani del Belìce - i dimostranti avevano tentato di fare irruzione all'interno del Parlamento. 
In quell'occasione, fu lanciata una bottiglia incendiaria contro l'ingresso: un gesto forse da attribuire ad infiltrati tra le decine di belicini che sino allora avevano impugnato soltanto striscioni e cartelli con slogan di protesta.
Le forze dell'ordine non fecero allora distinzioni fra guastatori e baraccati: l'accampamento di tende e materassi allestito dai terremotati venne smantellato in pochi e concitati minuti.
Nel parapiglia di urla e spintoni che ne seguì, 45 persone furono denunciate per manifestazione sediziosa.
Dal Belìce, i manifestanti erano ora tornati 6 anni dopo per chiedere conto allo Stato dei ritardi e degli sprechi nella ricostruzione delle opere promesse.
Nei giorni precedenti, piazza Montecitorio aveva già ospitato un'altra mobilitazione.
In rappresentanza dei 60.000 belicini costretti a vivere ancora nelle baraccopoli o ad emigrare lontano dalla Sicilia, avevano manifestato anche decine di bambini: erano "i figli delle baracche", l'ultima generazione del Belìce cresciuta tra famiglie alloggiate in strutture ormai logore e cadenti.




La protesta di piazza di quel 31 marzo di 42 anni fa raggiunse il suo obiettivo: una delegazione di terremotati, guidata dal presidente della Regione Angelo Bonfiglio, venne infatti ricevuta da Aldo Moro ed Antonino Gullotti, all'epoca rispettivamente presidente del Consiglio e ministro ai Lavori Pubblici.
L'incontro terminò con l'assicurazione che lo Stato avrebbe dato corso ad un nuovo finanziamento per le opere di ricostruzione: altri 50 miliardi di lire, oltre i 300 stanziati in precedenza.
La fotografia riproposta da ReportageSicilia testimonia quel presidio dei terremotati a Montecitorio.
L'immagine venne pubblicata nel 1978 dal saggio di Arturo Milanesi e Francesco Pallesi "La questione meridionale" ( Editrice La Scuola ). 
Sui ritardi e sugli sprechi nelle opere di ricostruzione nel Belìce molto si sarebbe scritto e detto, negli anni successivi e sino ai nostri giorni.




Lo scorso gennaio - nel cinquantenario del terremoto - si è discusso ad esempio della mancata costruzione delle opere di urbanizzazione primaria in un quartiere della nuova Santa Margherita ( centinaia di alloggi sono ancora allacciati alle fogne della vecchia baraccopoli ), ma anche del mai avvenuto rilancio  economico e sociale dell'intero comprensorio.
Il Comitato dei sindaci dei paesi terremotati ha caldeggiato l'istituzione nel Belìce di una "zona franca" per la promozione di nuovi investimenti: un progetto che tuttavia per raggiungere i suoi obiettivi dovrebbe poter contare su un tessuto infrastrutturale oggi poco sviluppato.
Nel frattempo, l'emigrazione giovanile sta finendo di spopolare i paesi ricostruiti dopo le scosse: una fuga dal Belìce che ha già coinvolto tanti di quei giovanissimi "figli delle baracche" che nel 1976 seguirono le proprie famiglie per manifestare a Roma.



sabato 24 marzo 2018

DEVASTAZIONI BELLICHE E RINASCITA A FLORIOPOLI

Lo stato delle strutture di Floriopoli
negli anni successivi al secondo conflitto mondiale.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
vennero pubblicate nel fascicolo del Programma Ufficiale
della Targa Florio del 1954
Le devastazioni della seconda guerra mondiale in Sicilia non risparmiarono neppure le strutture di Floriopoli: le tribune, i box e la torre della sala stampa e dei cronometristi di una gara - la Targa Florio - che aveva abbandonato il circuito stradale delle Madonie dal 1937.
Dopo i primi anni di inutilizzo, nel periodo della guerra l'area fu teatro delle occupazioni militari, tedesca prima e poi americana.
I terreni circostanti diventarono luogo di sosta di camion e blindati, mentre  gli spazi coperti furono utilizzati come deposito di materiale bellico ( nella zona di Lascari invece l'esercito statunitense impiantò le tende di un attrezzato ospedale ). 
Scampata ai bombardamenti e al tiro dell'artiglieria pesante, Floriopoli sopravvisse alla guerra con gli inevitabili guasti provocati alle strutture civili dal corso di quei drammatici eventi.
A testimoniare la rovina e l'abbandono del periodo, sono le fotografie riproposte da ReportageSicilia e pubblicate in origine tra le pagine del Programma Ufficiale della 38a Targa Florio, disputata il 30 maggio del 1954.



Floriopoli era stata nel frattempo ricostruita in tempo per organizzare nuovamente la competizione lungo il "piccolo circuito" delle Madonie, il 9 settembre del 1951.
In quell'occasione, le tribune e gli altri impianti in muratura offrirono un rinnovato colpo d'occhio, "pavesati da bandiere - ha ricordato Pino Fondi in "La leggendaria Targa Florio" ( Giorgio Nada editore, 1989 ) ed infiorati da festoni di alloro di limoni e zagare".
Nello stesso Programma Ufficiale della Targa del 1954, Vincenzo Florio espresse l'emozione per la rinascita di Floriopoli e l'attaccamento all'evento da lui creato.
Con toni di vitalissimo realismo, la sua descrizione delle Tribune restituiscono le tensioni e le attese nelle ore che precedevano il via:  

"La sera che precede la Targa vado sempre a riposare tranquillo al Grand Hotel di Termini, sicuro che l'indomani tutto andrà bene.
So che un bel lotto di concorrenti è pronto per la partenza; le Tribune già addobbate e imbandierate a festa; tutti i servizi ben disposti.
Ordine pubblico, commissari, cronometristi, radio, stampa, ristorante, bouvette, biglietteria, acqua, energia elettrica, servizi antincendi, rifornimenti e anche i ragazzi addetti a raccogliere la carta sporca, bucce e rifiuti, perché le Tribune siano pulite sino alla fine della corsa.



Con questa tranquillità i miei risvegli quasi sempre sono stati sereni.
Dico quasi sempre perché per ben tre volte furono tristi: quando cioè la Targa non venne organizzata da me, ma fu manipolata da mani che la deportarono in un campo inadatto, frustandone lo scopo della sua istituzione: Mario Morasso la definì 'una gimkana'!
Altro triste risveglio mi toccò lo scorso anno: mentre la sera della vigilia, durante il rituale pranzo all'albergo di Termini Imerese, le stelle brillavano in cielo, l'indomani mattina pioggia e vento anticiparono la sveglia.
Ci guardammo in faccia con i miei fedeli, pensando allo scempio che doveva essere avvenuto alle Tribune dove ci avviammo con doloroso mutismo.
A distanza intravedemmo il panorama apocalittico; vento e pioggia facevano a gara per spiantare ogni cosa.
Sul posto tutto era sconvolto: tende e bandiere strappate, piante e fiori abbattuti giacevano sulla strada, non ad indicare una festosa battaglia di fiori come ai bei tempi del Comitato Primavera Siciliana, ma a dimostrare la furia degli elementi.
Il vento continuava a insinuarsi ovunque e densi nuvoloni riversavano acqua sopra ogni cosa che non ne aveva affatto bisogno.
in meno di una notte, era stato distrutto il lavoro di un anno!



Mi consolavo pensando che di risvegli piovosi la Targa Florio ne aveva avuto altri, ma in compenso ne aveva avuti molti veramente radiosi, con le colline che circondano le Tribune gremite di pubblico elettrizzato e festante; il parco delle vetture colmo di macchine di ogni tipo; gli stalli dei rifornimenti con le auto pronte per la corsa nel disordinato e armonioso mélange dei vari colori nazionali di ciascuna: rosso, bleu, verde, giallo, bianco...; col formicolio delle tute dei meccanici anch'esse in colori sgargianti, che si muovono affaccendate tra il frastuono dei motori in prova: i venditori ambulanti che con le loro voci e il loro dinamismo danno vita e gaiezza all'esterno delle Tribune, affollate di pubblico appassionato, fra cui cominciano ad adocchiare le Signore ed anche Signori che probabilmente avrebbero vinto il concorso di eleganza..."



martedì 20 marzo 2018

MARZAMEMI, LA SCOPERTA DELLA SPIAGGIA DOVE UNA VOLTA "FINIVA IL MONDO"

La spiaggia siracusana di Marzamemi.
La fotografia riproposta da ReportageSicilia
venne pubblicata dal settimanale "Tempo"
nel giugno del 1963

"Marzamemi è un piccolissimo centro della costiera sud-orientale della Sicilia.
E' abitato da pescatori e il maggior lavoro consiste nell'imbarcare i vini forti di Pachino che vanno lontano per servire da 'taglio'.
A Marzamemi, dove il grande turismo non è ancora arrivato ( stanno costruendo ora il primo albergo ), la spiaggia è meravigliosa, senza ombra di bagnanti per chilometri"

Intitolata "Spiaggia nuova" e seguita da questa didascalia, la fotografia di Marzamemi riproposta da ReportageSicilia venne pubblicata nel giugno del 1963 dal settimanale "Tempo".
L'immagine finì insieme a molte altre in una selezione destinata ad illustrare la Sicilia del periodo. 
Il borgo marinaro del siracusano - sino ad allora quasi del tutto ignorato dai riflettori della pubblicistica - venne presentato ai lettori come meta in attesa del turismo di massa che in quel periodo iniziò a modificare aspetto, costumi ed economia di luoghi sino ad allora incardinati sulle dinamiche di una storia secolare.
Quella di Marzamemi - sito che negli due decenni è diventato set per registi, attori e fotografi di agenzie pubblicitarie, e dove le vecchie case dei pescatori hanno cambiato padroni, diventando leziose "case vacanza" - fu legata alle vicende di una delle più ricche tonnare di Sicilia, attiva sino al 1950.


Prima dell'arrivo dei turisti, questo estremo lembo meridionale d'Europa - spiaggia di tonni e di naufragi ( dalla nave carica di preziosi marmi del VI secolo d.C. ad un piroscafo olandese, nel 1902 ) - venne così ancora raccontato nel 1958 dallo scrittore bolognese Riccardo Bacchelli: 

"A Marzamemi la strada finisce, ovvero, per dirla con un giovincello del luogo al quale chiesi indicazioni, 'qui finisce il mondo'" 

lunedì 19 marzo 2018

L'ALBA DI LETO SULLO STABILIMENTO DEI FLORIO A MARSALA


ANTONINO LETO, 
Lo stabilimento enologico Florio a Marsala ( particolare )
1870 circa

VILLA NAPOLI, UNA STORIA DI ABBANDONO E DI ASSEDIO DEL CEMENTO

Una fotografia di villa Napoli a Palermo
pubblicata dalla rivista "Vie Nuove"
nel settembre del 1968.
Le altre immagini del post
sono di ReportageSicilia
"Villa Napoli, costruita sui resti della Cuba Soprana, fu edificata nella seconda metà del 1500.
La villa fu ulteriormente ridecorata, ma presenta attualmente le originarie caratteristiche cinquecentesche.
Nel parco si trova la 'Cubula' di costruzione normanna e di chiara ispirazione araba.
La parte posteriore della villa è quella che ha subito le maggiori modifiche ed è di disegno settecentesco.
Attualmente è in condizioni del tutto disastrose e al suo interno vivono alcune famiglie tra galline, cani e immondizie che invadono lo scalone.
Tutt'intorno sono sorti palazzi di dieci e più piani e a pochi passi sono in corso dei lavori per la costruzione di nuovi edifici"


In un reportage apparso il 19 settembre del 1968 e dedicato al degrado delle ville storiche del palermitano, la rivista "Vie Nuove" pubblicò l'immagine ora riproposta in apertura da ReportageSicilia di villa Napoli, a Palermo.
La didascalia che accompagnò la fotografia venne intitolata "Villa Napoli, uno scalone per cani, galline e immondizie".



Erano gli anni del "sacco edilizio" di Palermo e del sostanziale disinteresse verso il patrimonio storico-monumentale cittadino; basti pensare al colpevole crollo del palazzo della Zisa, nel 1971, ed al perdurante abbandono dell'Uscibene e della chiesa di Santa Maria della Speranza, tutti di epoca normanna, epoca architettonica celebrata a Palermo da un itinerario dell'Unesco.



Ancora nel 1984,  in "Guida alla Sicilia che scompare" ( Sugarco ), Elio Tocco così denunciava il degrado di villa Napoli e degli annessi resti normanni della Cuba Soprana:

"Circa tre anni fa, a villa Napoli si accedeva ancora direttamente dalla strada, il corso Calatafimi.
Oggi invece uno dei monumenti della nostra società, un palazzone anonimo di cemento armato, si è frapposto tra la villa e la strada, lasciando come unica via di accesso un sottoportico.


Se, tuttavia, il cemento armato non è riuscito ancora ad abbattere materialmente la villa, per usufruire della sua vasta area edificabile, tutt'intorno alla costruzione sono sorti nuovi grandi fabbricati, la cui altezza e vicinanza hanno tolto il respiro necessario al monumento, alterandone il rapporto con lo spazio circostante"


domenica 18 marzo 2018

MOSTRI, APPARIZIONI E CREATURE NOTTURNE DELL'ISOLA FANTASTICA


"...Pur non essendo una creatura in senso stretto, si tratta certamente di una manifestazione soprannaturale che, ispirandosi al mitico Olandese Volante, solca i mari dell'Isola.
Porta burrasca e terrore mentre si aggira lungo la costa con le vele spiegate e lacere.
Non ha equipaggio perché il Vascello ingloba e digerisce tutto quello che tocca, quasi fosse una gelatina vorace immonda.
E, probabilmente, un equipaggio non l'ha mai avuto.
E' una creatura diabolica che svetta sull'acqua marina, l'unico elemento che sembra resistere alla sua candida volontà di annettersi ogni cosa.
Il suo avvistamento impone ai marinai un terrore inspiegabile e raggelante che conduce all'immobilità.
E' di un bianco irreale e vaga tra le acque siciliane come se fosse alla perenne ricerca di prede o avversari con cui misurarsi.
Può condurre alla rovina intere generazioni di pescatori quando, senza alcun motivo apparente, decide di prendere di mira per decenni un preciso tratto di costa.
E' una delle Creature più inspiegabili, irrazionali e misteriose tra quelle che abitano la notte siciliana.
Si ignora, infatti, se sia un vascello posseduto da qualche creatura che opera in assoluta autonomia.
A riportarne la presenza è la studiosa napoletana Maria Savi Lopez..."