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domenica 29 dicembre 2013

ACI TREZZA, LO SCATTO DI WINDSTOSSER


Fra i molti fotografi autori di reportage nella Sicilia del secondo dopo guerra vi è stato anche il tedesco Ludwig Windstosser ( 1921-1983 ), legato al gruppo denominato "Fotostorm".
Questi fotografi - guidati da Otto Steiner e Peter Keetman - si presentarono in Germania ed in Europa come gli esponenti di un'avanguardia che intendeva superare i canoni estetici imposti dal regime nazista, con immagini di tipo propagandistico e celebrativo.
Windstosser fu così protagonista di una serie di scatti che intendevano valorizzare una visione soggettiva della realtà, grazie anche alle possibilità offerte dalla tecnologia degli apparecchi e del materiale di stampa di quel periodo.
In Germania, Windstosser documentò soprattutto le imponenti opere di ricostruzione del Paese dopo le distruzioni della guerra.
Rimane incerta la storia del passaggio di questo esponente di spicco del gruppo "Fotostorm" in Sicilia: una presenza testimoniata dalle poche fotografie conosciute, un paio delle quali - una panoramica di Segesta ed un giovanissimo accattone - sono reperibili in rete.
La fotografia di Windstosser riproposta da ReportageSicilia, invece, ritrae il paesaggio di Aci Trezza ed è tratta da una pubblicità dell'Ente Provinciale per il Turismo di Catania pubblicata sul numero 31 della rivista "Sicilia", edita nel settembre del 1961.
Lo scatto non è datato, e testimonia una ricerca dell'immagine che trae il suo equilibrio compositivo dalla spiaggia sulla quale i pescatori hanno steso le loro reti, con lo sfondo dei famosi faraglioni lavici.
Sarebbe interessante riscoprire le altre immagini realizzate dal fotografo di "Fotoform" nella Sicilia degli anni Cinquanta, certo assai lontana dalla Germania in piena ripresa economica ed industriale.
Lo scatto realizzato ad Aci Trezza dimostra tuttavia che Ludwig Windstosser non rinunciò a documentare un paesaggio legato ancora ad una tradizionale forma di economia primaria, quella della pesca: un'attenzione forse sollecitata dal clamore internazionale de "La terra trema", il film che Luchino Visconti realizzò ad Aci Trezza nel 1948.     
      

venerdì 27 dicembre 2013

IL MERCATO DEL PESCE DI CATANIA

Pesce in vendita al mercato di Catania.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
portano la firma di Ferdinando Scianna
e vennero pubblicate nel luglio del 1964
dalla rivista del TCI "Le Vie d'Italia"

"In fondo a piazza Duomo, dietro la scrosciante fontana dell'Amenano, infuria il gran mercato del pesce.
Sale su dai banconi massicci tagliuzzati ed insanguinati dai colpi di mannaia che hanno affettato tonni e pescespada, l'odore fritto e vivo del pesce freschissimo. 
Le grandi tonnine sono stese sui banconi ed hanno il colore brunito e luccicante dei cannoni delle corazzate. 
Le triglie brulicano, leggermente curvate a mezzaluna, dentro le ceste, le sarde brillanti riempiono i cesti bassi e larghi dei loro dorsi d'argento, i polipi tremolano morbidi ed elastici.
Certi pesciolini vivi fanno delle piccole sommosse nel fondo delle cassette. 
L'odore fuso di tutte queste ceste sale su, sotto l'arco della Pescheria, ampio ed eccitante...".

Nessuno meglio di Ercole Patti ha forse saputo descrivere l'ambiente e gli umori del mercato del pesce di Catania, così raccontato nel gennaio del 1953 per il quotidiano "La Stampa".
Lo scrittore etneo, del resto, nei suoi romanzi e negli appunti autobiografici ha più volte dedicato pagine di realistica e vivida descrizione di frutti di mare e pesci acquistati e gustati a Catania e lungo la costa dello Ionio. 
Al mercato del pesce descritto da Patti si riferiscono le due fotografie riproposte da ReportageSicilia, firmate da un giovanissimo Ferdinando Scianna e pubblicate nel luglio del 1964 dalla rivista del Touring Club d'Italia "Le Vie d'Italia".



Gli scatti accompagnarono un lungo reportage intitolato "Introduzione alla cucina siciliana" scritto dal giornalista e scrittore Felice Cunsolo.
Nel suo racconto ricco di aneddoti storici e curiosità sulla gastronomia siciliana, Cunsolo indicava così la maniera di cucinare il pesce acquistato nei mercati popolari dell'isola:

"Pur costituendo un alimento di forte consumo, il pesce in Sicilia non annovera un gran numero di ricette.
In genere lo si appronta nella maniera più spiccia, fritto in padella o arrostito in graticola.
Qualche tipo viene mandato 'a brodo', però non secondo la tecnica solitamente usata per i brodetti ( mescolando cioè, pesci diversi ), ma con un procedimento più semplice e con un numero limitato di ingredienti: olio, sale, pepe, prezzemolo, aglio, succo di limone...".


SICILIANDO














"E' impossibile liberarsi di questo paese, né vale starne lontano, proprio perché è più vivo nel ricordo che quando l'hai davanti a te, ed a un tratto senti come può anche esser misero, mal costruito, offeso da ogni sorta di edilizia che nessun condono potrà mai sanare: e allora ti arrabbi per la memoria offesa, e prometti che non ritornerai più a constatare quelle coste rovinate, quel mare inquinato da tutti i pozzi neri di queste squallide casacce costruite fin sul bordo della battima: l'Aspra, Isola delle femmine e Giardini, proprio, per spregio massimo, sotto Taormina, che sembra volare su questa terra, e invece non vola, carica com'è di zavorra"
Cesare Brandi

giovedì 26 dicembre 2013

SIRACUSA, LA QUOTIDIANA BELLEZZA DI RUBINO

La singolare facciata
di palazzo D'Alessandro, a Siracusa:
il portale d'ingresso ha dimensioni inferiori
rispetto a quello dotato di finestra
del piano superiore.
Le fotografie di questo post
sono opera di Lamberto Rubino
e sono state tratte dal volume
"Siracusa, le pietre della memoria"
edito da "Erreproduzioni" nel 1993

L'occasione si è presentata ancora una volta durante una fortunata ricerca tra le bancarelle romane di piazza della Repubblica. 
Fra un "Il peltro in Europa" ed un "Il museo del Louvre" si nascondeva la copertina nera di un libro con una fotografia del tempio di Apollo ed il titolo "Siracusa, le pietre della memoria".

Il quartiere della Giudecca
e la chiesa di San Filippo Apostolo

Aperte le pagine, il volume edito da "Erreproduzioni" nel 1993 ha svelato 45 fotografie in bianco e nero di grande eleganza, con un equilibrio compositivo frutto di una ricerca in cui - si legge nel prefazione - "le immagini sovente si fanno carico di un altro merito, non secondario, che è quello di mettere in relazione i manufatti monumentali ed artistici con la vita che loro pertiene".
L'autore degli scatti in questione è Lamberto Rubino, documentatore a tutto campo - ben oltre la semplice qualifica di fotografo - del territorio siciliano del Val di Noto http://www.lesicilie.it/rivista.asp.

Fastosi echi architettonici
fanno da quinta scenografica
alla vita quotidiana di Siracusa.
La fotografia ritrae il portale
con colonne tortili
della chiesa di S.Lucia alla Badia 

Nella scelta delle immagini da riproporre ai lettori del blog ( tutte meritevoli di citazione ) ReportageSicilia ha privilegiato quelle in cui l'immagine architettonica di Siracusa - ed in primo luogo di Ortigia - si lega a quella dei suoi abitanti.

Giochi di strada
in piazza del Precursore,
nel quartiere della Giudecca

Nel testo che accompagna le fotografie di Rubino, Nunziatella Saccà sottolinea infatti che "un monumento è tanto più prezioso, infatti, quanto più permette di essere fruito, non da pochi o peggio ancora soltanto dagli specialisti in materia, ma da chiunque voglia viverlo ed osservarlo. 
Soltanto così un monumento diventa anche documento storico, presente e vivo non nella memoria o nel cuore, ma nella concreta, quotidiana realtà di ciascuno... 
Anche per questo fotografare Siracusa può ancora essere utile e stimolante, perché il suo passato vive insieme ai suoi abitanti di oggi, e si presta a sempre nuove interpretazioni...
Non sembra pertanto appropriato suggerire un ideale itinerario o percorso attraverso i tesori della città, perchè non si vuole fornire una guida al turista o allo studioso, ma, se è concesso, donare alle immagini sparse, riprese dall'occhio di un fotografo il quale più che una operazione documentaristica si è riproposto di fornire, attraverso le sue riprese, soprattutto una personale e svagata visione della città...".

Una prospettiva
di via delle Maestranze
rivela l'anima barocca
del centro storico della città

"Siracusa, le pietre della memoria" è un volume oggi non più in commercio; ammirarne il contenuto è un'opportunità affidata alla miracolosa pesca nei mercatini dei libri usati, magari con la rete di internet.
La riproposizione delle fotografie di Lamberto Rubino è un piccolo tributo alla bellezza del suo reportage e al fascino di Siracusa sopravvissuto alle devastazioni urbanistiche di un cinquantennio fa.   
   

  

lunedì 23 dicembre 2013

LA RICAMATRICE DI ISNELLO


Fra i tanti motivi per visitare le Madonie vi è quello di scoprire tradizioni ed attività locali che raccontano la storia di paesi dove la cultura del lavoro ha rappresentato un bene primario, e non solo da un punto di vista economico.
E' il caso dell'arte del ricamo ad Isnello, documentata da ReportageSicilia grazie alla riproposizione di alcune fotografie tratte dal numero 31 della rivista "Sicilia" edita dalla Fondazione per l'incremento economico-culturale e turistico "Ignazio Mormino" del Banco di Sicilia nel settembre del 1961.



A queste quattro immagini, attribuite a Pubblifoto, se ne aggiunge una quinta della stessa agenzia e che sarebbe stata pubblicata qualche mese dopo - nel 1962 - nel I volume dell'opera "Sicilia", edita per la collana "tuttitalia" da Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini.
Gli scatti furono ambientati nei laboratori di ricamo allestiti sino a qualche anno ad Isnello all'interno della Casa delle Fanciulle SS.Rosario delle Suore Passioniste. 
Secondo quanto ricostruito da ReportageSicilia, la ragazza ritratta dal fotografo, Filippa, ha preso il nome di Suor Maria Stella ed ancor oggi, probabilmente, produce quei ricami ritratti dalle immagini di Pubblifoto.  
L'arte del ricamo ad Isnello venne così messa in relazione dalla storica dell'arte Maria Accascina alla condizione sociale vissuta in passato dalla donna nelle Madonie:



"L'atavico riserbo delle donne e la loro scarsa partecipazione alla vita agricola e alla vita pubblica - scriveva l'Accascina nel 1966 - favorì anche un artigianato femminile volto soprattutto alla tessitura e ai ricami.
Non si ha testimonianza di una particolare produzione di tessitura serica nelle Madonie, anche il gelso vi fu in particolare modo coltivato, ma non si può avere alcun dubbio per la quantità di esempi rimasti in alcune chiese e nelle case private di una intensa attività nella tessitura del lino, del cotone e della lana... Ma questa attività femminile, che nel Seicento e nel settecento fu massima, andò lentamente diminuendo per l'importazione di stoffe, merletti e ricami eseguiti a macchina".




Nel paese madonìta le donne erano specializzate nel filet, o rete ricamata, che raggiunse il massimo fulgore nella prima metà del secolo XVIII in Francia, e nello sfilato siciliano, che è uno dei più antichi ricami italiani già praticato nel secolo XIV.
Secondo quanto scritto dalla studiosa Lucia Petrali Castaldi, veniva eseguito sfilando interamente la zona della tela dove si vuole fare apparire il motivo ornamentale.
"Si sottraggono quindi alternativamente tre fili - scriveva la Petrali Castaldi - e si esegue una rete sulla quale viene poi lavorato un punto in bianco o oro antico; questo sfilato è noto come 'tipo Quattrocentesco'.
Nello sfilato 'tipo Cinquecento' la sottrazione dei fili si presenta tale da rispettare, anzi da delineare, un dato disegno ( in genere animali )".
Il disegno è rappresentato dalla parte di tela rimasta che deve essere rada e cedevole; il disegno e il fondo hanno un contorno a cordoncino.
Lo sfilato 'tipo Settecento', particolarmente difficile da eseguire, è ottenuto sfilando il campo interno del ricamo.
Durante l'esecuzione si procede per punti di riferimento contando i fili e seguendo le linee del disegno.
Il filet è ottenuto lavorando prima una rete a nodi e eseguendo quindi su questa vari tipi di ricamo".



Dal 2009, Isnello ospita un Museo denominato "Trame di filo".
Al suo interno, diviso in tre sezioni, il visitatore può approfondire la storia del ricamo madonìta e i legami fra quest'arte femminile ed i temi decorativi siciliani d'età araba e normanna.
Rimane purtroppo chiusa da anni invece la Scuola del Ricamo, che potrebbe costituire una preziosa risorsa per la valorizzazione di un'attività artigianale dagli interessanti risvolti occupazionali. 

  

giovedì 19 dicembre 2013

ARPINO E L'ELOGIO DEL MARRANZANO

Scacciapensieri siciliani.
Questi strumenti musicali
hanno nomi diversi
in tutte le province dell'isola.
La loro costruzione - in passato - si doveva
all'opera di abili mastri ferrai.
La fotografia è tratta
dalla pubblicazione
"Repertorio dell'artigianato siciliano",
edita nel 1966 da Salvatore Sciascia

"Questa lira miracolosa e priva di corde, è un vibratore della voce. Fà dire alla voce dell'uomo quello che la voce dell'uomo da sola non osa dire.
Più che uno strumento musicale è un confessore del profondo".
Con queste parole lo scrittore Alberto Savinio definì lo "scacciapensieri", oggetto diffuso in diversi Paesi europei e che in Sicilia ha finito nel recente passato la principale vittima di una avvilente visione folklorica dell'isola e degli isolani. 
A questo destino contribuì forse una poesia di Salvatore Quasimodo: "il marranzano tristemente vibra...", che descriveva l'immagine di una Sicilia immobile e quasi stordita dal suono di questo strumento.    
"Lo scacciapensieri - si legge nella pubblicazione "Repertorio dell'artigianato siciliano", edita da Salvatore Sciascia nel 1966 con una prefazione di Vittorio Fagone - è un singolare strumento musicale ricavato da una sottile verga di ferro forgiata a forma di lira.
Il suonatore tiene lo strumento tra le due fila di denti incisivi e ne ottiene un suono dolce e profondo facendo vibrare, per mezzo di un dito una linguella di ferro, posta al centro della lira.
La forma dello scacciapensieri non subisce variazioni notevoli nelle diverse zone dell'isola; viene invece indicato con nomi particolari: "marranzanu" a Messina, "marauni" a Catania, "gangamarruni" ad Agrigento, "angalarruni" a Caltanissetta, "calarruni" a Licata, "mariolu" nelle province di Palermo e Trapani.
Gli scacciapensieri vengono fabbricati nelle botteghe dei fabbri ferrai; spesso il cliente ne sorveglia l'esecuzione; possono avere dimensioni diverse...".
Oggi il marranzano è stato da tempo recuperato da musicisti e gruppi isolani che hanno attinto al patrimonio della musica e degli strumenti popolari dell'isola.
Fra i precursori di questa riscoperta le cronache della metà degli anni Settanta ricordano il gruppo "Taberna Mylaensis" di Milazzo, autore di ballate, tarantelle, canti di lavoro e ninne nanne.       

Suonatore siciliano di marranzano.
La fotografia è attribuita ad Armao
ed è tratta dal I volume dell'opera
"Sicilia", edita nel 1962 da Sansoni
e dall'Istituto Geografico de Agostini


SICILIANDO














"Questa è la mia terra, che per capirla bisogna averla conosciuta dalla nascita; e per amarla pure, quando l'amore non sia solo ammirazione"
Vladimiro Caminiti

martedì 17 dicembre 2013

L'OSCURA FAMA DEL CASTELLO DI SAN NICOLO' L'ARENA

Le strutture del castello palermitano
di San Nicolò l'Arena,
lungo la costa tirrenica
tra Altavilla Milicia e Trabìa.
La fotografia è di Fosco Maraini
e venne pubblicata
nel volume "Castelli di Sicilia"
edito da Silvana nel 1956 

Un castello costruito su una piattaforma rocciosa che delimita una lunga spiaggia della Sicilia tirrenica: un luogo che le fotografie di Josip Ciganovic e di Fosco Maraini restituiscono nella sua dimensione ambientale originaria, ancora straordinariamente leggibile sino ad una cinquantina di anni fa.
Il castello è quello di San Nicolò l'Arena, borgata un tempo marinara oggi quasi soffocata a causa dal disordinato sviluppo edilizio della costa palermitana, fra Altavilla Milicia e Trabìa.
La costruzione, sorta nel secolo XVI non lontano dalle strutture di una più antica tonnara, non ha ricevuto grandi attenzioni dalla pubblicistica dedicata all'architettura siciliana: destino comune a molti altri edifici storici di un'isola che abbonda di monumenti di interesse artistico ( la Guida Rossa della Sicilia del TCI del 1968 lo descrive come "un castello con torre" ).
Solo in "Castelli di Sicilia", edito da Silvana nel 1956 - opera dalla quale ReportageSicilia ripropone la fotografia di Fosco Maraini - Alba Drago Beltrandi riassunse così la sua storia:

"Anch'esso, come quelli vicini di Solanto e Trabìa, ebbe lo scopo di proteggere quel tratto di costa dalle aggressioni dei pirati turchi che, in quei tempi, avevano preso di mira le spiagge siciliane più ricche di pesca... 
Al tempo che intercorre il 1361 ed il 1509 è attribuita la costruzione del castello, con le sue tre torri delle quali una, al centro, alta ed elegante, contiene tre sale rotonde sovrapposte e terrazza in alto alla quale si giunge per una interessante, strettissima scala ricavata nello spessore del muro...".

Il castello in una fotografia
di Josip Ciganovic
pubblicata nel I volume
dell'opera "Sicilia", edita nel 1962
dall'Istituto Geografico De Agostini e da Sansoni

Anni dopo, il castello di San Nicolò l'Arena - nel frattempo diventato night club - avrebbe conosciuto una fama proveniente dall'immancabile apporto siciliano di una vicenda mafiosa.
Nel 1980 Alessandro Vanni Calvello Mantegna di San Vincenzo - rampollo dei principi di Ganci e proprietario dell'edificio - venne coinvolto in un'inchiesta sulla cosca di Altofonte guidata da Francesco Di Carlo ( personaggio quest'ultimo chiamato in causa per l'omicidio a Londra di Roberto Calvi ).
La Procura di Palermo indicò nel castello un luogo di ritrovo dei mafiosi di Altofonte e la fama di questa storica costruzione - oggi diventata un luogo di ristorazione - è legata anche a quella oscura storia giudiziaria.  
  



domenica 15 dicembre 2013

QUELLA BUCOLICA TARGA DEL 1961

La Porsche 718 RS61 di Graham Hill
affronta una curva della Targa Florio del 1961.
Non sarà una gara fortunata:
la vettura di Hill - che correva in coppia con Stirling Moss -
romperà il differenziale mentre era in testa
alla corsa, a pochi chilometri dall'arrivo.
Le fotografie di questo post
rievocano una Targa
profondamente immersa nel paesaggio
delle Madonie
e sono tratte dall'annuario
"Autocorse 61/62 - Review of International
Motor Sport"


Le fotografie riproposte in questo post da ReportageSicilia non sono molto conosciute neppure fra i documentatissimi cultori delle vicende agonistiche della storica Targa Florio.
Gli scatti riguardano la 45a edizione, disputata il 30 aprile del 1961 e conclusasi con la vittoria della Ferrari 196/246 SP di Wolfgang Von Trips e Olivier Gendebien; le immagini provengono da una rara copia dell'annuario automobilistico "Autocorse 61/62 - Review of International Motor Sport" conservata presso la biblioteca dell'Automobile Club d'italia, a Roma.


Curve e controcurve
nel deserto paesaggio madonìta.
Il fotografo ha così fissato
un altro passaggio della Porsche di Moss ed Hill

L'interesse e la suggestione di queste fotografie in bianco e nero derivano principalmente dal contesto paesaggistico nel quale sono ritratte le auto in corsa.
Vetture e piloti sfilano via lungo un circuito incastonato nello scenario naturale delle colline madonite: strada e natura si integrano perfettamente, l'una contribuendo alla bellezza dell'altra.


La Maserati A6 GCS-53
di Giuseppe Allotta e Silvestre Semilia.
All'uscita della curva,
la visuale del pilota si perde
su una lontana distesa di campi

L'assenza di spettatori lungo il tracciato di gara - tratto soverchiante in molte immagini riguardanti la Targa Florio - concentra così l'attenzione di queste fotografie sulle straordinarie caratteristiche ambientali ed agonistiche che hanno reso inconfondibile la corsa siciliana: automobili, piloti, strada e natura creano un suggestivo unicum nella storia delle gare automobilistiche.
Da un punto di vista sportivo, l'edizione 1961 della Targa si concluse con il successo della Ferrari, grazie anche alla rottura del differenziale della Porsche di Moss ed Hill, a pochi chilometri dal traguardo: un epilogo diventato solo uno dei tanti aneddoti riguardanti la durezza ed il fascino della gara.


Un cartello pubblicitario
ammonisce la Maserati 63
guidata da Nino Vaccarella
e Maurice Trintignant

Meno noto a tanti appassionati di Targa Florio è invece il ricordo dell'incidente subìto da Olivier Gendebien dopo la vittoria lungo il difficile ed insidioso tracciato.
Il giorno successivo alla gara, il campione belga chiese passaggio per tornare a Palermo al giovane pilota Antonino Cammarata, alla guida di una "600".


Una partenza da Cerda:
al via la Ferrari 246 SP
di Phil Hill e Richie Ginther

Forse la scena è stata fissata
prima del via delle vetture in gara, forse no:
il fotografo di "Autocorse"
non ha tuttavia perso l'occasione
per sottolineare l'ambientazione
unica delle Targa Florio di quegli anni

Poco distante da Cerda, l'auto venne tamponata da una "Giulietta" ed uscì di strada urtando un paracarro. 
Cammarata riportò alcune contusioni mentre Gendebien fu costretto a concludere la sua felice esperienza siciliana in ospedale, a Palermo, con una prognosi di 8 giorni. 
                                                                                                            

martedì 10 dicembre 2013

AVVENTORI MESSINESI DELLO STOCCO ALLA GHIOTTA

Un cliente della scomparsa trattoria
"Don Pinuzzu" di Messina
alle prese con un piatto
di "stocco alla ghiotta".
La fotografia è di Alfredo Camisa
ed insieme alle altre
riproposte da ReportageSicilia
è tratta dall'opera "Lo Stretto di Messina
e le Eolie" edita nel 1961
dall'Automobile Club d'Italia
per la collana "Italia nostra"

Esistono ancora, specie nelle strade dei quartieri più vicini ai porti - a Palermo come a Messina, a Trapani come a Catania - con insegne nascoste alla vista o addirittura inesistenti: le trattorie dove si mangia buon pesce a prezzi familiari sono ancor oggi una delle risorse più preziose per i buongustai delle città costiere siciliane.
La scoperta di questi locali - che qualcuno ama ancora definire "taverne" - è ormai facilitata da Tripadvisor, al punto che c'è da sperare che la popolarità virtuale non finisca col metterne a rischio la spartana vocazione alla buona ed economica cucina.



Una cinquantina di anni fa - in tempi di semplice passaparola e di esperienza diretta di ciò che veniva servito in tavola - il fotografo bolognese Alfredo Camisa si ritrovò a documentare gli avventori della trattoria "Don Pinuzzu" di Messina, della quale oggi non rimane più traccia.
Gli scatti di Camisa vennero pubblicati nel volume "Lo Stretto di Messina e le Eolie", edito nel 1961 dall'Automobile Club d'Italia per la collana "Italia nostra", con testi del poeta messinese Bartolo Cattafi ( nello stesso volume sono presenti altre straordinarie immagini di avventori di un bar della costa ionica dell'isola ).


All'interno di "Don Pinuzzu", il reportage di Camisa racconta in maniera realistica e senza compiacimenti formali il mondo di personaggi che animava i tavoli della taverna: "fiaccherai, pescatori, marinai e facchini mischiati ad attori di teatro, aristocratici buongustai e turisti avveduti", secondo la definizione di Bartolo Cattafi.
Lo stesso poeta di Barcellona Pozzo di Gotto indica nello "stocco alla ghiotta" il piatto forte della trattoria, secondo quella propensione della cucina messinese alla preparazione di piatti a base di pesce: quasi un doveroso tributo al mito locale di Colapesce.
Tonni, pesce spada, "spatole", sauri, aragoste e pesce azzurro sono del resto solo alcune delle circa 150 varietà ittiche provenienti dallo Stretto.



Insieme allo "stocco alla ghiotta" ( il termine ghiotta indica un piatto unico, di solito composto da pesce destinato al consumo dei pescatori durante le uscite in mare, arricchito da cipolle, olive, capperi, patate e pomodori ), altra specialità messinese sono gli involtini di pesce spada, conditi con pane grattugiato tostato in padella con olio, aglio e prezzemolo tritati, sale e pepe. 
Di quei sapori e di quei profumi, le fotografie di Camisa restituiscono il clima di informale godimento degli avventori di "Don Pinuzzu", fra grezze tovaglie bianche e pesanti bicchieri di malvasia.    
  

domenica 8 dicembre 2013

ESTRO E GROTTESCO DEI MENSOLONI BAROCCHI

Mensoloni di un palazzo
di età barocca a Ragusa.
La fotografia è di Melo Minnella
ed è tratta dall'opera
"Libro Siciliano" edita nel 1970
da S.F.Flaccovio.
Il libro ospita un saggio
su "Il barocco in Sicilia"
dello storico Massimo Ganci

"Si sporgono nella luce implacabile dell'isola i mascheroni pensierosi sbigottiti e grotteschi, quasi sempre pieni di caratteri come ritratti o caricature, così intensi da tramutare in occasioni meravigliose la continua emulazione dei committenti e delle maestranze, ed in esigenze spontanee di un'arte metafisica l'aridità stessa della materia ( sembrano pianeti privi d'acqua ).
Si cerca il particolare, e gli si dà grande valore: a Ragusa come a Noto a Scicli a Siracusa, in tutta l'isola, e massimamente a Catania durante la fioritura dell'arte barocca etnea".
Con questa prosa tortuosa ( verrebbe da scrivere, "barocca" ), lo storico Massimo Ganci definì la ricchissima decorazione lapidea di balconi e facciate dell'architettura siciliana del Seicento nella parte orientale dell'isola.
Ganci affidò le sue considerazioni all'opera "Libro Siciliano" edito da S.F.Flaccovio nel 1970; vale a dire, in un periodo in cui - notava allora lo storico - "accade spesso di sentir dire che il barocco siciliano è di moda: e può veramente esser considerato una scoperta di questi ultimi anni", con riferimento soprattutto al saggio di Anthony Blunt "Barocco Siciliano", pubblicato nel 1968.
"I balconi - continua Massimo Ganci - riacquistano e confermano le analogie esistenti nel XVIII secolo, fra la decorazione scultorea della Sicilia ionica e la scultura decorativa della penisola Salentina, di Lecce in particolare.
Converrà studiare le rotte mercantili e militari e la navigazione minore del Sei e del Settecento, la cronaca degli spostamenti di famiglie di artigiani lungo le coste ioniche e tirreniche: si avranno molte notizie illuminanti e qualche piacevole sorpresa.
Mascheroni, capitelli strani, telamoni grandi e piccoli ( nella città di Palermo sono giganteschi quelli che sorreggono la cupola del Carmine nuovo, maiolicata e lucente come una pisside ), cornucopie, festoni, fogliami d'ogni sorta fanno una ressa tale da lasciare scoperto il sedimento simbolico e magico anti rinascimentale...".

Un'altra fotografia
tratta da "Libro Siciliano",
attribuita alla
"Soprintendenza Monumenti
Sicilia Orientale".
L'immagine ritrae un balcone
del palazzo di Villadorata, a Noto.
Nella didascalia si legge:
"Il colore della pietra - il colore del miele,
della paglia invecchiata, dell'oro opaco -
insieme con le elegantissime ringhiere,
che oggi siamo disposti a considerare vive sculture,
esercitano qui tutto il loro fascino"
 

Molti anni dopo le riflessioni di Massimo Ganci, lo storico dell'arte Cesare Brandi avrebbe così suggerito la funzione immaginifica dei mensoloni di Noto: "soffittano il cielo, per così dire, o per meglio dire - si legge in "Sicilia mia ( Sellerio, 1989 ) - riquadrano l'unica apertura libera, suggeriscono travature invisibili da un lato all'altro della strada per convincerla nella spazialità d'interno che la compete...".      


SICILIANDO















"Quando eravamo in Messico, al comando del V Cavalleria, i messicani non è che valessero molto.
Poi andammo in Marocco, e gli arabi valevano ancora meno dei messicani.
In Tunisia, al comando del II Corpo d'Armata fu ancora peggio.
Pensavamo di avere toccato il fondo in Algeria.
Ebbene, no! Infatti eccoci in Sicilia, anche qui al comando di un'Armata e, di tutti quanti, direi che i siciliani sono davvero i peggiori!"
George Meeks, attendente in Sicilia di George S.Patton   

venerdì 6 dicembre 2013

GIUSTO SCAFIDI, FOTO DI MAFIA QUOTIDIANA

Omicidio di mafia a Palermo
agli inizi degli anni Sessanta
sotto un cartellone
del film "12 uomini da uccidere".
Lo scatto, come gli altri del post,
furono realizzati
dal fotoreporter palermitano Giusto Scafidi.
Le immagini sono tratte
dall'inserto "La Mafia"
pubblicato da "L'Europeo"
il 1 marzo del 1964

Le fotografie riproposte da ReportageSicilia raccontano gli anni di quella violenza mafiosa che sconvolse con omicidi e "lupare bianche" le cronache palermitane tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi del decennio successivo.
L'autore degli scatti è il fotografo Giusto Scafidi, che documentò allora decine di quegli episodi per i principali quotidiani e periodici italiani e stranieri.
Le immagini del post furono pubblicate in un inserto del numero 958 de "L'Europeo" del 1 marzo 1964 intitolato "La mafia", con testi del giornalista Renzo Trionfera.

Il delitto di Giuseppe Zangara,
guardiano del cimitero di Sant'Orsola,
assassinato a Palermo nel 1961

Le fotografie colpiscono in primo luogo per la capacità di Scafidi di avvicinarsi a quella che oggi si definisce come "la scena del delitto", cui partecipano le figure dei parenti in lacrime o dei semplici curiosi assiepati a distanza.
La Palermo dei crimini mafiosi di quegli anni è così una città in cui la cultura della violenza è presente - al cospetto di quei corpi distesi sull'asfalto - nella coscienza e nella vita quotidiana di molti palermitani.


Folla di curiosi
sul luogo dell'omicidio
di Francesco Mineo,
ucciso a Palermo nel settembre del 1962

A questa partecipazione non sfuggono neppure i bambini ed i ragazzini, che l'obiettivo di Giusto Scafidi ritrae di frequente nei suo scatti; a volte non gli si risparmia loro la visione del corpo sfigurato di un padre o di uno zio, altre volte partecipano all'indifferenza dei familiari che li accompagnano in strada, come nel caso del bambino che mangia un gelato a poca distanza dal corpo dell'ultima vittima.


I familiari di una vittima di mafia,
uccisa a colpi di pistola
alla periferia di Misilmeri

"Nelle quattro province della Sicilia occidentale ( Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta ), dal 1946 al 1962, la mafia ha ucciso o fatto scomparire, secondo un calcolo approssimativo basato sulle statistiche ufficiali, circa 2.000 persone.
La maggior parte delle uccisioni - scrivevano nel 1964 Rosario Poma ed Enzo Perrone nel saggio "Quelli della lupara", edito da Edizioni Casini - si sono verificate, a volte con un crescendo impressionante, a Palermo, la città più insanguinata d'Italia, divenuta la capitale della mafia e della più qualificata delinquenza internazionale, la Chicago europea, e quindi l'epicentro dei sanguinosi contrasti tra i vari gruppi mafiosi che vogliono imporre il proprio dominio nei mercati e nei giardini, tra le ceste di pesce e i quarti di carne, negli appalti di opere pubbliche o nella speculazione edilizia, nelle banche o negli enti di bonifica, nelle attività commerciali o nel contrabbando di sigarette, nel traffico di stupefacenti...


Il corpo di Francesco Barone
vegliato dal suo cane da caccia,
nelle campagne di Borgetto.
L'omicidio venne compiuto nell'aprile del 1960

Le cronache dei delitti, consumati a volte in pieno giorno e nelle strade più centrali di Palermo e di altre città con una tecnica ereditata dalla malavita americana, hanno periodicamente allarmato l'opinione pubblica nazionale e hanno dimostrato a qual punto di ferocia e di audacia fosse giunta la criminalità mafiosa nel ricattare e nell'uccidere.
Almeno una volta al mese gli abitanti di Palermo sono stati costretti ad assistere a pubbliche sparatorie, correndo il rischio di morire crivellati da una scarica di lupara o da una sventagliata di mitra...".

Il delitto di Giuseppe Tessio,
ucciso a Misilmeri
insieme al fratello Gaetano
nell'aprile del 1963

La lunga catena di omicidi testimoniata oggi dalle fotografie di Giusto Scafidi si sarebbe interrotta proprio fra il 1963 ed il 1964.
Dopo il clamore suscitato dalla strage di Ciacullihttp://reportagesicilia.blogspot.it/2013/06/strage-di-ciaculli-quando-litalia.html, decine di arresti scompaginarono le fila di numerosi clan mafiosi. 
I processi istruiti a gregari e boss di Cosa Nostra - ed il timore di pesanti condanne - suggerirono così alla mafia una strategia di basso profilo criminale, che limitasse gli episodi di violenza e la sovraesposizione criminale degli "affiliati" sotto processo.


Familiari e curiosi
attendono l'arrivo del magistrato
dopo il delitto di Giovanni Giangreco,
a Villabate, nel settembre del 1960

In questo contesto - e grazie alle minacce indirizzate ai testi d'accusa ed agli stessi giudici - gli imputati dei processi per legittima suspicione svolti sino al 1969 a Catanzaro e Bari furono quasi tutti assolti: un segno del potere mafioso anche quando la mafia non regola i suoi conti in strada, con il fuoco delle armi.      

lunedì 2 dicembre 2013

LE VERTIGINI TIRRENICHE DELLA TORRE DELL'IMPISO

La torre dell'Impiso,
fra San Vito Lo Capo
e la Riserva dello Zingaro.
La sua solitaria mole,
protesa verso il Tirreno ed il cielo,
ne fa una delle più belle torri
di avvistamento della Sicilia.
La fotografia è di ReportageSicilia

Spunta d'improvviso, scoprendo la sua stereometrica mole dopo una curva a sinistra della sinuosa strada trapanese che da San Vito Lo Capo conduce all'ingresso della Riserva dello Zingaro.
Quella dell'Impiso - toponimo retaggio forse di oscure vicende di violenza - è probabilmente una delle più belle torri di avvistamento costruite lungo le coste siciliane negli ultimi anni del secolo XVI su progetto di Camillo Camilliani. 
La torre - a due piani, dotata di un ampio camino ed una terrazza scoperta verso il mare - offre una vertiginosa vista sul mar Tirreno e sul cielo.
"E' arretrata di circa 250 metri dalla costa - scrivevano nel 1985 Salvatore Mazzarella e Renato Zanca, nel documentatissimo saggio "Il libro delle torri - Le torri costiere di Sicilia nei secoli XVI-XX", edito da Sellerio - ma per la forte pendenza del terreno ( l'altezza del basamento verso mare è ben metri 4,70 ) domina molte cale, e dalla terrazza la vista spazia libera, abbracciando un vastissimo tratto di mare e consentendo perfetta corrispondenza con Scieri a Nord, le torri e i faraglioni di Scopello a Sud...".
Nei decenni passati, la torre dell'Impiso subì l'abbandono di tanti altri manufatti militari di questo tipo, accogliendo greggi di pecore; in seguito, un restauro ne ha salvato la severa struttura, e rimane solo il rammarico per le difficoltà di una visita dei suoi spazi interni.


  

domenica 1 dicembre 2013

SAN GREGORIO: MARE, MINA E PAOLI

Una stretta fascia di spiaggia
lungo la costa messinese
di San Gregorio, allora
sconosciuto borgo di pescatori.
ReportageSicilia ripropone le
fotografie e stralci di un reportage
pubblicato nel giugno del 1961
dal mensile "Quattroruote"

"Anche oggi un gruppo di ragazzi e ragazze, lasciata la spiaggia cittadina di Capo d'Orlando, sono venuti in fuoribordo a fare il bagno fra la scogliera.
Hanno portato un cocomero, e ora, mentre mi avvio per ritornare a San Gregorio in cerca di una doccia e della cabina, lo mangiano al sole.
La rada che sembra destinata a piccole imbarcazioni in oblio, ad agili cutter in attesa del vento propizio, ai fuoribordo dei nuovi villeggianti, ebbe in anni non lontani l'importanza commerciale.
Il turismo l'ha scoperta di recente, ed è ancora in fase pioneristica. Tuttavia un dancing, ricavato presso il mare - fra ulivi e banani - è il ritrovo più frequentato del tratto di riviera che va da Milazzo a Cefalù.


In questa fotografia ed in quella che segue,
tratti di spiaggia di San Gregorio a ridosso
della strada statale 113,
fra Palermo e Messina

Nel bar, dove entro a prendere una granita di limone ( la gente del luogo consuma granite dalle sette di mattina a mezzanotte ), trovo, accanto a un dipinto di Omiccioli e disegni di Cantatore e Migneco, che sono stati qui a dipingere, una fotografia ricordo di Nicola Arigliano.
Ma chi passava l'estate a San Gregorio quando vi si giungeva soltanto con una mulattiera, teme il futuro turistico del piccolo borgo. E nelle ore più calde, in cui la tranquillità della rada è compromessa dall'assalto dei forestieri che giungono in auto dai paesini della riviera e dall'interno, e Mina esplode dal juke-box, gli habitués spostano gli ombrelloni nelle spiagge ancora disabitate.
L'unica trattoria di San Gregorio, che allinea i tavoli accanto a una noria in disuso, appartiene a un pescatore costretto a cambiare mestiere dall'avarizia del mare, generoso soltanto con i subacquei.
Uno di questi, entrato con la maschera alzata sulla fronte e un piccolo mostro infilzato all'arpione, mi parla di cernie, murene e polipi che si trovano in una certa parte della scogliera: una vera riserva di caccia".




Era il giugno del 1961 quando il mensile "Quattroruote" descrisse così San Gregorio, la borgata marinara messinese nei pressi della più nota Capo d'Orlando.
Come molte altre località costiere dell'isola, cinquant'anni fa anche San Gregorio era una meta quasi sconosciuta di soggiorno o di vacanza: la sua distanza da Palermo e Messina - le città più vicine - evitava l'affluenza di frotte di bagnanti; il piccolo borgo era semmai un luogo frequentato da locali e da una ristretta cerchia di fedelissimi turisti continentali e stranieri.  
Il reportage del mensile milanese - firmato da Basilio Reale - racconta oggi le prime avvisaglie dello sbarco a San Gregorio del turismo di massa: quasi un riverbero di quel boom economico che nello stesso periodo in altre regioni italiane affollava località balneari come Forte dei Marmi, Rimini o Lignano Sabbiadoro.
A differenza di queste località, quest'angolo remoto di Sicilia poteva però offrire un paesaggio non ancora alterato dall'asfissiante presenza degli stabilimenti balneari.


Il borgo di pescatori,
tra la spiaggia ed una vegetazione
che allora comprendeva
ulivi, fichi e banani

"Dove il mare si insinua a formare una piccola ansa, la collina va incontro dolcemente alla battuta dell'onda - scriveva Reale - e si arresta al limite della spiaggia su cui, fra ulivi, fichi, aerei ciuffi di banani, si affacciano rustiche case a un piano dipinte coi vivaci colori delle barche tirate sulla spiaggia. 
A guardare, in questa luce di mattino inoltrato, le Eolie disposte in fila come una flottiglia, ho per un attimo l'illusione di potere, senza osare troppo, raggiungere a nuoto l'azzurro arcipelago, e come vado da uno scoglio all'altro, toccare ad una ad una le Isole del Dio...".

Un anno dopo il reportage di "Quattroruote", Gino Paoli avrebbe scoperto San Gregorio e sulle sue spiagge avrebbe composto la celebre "Sapore di sale". Così, la borgata di pescatori messinesi avrebbe perso il suo appartato anonimato in cambio di un piccolo spazio nella storia del costume italiano degli anni Sessanta.
      

giovedì 28 novembre 2013

FASCEDDI, ZIMMILI E FIRRIZZI: L'ARTE DEI CANNISTRARI

L'arte dei "cannistrari" in un'assolata
scalinata nel centro storico di Monreale.
La fotografia è attribuita a Publifoto
ed è tratta dal I volume dell'opera
"Sicilia", edita nel 1962 da Sansoni e
dall'Istituto Geografico De Agostini

Un tempo in vendita nelle fiere paesane, da molti anni ormai fanno parte di quel genere di oggetti di uso agricolo e pastorale rintracciabili nei mercatini antiquari o nei ripostigli delle vecchie case rurali.
"Firrizzi", "panari", "cartedde", "coffe", "cavagne", "cufini", "zimmili" e "fasceddi" raccontano il lavoro artigianale un tempo assicurato in Sicilia dall'abilità dei "cannistrari", capaci di creare cesti, canestri e panieri di diverse fogge utilizzando giunco, vimini e canna.

Sopra e sotto, diversi esemplari
di cesti e cestini monrealesi
realizzati in giunco e canne.
Queste fotografie sono state
realizzate da Arno Hammacher
e pubblicate nel 1966 nel saggio
"Repertorio dell'artigianato siciliano",
edito da Salvatore Sciascia 



"Tra i diversi tipi - ricordava nel 1966 il saggio "Repertorio dell'artigianato siciliano", edito da Salvatore Sciascia per l'Unione delle Camere di Commercio, Industria ed Agricoltura della Regione Siciliana, con prefazione di Vittorio Fagone - sono particolarmente usati i 'cufini', di grandi dimensioni ( talvolta alti sino ad un metro e mezzo ), costituiti di canna e giunco intrecciati; le 'cartedde', canestri di proporzioni relativamente ridotte che hanno il fondo e i manici in giunco, ma spesso anche tutto il corpo; i 'panari', panieri di giunco, canna e vimini di forme assai varie a seconda della destinazione; così quelli usati per il trasporto del pesce hanno il fondo molto piatto e un manico alto, mentre sono piccoli e profondi in proporzione quelli destinati alla conservazione della frutta.

Le "fasceddi" erano costruite
in diverse dimensioni
ed erano utilizzate dai pastori
nella preparazione delle forme
di formaggio e di ricotta.
Nella fotografia che segue,
il rivestimento di una
bottiglia



La fabbricazione di cesti è attività diffusa in tutta l'isola; però nella Sicilia occidentale sono apprezzati i cesti prodotti a Monreale: qui ogni settimana vengono commerciati.
Ancora ai 'cannistrari' si deve la fabbricazione di piccoli cestini di giunco fittamente intrecciato, 'fasceddi' a corpo stretto e profondo, in genere destinati alla preparazione di ricotte e formaggi.

Il "firrizzu", uno sgabello
diffuso soprattutto fra i pastori
messinesi dei Peloritani e dei Nebrodi.
Sotto, cestini di raffia
prodotti nel ragusano



Nella zona orientale dell'isola questi recipienti, di forma più sottile sono invece di canna legata con sagina; sono confezionati dagli stessi pastori e vengono chiamati 'cavagne'.
I pastori, soprattutto nelle montagne dei Peloritani e dei Nebrodi, usano un tipico sgabello che essi stessi costruiscono: il 'firrizzu' o firrizzo, fabbricato di verghe di ferula intrecciate con virgulti di salice; lo sgabello risulta robusto e nello stesso tempo leggero e facile da trasportare ed è oggi realizzato anche dai cestinai.

Altre forme per la preparazione
di prodotti caseari

Altri tipi particolari di cesti, ottenuti dall'intreccio delle foglie della palma nana nota in Sicilia come 'giummara', sono impiegati per fornire la biada agli animali da soma e da traino quando essi si trovino lontani dalle stalle; questi cesti di forma semicircolare con due manici sono chiamati 'coffe'.

"Bottaccini" di Siracusa,
utilizzati per conservare
vini di pregio

Dello stesso materiale sono costituiti i 'zimmili', cesti di profondità sino ad un metro e venti, che vengono usati per il trasporto di materiale agricolo ( paglia, concime etc. ).
Le coffe impiegate per i cavalli dei carretti - conclude il "Repertorio dell'Artigianato Siciliano" - sono spesso decorate con nastri, galloni e cianciane", in ossequio al decorativismo che ha sempre distinto il lavoro degli artigiani dell'isola.