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venerdì 14 giugno 2019

TRAPANI E LA QUASI IMPOSSIBILE LOTTA AL POTERE MAFIOSO

Panoramica di Trapani.
La fotografia è stata pubblicata nel marzo del 1963
dalla rivista "Viaggiare" edita a Palermo
dalla Società per l'Incremento Turistico

Agli inizi degli anni Ottanta, investigatori e cronisti abituati ad occuparsi di mafia non poterono che prendere atto della straordinaria presenza di banche a Trapani, in buona parte frutto dei capitali alimentati dalla speculazione edilizia e dai traffici di eroina.
Chiara Valentini, giornalista autrice del reportage "Piovra City" pubblicato da "Panorama" il 24 settembre del 1984, scrisse che dall'inizio di quel decennio erano stati inaugurati in città "130 nuovi sportelli bancari, che fanno capo a ben 23 diverse banche".
Il 25 gennaio del 1983 la mafia aveva ucciso il giudice Gian Giacomo Ciaccio Montalto, e pochi giorni prima dell'articolo della Valentini un altro giudice - Antonio Costa - era stato arrestato con l'infamante accusa di essere stato corrotto dai boss Antonio e Calogero Minore.
A seguito di queste cronache, nel 1985 il giornalista Sergio Turone così descrisse la realtà di una città che a distanza di decenni - oltre l'ombra della latitanza nella sua provincia di Matteo Messina Denaro - conserva immutati certi caratteri di pervasiva ingerenza affaristico-mafiosa:

"Se Palermo è la Roma della Sicilia - ha scritto Turone in "Partiti e mafia, dalla P2 alla droga" ( Laterza ) -  Trapani ne è la Palermo.
Si tratta di una periferia estrema in cui i caratteri dell'insularità e della lontananza - in tutti i sensi - acquistano accentuazioni acute, nemmeno temperate dagli effetti di una tradizione culturale che a Palermo ha raffinatezze cospicue ed esercita un suo peso.
L'anticonformismo della cultura trova nel capoluogo di regione ambienti ed echi, di cui a Trapani rintracci qualche presenza solo in pochi intellettuali isolati, sovente desiderosi di trasferirsi altrove.
Se la lotta contro il potere mafioso appare difficile a Palermo, a Trapani rasenta l'impossibile" 

giovedì 13 giugno 2019

LA SICILIA ED IL MITO DEL SOLE SECONDO FORTUNATO PASQUALINO

La costa di Acitrezza
in una serie di fotografie attribuite
all'assessorato regionale al Turismo.
Le immagini vennero pubblicate dalla rivista "Sicilia"
edita da S.F. Flaccovio nel settembre del 1963 

"Forse davvero di tutti i miti del Mediterraneo - ha scritto Fortunato Pasqualino nell'introduzione di "Sicilia" edito da Zanichelli nel 1980 - quello del sole si identifica più degli altri con il destino vitale della Sicilia. 
Veramente qui il giorno sembra essere più giorno che in altri luoghi del mondo; e la notte più notte, quasi che si avesse un supplemento di luminosità e insieme di tenebra, una possibilità visiva di contrasti estremi...





Io penso che dietro il mito del sole vi siano conflitti esistenziali e mentali più complicati e profondi di quelli emersi nella psicanalisi con i miti di Edipo e Narciso.
Noi siciliani abbiamo il complesso del sole, dai cantori mitologici e omerici a Salvatore Quasimodo, i cui versi

'Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera'...

ti rivelano l'angoscia solare e la solitudine, l'insularità, che il siciliano si porta dovunque vada, con il raggio di sole che lo trafigge, e col terrore della notte incombente, in ogni istante, come nel mutamento di sé in altri, dall'ieri all'oggi e dall'oggi al domani, della commedia di Epicarmo..."

venerdì 7 giugno 2019

IL RETORICO MITO ISOLANO DEI POLI INDUSTRIALI

Industrializzazione in Sicilia.
Le fotografie sono tratte 

dalla rivista "Viaggiare", opera citata
"Questo nostro interno siciliano, arido, pietroso, descritto con le fosche tinte di una piatta desolazione, sta riserbando delle sensazionali sorprese, si rivela ormai all'attenta ricerca delle poderose trivelle, tesori di risorse nuove, energetiche.
Le sterminate distese, battute dai venti soffocanti, dove scarse colture allignate e dove sole oasi di verde e di macchie di vegetazione si alternano radamente, le sterminate distese, dove le striature solforose e i cumuli di zolfo riarsi hanno segnato il paesaggio di un acre sfondo, non saranno, forse, condannate senza speranza ad un avvenire mediocre e stentato, basato sulla pastorizia e sulla cerealicoltura o tantomeno discreditate fortune delle zolfare.
Molto tempo non trascorrerà, se le nuove premesse appaiono più che fondate, perché questo deserto di pesante solitudine tra il feudo medievale e squallido e la patina giallastra dei cumuli di zolfo si trasformi in una zona, se non tutta di verde rigoglioso, di tralicci, di trivelle, di cantieri, di opifici, dei segni moderni della civiltà industriale..."
( "Il quadrilatero del metano nel cuore dell'ennese", articolo di Giuseppe Marino, in rivista bimestrale "Viaggiare", edita nel febbraio del 1963 da Società per l'Incremento Turistico

Sfogliando riviste e pubblicazioni edite negli anni Sessanta, ci si imbatte con frequenza in articoli e fotografie come questo riproposto da ReportageSicilia: resoconti che descrivono in toni  entusiastici e retorici l'industrializzazione della Sicilia allora in frenetico corso.
Questo genere di reportage volevano sottolineare con uno stucchevole gusto del folclore il passaggio dalle tradizionali ed arcaiche forme di vita quotidiana - legate ai riti della cultura contadina - all'impetuoso avvento dei petrolchimici e delle attività di estrazione portate avanti da aziende italiane e straniere.
Le fotografie che documentano questo passaggio epocale proponevano così scenari ben costruiti in cui compaiono contadini, asini e carretti su uno sfondo di brulle campagne in cui svettano chilometriche tubazioni, fumose ciminiere e labirintiche torri di ferro.



In quelle cronache - capaci di prevedere per la Sicilia un prospero futuro di economia industriale - non compare quasi mai un accenno ai rischi ambientali ed alle limitate prospettive di duraturo beneficio provocate da un modello produttivo che ha riservato all'Isola più dissesti che solide garanzie di sviluppo.  

"Come tutta l'Italia e in particolare il Mezzogiorno - hanno scritto  a questo proposito Fulco Pratesi e Franco Tassi in "Guida alla natura della Sicilia" ( Arnoldo Mondadori Editore, 1974 ) anche la Sicilia ha subìto negli anni del miracolo la facile mitologia dell'industrializzazione a tutti i costi.
E se ciò poteva avere un senso economico in certe aree settentrionali, la scelta appariva invece francamente masochistica e suicida in zone la cui vocazione, per espressa conferma di ogni esperienza di pianificazione anche a livello europeo, non poteva che essere agrosilvopastorale, turistica o comunque di carattere estensivo.
Di ciò i solerti industrializzatori italiani non si sono dati pena eccessiva, e se pure in qualche caso hanno distrattamente notato che i complessi petrolchimici incidevano su zone di valore ambientale e di interesse turistico, non hanno esitato un attimo a stamparveli lo stesso, in perfetta sovrapposizione geografica.
Il triangolo dell'industria petrolchimica Gela-Augusta-Milazzo, diventato poi trapezoidale con l'avvento di Termini Imerese, trionfalisticamente millantato come il toccasana di ogni depressione socioeconomica, è stato in verità ben lontano dal risolvere tali problemi, che a distanza di molti anni appaiono anzi complicati e in certi casi persino aggravati..."  

mercoledì 5 giugno 2019

QUEL DECISIVO VIAGGIO SICILIANO DI GEORGE FLETCHER BASS

Relitto di nave punica ed anfore
conservate all'interno
del Museo Archeologico Baglio Anselmi di Marsala.
Fotografie Ernesto Oliva-ReportageSicilia

"Uno dei padri delle più avanzate ricerche nel nostro Mediterraneo, George Fletcher Bass, ha scritto:

'Se non fosse per la Sicilia, non sarei un archeologo marino.
Se non fosse per la Sicilia, non sarei nemmeno un archeologo'" 

Pochi mesi prima della sua scomparsa, Folco Quilici - un grande divulgatore della cultura sottomarina del Mediterraneo, pioniere in Sicilia delle prime documentazioni cinematografiche subacquee - così volle introdurre le pagine del saggio "Tutt'attorno la Sicilia - Un'avventura di mare", edito nel dicembre del 2017 da UTET.



Quilici ha così ricordato la centralità dell'Isola nel campo della ricerca scientifica dell'archeologia subacquea, di cui l'americano George Fletcher Bass è considerato uno dei padri fondatori.
Promotore del prestigioso "Institute of Nautical Archaeology", lo studioso della Carolina del Sud abbandonò gli studi universitari di lingua e letteratura inglese nel 1952, in conseguenza di una vacanza di primavera trascorsa a Taormina.



Fu allora che, ammirando lo spettacolo del teatro romano con alle spalle il mare ed il profilo dell'Etna, ebbe l'illuminazione che ne avrebbe per legato la futura professione ad una visita della Sicilia:

"Pensai in quel momento di dovere fare di quella esperienza motivo della mia vita di studio"  

domenica 2 giugno 2019

LA CANZONE PER LE DONNE FAVIGNANESI DEL SIGNOR TURCHETTI

Il porto di Favignana.
Fotografia di Ernesto Oliva-ReportageSicilia

"Favignana - hanno scritto Maria e Giovanna Guccione in "Frascatole, Favignana, ricette e altre storie" ( Coppola editore, 2003 )- era stata fin dal tempo dei Pallavicino, proprietari dell'isola dalla seconda metà del Seicento, un paese agricolo che, grazie ai prodotti della terra e dell'allevamento del bestiame, alla pesca del tonno e all'estrazione del tufo era pressocché autosufficiente.
Il mare, pur se ricchissimo, come si legge in un articolo della rivista 'Mondo Sommerso' del 1961, a firma di Maurizio Sarra, era poco sfruttato, eccezion fatta per la tradizionale pesca del tonno.
L'isola contava più di seimila abitanti, quasi il doppio rispetto ad oggi, che vivevano di agricoltura, allevamento, pochissima pesca artigianale e pesca del tonno con relativa lavorazione nello Stabilimento Florio.
Pur essendo mal collegata con la terraferma, era piena di vita, fermento e attività.
Nessuno restava con le mani in mano: ad esempio quando finiva il periodo della pesca dei tonni, le ragazze in casa si dedicavano a districare le corde che erano servite per tenere a mare le reti e a renderle riutilizzabili per l'anno successivo e questo consentiva alle famiglie un piccolo guadagno in più...
Al signor Turchetti, fisarmonicista del Circo Bisbini, si deve la canzone ispirata all'isola, o meglio alle belle ragazze di quegli anni,

'Favignanese mia bella isolana, quando la sera nel silenzio imbruna...'

divenuta per anni il pezzo forte dei complessi folcloristici locali"


venerdì 31 maggio 2019

L'EPOCA GELESE DELLA MORBIDA RENA

La spiaggia di Gela.
La fotografia dell'Assessorato regionale al Turismo,
venne pubblicata dalla rivista "Sicilia"
edita nel giugno del 1957
"Dalla terrazza del Molino a Vento - si legge nella Guida Rossa "Sicilia" pubblicata nel 1953 dal TCI - bella vista sul mare e una vasta estensione di spiaggia, che verso Sud Est, oltre in fiume Gela, si vede fasciata da un vasto bosco di eucalipti ( Foresta Calvario ), per una superficie di 200 ettari, dove l'Azienda Foreste Demaniali ha istituito la Colonia Antonietta Aldisio e con il 1953 funzionerà un villaggio turistico a carattere internazionale...
Si ritorna alla piazza Umberto I, dalla quale a destra, per la via Navarra Bresmes, si scende alla spiaggia, donde avanza un lungo pontile; sulla destra, si estende il Lido, con una vasta fascia di morbida rena, dotato di uno stabilimento e di circa 200 cabine..."



domenica 26 maggio 2019

FENOMENOLOGIA DEL TRAFFICO DI PALERMO

Traffico a Palermo.
Le fotografie  riproposte da ReportageSicilia
sono tratte da "Mediterraneo",
rivista edita nel marzo del 1973
dalla Camera di Commercio di Palermo
Poco dopo mezzogiorno, all'angolo fra la via Roma e la via Cavour gli sguardi pressanti degli automobilisti sono puntati sul semaforo.
Da una parte non è ancora comparso il verde che già le prime avanguardie di auto e scooter cominciano ad invadere le strisce pedonali, provocando il fuggi fuggi di un gruppo di pedoni. 
Nel frattempo, il fronte avverso di guidatori cerca di sfruttare gli ultimi secondi di marcia concessi dal giallo, occupando l'incrocio senza alcuna logica speranza di poterlo liberare prima dell'arrivo del rosso.
L'epilogo è scontato.
Dal groviglio di auto si leva un isterico concerto di clacson, il cui unico utile scopo è quello coprire un coro di imprecazioni e bestemmie: tutti se la prendono con tutti.
All'angolo di un marciapiede intanto, un divertito gruppo di turisti tedeschi riprende con la scena con i telefonini: un souvenir di Palermo destinato a consolidarne la fama di città dove la guida di un veicolo comporta al forestiero gli stessi rischi procurati da una solitaria passeggiata notturna in una foresta tropicale.
Il caos del traffico cittadino è così la perfetta metafora dell'incapacità  palermitana di vivere in un sistema ordinato e condiviso di regole civiche, nel quale l'individualismo del singolo prevale sugli interessi comuni e dove la prepotenza soffoca le logiche del beneficio collettivo. 



Il fenomeno è stato oggetto dell'analisi di Roberto Alajmo, che ne ha fatto motivo di suggerimenti per il viaggiatore ed il turista che  visitano Palermo:

"La fenomenologia del traffico nella Città - avverte in "Palermo è una cipolla" ( Editori Laterza, 2005 ) - meriterebbe una trattazione a parte.
Come viaggiatore informato dei fatti ne avrai sentito parlare e non sarebbe onesto né utile tenerti nascosta la verità.
Un solo avvertimento: se mai deciderai di uscire dall'albergo non lo fare, per favore, nelle ore di punta, quando il traffico raggiunge l'apice dell'esasperazione.
Soprattutto mai di sabato e mai di domenica.
Se ancora è accettabile l'imbottigliamento feriale, quello festivo è irritante per motivi proprio filosofici.
Ci si immagina che dal lunedì al venerdì tutti questi automobilisti vadano da qualche altra parte per ragioni di lavoro e che dunque siano obbligati a farlo.
Ma nei fine settimana dove vanno?
E ovunque vadano, perché ci vanno in macchina?
E soprattutto: perché con le loro macchine impediscono alla mia di avanzare rapidamente?"
  


mercoledì 22 maggio 2019

L'ARCHITETTURA DEL SALE DEL BAGLIO CALCARA

Fotografie
Ernesto Oliva-ReportageSicilia

"Aggregato rurale a servizio di un ben determinato tipo di economia capitalistico - ha scritto Giuseppe Oddo in "Bagli e masserie di Sicilia", Regione Siciliana, volume I, 2001 - il baglio del trapanese si è affermato a cominciare dal Seicento, quale elemento trainante nell'urbanizzazione a case sparse.



Consiste in una grande costruzione di forma quadrangolare che, al suo interno, racchiude un vasto cortile a cielo aperto ( bagghiu ) attorno al quale si dispongono gli edifici funzionali alla conduzione dell'azienda ( stalle, fienili, magazzini, torchi, panetteria, dispensa, dormitoi ) e, in posizione di preminenza, la villa padronale.
Spesso vi è annessa una cappella"



La descrizione di Giuseppe Oddo illustra perfettamente uno dei bagli trapanesi più suggestivi e facilmente accessibili grazie ai volontari del WWF: il Baglio Calcara, ubicato all'interno della Riserva delle Saline di Trapani e Paceco-Nubia.
Il suo nome trae origine dagli argini delle saline circostanti, costruiti con cantoni di calcare e tuttora perfettamente adeguati alla loro funzione.




L'edificio - la cui funzione era strettamente legata alla produzione ed alla lavorazione del sale -  ha un impianto che potrebbe risalire al secolo XVI: il suo cuore è il frantoio, sistemato sul tetto a terrazza, all'interno di una torre in muratura.
Grazie ad una ruota dentata in legno, il movimento delle pale del mulino di tipo olandese assicurava la triturazione e l'affinamento del sale grezzo.



Il Baglio Calcara - con i suoi ambienti di servizio, le stalle ed i magazzini per il deposito degli strumenti e dei materiali dei salinai - rappresenta oggi un magnifico esempio di architettura produttiva pre-industriale nella Sicilia occidentale: il segno dell'incontro fra una secolare attività sul territorio degli uomini e le prime applicazioni tecnologiche a supporto di antichi saperi lavorativi. 







lunedì 20 maggio 2019

I LINGUACCIUTI MESSINESI DAL DOLCE ACCENTO DI CAMILLA CEDERNA

Festeggiamenti nel giorno dell'Assunta a Messina.
La fotografia è di Alfredo Camisa
e venne pubblicata nel 1960
dall'opera "Lo Stretto di Messina e le Eolie",
pubblicata da L'Editrice dell'Automobile


"Sono così arrivata all'ultima tappa del mio giro in Sicilia - scrisse la giornalista milanese Camilla Cederna in "Signore & Signori", edito da Longanesi nel 1966 - e vado verso Messina, i cui abitanti, mi dicono, sono linguacciuti come Ulisse e hanno il più dolce accento dell'isola..."

mercoledì 15 maggio 2019

RELIGIOSITA' DEI SICILIANI NELL'OPINIONE DI ALCUNI VIAGGIATORI INGLESI

Venditori di statue e immagini sacre
a Caltanissetta.
Fotografie di Ernesto Oliva-ReportageSicilia
"Il clero che nelle aspettative degli Inglesi dovrebbe essere, insieme alla nobiltà, depositario della cultura - ha scritto Maria Carla Martino in "Viaggiatori inglesi in Sicilia nella prima metà dell'Ottocento", Edizioni Ristampe Siciliane, 1977 - è continuamente accusato di rozzezza ed ignoranza; pochi abati colti e illuminati fanno eccezione alla regola.
La religione cattolica, comunemente indicata come 'superstition' dai viaggiatori, viene fatta oggetto di violente e frequenti critiche e ad essa vien fatto risalire lo stato di arretratezza in cui si trova il popolo siciliano...
Talvolta gli Inglesi si compiacciono di rilevare i rapporti di derivazione che, a loro avviso, esistono tra credenze e feste cattoliche e la mentalità ed i riti pagani.
Così John Butler, marchese di Ormonde, vede nelle suore le moderne vestali; i santi altro non sarebbero, se non gli antichi semidei; e viene rilevato persino che la tonsura dei preti ha precedenti tra i sacerdoti di Isis.



Per i viaggiatori l'esagerato culto delle immagini merita il nome di idolatria...
E W.H.Bartlett, a proposito di una festa religiosa alla quale assiste nel 1852 a Giardini, dopo avere descritto l'allegria generale conclude:

'Tutto questo si potrà ben chiamare pigrizia e superstizione; ma c'è da chiedersi se il popolo, con le sue feste sacre e con i suoi innocui divertimenti, non conduca una vita assai più felice di quella della nostra popolazione, sommersa dal lavoro ed eccitata dal gin'..."



venerdì 10 maggio 2019

UN PROVERBIALE MODO DI NAVIGARE LUNGO LA COSTA DI CEFALU'

Il vecchio porto di Cefalù negli anni Cinquanta.
La fotografia è tratta da una pubblicazione
dell'Ente Provinciale per il Turismo di Palermo
edita dopo il 1951
"Iri terra terra, comu la varca di Cefalù"
Si dice di chi si accontenta di poco, ma un tempo aveva un significato letterale: le barche di Cefalù per entrare ad una certa ora nel porto, durante la festa del patrono della città - San Salvatore - bordeggiavano lungo la spiaggia, "terra terra", appunto.
L'espressione venne ricordata nel 1957 da Calogero Di Mino in "Miti e leggende, usanze, proverbi e canti della marina di Sicilia", in "Etnografia e Folklore del mare" ( Napoli ), ed oggi è quasi del tutto dimenticata anche fra una buona parte dei cefaludesi.
La frase, così, ricorda il periodo remoto in cui le pratiche marinare dei paesi costieri siciliani finivano con lasciare traccia nel comune riferire di fatti e abitudini locali.
Tempi in cui i modi dire, i proverbi e le credenze costruite sull'arte della navigazione e della pesca costituivano - ricordava il compianto Sebastiano Tusa nel 2009 - "il corollario sovrastrutturale che ci fa percepire la ricchezza e la complessità di una civiltà che affonda le sue radici remote in un passato millenario che travalica anche la storia scritta" 

lunedì 6 maggio 2019

DONNE DI STROMBOLI SULLA SOGLIA DI CASA

Donne sedute dinanzi al mare di Stromboli,
opera citata
La fotografia riproposta da ReportageSicilia venne pubblicata nel dicembre del 1956 dalla rivista "Sicilia", edita da Flaccovio S.F. Editore per conto della "Regione Siciliana Servizio Turismo".
L'immagine - attribuita ad "Assessorato Turismo" - ritrae lo scorcio del mare di Stromboli dalla soglia di un'abitazione dell'abitato di San Bartolomeo; poco al largo si erge lo scoglio di Strombolicchio, cui si accede attraverso una ripida scalinata.
Cinque anni prima della pubblicazione di questa fotografia, Fosco Maraini aveva così descritto il carattere di Stromboli, sottolineando lo stretto rapporto fra i suoi pochi abitanti - erano gli anni dell'emigrazione verso le Americhe e l'Australia - ed il cuore vulcanico dell'isola:

"In una valle infernale poco sotto la sua vetta, fra due creste taglienti di roccia dette Filo di Baraona e Filo del Fuoco - si legge in "Volto delle Eolie", edito nel 1951 da S.F.Flaccovio Editore - l'isola geme, scoppia, sussulta, fischia e lancia brandelli di lava fiammeggiante al cielo; a volte la lava cade fino in mare, allora l'acqua bolle ed ai nuvoloni del fumo si uniscono i pennacchi del vapore.
Il nero di Stromboli è profondo, desolato, quasi sontuoso talvolta: specialmente la sera con le nuvole color rosa e madreperla.
Per contrasto ogni casa è bianca, bianchissima.
L'architettura è la stessa di quella delle case di Panarea, ma l'insieme, non so come, è triste.
Viene da pensare a degli ossi: ossi fra i tizzoni smisurati di pietra.
E poi l'isola va lentamente ma sicuramente spopolandosi.
Dalle parecchie migliaia di abitanti di alcuni anni fa si è scesi alle poche centinaia di oggi.
Intere borgate sono deserte; ogni casa appartiene a qualcuno che sta in Australia od in America e che forse ha dimenticato questa proprietà sulla terra riarsa dell'isola...
Il dramma tellurico di Stromboli non è solo boati e fiamma ossidrica, è qualcosa di umano; gli uomini, le loro case, le loro vicende sono legate indissolubilmente ai vecchi carboni neri del monte..."  
 


domenica 5 maggio 2019

ERACLEA MINOA E LA PERDUTA SPIAGGIA DI ITALIA-GERMANIA

Le conseguenze dell'erosione costiera
ad Eraclea Minoa, nell'agrigentino.
Fotografie ReportageSicilia
I cinquantenni del luogo ricordano ancora le decine di rivincite messicane di Italia-Germania che, ogni estate, accompagnavano la vita di spiaggia: undici italiani - prevalentemente agrigentini autoctoni - contro un'occasionale selezione di undici turisti tedeschi che dagli anni Settanta avevano fatto di Eraclea Minoa una colonia per le vacanze nel profondo Sud d'Europa.
Dietro la lunghissima spiaggia di sabbia fine e bianca, oltre un susseguirsi di dune africane, l'ombra era assicurata da una fitta pineta frequentata dalle volpi e da altri animali del sottobosco.



Quella che ancora nel 1984 Matteo Collura potè ancora descrivere come "una spiaggia che si estende, larga, a perdita d'occhio e che in estate può essere meta di una suggestiva vacanza sul mare" ( "Sicilia sconosciuta, cento itinerari insoliti e curiosi", Rizzoli ) oggi non esiste quasi più.
Mese dopo mese - da una ventina d'anni ormai - le mareggiate stanno erodendo una ridotta porzione di spiaggia e di pineta.
Lo spettacolo è di una dolorosa tristezza, perché Eraclea Minoa costituiva uno di quei luoghi costieri della Sicilia che erano sopravvissuti all'assalto dell'edilizia residenziale e degli insediamenti industriali.
Qui, l'Isola offriva scorci di una natura pienamente padrona del territorio ( anche per questo la spiaggia era frequentata da gruppi di nudisti ), con un mare dalle tonalità di un azzurro intenso e cangiante.



Sembra che l'irreversibile fenomeno dell'erosione - presente in molti altri tratti del litorale agrigentino - sia stato aggravato qualche anno fa dalla costruzione di un porticciolo turistico a Siculiana.
Per il mutato gioco delle correnti, la sabbia di Eraclea Minoa si sarebbe accumulata proprio nella nuova area portuale, sino al punto da renderla inutilizzabile.
Ora si cercano rimedi ad un disastro che potrà essere sanato solo in parte, tanto grave è lo stato di degrado provocato da anni di supina accettazione del dissesto. 
Nel maggio dello scorso anno, la Regione Siciliana ha finanziato un progetto da 4 milioni di euro. 


L'intervento prevede la costruzione di tre pannelli trasversali lungo l'arco della spiaggia e la ricollocazione ad Eraclea Minoa della sabbia finita all'interno del porto di Siculiana
I tempi della burocrazia hanno però fino ad oggi fatto tardare l'avvio dei lavori.
Nel frattempo, le mareggiate continuano ad ingoiare metri di spiaggia e ad abbattere gli ultimi alberi della pineta dove un tempo italiani e tedeschi, dopo le sfide calcistiche sulla sabbia, trovavano il comune conforto dell'ombra.

IL GOMITO SICILIANO DI GIACOMO DI GIROLAMO


"La vera razza in estinzione, qui, nel gomito di Sicilia, sono i quarantenni, i trentenni, i ventenni.
Non li vedi più, non ci sono.
Te ne accorgi in due momenti: a Natale, e d'estate, soprattutto d'estate ( le vacanze di Natale durano troppo poco, la famiglia ti inghiotte nei suoi riti ) quando a un certo punto le nostre strade si popolano di persone strane, che non sono turisti, ma è come se lo fossero, che hanno un doppio passo, uno malfermo e uno sicuro, confidenza con alcuni posti e un certo senso di estraneità: sono loro, quelli che se ne sono andati, gli universitari, o quelli che hanno trovato al Nord un lavoro, messo su famiglia.
Tornano per l'estate, come te, sorella mia, o per le ferie, e d'improvviso come una fata Morgana, mentre li vedi affollare le spiagge, il corso, i locali, hai tutto d'un colpo una visione che ti lascia senza fiato.
Come sarebbe questa terra se fossero rimasti, quante potenzialità, quante cose avremmo potuto fare insieme.
E invece loro sono i fortunati che se ne sono andati, noi quelli che restano, e abbiamo un fardello in più da sopportare, quello del resoconto, rispondere ai che si dice, come va, cumpà, che novità ci sono a Marsala/Trapani/Mazara, come sta tizio, caio, la sorella di, il cugino di, fare una sorta di repertorio, e poi cadere nel solito vortice, cumpà, qui è bello, però, sapessi, dove sto io: gli asili aperti fino a tarda sera, il tempo pieno a scuola per i figli, una visita specialistica prenotata in una settimana, all'università hanno il tutor, cumpà, e le mostre e i concerti, minchia cumpà, cose che non possono sapere quelli che restano, baci, certo che poi rivediamo..."

Giacomo Di Girolamo
"Gomito di Sicilia"
Editori Laterza, 2019
125 pagine, 13 euro

IL VIALE DELLA LIBERTA' CHE UNISCE PALERMO E LISBONA

Fotografie
ReportageSicilia
"L'asse rettilineo di via Libertà, lo stesso programmato dal Governo Rivoluzionario del 1848 - ha scritto Antonietta Jolanda Lima in "Storia dell'urbanistica 2/3, Palermo: Via Libertà 1848/1851", Edizioni Kappa, 1982 - si concluderà, nei primi decenni del Novecento, nell'emiciclo della piazza Vittorio Veneto.
Il riferimento nel panorama europeo va alla Avenida de Libertade di Lisbona realizzata nel 1882, non solo per la analogia del suo toponimo ma essenzialmente per gli elementi che la caratterizzano; larga 90 metri, lunga 1,5 km, piantumata a platani, termina anch'essa nella monumentale Praca Marques de Pombal, 'la Rotunda', alle cui spalle si estende il Parque Eduardo VII"



mercoledì 1 maggio 2019

RENATO GUTTUSO ALLA VUCCIRIA IN UN FOTOREPORTAGE DI ANSELMO CALACIURA

Renato Guttuso alla Vucciria.
L'artista aveva da poco completato
l'omonima opera pittorica dedicata
allo storico mercato di Palermo.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
furono scattate da Anselmo Calaciura, opera citata
Renato Guttuso eseguì la "Vucciria" nell'autunno del 1974 nel suo studio lombardo di Velate, dopo un lungo lavoro di documentazione sul campo.
L'artista di Bagheria, pur conoscendo molto bene gli scorci ed i personaggi del mercato, preparò la sua opera sulla base di centinaia di fotografie da lui stesso scattate nel dicembre del 1973.
Tre anni dopo, il quadro fu pronto per essere donato dall'Università degli Studi di Palermo




Nel frattempo, Guttuso ebbe modo di ritornare spesso alla Vucciria, sotto l'ala protettrice di Isidoro Canfarotta, "storico frequentatore della Vucciria - ha scritto Fabio Carapezza Guttuso - e conoscitore dei suoi più reconditi segreti e codici di comportamento".




Fu in occasione di uno di questi ritorni tra i vicoli e la piazza del mercato palermitano che Guttuso si sottopose ad un reportage fotografico per la rivista "La Gazzetta della Fotografia", edita dalla ditta Angelo Randazzo SPA.
Autore degli scatti fu Anselmo Calaciura, scrittore, giornalista ( prima al "Giornale di Sicilia" e poi, da direttore, all'"L'Ora" ) e lui stesso valente fotoreporter.




Le immagini furono pubblicate nel febbraio del 1976, quando la  "Vucciria" di Guttuso poteva dirsi completata, con un breve testo di presentazione del giornalista del "Giornale di Sicilia" Giuseppe Servello.
Riproponiamo quella cronaca e le fotografie di Calaciura, per sopperire alle difficoltà di ricerca di quella rivista palermitana. 

"A Palermo la stagione invernale è fatta di lunghe piogge, rare sono le giornate di fredda tramontana.
Se Mallarmé fosse venuto ad insegnare inglese da queste parti invece che in Provenza, avrebbe egualmente scritto quel bellissimo verso che dice:

'L'hiver, saison de l'art serein, l'hiver lucide'

Ma l'inverno palermitano molto spesso porta in dono giornate di sole pieno, ed allora è lucido e sereno come una mattina di aprile.
In un giorno di queste incoronazioni solari accadde di ritrovarci in tre per un servizio giornalistico, un modo di definizione tecnica che prevede un tema generico e non gli esiti imprevisti.
Il protagonista dell'incontro era Renato Guttuso, ad Anselmo Calaciura spettava la parte di reporter fotografico, a me quella di raccontare le ragioni di un'insolita passeggiata in uno dei quartieri più popolari di Palermo, la Vucciria.




Guttuso aveva dipinto il grande quadro che porta appunto il titolo di 'Vucciria' e camminando con noi fra i vicoli del mercato avrebbe dovuto dire le ragioni che lo avevano spinto a dipingerlo.
Per quegli esiti imprevedibili di tutti, o quasi, i servizi giornalistici avvenne che la passeggiata si trasformasse in un'operazione di regia piuttosto che in una vera e propria intervista.
Del resto era logico.
Guttuso è attore e strappa le immagini prima ancora delle parole.
Anzi, alle parole si prestava un pò pigramente e i suoi spessori di colore si traducevano con più immediatezza sul negativo della pellicola e di meno sullo schermo della memoria.
Non credo che a Calaciura sia stato difficile muoverlo in mezzo a quella confusione di voci, di suoni e di caleidoscopiche merci.
Il protagonista accettava i suggerimenti e poi recitava a braccio, come se seguisse le cadenze di un concordato copione.
La macchina fotografica lo fermava nei momenti culminanti, quando era sulla cima di una fase del discorso.
Poi lo inseguiva davanti ad una macelleria oppure a fianco dei banconi dove i pesci e le olive formavano surreali architetture.
In questa rapida corsa attraverso il mondo della 'Vucciria' non ci sono stati impacci e resistenze.




Calaciura si preoccupava che nell'economia delle composizioni qualcosa potesse sfuggirgli.
Cambiava obiettivi, macchine, modi di angolazione.
Scartocciava pellicole e manovrava tra la folla.
Qualcuno riconosceva il personaggio ma non dava fastidio; anzi, si metteva da canto e favoriva la rapida regia.
E dopo un'ora tutto era finito.
Adesso le immagini fotografiche sono qui, sotto gli occhi di tutti.
Non tutte, naturalmente.
Sono state scelte, per questa rivista, solo quelle che in sintesi potevano dare un effetto di racconto logico e conseguente; le altre si sono dovute accantonare.
Ed è un peccato, perché anche dietro le variazioni di ognuna di esse c'erano particolari da non perdere.
Ma il gusto della vita rumorosa di un crocicchio vitale di Palermo non si è perduto e, senza presunzione, rimane sulla retina a fianco della 'Vucciria' di Guttuso" 



PORTELLA DELLA GINESTRA, L'INUTILE ATTESA DELLA VERITA'

Manifestazione di Danilo Dolci per il ventennale
della strage di Portella della Ginestra dinanzi Montecitorio.
La fotografia è tratta dall'opera
"Mafia, ieri e oggi" di Enza Berardi,
edita nel 1976 da Paravia
Il 1 maggio del 1947 a Portella della Ginestra si consumò un eccidio di contadini e braccianti che viene considerato da molti storici come la prima "strage di Stato" dell'Italia repubblicana.
Ancor oggi, non è noto il contenuto di alcuni atti giudiziari che dovrebbero essere conservati negli archivi del Tribunale di Palermo: documenti relativi al ruolo nella feroce sparatoria di alcuni capimafia del palermitano e alle ultime dichiarazioni rese da Gaspare Pisciotta prima del suo avvelenamento.
Malgrado gli appelli per la verità rivolti alla stessa Presidenza della Repubblica, storici e familiari delle vittime di Portella della Ginestra non hanno mai ottenuto risposte sul reali mandanti dell'eccidio.  
La sparatoria iniziata verso le 10.30 durò poco più di dieci minuti e, come si legge in "Mafia e banditismo nella Sicilia del dopoguerra. La sentenza del processo di Viterbo per i fatti di Portella della Ginestra", a cura di Francesco Petrotta, La Zisa, Palermo, ( 2003 ):

"Finiti gli spari, a gran voce, ognuno chiamò i propri congiunti ed insieme od anche isolatamente, si avviarono per far ritorno al proprio paese, utilizzando, a tale scopo, ogni mezzo.
I feriti furono raccolti e con carri, carretti, biciclette, quadrupedi, furono accompagnati a Piana degli Albanesi o a San Giuseppe Jato, donde furono avviati verso Palermo per farli ricoverare negli ospedali della città.
Il bilancio di quella giornata, che doveva essere di festa, fu il seguente: undici i morti trovati sul terreno, ventisette i feriti più o meno gravemente"


Ricorda lo stesso Francesco Petrotta, in "La strage e i depistaggi, il castello d'ombre su Portella della Ginestra", Ediesse,  ( 2009 ) che:

"Persero la vita Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Vito Allotta, Serafino Lascari, Francesco Vicari, Vincenza La Fata, Giovanni Grifò, Giuseppe Di Maggio, Castrenze Intravaia e Filippo Di Salvo, mentre rimasero feriti da colpi di arma da fuoco Giorgio Caldarella, Giorgio Mileto, Antonino Palumbo, Salvatore Invernale, Francesco La Puma, Damiano Petta, Salvatore Caruso, Giuseppe Muscarello, Eleonora Moschetto, Salvatore Marino, Alfonso Di Corrado, Giuseppe Fratello, Pietro Schirò, Provvidenza Greco, Cristina La Rocca, Marco Italiano, Maria Vicari, Salvatore Renna, Maria Calderera, Ettore Fortuna, Vincenza Spina, Giuseppe Parrino, Gaspare Pardo, Antonina Caiola, Castrenze Ricotta, Francesca Di Lorenzo e Gaetano Di Modica.
Ai dati ufficiali, desunti dalle sentenze di Viterbo e Roma, vanno aggiunti la dodicesima vittima Vita Dorangricchia da Piana degli Albanesi, che morì nove mesi dopo il 31 gennaio 1948 in conseguenza del tragico eccidio, e tre feriti: Michelangelo Castagna, Vincenzo Cannavò e Giorgio Bovì, colpito di striscio ad una gamba da un proiettile"