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mercoledì 28 novembre 2018

LA FOTOGRAFIA CHE RACCONTA L'OMICIDIO DEL PROCURATORE SCAGLIONE

Lo scatto che racconta l'omicidio
del procuratore capo a Palermo, Pietro Scaglione,
e l'agente di custodia Antonino Lorusso.
E' la mattina del 5 maggio 1971, in via dei Cipressi.
La fotografia è tratta dall'opera "Sicilia felicissima"
edita nel 1978 da Edizioni Il Punto
La fotografia riproposta da ReportageSicilia ritrae un pezzo di storia palermitana dell'ultimo mezzo secolo: l'assassinio del procuratore capo Pietro Scaglione e dell'agente di custodia Antonino Lorusso, la mattina del 5 maggio del 1971.
Lo scatto di quel duplice omicidio, considerato il primo dei delitti di mafia "eccellenti" per l'alta figura istituzionale di Scaglione, ha la rara dote del racconto: quella capacità cioè di una fotografia di descrivere in un solo fotogramma un'articolazione di situazioni che narrano la trama di un evento.
Guadagnato il balcone al secondo piano di una palazzina in via dei Cipressi - una strada della Palermo più povera e sofferente, delimitata da un vecchio muro oltre il quale si scorge una folta macchia di alberi - il fotografo fissò sulla pellicola la "scena del delitto": nessuna delle 32 persone raffigurate nella pellicola mostrò allora di accorgersi del suo scatto.



A differenza di altre crude immagini di omicidi di mafia di quegli anni, in questa fotografia non compaiono lenzuoli bianchi stesi sui cadaveri, dettagli anatomici delle vittime o chiazze di sangue. 
Lo sguardo si concentra dalla Fiat 1500 scura targata Trieste, con la carrozzeria lucidata a specchio e fori di colpi di arma da fuoco sul parabrezza.
Le ruote anteriori si trovano sopra il marciapiede, segno che Lorusso ha tentato una manovra disperata per evitare il fuoco dei sicari: forse quattro, scesi da una Fiat 850 bianca ed armati di pistole calibro 9 e 38.
La loro azione - avvenuta sotto gli occhi di una statuetta di Santa Rosalia posta in una nicchia di un'edicola votiva - è stata rapida e micidiale. 
Hanno dapprima accostato la 1500 sul lato sinistro, cominciando ad esplodere i primi colpi; poi - secondo un'iniziale ricostruzione dell'agguato - hanno finito di ammazzare i due uomini sparando all'impazzata contro il lunotto posteriore e gli altri finestrini.
Intorno all'abitacolo, a pochi passi dal civico 242 - l'abitazione di Rosa Badalamenti, che dichiarerà di non essersi accorta di quanto accaduto - si muovono quattro investigatori in borghese ed un poliziotto. 



Uno di loro, tenendo le braccia incrociate dietro la schiena, infila quasi la testa all'interno di un finestrino posteriore, per osservare i sedili bordeaux che ospitavano il procuratore Scaglione.
Al centro della strada, altri poliziotti e carabinieri - alcuni dei quali in borghese - sembrano scambiare le prime impressioni sull'agguato.
Fra di loro, ci sono sicuramente dei funzionari che dovranno presto riferire le prime indicazioni sull'accaduto ai loro superiori, a cominciare dalla notizia del recupero di sette bossoli sull'asfalto.
Sembra di riconoscere, tra questi investigatori, il profilo di Giorgio Boris Giuliano, il dirigente della Squadra Mobile che verrà anche lui ucciso dalla mafia nel luglio del 1979
Infine, come in ogni "scena del delitto" palermitana, c'è il pubblico silenzioso dei curiosi e di chi forse ha visto o sentito qualcosa e che non parlerà: persone che allungano lo sguardo oltre la "pantera" del 113 che impedisce loro di avvicinarsi al luogo dell'agguato. 
Con la passare delle ore, in via dei Cipressi gli investigatori raccoglieranno a fatica poche e reticenti indicazioni. 
Un falegname che risulterà essere stato l'uomo che ha avvisato della sparatoria il 113 dirà di avere chiamato solo perché impaurito dai numerosi colpi di arma da fuoco.



Un ragazzino di 14 anni sarà invece protagonista di una testimonianza che per poche ore sembrerà cambiare la prima ricostruzione dell'agguato.
Dirà che a sparare contro l'auto di Scaglione sono state due persone che aspettavano sul marciapiede di via dei Cipressi: la Fiat 850 sarebbe dunque stata solo una vettura di appoggio per i sicari.
Risentito una seconda volta per fornire gli identikit dei due presunti killer, il ragazzino dichiarerà però di essersi inventato tutto. 
Qualcuno, nel frattempo, gli aveva imposto di non parlare più di ciò che aveva visto in quella mattinata di maggio, grigia e ventosa, in cui la mafia aveva appena ucciso per la prima volta a Palermo un alto magistrato.     

lunedì 26 novembre 2018

LA PESCA IN SICILIA DI ENRICO COLOMBOTTO ROSSO


ENRICO COLOMBOTTO ROSSO, "Pesca in Sicilia", 1952

domenica 25 novembre 2018

IMMAGINI DI UN BOMBARDAMENTO A MARINA DI RAGUSA

Effetti di un bombardamento alleato a Marina di Ragusa.
Le fotografie furono realizzate da Angelo Oliva,
forse nella primavera del 1941
"Il 3 gennaio 1941 giunse in Italia il 'X Fliegerkorps' della Luftwaffe, il primo reparto tedesco ad essere dislocato sul territorio nazionale, che con i suoi aerei si affiancò alle squadriglie italiane operanti nel Mediterraneo.
Negli aeroporti siciliani furono collocati 96 bombardieri e 25 caccia.
Il 10 gennaio, quaranta aerei tedeschi effettuarono la prima azione d'attacco nel Mediterraneo contro due navi britanniche: la portaerei 'Illustrious' e l'incrociatore 'Southampton', che subirono gravi danni.



Alcune azioni furono compiute anche sull'isola di Malta, dove vennero presi di mira il porto e gli aeroporti di Luqa e di Hal Far.
La Sicilia, in quei mesi, rappresentava un obiettivo militare strategico delle truppe alleate che, dopo un primo raid aereo compiuto nel luglio del 1940 sull'aeroporto di Catania, nel gennaio del 1941 avevano bombardato nuovamente la città etnea, provocando però pochissimi danni e solo qualche vittima.
La difesa contraerea italiana, varie volte, era riuscita ad abbattere alcuni velivoli dimostrando una forte capacità di reazione.
Durante la primavera del 1941 si registrarono altri bombardamenti su Catania e su alcune città dell'isola: ad essere prese di mira, oltre il capoluogo etneo, furono soprattutto Siracusa, Augusta, Comiso e Licata, dove le bombe provocarono altre vittime tra i civili"


Così il giornalista Ezio Costanzo nel saggio "Sicilia 1943-Breve storia dello sbarco alleato" ( Le Nove Muse Editrice, 2003 ), ha ricostruito le prime fasi del secondo conflitto mondiale nell'Isola.
Le indicazioni di Costanzo ed il riferimento ai bombardamenti alleati nella primavera del 1941 possono forse essere messi in relazione con le fotografie inedite pubblicate da ReportageSicilia.
Le immagini furono scattate da Angelo Oliva, padre dell'autore del blog ed all'epoca ufficiale del Genio Aeronautico in servizio all'aeroporto "Magliocco" di Comiso.
I luoghi ritratti nelle fotografie - come si legge nel loro retro - si collocano a Marina di Ragusa; gli scatti documentano gli effetti di un bombardamento aereo su un gruppo di abitazioni e i rottami di un velivolo tedesco abbattuto dopo un duello aereo.


In un archivio Alinari di fotografie scattate durante quegli anni di guerra si segnala la presenza di alcune immagini realizzate a Marina di Ragusa dopo un bombardamento.
Quegli scatti, che ritraggono un intervento dei vigili del fuoco, sono datati 13 aprile 1941: una data che potrebbe essere la stessa in cui Angelo Oliva realizzò nella borgata ragusana le fotografie pubblicate da ReportageSicilia.  

sabato 24 novembre 2018

IL DECENNALE MIRAGGIO DEL RISANAMENTO PALERMITANO

Sgombero di edilizia fatiscente
nel quartiere palermitano del Papireto.
La fotografia riproposta da ReportageSicilia
venne pubblicata dal settimanale
"Tempo"
il 9 giugno del 1959
Papireto, Capo, Albergheria, via Colonna Rotta... 
Sono le zone di Palermo ai margini delle sedi istituzionali e dei poteri civili, religiosi e giudiziari regionali e cittadini: da palazzo dei Normanni - con la magnificente Cappella Palatina - a palazzo d'Orleans, dalla Cattedrale al palazzo Arcivescovile, dal palazzo di Giustizia alla Legione dei Carabinieri ed alla Questura
In questa vasta area del centro storico si concentra ancor oggi un'edilizia spesso fatiscente, eredità di decenni di scarsi o nulli  interventi abitativi che pesano come un macigno sul raggiungimento di una prospettiva nel frattempo diventata miraggio: il "risanamento" edilizio.
Molti degli abitanti di questi quartieri palermitani vivono in alloggi che necessitano di radicali interventi di ristrutturazione, se non di una vera e propria demolizione e ricostruzione.
L'incompiuto risanamento di una parte del centro storico palermitano ha una storia che prese corso alla fine del secondo conflitto mondiale. 
Le bombe alleate da una parte, e dall'altra le spinte edilizio-mafiose che miravano a promuovere nuove lottizzazione oltre i vecchi quartieri, hanno aggravato col passare dei decenni i guasti da riparare, ed aumentato il numero delle infrastrutture da ricostruire o progettare ex novo.
La fotografia riproposta da ReportageSicilia illustra uno dei molti interventi parziali compiuti nell'area del Papireto alla fine degli anni Cinquanta dello scorso secolo: lo sgombero di un "pozzo" - parola che all'epoca definiva i malsani "bassi" - abitato da decine di persone poi trasferite in alloggi popolari periferici.


L'immagine - una classica fotonotizia - venne pubblicata dal settimanale "Tempo" il 9 giugno del 1959, accompagnata da questa didascalia:

"L'onorevole Ludovico Corrao, assessore ai Lavori Pubblici della Regione, visita uno dei così detti 'pozzi', agglomerati di abitazioni malsane e malsicure al centro di Palermo, nelle vicinanze dei palazzi del Governo e dell'Assemblea regionale.
I 'pozzi' sorgono al di sotto del livello stradale, nelle cantine dei grandi caseggiati demoliti dai bombardamenti.
In queste settimane, i primi nuclei dei senza tetto sono stati sistemati in case popolari"
     

martedì 20 novembre 2018

LE IMPRESSIONI MONREALESI DI ORIO VERGANI

Gruppo di turisti all'interno del chiostro di Monreale.
La fotografia riproposta da ReportageSicilia
è tratta dalla rivista
"il Mediterraneo"
edita dalla Camera di Commercio di Palermo
nel luglio del 1969
Beneficiaria di notorietà internazionale grazie ad una delle chiese più grandiose e significative del secolo XII, Monreale vive questo prestigio con una certa indifferenza. 
Il duomo qui si impone urbanisticamente con la sua mole di severa fortificazione, nascondendo all'interno l'effluvio luccicante dei famosi mosaici.
Lo sguardo dei monrealesi verso l'insigne monumento appare però quasi disinteressato; l'edificio sembra piuttosto appartenere al quotidiano sciame di turisti che vi entrano e vi escono, impugnando il telefonino per gli immancabili autoscatti da inviare subito in mezzo mondo.


Di regola, il viaggiatore che raggiunge Monreale da Palermo - sfidando il traffico di corso Calatafimi - si limita a visitarne solo il complesso architettonico normanno ( oltre al duomo, le sue absidi esterne, le terrazze affacciate su quella che un tempo era la Conca d'oro, il chiostro ); in tre o quattro ore ha concluso il suo tour, ripercorrendo la strada che lo riporterà nel caos palermitano.
Pochissimi prestano attenzione alle altre chiese storiche che arricchiscono il tessuto urbano di Monreale.
Molte, del resto, sono chiuse da anni; una circostanza che denota il disinteresse dei monrealesi verso "l'altro" patrimonio artistico cittadino, quasi schiacciato dalla grandezza del capolavoro normanno. 
Così, in assenza di un vero e proprio centro storico - capace di raccontare la secolare identità locale - Monreale offre un aspetto anonimo e privo di richiami degni della sua preziosa dote architettonica.
Simili impressioni monrealesi furono già espresse in un reportage che il giornalista, scrittore e fotografo Orio Vergani pubblicò il 17 aprile del 1931 sulle colonne del "Corriere della Sera".


Buon conoscitore della Sicilia ( suo il saggio "Colori di Sicilia", edito da ERI nel 1953 ) e abituale frequentatore e collaboratore di Luigi Pirandello ( "un rapporto filiale", secondo lo scrittore Gaetano Afeltra ), Vergani così descrisse il rapporto fra gli abitanti di Monreale e la loro famosa chiesa: 

"Non c'è dunque città più di Monreale disinteressata al suo capolavoro, lasciato da un lato come la corona di una regalità troppo sublime per occuparsene tutti i giorni.
Questo piccolo paese di ortolani e di fruttivendoli vive molto pacificamente affacciato al balcone della Conca d'oro, e, più di Bonanno da Pisa e dei marmorari che scolpirono le varie centinaia di capitelli del chiostro più celebre del mondo, si preoccupa del buon raccolto degli aranci e dei fichidindia.
La vita stessa del paese è deviata da quello che dovrebbe sembrare il suo centro, e il giardinetto a fianco della cattedrale fa da trincea a quella invadente e prodigiosa presenza, e fa sì che in paese si possa campar tranquilli, come nel riparo di un angolo morto.
La colonna dei visitatori non lo tocca nella sua marcia verso la cattedrale.
Viene all'assalto in uno stato di lieve e crescente ebbrezza.
L'ubriacatura comincia subito, sotto questa luce, entro questo splendore eccessivo.


E' naturale che gli abitanti di Monreale si tengano in disparte da tutto questo, per discrezione e per sazietà, tanto da essere più devoti al Cristo di una chiesa fuori mano che non a quello dagli occhi neri e terribili che guarda dalla vela d'oro della cupola estrema della cattedrale.
Qui entrano di domenica, marciando in punta di piedi sui pavimenti levigatissimi, e non si fidano quasi, in tanta pompa, di chiedere le umili grazie per le loro umili pene al ricchissimo Signore normanno del Cielo e della terra.
Gli altri giorni preferiscono raccogliersi in una cappella laterale, quella di San Castrense, sbiancata a calce, con quattro croste bonarie alle pareti.
Qui c'è un'aria di famiglia serena e riposante a lato dei seimila e più metri quadrati di mosaico della basilica regale, e si può pregare e salmodiare in santa pace, mentre, per le navate della chiesa grande, i gruppi di turisti girano col naso in su, salgono gli scalini del santuario, scrutano in ginocchio i bassorilievi d'argento dell'altar maggiore, e, dove possono, toccano con mano la compatta levigatezza del mosaico..."



   

sabato 17 novembre 2018

MODERNITA' E TRADIZIONE DI UN MOTOCARRO SULLE STRADE DELL'ISOLA

Fotografia tratta dalla rivista
"Quattroruote", edita nel giugno del 1960
"Ecco come ha combinato motocarro e carrettino un commerciante siciliano, fedele alle folkloristiche tradizioni della sua isola e amante della indispensabile velocità consentita dal motore"

Questa didascalia illustrò nel giugno del 1960 la fotografia pubblicata dal mensile milanese "Quattroruote", ora riproposta da ReportageSicilia.
La fotonotizia dedicata al motocarro Piaggio decorato in Sicilia come un tradizionale carretto trovò spazio nella pagina in cui si dava conto dell'imminente presentazione negli Stati Uniti della nuova Dodge Chrysler "Valiant" da 101 cavalli.
L'accostamento delle due notizie, forse, non fu casuale: nell'epoca del pieno sviluppo dell'industria automobilistica mondiale - e della vertiginosa diffusione in Italia di automobili e moderni veicoli da lavoro - quel motocarro dipinto restituiva l'immagine di una Sicilia che si affacciava alla nuova era dei trasporti conservando i segni  "folklorici" - secondo l'opinione di "Quattroruote" - dei suoi antichi carretti.
O forse, come ha scritto Antonino Buttitta in "Il carretto racconta"  ( Edizioni Giada, 1982 ), i carrettieri diventati camionisti o conduttori di motofurgoni "hanno cercato significativamente di trasferire sui nuovi mezzi di trasporto il repertorio pittorico dei carretti" per sottolineare, ancora una volta - in piena evoluzione dei trasporti - il proprio prestigio sociale.




mercoledì 14 novembre 2018

LA VERTIGINOSA VISTA DELLA TORRE DELL'IMPISO

La torre dell'Impiso, fra San Vito Lo Capo
e la Riserva dello Zingaro.
La fotografia è di ReportageSicilia
Solidamente radicata su un ripido declivio roccioso, fra palme nane e vegetazione spontanea, la torre dell'Impiso è uno dei luoghi siciliani di più semplice bellezza: la perfetta intromissione di un manufatto antico di 500 anni ai limiti occidentali della riserva trapanese dello Zingaro.
La torre di avvistamento, vertiginosamente affacciata verso l'infinito azzurro del Tirreno, domina un ampio litorale nei secoli scorsi punto di approdo di predatori provenienti dal Mediterraneo centrale.
Le vicende costruttive della torre dell'Impiso sono state ricostruite da Salvatore Mazzarella e Renato Zanca nell'ineguagliato saggio "Il libro delle torri", edito da Sellerio nel 1985.
Si apprende che la scelta del sito di costruzione venne stabilita il 30 aprile del 1594, che quattro mesi dopo il cantiere era già in funzione e che il 19 agosto del 1596 la torre era pienamente operativa.
Munita di artiglieria e presidiata da un caporale, un artigliere ed un soldato, la torre fu munita di un piccolo mulino per la produzione di pane, di un ampio camino e di una spettacolare terrazza per il controllo del via vai delle imbarcazioni.
Sembra che in un paio di occasioni - agli inizi del secolo XVIII - i fulmini abbiano colpito la torre, danneggiandola parzialmente.

La torre dell'Impiso - la quinta costruzione
a partire da sinistra - in una cartografia tratta
dall'opera
"Erice oggi Monte San Giuliano in Sicilia"
di Vito Castronovo ( 1872 ) 

Dopo quasi un secolo di completo abbandono e di utilizzo come ricovero di pecore ed altri animali domestici, la costruzione è stata restaurata, tornando al suo aspetto originario di torre ben articolata e dalle eleganti forme architettoniche.
Un'escursione sino a questa torre - raggiungibile attraverso la strada che da San Vito Lo Capo conduce sono all'ingresso della Riserva dello Zingaro - permette di godere di uno dei luoghi più suggestivi ed ancora integri lungo le coste della Sicilia.

martedì 13 novembre 2018

LA TECNICA AGRICOLA DEI "SALINARI" TRAPANESI

"Salinari" trapanesi al lavoro.
La fotografia riproposta da ReportageSicilia
è tratta dall'opera
"Italia Nostra", volume 4,
edita nel 1965 da Federico Motta Editore 
Quello delle saline di Trapani è uno dei paesaggi siciliani più noti e raccontati della Sicilia.
Il merito di tale fama è giustificato dall'indubbia suggestione dei luoghi e dalla storia secolare di quel paesaggio, frutto di un sapiente ed oculato sfruttamento umano del territorio.
Pietrangelo Buttafuoco ha ben descritto nel 2017 quel singolare ambiente trapanese ed il lavoro svolto dai "salinari", più agricoltori che uomini di mare:

"Lo Stagnone è un feudo di terra concesso in usufrutto al mare.
E' sbagliato, infatti, dire 'estrazione' riguardo al sale.
Questo frutto, più correttamente, si coglie.
E tutta la fatica è in realtà uno scambio di ruoli tra le onde e le zolle.


Nelle vasche dei salinari, quel prezioso raccolto che dà sapore e sapienza si coltiva e non è una cosa da andare a strappare a un filone di miniera...
La tecnica - quello zappare - è tutta agricola, giammai marinara...
E gli stessi strumenti dei salinari - osservateli attentamente - sono come quelli della campagna.
Hanno vanghe da far sprofondare con la forza del piede.
Quel poco di mare, recintato nelle chiuse, se ne va via intanto col sole e con il vento forte e caldo mentre il coltivare dei salinari indugia nella pazienza, nel metodo e nella speranza del bel tempo.
Il sale è messo a dimora in cumuli alti tre metri e lunghi fino a dieci.


Sono ricoperti di tegole in terracotta collocate a forma di tetto a scongiurare la stagione della pioggia, quando una sola goccia basterebbe a far svanire tutto quel granaio di nitore e i mucchi, inquadrati in un ordine tutto razionale, sembrano dei silos di semenze collocati accanto alle vasche.
La sovrapposizione di terra e mare proclama l'inversione d'orizzonte e i cumuli, allora, diventano come vivai.
Serre dove la modernità - è già successo nelle campagne - ha portato l'orrida plastica dei cesti in sostituzione del vimine ma che il lavoro dell'uomo innesta nel rito eterno: il sudore..."




giovedì 8 novembre 2018

LA VENDITRICE DI FRUTTA DI MIGNECO


GIUSEPPE MIGNECO, "Venditrice di frutta", ( particolare )

LA ROCCA FORTIFICATA DI GAGLIANO CASTELFERRATO

Uno scorcio del castello di Gagliano Castelferrato,
singolare rocca fortificata nell'ennese.
Le fotografie sono di ReportageSicilia
Isola di un numero imprecisabile di castelli, la Sicilia.
Qui, il susseguirsi delle diverse dominazioni ha generato fortilizi di diversa datazione e nei quali è spesso riconoscibile una variabile e complessa stratificazione architettonica, dall'epoca fenicia a quella borbonica.
Non pochi sono poi i castelli dei quali rimangono pochissimi resti edilizi o semplici citazioni letterarie di storici e viaggiatori dei secoli passati: quei ruderi e quelle notazioni ricordano le tante battaglie combattute nei secoli per il controllo di pezzi della Sicilia.





Uno dei più singolari castelli ci sembra essere quello, nell'ennese, di Gagliano Castelferrato: simile per certe sue caratteristiche a quello di Sperlinga, ma ancora meno conosciuto e visitato.
Costruito in perfetta simbiosi con l'ambiente naturale - tre concatenate e frastagliate rupi incombenti sul quartiere della Chiesa Madre - il castello ha più l'aspetto di una rocca fortificata.
L'intero complesso è un perfetto incastro di opera edilizia - muraglioni, intagli nelle roccia, vasti ipogei - e azione millenaria di una natura che ha modellato pinnacoli rocciosi e lisce pareti a strapiombo.






"Come nel caso di Sperlinga - ha scritto Ferdinando Maurici in "Castelli medievali in Sicilia" ( Sellerio editore Palermo, 1992 ) - anche per il castello di Gagliano non è possibile proporre una cronologia attendibile.
Le parti in muratura superstiti non presentano elementi architettonici particolari o tipici e per gli ipogei si pongono i problemi di tutti i siti rupestri con caratteristiche in qualche modo analoghe.
E' però ipotizzabile che il complesso venisse realizzato in tempi e fasi differenti e che l'edificio rettangolare costruito nella spaccatura fra le rupi ed il muro che delimita il cortile siano successivi agli ambienti ipogeici.






Per questi ultimi è tentazione fortissima una collocazione cronologica in età bizantina: ancora una volta, però, solo una migliore conoscenza complessiva del trogloditismo medievale siciliano potrà rafforzare con elementi più solidi questa che necessariamente resta solo un'impressione ed un'ipotesi di lavoro"

Da anni, il complesso fortificato di Gagliano Castelferrato  attende un pieno recupero strutturale ( con una spesa stimata in una decina di milioni di euro ), utile anche ad accrescere la sua fruizione turistica e l'eventuale utilizzo per eventi culturali.
Il Comune ha acquistato in passato l'immobile dagli ultimi proprietari e realizzato mirati interventi di ristrutturazione: una nuova scalinata d'accesso, il consolidamento di alcuni ambienti di servizio e di una parte delle mura esterne.
Resta aperto il nodo del completo restauro, della pulizia interna dalla vegetazione infestante e dello studio e della messa in sicurezza delle numerose cisterne e degli ambienti sotterranei dell'area fortificata.






All'interno di questo singolare castello - un tempo soppalcato con strutture lignee - resistono ancora poche mattonelle maiolicate ed i segni di un utilizzo residenziale strettamente connesso a quello militare.
Non è escluso che gli eventuali interventi di restauro possano restituire qualche traccia architettonica di pregio, testimonianza della secolare vita in questa rocca fortificata.
Di certo, prima dell'acquisto da parte del Comune, sono scomparse alcune opere di scultura: fra queste, un'elegante testa leonina finita in chissà quale salotto di promotori dell'antiquariato clandestino.



      
  

mercoledì 7 novembre 2018

UN INGANNEVOLE SCAMBIO DEI SANTI A SALEMI

La chiesa del Collegio dei Gesuiti a Salemi.
La fotografia è di ReportageSicilia
Nel racconto "La rimozione" ( in "Il mare colore del vino", Einaudi, 1973 ), Leonardo Sciascia si divertì ad accostare la fine del culto staliniano del militante comunista Michele Tricò al "declassamento" di una santa Filomena: la protettrice di un paese siciliano la cui reale esistenza terrena - dopo secoli di culto - viene a sorpresa smentita da un vescovo.
Il riferimento al racconto di Sciascia risulta inevitabile dinanzi ad una reale vicenda ambientata qualche anno fa a Salemi, la cittadina trapanese che vantava un tempo una sessantina di edifici religiosi. 
Qui accadde che la venerata statua di sant'Antonio custodita all'interno dell'omonima vecchia chiesa rovinata nel 1560 e nel 1920, venisse sostituita - per errore o per taciuta necessità del parroco - con un simulacro di san Benedetto trovato a Partanna.
Per decenni quindi i salemitani rivolsero le loro preghiere ad un sant'Antonio sbagliato.
L'equivoco sarebbe venuto fuori solo dopo il terremoto che colpì il Belice nel gennaio del 1968
Gli arredi della chiesa furono trasferiti in un deposito; a distanza di anni, il loro recupero fu accompagnato da una più attenta identificazione della statua, che fu appunto riconosciuta come quella di un san Benedetto.  
Oggi a Salemi pochi ricordano la storia delle statue protagoniste dell'errore: qualche anziano ed i cultori delle vicende locali, in un paese dove i pochi giovani affidano il proprio futuro non ai santi ma all'emigrazione.

domenica 4 novembre 2018

LA PALERMO CAPITALE DELL'AUTOMOBILE D'INIZIO NOVECENTO


"Fin dall'inizio dell'automobilismo nostro, Palermo e Torino precedettero dandosi la mano, fiere di trovarsi alla testa di un movimento che ha messo in azione le più feconde energie di tutta Italia"


Era il 1952 quando Carlo Biscaretti di Ruffia, fondatore del museo torinese dell'automobile, accostò Palermo a Torino - la città della Fiat - nel ruolo di protagonista della diffusione dell'automobile in Italia.
Il riconoscimento di Biscaretti di Ruffia a Palermo si lega soprattutto alla diffusione degli sport motoristici - e dell'automobile in particolare - che in città ebbe luogo grazie a Vincenzo Florio ( destinatario, ad appena 15 anni, di un triciclo-automobile De Dion-Bouton da parte del fratello Ignazio ).



Il fondatore della Targa - "Enzo Ferrari ha fatto di Maranello un luogo universale. Così Vincenzo Florio con Palermo", ha scritto in questi giorni la rivista "Ruoteclassiche" - finì con l'imporre fra la borghesia e l'aristocrazia cittadina la diffusione delle vetture a scoppio, come segno irrinunciabile di un ribadito status sociale.
Così, la Palermo dei primi due decenni del Novecento si distinse per la presenza di autovetture prestigiose, degne oggi della considerazione dei maggiori collezionisti di vetture veteran
Una di queste, fu la Isotta Fraschini di Salvatore e Carmela Giaconia, ritratta nella fotografia riproposta da ReportageSicilia ed esposta a Palermo all'interno della villa Baucina-Pottino, in via Notarbartolo.



La moda per l'automobile di quel periodo palermitano venne così descritta nel 1966 da Mario Taccari, in "Palermo l'altro ieri" ( S.F.Flaccovio, Palermo ):

"Con la 'Targa' esplode a Palermo, in gara con poche, pochissime altre città al mondo, l'automobilismo sportivo.
Su questo punto non si stenta a fissare la data d'origine di uno dei più legittimi motivi di orgoglio dei palermitani.
Molto meno facile dare un nome a chi fu il primissimo a percorrere con l'auto a ruote gommate - l'incredibile carrozza semovente, sconvolgente meraviglia della tecnica dei trasporti - la via 'marmorea', nata per le portantine, come una 'rambla' del tempo di Filippo V e del cardinale Alberoni.



Più d'uno ci ha provato ma, quanto a risultato, non ce ne sono due che si siano trovati d'accordo.
Il conte de Sarzana e il suo landeau elettrico 'Jentaud' pilotato da uno strano autista in livrea con cilindro e coccarda?
La grossa 'Itala' di don Vincenzo Florio o la piccola 'De Dion' di don Ignazio?
L'ambiziosa berlina marrone, con sedili di panno rosso e ruote gialle, della principessa di Fitalia, ovvero il coupé fracassone di casa Ardizzone, terrore dei vigili urbani?
L'avanguardia dei sobbalzanti teuf-teuf avvolti di fumi di benzina e da romantici svolazzanti veli femminili ( qui consegniamo alla storia le primissime chaffeuses della Conca d'Oro: la Whitaker, la Baucina, Anna Maria Grasso, nonché Rosa di scalea, quella medesima che, secondo un informato diarista, il Mauro Turrisi Grifeo - investì alla prima uscita il portinaio di casa sua demolendogli la guardiola ) precedeva immediatamente l'incalzare dei nuovi arrivi: le auto di fresca estrazione, delle quali ce n'era per i Majorca, i Pisani, i Pecoraro, i Ribolla, i Carella, i Vannucci, gli Stabile, mentre i più legati alla tradizione scuotevano il capo a significare che, malgrado tutto, non sarebbe mai stata l'automobile a soppiantare, quanto a dignità ed a signorilità, il nobilissimo cocchio, nelle sue ammirevoli versioni, dalla regale berlina allo sportivo tilbury, dalla giovanile charrette al pomposo phaèthon.



Palermo di inscriveva nella sua insegna automobilistica con un confidenziale PA; e mentre insistevano, oltre ogni ragionevolezza, le riserve degli scettici, c'era chi avventurava perfino nell'ardua impresa di fabbricare automobili di marca palermitana: l''Audax' di Vincenzo Pellerito, della quale si videro uscire dalla officina di via Malfitano non più di cinque esemplari; l''Apis' di Eugenio Oliveri della quale si ebbero una decina di saggi destinati a scarso successo; nonché la rudimentale monocilindrica fabbrica dell'industriale Savattiere, il cui prototipo doveva finire nella bottega di un rigattiere di via Calderai, che se n'era assicurato il possesso a buon prezzo: settantacinque lire..."





  

venerdì 2 novembre 2018

L'ELOGIO DEL FICODINDIA IN UNA PAGINA DI RENE BAZIN

Venditore di fichidindia a Palermo.
Fotografia di ReportageSicilia
Da qualche tempo ormai il ficodindia ha abbandonato lo stucchevole ruolo di simbolo folclorico della Sicilia, assegnatogli dalla mano di paesaggisti di maniera e dall'industria cinematografica che in passato ha alimentato un'antologia di stereotipi isolani intorno al tema della mafia.
Questo frutto di origini messicane, diffuso in ogni campagna della Sicilia e per questo considerato un "cibo per poveri", sta diventando una risorsa economica non marginale per piccoli e medi imprenditori agricoli ( a Roccapalumba, nel palermitano, la coltivazione offre ad esempio occasione di lavoro stagionale a decine di persone ).
Ovviamente il ficodindia è stato oggetto di frequente citazione nei racconti dei viaggiatori che hanno scritto della Sicilia.
Il romanziere francese René Bazin nell'estate del 1891 visitò l'Isola, riportando in seguito le sue impressioni in "Sicilia, bozzetti italiani" ( ristampato da Edizioni e Ristampe Siciliane nel 1979, con una prefazione di Pierre Thomas ).
Durante una visita all'interno del parco del palazzo d'Orleans, a Palermo, Bazin ammirò una rigogliosa piantagione di fichidindia.
Qui ebbe indicazioni e consigli sulle virtù del frutto dell'"opuntia ficus indica":

"'Il raccolto è bellissimo', mi dice la mia guida indicando le lunghe file di fichidindia spinosi, i cui rami piegano sotto il peso dei frutti.
'Li ho appena venduti sulla pianta.
Fra quindici giorni, Lei sarà ancora in Sicilia e vedrà ovunque, sui muri, sui tetti, i fichidindia che si fanno seccare.
Sono la provvidenza del popolino.
Con una ventina di fichidindia - il valore di due soldi forse - e un pò di pane, un siciliano trova la maniera di fare la prima colazione, di pranzare, di cenare e di cantare nell'intervallo.
Sono freschi, sono sani.
Avvolti in carta sottile, si conservano fino ad aprile.
Non è quindi un frutto prezioso?
L'albero non lo è da meno.
Difende i nostri vigneti e i nostri campi di grano come nessun roveto e barriera lo può fare.
La 'pala', affettata, viene data al bestiame in inverno.
I rami malati servono da lettiera.
Nulla si perde nel ficodindia, perciò lo si ama!
Ehi, tu! Porta un ficodindia a questo signore!
La guardia siciliana cui si rivolgeva andò a raccogliere, sulla pala di un ficodindia molto più alto di lui e coperto di capsule rosse, gialle o verdi, uno dei frutti più maturi, color arancione, grosso come un pugno, irto di spine.
Spaccò la buccia con un colpo di coltellino, allargò i due lembi di buccia, fece uscire la polpa dorata e me la presentò dicendo:
'Che peccato che Sua Eccellenza assaggi il ficodindia prima delle prime piogge!'
'E perchè?'
'Eccellenza, quando il ficodindia ha bevuto la pioggia, diventa delizioso e si può dire che non esista sorbetto migliore'"


Lo scrittore francese ha così lasciato una pagina di storia sulle qualità del frutto più famoso della Sicilia
Quanto al suo gradimento, Bazin non ne rimase particolarmente impressionato, visto il franco giudizio seguito alla sua degustazione:

"Non voglio parlar male del ficodindia: non mi auguro tuttavia che si stabilisca l'usanza di servirne uno a metà pasto, neppure uno che avesse bevuto la pioggia del paese natìo..." 


    

L'IMPROBO LAVORO DEI "CORDARI" PALERMITANI

"Cordari" a Palermo nel secondo dopoguerra.
La fotografia venne pubblicata dal settimanale "Tempo"
il 21 ottobre del 1958
A Palermo si vedono ancora i cordari che fabbricano funi ritorcendo a mano la canapa con sistemi primitivi.
Sotto i raggi brucianti del sole, i ragazzi li aiutano nell'improbo lavoro"

Il 21 ottobre del 1958 il settimanale "Tempo" dava conto ai propri lettori della pratica a Palermo di un mestiere che si rifaceva al patrimonio di competenze artigianali legate alle attività marinare e della pesca.
La fotografia degli uomini impegnati a manovrare a piedi nudi la ruota per realizzare una corda - lavoro cui partecipano alcuni ragazzini - voleva così rappresentare l'arretratezza della Sicilia rispetto all'innovazione industriale che stava cambiando usi e saperi di altre zone d'Italia


All'epoca dell'immagine riproposta da ReportageSicilia, la figura del "cordaro" - diffusa a Palermo nel quartiere della Kalsa e nelle borgate marinare di Vergine Maria, Arenella ed Acquasanta ( ma anche in pieno centro città si ricorda un "cortile del Cordaro" ) - stava per essere definitivamente cancellata dall'affermazione dell'industria delle fibre sintetiche.
Sino ad allora, l'abilità dei "cordari" era stata al servizio dei pescatori e delle numerose tonnare dell'Isola.
Proprio gli impianti per la pesca del tonno furono fonte importante di lavoro, vista la varietà di cordame necessario all'attività delle tonnare e la necessità - ogni cinque anni - di un completo ricambio.
Il "cordaro" utilizzava la canapa ricavata dall'agave e l'esotica manilla per realizzare reti e corde destinate a sopportare gravosi carichi di lavoro, il cocco, lo sparto e la locale "ddisa" ( un tempo diffusa nel trapanese ) per cordame accessorio o destinato ad un frequente ricambio.


Una descrizione tecnica del lavoro svolto dai "cordari" si legge in "Ippocampo. Tecniche, strutture e ritualità della cultura del mare", a cura di Alessandra Nobili e M.Emanuela Palmisano, Regione Siciliana, 2008.
Gli autori raccolsero le indicazioni di mastro Giuseppe Marino, uno degli ultimi "cordari" della borgata dell'Arenella:

"Dalle foglie della pianta di agave essiccate al sole e schiacciate fino a ridurle in filamenti sottili, si ottiene la 'zabara' grezza che, per essere utilizzata, deve essere assottigliata passando tra le maglie del cardo fino ad ottenere una grande matassa, che si avvolge attorno alla 'nimola', il cui movimento rotatorio facilita l'estrazione della quantità di filato che si desidera.
Per realizzare una corda, mastro Giuseppe Marino, dopo essersi avvolto una certa quantità di filato attorno alla vita, introduce il filo di 'zabara' nell'asola del 'currulo' che si trova su una croce chiamata 'struntaloro', parte integrante della macchina per realizzare le corde, della ruota del cordaro.
Con l'aiuto di un'altra persona che fa girare la manovella della ruota e quindi i 'curruli', avvolge su se stesso il filo di 'zabara', allontanandosi via via dalla macchina"