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domenica 18 febbraio 2018

IL NASCONDIGLIO DI GIUSEPPE DOTTORE, IL BANDITO CON LA CODA

L'uscita di una donna da un cunicolo
di una fattoria nelle campagne di Centuripe
utilizzata dal bandito Giuseppe Dottore.
La fotografia venne pubblicata
il 27 ottobre del 1946
dal settimanale "L'Europeo"
"Una donna esce da una buca che conduce a un passaggio sotterraneo di una fattoria abbandonata.
La fattoria era diventata un rifugio di banditi che avevano scavato gallerie e corridoi nel sottosuolo per nascondersi in caso di necessità.
Riuscita ad individuare il covo dei banditi, la polizia dede l'assalto alla fattoria.
Nel conflitto, il capobanda rimase ucciso e gli altri banditi si diedero alla fuga"

Nel secondo dopoguerra, le vicende del banditismo siciliano alimentarono le attenzioni della stampa nazionale, reduce dai silenzi sui fatti di cronaca nera e giudiziaria imposti dal regime fascista.
Reportage e articoli riguardarono soprattutto Salvatore Giuliano e Montelepre, personaggio e luogo diventati per tanti lettori italiani i simboli di una Sicilia primitiva e violenta. 
Non mancarono però nei giornali nazionali frequenti riferimenti alle gesta delle bande di Rosario Avila a Niscemi, Alfio Lo Cicero ad Adrano, Beppe Muffa e Peppe Mangiaterra a Bronte e di Giuseppe Dottore a Centuripe
Proprio a quest'ultimo luogo dell'Isola si riferisce la fotografia riproposta da ReportageSicilia, accompagnata dalla didascalia con la quale inizia il post.
L'immagine - o, più, correttamente, la "fotonotizia" - venne pubblicata il 27 ottobre del 1946 dal settimanale "l'Europeo". Ritrae con tutta probabilità la masseria di contrada Due Palmenti utilizzata come covo dalla banda centuripina del camionista Giuseppe Dottore.
Sembra che il brigante avesse iniziato la sua carriera criminale dopo che uno strozzino gli venne a pignorare l'orologio e la macchina da cucire della moglie.



Cronache e voci popolari del tempo gli attribuirono una ventina di sequestri di persona, altrettante rapine, nove omicidi e vari scontri a fuoco con i carabinieri: atti di violenza compiuti di nome di una dichiarata "guerra proletaria" che attribuì al bandito di Centuripe la qualifica di "comunista"
Leggenda vuole anche che Giuseppe Dottore possedesse un cannone - un cimelio tedesco della recente guerra - e che nascondesse sotto la biancheria una piccola escrescenza pelosa, una sorta di coda: un attributo riferito a persone di particolare coraggio e forza fisica.
La sua sorte fu segnata la sera del 6 agosto del 1946, durante un agguato in contrada Saddura che i carabinieri affidarono alle armi di un sorvegliato speciale che conosceva bene amicizie e spostamenti di Dottore.
Così ha scritto Sandro Attanasio in "Gli anni della rabbia-Sicilia 1943-1947 ( Mursia, 1984 ):


"Il sanguinario Giuseppe Dottore morì il 6 agosto 1946.
Rientrava a tarda sera al suo rifugio.
Cavalcava spensierato cantando la canzone 'Vivere', di moda a quel tempo.
Giunto alla strofa

'... son padron alfin della mia vita...'

una precisa raffica lo buttò giù di sella.
Colpiti dalla stessa raffica morirono altri due fuorilegge, padre e figlio, Domenico e Giuseppe Castiglione.
Un altro, tale Palazzo, rimase ferito.
All'agguato notturno parteciparono i carabinieri, ma fu un 'uomo d'onore' ( a cui Dottore aveva fatto uno 'sgarbo' ) a scoprire il rifugio, organizzare l'agguato e sparare la disastrosa raffica.
I carabinieri non spararono, né i banditi ebbero il tempo d'usare le armi.
Nel rapporto ufficiale l'episodio venne descritto come un duro e prolungato conflitto a fuoco durato più di un'ora!"



Dopo la sua uccisione, il corpo di Dottore rimase esposto in una camera mortuaria per cinque giorni, controllato a vista da polizia e carabinieri: nessuno dei compaesani rese omaggio alla salma del bandito, per paura di essere indagato dagli "sbirri" come suo complice o favoreggiatore.
Qualche giorno dopo - secondo quanto riferito da altre voci popolari - il feretro sarebbe stato trafugato dal cimitero; in "Di professione: brigante" ( Longanesi, 1978 ), Salvatore Nicolosi ha scritto:

"Dottore fu seppellito senza una croce; e la terra che custodiva il suo feretro venne indicata soltanto con una pietra.
Sul registro del cimitero è annotato tutt'oggi quanto segue:

"Dottore Giuseppe, di Giuseppe e Paladino Nunziata, anni trentotto, sezione B, fila 1, numero 18"

Quando nella primavera del 1968 sono tornato a Centuripe, a cercare la sua tomba, non ho potuto trovarla.
Era, con decine di altre, seppellita da un'imponente frena del terreno, verificatasi parecchio tempo prima e mai rimessa a posto.
Quasi mai, mi dissero, era stata oggetto di visite pietose da parte dei familiari"





martedì 13 febbraio 2018

IL CUORE ABBANDONATO DELLA TONNARA DEL SECCO

Una porta in legno della tonnara del Secco,
a San Vito lo Capo.
Le fotografie sono di ReportageSicilia
Per uno dei frequenti paradossi siciliani, la tonnara del Secco di San Vito lo Capo continua a versare da decenni in stato di totale abbandono.
Una delle più scenografiche e suggestive testimonianze architettoniche della pesca del tonno nell'Isola - un sito che lo scorso anno è stato designato "Luogo del Cuore" per la Sicilia dal Fondo per l'Ambiente Italiano - vive un'agonia strutturale e lo struggimento sentimentale di quei visitatori increduli dinanzi a tanto degrado.
L'ultima calata delle reti avvenne nel 1965; e fino al 1911 - ha ricordato Ninni Ravazza in "San Vito lo Capo e la sua tonnara" ( Magenes, 2017 ) all'interno della struttura fu attivo un impianto per la cottura e l'inscatolamento del tonno sott'olio.
Il sito racconta la storia millenaria del rapporto fra l'uomo ed il mare: un'occhiata attenta al terreno circostante alla tonnara, svela la presenza di almeno cinque vasche per la produzione del "garum".
Dopo essere passata di mano in mano per secoli - il monastero palermitano di Santa Rosalia nel secolo XIV, la famiglia Foderà nel 1872, i fratelli Plaja nel 1929, il gruppo Valtur nel 1999 - la tonnara del Secco affida il suo destino, fra poche settimane, ad un'asta fallimentare.




La base d'asta dello storico complesso edilizio è fissata in un milione e 250.000 euro. 
Il Comune di San Vito lo Capo si è dichiarato interessato all'acquisto, in previsione di una ristrutturazione e di un riutilizzo funzionale dell'area, sull'esempio di quanto accaduto per la tonnara di Favignana.
In attesa dell'esito delle vicende giudiziarie, la tonnara - che fino al 1960 ha ospitato uno stabilimento per la lavorazione del pesce - offre uno sconfortante spettacolo di decadimento.



Le pietre calcaree consunte dalla pioggia e dal vento, il legno disseccato dal sole e dalla salsedine, la trama dei "coppi" dei tetti scardinata e ridotta in pezzi, ricordano le parole scritte nel 1986 da Vincenzo Consolo ( "La pesca del tonno in Sicilia", Sellerio, Palermo ):

"E non sono più ormai le tonnare, vuote e inutili, che una selva di nere ancore, in lenta consunzione per ruggine e salsedine, riverse e sparse sopra la rena, in lugubre gioco grafico, in sinistra proiezione di lunghe ombre sul tramonto, in allusione di barriera, illusione di cavalli di Frisia a difesa d'un santuario di memorie di cui nessuno ha coscienza ed amore; non sono che neri barconi purruti, resti di risacche, relitti d'un immane fortunale che squarciò ogni vela, ruppe ogni remo, disperse nei gorghi il Vello d'oro..."



    

venerdì 9 febbraio 2018

IL FALSO MITO DELL'ELLADE NELLA SICILIA DEL BARONE VON RIEDESEL

Reperti archeologici della colonia greca di Selinunte
conservati a Palazzo Branciforte, a Palermo.
La fotografia è di ReportageSicilia
Ha giustamente ricordato Giovanni Salmeri ( "Urbanistica e architettura nella Sicilia greca", Regione Siciliana, Assessorato ai Beni Culturali, 2005 ), che il grande studioso tedesco Johann Joachim Winckelmann non ha mai messo piede in Sicilia per visionare i templi e le altre testimonianze delle colonie greche.
Al suo posto - insieme a decine di altri viaggiatori impegnati nel "Grand Tour" dell'Isola - arrivò nel 1767 il suo allievo, il barone Johann Hermann von Riedesel.
Lo studioso di cose d'arte visionò Segesta, Selinunte, Agrigento e Siracusa, rilevando misure e stili architettonici di ogni singolo tempio: notizie e considerazioni poi riassunte nel 1771 nell'opera "Viaggio attraverso la Sicilia e la Magna Grecia".
L'impressione che ne ebbe von Riedesel, secondo Salmeri, fu di una Sicilia permeata totalmente dal mito eterno di una terra ellenica:

"Adoperando, senza porsi problemi, una lente ellenizzante - ha scritto Giovanni Salmeri - il barone, nelle sue pagine, attribuisce alle donne di Erice dei profili alla greca della più esatta regolarità, nei malandati cavalli osservati ad Agrigento identifica i nobili destrieri della città cantati dalla poesia antica, e nei pastori e nei contadini siciliani ritrova i personaggi del poeta di Siracusa, Teocrito.
Dappertutto, sente cantare usignoli, e, presso Taormina,


'l'acqua del mare è così chiara che si possono contare i ciottoli sul fondo'

La totale adesione alla prospettiva ellenica fa sì, inoltre, che egli liquidi brutalmente i mosaici di Monreale, dicendo solo che

'di essi i Siciliani tanto si vantano',

e che escluda dal suo testo le poche classiche Sante e Madonne dell'isola..."





mercoledì 7 febbraio 2018

IL REGALO DI ANNA MAGNANI AI CARCERATI DI MILAZZO

Anna Magnani con il suo cane Micia
a Milazzo, in visita al castello
allora in parte utilizzato come carcere.
Era il maggio del 1949, nei giorni in cui la Magnani
si accingeva a girare le riprese del film "Vulcano".
Le fotografie furono pubblicate 
dal settimanale "L'Europeo"
il 5 giugno del 1949
Prima di prendere posto insieme al suo pastore tedesco Micia sull'imbarcazione che l'avrebbe condotta a Vulcano, nel maggio del 1949, Anna Magnani si fermò per qualche ora a Milazzo.
L'attrice romana era sbarcata in Sicilia per interpretare l'ex prostituta Maddalena nel film "Vulcano", il film prodotto dalla "Panaria" e diretto dal regista tedesco William Dieterle; quest'ultimo era stato chiamato in gran fretta a sostituire Roberto Rossellini ( è nota la vicenda della contemporanea lavorazione del suo "Stromboli", con protagonista Ingrid Bergman ).
Le due produzioni quasi si sovrapposero, calamitando l'interesse della stampa internazionale sulle Eolie soprattutto per la presenza delle due famose attrici, entrambe sentimentalmente legate a Rossellini.


La Magnani sulla cinta muraria
del castello di Milazzo
Per questa vicenda da cronaca rosa, in quella estate del 1949 giornali e periodici europei dedicarono così decine di articoli alle Eolie, facendone scoprire la primitiva bellezza: una rivelazione che ebbe la conseguenza di farvi arrivare i primi gruppi di turisti.
   
"L'isola - scrisse in quei giorni di Vulcano un cronista di "Stampa Sera" - appare nuda, assolata, assetata a chi arriva.
Solo all'interno, tra macchie di candidi bambù, qualche casupola primitiva accoglie gli abitanti che superano di poco i 300.
Molti di essi non conoscono la terraferma, non sanno neanche cosa sia una ruota, chè non ci sono carretti e nemmeno muli.
Tutto è arido, perché trovare l'acqua è un miracolo.
Neanche il vento rinfresca l'aria ardente, lambita dal mare..."


Lo sbarco della Magnani a Vulcano.
Il bambino è Enzo Staiola,
già interprete di Bruno
in "Ladri di Biciclette" 
I fotoreporter sguinzagliati sulle tracce eoliane di Anna Magnani non "bucarono" neppure il suo arrivo a Milazzo.
Le immagini riproposte da ReportageSicilia vennero pubblicate il 19 giugno del 1949 da "L'Europeo" e mostrano la visita della Magnani allo storico castello, all'epoca ancora in parte utilizzato come prigione.
Come riportato da una delle didascalie a commento delle fotografie, in quell'occasione la Magnani regalò al carcere una somma di denaro per l'acquisto di una radio da collocare in una sala comune dei detenuti.


La Magnani fa finta di svenire a Vulcano 
tra le braccia di Renzo Avanzo,
uno dei produttori della "Panaria"

Nel 2015, Francesco Alliata - uno dei promotori della "Panaria" - nel ricordare le vicende che accompagnarono la realizzazione di "Vulcano" ( "Il Mediterraneo era il mio regno", Neri Pozza ), non citò quel gesto di umana generosità dell'attrice romana verso i reclusi di Milazzo.
Alliata fece invece cenno all'oneroso ingaggio sostenuto dalla produzione per convincere la Magnani a soggiornare per due mesi in una piccola casa rossa di Vulcano: 40 milioni di lire, cifra "che ai quei tempi non era uno scherzo..."

   

lunedì 5 febbraio 2018

CARRETTIERI A PARTINICO

Un gruppo di "carrettieri" in marcia
lungo una strada di Partinico.
La fotografia, senza attribuzione,
venne pubblicata dal mensile "il Mediterraneo"
edito dalla Camera di Commercio di Palermo
nel febbraio del 1968
Personaggi di una Sicilia quasi completamente scomparsa, i "carrettieri" rappresentano il ricordo di una società rurale  che sembra oggi appartenere ai romanzi di Verga o alle novelle di Pirandello.
Molto si è nel frattempo scritto dei carretti e dei loro artigiani ( "carradori", pittori, intagliatori e fabbri ); assai meno invece di questa categoria di lavoratori che ha scritto la storia dei trasporti siciliani sino all'avvento, anche nell'Isola, della motorizzazione di massa.
Quello dei "carrettieri" è stato un argomento esplorato e documentato soprattutto per i loro canti, oggetto in passato di numerosi studi etnografico-musicali.



Nel saggio "I Carrettieri, testimonianze, spazi, suoni" ( Plumelia Edizioni, 2013 ), avviando la sua ricerca dal territorio di BagheriaGiovanni Di Salvo ha invece approfondito alcuni aspetti della vita e del lavoro quotidiano dei "carrettieri" in Sicilia.
Di Salvo sottolinea il loro impegno duro e rischioso, insidiato dalla presenza di briganti nelle campagne e dalle alte temperature estive.
Per questo motivo, era buona norma viaggiare in gruppo e durante le ore notturne; un lavoro che presupponeva qualità non comuni e tali da elevare la loro stessa figura:  
   
"Essere carrettieri ha sempre rappresentato qualcosa di ben più significativo e profondo che il semplice esercizio di un mestiere.
Voleva dire, ieri come oggi, appartenere ad un'élite privilegiata, con una sua identità culturale ben definita e marcata...
Il carrettiere era sostanzialmente un trasportatore di merci come: prodotti della campagna, concime, materiali da costruzioni etc.
Lavorava prevalentemente in proprio, effettuando trasporti per conto terzi e percependo quindi un compenso per ogni 'viaggio' effettuato, o acquistando e rivendendo la stessa merce.
Ma era anche possibile che i carrettieri lavorassero per conto terzi e in questo caso la retribuzione per ogni trasporto effettuato era ripartita in tre parti: un terzo al proprietario dell'animale e del carretto, un terzo era destinato all'animale e al carretto per il suo mantenimento ( quota che intascava sempre il proprietario ) ed un terzo al carrettiere.



Il possesso di un cavallo era un forte elemento di distinzione rispetto ai carrettieri che possedevano l'asino, animale molto modesto e dalla scarsa capacità di lavoro ( ma anche molto più facile da mantenere ), o al massimo un mulo preferito perlopiù dai contadini, vista la sua rusticità, resistenza e longevità.
A tal riguardo i carrettieri hanno un detto:

'Mulu pi travagghiari
sceccu p'accummirari
e cavaddu pi curriri'

'Mulo per lavorare,
asino per accomodare,
cavallo per correre'

Il cavallo oltre ad essere il mezzo di sostentamento era considerato un vero e proprio membro della famiglia, anche in considerazione del fatto che viveva sotto lo stesso tetto e che divideva i ristretti spazi delle umili abitazioni dell'epoca.



Il carrettiere aveva un rapporto profondo con il suo cavallo: era per lui compagno di lavoro e di vita; con lui condivideva le fatiche e molto spesso anche la fame.
Non lavorare avrebbe significato non mangiare, sia per il cavallo che per gli altri componenti della famiglia, e per questo era necessario trovargli sempre qualcosa da fare.
Parecchie sono le foto di famiglia con tutti i componenti sul carretto oppure con il solo cavallo.
Il carrettiere assegnava al proprio un valore affettivo tanto da arrivare al punto di vestirsi a lutto se malauguratamente l'animale fosse morto..."