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sabato 9 marzo 2019

LA PROTESTA DEI PASTORI A POGGIOREALE

Fotografie di ReportageSicilia
Lo scorso 15 febbraio, 200 pastori delle province di Palermo, Agrigento e Trapani si sono riuniti in un terreno nelle campagne di Poggioreale, lungo la strada Palermo-Sciacca, per protestare contro i bassi prezzi di vendita del latte imposti dall'industria casearia.
La manifestazione si è svolta nel cuore del Belìce, territorio che ancor oggi sostenta migliaia di persone grazie alle attività della pastorizia.




I pastori siciliani fronteggiano la forza schiacciante delle grandi aziende di trasformazione dei loro prodotti; ma fanno anche i conti con l'incapacità e la difficoltà di dare vita a forme autonome di impresa cooperativa, in grado di valorizzare le produzioni locali e sfidare sul piano della qualità i colossi dell'industria.



SICILIA, L'ISOLA DELLA "STORIA CUMULATIVA"

Fiera degli ovini a San Giovanni Li Greci.
Le fotografie del post sono di Enzo Brai
e sono tratte da "Caccamo, mestieri e lavoro contadino",
opera citata
"L'essere al centro di un'area che è stata una dei fondamentali poli di formazione e sviluppo della civiltà - ha scritto Antonino Buttitta nell'introduzione al saggio di Mario Giacomarra "Caccamo, mestieri e lavoro contadino" ( Cassa Rurale ed Artigiana "San Giorgio", 1988 ) - le molteplicità di culture che per conseguenza ne hanno scandito le vicende storiche, hanno fatto della Sicilia l'isola del mondo.
Nessun luogo quasi certamente ha visto tanti popoli e di cultura tanto diversa.
Nessun paesaggio agrario, contestualmente alla presenza di questi popoli, ai loro bisogni ed ai loro commerci, ha conosciuto così radicali trasformazioni.
Il grano, l'ulivo, la vite, il mandorlo, la canna da zucchero, il frassino, il pistacchio, il cotone, e così via, non hanno mai registrato una presenza costante, ma la loro coltivazione ha oscillato nei diversi periodi.

Trasporto sull'aia dei covoni di grano,
autore citato
Il caso della vite è esemplare: presente nell'antichità, quasi del tutto scomparsa, per ovvie ragioni, in età musulmana, intensamente coltivata nell'Ottocento, grazie soprattutto al successo del Marsala, nuovamente ridotta ai primi del Novecento a causa anche della fillossera, ritornata in auge oggi per il successo incontrato dalla diffusa industrializzazione del prodotto.
Ciò che ha caratterizzato il corso delle vicende storiche dell'Isola, e che di fatto ne ha tessuto la complessa identità, non é comunque solo il notevole mutamento etnico ed economico, ma anche il fatto che parallelamente ad esso, in vasti ambiti, sia orizzontalmente che verticalmente, si sono venuti manifestando consistenti fenomeni di permanenza.
Più che di una storia evolutiva il caso siciliano è quello di una storia cumulativa.

Manufatti del bastaio,
autore citato
I nuovi popoli e per conseguenza le nuove culture, costumi, tecniche, linguaggi, non hanno mai completamente sostituito quelli precedenti, ma a essi si sono venuti a sovrapporre, depositandosi in livelli per certi aspetti impermeabili per altri attraversati da processi osmotici.
Da qui una realtà fortemente stratificata e articolata tanto economicamente quanto socialmente e culturalmente, dove il rischio dello scontro e della discrasia è stato evitato dalla accettazione della diversità, che ha finito per essere avvertita come elemento costitutivo della norma esistenziale e non come una sua violazione..." 

giovedì 14 febbraio 2019

LE BARCHE DI EUSTACHIO CATALANO


EUSTACHIO CATALANO, "Barche", olio su tela

mercoledì 13 febbraio 2019

LA FORMA DELLE CANDELE NEI VOTI A SANTA ROSALIA

Devozione palermitana a Santa Rosalia.
Le fotografie riproposte da
ReportageSicilia
vennero pubblicate nel settembre del 1958
dalla rivista "L'Italia", edita dall'ENIT
e dalle Ferrovie dello Stato

"La festa della patrona di Palermo ricorre il 4 settembre ma, dalla vigilia e nel corso di un'intera settimana, attira al suo santuario, sul monte Pellegrino, migliaia di visitatori: operai, artigiani, commercianti e funzionari…"

Così nel 1956 Daniel Simond illustrò in "Sicilia" ( Edizioni Salvatore Sciascia ) i riti palermitani per la ricorrenza della festa di Santa Rosalia, il 4 settembre.
Nel suo saggio, Simond raccontò la partecipazione di fedeli, turisti e curiosi all'affollato rito religioso e pagano accolto nell'area del Santuario di monte Pellegrino.
Due anni dopo, allo stesso evento dedicò un fotoreportage la rivista mensile "L'Italia", edita dall'ENIT e dalle Ferrovie dello Stato.



 
Nell'articolo - datato settembre 1958 e al pari delle fotografie, privo di firma - si legge che una credenza popolare porta a far credere ai palermitani devoti alla Santa che le forme assunte dalle candele votive indichino o meno l'accoglimento dei voti:

"Confusi nella folla dei fedeli, vedremo ascendere al tempio i cortei salmodianti dietro le bandiere votive, i penitenti insieme con i curiosi e le allegre comitive, le congregazioni religiose insieme con i turisti, tutti in un unico viaggio verso la famosa grotta.
Vedremo i lunghi ceri che poi si accenderanno davanti alla veneratissima Santa, alcuni fedeli scalzi per mortificazione, le donne vestite di nero che conducono i figli per mano su per l'erta come per offrire alla Madonna anche la forza casta di quegli innocenti, gli uomini, i carri, le bandiere, gli innumerevoli giochi della festa: una vigilia ardentissima, rumorosa, appassionata come il popolo che vi partecipa.


E' in tutti il presentimento del voto, in un pittoresco miscuglio di sacro e profano: nei grandi occhi dei siciliani, nella notte ancora calda di settembre.
Come bruceranno i ceri?
Una leggenda vuole che il voto a Santa Rosalia sarà accolto se i ceri bruceranno incurvandosi: prosperità o carestia, grazia o maledizione, tutto dipende dal modo in cui i ceri si consumeranno sull'altare.
Tremano le mani nel disporli ai piedi della Vergine, le pupille di dilatano nell'estatica attesa davanti alla fiamma, luci e ombre aumentano l'arcano, le implorazioni e le preghiere fanno eco nella grotta.


Bisogna assistere alla secolare funzione per capire il sentimento religioso di questo popolo che è mediterraneo e scettico e vive alle porte dell'Africa: anche se i ceri non s'incurveranno, si ha il sospetto che questa gente si accorderà con la sua Santa come quattro secoli fa, quando Palermo fu salvata dalla peste perché il corpo di Rosalia fu portato in processione.
Mentre violento ed estenuante si compie il rito nel Santuario, fuori esplode la festa, una festa siciliana.
Tutto il colle è pieno di gente che, propiziatasi la Santa, si abbandona in spensierata allegria più che in ogni altra sagra…"  

domenica 10 febbraio 2019

IL VILLAGGIO SICILIANO DI GIOVANNI COMISSO

Mussomeli, nel nisseno.
Foto ReportageSicilia

"I villaggi, in Sicilia - scrisse lo scrittore Giovanni Comisso nel 1953 ( "Sicilia", Pierre Cailler, Ginevra ) sono estesi come piccole città, perché in essi vi abitano anche i contadini che lavorano la terra attorno per molti chilometri.
Sono le loro case alla periferia e appena si arriva al villaggio si avverte un sentore acuto di stallatico giacché muli e contadini riposano sotto lo stesso tetto.
Di mattina presto prima che si alzi il sole, nel silenzio del villaggio addormentato si sente il trotterellare di questi muli sul selciato, e in groppa tentennano i contadini che vanno al lavoro dei campi lontani.
La struttura delle strade è uguale a tutti i villaggi, vi è un gran corso, dove alla sera la popolazione fa la sua passeggiata ambiziosa.
A questo corso confluiscono dai lati i veicoli, selciati con grosse pietre, percorribili solo a piedi o col mulo.
Ogni famiglia abita una casa, quasi sempre conquistata dagli avi con l'emigrazione in America dove i nascituri andranno a loro volta per costruirsi un'altra casa.
In queste case non vi è il focolare, quindi mancano di comignolo, il cibo parsimonioso viene preparato su un fornello a carbone e quando si guarda il disteso villaggio dall'alto di un monte vicino risaltano queste cubiche case nel gioco di ombra e di luce senza che da alcuna di esse esca un filo di fumo a dare il segno di una vita casalinga.
La cattedrale è sempre di bella fattura, o gotica ricordando i Normanni o barocca ricordando gli Spagnoli.



Dopo vi è il giardino pubblico, quello che chiamano "la Villa", con un belvedere verso il mare o verso la campagna circostante e tra le aiuole sempre fiorite alberi bellissimi e schietti si elevano in sanezza per dare il fresco ai vecchi che dopo cena vanno a godersi la sera fuori dai vicoli…"  

sabato 9 febbraio 2019

L'ATTESA DEL PESCHERECCIO A SCIACCA

 Foto del post ReportageSicilia 

Il porto di Sciacca ha una lunga banchina che taglia in due un mare dalle tonalità azzurrine.
Da qui - verso terra - si può ammirare l'anfiteatro di edifici che si arrampicano l'uno sull'altro, ricordando vagamente il calligrafico disegno delle casette delle cartoline di certe isole greche.
Diversamente da quanto accade in altri porti siciliani, a Sciacca molti pescherecci rientrano a terra in tarda mattinata, con il loro carico di sardine, triglie, gamberi ed ogni altro tipo di pescato.





Così, quando il "Fantastico II" sta per rientrare verso la banchina - inseguito dal solito chiassoso mulinello di gabbiani - un gruppetto di persone lo attende, seguendone in silenzio le veloci manovre d'attracco.
Non appena un componente dell'equipaggio fissa la gomena alla bitta - operazione agile e rapidissima - qualcuno già poggia sulla banchina le cassette traboccanti di pesce.
Mentre a bordo due pescatori accatastano centinaia di luccicanti sardine nei contenitori di polistirolo, le persone che aspettavano l'attracco del peschereccio guardano con attenzione il contenuto delle cassette.



Si riconoscono i clienti abituali - ristoratori e piccoli grossisti, nelle cui mani finisce buona parte del pescato - dagli avventori occasionali, disposti ad accontentarsi di ciò che rimarrà invenduto.
Intorno a loro, c'è un buon numero di semplici curiosi, affascinati dalla lucentezza dei polpi ancora vivi e dai palpitanti guizzi dei pesci boccheggianti.
La discussione del prezzo con il comandante della ciurma è un fatto di esperienza e di familiarità con l'arte della contrattazione; e in una ventina di minuti, tutte la cassette hanno trovato un'acquirente.






Anche chi non è riuscito a tirare troppo sul prezzo, ritorna però a casa con la soddisfazione di avere acquistato del pesce fresco, gratificando la fatica di chi dal mare trae la quotidiana fonte del suo sostentamento.     

venerdì 25 gennaio 2019

I CONFINI DELLA MEMORIA DELLA CULTURA POPOLARE NELL'ISOLA

Misurazione del grano con il "tùmminu" nelle Madonie.
La fotografia è tratta dall'opera
"Le forme del lavoro, mestieri tradizionali in Sicilia",
opera citata

"La cultura popolare siciliana - ha scritto Antonino Buttitta nell'opera "Le forme del lavoro, mestieri tradizionali in Sicilia" ( un catalogo realizzato in occasione di una mostra organizzata a Palermo dalla Facoltà di Lettere e Filosofia, dal 5 al 20 marzo del 1986 ) - si presentava come una cultura profondamente vissuta e largamente partecipata.
I cicli stagionali avevano in essa la loro scansione e nel suo sistema di regola le attività lavorative dell'anno trovavano la propria misura.
Essa accompagnava gli individui dalla culla alla bara e mediante i suoi codici ne orientava i comportamenti in ogni fase dell'esistere.
Non costituiva certo un'alternativa né un surrogato ad una condizione economica insidiata dalla precarietà, spesso ai limiti della sopravvivenza.
Contro tale condizione però essa offriva sistemi di difesa, apparati simbolici per il suo superamento.


Partecipi di questa cultura, ciascuno con un'identità riconoscibile, non erano solo braccianti e piccoli proprietari, ma anche pastori, artigiani, minatori: gli agrumicoltori del palermitano, i vignaioli del trapanese, i portuali di Messina, i porcari delle Madonie, i carbonai dei Nebrodi, i salinari di Trapani, i bovari del ragusano, i pescatori di Sciacca e Mazara, i figuli di Caltagirone, gli zolfatari di Lercara: tutti coloro, insomma, che partecipavano attivamente ai processi di produzione.
Persino i grandi gabelloti e in genere il 'borghesato' rurale, pur rappresentando l'ingresso nell'aristocrazia la loro massima aspirazione e pur sforzandosi per ciò di ripeterne i comportamenti culturali, di fatto fruivano attivamente della cultura contadina.
In questi ultimi decenni è profondamente mutato il paesaggio agrario dell'Isola.


Si sono estese, solo per fare qualche esempio, le aree agrumicole e le superfici vitate, mentre si sono ridotte le produzioni cerealicole o sono del tutto scomparse o in via di estinzione alcune culture specializzate come la canna da zucchero, il frassineto, il pistacchio.
Sono anche cambiate l'organizzazione e le tecniche di lavoro agricolo.
Una decisiva innovazione sia per l'incentivo offerto a nuove culture sia per le modificazioni apportate alle vecchie, è stata introdotta dalla meccanizzazione e dai nuovi sistemi di raccolta e distribuzione delle acque irrigue.
Tutto ciò ha provocato conseguenze notevoli sulla cultura contadina tradizionale.


Secolari sistemi di organizzazione e di disegno dello spazio agrario, millenari strumenti di lavoro, quali l'aratro a chiodo, i linguaggi e quanto direttamente connesso o indirettamente alla rappresentazione metaforica del mondo che sempre ne consegue, sono ormai fatti quasi ai confini della memoria..."