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venerdì 22 giugno 2018

IL VIAGGIO PERFETTO IN SICILIA DI MARIO PRAZ

Rovine di Selinunte.
La fotografia di Leonard Von Matt
è tratta dall'opera di Luigi Pareti e Pietro Griffo
"La Sicilia Antica", edita da Stringa Editore Genova nel 1959
Più volte viaggiatore e narratore dell'Isola, il saggista, scrittore e giornalista romano Mario Praz riassunse così il senso di un viaggio in Sicilia:

"Qui il retroscena storico è profondissimo, e la varietà del paesaggio supplisce alla relativa ristrettezza spaziale, sicché si potrebbe facilmente dire sostenere che quello di Sicilia è il viaggio perfetto"

Il convincimento di Praz - un giudizio solo parzialmente intaccato dal sopravvenuto stravolgimento paesaggistico di molti luoghi dell'Isola - è riassunto nelle impressioni raccolte nell'ottobre del 1954 dinanzi alle immani rovine di Selinunte:

"A Selinunte, i templi sono crollati come un altro meccanismo scenico, un crollo simultaneo e subitaneo, come folgorati da un avversario più potente dei loro numi, e la solitudine è tale nella via principale dell'Acropoli, tra quelle pietre mute dove la sabbia - annunciatrice del deserto - che il senso del Destino e del fatale Transito di tutte le cose ti afferra molto più qui che sulla Via Sacra del Foro di Roma"


giovedì 21 giugno 2018

PUNTA RAISI, LA CONTESTATA NASCITA DELL'AEROPORTO DOVE "NON SI SCENDE E NON SI SALE"

Il sottosegretario di stato Giuseppe Caron
aziona il detonatore per l'avvio dei lavori di costruzione
dell'aeroporto palermitano di punta Raisi.
La fotografia è tratta dalla rivista "Siciliamondo"
dell'aprile del 1960.
Le altre immagini riproposte da ReportageSicilia
sono tratte dall'archivio
dell'assessorato regionale siciliano al Turismo
"Punta Raisi è fatta male, non si scende e non si sale!"
Così nell'aprile del 1960 la rassegna illustrata di vita regionale "Siciliamondo" diretta da Franco Nacci ironizzava sulla debacle funzionale del nuovo aeroporto di Palermo.
Il via ai lavori era stato dato il 18 gennaio del 1959, quando il senatore Giuseppe Caron - all'epoca sottosegretario di Stato alla  Difesa per l'Aviazione Civile - si era prestato ad azionare il detonatore per il primo sminamento del terreno roccioso lungo la costa palermitana prescelta per la costruzione dell'opera. 
Quel giorno, la stampa venne informata con dovizia di particolari sul progetto dell'impresa SAB di Roma. 
Entro otto mesi, l'aeroporto di categoria continentale avrebbe potuto disporre di prima pista da 2600 metri con larghezza di 45; nei mesi successivi, ne sarebbe stata completata una seconda, lunga oltre tre chilometri e di maggiore larghezza.
L'accordo fra ministero dell'Aeronautica ed assessorato regionale ai Lavori Pubblici prevedeva cinque miliardi di lire di spesa: due a carico della Regione, il resto dello Stato.
Lo stanziamento doveva bastare per la costruzione finale delle due piste, di un'aerostazione, della torre di controllo, delle vie di comunicazione interne e tutti gli impianti tecnici.
L'impianto - nelle intenzioni di un Consorzio composto dalla Regione, dal Comune di Palermo, dalla Camera di Commercio, dal Banco di Sicilia e dalla Cassa di Risparmio - avrebbe dovuto prendere il posto dell'aeroporto di Boccadifalco, inadeguato ad ospitare i nuovi modelli di velivoli per il trasporto civile, evoluzione del classico DC3 ( DC6, Viscount, Convair, DC7, Caravelle ed altri ).
Inoltre, la Regione premeva per chiudere un accordo - in seguito mai ratificato - con Air France: utilizzare Palermo per istituire un volo Parigi-Nizza-Palermo-Catania, in grado di alimentare i flussi turistici verso la Sicilia.



Sin dal marzo del 1956, una perizia tecnica dell'ingegnere Sebastiano D'Agostino prospettò i limiti funzionali della scelta di punta Raisi come luogo da destinare ad aeroporto.
La relazione così riassumeva i limiti operativi ( ed i rischi ) rappresentati dalle condizioni ambientali locali:

"In genere le zone marine sono esposte ai venti, e tanto più quanto esse sono aperte e piatte.
Punta Raisi costituisce un lembo avanzato sull'acqua, un 'capo', come lo dice la sua stessa indicazione toponomastica, tra i litorali di Villagrazia di Carini, da un lato, e di Terrasini dall'altro ( ad Ovest ).
La zona aeroportuale è libera è libera da ostacoli verso mare, per circa 310 gradi, con asse N-N-W.
Monte Pecoraro, che sta immediatamente a Sud, si presenta con un costone molto ripido, a distanza ravvicinata; esso costituisce, con i suoi 900 metri di altezza e con la sua parete quasi a picco ( Pizzo Angelello e Cima Bosco Tagliato ), che si protende verso l'aeroporto, un'altra causa di perturbazioni ventose.
Se potessimo visualizzare come il fumo di una sigaretta i venti marini che incontrano il monte, vedremmo i filetti incurvarsi e tendere a salire le pendici.
Ad un bel momento essi ridiscendono in giù, compiendo giri su se stessi.
Invece i venti che spirano da terra, lambendo il dorso del monte, superatene la cresta, scendono con vortici a valle, cioè, nel nostro caso, verso mare.
Quest'ultimo fenomeno si verifica in genere dove un ostacolo montuoso si frappone ad una corrente d'aria.
Le perturbazioni che ne nascono sono chiamate venti di caduta, e sono moleste alla navigazione aerea, provocando dei sobbalzamenti, che è impossibile controllare.
Si va da radi scuotimenti di piccola ampiezza a frequenti e notevoli perdite di quota che, nei casi più gravi ed a piccola distanza dal suolo, possono addirittura compromettere la piena sicurezza dell'atterraggio.
Una terza causa di perturbazioni atmosferiche a punta Raisi, più grave di quella dovuta ai venti di mare e a quelli di caduta, è costituita dalle raffiche da terra..."



  
Scartata l'ipotesi di costruire il nuovo aeroporto di Palermo nell'area di Torre dei Corsari fra Villabate, Ficarazzi e Bagheria - una decisione su cui pesarono opposti interessi politici e, sembra, interessi mafiosi legati all'entità degli espropri dei terreni  -  l'appalto di punta Raisi venne affidato senza aver bandito un concorso internazionale.
La SAB se lo aggiudicò offrendo uno sconto del 29 per cento sulla cifra di tre miliardi e mezzo prevista per le due piste e l'aerostazione.
Già all'epoca, la pratica dei subappalti avrebbe lasciato campo aperto ad imprese per lo sbancamento terra ed edili della zona di Cinisi, non estranee agli interessi del boss locali ( il giornalista Mario Francese, anni dopo, ricorderà la Sifac, fondata da Emanuele Finazzo  ed Antonio Nania di Partinico, proprietaria di una cava che fornì materiale da costruzione alle ditte costruttrici ). 
Superando le perplessità di tecnici e di buona parte della stampa palermitana, lo scalo venne inaugurato la sera del primo gennaio del 1960 con l'atterraggio di un Super Convair Metropolitan 440 partito da Ciampino.
L'aereo - con la sigla I-DOGO, piloti Ferdinando Fioretto, Plinio Santini e Renato Bucciero - completò il viaggio in un'ora e dieci minuti, toccando la pista palermitana alle 20.32. 
Sin dai giorni successivi, la pista rivelò la sua debolezza operativa a causa della situazione orografica - condizionata dalla presenza del massiccio roccioso del monte Pecoraro, prospiciente il mare  - e dal gioco di venti e correnti, sfavorevole ad atterraggi e decolli in condizioni di sicurezza.
Molti DC3 e Convair Metropolitan riuscirono a poggiare le ruote in pista con difficoltà con venti tesi da 30 nodi; in presenza di raffiche di scirocco, anche di minore intensità, i piloti preferirono invece dirottare l'atterraggio su un altro aeroporto.
Nel primo anno di esercizio, l'impianto palermitano fece registrare una delle alte percentuali nazionali di annullamenti e dirottamenti di voli in altri aeroporti, a cominciare da quelli di Trapani e Catania.
Fu così che l'Alitalia decise di tenere lontani da punta Raisi la flotta dei propri Caravel e dei DC8, rinunciando ad utilizzare Palermo come città di scalo per voli intercontinentali. 



Solo nel 1968, con la costruzione di una pista trasversale, lo scalo avrebbe superato una parte delle criticità operative del tempo, rilanciate all'attenzione dell'opinione pubblica nel maggio del 1972, in seguito dal tragico incidente di Montagna Longa ( 115 vittime a bordo di un DC8 Alitalia ).

Così dunque la rivista "Siciliamondo" scriveva con sarcasmo ad appena tre mesi dall'inaugurazione dell'aeroporto sul quale "non si scende e non si sale":

"Raise ( o meglio, 'to raise' ) in inglese significa alzare, innalzarsi.
Raisi ( o meglio, punta Raisi ) in siciliano non solo significa 'non  alzarsi' ma anche 'non' atterrare.
Colpa dei venti, dicono, riferendosi sia ai venti, correnti d'aria che disturbano i voli, che ai venti grandi tecnici, periti e competenti che hanno studiato, approfondito e decretato uno dei più consistenti Oscar dello Spreco mai realizzato in Sicilia.
Intanto quattro miliardi e rotti ( ed i rotti dei miliardi sono sempre almeno dei milioni ) infischiandosi dei venti, delle correnti e delle proposte, hanno preso ormai il volo ed a Palermo è rimasto un aeroporto internazionale di puro carattere teorico, mentre l'aeroporto di Boccadifalco, che funzionava regolarmente, è in disarmo e nel più favorevole dei casi si ha sempre il diversivo di una scarrozzata finale di almeno un'ora per raggiungere il centro della città.
Ci viene comunicato intanto che all'aeroporto di Roma già funzionano dei regolari sportelli dove i viaggiatori diretti a Palermo possono scommettere per indovinare dove si atterrerà.
Trapani generalmente viene data alla pari, Pantelleria a 3, Catania a 6, Tunisi a 15 e Palermo a 30, perché proprio lì è molto difficile toccare terra.
Altri diversivi si hanno poi con i così detti 'viaggi circolari'.
Così un viaggiatore parte da Roma per andare a Palermo per motivi urgenti.
L'aereo arriva su punta Raisi, vede che non può atterrare e lo porta a pernottare a Catania.
Il giorno dopo, si riparte da Catania per Palermo.
L'aereo ripiomba su punta Raisi, il pilota vede che non può atterrare e prosegue per Tunisi o Trapani.
Qui il viaggiatore può o prendere un automezzo per percorrere i cento chilometri che lo dividono da Palermo o sperare ancora.
Così l'indomani l'aereo riparte da Trapani, arriva ancora una volta su punta Raisi, vede che non può atterrare e se ne ritorna con tutto il suo carico a Roma.



Dove, all'arrivo, sono pronte le autoambulanze per praticare immediatamente le necessarie iniezioni anti rabbiche ed applicare le camicie di forza nei casi più gravi di sconvolgimento mentale.
Nel frattempo a Palermo ed a Roma sorgono i nuovi progetti per rimediare al fattaccio: pista sul mare, nuova pista in diagonale, getti di aria compressa controvento per neutralizzare le correnti disturbatrici, galleria d'atterraggio scavata nella montagna in modo da eliminare definitivamente i venti e altri casi.
Un giorno forse si deciderà in merito, poi si comincerà a costruire, appena finito ci si accorgerà di avere sbagliato e si ricomincerà un'altra volta.
Passeranno così gli anni e si continuerà ad attendere.
Poi infine verranno i razzi per viaggiatori e gli aeroporti saranno inutili.
E naturalmente, proprio allora Palermo riceverà il suo aeroporto funzionante, definitivo e controvento..."

lunedì 18 giugno 2018

IL BANCHETTO DELLA PARTITA A SCOPA DI VIA VOLTURNO


Partita a scopa in via Volturno, a Palermo.
Le fotografie sono di ReportageSicilia
Capita ancora in strade e piazze dell'Isola di osservare capannelli di persone intorno ad un improvvisato tavolino: una catasta di cassette di legno o di plastica, un bidone, uno scatolone di cartone.
Lo sgangherato banchetto, di solito allestito in luoghi prossimi a mercati o quartieri popolari, accoglie lunghe e silenziose partite a scopa.




Il numero di spettatori - pensionati o sfaccendati della zona - è spesso superiore a quello dei giocatori, come ricordato da Giuseppe Piazza in "Sicilia al sole, curiosità e aneddoti siciliani" ( Brotto, 1986 ):


"Per giocare il numero indispensabile è di due giocatori, normalmente attorniato da un nutrito stuolo di attenti spettatori.




La partita va giocata in religiosissimo silenzio e solo, di tanto in tanto, i giocatori possono parlare, ma solamente di questioni strettamente pertinenti come:

'Sei di mazze e la settanta è fatta!'

oppure:

'Quattro d'oro e l'oro è patto!'

o può essere scandito ad alta voce il conto cabalistico finale:

'Paru, paru, sparu, carta spara in mano!'

Terminata la mano, il silenzio può essere rotto ed ha inizio il vivacissimo commento degli spettatori, che inevitabilmente sono divisi in due fazioni e che, nel mentre, si 'pigghiano 'u cafè'.




Distribuite nuovamente le carte il gioco riprende, sempre in gran silenzio, e dura a volte per ore intere anche fino a sera, quando vinti e vincitori si salutano con l'impegno di incontrarsi nuovamente per l'immancabile rivincita"


domenica 17 giugno 2018

CRONACHE DEL DISORDINE EDILIZIO DI CEFALU'

Portale dell'Immacolatella, a Cefalù.
Le fotografie di Enzo Sellerio
riproposte da ReportageSicilia
sono tratte dal fascicolo "Cefalù"
tratto da "Cronache Parlamentari Siciliane",
edito a Palermo nel maggio del 1971
Basta ritornare a Cefalù dopo pochi mesi un'ultima visita che si nota la costruzione di un nuovo complesso residenziale o di una nuova struttura commerciale, con il loro compendio di aree di sosta e di parcheggi.
La gemmazione edilizia cefaludese è lenta ma inesorabile; da decenni sta modificando soprattutto la periferia Ovest della cittadina palermitana, con criteri che non sembrano del tutto il frutto di un'accorta pianificazione urbanistica.
Il piano regolatore di Cefalù, del resto, soffre di uno storico deficit di organicità e razionale utilizzo del territorio.
Redatto nel 1963 dal professore Giuseppe Samonà, venne adottato cinque anni dopo e approvato dalla Regione soltanto nel 1974.


All'epoca era già iniziato l'assalto dell'edilizia turistico-residenziale, capace pure di imporsi su aree di interesse archeologico.
Nel 1997, il consiglio comunale varò le direttive per la revisione del PRG: misure che però non hanno salvato Cefalù da un disordinato sviluppo di residente, villette a schiera e altre case da villeggiatura ad alta concentrazione di cemento per metro quadro.
Fra i primi a segnalare il dissennato sviluppo edilizio cefaludese fu, nel marzo del 1970, Gioacchino Lanza Tomasi, autore anni prima del pregevole saggio architettonico "Le ville di Palermo"
In un articolo pubblicato sulla rivista "Cronache Parlamentari Siciliane", poi riproposto in un fascicolo corredato dalle fotografie di Enzo Sellerio, Lanza Tomasi ricostruì così dalla fine dell'Ottocento la storia dello stravolgimento urbanistico di Cefalù:   

"Il contatto con altre realtà socio-economiche prodotto dall'Unità non poteva che riuscirle fatale: s'inizia dalla distruzione delle strutture ecclesiastiche ( monastero di Santa Caterina, convento dei Domenicani, ecc. ) per estendersi ad una generale degradazione dell'edilizia borghese.


L'emigrazione di braccia è in atto da quasi un secolo ad ondate successive ed anche la classe dirigente è scomparsa dopo la rimozione delle sedi burocratiche ( distretto militare, scuola sottufficiali carabinieri, comando forestale ) già compiuta prima della seconda guerra mondiale.
Se nella Cefalù dell'Ottocento i segni di decadenza delle famiglie baronali erano già avvertibili ( arresto dei ripristini nei palazzi Maria e Martino-Attanasio ) nel nostro secolo il male s'è fatto cronico scompaginando col tessuto sociale quello edilizio.
Il volto della Cefalù antica è incapsulato in interventi edilizi anarcoidi ( intonaci, balconi, nuove aperture, sopraelevazioni ) dai quali è pressoché impossibile districarlo, e la presenza del club de la Méditerranée nella villa Agnello a Santa Lucia ha di recente dato un indirizzo turistico a questi interventi del centro storico, un indirizzo che tende a trasformare il volto manieristi barocco nelle tinte chiare del villaggio balneare, una confusione fra Cefalù ed il paesino costiero moderno ( una Capo d'Orlando ad esempio ) da cui si possono sperare progressi per l'igiene ma non certo per la conservazione di una tradizione civile e monumentale.


A tutto ciò dovrebbe ovviare il piano regolatore commissionato dal comune ed approvato con cospicue varianti nell'ottobre del 1967.
Esso sviluppa una pianificazione socio-economica del territorio comunale mirante a formare nei 7000 ettari del comprensorio un'isola turistico-culturale, respingendo l'ipotesi, già in atto, di una invasione della costa da parte dei ceti dirigenti della vicina capitale della Regione.
Gli interventi nel centro storico sono stati rinviati ad un piano particolareggiato.
Qualsiasi siano le varianti, le legittimità del progetto originario e di quello modificato, è sempre meglio un piano che nessun piano; nelle more, vige la salvaguardia, fino a qual punto non rispettata non sappiamo"

martedì 12 giugno 2018

L'IMMAGINE DELLA SICILIA DELLO STUDIO ARTASS CROCE


STUDIO ARTASS CROCE ( Treviso ), 
Manifesto pubblicitario della Sicilia, 1953 circa

domenica 10 giugno 2018

L'INSULARITA' IMPERFETTA DELL'ISOLA DI SICILIA

Spiaggia siciliana.
La fotografia risale agli anni Cinquanta
del secolo scorso
ed è tratta dagli archivi
dell'Assessorato regionale al Turismo
"Un'isola non abbastanza isola: in questa contraddizione è contenuto il tema storico della Sicilia, la sua sostanza vitale...
Le ridotte profondità del mare nella zona dove l'Isola sorge segnano con evidenza lo spazio che divide il bacino orientale del Mediterraneo dall'occidentale: una laguna piuttosto che un abisso.
L'Isola domina questo paesaggio e ne è dominata..."

Così lo scrittore Giuseppe Antonio Borgese ragionò nel 1933 in un famoso scritto redatto per il Touring Club Italiano.
L'imperfetta dimensione isolana della Sicilia - non paragonabile a quella della Sardegna - venne invece così analizzata nel 1976 da Alfredo Panicucci in "Le coste del Mediterraneo" ( Arnoldo Mondadori Editore ): 

"La Sicilia dista dalla penisola italiana - diceva Plinio il Vecchio, il grande naturalista latino - 1500 passi; per Tucidide erano 20 stadi.
Muniti di più efficienti strumenti di misurazione, noi diciamo 3416 metri; un breve spazio fisico, dunque, ma un abisso che talvolta diviene incalcolabile nella realtà psicologica e spirituale.
Le correnti marine, i vortici, Scilla e Cariddi, antiche leggende e non dimenticati terrori, sembrano sottolineare che questo braccio di mare non è misurabile in valori numerici"





mercoledì 6 giugno 2018

UN'INCHIESTA SULLA PALERMO MONDANA DEL 1959

Telefonata da un locale pubblico
a Palermo nel 1959.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
furono scattate dal Giancarlo Bonora
ed illustrarono un reportage di "Epoca"
firmato dal giornalista Nicola Orsini
Con il titolo "La vita mondana di Palermo capitale" - definizione che evoca quella di "Capitale della Cultura", assegnata nel 2018 - il 17 maggio del 1959 il settimanale "Epoca" dedicò un reportage al capoluogo dell'Isola.
Il giornalista Nicola Orsini ed il fotografo Giancarlo Bonora raccontarono il costume ed il carattere della città attraverso la descrizione delle abitudini dei palermitani; ne venne fuori un ritratto sarcastico ed impietoso della società locale, negli anni in cui Palermo iniziava a perdere il fascino di "città meravigliosa" descritto pochi anni prima da Carlo Levi.
Lo scrittore di "Le parole sono pietre" aveva descritto le figure dei cantastorie che agli inizi degli anni Cinquanta declamavano le antiche gesta di Ruggero, in una città ancora vaporosa di giardini fioriti ed azzurri scorci del mare.
Nel reportage dei "Epoca", gli autori non fanno riferimento allo stravolgimento urbanistico e paesaggistico di Palermo ( è il periodo del così detto "sacco edilizio" di Palermo ).
Nicola Orsini e Giancarlo Bonora concentrano piuttosto la loro attenzione sul provincialismo e sull'inettitudine dei "nuovi" palermitani: gli eredi delle vecchie famiglie aristocratiche - i "baroni depressi", improduttivi e legati ai residui di vecchi privilegi - e la nuova borghesia, compiaciuta nel suo ruolo burocratico di "élite" di rappresentanza della città, nel chiuso dei salotti e delle convenzioni più retrive.


Serata in un salotto palermitano
Il reportage sottolinea così le difficoltà di emancipazione dei giovani palermitani del tempo - in special modo, le ragazze - e la pratica di un perbenismo che pregiudica lo sviluppo delle relazioni sociali: 

"A Palermo la temperatura media è di 18 gradi sopra lo zero.
Il sole splende, dieci mesi all'anno, in un cielo turchino cupo, i dintorni della città sono un sogno: il monte Pellegrino, il parco della Favorita, la spiaggia di Mondello, il golfo di Castellammare, la stupenda costa fino a Cefalù, Gibilmanna, l'Aspra, Monreale.
In un così felice paradiso, per chi dispone di mezzi la vita dovrebbe fluire dolcemente; divertirsi dovrebbe essere uno scherzo.
In realtà, com'è la vita nella capitale della Sicilia?
'Noiosa', gemono all'unanimità i rappresentanti di quel''élite' aristocratico-borghese ( esigua minoranza in una popolazione di più che seicentomila abitanti ), la quale passa le sue serate nei circoli e nelle case private.
All'una e alle otto, le ore dell'aperitivo, la gioventù dorata si affolla al 'bar del viale', il Caflish di via della Libertà.
I giovanotti arrivano in 'Seicento' o in 'MG'; le ragazze in abiti che mettono in risalto ( forse più che a via Veneto, certo più che a Montenapoleone ) la loro bellezza.
Ci si saluta, si chiacchiera un pò, difficilmente si combina qualcosa di nuovo, di originale, di divertente.
Anche la 'jeunesse dorée' finisce, dopo cena, in casa di questo o di quella, raramente a far quattro salti, sotto l'occhio vigile di onnipresenti mamme o zie, più spesso ad assistere al 'Musichiere'.
Qualcuno, invece, va al cinema.
I cinematografi di prima visione sono tre o quattro, i film vi restano non più di tre giorni, l'ultimo spettacolo finisce verso l'una.
Nelle altre sale, si chiude non oltre le dieci di sera: che è l'ora massima consentita dalle rigide tradizioni popolari per una ragazza di famiglia costumata.



Verso l'una di notte, il bar del viale è di nuovo colmo di gente che esce dalle 'prime visioni', ci si risaluta, si chiacchiera un pò, ci si avvia a letto.
Nella buona società palermitana primeggiano tuttora i rampolli della vecchia aristocrazia cittadina, discendenti di quelle antiche casate che conservarono tenacemente il potere politico e amministrativo, tra invasioni e aggressioni e, di volta in volta, si angioinizzarono, si spagnolizzarono, si borbonizzarono, si garibaldinizzarono, resistettero sempre.
C'è poi l'aristocrazia terriera, di costumi più rigidi e villerecci, che sino a poco tempo fa viveva nei feudi e solo di recente si è inurbata.
Oggi, che il potere politico è perduto  la riforma ha tagliato immense fette di feudi, il reddito agrario è sceso a cifre irrisorie ( in certe zone è dell'uno per cento ), costoro, tranne rarissime eccezioni, non hanno saputo o voluto inserirsi in un processo produttivo industriale.
Tra principi e baroni non si trova un solo capitano d'industria.
Un Florio, oggi, non esiste più.
Una tenuta di cento ettari dà un reddito di settanta, ottanta mila lire.
Per questo li chiamano 'baroni depressi'.
Le loro entrate, ancora sufficientemente alte da consentire di non far nulla, più che dalla terra, vengono dagli appartamenti e dai negozi cittadini.
C'è poi l'alta borghesia agiata, tuttora in fase di formazione, la quale tende, irresistibilmente, a sostituirsi all'aristocrazia non solo come autorità amministrativa, ma anche come società, come costume.
Il che non avviene certamente senza difficoltà, contrasti ed opposizioni.
La nobiltà infatti si difende, accanitamente con i circoli.
Ve ne sono di chiusissimi, come il 'Bellini' o il 'Circolo della Vela', dove non si accettano soci che posseggano meno di quattro quarti di nobiltà.
Il 'Bellini', il più esclusivo, un tempo era in comunicazione coi palchi dell'omonimo teatro: i suoi membri, appartenenti all'aristocrazia più eletta, alternavano il gioco d'azzardo con fugaci e doverose apparizioni alle 'prime'.
Tomasi di Lampedusa vi scrisse molte pagine del suo 'Gattopardo'.
Da poco il circolo ha ammesso anche le nobildonne.
Il socio frequentatore più giovane sfiora gli ottant'anni.



I circoli 'Savoia-Sport' e 'Lauria', meno esclusivi, annoverano tra i loro membri l'élite mondana della capitale, gente che sostiene il fardello di un 'cocktail' al giorno e che non mette mai piede nei due 'night club' cittadini che sono il 'Mirage' e 'Tavernetta' dell'albergo 'Sole'.
Entrare in un 'night' sarebbe considerata una bizzarria imperdonabile.
Ai rampolli di rango è consentito farlo solo quando accompagnano ricche ereditiere del ceto borghese.
Le borghesi palermitane di pingue lignaggio, infatti, ambiscono ai titolati regionali al punto di osare di infrangere, pur di raggiungere lo scopo, inveterate rigidezze ambientali ( una ragazza di famiglia costumata, infatti, non frequenta, in ogni caso, locali notturni ).
Nei circoli ( e nei salotti privati ) si gioca a carte.
E' questa un'inveterata abitudine della buona e tediata società palermitana.
In certi periodi festivi ( per esempio sotto il Natale ) il gioco infuria, letteralmente, nei salotti della gente bene.
Dacchè è giunto a Palermo il nuovo questore Jacovacci, le strade della capitale sicula, la notte, sono diventate sicure.
Da un mese non si registra un solo assassinio in città.
La cronaca nera dei locali quotidiani langue.
Fuori Palermo, però, il discorso è ancora diverso.
In attesa del riscatto, si può languire come ostaggi per settimane.
Dopo le nove di sera, la statale Palermo-Trapani è l'arteria più deserta d'Italia.
E' una delle ragioni, questa, per cui non esistono a Palermo, gite o escursioni notturne.
Non c'è l'abitudine di andare a cenare fuori porta, come a Roma, Firenze, Milano.
I luoghi sarebbero incantevoli, la cucina probabilmente ottima, ma il rischio - per i locali - eccessivo.
E poi, le ragazze non avrebbero mai il permesso.
La cosa curiosa, infatti, è che non sono in voga neppure le gite diurne.
Uscire di città in macchina non è stimato corretto per una ragazza.
Abbiamo conosciuto ragazze che pilotano personalmente l'automobile.
Usano la macchina in città, ma non possono oltrepassarne la cinta.
Arrivano tranquillamente fino in fondo a Corso Calatafimi, ma se vogliono spingersi a Monreale, che dista due o tre chilometri, a casa ( e soprattutto nella cerchia di amici e conoscenti ) nessuno deve saperlo.
Ci si preoccupa non di fare o non fare una cosa, ma di farla 'bene', cioè pulitamente, senza scandalo.


Incontro serale dinanzi
la storica pasticceria "Caflish"
in via Libertà
La plurisecolare tradizione di rigidezza siciliana è sempre stata poco rispettata dalla grande aristocrazia cittadina.
La guerra ha finito di spezzare, anche nella classe dei baroni terrieri e dell'alta borghesia, le ultime catene.
Prima della guerra, le ragazze di famiglia andavano a ballare presso famiglie amiche solo se accompagnate dai fratelli.
Dice Renata zanca, nata baronessina Pucci:

'Nel 1940, quando avevamo 16 anni, per convincere i fratelli renitenti dovevamo comprarli, offrire loro cento, duecento lire ( e allora era una somma ) perché ci accompagnassero'

Poi ci furono la guerra, l'invasione, la fame.
Quando arrivarono gli americani, anche gli ultimi ostacoli furono rimossi.
Fece la sua comparsa, per la prima volta a Palermo, l'istituzione dello 'chaperon': un ragazzo cioè di famiglia perbene al quale venivano affidate sei o sette ragazze da scortare.
Oggi le ragazze della buona società vanno a ballare senza 'chaperon' di scorta.
I genitori, affidandole a giovanotti bennati del loro stesso ceto, concedono perfino le chiavi di casa.
Nel corso dei ricevimenti in case private, che si susseguono a ritmo incalzante durante tutto l'anno, i rapporti si sono fatti meno rigidi e convenzionali.
A un certo rango sociale, perfino le esasperazioni della gelosia siciliana sono considerate un mito.
Ma se scendiamo un gradino o due della scala sociale, ritroviamo gli eterni, immobili pregiudizi della Sicilia irriducibile.
La gelosia ( del marito, del fidanzato, del fratello, del padre ) non è affatto un mito, ma un'autentica realtà.
Il popolo, la borghesia minuta e ampi strati di quella media, vivono ancora in un mondo rigido e severo, dove la libertà per un adolescente è inconcepibile.
Dalle elementari a tutto il liceo non esistono classi miste nelle scuole palermitane.
Dall'asilo all'università, praticamente una femmina vive in segregazione, divisa dall'altro sesso.
Quando poi la bambina, intorno ai dodici anni, comincia a farsi donna, la si chiude in casa; da cui uscirà soltanto in compagnia dei genitori, di un parente o della domestica.
Non esiste più possibilità di rapporti con l'altro sesso fino ai diciotto anni, quando la ragazza frequenterà l'università.


Le terrazze di palazzo De Seta,
tra il Foro Italico ed il quartiere della Kalsa
Ma il professore D'Alessandro, docente di Pedagogia all'Ateneo di Palermo, ricorda che qualche anno fa agli esami si presentò una fanciulla la quale si scusò di non avere mai frequentato le lezioni perché la madre non vedeva di buon occhio che la figliola si trovasse nella stessa aula con studenti maschi.
Piazzatevi all'entrata di un bar o di un caffè del centro verso le undici e mezzo di sera: osserverete gruppi di fratelli, mamme, parenti che attendono l'uscita delle commesse per accompagnarle a casa.
Nei ceti popolari, piccolo e medio borghese, la separazione assoluta tra i giovani dei due sessi, la clausura per le ragazze oltre i dodici anni, sono principi intangibili.
In occasione di un dibattito sui rapporti tra i giovani siciliani, indetto la settimana scorsa dal giornale 'L'Ora' al circolo della stampa, abbiamo udito un professionista, medico cinquantenne, affermare che dai dodici ai diciott'anni, alla raggiunta maturità fisiologica, nelle fanciulle non corrisponde una pari maturità morale, talchè si renderebbero necessari il controllo, la segregazione, la clausura.
La clausura ha un corrispettivo, che è la 'fuiuta', cioè la fuga.
Vi sono alcuni paesi della provincia palermitana, come Bagheria, Carini, Partinico, dove la 'fuiuta' è endemica.
D'altra parte il costume della fuga ha spesso basi nient'affatto romantiche: si fugge, cioè, con il consenso dei genitori, per sottrarsi alle forti spese cui si andrebbe incontro con regolari sponsali.


Il regista palermitano
 di prosa e teatro Alberto Fassini
ritratto sulle terrazze di palazzo De Seta
Circa un mese fa il quotidiano della sera palermitano fece un'inchiesta tra i giovani.
Che cosa ne pensano dei loro coetanei le ragazze di Palermo?
Una ragazza rispose:

'L'amicizia disinteressata fra due giovani non può esistere.
La prerogativa dei ragazzi siciliani è quella di essere poco seri, di avere la mania delle conquiste'.

Un'altra ragazza affermò:

'Da un lato i giovani siciliani vogliono che la ragazza sia moderna, per poi criticarla.
Dicono che può uscire sola la sera, che può andare a ballare; però quando la ragazza fa questo, dicono che è poco seria'

Un'altra ragazza ancora mise il dito sulla piaga:

'Il motivo per cui non può esistere amicizia fra giovani siciliani dei due sessi è molto semplice: in Sicilia siamo abituati a non avere amicizie fin da bambini, quindi i giovani crescono per conto loro, le ragazze anche; poi, a diciotto, vent'anni cercano l'amicizia e allora le famiglie, i grandi, credono che questa ricerca non sia una esigenza della personalità, ma un darsi allo scherzo, al divertirsi'



L'inchiesta mise in evidenza anche che i giovani sono assai meno spregiudicati delle ragazze.
Ecco, infatti, quanto dichiarò un ragazzo:

'Se una giovane non può uscire dopo le nove di sera, non è limitata la sua libertà, anzi è protetta'

E un altro:

'Il comportamento dei giovani con le ragazze dipende da loro: se ci comportiamo male, è colpa delle ragazze, così se ci comportiamo bene'

Uno studente, del quinto anno di medicina, disse:

'Io personalmente sposerei una ragazza che sia stata fidanzata tre quattro volte, ma mi rendo conto che generalmente un giovane siciliano non è disposto a farlo'

Interessante il punto di vista di una tedesca, che frequenta il quarto anno di medicina:

'Trovo i ragazzi palermitani, forse perché non sono siciliana, molto più amabili di tanti altri.
Sono un pò all'antica, specialmente quelli che studiano, ammettono a  parole delle idee moderne, in pratica restano con le vecchie idee dei genitori.
Ho constatato che appena il giovane siciliano esce dalla Sicilia, diventa un altrove più semplice, più libero'

D'estate, c'è Mondello, la stupenda spiaggia di Palermo.
Mondello costituisce per le ragazze la grande vacanza sospirata tutto l'anno.
Le famiglie vi si trasferiscono in massa e vi trascorrono l'intera giornata davanti ai capanni, mangiando sul posto.
ragazzi e ragazze ( finalmente ) posso fare qualche gita in bicicletta.
Anche le mamme sono contente: a Mondello si combinano spesso i futuri matrimoni.
C'è anche un'altra possibilità d'evasione: la comitiva.
Dice una commessa ventiquattrenne:

'Nessun genitore trova mai da ridire su una comitiva affiatata, formata da persone per bene e che si conoscono.
L'importante è non andare nei locali notturni.
Così siamo noi a crearci i nostri locali notturni, portandoci il giradischi.
Unica difficoltà è il rientro a casa, non per i miei ma 'per i vicini di casa' che, non sapendo come passare la serata, la riempiono occupandosi dei fatti degli altri'

Un giovanotto di 23 anni, sulla vita notturna della capitale, è più pessimista:

'Per combinare qualcosa, qui a Palermo, bisogna disporre di quattro cose: una macchina, una discreta posizione, una reputazione di ragazzo di tutta fiducia e, infine, un fisico passabile: allora si viene accettati dalle comitive.
In caso contrario, non resta che trascorrere le serate passeggiando o davanti alla televisione'

Uno studente di 24 anni ha detto:

'Passano settimane prima che si possa entrare in una comitiva, diventare di casa e potere ballare con le ragazze o anche semplicemente rivolgere loro la parola.
Fuori dalle comitive, restano solo cinema e biliardo'



Certo, imperano sempre i circoli e le case private.
Molte case sono attrezzate per ricevimenti di grande impegno.
Anche presso famiglie non ricche è raro non trovare un cameriere in livrea: costa poco, sulle quindicimila lire al mese.
Palermo mondana e nottambula spera nel marchese Emanuele De Seta, che ai primi di giugno aprirà un 'night club' sulla terrazza del suo magnifico palazzo 'La Khalesa', che si affaccia sul mare.
Il club si chiamerà 'Circolo dei Forestieri' e vi entrerà solo per inviti.
Alla terrazza si accede a mezzo di un ascensore celere e di una magnifica scalinata di legno.
La pista da ballo è piccolissima perché, dice il marchese, 'bisogna starci stretti'.
Non vi sarà luce, solo il chiarore della luna e delle stelle"