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giovedì 2 luglio 2020

L'ALBA CEFALUDESE DI FRANCESCO BEVILACQUA






DONNE ALLA FONTANA E L'OMAGGIO ALLE VITTIME DI PORTELLA

Foto tratta da "Terra di Sicilia",
opera citata

In una giornata di sole, tre donne riempiono di acqua le loro botti in legno, poggiandole sul bordo della vasca di una piccola fontana.
Nell'attesa di concludere l'operazione, discutono in maniera rilassata alla presenza di un bambino, forse un figlio, forse un nipote.
La donna col vestito scuro poggia in modo aggraziato il piede sinistro sul basamento della fontana, quasi in posa da ballerina. 
Sul muro adiacente, campeggia un manifesto con la scritta "W i martiri di Portella della Ginestra": un omaggio alle undici vittime ed ai numerosi feriti che il 1 maggio del 1947 finirono sotto il fuoco della banda Giuliano.
La fotografia riproposta da ReportageSicilia - sconosciuto è il luogo dello scatto, sconosciuto ne è l'autore - è tratta dalla rivista "Terra di Sicilia", stampata il 10 settembre del 1953 in occasione del Festival Meridionale dell'Unità del 4 ottobre dello stesso anno. 

giovedì 25 giugno 2020

PANTELLERIA, L'ISOLA DELL'ATTRAZIONE O DELLA FUGA

Una scogliera di Pantelleria.
Foto di Nino Teresi,
pubblicata nel settembre del 1970
dalla rivista "Sicilia"

L'ultima volta che ho messo piede a Pantelleria in aereo è stata la prima ed unica volta che ho sperimentato la paura provocata da una discesa fra violente raffiche di vento, accompagnate da una serie di interminabili cadute nel vuoto dell'ATR 42 seguite da una brusca risalita e dall'annuncio di un forzato ritorno a Palermo.
Se il mio viaggio non fosse stato reso necessario da motivi di lavoro, mi sarei risparmiato - qualche ora dopo - il brivido di un secondo tentativo di atterraggio sulla pista pantesca caparbiamente messo a segno dal pilota.
L'accaduto mi ha fatto riflettere su un'opinione corrente che circola su Pantelleria; quella secondo cui quest'isola aspra e nera di roccia vulcanica, priva di spiagge, con un mare blu cobalto, un lago luccicante incassato fra le colline, una montagna che supera gli 800 metri di altezza, una campagna ricca di frutti e di "dammusi" arabi abitati da milanesi, possa suscitare in un nuovo visitatore stati d'animo contrastanti.
Più di altre isole siciliane, cioè, Pantelleria si ama o si detesta, proprio per la forza dominante del paesaggio e di una natura in cui gli elementi padroni sono il vento, il mare e le rocce modellate dal fuoco vulcanico.
Di questo carattere di Pantelleria ha così scritto Giosuè Calaciura:

"Pantelleria - si legge in "Pantelleria. L'ultima isola" ( Editori Laterza, 2016 )- è diversa da tutte le altre per conformazione e sentimento, isola di magnetismi di poli opposti che si respingono, si attraggono, la mantengono galleggiante.
Contraddizioni palpabili, a volte sino al rifiuto.
Al molo, nei pomeriggi di 'malura' di pesce perché la corrente è 'cuntrariusa', o perché anche le creature acquatiche restano sgomente dei luoghi del sottomare, i pescatori di canna si raccontano leggende di viaggiatori sbarcati che nell'urgenza del loro malessere hanno trascinato i trolley lungo tutta la banchina, sono entrati nell'ufficio Siremar e hanno acquistato i biglietti per il loro ritorno immediato con lo stesso traghetto all'isola madre, a Trapani, nell'incongruenza di quanto sembri più rassicurante la Sicilia, tutto il mondo, da Pantelleria..."    
  

martedì 23 giugno 2020

RITARDI, GIRI VIZIOSI E INTERESSI DI PARTITO NEL VARO DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA

Una carta geografica della Sicilia centrale
in dotazione nel 1963
 alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia.
Opera citata

Fra il 1867 ed il 1910, lo Stato italiano diede corso a cinque diverse inchieste sulla criminalità mafiosa in Sicilia: un cancro che ancora ai nostri giorni - malgrado un secolo di arresti, condanne e confische di beni - continua a lasciare tracce vitali ed evidenti sulla società e sull'economia dell'Isola.
L'esigenza di dovere analizzare le cause e individuare le complicità che favoriscono la violenza mafiosa è nata quindi già pochi anni dopo l'unità d'Italia.
La nascita dello Stato repubblicano non ha risolto la questione che ancor oggi impegna magistrati e forze dell'ordine.
Dal secondo dopoguerra, anzi, la mafia ha rafforzato la sua vitalità - pensiamo ai tanti eccidi ed alle stragi, paragonabili ad atti di terrorismo -  e la capacità di penetrazione nel sistema degli enti pubblici e dell'economia locale, spesso godendo della copertura di pezzi delle istituzioni.
Messo alle strette dai più gravi delitti - l'eccidio Dalla Chiesa, quelli Falcone e Borsellino, ad esempio - lo Stato si è  spesso in passato limitato ad attendere che la mafia si manifestasse con azioni di eccezionale violenza, prima di imporre una reazione necessaria a contenere l'idea di una eccessiva debolezza dei governi.
Sono così nati specifici gruppi investigativi ed istituite misure giudiziarie destinate a limitare il potere violento di Cosa Nostra.


Il fascicolo della Commissione
riguardante Salvatore Lucania,
alias "Lucky Luciano"

La linea dell'attendismo è stata applicata anche per il varo della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia: rimandato per anni, venne infatti deciso in tutta fretta nel 1963, pochi giorni dopo la strage palermitana di Ciaculli, costata la vita a sette fra carabinieri, poliziotti e soldati dell'Esercito. 
Di una inchiesta sulle attività del crimine organizzato in Sicilia si era discusso sin dal 1948, quando il comunista Giuseppe Berti presentò alla Camera - il 14 settembre di quell'anno - un progetto di legge per l'istituzione di una Commissione parlamentare.
La maggioranza di governo bocciò allora la proposta.
Lo stesso disegno di legge, presentato nel novembre del 1958 da Ferruccio Parri e Simone Gatto - durante i mesi di una sanguinosa  faida a Corleone fra i clan Navarra e Liggio, che avrebbe visto affermarsi quest'ultimo, con l'appoggio di Riina e Provenzano - incontrò all'inizio una forte opposizione.


Donato Pafundi, primo presidente
della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia.
In precedenza, aveva ricoperto gli incarichi di
procuratore generale e e presidente onorario di Cassazione

Portato in discussione nell'aprile del 1961 davanti la prima Commissione permanente del Senato, il provvedimento venne ancora una volta respinto.
Il disegno di legge Parri-Gatto fu però riproposto l'anno successivo, quando un voto unanime dell'Assemblea regionale siciliana ne sollecitò l'approvazione.
Prima di arrivare al voto del 30 marzo del 1962, la stessa Assemblea aveva discusso una mozione socialista ed un'interpellanza comunista.
La prima impegnava il presidente della Regione - che in base allo Statuto dell'Autonomia è responsabile dell'ordine pubblico in Sicilia ( funzione in realtà mai espletata ) - a riferire all'Assemblea sugli accertamenti compiuti sulla mafia, e chiedeva la costituzione di una Commissione d'inchiesta.
L'interpellanza comunista invitava il presidente della Regione ad esercitare pressioni istituzionali per sollecitare un'inchiesta parlamentare della Camera e del Senato sulla criminalità mafiosa nell'Isola.
La proposta d'inchiesta presentata da Parri e Gatto al Senato, fu approvata l'11 aprile del 1962.
Alla Camera dei Deputati si avviò il 28 novembre dello stesso anno la discussione su un'altra proposta di legge, che venne approvata il 12 dicembre.
Tuttavia - mentre le cronache siciliane continuavano a riferire omicidi e attentati di chiara matrice mafiosa - la nomina della Commissione venne ancora rimandata al 28 aprile del 1963, il giorno prima dello scioglimento delle Camere per le elezioni.
La Commissione potè finalmente iniziare i suoi lavori il 6 luglio del 1963, 6 giorni dopo la strage di Ciaculli.
Vincolati al segreto d'ufficio, ciascun commissario fu dotato di una ristampa della vecchia relazione finale sullo stato delle condizioni economiche e sociali in Sicilia firmata nel 1875 dall'onorevole Romualdo Bonfadini: un documento in cui la mafia non veniva indicata come un'associazione a delinquere, ma come una "prepotenza diretta ad ogni scopo di male".
Del nuovo organismo parlamentare fecero parte cinque siciliani: il democristiano Giuseppe Alessi, il socialista Vincenzo Gatto, il missino Angelo Nicosia, i comunisti Nicolò Rosario Cipolla e Girolamo Li Causi


Il boss di Corleone, Luciano Liggio.
Le altre foto ritraggono, nell'ordine,
Vincenzo Rimi, capomafia di Alcamo,
Salvatore Greco e Angelo La Barbera,
entrambi di Palermo





La sofferta storia della istituzione di una Commissione parlamentare nata in ritardo sui tempi e con profonde divisioni interne venne così riassunta il 3 dicembre 1967 dal Livio Pesce sul settimanale "Epoca":   
         
"Nel 1958 - si legge in un articolo intitolato "I segreti della mafia" illustrato dalle fotografie ora riproposte da ReportageSicilia - i senatori Parri e Simone Gatto propongono un'inchiesta parlamentare sulla mafia.
Il relativo disegno di legge viene approvato quattro anni dopo, alla fine del 1962.
A presiedere la Commissione è chiamato l'onorevole Paolo Rossi, socialdemocratico.
Ma la Commissione stessa non entra in azione, arriva la fine della legislatura.
Il Parlamento si scioglie e tutto resta fermo.
Dopo le elezioni dell'aprile del 1963 si riprende il discorso.
Pafundi, alto magistrato in pensione, non fa parte del Parlamento, essendo risultato primo fra i non eletti dopo il senatore democristiano Zotta, suo cugino.
La Commissione è sempre ferma e, anzi, Paolo Rossi va a presiderne un'altra, quella dei 'Diciannove' per l'Alto Adige.
Intanto muore Zotta e Pafundi entra al Senato.
Quindici giorni dopo, l'onorevole Giovanni Leone gli telefona e gli dice:

'Pafundi, devi rendere un servizio allo Stato'
'Quale?'
'Assumere la presidenza della Commissione antimafia'

L'ex magistrato protesta che lui 'non è un politico', gli rispondono 'meglio così'.
Alla fine, accetta.
La Commissione, formata da 13 democristiani, compreso il presidente, 8 comunisti, 4 socialisti, 2 socialdemocratici, il senatore a vita Parri ed un missino, s'insedia ma solo formalmente.
I comunisti sono decisi a dar battaglia ai democristiani, ben sapendo che la mafia si attacca al potere come le mosche al miele.
E i democristiani sono altrettanto decisi a difendere il loro partito da ogni 'speculazione', vera o presunta.
Tutto rischia di invischiarsi nelle sabbie mobili della politica.
Ma a un certo punto, è proprio la mafia a rompere questo giro vizioso con un delitto più clamoroso degli altri: la strage di Ciaculli del 30 giugno 1963, che costa la vita a sette carabinieri e soldati, fra cui un ufficiale.
Ne nasce un'ondata di indignazione generale che mette in moto l'Antimafia..."

mercoledì 10 giugno 2020

UN ELENCO DI 'NCIURIE DI PESCHERECCI MAZARESI

Pescherecci di Mazara del Vallo.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia

L'uso delle "nciurie" - i soprannomi dati a singole persone o famiglie - è ancora diffuso in molte comunità dell'Isola, sia nei piccoli centri urbani che nelle periferie urbane.
In un godibile volume che raccoglie centinaia di testimonianze sulla storia dei pescatori di Mazara del Vallo, edito dal Comune nel 2016 ( "Mazara del Vallo, la voce del suo mare" ) Flora Savona Marrone riferisce una lista di "nciurie" assegnate dai mazaresi ai pescherecci, "antropomorfizzati ed identificati con un soprannome" - scrive nella prefazione Antonino Cusumano - "più che con il loro nome ufficialmente registrato e fissato sulla fiancata dello scafo".

Alcune di queste vecchie "nciurie" di barche si spiegavano con le loro caratteristiche costruttive e, talora, con i difetti di funzionamento:

"Lu Cazzottu" e "Lu Cutugnu", perché erano corte e grosse; "Testa 'Nfunnu", perché aveva la prua molto bassa; "La Peccatrice", perché aveva la prua larga e grossa; "La Cunculina", perché aveva la forma di una bagnarola; "Lu Carrumattu", perché era lunga e grossa; "La Caserma di Carrabbinieri", perché aveva la cabina molto alta; "Buchi Buchi""Boogie Woogie", ndr ), perché il motore faceva ballare la barca; "Dechè Dechè" e "Scim Sciam", perché i motori, mal funzionanti, facevano questi rumori.

Altre barche, ricorda Flora Savona Marrone, erano appellate per le abitudini degli equipaggi o dei proprietari:

"Lu Cufuneddru", perché a bordo tutti fumavano la pipa; "La Munnizza", perché era poco pulita; "Fatti avanti e poche parole", perché il proprietario, appassionato dell'opera dei pupi, quando assisteva agli spettacoli gridava al saraceno, "Fatti avanti e poche parole!"; "La Rattarola", perché i proprietari grattavano soldi da tutte le parti; "Lu Va e Veni", perché portava pochi pesci e l'equipaggio entrava ed usciva dal porto continuamente; "T'ascippu la testa", perché se un ragazzo saliva a bordo mentre la barca era ormeggiata, il proprietario gli gridava minacciosamente "O scinni, o t'ascippu la testa".


Altre barche, invece, meritarono la loro "nciuria" per episodi rimasti impressi nella memoria dei pescatori mazaresi:

"L'ultimu jornu di carnalivaru", perché arrivò in porto l'ultimo giorno di un carnevale; "La 'Nnamurata", perché il proprietario si era innamorato; "Minchia chi è laria!", perché un marinaio, battendo la testa mentre si trovava a bordo, esclamò dolorante la fatidica frase.

martedì 9 giugno 2020

L'ISOLA DEI CONIGLI ED IL RICORDO DELL'UCCISIONE DI UNA FOCA MONACA

L'isola dei Conigli, a Lampedusa.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Fra i luoghi della Sicilia che in passato hanno vantato la frequente presenza della rara foca monaca figura Lampedusa.

Il ricordo di questo mammifero si perde oggi nella memoria dei più anziani lampedusani ed è attestato dalla lettura di brevi cronache giornalistiche di tempi remoti.
Una di queste risale all'aprile del 1896 e descrive l'uccisione di una foca monaca - definita "un mostro marino" solitamente non presente a Lampedusa - nei pressi dell'isola dei Conigli

"Nell'isola di Lampedusa è stato pescato un mostro marino, e in un modo che pare un capitolo del romanzo di 'Robinson Crosuè'.
Un contadino, camminando sulla spiaggia dell'isola, udì un rumore strano e sconosciuto.
Guardatosi attorno per conoscere la causa di quel rumore, vide che all'imboccatura di una grotta dell'isola dei Conigli, scoglio lontano dalla costa lampedusana una ventina di metri, disteso sulla morbida alga del mare, dormiva tranquillamente un animale di forme colossali.
Il contadino corse subito ad un vicino casolare e, armatosi di un fucile carico a palla, scaraventò sul mostro due fucilate che colpirono a segno.



L'animale ucciso è lungo tre metri, pesa quasi 150 chilogrammi, ha quattro zampe ed unghie molto sviluppate, bocca relativamente piccola, armata di robusta dentatura, è sfornito di baffi, ha pelle di color plumbeo con peluggine assai lucente al dorso, mentre alla base presentasi giallastra, senza pelatura.
Pare trattasi di una enorme foca, il che sarebbe un fenomeno straordinario, poiché le foche non vivono in questi mari"  

mercoledì 27 maggio 2020

LA REMOTISSIMA ARTE DEI 'CANNATARI' DI CALTAGIRONE

La scala con 142 gradini
di Santa Maria del Monte, a Caltagirone.
I rivestimenti di maiolica che decorano ogni alzata
furono completati nel 1954.
Foto non attribuita, opera citata nel testo

"Un'etimologia del nome Caltagirone, secondo gli studiosi, - ha scritto lo studioso calatino Pietro Gulino in "Sicilia" ( ottobre 1975 ) - potrebbe essere quella che lo fa derivare da 'Qua'at', che in arabo significa 'collina', o 'giarrone' o 'inzirone': grande vaso o brocca, e perciò 'collina dei vasi'.
Questa sarebbe una riprova del fiorire, in quella città, dell'attività ceramistica al tempo della dominazione araba in Sicilia.
Il calatino padre Francesco Aprile, gesuita, racconta nella sua 'Cronologia di Sicilia', di essere stato testimone oculare quando, nei primi del Settecento, per l'escavazione di un acquedotto, furono trovate a notevole profondità, nella zona della frana del quartiere musulmano, avvenuta nel 1346, molte officine di 'cannatari', come ancor oggi, localmente, vengono chiamati i fabbricanti di terraglie smaltate di uso comune.


Che in Caltagirone si producessero ceramiche ancor molto prima dell'avvento degli Arabi, è testimoniato da scavi eseguiti nei dintorni della città, che hanno portato alla luce vasi ed ampolle antichissimi che conservavano tracce di linee colorate tanto che si può affermare che la tradizione locale sia di derivazione siceliota..."


domenica 24 maggio 2020

I SICILIANI E L'OBBLIGATA ALTERNATIVA DEL MARE

Venditore di aguglie.
Foto di Gaetano Armao
pubblicata dalla rivista "Sicilia"
edita nel dicembre del 1956
dalla Regione Siciliana Servizio Turismo

"I siciliani - ha scritto l'antropologo culturale Giampiero Finocchiaro in una prefazione di "Terramare, storie di luoghi, di cose e di uomini" ( un ricchissimo reportage fotografico sul mare e sugli uomini di mare del golfo di Castellammare di Giuseppe Viviano, edito nel 2018 ) -  si sono rivolti al mare là dove la terra si mostrava arcigna ed ingrata, là dove le aspre rocce e la selva degli impedimenti sociali, negava ipotesi differenti ed occasioni alternative.
Hanno vissuto il mare come 'materia', soffrendo fatiche e vivendo dolori con rassegnata sottomissione; hanno via via costruito un 'concetto' di mare legato al fato inteso come 'esperienza' ineludibile della sofferenza degli umili; hanno nutrito imperituro timore del 'mare aperto' e probabilmente non è un caso che Pelagie si sono detti gli scogli più inospitali e distanti del suolo siciliano, quelle tre isole di Linosa, Lampedusa e Lampione che mai fortuna colse e persino oggi, con la tragedia dei migranti d'Africa, stanno ancora sotto il capriccio di un destino impietoso..."

martedì 19 maggio 2020

IL MISTERO TOPONOMASTICO DELLO ZINGARO

Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia

Si ricordano i 40 anni dalla marcia di migliaia di persone che il 18 maggio del 1980 si oppose alla costruzione di una strada litoranea fra Scopello e San Vito Lo Capo: una storica mobilitazione della coscienza ambientalista in Sicilia, che nel 1981 avrebbe favorito l'istituzione della prima riserva nell'Isola, definita dello "Zingaro".
Sull'origine di questo nome, poche guide forniscono indicazioni in grado di soddisfare la curiosità dei visitatori sensibili alle questioni toponomastiche.
Nel 1993, Salvatore Costanza - carte d'archivio alla mano - ha tentato di fornire una riposta, senza però raggiungere certezze:

"Il toponimo dello Zingaro - si legge in "Lo Zingaro" ( Edizioni Guida ) - qui limitato ad un tratto di costa, passò poi a indicare la zona interna che vi era prospiciente.
E così lo ritroviamo, insieme con altri nomi di contrade, in un elenco trasmesso dal principe di Paceco, proprietario del feudo di Scopello, al vicerè Fogliani in una supplica del 25 agosto 1770.
Il Fardella protestava perché nelle contrade Scardina, Cugno di Mezzo, Timpone di Ianni, Pizzo di Corvo e Zingaro i bestiamari e pastori del comune di Monte San Giuliano spesso sconfinavano nelle sue terre.
Lo Zingaro, perciò, era terreno destinato a pascolo e posto in prossimità del feudo di Scopello.
Successivamente questo nome scomparve dalla toponomastica locale: non si incontrerà più nei 'riveli' del 1808 e del 1811, e nemmeno nel catasto agrario del 1842-44.


E' probabile che sia stato sostituito coi nomi dei proprietari che man mano acquistarono i terreni degli ex feudi insieme coi bagli e le masserie che vi erano stati costruiti a servizio delle attività agro-pastorali.
Il nome è tornato ora a indicare una zona perimetrata ben più vasta della piccola contrada originariamente denominata Zingaro.
Un esempio di approsimazione onomastica che implica una sorta di operazione mentale traslativa ( una vera e propria sineddoche geografica).
C'è da chiedersi: ciò è avvenuto perché il nome è testimonianza di una presenza nomade, di un episodio di temporanea trasmigrazione zingaresca?
O perchè configura emblemi di magia e di solitudine nel paesaggio solenne ed aspro?"

domenica 10 maggio 2020

IL DOPPIO SCEMPIO DEL DELITTO DI PEPPINO IMPASTATO

Il casolare nelle campagne di Cinisi
luogo dell'omicidio di Peppino Impastato.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia

Per raggiungere il casolare abbandonato in contrada Feudo, arrivando da Cinisi, basta costeggiare la recinzione dell'aeroporto "Falcone e Borsellino", lungo la via che porta il nome di Paolo Borsellino: intitolazioni che evocano nomi di magistrati vittime del tritolo di Cosa Nostra, nella spaventosa estate palermitana del 1992.
La traversa giusta da imboccare spunta quasi improvvisa, tra la cortina di villette protette da alti muri e cani ululanti. 
La targa toponomastica indica una data che non lascia spazio al dubbio, "via 9 maggio 1978": percorrendo fino in fondo lo stretto  corridoio di asfalto - un tempo strada sterrata, piena di buche e pietre - dopo un cancello in ferro divelto, ecco il casolare. 



L'edificio - un magazzino agricolo in conci di tufo, il tetto di vecchi coppi semisfondato - è ancor oggi circondato dalla  vegetazione di tanti paesaggi siciliani: agavi, fichidindia, ulivi e qualche carrubo.
Accedendo da un'apertura, ci si imbatte nei malandati resti di un pavimento acciottolato e di una capiente mangiatoia per mucche.
Tutto potrebbe far pensare ad un luogo che testimonia semplicemente la vita quotidiana dei contadini e degli allevatori siciliani di qualche decennio fa.
All'interno di questo casolare - il cui ultimo proprietario noto è stato un farmacista di Cinisi - si è invece consumato uno dei più orribili atti di violenza della mafia in Sicilia.



Nella notte fra l'8 ed il 9 maggio del 1978, tre killer assoldati dal boss Gaetano Badalamenti vi massacrarono con inconsueta ferocia Peppino Impastato.
Dopo averlo costretto a seguirli, lo picchiarono forse a morte, lasciando traccia del loro crimine in numerose tracce di sangue, in seguito scoperte su alcune pietre dagli amici di Peppino.
Poi il corpo del militante di Democrazia Proletaria - da  anni protagonista di un'opera di continua denuncia degli affari della mafia a Cinisi - venne collocato qualche decina di metri più lontano, al km 30+180 della linea ferrata Palermo-Trapani.
Gli vennero sistemati addosso ai vestiti almeno 5 chilogrammi di esplosivo ad elevato potere dirompente, comunemente utilizzato nelle cave di pietra della zona.
I resti di Peppino Impastato - che i carnefici di Badalamenti e i primi accertamenti dei Carabinieri vollero far passare per un terrorista-bombarolo - furono ritrovati in un'area di circa 2800 mq, alcuni dei quali sospesi sui fili dei pali della luce.
All'arrivo dei Carabinieri, l'orribile descrizione di quello scempio richiese la compilazione di 6 pagine di verbale: vennero refertati pezzi di pelle di torace, tre dita di una mano, i nervi di un braccio, parte della calotta cranica ed altri indefinibili brandelli di carne.
Ancora il 12 maggio - concluse le frettolose ricerche degli investigatori - gli amici di Impastato riuscirono a raccogliere in un sacchetto altri resti.



Anni più tardi, il pretore Giancarlo Trizzino avrebbe così descritto ai componenti della Commissione Parlamentare Antimafia l'orrore del delitto di Peppino Impastato:

"...Ricordo l'estrema complessità e difficoltà del sopralluogo, proprio perché - si legge in "9maggio1978-le verità negate" ( casa memoria impastato edizioni, 2015 ) - non vi era un cadavere da identificare, da sottoporre a ricognizione, ma solo brandelli sparsi - una scena veramente raccapricciante - oserei dire a centinaia di metri; sulle prime non si riuscì a reperire una parte consistente del corpo.

Ricordo ancora un altro particolare.
Mentre stavo ultimando il sopralluogo, proprio perché non c'era più nulla da fare, mi posi il seguente interrogativo: può il corpo di una persona ridursi in quel modo, senza la possibilità di trovare una parte più consistente?" 

Ancora oggi le inchieste ed i processi sul massacro di Peppino Impastato non hanno individuato le responsabilità delle palesi omissioni nelle prime indagini compiute dai Carabinieri, sfociate in un depistaggio che ebbe lo scopo di proteggere il boss Gaetano Badalamenti, in seguito risultato essere un confidente dell'Arma.




Nella descrizione del rapporto fra Stato e mafia, sono frequenti locuzioni come "coperture eccellenti", "patto scellerato", "verità inconfessabili" o "menti raffinatissime": espressioni che rimandano in primo luogo alla storia degli omicidi e degli attentati costati la vita a molti uomini dello Stato.
Mai come nel caso di Peppino Impastato, il depistaggio delle indagini, oltre ad allontanare la piena verità sul delitto, ha tentato di recare ulteriore sfregio alla vittima: sconcertante strategia di chi, dopo averne consentito la devastazione fisica, ha cercato di stravolgere anche il significato della sua morte.


Una pagina del periodico "Cronaca Vera".
Fonte: Casa Memoria Peppino e Felicia Impastato
      

mercoledì 6 maggio 2020

FATTI, MALEFATTE E BENEMERENZE DEI VETTURINI PALERMITANI

Vetturini palermitani.
Foto tratta dalla guida "Sizilien"
di Eberhard Horst e Josef Rast
( Valter-Verlag, 1964 )

Ormai quasi del tutto scomparsi da strade e piazze urbane - la loro presenza si manifesta solo nei luoghi di maggiore afflusso di turisti ( il porto, la Cattedrale, il Teatro Massimo, Palazzo dei Normanni ) - i cocchieri palermitani rievocano una passata storia dei trasporti pubblici in città.
La fama degli "gnuri" - così una volta si appellavano i cocchieri a Palermo, a ricordo dello sfottò del popolo nei confronti di quei cocchieri ai servizio dei nobili ( "i signori" ) costretti ad attenderli in carrozza al termine di feste o eventi - non è mai stata troppo lusinghiera.
I giudizi - ed i pregiudizi nei loro confronti - sono riassunti in uno storico reportage realizzato nell'estate del 1956 dal giornalista Tommaso Martella, poi diventato resocontista parlamentare della redazione romana del "Corriere della Sera"

"Nessuna città italiana ha potuto conservare, come Palermo, un così rilevante numero di carrozzelle. 
Per queste non esistono divieto di transito, sanzioni di vigili urbani, articoli di regolamenti municipali.
Chi capita per la prima volta in questa città non può non restare colpito dalla singolarità dello spettacolo: carrozzelle che sbucano con prepotenza da ogni parte, infilandosi tra le auto private, gli autobus, i torpedoni, creando spesso pericolosi intralci al traffico, mandando in bestia gli autisti, dando un continuo daffare ai vigili urbani, suscitando contestazioni e liti a non finire.
Contro le oltre settecento carrozzelle stanno appena 160-170 auto pubbliche e la lotta tra l'antico e il nuovo mezzo di trasporto ha raggiunto una fase acuta, tanto da costituire un grosso problema, che l'amministrazione civica non sa come risolvere.
La fama che circonda i vetturini di Palermo, non si può dire sia tra le più edificanti.
Se parlate di essi ai vigili urbani, questi non finiscono di lamentarsi sul loro conto.
I vetturini incensurati, non sono molti, la maggior parte di essi ha già pagato o ha in sospeso qualche conticino con la giustizia.
Non si tratta, per la verità, di cose grosse, anche se, qualche anno addietro, si levò dalle cronache cittadine molto rumore intorno a una signora svizzera che, ritenendo di essere stata truffata sul prezzo della corsa, e perciò giustamente protestando, si ebbe, come risposta, dal focoso vetturino, una ferita di coltello ad un braccio.
Fu un caso unico, che tutta Palermo deplorò e che certo non si ripeterà più.



D'altro genere sono le marachelle ordinarie.
I vetturini amano, per esempio, collezionare il maggior numero possibile di contravvenzioni, ma non provano altrettanta passione per il pagamento delle stesse.
Quando ne hanno raccolto un mucchio e non possono più oltre differire la vertenza, trovano sempre un'anima pietosa che per conto loro si reca a commuovere le autorità competenti, allo scopo di ottenere una cospicua riduzione, se non addirittura un colpo di spugna.
E, il più delle volte, ci riescono.
Ma le imprese dei vetturini palermitani raggiungono epiche risonanze nella pervicace lotta che essi conducono con tutti i mezzi contro gli autisti delle vetture pubbliche.
E' una vera lotta ostruzionistica.
Sfidano i regolamenti urbani e le norme di circolazione, essi tagliano di colpo la strada ai taxi in corsa o si appigliano ad ogni accorgimento per non essere sorpassati o arrestando maliziosamente il cavallo si fanno investire il trabiccolo, pretendendo poi enormi risarcimenti per danni, quando non addirittura una carrozza nuova.



Altra loro invincibile inclinazione è quella di guastare i tassametri stessi, perché il passeggero non possa leggere più il prezzo della corsa.
Manifestano, poi, particolare abilità a sostituire, con magici colpi nei tassametri stessi, alla tariffa diurna quella notturna, che è giustamente più alta.
Se, inoltre, nessuno di questi espedienti riesce, in mancanza di meglio si fanno venire anche, con la tramontana, improvvisi calori alla testa, in modo da doversi togliere il berretto.
Il copricapo, immancabilmente, finisce appeso al tassametro, che in questo modo viene tolto alla vista e al controllo del passeggero.
Sulle loro malefatte o sulle loro benemerenze, la città è divisa.
C'è chi vorrebbe vederli ridotti a non più di un centinaio, per esigenze turistiche o folkloristiche e chi, invece, ne difende a spada tratta la sopravvivenza, trovando più economico una corsa in carrozzella anziché in taxi, tanto più che i quartieri di Palermo non sono separati da distanze enormi, tali da costringere a grandi velocità.
Esistono, poi, gli aspetti sociali del problema, su cui le opinioni della cittadinanza sono altrettanto divise.
E' vero che non si rilasciano nuove licenze, , ma il divieto non è tale che la 'mafietta' dei vetturini non trovi il modo di eluderlo.



Il numero dei vetturini, pur con tutti i divieti emanati, non accenna a diminuire: i proprietari delle settecento e passa carrozzelle non sono più di cinque o sei, ma devono aver trovato anch'essi, come i caporioni dei mercati e dei cantieri, il modo di imporsi e di resistere..."


lunedì 4 maggio 2020

PRIVILEGI E BENEFICI NELLA CEFALU' DI RUGGERO II

Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia

"Ora, Cefalù - ha scritto Francesco Giunta in "Medioevo normanno" ( Stass, 1982 ) - nasce dalla volontà di un uomo, quale Ruggero II, che era famoso anche come distruttore delle città ribelli, con a capo la già citata Aversa...
... Cefalù nasce soprattutto come palese contestazione di Ruggero delle turbolenze della città capitale: Palermo non è una città che i Normanni amarono molto...
... La nuova sede vescovile, come dice il documento ruggeriano di fondazione, ebbe concessa tutta la città ed il mare di pertinenza, nonché la perpetua largizione, i redditi cioè, 'dei diritti della stessa città e del mare e tutti quelli che sono di pertinenza della nostra autorità', ad eccezione dei delitti di fellonia, di tradimento e di omicidio.
Era eccezionale che il Re concedesse ad una città sua tutte queste prerogative, quasi a livello di autonomia comunale.
Per quanto riguarda la popolazione cefaludese, possiamo dire che in gran parte era formata da Saraceni; diremmo che Cefalù rappresenta il limite della penetrazione della islamizzazione del territorio siciliano; ma non mancano elementi greci; non abbiamo cioè che pochi latini.


I cittadini di Cefalù erano esentati sia dallo svolgere servizio militare per terra e per mare, sia da ogni imposizione per tutte le merci che entravano, per terra e per mare, in città.
Gli abitanti, poi, potevano avere il legno per la costruzione delle case e tutto ciò che era necessario 'pro suo vivere'; essi, infine, avevano anche facoltà di vendere, a coloro che sarebbero immigrati in Cefalù, case, vigne, terre coltivate ed incolte, boschi..."

domenica 26 aprile 2020

L'ANGLISTA ED IL PERDUTO SAPORE DELLE TRIGLIE DI SEGESTA

Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia

"Di certi sapori ho preso coscienza solo ora che li ho perduti.
E questo accade perché li ricerco accanitamente, e non li ritrovo.
E ormai so di non poterli trovare mai più.
L'ultima occasione stinge ormai nel ricordo di molti anni fa in Sicilia, sotto il tempio di Segesta..."

Non sappiamo se, in un giorno imprecisato di qualche decennio fa, il professore romano Gabriele Baldini - autorevole anglista del tempo - fosse capitato in Sicilia per smentire la strampalata tesi sulle origini messinesi di William Shakespeare.
Certamente, Baldini - sposato con Natalia Ginzburg e frequente collaboratore del "Corriere della Sera", "Il Messaggero", "Il Mondo", "Belfagor" ed altri periodici - ebbe modo di conservare memoria di quel viaggio per un inatteso pranzo al cospetto di uno dei più bei templi dell'Isola


  
"Era mezzogiorno - ricordò sul "Corriere della Sera, il primo marzo del 1966 - e avevo lasciato la Seicento sul ciglio dello stradone.
M'ero passeggiato dentro e fuori il tempio, deserto.
L'inverno non era ancora finito.
Il cielo non era proprio sgombero.
Nell'aria era sospeso un temporale che poi non ruppe.
Il tempio riceveva una luce diffusa e opaca da non si sa dove.
Ma scendendo per un sentiero vhe si snodava sotto mi scontrai, in fondo a una valletta, in qualcuno che non c'era prima: tree uomini attorno a un piccolo fuoco d'arbusti che guizzava tra due mattoni.
Avevano abiti scuri e cappelli neri calati su volti chiusi.
Uno, forse due, avevano gambali.
Ritta, repentina, alle spalle, la linea azzurrina delle canne dei fucili.
Erano cacciatori, forse.
Forse briganti.
Supposizione, quest'ultima, improbabile, infondata e certo ridicola: e affiorò solo per la decisione, quasi la violenza con cui mi rivolsero l'invito di dividere il loro pasto.
Ero solo, rifiutare, anche nel modo più gentile, sarebbe stato non già offensivo per loro ma pericoloso per me.
M'offersero pochi, semplicissimi cibi: una fetta d'un grosso pane piatto, triglie ai ferri, un bicchiere di vino bianco.
Il vino era limpido, forte e molto secco ma non tanto che non vi balenasse, al fondo, la dolcezza del velluto.
Le triglie mi furono portate appena tolte dalla gratella, su una fetta di pane.


Imitandoli, staccai la polpa con le mani, e l'avvicinai alle labbra.
L'assaporai con un resto appena di diffidenza, poi l'addentai, la masticai, e con la più studiata della lentezza la inghiotii.
E fui bene attento a trattenere, anche se per pochi attimi, quell'ultima occasione di attingere la comunione con la natura.
Capii che i miei denti erano ancora quelli di un uomo, e che alla mia lingua era concesso, forse per l'ultima volta, di ignorare i privilegi della civiltà surgelata.
Apparve una seconda bottiglia.
I nostri lineamenti presero a distendersi.
Spuntò qualche reciproco complimento.
Le labbra si incurvarono al sorriso.
Si fecero ritrarre in una fotografia.
La minaccia del temporale si allontanò galoppando dietro i cipressi.
Un breve delirio avvolse la persona per qualche istante d'abbandono.
Una sonnolenza tranquilla dapprima quietò e poi rinfrancò lo spirito, che ritrovò l'energia di un giovinetto sgambettante alla scoperta del mondo..."