Translate

venerdì 21 luglio 2017

MEMORIE DEL CONTADINO CHE RITROVO' LE MURA DI GELA

Ritratto di Vincenzo Interlici, scopritore nel 1949  e poi singolare custode delle fortificazioni della colonia greca

La singolare figura di Vincenzo Interlici,
il contadino gelese scopritore e custode
delle storiche mura della colonia greca.
Le immagini di ReportageSicilia
ripropongono una fotografia di Federico Patellani
pubblicata il 27 ottobre del 1955 dal settimanale "Tempo"

Fra i molti nomi di bizzarri personaggi siciliani consegnati alla notorietà storica figura quello di Vincenzo Interlici.
Nel 1948, questo contadino gelese scoprì per caso nel suo terreno uno dei più importanti manufatti archeologici nell'Isola: un tratto di ciò che si sarebbe rivelato essere il bastione murario dell'antica Gela.
Negli anni a venire - mentre la fortuita scoperta richiamava nella cittadina nissena insigni studiosi e teste coronate - Interlici assunse l'ufficioso ruolo di custode della poderosa opera costruita nel IV secolo da Timoleonte.
Fu una investitura concessagli dopo l'esproprio del terreno, in considerazione del senso di attaccamento dimostrato dall'anziano contadino verso quei resti della città dorica fondata da coloni di Rodi e Creta.
Con pittoresco orgoglio nel ruolo di scopritore e "proprietario" del muro, Vincenzo Interlici così raccontava ai visitatori la storia della millenaria opera di edilizia militare:

"Questa era terra mia e ci avevo una vigna.
Finita la guerra e tornato salvo, volevo farmi una casetta e mi misi a scavare per le fondamenta.
Così trovai l'ostacolo, il muro della fortezza.
Qui c'è lo sperone che difendeva il lato Sud: guardate com'è lavorata la pietra, e sopra guardate il cammino di ronda. 
Ho trovato anche monete, una d'oro e molte d'argento.
Qui si vede un canale di scolo per l'acqua, però io sono di idea diversa: di qua si buttavano frecce per colpire le caviglie dei soldati nemici.
In fondo c'è la fornace dove quelli allora si cuocevano tutte le loro robe..."



Il personaggio venne così descritto in una didascalia che accompagnò una fotografia di Interlici realizzata da Federico Patellani e pubblicata il 27 ottobre del 1955 dal settimanale "Tempo"
    
"Vincenzo Interlici - scrisse il giornalista Enrico Emmanuelli - mostra l'ultima meraviglia dell'archeologia siciliana: il grande muro di fortificazione di Gela.
Vincenzo Interlici era il proprietario della zona sabbiosa sopra Capo Soprano, ed un giorno decise di costruirsi una casetta in quella splendida posizione.
Scavando per le fondazioni, il suo piccone batte ad un tratto contro una pietra, quella che il singolare proprietario indica ora con un bastone.
Così Vincenzo Interlici scoprì la prima pietra di questo muro.
Un poco per il fatto che il terreno non gli è stato ancora pagato, un poco perché il re di Svezia e l'ambasciatore d'Inghilterra in visita si sono complimentati con lui ed hanno scherzosamente paragonato la sua scoperta a quella più famosa di Cristoforo Colombo, si è convinto del suo buon diritto a non muoversi dal posto.
Vincenzo Interlici non ha mai vissuto altrove, considera il muraglione di sua proprietà, e lo sorveglia di giorno e di notte.
Di giorno, armato di bastone, e con in testa un berretto dallo strano fregio, che nulla ha a che fare con quelli dei custodi di monumenti in organico alle Soprintendenze.
Di notte con una doppietta, intento a percorrere i bastioni come una sentinella di un forte dei film di Far West.
Vincenzo Interlici forse non è stato pagato del terreno perché non vuole essere pagato, non vuole cioè essere espropriato dal suo sogno di unico padrone di questo muro che diventa ogni giorno più famoso nel mondo degli archeologi e degli appassionati di cose antiche"



Due anni dopo, nel suo "Viaggio in Italia" ( Mondadori, 1957 )  Guido Piovene aggiunse ulteriore colore alla descrizione del contadino-custode:

"Il piccolo proprietario che rinvenne le pietre è diventato il custode del muro.
Fa parte della serie comica e commovente dei custodi fanatici delle antichità siciliane.
Ritto davanti al muro, racconta le battaglie, rifacendo nella sua mimica i gesti dei guerrieri; e, da buon popolano della Sicilia, li divide non già in cartaginesi e greci, ma in saraceni e paladini, come nelle pitture dei carri o al teatro dei 'pupi'" 

martedì 18 luglio 2017

IL BAMBINO GOMMISTA NELLA SICILIA DI MEZZO SECOLO FA


Riparazione di una camera d'aria in una bottega nel paese di S.
A lavorare, un bambino di nove anni, 
costretto a sostenere da solo la famiglia.
Il reportage su questa storia di difficile sopravvivenza 
nella Sicilia del 1967
venne pubblicato dal settimanale "Vie Nuove", 
a firma del fotografo Alberto Sciacca

Un giorno di cinquant'anni fa il fotografo Alberto Sciacca raccontò sulle pagine del settimanale "Vie Nuove" una storia che documentava le difficili condizioni economiche dell'Isola nell'Italia proiettata verso gli ultimi anni del suo "boom" economico.
Percorrendo una strada della Sicilia occidentale, Sciacca attraversò il paese di S.; il suo sguardo fu attratto da una tavola di ferro dove grandi ed incerte lettere di vernice rossa indicavano la scritta:
"Riparazione gomme anche stivale"
Spinto da quella curiosità che muove l'istinto di ogni buon cronista, il fotografo scoprì che in una buia ed angusta bottega si nascondeva il racconto di una piccola storia di caparbia sopravvivenza.
Gestore, padrone e unico lavoratore era un bambino di nove anni, costretto dalle ristrettezze economiche della numerosa famiglia a prendere anzitempo il posto di lavoro del padre, morto qualche tempo prima.


Il racconto e le fotografie di Alberto Sciacca documentano così una vicenda di povertà - decorosa e dignitosa, ma pur sempre povertà - nella Sicilia di mezzo secolo fa: una storia certamente privata ( tale da imporre l'omissione dei nomi dei luoghi e delle persone ), ma in grado di rappresentare la persistente condizione complessiva di disagio economico dell'Isola. 
Quel bambino di nove anni, frattanto, grazie a quella straordinaria prova di determinazione infantile, gestisce oggi una più moderna officina da gommista: un epilogo agrodolce nel racconto di quella vita di precoci sacrifici tramandata dalle fotografie di Alberto Sciacca.  

 "'Riparazione gomme anche stivale' dice l'insegna.

'Anche stivali?', gli chiedo.
'Stivali, ombrelli, giocattoli, tutto'


E' sicuro, deciso, di poche parole.
Lo sguardo vigila e scivola da tutte le parti, come se da ogni parte potesse arrivare un pericolo.
La madre a mezzogiorno viene in officina e gli chiede se può mettere giù gli spaghetti, ma lui dice di no, che ancora ha da lavorare, che aspettino e la madre se ne torna a casa.
Quando ha finito chiude l'officina e si avvia.
Lo seguo e ora sembra non sentire più fastidio per la mia presenza, forse si è convinto che non posso essere evitato.
A tavola lo aspettano per cominciare, lui si siede al posto che era del padre e mangiano in silenzio.
La madre serve lui prima degli altri e lui secco dice sì e no e la madre non insiste e non insistono gli altri.
Quando finiscono lui va via, sulla strada e allora i bambini cominciano a chiacchierare e nella stanza vuota l'atmosfera si rilassa.
E' proprio come se un padre severo, di quelli antica, fosse uscito di casa ed invece ad uscire è stato un bambino di nove anni.

'Signora, perché a Giuseppe ha dato anche una fettina di mortadella e agli altri solo gli spaghetti?', chiedo a R.P. e so quale sarà la sua risposta.
'Perché lui lavora' - mi fa lei - 'deve essere forte.
Se lui si indebolisce qui non mangia più nessuno.
Se lui si ammala cosa facciamo tutti noi?
E poi lui è un uomo, gli uomini debbono mangiare di più.
Capisce?'

E si vergogna un pò quando dice queste cose e guarda da un'altra parte.
Ma io ad insistere.


'Signora, in fondo è un bambino di nove anni, lo trattate come fosse un adulto, aspettate che sia lui a dare gli ordini'.
'Li dà, li dà - fa lei - gli ordini li dà.
E' lui che comanda, tutti gli ubbidiscono, i fratelli, io, la nonna, tutti.
Volevo mandare le bambine più grandi a servizio e lui ha deciso di non perché diceva che in casa a lavorare ne basta uno.
Un dottore voleva fare entrare il più piccoli in un collegio ma si è opposto perché dice che lui può mantenere tutti nella sua casa e che quel dottore mandi la sua di figlia in collegio.
E' orgoglioso, è come il padre che era un uomo, è un uomo anche lui, senza di lui non si prendono decisioni in questa casa'

Il piccolo Giuseppe è tornato per mettere la tuta, sono due e deve ricominciare a lavorare in officina.
Lo trovo che sta rabberciando un vecchio ombrello nella sua officina che è grande sì e no sei metri quadrati.
Mi guarda, vede le macchine fotografiche, chiede a se stesso chi sono e cosa voglio e poi, visto che non riesce a trovare una risposta sensata, esce e scompare.
Lì dentro c'è tutto, un buco senza comodità, ma ci si può lavorare bene, c'è quello che serve per riparare gomme d'automobile.
Nella casa accanto vivono M., G., R., C., S., O., il più piccolo tre anni la più grande sedici e poi la loro madre R.P. quarantaquattro anni e la nonna B.P, sessantotto anni.

'Signora  e allora? Allora come ha fatto?'

R.P. mi guarda con quei suoi occhi nocciola e non sa cosa dire, è tutta vestita di nero e non sa cosa rispondere, è magra e piccina e non sa cosa raccontarmi.
Sta piangendo lì, così.
Mi guarda e piange.

'Allora?'
'Allora Giuseppe mi disse: stai tranquilla madre, stai tranquilla, ci sono qua io, stai tranquilla. Allora Giuseppe mi disse: stai tranquilla, madre, stai tranquilla, ci sono io, stai tranquilla'
Enzo cioè prese ad aprire l'officina di gommista tutte le mattine alle sette e si mise ad aspettare le automobili che avevano forato e qualcuno si fermava.
'Dov'è tuo padre?', chiedevano gli automobilisti che ancora non lo sapevano.
'Ci penso io - rispondeva Giuseppe - ci penso io, è lo stesso, mio padre non c'è, è lo stesso'


Non era lo stesso per lui perché il padre era morto ma era lo stesso per chi doveva riparare una gomma.
Giuseppe era solo preoccupato se per un giorno nessuna macchina si fermava, spiava allora dietro la porta e sperava che qualcuno lo cercasse.
Il lavoro non era più un gioco per lui: sapeva riparare gomme e voleva farlo.
Lavorare, voleva lavorare, dieci, dodici ore.

'Quante gomme al giorno?', chiedo ad Giuseppe che è tornato e mi sbircia da dietro la porta.
'Anche quindici, venti, certi giorni'
'E' faticoso?', gli chiedo.

Non risponde.
Scappa ancora poi e io resto con la madre in quella stanza che sembra l'interno di una cassa vuota.
E lei mi dice:

'Ma cosa avremmo potuto fare?
Il bambino aveva imparato il mestiere dal padre, sapeva già riparare gomme a quattro anni e allora è rimasto in officina'

Sei bambini, due donne e una piccola officina di gommista a S., Sicilia, 1967".

venerdì 23 giugno 2017

L'OSCURATA FAMA ARTISTICA DI CASTELVETRANO

La chiesa Madre di Castelvetrano.
La fotografia è tratta dall'opera "Sizilien"
di E.Horst e J.Rast edita nel 1964 da Walter-Verlag

Pur vantando un patrimonio culturale non inferiore a molti altri centri della Sicilia, la fama di Castelvetrano è legata principalmente ai nomi di Salvatore Giuliano e di Matteo Messina Denaro.
Il bandito di Montelepre vi venne trovato ucciso all'interno del baglio Di Maria all'alba del 5 luglio del 1950, in uno dei primi depistaggi di Stato dell'Italia repubblicana.
Di Messina Denaro - il boss di Castelvetrano figlio di uno storico patriarca della mafia locale - è nota a tutti l'inverosimile persistenza della sua latitanza, iniziata nel 1993.
Malgrado il vanto di alcune pregevoli opere architettoniche, questa cittadina della provincia di Trapani ha attirato pochissimi fra i numerosi viaggiatori che negli ultimi decenni hanno scritto della Sicilia.
Uno di questi, nel 1949, fu il diplomatico francese Pierre Sèbilleau, autore nel 1966 del saggio "La Sicile", edito a Grenoble da Editions Arthaud e ristampato in Italia  due anni dopo da Cappelli.
Sèbilleau fu attratto a Castelvetrano dalla presenza della chiesa normanna della Trinità di Delia e dalla statua dell'Efebo di Selinunte, che all'epoca della pubblicazione del libro passava di mano fra ricettatori di mezza Europa ( portata via dal municipio di Castelvetrano nel 1962 da una banda di improvvisati ladri, venne venduta all'irrisorio prezzo di mezzo  milione di lire e infine recuperata nel 1968 a Foligno ).
Durante la sua visita a Castelvetrano, lo stesso autore di "La Sicile" - dopo avere ricordato la vicenda di Salvatore Giuliano - non si tirò indietro dall'incauto acquisto di un pezzo archeologico dissepolto da uno dei molti contadini-tombaroli di Selinunte.


Allo stesso tempo - caso forse unico nella letteratura di viaggi dedicata all'Isola - le pagine di Sèbilleau diedero conto del patrimonio artistico delle chiese castelvetranesi: 
 
"A Castelvetrano, potrete vedere, per la prima volta, uno di quei grossi paesi rurali che sono numerosi in Sicilia e nei quali gli abitanti, piuttosto che andare ad abitare in fattorie o villaggi, preferiscono continuare ad ammassarsi, ( benché non abbiano più nulla da temere dai pirati ), a costo di fare chilometri e chilometri ogni giorno, in carretto o a dorso di mulo, per andare a coltivare i loro campi.
Ne risulta un centro fatto di piccole tenute urbane, molto individuali e molto sporche ma, generalmente, ben allineate ai bordi di strade troppo larghe ove vagano le pecore.
Mi ricordo, a proposito, di essere andato, sotto un diluvio di acqua, a fare visita a un contadino che svolgeva il suo lavoro di agricoltore nei dintorni di Selinunte e che, in questa circostanza, aveva trovato un'attività molto più remunerativa, vendendo oggetti di scavo ch'egli stesso dissotterrava o comperava dai suoi vicini.
Fui meravigliato nel vedergli tirar fuori, da sotto il suo lettuccio, una statuetta ionica il cui sorriso ambiguo illuminò tosto il suo buco.
Acquistai subito la statuetta e suggellammo l'affare con un buon bicchiere di vino.
Sarei stato forse meno tranquillo se avessi saputo che, in quel medesimo istante, il famoso Salvatore Giuliano era forse nascosto, a pochi passi di lì, nel rifugio in cui, l'anno dopo, doveva essere consegnato nelle mani della polizia ed ucciso.


Fortunatamente, il centro di Castelvetrano è altra cosa, con le sue ampie piazze irregolari e le sue chiese; la chiesa Madre, dalla sobria facciata rinascimentale; San Giovanni Battista, che racchiude una commovente statua del Precursore, di Antonello Gagini; San Domenico, in cui incomincia ad apparire, fin dalla fine del secolo XVI, una forma di arte che avrà un notevole sviluppo nella Sicilia barocca: quella della scultura, o, per meglio dire, della modellatura in stucco..."
 

martedì 20 giugno 2017

L'IGNOTO MARINAIO FRANCESE ED IL FUOCHISTA CINESE DI LEVANZO

Il riposo di due vittime delle battaglie in mare della I guerra mondiale nella quiete del cimitero della più piccola delle isole Egadi 


La tomba di un ignoto marinaio francese
sepolto nel luglio del 1917 nel cimitero di Levanzo.
Le fotografia sono di ReportageSicilia

Il cimitero di Levanzo guarda il mare di cala Fredda, poche centinaia di metri dal bianco arco di case del paese che affacciano sul porticciolo di cala Dogana.
Nel camposanto - elevato su tre livelli, a ridosso di un costone roccioso - riposano una cinquantina di levanzari.
Come spesso capita nei luoghi abitati da piccole comunità, sulle lapidi - alcune delle quali datate ai primi decenni del Novecento, quando l'imprenditore trapanese Gaspare Burgarella edificò il cimitero, donandolo agli isolani - si leggono i nomi delle famiglie che per prime abitarono Levanzo: i Campo, i Li Volsi, i Bevilacqua, gli Incaviglia, i D'Angelo.
Visitatori e turisti passano perlopiù indifferenti davanti a quel luogo silenzioso e odoroso di salmastro, diretti a cala Fredda o alla più distante cala Minnola.


La lapide che ricorda il marinaio cinese A Yon Gee,
il cui corpo venne anch'esso recuperato nel 1917 nelle acque
di Levanzo dopo l'affondamento del piroscafo inglese "SS Calliope"
La visita al cimitero di Levanzo riserva però la scoperta di tragedie dimenticate nella storia del secolo scorso: quelle delle drammatiche battaglie navali che costellarono i fondali del Mediterraneo di navi da guerra, mercantili e sommergibili con il loro carico umano di marinai e passeggeri.
Nel 1917, due corpi di due di queste vittime furono trascinati dalla corrente sino alle coste di Levanzo: la pietà isolana volle che entrambi trovassero sepoltura nel piccolo cimitero.
I primi resti si trovano proprio all'ingresso, a fianco della scalinata che conduce verso i tre pianori che accolgono le tombe.




Una lapide così ricorda l'ignoto marinaio francese morto nell'affondamento del piroscafo "Fournier Messaggerie", avvenuto un mese prima al largo della Liguria:

"Qui riposa in pace una vittima della barbarie teutonica, il poveretto e ignoto di nazionalità francese appartenente all'equipaggio del piroscafo Fournier Messaggerie partito da Marsiglia il 12-6-1917 nell'azzurro mare della costa ligure
le misere spoglie vennero raccolte a questa deriva dopo un mese dalla violenta morte il 12-7-1917"


Di questo affondamento, ReportageSicilia non ha trovato alcuna traccia documentaria, neppure nell'affollatissimo archivio di internet.




La seconda lapide ricorda invece una vittima di un più documentato episodio di guerra accaduto al largo di San Vito Lo Capo nell'aprile del 1917.
Quel giorno, il sommergibile tedesco U-65 affondò il piroscafo inglese "SS Calliope", varato nel 1901 a Middlesbrough.
La nave era partita da Cardiff con destinazione Malta, carica di carbone.
Nell'affondamento dell'"SS Calliope", persero la vita almeno 6 persone, mentre altre furono tratte prigioniere.
Il corpo di una delle vittime - A Yon Gee, uno dei fuochisti di origine cinese imbarcati sul piroscafo - venne ripescato nelle acque di Levanzo ed anch'esso seppellito nel piccolo cimitero dell'isola.
La pietra funeraria che ricorda A Yon Gee si trova sul primo pianoro del camposanto, accanto ad altre tombe di levanzari e così riassume la fine del fuochista cinese:

"A Yon Gee, nato ad Hong Kong ( cantone Chinese ) l'anno 1884 vittima della vile rappresaglia teutonica il poveretto era fuochista a bordo del piroscafo inglese Calliope silurato il 10-4-1917 nel mare di San Vito Lo Capo e venuto a questa deriva il 13-4-1917"




Fra i primi a scrivere delle sepolture dell'ignoto marinaio francese e di A Yon Gee a Levanzo fu, agli inizi degli anni Cinquanta dello scorso secolo, la studiosa Jole Marconi Bovio.
Oggi, gli anziani levanzari raccontano ai visitatori più attenti alla storia locale la vicenda di queste due vittime della I prima guerra mondiale che le correnti marine hanno restituito per sempre alla terra della loro isola.




Nella quiete composta di un cimitero che guarda un magnifico mare, Levanzo testimonia così il dramma della I guerra mondiale, con le sue vittime rimaste senza nome e per sempre lontane da quelli che furono i luoghi della loro vita.  

venerdì 9 giugno 2017

GLI ORGOGLIOSI PUPI DEL MAESTRO EMANUELE MACRI'

Pupi catanesi in una fotografia di ReportageSicilia
A differenza di quelli palermitani, i pupi catanesi sono più grandi ( il loro peso può sfiorare i 30 chilogrammi ) e non sono snodabili.
Per questo motivo, non li si può fare inginocchiare o fare montare a cavallo, né possono sguainare la spada o conservarla nel fodero.
Così, i pupi catanesi mantengono le ginocchia rigide ed impugnano sempre il loro strumento di battaglia.
L'impossibilità da parte di cavalieri e condottieri cristiani e saraceni costruiti dai pupari etnei di compiere movimenti è stata così descritta a Palermo da Mimmo Cuticchio, durante il recente evento della "Macchina dei Sogni":

"Il maestro Emanuele Macrì, storico puparo di Acireale, era molto orgoglioso dei suoi paladini.
E a chi gli faceva notare che non muovevano le gambe e le braccia rispondeva che i suoi pupi non avevano bisogno di inginocchiarsi né di riporre mai la spada, perché erano sempre pronti a combattere"

lunedì 5 giugno 2017

TRE IMMAGINI DEL COTONIFICIO SICILIANO DI PARTANNA-MONDELLO



"Un vasto complesso industriale in provincia di Palermo, località piano di Gallo, per la filatura del cotone ed altre fibre tessili della potenzialità produttiva di oltre 1.000.000 di Kg. di filati all'anno in tutte le gamme di titoli e confezioni fino al titolo 80, unici e ritorti, in greggio, mercerizzato e gasato.
Fusi installati 32.000"

Le informazioni sulle attività svolte all'interno del Cotonificio Siciliano di Partanna-Mondello comparvero in una didascalia che nel marzo del 1953 accompagnò tre fotografie dell'impianto industriale.


La pagina pubblicitaria è tratta dal primo numero della rivista "Sicilia"; la pubblicazione seguì di pochi mesi l'inaugurazione del Cotonificio progettato in cemento armato e con ampie vetrate da Pietro Ajroldi e Franco Gioè.


Alla storia del cotone in Sicilia e alle vicende dell'opificio di Partanna-Mondello ReportageSicilia ha già dedicato un post http://reportagesicilia.blogspot.it/2008/05/la-breve-epopea-del-cotone.html.

A quelle informazioni, aggiungiamo adesso alcuni dati sulla produzione della materia tessile tratti dall'"Almanacco della Sicilia" pubblicato nel 1949:

  "900 quintali nel 1834
  1054 quintali nel 1835
   239 quintali nel 1836
   584 quintali nel 1837
    19 quintali nel 1838
  1125 quintali nel 1839
  7069 quintali nel 1934
26.991 quintali nel 1947"

lunedì 29 maggio 2017

ROBERTO MERLO DOCUMENTARISTA DELLE PELAGIE

Un reportage pubblicato da "Epoca" nell'agosto del 1964 illustra le battute di pesca e la fauna sottomarina negli scatti del fotografo torinese a Lampione


A traino di una tartaruga
nei fondali dell'isolotto di Lampione, nelle Pelagie.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
furono scattate agli inizi degli anni Sessanta
dal documentarista torinese Roberto Merlo.
Furono pubblicate per la prima volta da "Epoca"
il 2 agosto del 1964
Nel giugno del 1956, i fondali di Lampedusa, Linosa e Lampione furono per la prima volta filmati da un'equipe di documentaristi del mare.
La spedizione venne organizzata dal "Circolo Subacquei di Torino" ed era composta dal campione europeo di pesca subacquea Ruggero Jannuzzi, dal regista Victor De Sanctis, dal medico palermitano Bruno Coppolino e da Roberto Merlo.
Merlo, all'epoca 27enne, con la sua cinepresa munita di un rudimentale scafandro realizzò circa 4.000 metri di pellicola: una eccezionale documentazione sulla vita sottomarina nell'arcipelago delle Pelagie, all'epoca non ancora frequentato dagli appassionati della pesca subacquea.
Roberto Merlo dirigeva in Piemonte un'azienda di costruzioni in ferro, e la sua abilità di ripresa - anche fotografica - lo portò presto a collaborare con la rivista specializzata "Mondo Sommerso".



Merlo vantava una capacità all'epoca non comune, quella di esplorare luoghi ignorati da gran parte dei comuni sub: secche e scogli lontani dalle coste, noti soprattutto ai pescatori locali.
Le Pelagie, allora, rappresentavano uno sconosciuto sito di immersione quasi sperduto fra le coste della Sicilia e la Tunisia, nel centro del Mediterraneo.
A quella prima spedizione - che ebbe il merito di far conoscere alla stampa specializzata i pescosissimi fondali delle tre isole - ne seguirono altre: soprattutto allo scoglio del Sacramento, a Lampedusa, ed all'isolotto di Lampione.
Qui, nel 1958, uno squalo pelagico sfiorò Roberto Merlo, danneggiando la cinepresa che stava documentando l'incontro ravvicinato con i subacquei.



Molti anni dopo - il 23 settembre del 1978 - Merlo fu protagonista a Lampedusa di un altro episodio che ne avrebbe rafforzato il legame con le Pelagie.
Impegnato nella cattura di una cernia, il subacqueo torinese rischiò la vita nel corso di una immersione oltre i 30 metri.
Per un'incomprensione con il pescatore che conduceva la barca di appoggio, Merlo fu costretto a riemergere senza effettuare la necessaria decompressione.
A sera, dopo una giornata di spossatezza, il documentarista venne trovato nel letto del suo bungalow quasi incapace di muoversi, a causa di un embolo spinale.
A salvare Roberto Merlo fu allora la mobilitazione dei lampedusani, in quelle ore impegnati nella processione della Madonna di Porto Salvo verso il Santuario dell'Isola.
Grazie al trasporto a bordo di un elicottero della Marina Militare, Merlo venne ricoverato nell'ospedale militare di Augusta.
Qui rimase per 38 ore all'interno di una camera iperbolica, e solo dopo anni di terapie potere riacquistare quasi del tutto le funzioni motorie.



Per ringraziare gli isolani, Roberto Merlo commissionò allo scultore veneziano Giorgio Costa una statua di bronzo della Madonna con Bambino, che, dopo la benedizione di Giovanni Paolo II, nel settembre del 1979 venne collocata su un fondale di 18 metri, nei pressi dell'isolotto dei Conigli.
Il lavoro documentario di Roberto Merlo nelle Pelagie - già in passato testimoniato da ReportageSicilia - è ora riproposto tramite un articolo intitolato "Avventura sull'ultimo scoglio", pubblicato il 2 agosto del 1964 dal settimanale "Epoca".
Nel reportage, illustrato dalle fotografie realizzate da Merlo, si racconta una spedizione a Lampione, l'isolotto deserto nei cui fondali ancor oggi vivono alcune specie di squali pelagici:
   
"Diciassette chilometri e mezzo a Ovest di Lampedusa emerge dalle acque del Mediterraneo uno scoglio che si trova segnalato solo sulle carte nautiche o negli atlanti di una certa importanza: è l'isolotto di Lampione, detto anche, secondo un'antica terminologia dei pescatori siciliani, lo Scoglio degli Scolari.



L'isolotto è disabitato, ma fa parte, come tutto il gruppo delle Pelagie, della provincia di Agrigento.
Lungo circa 250 metri e largo cento, è un blocco di calcare con le sponde a picco, e nel suo punto più alto raggiunge i trentasei metri.
E' lo scoglio più meridionale d'Italia e si trova a Sud della stessa isola di Malta: per segnalarlo alle navi durante la notte, la Capitaneria di Porto di Agrigento vi ha fatto installare un faro a luce intermittente, visibile da una ventina di chilometri.
Il faro e una stradicciola diroccata sono l'unico segno di vita umana esistente sull'isolotto, che ospitò un gruppo di soldati durante l'ultima guerra mondiale, quando da quell'avamposto si poteva controllare il passaggio dei convogli nel Mediterraneo e avvistare le squadriglie di aerei angloamericani in partenza dalle basi africane.



La piccola guarnigione si arrese agli alleati che preparavano lo sbarco in Sicilia il 13 giugno 1943, due giorni dopo Pantelleria.
La sua cattura fece parte dell'operazione 'Operation Corkscrew', che eliminò ogni resistenza nel Mediterraneo meridionale.
Ora lo scoglio di Lampione è la meta dei pescatori di frodo che, non controllati, gettano esplosivo nelle sue acque per raccogliere senza fatica il pesce sterminato dalle deflagrazioni sottomarine.
Il mare intorno all'isola brulica di grossi squali e di branchi di ricciole, che si avvicinano alle tiepide acque della costa durante il periodo degli amori.
Sul tavolato di calcare vivono migliaia di lucertole, mentre in cielo volteggiano sciami di gabbiani.



Le immagini che vi presentiamo sono state realizzate da uno specialista in riprese sottomarine, Roberto Merlo, che assieme al campione di caccia subacquea Romano Perotto ha capitanato una spedizione all'isola.
Il gruppo, arrivato sul luogo dopo parecchie ore di navigazione con un grosso peschereccio partito da Lampedusa, ha vissuto una pericolosa avventura.
Infatti, appena stabilita la base a terra, si è scatenato un violento fortunale che non ha più permesso al battello, tornato nel frattempo al largo, di avvicinarsi all'isola.
Il peschereccio dovette allontanarsi e abbandonare per tre giorni il gruppo dei subacquei, che non prevedendo la sosta forzata avevano con sé viveri per una sola giornata.


Roberto Merlo ed il fiorentino Romano Perotto
in posa a Lampione
Per procurasi il cibo, Merlo e Perotto si tuffarono sott'acqua nei punti dove le ondate erano meno violente e catturarono vari tipi di pesce.
L'avventura sullo scoglio terminò solo quando, calmatosi il mare, il peschereccio potere accostare a Lampione e raccogliere i subacquei accampati presso il vecchio faro"

lunedì 22 maggio 2017

PALERMO A TEMPO ED AL TEMPO DI SHAKE

Cronaca con spaccato sociale di un pomeriggio adolescenziale beat all'"Open Gate" raccontata nel 1966 dal quotidiano "l'Ora"




Si deve al giornalista Daniele Sabatucci ed al suo saggio "Palermo al tempo del vinile" ( Dario Flaccovio Editore, 2012 ) una documentata e suggestiva ricostruzione degli anni del pop e del rock in città, fra gli anni Sessanta e Settanta.
Il libro raccoglie testimonianze e ricordi di una stagione musicale che vide Palermo inserirsi nel vitalissimo solco della cultura del beat: una tendenza diffusa soprattutto fra i più giovani e trasversale alle classi sociali ( una circostanza testimoniata dall'eterogeneità degli artisti e del pubblico del famoso "Festival Pop" ).
Il riferimento al lavoro documentario di Sabatucci - che è anche una storia sociale della Palermo del tempo - è tornato alla memoria di ReportageSicilia nella riscoperta di una pagina del quotidiano "l'Ora" del 26 novembre del 1966.
Con il titolo "Minigonne e mini Miss", un articolo a firma "Gabriella" descriva "un giovedì caldo" all'"Open Gate"  - uno dei locali più noti a Palermo - per l'elezione di "Miss Shake Open Gate 1966".




In "Palermo al tempo del vinile", il cantante e chitarrista jazz palermitano Boris Vitrano ricorda così le frequentazioni ed un certo tipo di intrattenimento offerto dall'"Open Gate", la cui sede era in via Marchese Di Villabianca:


"L''Open Gate' tolse le inibizioni.
Si racconta che i musicisti fossero circuiti dalle ragazze con varie scuse.
Infatti si verificò un gran numero di aborti in quel periodo.
Il pubblico era composto da gente bene per varie ragioni: solo famiglie benestanti davano alle ragazze certe libertà e solo loro andavano a ballare lo 'yé-yé' e chi si arricchì furono i medici, che si facevano pagare tantissimo, essendo gli aborti ancora illegali"


L'articolo de "l'Ora" - accompagnato dalle fotografie riproposte da ReportageSicilia - restituisce oggi i nomi e i caratteri di numerosi di quei giovanissimi frequentatori palermitani dell'"Open Gate".
A rileggere la cronaca di quella serata di 51 anni fa , si scopre ad esempio che "Miss Shake" fu una ragazzina dodicenne di nome Angela Stagnitta, la figlia di Letizia Battaglia in seguito da tutti conosciuta come Shoba.




L'articolo si conclude con un quadretto familiare che sottolinea la giovanissima età della madre della ragazzina, entrambe destinate a diventare protagoniste del fotogiornalismo siciliano:
  
"Un giovedì caldo quello di ieri all'Open Gate: gara di shake, una due ore continuata, frenetica e travolgente che è culminata nella elezione di 'Miss Shake Open Gate 1966'.
Già dalle 17.00 cominciavano ad arrivare al 'piper' le concorrenti ed i loro partner.
Sarebbe iniziato, presto, il meeting; intanto, i ragazzi si riunivano in capannelli a chiacchierare accennando di tanto in tanto agli ultimi passi di shake importati da Roma.
L'abbigliamento dell'Open diventa sempre più beat.
Le ragazzine indossavano tutte la minigonna.
I ragazzi: maglioni, vistose catene argentate con grossi medaglioni ( bellissima quella di Paolo Puleo ), anelli a patacca, sempre argentati, gilet a scacchi e stivaletti.
C'era soltanto un capellone autentico ( togliendo Renzo Meschis, che ormai, si sa, è il capellone per antonomasia ), Carlo Gallarate che sfidando tutto e tutti i capelli lunghi se li tiene.
Michele Lo Gallo li ha dovuti accorciare, anche se a malincuore, per 'diplomazia scolastica'.
Ugo Tarantino, invece, li ha tagliati per 'diplomazia familiare', 'se no' - dice 'mio padre mi rompe la faccia'.
Tiene però a precisare che quest'estate ha fatto il capellone.
Si è unito a quelli di Roma e di Firenze.
E' stato seduto sulle scalinate di Trinità dei Monti ed ha bivaccato in piazza della Signoria: due città, tante amicizie.
'Una fratellanza fra ragazzi di vari paesi veramente formidabile'.
Poi c'è Nicola Marcello Terrasi, detto 'Bryan' ( come quello dei Rolling )che da autentico beat, porta addosso il segno della protesta: una maglietta azzurra con le scritte, sul dorso, 'Make love, no war' e sul petto 'Libertà sessuale'.
La maglietta gliel'ha dipinta la cugina, ma anche Michele Lo Gallo dipinge magliette beat, dietro piccolissimo compenso.
E allora 'Bryan', perché questa maglietta?
'Perché sono per la non violenza e per la libertà sessuale: l'unica cosa che non ammetto assolutamente è la pillola!'
'La pillola?', 'Sì, la droga, in altre parole...'.




Ed infine le 14enni, tutte carine.
C'erano le due Stagnitta, Angela partner di Carlo Gallarate, già salita agli onori della cronaca come reginetta del 'piper' palermitano, porta una minigonna nera ed un pullover a coste bianco.
I capelli le piovono attorno al viso.
Si muove condizionata dallo 'yè-yè'.
Se volta la testa per guardarti, lo fa di scatto, in modo tale che i capelli, di colpo, le ruotano attorno al visetto spiritoso.
Cinzia, maggiore di lei di un anno, elegantissima in minigonna di lamè rosa ed oro, con mocassini d'oro e cerchioni enormi alle orecchie 'originali Piper' ( invidia di tutte ) , appare più calma.
Altro simbolo, tremendamente beat, lo porta Antonella Mazzè, che a quanto pare, è la beniamina dell''Open', la adorano tutte indistintamente, ha una spilla rosa con la scritta 'Terribile'.
Gliel'ha portata il padre da Parigi; sia a lei, che al fratello, il padre da ogni viaggio fuori porta generi beat.
Ci sono poi ancora Alice Lattari, che così piccolina e carina fa pensare alla bambolina della vetrina di Polnareff  ed infine a Francoise Hardy palermitana, Barbara Fier.
Comincia finalmente la gara.
Le coppie sono in tutto 24, divise in quattro batterie.
Dare il voto è un'impresa ardua, infatti sono tutte bravissime.
Ma la coppia che dall'inizio si delinea come vincitrice è quella di Carlo Gallarate ed Angela Stagnitta, chiamati a gran voce da tutti il pubblico.




Il tifo si fa sempre maggiore, il cerchio si stringe sempre più attorno ai ballerini, alla fine gli spettatori si appendono pure alle travi del tetto come tante scimmiette penzolanti.
Anche Alice ed il suo partner sono sostenuti dai loro fans, la lotta è al coltello e vanno perfettamente sincronizzati e sono bravissimi.
Angela batte per un punto, 58 a 57, Alice.
Filippo Allotta che ha abbandonato per una volta il canto ( lo sentiremo la sera più bravo che mai ) fa da speaker, cavandosela benissimo.
Ha un gran da fare con la giuria, tutta formata da ragazzi dell''Open'.
Alla proclamazione di Angela "Miss Shake 'Open Gate' Inverno 66" si sentono urli di gioia.
Neanche la minima traccia di risentimento da parte della sconfitta Alice, che anzi si accosta ad Angela per darle un bacio.
Quindi premiazione.
Il signor Poma, "patron" del locale ed infaticabile organizzatore di attrività giovanili, è piuttosto divertito e contento di questo.




Ad Angela è andata una coppa d'argento dell''Open', la fascia blu con la scritta d'oro "Miss Shake 'Open Gate' 66" e un orologio dono di una gioielleria.
Il rituale mazzo di rose una volta tanto, rosa, le viene consegnato dallo stesso signor Poma.
Ed infine il bacio di Renzo Meschis e di Filippo Allotta ai due bravissimi cantanti del 'Piper' palermitano.
Poi si avvicina una ragazza per congratularsi, è la madre di Angela, che tra un gruppetto di giovani aveva seguito le fasi della gara.
Dà un bacio alla figliola vincitrice.
Nessuno vuole credere che sia la madre, questa ragazza bionda tanto carina, però lei riesce a convincere tutti e non può che meritarsi un bacio anche lei, per essere la madre più giovane e più beat di Palermo"