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giovedì 28 dicembre 2017

IL PRIMATO MONDIALE DI PALERMO SECONDO IL "PENTITO" CALCARA

Fregio architettonico ad Erice.
Fotografia ReportageSicilia

"'Palermo, capitale del mondo', udimmo anni addietro dire in un'aula di Corte di Assise, e la frase venne ritualmente e scrupolosamente verbalizzata, dall'allora pentito trapanese Vincenzo Calcara, in uno dei tanti processi di sanguinaria mafia che lo riguardavano. 
Forse e senza forse aveva ragione.
Un mondo, quello siciliano, che spesso ha fatto storia a sé, sempre del tutto particolare, che si è mosso e ha operato in uno scenario di intrighi, di colpi bassi, di doppiogiochismi, un pò bizantino, un pò granguinolesco, a volte persino pulcinellesco e degno di una Commedia dell'Arte.
Sul quale nulla o quasi sinora si è detto e si è scritto e che si spera ( ma quando ) possa essere sostituito da una società migliore e utopisticamente più onesta"

AURELIO BRUNO-EMANUELE LIMUTI, "Spie a Palermo"
LUSSOGRAFICA, 2004

mercoledì 27 dicembre 2017

L'ELOGIO QUASI PERDUTO DEGLI ORTAGGI SICILIANI

Ortaggi sui banchi del mercato palermitano di Ballarò.
Le fotografie sono di ReportageSicilia
Sugli scaffali dei supermercati dell'Isola è sempre più normale  trovare limoni provenienti dalla Spagna, asparagi sudamericani o grappoli di "pachino" nati da semi israeliani.
Così, l'elogio di ortaggi e agrumi siciliani - un tempo indicati come più freschi, gustosi e nutrienti rispetto ad altri -  può sembrare ormai inopportuno, a meno di non frequentare produttori locali ancora rispettosi dei cicli produttivi stagionali di frutta e verdura.
L'"Isola di Cerere" insomma resiste sempre più a fatica alle importazioni di prodotti cresciuti ad altre latitudini ed alle logiche commerciali della grande distribuzione alimentare.


Così, la lettura dell'articolo "Ortaggi di Sicilia" pubblicato negli anni Sessanta dalla rivista "Sicilia" edita dall'assessorato regionale al Turismo - a firma di Eric Von Adler - lascia qualche rimpianto ai cultori di ciò che oggi le furbizie del marketing sbandierano come prodotto "biologico":

"Bello è ciò che è buono.
Così i greci dicevano belli gli alberi che davano buoni frutti, così gli arabi stimavano le donne dai molti parti.
Allo stesso modo belli sono detti in Sicilia cetrioli, finocchi, pomidori.
Quando vi venni per la prima volta rimasi ammirato che si vantassero tanto le qualità estetiche degli ortaggi, ignorate invece dai nostri contadini.

 
Mi accorsi poi che la loro venustà si sentiva col palato e con la lingua; gli organi più intimi dell'umano sentire.
Ma subito non me ne resi conto, tanto si accordava invero la più alta idea di bellezza con i frutti di questa terra.
Belle sono le melanzane cha un viola scuro da venerdì santo giungono per infinite variazioni a un bianco candido da colomba eucaristica dalla verde coda.
Più belle, fritte a stelle e poste ad ali spiegate su un piatto bianco rosso e verde di maccheroni pomodoro e basilico: la pasta alla siciliana.
Così fatte a Palermo le chiamano argutamente 'quaglie', come le gallinelle selvatiche dal dorso bruno e dal ventre fulvo.
Una bellezza più segreta hanno i cibi dell'ombra e della frescura: finocchi e zucchine.

 
Ne ho mangiato di queste ultime, a sazietà, in un'osteria oscura e sotterranea come una grotta, verso Imera dalle innumerevoli scale.
Le zucchine erano del colore dell'arancia, ora fritte hanno un bruno dorato.
Nuotano in una bassa pentola di terracotta, nell'olio denso e nell'aceto, freddi e aromatizzati dall'aglio e dalla foglia di menta.
Si cucinano la sera innanzi e si lasciano sul balcone a raffreddare fino all'alba; di quest'ora infatti conservano la purezza e la freschezza e il profumo.
E' come se avessero fermato quel momento, prima che il sole torrido dell'estate siciliana bruci le strade e le piazze: una difesa gastronomica alla calura estiva.
A questa si cerca refrigerio anche col finocchio e il cetriolo.
Si mangiano senza alcun condimento, se ne gusta così l'aroma puro come lo dà la terra.
Il cetriolo vi ha qui un odore da giardino incantato, da notte di mezza estate, tutto richiami misteriosi.

 

Un mio amico francese, odorista dilettante, che si compiace di accostare e classificare gli aromi della terra di tutto il mondo, trovò che quello 'cucuminis sativus' nella sua specie siciliana costituisce una classe a sé stante.
E un aroma particolare ha anche il finocchio siciliano, che, dopo lunga navigazione dalle lontane Canarie sembra abbia trovato in quest'Isola una seconda e più vera patria.
Esso si presenta, come frutto, a forma di bianco cuore con le sue vene ed arterie che si dipartono in verdi piccole foglioline; queste entrano come condimento vegetale nel piatto nazionale siciliano, i maccheroni con sarde e lì adempiono il loro più nobile ufficio.

 

Ma veramente benedetti da un dio sono i pomi d'oro di questa terra.
Le rose di Baghdad e di Smirne divengono pallide di fronte a questi splendidi frutti.
Rossi di un rosso esemplare li vedi come Rainer Maria Rilke vedeva le sue donne e i suoi bambini.
Tendono il loro involucro fin quasi a scoppiarne e invitano e tentano la lama del coltello perché vi si immerga, il dente perché li azzanni nel profondo della loro polpa dolce e granulosa.
Il pomodoro non teme rivali tra gli altri ortaggi, il suo uso è universale, il suo succo scorre a fiumane.
E' il frutto sempre vivo, inverno ed estate: l'ho sempre trovato in tutti i piatti siciliani, un miracolo di vita senza soste e senza riposi..."

 
 
 
 
 

venerdì 22 dicembre 2017

UNA SILFIDE FRA LE STATUE DEL POLITEAMA

La "Silfide" dello scultore Benedetto De Lisi junior
collocata all'esterno del teatro Politeama di Palermo.
Le fotografie sono di ReportageSicilia

Fra le opere di scultura che adornano l'area esterna del teatro Politeama di Palermo c'è una statua in marmo che raffigura una giovane donna dallo sguardo quasi evanescente.
La scultura ritrae il personaggio mitologico di una Silfide e si deve alla mano di Benedetto De Lisi junior ( 1898-1967 ), figlio di Domenico ed allievo di Antonio Ugo.
Le notizie sulla genesi di questa statua sono scarne.
Nell'opera "Sicilia Liberty", Eugenio Rizzo e Maria Cristina Sirchia  ( Dario Flaccovio, 1986 ) citano l'opera nel capitolo dedicato alla scultura del periodo a Palermo, datandola al 1928.
La Silfide di De Lisi dunque sarebbe stata posizionata all'esterno del Politeama mezzo secolo dopo la fondazione del nuovo edificio destinato ad accogliere un vario genere di spettacoli.


La scelta del soggetto da parte dello scultore - un essere femminile  di natura immateriale ma capace di consolidarsi in sembianze umane e di vegliare sugli uomini addormentati - attinge alla mitologia celtica e germanica.
Nel corso dell'Ottocento, la figura della Silfide - donna insieme crepuscolare e romantica, trascendente ed ultraterrena - suggestionò i coreografi e le affermate attrici e ballerine del tempo.
Fu così che i maggiori teatri europei ( fra questi, l'Opera di Parigi e la Scala di Milano ), ospitarono diverse opere dedicate o ispirate dal personaggio poi scolpito da De Lisi per il Politeama: "La Silfide, ovvero il Genio dell'Aria" del coreografo franco italiano Louis Henry, un balletto di Filippo Taglioni, la "Sylfiden" di Bournoville e "Silfide" di Antonio Cortesi.


E' quindi lecito ipotizzare che Benedetto De Lisi junior abbia voluto rendere omaggio ad un personaggio mitologico che nell'Ottocento aveva appassionato il pubblico dei teatri europei, grazie anche alle interpretazioni delle attrici Teresa Héberlé, Maria Taglioni, Lucile Grahn e Fanny Cerrito.
Se la data del 1928 è quella della reale collocazione dell'opera al Politeama di Palermo, non si può non notare come la sua valenza mitologica e romantica arrivasse in ritardo rispetto alle tematiche del tempo. 
Due anni prima, Luigi Pirandello con "Uno, nessuno e centomila" aveva rivoluzionato i temi del teatro moderno, relegando le Silfidi fra le vecchie suggestioni degli spettatori di un secolo ormai lontanissimo. 





mercoledì 20 dicembre 2017

UNO STORICO REPORTAGE SULLO STATO DEI BARACCATI A MESSINA

Vita quotidiana nella baraccopoli dello "Zuccarello",
sorta a Messina a metà degli anni Cinquanta.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
illustrarono un reportage pubblicato nel dicembre del 1957
dal periodico palermitano "Il Ciclope"
Centonove anni dopo il devastante terremoto del 27 dicembre del 1908, risale allo scorso marzo il via libera ad un piano di riqualificazione urbanistica per le baraccopoli messinesi di Fondo Fucile e Fondo Saccà.
Grazie ad un finanziamento da 18 milioni di euro dovrebbe essere finalmente cancellata la presenza nei sobborghi della città di strutture fatiscenti, retaggio di una cultura abitativa - quella delle baracche - mai completamente superata dopo le distruzioni del terremoto e del secondo conflitto mondiale.
Già poche settimane dopo il sisma, Messina si riempì di baraccapoli.
Sorsero anche in quello che era stato il centro storico della città, spalando le macerie degli edifici crollati: in viale Mazzini, nelle piazze Vittorio, XX Settembre, Santa Maria di Gesù ed Ugo Bassi.
Altre furono via via costruite in maniera estemporanea con materiale di fortuna nei quartieri periferici e lungo le rive del torrente Gazzi
Queste ultime baracche sorsero  in maniera incontrollata, sull'abbrivio di quella edilizia dell'emergenza che aveva trovato ragion d'essere nei primi mesi della grande carenza abitativa post-terremoto.
Il primo conflitto mondiale - con le requisizioni degli alloggi appena costruiti per uso del personale militare - e i pesantissimi bombardamenti alleati, fra il 1941 ed il 1943, furono anch'essi eventi che hanno favorito a Messina la diffusione delle baracche per almeno un cinquantennio dello scorso secolo.


Una sorta di assuefazione storica a questa forma precaria di edilizia abitativa ha dunque segnato fino ai nostri giorni la vita di migliaia di messinesi, sottoponendoli a malattie - tubercolosi in primis - e temperature gravose: torride in estate, gelide per la tramontana in inverno. 
Gli occupanti di baracche sono stati calcolati in circa 30.000 sino al 1977, quando in città nacque l'Unione Baraccati Inquilini Messinesi.
Emerse allora che soltanto lungo il torrente Gazzi erano in piedi 2.136 alloggi costruiti in mattoni, lamiera, plastica e legno.
Risultò pure che centinaia di baracche erano occupate saltuariamente  da quanti speravano così di scalare le graduatorie che davano diritto all'assegnazione di una casa popolare.
Il rapporto fra i messinesi e quest'edilizia precaria è stato così illustrato dallo scrittore e giornalista Giuseppe Longo in "La Sicilia è un'isola" ( Aldo Martello Editore, 1961 ): 

"La sorte volle che io nascessi, dopo il terremoto di Messina, in una città nuova, tutta odorosa di legno di 'picpine'.
Nei primi mesi del 1909, quando era presidente degli Stati Uniti Teodoro Roosevelt, ci arrivarono i primi aiuti americani sotto specie di immense quantità di assi piallate di 'picpine', uno dei legni più duri che si conoscano, destinate a fabbricare baracche per i sopravvissuti del terremoto del 28 dicembre 1908.
Tutte le navi che giungevano nel porto sconvolto erano cariche di legname proveniente da tutte le parti del mondo.
Si trattava, nientemeno, di costruire abitazioni per cinquantamila persone.
Io nacqui nel deposito tramviario, dentro una vettura del tram a vapore Messina- Barcellona, rimasta inutilizzata per la scomparsa dei binari.
Vi si installò la mia famiglia.
Tutto intorno sorgevano baracche e si può dire che i miei primi vagiti li emisi in una baracca.
Me ne è rimasta una forma quasi allergica di ripugnanza per l'odore del legno fresco e della colla e l'amore per i saltimbanchi e per il provvisorio.
Di quel tempo non ho nessuna memoria.


Ho, invece, sempre davanti agli occhi le sterminate distese di baracche del quartiere americano, le strade dritte e intersecantisi che lo percorrevano, chiamate quali col nome di personaggi americani, della politica e dell'esercito, talvolta oscuri sottufficiali, e quali con numeri romani: via Bicknel o Traversa XIV che i messinesi pronunciavano quattordici...
Conosco i rioni più poveri di Napoli, gli slums di Londra, i quartieri del porto di Marsiglia, i carruggi di Genova, le miserabili strade di Comacchio e di Chioggia, certi miseri paesi jugoslavi e greci, ma non è possibile istituire paragoni.
La miseria è dunque nel nostro paese qualcosa che non potrà mai essere intaccata, sia pure a danno di qualche grattacielo o di qualche inutile strada panoramica?
Messina vent'anni fa era una città nuova, tutta fatta di case di cemento armato sorte nei luoghi in cui per trent'anni avevano allignato le baracche del terremoto.
Eppure non si riuscì mai a far sparire interamente le casupole di legno e in certe zone periferiche si salvarono incredibili isole di miseria nelle quali una magra umanità poté apprendere, per prodigioso fenomeno, nonostante tutto, i rudimenti del vivere civile, così che essa parla e veste panni anche se non legge né scrive..."

Quattro anni prima la pubblicazione del saggio di Giuseppe Longo, la rivista palermitana "Il Ciclope" diretta da Beppe Fazio pubblicò le fotografie della baraccopoli messinese sorta in quegli anni nei pressi della caserma "Zuccarello".
Il reportage - un fotoservizio a firma di "Arbusi", apparso sul numero del dicembre del 1957 - si può considerare come una delle prime severe denunce sulle condizioni abitative patite ancora oggi da qualche migliaio di persone a Messina:

"Questa segnalazione non è una speculazione politica, ma è solo un tentativo di aprire gli occhi alle autorità responsabili.
Alla periferia di Messina vivono, ormai da anni, circa 350 famiglie di senza tetto.
Il centro di raccolta di questi derelitti è la 'Zuccarello', uno squallido edificio già adibito a caserma.
Attorno alle sue mura si vanno raccogliendo baracche di legno; alcune, le più sconnesse e decrepite, furono già le abitazioni provvisorie dei terremotati del 1908, e accolgono ora nuova sventura.
Così il ricordo di un antico dolore si congiunge alla realtà della miseria attuale.
Inutile descrivere come vive questa gente.
Non è certo l'unico caso, questo, di ammasso di povertà, che si registri in Sicilia.


Da Palermo a Caltanissetta, a Catania, un turista non distratto o un siciliano che non cammini con gli occhi bendati può assistere a spettacoli di questo genere.
Ultimamente il Municipio di Messina si è vivamente interessato alle condizioni igieniche di queste famiglie, mandando i messi comunali a riscuotere la tassa della nettezza urbana.
Come funzioni bene questo servizio sul luogo lo si può vedere dalle fotografie che seguono.
E' un piccolo dettaglio che il Comune non ha trascurato"

DONNE E LIMONI A PATERNO' DI ELIANO FANTUZZI


domenica 17 dicembre 2017

IL CONTE SCIENZIATO CHE CACCIAVA INSETTI SULL'ETNA

L'entomologo Federico Hartig ( il primo a sinistra ),
in posa dinanzi il Rifugio Citelli insieme
al gruppo di ricercatori e aiutanti 

impegnati in ricerche di insetti
sui versanti dell'Etna, dal 1948 al 1950.
Le fotografie sono tratte dalla rivista
"Sicilia America Illustrazione"
pubblicata a Palermo nel febbraio del 1950

"Da due anni un noto entomologo percorre a piedi, instancabilmente, l'Etna alla ricerca di insetti, di piante, di acqua.
I boscaioli dicono che il simpatico ed alacre gentiluomo dagli occhi azzurri è un letterato, uno che vuole studiare i posti dai quali Polifemo svelleva cime per colpire le navi di Ulisse e le caverne nelle quali il gigante custodiva le greggi.
Quando lo scienziato prende la via del cratere i pastori lo seguono con gli occhi incantati, convinti che egli vada ad interrogare lo spirito di Empedocle, che secondo una leggenda ancora viva, fu rapito in cielo in una nube di fuoco, mentre osservava le fumarole dal cratere centrale.
Tutti concordano nel ritenere che il conte Hartig sia anche un mago che vuole scoprire il segreto del fuoco di Mongibello..."


L'esplorazione della grotta dei Ladroni,
nel territorio di Sant'Alfio

Con una prosa che fa ampio ricorso alla suggestione della mitologia - a firma di Giuseppe Vinci - nel febbraio del 1950 la rivista "Sicilia America Illustrazione" ( edita a Palermo dalla Regione Siciliana ) dedicò un reportage alle ricerche entomologiche condotte dal conte Federico Hartig sulle pendici dell'Etna.
Lepidotterologo di fama internazionale e fondatore dell'Istituto Nazionale di Entomologia, lo studioso altoatesino dal 1948 al 1950 ricercò ed esaminò nell'area del vulcano circa 100.000 insetti di tutti gli ordini, il 35 per cento dei quali risultarono essere ancora sconosciuti in Sicilia
Il lavoro di Hartig e della sua equipe - composta nell'Isola anche dalla baronessa Ilse von Grieshein ( pronipote del grande entomologo Herrich-Schaffer ) e dalla fedele boxer Sunny - si svolse soprattutto nell'area della pineta di Linguaglossa ed all'interno della grotta dei Ladroni, nel territorio di Sant'Alfio


Il laboratorio di ricerche allestito da Federico Hartig
in una stanza del Grande Albergo dell'Etna, a Ragalna

L'entomologo altoatesino
in compagnia di Isle von Grieshein
e del boxer Sunny

Lo studioso altoatesino scelse come basi operative della sua missione siciliana il Grande Albergo dell'Etna, a Ragalna - dove allestì un laboratorio di ricerca - ed il rifugio Citelli, alle pendici nord-orientali dell'Etna.
Nel reportage di Giuseppe Vinci - illustrato dalle fotografie riproposte ora da ReportageSicilia - si riassunse con qualche tratto di amarezza il lavoro svolto dai "cacciatori di insetti" del vulcano:

"Sul fosco deserto lavico e nella magnifica pineta di Linguaglossa, cercatori di funghi e turisti incontrano il conte Hartig, la compagna di ricerche la baronessa Isle von Grieshein, lepidotterologa di fama mondiale ed una cagna 'scienziata', che si è specializzata nella ricerca e nel rinvenimento di specie terricole.
I mezzi finanziari, molto limitati, di cui dispone la missione, non hanno consentito, se non per breve tempo, la permanenza sull'Etna di altri due scienziati austriaci.
E' interessante assistere alla caccia diretta e osservare le trappole luminose, le gabbie con la luce elettrica e le esche esposte sulle piante, le fumigazioni per scovare la fauna alpina, quasi sempre nascosta, per i continui venti, nella flora bassa subcraterica.



Hartig è rimasto solo a lottare col gigante e teme di dover essere inghiottito dal cratere e di dovere prendere il volo verso il cielo.
Va orgoglioso dell'affetto e della venerazione dei montanari che lo consolano del silenzio e dell'indifferenza che minacciano l'esistenza del centro di cultura entomologica ed il proseguimento delle esplorazioni.
Lo scienziato rivela con amarezza che gli uomini avrebbero tutto l'interesse di occuparsi un pò delle loro piante e della loro esistenza oltre che delle gambe dei ciclisti e dei giocatori di calcio..." 

giovedì 14 dicembre 2017

UN SANTONE DI MONREALE AI TEMPI DI GIULIANO

Mattonella maiolicata a Mazara del Vallo.
Fotografia di ReportageSicilia

"I Carabinieri del colonnello Luca hanno trovato, nudo in una grotta e genuflesso un vecchio, con il viso stravolto e la barba lunga.
Era un bandito, questo lugubre signore?
L'eremita, una volta disceso a valle fu infilato in una jeep e condotto assieme ad altri fermati alla Legione dei Carabinieri dove Luca attendeva.
Messo in un angolo, attese il suo turno con calma; poi il colonnello Luca, dopo averlo fissato a lungo, gli chiese chi fosse.

'Sono Santu Barresi, il mago di Monreale - rispose il vecchio - ogni anno per san Martino mi reco in quella grotta a pregare per avere la forza di predire gli avvenimenti dell'anno futuro'.

Il colonnello Luca lo ascoltò tranquillamente:

'Dimmi, che ne sai dell'anno che verrà?'

Ed il vecchio prese a parlare però di torbidi che dovrebbero verificarsi a Napoli, Livorno e Milano; disse che morirà un Grande Capo e che gli scienziati troveranno modo di prolungare la vita, disse che Giuliano non sarà catturato e che, infine, una parte della terra brucerà.
Il colonnello Luca lo interruppe; ma non era adirato.
Diede anzi ordine che lo si rivestisse e lo si facesse partecipe al rancio dei soldati.
Santu Barresi è tornato a Monreale e predice l'avvenire.
A chi lo avvicina afferma che a Palermo, in una caserma, un signore per bene, un ministro o un generale, lo aveva ascoltato ed aveva creduto alle sue previsioni.
Ma i carabinieri lo hanno diffidato a non farsi trovare più una atteggiamenti sospetti.
Perché Luca è generoso, ma una sola volta"

IL TIRRENO, 14 dicembre 1949

I MURALES DELLE MURA TERREMOTATE DI VITA

Uno dei murales dipinti una quindicina di anni fa a Vita,
il comune trapanese danneggiato dal terremoto del Belìce.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia

Arrivi in paese dopo avere percorso una provinciale che conduce il viaggiatore in una strada trapanese da cartolina toscana: filari di platani ai bordi di una strada incassata fra colline coltivate ad ulivi e vigne.
In autunno, è una quieta e incantata esplosione di foglie rubicanti, verdi e gialle.
Superata una curva, la mole imponente del tempio di Segesta trasforma la Toscana in Sicilia; oltrepassi quindi il cartello che indica l'ossario che celebra i morti garibaldini di Calatafimi ed il cartello "Vita" ti rimanda all'ammonimento di Roberto Alajmo in "Palermo è una cipolla" ( Laterza, 2005 ): 

"Non credere che le cose da queste parti siano sempre come appaiono a prima vista.
Non è che tu ti possa abbandonare alla contemplazione del bello come se fossimo in Polinesia o nella campagna toscana.
Qui non c'è da fidarsi, e anzi è proprio quando sembra di avere raggiunto l'estasi che arriva il cazzotto sullo sterno, quello che ti leva il fiato e ti costringe a riprendere la misura del distacco dalle cose"








Il paese di Vita è uno dei 22 comuni della Sicilia occidentale che hanno subìto le conseguenze del devastante sisma che colpì il Belìce nel gennaio del 1968.
Qui le scosse hanno distrutto soprattutto i già precari equilibri sociali del territorio, accelerando il fenomeno migratorio e la desertificazione di ogni risorsa umana ed economica: la metà dei 2.000 residenti di Vita sono ultra sessantenni.
Passeggiando tra le strade del centro abitato - ad esempio, lungo una fobica cortina di deserti edifici popolari - è lecito chiedersi se le scelte urbanistiche post sisma abbiano recato danni più gravi dello stesso terremoto.
Un piano di trasferimento parziale della popolazione portò alla creazione di un nuovo insediamento, sviluppato più a valle lungo un asse direzionale tracciato ortogonalmente al vecchio centro.








Le macerie degli edifici crollati cinquant'anni fa invadono ancora alcune strade di Vita, come se le scosse risalissero a poche ore fa.
Per cancellare lo scempio edilizio del 1968 - mettendo in sicurezza pure case e palazzi ancora lesionati - occorrono quasi 4 milioni di euro.
Nel frattempo, gran parte degli edifici pubblici ( fra questi, il Comune ed un centro sociale ) non usufruiscono delle opere di manutenzione, né al Municipio è possibile accedere ai finanziamenti europei perché mancano i fondi per presentare i progetti di ristrutturazione.
E poiché anche in quest'angolo dimenticato e necrotizzato di Sicilia  non mancano i paradossi, negli anni passati a Vita sono stati spesi miliardi di lire per costruire un centro di accoglienza per anziani ed un parco urbano oggi in totale stato di abbandono.






Gli unici barlumi di vita a Vita - inevitabile e beffardo gioco di parole - sono gli ormai pallidi colori dei murales dipinti una quindicina di anni fa lungo le strade del paese nuovo e su alcuni edifici danneggiati dal terremoto.
Questi disegni rappresentano scene di lavoro nei campi e all'interno di botteghe artigiane: una malinconica riproposizione di normale vita paesana, in un luogo dove la cattiva mano dell'uomo - fra errori di gestione, sprechi, clientelismi ed ignavia politica - ha reso permanenti le conseguenze della devastazione naturale.



mercoledì 6 dicembre 2017

ALBERTO SORDI MAFIOSO A BELMONTE MEZZAGNO

Alberto Sordi sul set del film "Mafioso",
realizzato in Sicilia nel 1961.
Le fotografie sono tratte "il Mediterraneo",
mensile della Camera di Commercio di Palermo
edito nell'ottobre del 1967
Il 1961 fu in provincia di Palermo un anno di consueta violenza mafiosa.
Le cronache registrarono 22 delitti attribuiti alla mano dei killer delle cosche: il più cruento ed odioso fu sicuramente quello che costò la vita a Tommaso Natale al 13enne Paolino Riccobono, vittima di una faida familiare tra la sua e la famiglia Cracolici.
In questo contesto di regressione criminale, quell'anno il regista Alberto Lattuada girò fra Belmonte Mezzagno, Misilmeri e Bagheria il film "Mafioso".
Mischiando luoghi comuni e vere tare siciliane, la trama affrontò con gusto macchiettistico la vicenda di Antonio Badalamenti, un diligente cronometrista di una fabbrica milanese. 
Tornato in Sicilia per le vacanze con moglie e figli, l'uomo si vede costretto a viaggiare in un collo postale sino a New York per uccidere un boss italo-americano.
Prodotta da Dino De Laurentis e con protagonista Alberto Sordi, la storia di questa pellicola venne accompagnata da una serie di episodi che hanno accomunato molti altri film di mafia girati in Sicilia: un'aneddotica spesso fondata su fatti reali astutamente amplificati dalle case di produzione per scopi pubblicitari.



Voce vuole, ad esempio, che il soggetto di "Mafioso" sia stato ispirato a Lattuada dal pittore Bruno Caruso; lo spunto sarebbe stato un incontro fra l'artista ed un vero capomafia, cui Caruso finì col fare il ritratto.
Un reale legame della sceneggiatura con le cronache del tempo è rappresentato invece dal viaggio clandestino di Antonio Badalamenti negli Stati Uniti: alcuni delitti di mafia registrati qualche anno prima oltre Oceano sarebbero stati effettivamente compiuti da "picciotti" siciliani spediti e tornati in casse di legno dalle metropoli americane.
Prima, durante e dopo la produzione del film - che Sordi avrebbe voluto realizzare in Spagna, per timore di ritorsioni - non mancarono indicazioni sull'interesse dei mafiosi verso il lavoro della troupe.
Per rassicurare l'attore romano, sembra che De Laurentis avesse dato incarico a Lattuada di tenere segreta la trama: accadde invece che il copione - lasciato nell'abitacolo dell'auto utilizzata dal regista - venisse rubato quasi agli inizi delle riprese.
Nel 1994, Lattuada ammise alla giornalista Simonetta Robiony che la produzione del film ebbe l'appoggio e l'approvazione di personaggi vicini ai "don" locali:

"Bastarono poche parole fatte circolare ad arte e arrivarono da me quelli che contavano.
Gli spiegai che volevo fare una commedia su un mafioso.
Si divertirono molto, anzi si misero a disposizione.
Mi dissero che se serviva una piazza vuota o affollata, avrebbero fatto quello che potevano"



Durante le riprese di "Mafioso", Alberto Sordi venne omaggiato e festeggiato come il "re di Belmonte Mezzagno".
In un paio di occasioni l'attore sostituì Lattuada nel ruolo di regista, volato temporaneamente dalla Sicilia per prendere parte al Festival Internazionale di Berlino.
La realizzazione del film andò avanti senza alcun intoppo e gli unici problemi furono provocati dalle frequenti assenze dal set dell'attrice brasiliana Norma Bengell.
Nel ruolo della moglie di Antonio Badalamenti, la Bengell sarebbe stata distratta a Palermo dalla presenza di Alain Delon, a sua volta impegnato nelle riprese preparatorie del "Gattopardo" di Visconti.
Il "Mafioso" ottenne buone critiche, vincendo nei Paesi Baschi nel 1963 il Festival del Cinema di San Sebastian.
Alberto Sordi, che proprio in Spagna avrebbe voluto realizzare quel film, al termine dei ciak lasciò la Sicilia rifiutando la cittadinanza onoraria di Belmonte Mezzagno; anni dopo - nel 1973 - si ritrovò ad interpretare un altro personaggio mafioso in "Anastasia mio fratello, ovvero il presunto capo dell'anonima sequestri".
Non sappiamo se lo sgarbo al paese che lo aveva acclamato come re nascesse dalla paura di legare il suo nome ad un luogo in cui la mafia aveva acconsentito alla realizzazione delle riprese.
Chi si rechi a Belmonte Mezzagno, troverà tuttavia una "via Alberto Sordi" a ricordo della presenza dell'attore in quel lontano 1961.



In "La corda pazza" ( Einaudi, 1970 ) Leonardo Sciascia ha così valutato il film di Lattuada:

"La mafia, il suo meccanismo, per dire così, giudiziario-esecutivo hanno ispirato ad Alberto Lattuada il "Mafioso": film che, anche se cinematograficamente valido ( nel senso che lo si vede senza noia: come del resto tutti i film interpretati da Alberto Sordi ), non lo si può considerare un contributo alla conoscenza della realtà siciliana e del triste fenomeno della mafia.
Di fronte a questo film, anzi, noi che ci siamo occupati più volte della mafia, in libri ed articoli, siamo stati presi dal dubbio se il continuare a parlarne non finirà col rendere alla mafia quell'utile stesso che prima le rendeva il silenzio.
Nel film di Lattuada tutto è mafia.



Vien fatto di pensare che la rivoluzione dei tecnici profetizzata da James Burnham finirà con lo svolgersi sotto i segni della mafia siciliana.
Mafioso è il dirigente di una grossa industria del nord ( per di più, riconoscibile, un'industria che lavora in collegamento con altra grande industria europea); di mafia partecipano dogane e compagnie aeree; sicario della mafia è un 'cronometrista' di quell'industria del nord.
Per cui lo spettatore è portato a chiedersi non più che cosa è la mafia, ma che cosa la mafia non è"

lunedì 4 dicembre 2017

LA VECCHIAIA PER MODI DI DIRE DEI SICILIANI

Isnello, ottobre 2017.
Fotografia di ReportageSicilia
In "Parole di Sicilia" ( Mursia, 1977 ), Sandro Attanasio ha raccolto alcune frasi, espressioni, detti, paragoni e proverbi legati alla vita quotidiana dei siciliani.
Si tratta per lo più di modi di dire non più presenti nella cultura orale dell'Isola, ma che meritano di essere ricordati - e, perché no, citati ancora al momento opportuno - in questi tempi di dilaganti emoticon.
Una parte delle espressioni ricordate quarant'anni fa da Attanasio - allora un aggiornamento dell'opera di Giuseppe Pitré -  riguardano l'"età e il tempo" e si riferiscono alla vecchiaia dei siciliani:

"Cu' fatica in giuvintù godi in vecchiaja", "chi fatica in gioventù gode in vecchiaia"; "Esseri 'cchiù vecchiu di la cucca", "essere più vecchio di una civetta"; "Bannera vecchia anura capitanu", "bandiera vecchia onora il capitano"; "Forza di giuvini e consigghiu di vecchiu", "forza di giovane e consiglio di vecchio"; "Lu tempo passa e la vicchizza accosta", "il tempo passa e la vecchiaia si avvicina"; "Lu pisu di l'anni è lu pisu 'cchiù granni", "il peso degli anni è il peso più grande".       

martedì 21 novembre 2017

TEORIA E PRATICA DEL PARCHEGGIO SICILIANO SECONDO FRANCINE PROSE

Piazza Politeama a Palermo
in una fotografia di Publifoto
pubblicata nel 1961 dal TCI su "Sicilia"
per la collana "Attraverso l'Italia"
"In Sicilia, il parcheggio riflette la differenze che esiste tra superficiale ed essenziale.
In teoria ci sono i cartelli di divieto, con l'immagine dei carri attrezzi, che ammoniscono gli automobilisti a non parcheggiare, ma in pratica i siciliani lasciano le auto dove vogliono: ognuno conosce la macchina dell'altro, vigili compresi, e se un'auto blocca l'uscita di un portone o di un garage, il proprietario viene immediatamente rintracciato"

Alla scoperta delle tracce lasciatevi da Leonardo Sciascia, Francine Prose si ritrovò qualche anno fa a dover cercare a Racalmuto anzitutto un parcheggio per la propria auto.



Fu così che in "Odissea Siciliana" ( Feltrinelli, 2004 ) la scrittrice americana evidenziò uno degli aspetti più critici del rapporto fra automobilisti dell'Isola e la guida dei loro veicoli: l'abitudine di parcheggiare ovunque la comune logica e la normale educazione indurrebbero a farne a meno.
Il parcheggio "selvaggio" - capace di raddoppiare o triplicare le file di sosta, di occupare le strisce pedonali e di ignorare i passo carrabile - è la naturale filiazione dell'abitudine al "traffico" palermitano di benigniana memoria.



A differenza di quanto avrebbe fatto gran parte degli automobilisti siciliani, Francine Prose risolse la difficile ricerca di un parcheggio a Racalmuto in maniera divertita e risoluta: 

"Dopo aver girato per trenta minuti che sembrano un'eternità, decidiamo di rinunciare.
Ci siamo fatti un'idea della città e basta.
Facciamo marcia indietro, e quando arriviamo sulla nazionale siamo presi da un senso d'euforia, come ragazzini che abbiano marinato la scuola..."   


venerdì 17 novembre 2017

IL PITTORE DELL'"APINO" NELLA BOTTEGA AL PAPIRETO

Mariano Porcelli durante le ultime fasi di decorazione
di un furgone Ape destinato alle cerimonie nuziali.
Le fotografie sono di ReportageSicilia
L'"apino" poggia con una sola ruota a terra.
Un cavalletto ne innalza il cassone decorato di fresco con le scene  cavalleresche dei vecchi carretti; l'altezza è quella giusta da permettere ad un giovane pittore di rifinire la composizione con piccoli fregi lineari. 
La scena si svolge a Palermo, dinanzi alla baracca di uno dei venditori di vecchi oggetti nel mercato del Papireto.
L'ingresso è sormontato da un'impolverata stella cometa natalizia;  all'interno del deposito di legno e lamiera, si scorgono spalliere di letto in ottone, cornici prive di tela, decine di ceramiche, un paio di cassapanche. 




Mi avvicino con curiosità: scambio uno sguardo di saluto con un anziano che osserva il lavoro del pittore - disegni e colori dal bel dinamismo e affatto grossolani - ed estraggo dallo zaino la macchina fotografica.
Gli scatti del post sono il frutto di quest'incontro fortuito.
L'artista dell'"apino" si chiama Mariano Porcelli, ha 36 anni e - mi spiega - dipinge dall'età di otto.
La sua storia appartiene ad una cultura popolare palermitana quasi del tutto scomparsa. 
Nipote di Mariano Militano - un spazzino comunale fondatore mezzo secolo fa a Palermo di un piccolo teatrino dell'opera dei pupi, vicino vicolo Ragusi - Porcelli ha perfezionato la sua tecnica osservando da vicino il lavoro dei pittori di carretti: i Ducato di Bagheria, Fiore di Partinico, i Picciurro, i Cardinale.




Da ciascuno ha appreso qualcosa, vincendo la loro ritrosia e  gelosia nei confronti di quei "segreti" di bottega su quali indugiavano gli occhi e le orecchie del giovane apprendista.
Dopo avermi spiegato che la decorazione dell'"apino" gli è stato commissionata da una persona che lo utilizzerà "per fare matrimoni", Mariano Porcelli mi invita all'interno della baracca.
Superati gli oggetti ammassati in ogni angolo, sulla parete di fondo è distesa una grande tela su cui sta finendo di riprodurre l'architettura di Porta Nuova.



L'opera servirà da quinta scenografica per Angelo Sicilia, promotore a Palermo di un Teatro popolare delle marionette d'impegno sociale ( dalle storie degli omicidi di mafia dei sindacalisti uccisi nel secondo dopoguerra a quella di Peppino Impastato ).
Mariano Porcelli dipinge con i motivi della tradizione - "ma il mio stile è personale", sottolinea con orgoglio - oggetti di diversa natura: quadri, pannelli, mobili, insegne.



Spera presto di trasferire il suo laboratorio dalla baracca del Papireto in corso Vittorio Emanuele, strada che da qualche anno sta vedendo rinascere le attività alcuni artigiani.
Se il progetto avrà buon fine, Mariano Porcelli tornerà indietro nel tempo: agli anni in cui, nel vicino teatrino di vicolo Ragusi, Mariano Militano raccontava le epiche storie dei suoi pupi.