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lunedì 25 settembre 2017

UNA VEZZOSA ESCURSIONE FRA I TUMULTI DI STROMBOLI

In osservazione sulle pendici vulcaniche di Stromboli.
La fotografia venne pubblicata nel luglio del 1966
dalla rivista dell'ENIT "L'Italia"

"Anche nelle rare fasi di tranquillità, fermandosi un'ora, si può d'ordinario avere almeno lo spettacolo di soffiate di sabbia e lapilli che fanno grande impressione.
Ma normalmente, le esplosioni sono molto frequenti ( parecchie all'ora e non di rado parecchie al minuto ), caratterizzate dal lancio di abbondante materiale incandescente.
In tal caso conviene attendere il calare della notte.
Allora è veramente meraviglioso, indimenticabile, lo spettacolo della lava luminosa entro le diverse bocche eruttive, che si agita, ribolle, si gonfia, si lacera violentemente per la tensione dei gas, e esplode con cupi boati lanciando in alto miriadi di frammenti lavici incandescenti, di scorie infocate, di bombe roteanti, che ricadono sulla Sciara del Fuoco frantumandosi in mille schegge e precipitano, saltellando, inseguendosi, lacerandosi, sempre rosseggianti al mare tra tonfi ed alte colonne d'acqua..."

Per nulla impressionate da questa tumultuosa descrizione della Guida Rossa della Sicilia edita dal TCI nel 1953, le escursioniste salite sul cratere di Stromboli non rinunciarono al vezzo di due larghi cappelli in paglia: una protezione certo non appropriata ai potenziali rischi dell'escursione, ma capace di garantire eleganza durante il tour dell'isola.    


domenica 24 settembre 2017

LA LOTTERIA PERDENTE DELLA RIFORMA AGRARIA IN SICILIA

Un lotto di terreno agricolo appena
assegnato ad un contadino nell'Isola d'inizi anni Cinquanta.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
sono tratte dall'archivio dell'Ente Riforma Agraria Sicilia
"Il governo regionale, consapevole delle gravi difficoltà in cui si dibatteva l'agricoltura, nel 1950 predispose una riforma agraria, dove tutte le più lodevoli intenzioni trovarono posto, e quindi, se applicata con la dovuta oculatezza, avrebbe certo dato migliore risultato.
Infatti, noi crediamo che gli scopi demagogici e politici, in molti casi, sono prevalsi sui criteri tecnici, snaturando le finalità che la legge si proponeva.
Ma il suo parziale insuccesso non può essere attribuito solo a questo.
Secondo noi la riforma mancava di alcuni presupposti necessari ad assicurare il buon esito sperato.
Non basta dare un pezzo di terra e alcune migliaia di lire per risolvere il problema; con questo metodo, non si fa che aggravare la crisi.
Noi pensiamo che il procedimento doveva essere un altro.



Il terreno scorporato andava lasciato in gestione provvisoria al proprietario, fino a quando venivano compiute le opere strutturali indispensabili a renderlo adeguatamente produttivo.
Occorreva analizzarlo, studiarne le caratteristiche in rapporto alla coltivazione, e poi cederlo ad autentici contadini che, opportunamente sovvenzionati, fossero stati in grado di coltivarlo a regola d'arte secondo un rigoroso disciplinare in cui dovevano essere specificate almeno per un congruo periodo le colture e i lavori da eseguire sotto la continua sorveglianza fiscale degli Ispettorati agrari del lavoro..."

Il sostanziale fallimento della riforma agraria in Sicilia - stabilita per legge il 27 dicembre del 1950 - venne così riassunto nel luglio del 1960 da un numero speciale "La Sicilia, quindici anni di autonomia regionale" della rivista "Parlamento e Produttività", edita a Roma e diretta da Ernesto Vino Borghese.


L'assegnazione per sorteggio dei lotti di terreno
in una piazza della provincia siciliana 
La riforma era stata alimentata, dieci anni prima, dalle forti aspettative generate dalle lotte contadine nei difficili anni del secondo dopoguerra.
Alle rivendicazioni di natura sociale - appoggiate dal PCI - si erano affiancate le aspettative di natura imprenditoriale della DC, interessata a promuovere la costruzione di infrastrutture ( opere idriche, di viabilità e di edilizia rurale ). 
La riforma agraria godeva insomma di un esteso consenso politico ed avrebbe dovuto avere ricadute fondamentali per il futuro dell'Isola, considerato che nel 1951 - un anno dopo il suo varo - in Sicilia le attività agricole impegnavano 760.000 persone ( il 51,3 per cento della forza lavoro ).
All'epoca, secondo quanto ricordato da Matteo G.Tocco ( "Libro nero di Sicilia", Sugar Editore, 1972 ), 

"i terreni incolti produttivi si estendevano per 45.000 ettari; i pascoli permanenti per 285.000 ettari ed i terreni tipici del latifondo, in parte destinati alla produzione di cereali, per 880.000 ettari; su 2.400.000 ettari, oltre la metà delle terre era direttamente o indirettamente caratterizzata da strutture latifondistiche"


Applausi, ilarità ed amarezza dei contadini
durante la lotteria delle assegnazioni 
Lo spirito della riforma intendeva promuovere le bonifiche, espropriare i terreni ed affidarli a coltivatori diretti o a cooperative.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia sono tratte dall'archivio dell'ERAS, l'Ente Riforma Agraria Siciliana costituito nel 1950 sulle ceneri dell'Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano, nato a sua volta dieci anni prima con la denominazione Istituto Vittorio Emanuele III per il bonificamento della Sicilia e riorganizzato nel 1946.
L'Ente - cui era affidato il compito di attuare la riforma - ottenne dallo Stato un contributo iniziale pari a 120 miliardi di lire ( un milione per ettaro )  in rapporto alla superfice dell'Isola destinata allo scorporo: ma fece poco e male, a partire dall'abnorme incremento delle assunzioni. 
I 200 dipendenti dei primi giorni diventarono quasi tremila, dando vita ad uno dei tanti "carrozzoni" regionali.
Da un punto di vista tecnico, si attuarono iniziative di irrigazione, ricerche idriche, meccanizzazione agricola e la costruzione di strade poderali, case coloniche e borghi agricoli.



Gli sforzi - giustificati anche dall'entità dei finanziamenti - insomma non mancarono; tuttavia, fu l'azione complessiva della riforma a comprometterne il successo.
Le immagini testimoniano ad esempio le assai poco tecniche fasi di assegnazione dei terreni ai contadini, secondo un criterio affidato al caso ed alla mano di bambini bendati: un sorteggio sulle pubbliche piazze, alla stregua di una fiera paesana.
La logica di affidamento dei lotti non fu l'unica anomalia di questa riforma zoppa.
Mancò infatti un ripensamento complessivo sul modo di promuovere l'agricoltura.
L'impiego dei mezzi meccanici e dei concimi rimase limitato, né si adottò una promozione dei più moderni criteri di piantagione.
Gran parte degli assegnatari decise di dedicarsi alla coltivazione degli agrumi, anche laddove le caratteristiche dei terreno avrebbero dovuto consigliare altre colture.


Contadini intorno ad un abbeveratoio
costruito dall'ERAS
A ridurre i benefici della riforma agraria contribuì pure il peso dell'imposizione tributaria, che per la Sicilia fu la più alta rispetto alle altre regioni a statuto speciale.
Infine, un ruolo negativo venne anche all'epoca rivestito dalla lentezza della burocrazia regionale:

"Con la legge 28 ottobre 1959 numero 28 - ricordava ancora la rivista "Parlamento e Produttività" - in considerazione delle pessime condizioni in cui versavano gli agricoltori, si provvide alla rateizzazione del credito agrario concedendo un contributo del 4 per cento sui relativi interessi.
La prima rata è scaduta da otto mesi, gli agricoltori l'hanno pagata compresi gli interessi, ma attendono ancora il contributo"

Nella sola provincia di Caltanissetta la riforma agraria assegnò a circa 3.000 contadini quattro ettari di terra, senza alcun tentativo di organizzarne il lavoro o fornire loro assistenza tecnica: oltre mille lotti vennero abbandonati pochi anni dopo l'affidamento.
Un capitolo a parte nella fallimentare gestione della riforma merita la storia della costruzione dei borghi rurali da parte dell'ERAS.
Provvisti malamente di luce ed acqua, progettati a distanze eccessive dalle terre assegnate ai contadini, Borgo Manganaro, Francavilla, Schirò, Fazio, Garistoppa e molti altri furono abbandonati e destinati al degrado strutturale: la storia di questi borghi fu allora oggetto di inchieste giornalistiche che li definirono "i villaggi fantasma della Sicilia".
Oggi l'insuccesso della riforma agraria del 1950 pesa ancora su certi criteri di conduzione dell'agricoltura nell'Isola; e così ne ha riassunto i limiti Francesco Renda:

"In realtà - si legge in "Storia della Sicilia" ( Sellerio, 2003 ) la gestione cooperativa di tutta quella terra rappresentò un'impresa economica e sociale di gran momento, che però le forze politiche e il governo non mostrarono di percepire.
Per reggere quell'impresa sarebbero stati necessari grandi mezzi finanziari, macchine, trattori, strumenti di lavoro adeguati; e più ancora tecnici ed economisti agrari, ragionieri, personale specializzato, che aiutassero i presidenti e i consigli di amministrazione delle cooperative a gestire meglio le loro imprese.
Il governo e le forze politiche, lasciarono, invece, che le cooperative agissero da sole.


Un corso di pollicoltura a Castellana Sicula
E, in effetti, assistite dalle loro associazioni, alcune decine di cooperative elaborarono piani di trasformazione agraria e ne ottennero anche l'approvazione dagli ispettorati agrari provinciali.
Ma, benché pregevoli, furono episodi isolati, che non rientrarono in un progetto generale, e che furono osteggiati dai proprietari con una guerra implacabile di carta bollata davanti ai tribunali.
La concessione delle terre incolte rimase, pertanto, provvedimento transitorio di emergenza, in attesa che la riforma agraria facesse il seguito..."

sabato 16 settembre 2017

IL "C'E' COSA?" PALERMITANO DEL NULLA

Fregio architettonico ad Erice.
Fotografia di ReportageSicilia
"A Palermo esiste un'espressione dialettale ricorrente nei duelli verbali:
'c'è cosa?'
Non è una domanda da poco, perché rivela una sorta di sgomento davanti al dubbio che qualcosa, sia pure al di là del bene o del male, ci sia davvero e si nasconda da qualche parte.
Per la Sicilia, l'idea del mondo più rassicurante è la tabula rasa, concetto che ha ispirato, per esempio, le stragi di mafia.
Questo rassicurante niente, da creare con costante impegno, ha poi trovato il suo correlativo più convincente in politica, dove davvero non c'è cosa...
... Quanti ne sono venuti, e quanti ne vengono, convinti che qui sia tutto diverso.
Quanti perdono la testa dietro la presunta diversità della Sicilia.
E noi cosa offriamo?
Due facce e una stessa medaglia.
Offriamo mafia e antimafia, amaru e duci ( amaro e dolce ), sangu e latti ( sangue e latte ).
Ma dietro tutto questo affanno 'c'è cosa?'"

FRANCESCO TERRACINA,
introduzione da "Opera Incerta" di SILVIO GOVERNALI, DORAMARKUS, 2006

RICORDI EOLIANI PRIMA DELLA PIENA DEL TURISMO

In navigazione verso le Eolie.
Le fotografie del post sono attribuite
all'assessorato regionale al Turismo
della Regione Siciliana
e vennero pubblicate nel settembre 1963
dalla rivista "Sicilia"
"Le coste sono molto alte e scoscese e il terreno è molto accidentato; il clima è salubre e molto dolce, sia i freddi invernali che i calori estivi sono abbastanza mitigati per l'influenza del mare.
I centri abitati sono piccoli in vicinanza di approdi, numerosissime le case sparse; i luoghi più elevati sono disabitati, sia per le difficili comunicazioni interne che per la scarsa produttività del suolo.
Prodotto minerale importantissimo è la pomice.
Prodotti agricoli esportati sono i vini ( specie la Malvasia e l'Uva Passa ).
Le isole sono collegate fra loro da vari servizi settimanali e bisettimanali di velieri o vaporetti..."

Queste sommarie indicazioni sull'aspetto e sui trasporti da e verso le isole Eolie si leggono in una "Guidagenda di Messina" edita nel 1952 dall'Ente Provinciale per il Turismo.
In quel periodo le Eolie stavano vivendo il loro primo boom turistico, legato al clamore di stampa suscitato dalle produzioni cinematografiche di "Stromboli" ( Terra di Dio ) e di "Vulcano".
Le interpretazioni "rivali" di Ingrid Bergman ed Anna Magnani richiamarono nell'arcipelago messinese frotte di cronisti e fotografi, rompendo il quasi totale isolamento di luoghi fino ad allora consegnati ai cultori della geofisica e della mitologia.




Le dure condizioni di vita nelle Eolie tra la fine degli anni Quaranta e gli inizi del successivo decennio sono state così descritte da Francesco Alliata, uno dei primi esploratori sottomarini dell'arcipelago e produttore cinematografico di "Vulcano"

"Nel 1946 - si legge in "Il Mediterraneo era il mio regno" ( Neri Pozza, 2015 )  nelle Eolie non esistevano alberghi, n'é c'era turismo: abitavamo nelle case abitate dagli emigranti.
In quelle case si rifugiavano anche l'archeologo Luigi Bernabò Brea e un suo giovane allievo siracusano, il conte Piero Gargallo.
Erano alla ricerca delle tracce delle civiltà preistoriche locali e ne avrebbero trovate in abbondanza, oggi raccolte nel museo di Lipari, intitolato appunto al professore Bernabò Brea...
Non esisteva in quelle isole acqua ragionevolmente fresca: nessuna sorgente, soltanto pozzi scavati nella nera rovente roccia e nella rena vulcanica, e cisterne in muratura sotto le case, colme di acqua piovana raccolta d'inverno ed esposte d'estate al sole cocente.
Niente elettricità, quindi neanche l'ombra di ghiaccio artificiale se non a Milazzo, raggiungibile solo una volta al dì e con almeno quattro ore di viaggio..."   

venerdì 8 settembre 2017

IL RACCOGLITORE DI LIMONI DI SALVATORE PROVINO




L'INCANTEVOLE MARETTIMO DI FOLCO QUILICI

L'isola di Marettimo, nelle Egadi.
La fotografia è di ReportageSicilia
Dal punto di osservazione del forte di Santa Caterina, a Favignana, Marettimo appare integralmente dall'alto, solitaria ed orgogliosamente aspra e scoscesa sul mare.
L'isola - la più lontana da Trapani - si staccò dalla Sicilia prima delle altre due Egadi, restando isolata e inaccessibile per gli uomini e gli animali del Paleolitico poi raffigurati nelle grotte di Levanzo.
Così, oggi Marettimo continua ad essere un'isola schiva e frequentata da veri appassionati del mare e delle escursioni sui sentieri delle sue altissime muraglie rocciose.
Nel 1974, Fulco Pratesi ( "Guida alla natura della Sicilia", Arnoldo Mondadori Editore ) definì questo lembo più occidentale di Sicilia "il vero gioiello dell'arcipelago" delle Egadi.
A distanza di 43 anni - fatto purtroppo eccezionale in una regione che nel frattempo ha offeso molti dei suoi beni ambientali - quel giudizio appare ancora attuale.
Non è un caso dunque che in tempi più recenti, un profondo conoscitore delle bellezze marine come Folco Quilici abbia definito come "incantevole" il fondale di Marettimo, raccontando così l'esplorazione dei cannoni di un relitto "in un'insenatura tra le più belle del nostro mare":

"Li ha individuati un paziente indagatore dei fondali della sua isola, Vito Torrente; e li ha poi studiati un gruppo di Archeosub guidati dal professor Sebastiano Tusa.
Insieme a Vito - si legge in "Il mio Mediterraneo" ( Mondadori, 2004 ) -  ho fotografato quel reperto, durante le immersioni del luglio 2002.
Con lui ho visto nove cannoni riconducibili al Settecento, ogni bocca di fuoco tanto diversa dall'altra da suggerire la loro appartenenza a una nave pirata.
Solo un simile vascello poteva, infatti, imbarcare cannoni tanto dissimili l'uno dall'altro per misura e per modello.
Evidentemente perché frutto di razzie ed abbordaggi ad altre imbarcazioni..."

  



giovedì 7 settembre 2017

L'INTRECCIO MAFIA E POLITICA NELLA PALERMO DIVENTATA "PALM CITY"

Storia dimenticata di un libello satirico della Federazione Comunista di Palermo che nel 1964 fece nomi e cognomi  dei protagonisti del sacco edilizio cittadino


Il libello edito dalla Federazione Comunista di Palermo
alla vigilia delle elezioni amministrative del 1964.
Il finto "giallo" della Mondadori ambientava a "Palm City"
le attività affaristico-mafiose portate avanti
da leader della DC, imprenditori e boss locali
"Accidenti che giornata, ragazzi!
Sembrava che tutto fosse calmo, che non dovesse succedere niente in questa dannata città in cui i gangsters portano il colletto duro, vanno alle processioni con la candela in mano e invece di stare in galera amministrano la città!
L'orologio della torre di Palm City, una grossa città nel Sud dell'Unione, batteva sonnolento quattro tocchi..."

Con questo attacco che fece il verso ad un giallista americano di serie B, nell'autunno del 1964 circolarono a Palermo poche centinaia di copie di un libello la cui copertina copiava fedelmente la veste grafica dei "Gialli Mondadori".
La pubblicazione fu diffusa dalla Federazione Comunista cittadina, che titolò le ventidue pagine "La banda di Palm City"; e benché Palm City sia una vera cittadina della Florida, trama e personaggi della storia alludevano chiaramente alle vicende della cronaca palermitana, nel suo intreccio di interessi fra politica democristiana e mafia.
Il "pamphlet" - scritto con humor satirico e divertimento da Napoleone Colajanni, Bruno Carbone e Giorgio Frasca Polara - raccontava la storia di una città appena stravolta dalla strage di Ciaculli e dall'assedio della speculazione edilizia, in cui

"i palazzi, affastellati l'uno sull'altro, davano la sensazione di una giungla di cemento armato che stava stritolando quei pochissimi pennacchi di verde che spuntavano qua e là"


Presentazione del Piano Regolatore di Palermo.
Si riconoscono il sindaco Lima,
il sottosegretario ai LL.PP Pecoraro
ed il dirigente comunale Nicoletti.
L'immagine è tratta dalla rivista "Siciliamondo"
del febbraio del 1960
A Palm City, la trama degli eventi si muove tra "Sioux-Liberty" - il quartiere Libertà - il monte "Pilgrim" e le colline di "Ciack Collins", ovvero la borgata di Ciaculli.
La città è controllata dall'"Associated Boss" e governata dalla banda "Mac Lime Incorporated", ovvero da Salvo Lima e da altri notabili democristiani dell'epoca.
Gli autori del libello si divertirono con il gioco delle assonanze linguistiche o della trasformazione in lingua inglese dei nomi italiani.
Così, ad esempio, Nino Gullotti diventa "Mac Gullock", Calogero Volpe "Fox", il cardinale Ernesto Ruffini "pastore Raff", Paolo Bevilacqua "Drink Water", Rocco Gullo "Rocky Guld", Giuseppe Brandaleone "Brandy Lion"Giovanni Gioia "Senatore Gioy".
Vito Ciancimino, invece, prenderà il nome di "Ciang Cai Min"; l'imprenditore edile Francesco Vassallo - uomo nelle mani dello stesso "Ciang Cai Min" e di "Mac Lime" - diventa "Waxwall".
Dietro questo saldo gruppo di potere politico-mafioso la "Palm City" palermitana è la città in cui le imprese di Arturo Cassina - soprannominato "Mister Feluca" -  monopolizzano il servizio di manutenzione delle strade e delle fogne cittadine, con i risultati disastrosi raccontati in prima persona da un cronista-narrante:

"Per poco non mi rompo l'osso del collo, urtando il secchio dell'immondizia che troneggia accanto alla porta della brunetta del terzo piano.
Anche oggi l'immondizia rimane ad imputridire per la città!
Improvvisamente una 'pantera' comincia a sbandare come un vecchio ubriacone, sale sul marciapiede e si va a fermare con cofano contro un'enorme montagna di rifiuti.
'Figlio di un cane', urla il tenente Tombstone, uscendo tutto ammaccato dalla 'pantera', 'si fotte più di due miliardi di cucuzze l'anno e queste strade sembrano terremotate.
Guarda un po' che buche lascia per la strada, quella fossa poteva rendere orfani i miei bambini!"


Vito Ciancimino.
Gli autori di "La banda di Palm City"
gli diedero il nome di "Ciang Cai Min".
La fotografia è tratta dall'archivio di ReportageSicilia

Nella breve introduzione a "La banda di Palm City", gli autori scrissero questa avvertenza:

"Gli avvenimenti, i personaggi, le situazioni di questa storia sono il frutto della fantasia fervida di un cronista di Palm City.
Non hanno perciò nessun riferimento ad avvenimenti, personaggi, situazioni reali.
Se tuttavia qualcuno mostrasse di riconoscersi ciò non può riguardarci, è affar suo.
Vuol dire che ha la coda di paglia, e la paglia, tutti lo sanno, è un materiale assai infiammabile che potrebbe prendere fuoco il 22 novembre"

In quella data dell'anno 1964, erano state fissate le elezioni amministrative che nelle aspettative della Federazione Comunista di Palermo avrebbero dovuto far segnare la sconfitta della DC.
I palermitani invece si dimostrarono poco sensibili all'ironica denuncia sull'andazzo della vita cittadina.
La corrente fanfaniana guidata da Lima - dopo le dimissioni dalla guida di Palazzo delle Aquile del futuro eurodeputato, poi ucciso nel 1992 dalla mafia - piazzò al Comune il suo candidato Paolo Bevilacqua ( il "Drink Water" del libello ).


Palermo nel Piano Regolatore
presentato dalla giunta guidata da Lima.
Fotografia tratta da "Siciliamondo", opera citata
Lo scudocrociato ottenne 125.977 voti ( il 44,3 per cento del totale ), mentre il PCI - con 37.044 preferenze - crollò al 13 per cento.
Oggi "La banda di Palm City" rimane un esempio quasi dimenticato di satira politica palermitana e di tempi in cui un gruppo di giornalisti decise ironicamente di mettere nero su bianco i nomi dei burattinai della politica cittadina.
Al collega Mario Azzolini va il ringraziamento per avere permesso a ReportageSicilia di rievocare la vicenda di questa pubblicazione oggi rarissima, recuperandola alla memoria virtuale della rete. 


  
   

martedì 5 settembre 2017

RACCOLTA DI POMODORI PRIMATICCI NEI PRESSI DI FALCONARA


"La coltivazione del pomodoro è una delle principali risorse agricole di questa fascia di terra dal clima africano.
I primaticci siciliani riforniscono tutta la Penisola.
Negli ultimi anni la produzione è stata accresciuta e i rossi frutti sono apparsi anche in zone che prima erano occupate solo dal deserto"

Questa didascalia accompagnò la fotografia di Federico Patellani riproposta da ReportageSicilia e tratta dal settimanale "Tempo" del 27 ottobre del 1955.
Erano gli anni in cui l'agricoltura dell'Isola cominciava ad assumere un aspetto intensivo, grazie alla diffusione delle prime serre di plastica: al loro interno, pomodori, peperoni e zucchine maturavano con sei mesi di anticipo, raggiungendo in poco meno di due giorni i mercati del Nord Italia.



L'innovazione - introdotta a Scicli da Ignazio Fiorito e nel feudo sabbioso di Punta Secca da Francesco Giardinelli - avrebbe cambiato per sempre l'aspetto delle campagne del ragusano e di altre zone costiere della Sicilia che guardano verso l'Africa: una trasformazione del paesaggio e di modelli economici dovuta - avrebbe scritto anni dopo Gesualdo Bufalino - proprio a quelle "bianche estensioni di plastica, luccicanti sotto il sole come un mare senza confini".



L'ETERNA ATTESA DI UN PRINCIPE DELLA SICILIA


"In Sicilia mai nessun barone ha voluto farsi re.
Mai nessun vescovo s'è spogliato dei privilegi per diventare una guida morale e religiosa della sua gente.
Mai nessuna città è uscita dal suo stato di aggregazione di case e palazzi per diventare capitale riconosciuta; basti l'esempio di Messina, che si batte stoicamente e vittoriosamente contro Carlo d'Angiò senza che nessun'altra città abbia pensato di accorrere in suo aiuto.
Mancano gli uomini, i capi.
Manca qualcuno come Robespierre, Lenin, Zapata, Dubcek, Cromwell, Mandela, Francesco d'Assisi, Washington, Lutero, Giovanna d'Arco, Khomeini, el Cid, Maometto, Lawrence d'Arabia...
E alla fine questa terra montagnosa e mostruosa, così assurdamente triangolare, così enigmatica anche agli di chi c'è nato e vissuto, oggetto ideale di colonialismo e scorrerie, è rimasta inerte, la Bella Addormentata nell'eterna attesa del Principe, che però non è mai venuto a risvegliarla.
Quasi tutti i principi che sono arrivati l'hanno ignorata, pochissimi l'hanno baciata, e chi l'ha baciata non s'è mai sognato di sposarla.
Una triste, sfiduciata zitellona"

ENZO RUSSO
"Incomprensibile Sicilia"
SALVATORE SCIASCIA EDITORE, 2016
   

lunedì 4 settembre 2017

L'INDUBITABILE FEDE PALERMITANA PER LA "SANTUZZA"

Foto ReportageSicilia
"Una Santa straordinariamente amata, rispettata anche dai laici e persino dagli atei"
Così il giornalista Antonio Ravidà ha definito qualche anno fa il culto dei palermitani nei confronti di Santa Rosalia, la cui festa ricorre oggi.
Da oltre quattro secoli, la "Santuzza" fa parte integrante della vita e del costume della città, meritandosi insieme la devozione religiosa ed il rispetto secolare dei suoi abitanti.
Nel corso dei secoli, non sono mancate le voci di quanti hanno messo in dubbio o smentito il miracolo della liberazione di Palermo dalla peste attribuito a Rosalia de Sinibaldi o addirittura la stessa esistenza della nobildonna di presunte origini normanne.
Fra gli scettici, un posto di primo piano va senz'altro al paleontologo inglese William Buckland, un cristiano protestante che agli inizi dell'Ottocento, durante un viaggio a Palermo, affermò che le ossa attribuite ai resti della Santa appartenevano in realtà ad una capra. 
In tempi più recenti, lo studioso Umberto Santino nel saggio "I giorni della peste" ( Grifo, 1999 ) ha affermato che la fine della peste è da datare due anni dopo la scoperta delle ossa e che su di esse non sono mai state compiute serie analisi tecniche.
Ad ogni modo - in assenza di quel responso scientifico sottolineato da Santino - in pochi se la sentono di mettere in dubbio le certezze devozionali di una buona parte dei palermitani riguardo la loro patrona.


Foto ReportageSicilia
All'uscita de "I giorni della peste", autorevoli esponenti del mondo laico cittadino difesero la validità del culto della "Santuzza".
Soprattutto le opinioni di personaggi dello spettacolo difesero la santità di Rosalia de Sinibaldi.
Il regista Franco Scaldati spiegò che

"Santa Rosalia appartiene al nostro respiro, perché ormai è dentro di noi"

Un altro regista - Daniele Ciprì - rivelando di averla pregata inutilmente durante la malattia del figlio, aggiunse che Rosalia

"è comunque un simbolo forte per la città"

Un altro personaggio dello spettacolo, l'attore Pino Caruso, così espresse l'assoluta certezza circa la possibilità dei palermitani di potere sempre contare sui miracoli della Santa:

"Quelle della invenzione di Santa Rosalia sono vecchie dicerie che si rinnovano ogni anno; nessuno potrà mai dimostrare la verità.
Santa Rosalia è ormai nella mente di tutti i palermitani e come tale vivrà in eterno"
      

mercoledì 30 agosto 2017

LA FESTA DELLE ARANCE DI GIOVANNI DE SIMONE


GIOVANNI DE SIMONE, "Festa delle arance" ( particolare )

martedì 29 agosto 2017

LA DELIRANTE BIANCHEZZA DELLE CAVE DI POMICE A LIPARI

Le cave di Lipari in una fotografia
di Josip Ciganovic pubblicata nel 1974
in "Sicilia" di Aldo Pecora ( UTET )
"Il cavatore di pomice ha la mentalità dei minatori improvvisati, non bada ai rischi e gli infortuni sul lavoro sono frequenti, spesso mortali.
Le montagne si elevano come orridi strapiombi immacolati fino a più di trecento metri e gli operai si arrampicano avanzando un passo dietro l'altro, lentissimi, scalfendo a poco a poco le pareti levigate a colpi di piccone e facendo scivolare a valle la breccia polverosa.
Restano lassù otto ore al giorno, coi piedi appoggiati su fragili sporgenze della friabilissima parete quasi verticale, in posizione di equilibrio instabile che gli spacca la schiena"

Così nel 1960 il giornalista Francesco Rosso descrisse il duro e pericoloso lavoro dei circa 500 operai abbarbicati sui fianchi delle cave di pomice a Lipari.
In quel periodo, la produzione destinata alle fabbriche di prodotti cosmetici ed all'edilizia raggiungeva i due milioni di quintali l'anno.
La fama della pomice di Lipari - la cui estrazione è documentata dal 1680 - risale molto indietro nei secoli; si vuole infatti che sia stata utilizzata per la costruzione della cupola emisferica del Pantheon di Roma e della Cappella di Santa Maria del Fiore, a Firenze.
L'attività dei cavatori è terminata agli inizi degli anni Duemila, quando l'Unesco minacciò di mettere a rischio per questioni paesaggistiche ed ambientali la permanenza delle Eolie nella lista dei siti dichiarati "patrimonio dell'umanità".


Oggi si discute di trasformare le vecchie cave in un Parco GeoMinerario.
Sul progetto gravano però le immancabili controversie burocratiche e legali, a causa di un contenzioso fra Comune di Lipari e la curatela fallimentare della proprietà degli impianti: vicenda che ricorda uno storico dissidio sullo sfruttamento delle cave nel 1813 fra Vescovo e Comune.


La fotografia di Josip Ciganovic - tratta dall'opera di Aldo Pecora "Sicilia" ( UTET, 1974 ) - ci restituisce l'immagine delle bianchissime colline di Porticello agli inizi degli anni Sessanta; lo stesso periodo cioè in cui ancora Francesco Rosso tratteggiava così lo scenario delle cave:

"Le cave di pomice esplodono con bianchezza delirante nel sole già spuntato, piccole macchie scure arrancano sulle pareti della vertigine levigata simili a formiche dannate a scavare il vuoto, nuvole di polvere bianca salgono come incenso opaco nel cielo limpido.
Così i turisti vedono le montagne di pomice: un remoto, drammatico angolo di mondo lunare confitto nel cuore di Lipari, isola di luce azzurra..."  


lunedì 28 agosto 2017

IL PRESENTE E IL FUTURO AFRICANO DI PALERMO

Donne e bambini africani
in piazza Santa Chiara, nel centro storico della città.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia
Per turisti e viaggiatori, è un fenomeno spesso inaspettato e quindi causa di sorprese.
Poche fra le più aggiornate guide cartacee di Palermo, del resto, segnalano che lo storico mercato di Ballarò è da molti anni l'anima africana di una città che nel corso della sua remotissima storia ha ospitato popoli provenienti da tutto il Mediterraneo; più spesso, quest'indicazione si ricava dalla lettura di social network e siti come TripAdvisor
Così, una passeggiata a Ballarò diventa una lezione su cosa sia il mondo di oggi, oltre le pretese di erigere barriere ad epocali fenomeni di migrazione.



Dinanzi ad una regione di giovani siciliani che abbandonano sempre più la loro terra per garantirsi altrove la sopravvivenza, le Ballarò dell'Isola rappresentano una parte imprescindibile del futuro della Sicilia.
Con i coloratissimi vestiti dei Paesi di origine - Nigeria, Costa d'Avorio, Senegal, Ghana - sono soprattutto le donne ad occupare la scena dei disastrati quartieri del centro storico di Palermo; e sono loro le madri del maggior numero di cittadini palermitani nati da qualche anno ad oggi nel cuore più antico della città.




Passeggiare a Ballarò significa prevedere quale sarà il volto palermitano delle future generazioni, senza l'afflizione di paure o di pregiudizi. 
Così, nel bene della sua tolleranza e nel male delle sue numerose tare, Palermo è una città che insegna sempre qualcosa.



sabato 26 agosto 2017

GLI ULTIMI PALADINI DEI CARRETTI DI GIUSEPPE PICCIURRO

Il pittore palermitano di carretti
Giuseppe Picciurro
al lavoro su una razza di ruota.
Le immagini del post furono pubblicate
il 16 maggio del 1954
dal settimanale "Epoca"
Giuseppe Picciurro ( 1910-1970 ) viene ricordato come uno dei più abili pittori di carretto.
Salvatore Lo Presti - autore nel 1959 del saggio "Il carretto", edito a Palermo da S.F.Flaccovio - lo definì come discepolo "molto apprezzato" di Emilio Mùrdolo, decoratore di origini calabresi che a Bagheria contribuì a formare il giovane Renato Guttuso.
L'arte del pittore di carretto richiedeva un completo bagaglio di estro ed abilità manuale: dopo averlo ricevuto allo stato grezzo, egli provvedeva anzitutto a turarne con lo stucco buchi ed incrinature.
Quindi, dopo avere reso sensibile il legno al colore con l'olio di lino, come ha ricordato Antonino Buttitta in "Due ruote" di Paolo Di Salvo ( Eugenio Maria Falcone Editore, 2007

"aveva inizio la prima fase del lavoro, consistente nel passare su tutte le superfici libere una prima ed una seconda mano di bianco, e infine una terza di giallo, la quale in origine andava a tutto il carro e poi soltanto ad alcune parti di esso"

L'attività di Giuseppe Picciurro - pittore che collaborò soprattutto con il carradore Giovanni Raia - si formò alla scuola del padre, e passò di mano al figlio Mariano; la loro bottega palermitana si trovava in piazza Scaffa, a poca distanza dal ponte dell'Ammiraglio.
La fama goduta da Picciurro fece sì che il settimanale "Epoca" gli dedicasse nel 1954 il reportage fotografico ora riproposto da ReportageSicilia.




Erano i tempi in cui le forme di cultura tradizionale venivano illustrate con curiosità, con una visione ormai folklorica di arti e mestieri che sino a qualche decennio prima rappresentavano pienamente la società e la cultura del proprio territorio.
L'articolo di "Epoca" - firmato con le iniziali D.F. - presentò l'attività del pittore palermitano negli anni in cui i carretti cominciavano a scomparire da strade e campagne della provincia di Palermo:

"Da un ventennio in qua si stanno riducendo.
Se ne facevano sessanta all'anno; se ne fanno dieci.
Schiamazzano i motori dove tinnivano i sonagli: e che gusto c'è più a mettere colori chiassosi sui fianchi di un veicolo che fa già anche troppo chiasso?"

In una delle fotografie che accompagnarono quel reportage, Giuseppe Picciurro è impegnato a rifinire - o a fingere di rifinire - gli "ammozzi" ( le razze ) di un carretto.
Intorno al maestro palermitano - una mano sul pennello, l'altra a reggere la tavolozza ed un bastone - compaiono ragazzini e bambini; su uno sfondo, si intravede il passaggio di alcuni carrettieri.




Un'altra immagine, fissa il lavoro di ricalco del pittore con le "veline" sul "masciddaru" ( la fiancata ), allo scopo di abbozzare le scene da raffigurare. 
Le sponde del carretto dipinto da Picciurro si rifanno ai tradizionali motivi decorativi: le storie dei paladini di Francia, scene di opere liriche, episodi mitologici o della Bibbia.
Sono i temi iconografici tradizionali del carretto isolano, che già agli inizi degli anni Cinquanta cominciavano a cedere il posto a personaggi e spunti narrativi ispirati da vicende di cronaca raccontate da quotidiani e riviste popolari.
Qualche anno prima, negli anni bui del secondo dopoguerra, si sarebbe anche visti carretti con raffigurazioni dello sbarco alleato in Sicilia o con i disegni di un incontro fra il generale Patton e l'arcivescovo di Palermo, cardinale Lavitrano.




L'aggiornamento dei temi decorativi avrebbe dato quindi spazio alle scene tratte dai film proiettati nei cinema: un'evoluzione pittorica sempre meno legata alla tradizione seguita da Picciurro e così descritta nel 1982 ancora da Antonino Buttitta in "Il carretto racconta" ( Edizioni Giada ):
   
"Le immagini di cui nel suo momento finale la pittura del carro tende ad appropriarsi, erano infatti i simboli di una civiltà dai cui processi di produzione e di scambio persino i carretti e non solo le loro pitture sarebbero stati esclusi e cancellati.
Di tutto ciò però solo ora abbiamo assunto consapevolezza.
Quando nella nostra giovinezza abbiamo ammirato i primi cowboys dipinti sulle sponde dei carri, non potevamo sapere infatti che essi erano lì per annunciare la fine di una cultura della quale, a dispetto dei tempi, nel bene come nel male, restiamo ancora alcuni a testimoniare la memoria"








lunedì 21 agosto 2017

VECCHIE STORIE DI BEFANE MILIONARIE E DI ALTRI VIZI REGIONALI




"Il politicantismo ha creato una classe di privilegiati: quella dei deputati regionali, che nel 1961 ha speso ben otto milioni di lire per la voce 'Befana dei figli dei deputati regionali'; che si è proposta una legge che consenta loro, nel caso non siano più rieletti, un'indennità di 'reinserimento nella vita civile' di sette milioni e mezzo di lire ciascuno.
A tanto impegno economico, in cui si sono verificati casi addirittura scandalosi, come quello rivelato dall'autorevole periodico milanese 'Epoca' del 30 giugno 1963, per cui un impiegato della Regione siciliana è andato in pensione a trent'anni di età, con pochissimi anni di servizio, ma con una liquidazione di 15 milioni di lire e una retribuzione mensile di 300.000 lire, non è nemmeno corrisposto un impegno di lavoro adeguato, se lo stesso presidente dell'Assemblea regionale siciliana, avvocato Rosario Lanza, è stato costretto dalla realtà dei fatti, nel maggio 1969, a dovere criticare 'il frequente disinteresse dei deputati per i lavori legislativi e dell'aula, la dispersione che caratterizza i dibattiti, il mancato rispetto dei termini regolamentari'"

SANTI CORRENTI 
"Storia di Sicilia come storia del popolo siciliano"
LONGANESI, 1977

L'INGORGO PALERMITANO D'INIZIO NOVECENTO


Folla di persone e di mezzi di trasporto
ai Quattro Canti di Città,
nella Palermo dei primi anni dello scorso secolo.
La fotografie del post sono di Eugenio Interguglielmi
e sono tratte dalla monografia
"La Sicilia e la Conca d'Oro", edita da Fratelli Treves
nel dicembre 1908-gennaio 1909
Agli inizi del Novecento, Palermo raccoglieva circa 300.000 residenti.
La vita dei suoi abitanti si svolgeva prevalentemente ancora nel secolare centro storico: una funzione residenziale - quella offerta dalla croce viaria tra via Vittorio Emanuele e via Maqueda - che cominciava però ad entrare in un'irreversibile fase di crisi.
L'avvento dell'architettura "liberty" lungo viale della Libertà, via Notarbartolo e via Dante - espressione edilizia di una committenza borghese, desiderosa di esibire il proprio status economico - cominciava infatti ad ampliare i vecchi confini residenziali della capitale dell'Isola.
In "Palermo l'altro ieri" ( Flaccovio, 1966 ), Mario Taccari individuava il declino abitativo e sociale della città storica nel passaggio fra Ottocento e Novecento, sottolineandone le motivazioni di carattere imprenditoriale:

"Qualcosa mutava nell'antico tessuto economico cittadino e le tradizionali strade artigianali - la Calderai, la Chiavettieri, la Candelai, la Cintorinai, la Bottai, l'Argentiera, la Schioppettieri e le altre della lunga serie - andavano perdendo, per lento trapasso dall'industria familiare a quella associata, il loro peculiare carattere, il loro volto secolare"



L'immagine riproposta da ReportageSicilia si deve ad uno scatto di Eugenio Intergugliemi e venne pubblicata nella monografia dell'"Illustrazione Italiana" "La Sicilia e la Conca d'Oro", pubblicata da Fratelli Treves nel dicembre-gennaio 1908-1909.
La fotografia ci restituisce il volto affollato e caotico dei Quattro Canti di una città in quel periodo ancora legata per breve tempo al suo cuore storico.
Il documento di Intergugliemi venne accompagnato da un reportage di Mario Morasso,  scrittore e giornalista genovese che agli inizi del Novecento portò avanti le idee del Modernismo e del Futurismo.
Il suo racconto colse allora alcuni caratteri del palermitano di quegli anni:

"Il palermitano agisce sempre come in uno stato di eccitamento, di stimolante ebbrezza, di irresistibile effusione, nessun elemento moderatore lo raffredda, lo trattiene, e perciò facilmente si esaurisce in parole e gesti prima di arrivare all'opera o al pensiero definitivo.
Come vive all'aperto fisicamente, vive altresì all'aperto spiritualmente.
La strada palermitana pertanto con le sue automobili, tutte a scappamento libero e con grandi arie da corsa, con i suoi tramways elettrici, con la sua lunga e dritta prospettiva, serba quasi intatto il suo aspetto e il suo frastuono caratteristici.



Il bel carretto siciliano, giallo e rosso, miniato come un messale con le storie dei paladini o i miracoli dei santi, tratto da un cavallo impennacchiato di rosso, vi galoppa accanto allo stuolo di innumerevoli carrozzelle su cui la popolazione scorre metà della sua esistenza.
Non sono soltanto le signore che vanno al corso in carrozza.
Il Giardino Inglese e via Maqueda sono gremiti di vetture private e pubbliche su cui gli uomini si mettono in mostra con evidente compiacimento.
Sacre immagini illuminate ad ogni angolo di strade, ad ogni casa ricevono gesti devoti da tutti i passanti.
Le finestre sono popolate di spettatori e spettatrici che preferiscono però essere guardati.
Un vocio continuo, una specie di chiacchierata ad alta voce sale da tutta la strada, ove scoppiettano innumerevoli gli "ah" violenti, il furente grido barbarico di tutti i guidatori di quadrupedi.
Sembra l'urlo frenetico di una folle carica di cavalleria..."