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martedì 26 maggio 2015

IL PESCATORE TOMBAROLO DI SELINUNTE UCCISO DA UN FULMINE SOTTO UN CARRUBO

Una pagina del sociologo norvegese Eyvind Hytten ricorda la storia di uno dei primi razziatori di tombe delle necropoli in seguito assoldati dall'archeologo Vincenzo Tusa


Un tramonto sull'acropoli di Selinunte,
sito archeologico dell'antica colonia greca in Sicilia.
Le necropoli sono state in passato saccheggiate
da generazioni di tombaroli locali.
Le fotografie del post sono di Leonard Von Matt
e sono tratte dall'opera "La Sicilia Antica",
edita da Stringa Editore Genova nel 1959
con testi di Luigi Pareti e Pietro Griffo  

Raccontano le cronache che tra il 1963 e il 1968 l'equipe archeologica del professor Vincenzo Tusa abbia scoperto nelle necropoli di Selinunte circa 80.000 tombe già depredate dai tombaroli del loro contenuto di anforette, monete, crateri e statuine.
Molti di quei predoni - in prevalenza pescatori e contadini della zona, perfetti conoscitori dei luoghi più adatti allo scavo - furono in seguito assoldati dallo stesso Tusa per evitare che piccoli e grandi tesori di Selinunte finissero nelle mani dei trafficanti di reperti.
Così, alcune ricche case ancor oggi esistenti a Marinella sarebbero state costruite grazie ai frutti di un commercio clandestino che mezzo secolo fa unì quest'angolo africano della Sicilia alla Svizzera.


Un didramma argenteo di Selinunte
con la stilizzazione di una foglia d'apio

Sembra anche che la mafia di Castelvetrano abbia avuto un ruolo non secondario nella gestione degli oggetti ritenuti più preziosi: tra i boss cui i tombaroli avevano l'obbligo di affidare i pezzi migliori vi sarebbe stato il defunto Francesco Messina Denaro, padre di Matteo, boss oggi in cima alla lista dei latitanti di Cosa Nostra.
Il racconto della storia di uno dei primi tombaroli di Selinunte - un pescatore di Marinella - si deve alla penna di Eyvind Hytten, nome ai nostri giorni dimenticato della storia dell'isola degli anni Sessanta.
Sociologo norvegese, Hytten mise piede in Sicilia seguendo l'esempio di Danilo Dolci e nel 1970 pubblicò con Marco Marchioni per Franco Angeli il saggio "Gela, industrializzazione senza sviluppo".
Lo studioso scandinavo raccolse la testimonianza di quell'uomo, attribuendogli il ruolo di "maestro" per più giovani tombaroli, privi di qualsiasi scrupolo o rispetto per gli oggetti trafugati dal sottosuolo:      

"Andava sempre scalzo, con i pantaloni di tela grigio-azzurra arrotolati fin sopra i ginocchi, la camicia aperta, sorridente, con gli occhi semichiusi per il sole.
Abbronzatissimo e agile come tutti i pescatori - si legge nel racconto "Il raccoglitore di cocci di Selinunte", edito nel volume "Le Coste d'Italia - Sicilia", edito nel 1968 dall'ENI -  dimostrava una decina di anni in meno della cinquantina che avrà avuti.
Il cestino, coperto di alghe secche o foglie di vite, sembrava contenere conchiglie o forse qualche pesce; e le guardie di finanza - tutti amici, si intende - ci stavano al giuoco, purché avvenisse nei modi stabiliti tacitamente.


Rovine dell'acropoli

Qualunque cosa stesse facendo - rammendando una rete, guardando le macchine dei turisti fuori il piccolo albergo sul mare o sorbendo birra con gazzosa sul marciapiede fuori il bar dirimpetto - dopo un rapido sguardo intorno, di rito, veniva fuori il cestino, e ti faceva intravedere, sotto le alghe, il mucchio di sottili e ruvidi cocci antichi, più o meno interi e qualcheduno con deboli segni di ornamenti rossoneri.
Con i turisti più sprovveduti, cominciava invece con qualche lékhytos tutto splendente di colori ( "fatto a mano" ti diceva a parte con una strizzatina d'occhio ) o delle monetine uscite dal bagno d'acido.
L'altra roba, quella vera, poteva anche regalarla quando se la sentiva.
Bastava non insistere troppo per saper la provenienza: al massimo, faceva un gesto vago in direzione dei templi, sul promontorio al di là del vecchio porto greco.
In verità, lui non ci teneva neanche tanto.
Tra quel poco che ancora che gli rendeva la pesca, qualche lavoretto all'albergo nella stagione buona, e l'occasionale colpo fra i turisti in cerca di cultura, bene o male ce la faceva a tirare avanti.
Il suo era un commercio del tutto artigianale, e forse gli piacevano anche i cocci, quelli veri.
Essendo stato tra i primi a riscoprire certe tombe, nella pianura dietro i templi, era poi diventato il capostipite di una ciurma di veri industriali del contrabbando, di cui ammirava la bravura e i guadagni, senza invidia.
Ma lui stesso non si sentiva capace dell'aggressività con cui i giovani smerciavano la roba fasulla, fermando le macchine all'ingresso dei templi, nè tanto meno di organizzare il colpo veramente grosso, con l'anfora tutta intera portata sul mercato internazionale.
Era stato lui, naturalmente, ad insegnargli tutto all'inizio, dal rinvenimento della tomba, allo scavo notturno - attenti a non rompere niente - al come stabilire un modus vivendi con la finanza, per non rovinarsi inutilmente.


Un disegno di Selinunte
del pittore e scenografo palermitano Gino Morici ( 1948?)

E soprattutto, la tecnica di ciò che rimane la base economica del mestiere, la contrattazione delle monete e delle statuine di bronzo.
Una notte, arrostendo sardine sulla brace in mezzo alla strada, fuori il paese, spiegò il processo con tutta la pazienza del tecnico di fronte l'ignorante.
Con una moneta originale, abbastanza ben conservata e riprodotta a regola d'arte, uno campa per anni!
Altro che la pesca! Ma non si decideva a lasciare il mare, e ormai c'erano i giovani industriali.
D'inverno dopo la pioggia, andava anche a raccogliere le lumache nei campi.
E' morto così, fulminato da un lampo mentre si riparava sotto un carrubo in piena campagna".





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