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giovedì 8 settembre 2016

TUTTO IL MONDO E' A BALLARO'

Una donna africana
nel quartiere palermitano di Ballarò.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia

Da qualche anno il quartiere di Ballarò racconta un pezzo di mondo a Palermo.
Una ventina di anni fa vi arrivarono gli immigrati dal Maghreb.
Occuparono in maniera abusiva o in subaffitto gli edifici fatiscenti che i palermitani avevano abbandonato da tempo: abitazioni e magazzini quasi devastatati dalle bombe del 1943, dal terremoto del 1968 e dall'incuria dei decenni successivi.


In seguito, grazie anche all'attività del Centro Salesiano di Santa Chiara, Ballarò ha richiamato un crescente numero di immigranti provenienti da tutta l'Africa e dal Bangladesh.
Oggi, questo pezzo di centro storico di Palermo - un vivacissimo e disperante "slum" multirazziale, capace di accostare i tuguri alle cupole ed ai portali manieristico-barocchi - vanta una popolazione di immigrati superiore a quella dei residenti palermitani.


Visitare strade e piazze di Ballarò significa così ascoltare una varietà di lingue e dialetti - anche quelli dei turisti, italiani e stranieri - assai più ricca rispetto a quella offerta da altri luoghi in Sicilia e nel resto d'Italia.




    

lunedì 5 settembre 2016

IL "MOTO PERPETUO" PANTESCO IN UN REPORTAGE DEL 1968

Immagini e notazioni locali di Pantelleria nel resoconto del giornalista Enrico Nassi pubblicato nel giugno di 48 anni fa dal settimanale "L'Automobile"


Le grotte del porto di Scauri.
E' una delle fotografie di Pantelleria
pubblicate nel 1968 dal settimanale "L'Automobile".
Il periodico dell'ACI ospitò un reportage sull'isola
del giornalista Enrico Nassi

"A circa centodieci chilometri dalla costa siciliana e a settanta da quella africana, l'isola di Pantelleria, dall'alto, sembra vagamente una pera schiacciata ai poli.
Perciò, in gergo, i vulcanologi la chiamano 'specchio del mondo'; è d'un bruno brillante che giustifica l'appellativo di 'perla nera' del Mediterraneo, che risale ai pirati arabi del dodicesimo secolo.
Con trecento miliardi di lire gli scienziati ritengono di poterla trasformare in una zattera naturale per un gigantesco impianto atomico di desalinizzazione del mare col quale, al tempo stesso, produrre parecchi milioni di Kw di energia elettrica al modico prezzo di 5-6 lire a chilovattore.
Con molto meno ( circa sette-otto miliardi ) i tecnici del turismo sono convinti di poterne fare ( nel giro di un anno ) la roccaforte più esclusiva del turismo mondiale"

Per fortuna dei panteschi - e malgrado lo sfregio degli incendi dolosi di 800 ettari di vegetazione, lo scorso maggio - né gli scienziati né le multinazionali del turismo hanno finora realizzato i progetti riferiti nel 1968 dal giornalista Enrico Nassi.


Uno dei laghetti marini presenti
lungo le coste vulcaniche pantesche

Nassi - cronista politico de "Il Giorno", saggista e biografo - scrisse di Pantelleria in un reportage pubblicato il 30 giugno di quell'anno dal settimanale "L'Automobile", stampato da Arnoldo Mondadori per conto dell'Automobile Club d'Italia.
Ai suoi soci, la rivista diretta da Giovanni Canestrini ( autore pochi anni prima del più bel libro mai scritto sulla Targa Florio ) intese proporre "la scoperta delle coste sconosciute di Pantelleria".
Al testo di Nassi - intitolato senza troppa originalità "La perla nera del Mediterraneo" - si aggiunsero le fotografie senza attribuzione ora riproposte da ReportageSicilia.
All'epoca, questa terra lavica cominciava ad ospitare i primi flussi di turisti grazie all'entrata in servizio dei voli diretti dell'ATI con Palermo e Trapani.


Rocce a Punta Gadir

Da quegli anni lontani, Pantelleria non ha cambiato il volto di luogo dove la forza della natura - quella vulcanica e quella marina - ha impedito all'uomo di mutare il paesaggio e le abitudini dei suoi abitanti.
Troppo lontana dalla terraferma per attirare ed essere interessata al turista "mordi e fuggi", dominata dal variare dei venti e non addomesticata a concedere lembi di spiagge, Pantelleria ha così mutato di poco l'aspetto ed il carattere rispetto al periodo di quel reportage.   
L'articolo di Nassi, insieme alle informazioni turistiche, non mancò di aggiungere notazioni sulla vita quotidiana dei panteschi, a cominciare dal loro rapporto con le risorse idriche:

"Si stanno sforzando di tradurre in pratica un antico proverbio, 'aiutati che Dio t'aiuta', e costruiscono distillatori solari primitivi per raccogliere un pò d'acqua dolce.
Il sistema idrico isolano, comunque assicura a tutti una quantità sufficiente di acqua un pò salmastra, buona per tutti gli usi, ma non per bere.
L'acqua potabile viene trasportata a spese dello Stato ( e costa 17.000 lire al metro cubo ) e ovviamente distribuita in modo che non ne vada perduta una goccia"


Il faraglione di Cala Levante



Nassi fornì quindi altre notizie sui costi dei trasporti e degli alloggi, introducendole con una prima citazione di un viaggiatore "eccellente": 

"D'una bellezza agghiacciante ( come l'ha definita lo scrittore americano Truman Capote ), Pantelleria - scrisse Enrico Nassi - lascia un'inestinguibile nostalgia, come l'Africa - e l'ha dichiarato l'83 per cento dei turisti che l'anno scorso hanno risposto ad un questionario.
La maggior parte di essi era giunta per aereo.
In effetti, l'aereo è il mezzo migliore: c'è un volo giornaliero da e per Palermo ed un altro da e per Trapani; e le due città siciliane, a loro volta, sono ben collegate con i centri nazionali ed internazionali.
Da Roma, andata e ritorno, si spendono 44.490 lire; da Milano, 78.000 lire.
Suggestivo è anche l'itinerario via mare: cinque ore e mezzo di piroscafo, due ore e mezza in aliscafo ( il passaggio è 1.750 lire ).
L'isola è ben attrezzata per il noleggio delle auto, anche se le strade sono tutt'altro che buone: ad eccezione della perimetrale, infatti, tutte le altre somigliano a profonde unghiate tra le rocco di natura vulcanica.
Le trattorie sono poche e non eccessivamente care.
Più sostenuti, invece, i prezzi degli alberghi.
La pensione completa, d'estate, oscilla tra le cinque e le seimila lire.
Comunque, ci sono soluzioni anche più divertenti che sono molto economiche: come quella di affittare un 'ddammusu'"


La costa coltivata a vigneti di Punta Fram


Il giornalista de "L'Automobile" infine descrisse il carattere dei panteschi - assai diverso da quello attributo generalmente ai siciliani - e l'importanza dei circoli come elemento di socializzazione all'interno delle varie contrade.


La costa di Punta Spadillo
in uno "still life"
che sottolinea il nero della roccia vulcanica

Questa parte del reportage gli offre l'occasione per ricordare i giudizi di altri due visitatori famosi dell'isola:

"Pantelleria è un'isola di grande e spontanea civiltà: pur essendo storicamente ed economicamente legata alla Sicilia, il costume ha avuto un'evoluzione propria per la cui apertura è fonte di sorpresa a chi vi sbarca per la prima volta.
Ciò non dipende dal contatto con le correnti turistiche più evolute, ma da tradizioni antichissime, come quella, per esempio, dei 'club':
sin dal mille, stando ad una storia popolare dell'isola, i contadini e i pescatori dell'isola uniscono i risparmi per l'acquisto di un 'ddammusu' in cui riunirsi per ballare, giocare a carte, festeggiare avvenimenti lieti.
Tra i turisti e i panteschi non c'è alcun diaframma.
Diceva Aldous Huxley, 'mai mi sono sentito a casa mia come nella piccola isola di Pantelleria'.
Le attrattive non sono solo sulle coste, tra le più belle d'Italia, ma anche all'interno e di un colore mai stabile e definito, ma mutevole non solo per il corso del sole, ma per lo stesso mutar di posizione.
Diceva in proposito Cartier Bresson, 'la più bella foto le fa torto'.
La foto, infatti, è immobile e Pantelleria è invece un caleidoscopio in moto perpetuo..."





  

  

domenica 28 agosto 2016

SICILIANDO












"La Sicilia
 è una statua
 incompiuta
 che dio
 ha lasciato
 in mezzo al mare
 incrostata 
 d'alghe
 e stelle marine
 nessuno sa
 che ha cuore
 e vene"
Emilio Paolo Taormina

LA SCONFITTA DEL POLPO SULLE "BALATE" DI PIAZZA CARACCIOLO

Un "poliparo" palermitano della Vucciria.
La fotografia del post è di ReportageSicilia

Adesso che anche l'umile cibo da strada è diventato oggetto di business commerciale ( con la ruffiana denominazione di "street food" ) anche il popolare polpo è diventato ( per continuare con l'inglese ) un "must" del consumo alimentare dei turisti in visita a Palermo.
Per i palermitani, invece - specie quelli più legati alle tradizioni gastronomiche di genitori e nonni - il polpo continua ad essere un saltuario sfizio del palato, da gustare magari con qualche goccia di limone.
Dispensatori di questa specialità marinara continuano ad essere i "polipari"; quasi tutte le borgate costiere ne hanno almeno uno, e ciascuno con il suo segreto per la perfetta cottura del polpo.



Famosi sono quelli di Mondello - gestori di locali arredati con mattonelle e piatti in coloratissima ceramica - e quelli meno pretenziosi di Sant'Erasmo e dei quartieri di Ballarò e della Vucciria.

Qui, il polpo esibisce la fine della propria esistenza su un piatto bianco, sotto gli occhi dei passanti e dei turisti cui il "poliparo" - sornione e beffardo all'obiettivo di ReportageSicilia - intende destinare gli otto tentacoli.



Lui, che ha fatto del mimetismo e dell'astuzia le doti per sfuggire alla cattura di cernie, dentici e murene, lui che ha usato le pietre piatte per chiudere il varco della propria tana e le conchiglie ed i sassi bianchi per attirare le sue prede, adesso giace sconfitto tra le "balate" di piazza Caracciolo.
Né, alla fine, gli varrebbe a consolazione il fatto di sapere di avere allietato il palato del turista tedesco Karl o dell'inglese John, vittima dei richiami globalizzati dello "street food" palermitano.



venerdì 26 agosto 2016

PARTENZA E RITORNO DEGLI IMMIGRATI SICILIANI DALL'AFRICA

Due fotografie pubblicate nel 1946 da "L'Europeo" ed ambientate a Polizzi Generosa ricordano le vicende dell'emigrazione di migliaia di isolani in Cirenaica e Tunisia


Una donna di Polizzi Generosa
identificata con il nome di Rosa Brancati
ed indicata come una migrante tornata a casa
dopo un periodo trascorso in Tunisia.
L'immagine venne pubblicata il 13 ottobre del 1946
dal settimanale "L'Europeo"

Nei confusi mesi del secondo dopoguerra, la Sicilia - primo suolo europeo di sbarco per gli anglo-americani - visse un lungo periodo di fermenti sociali: mercato nero, rivolte popolari, episodi di banditismo, velleità indipendentistiche e ritorno a casa di migliaia di sfollati.
Nell'isola tornò anche un numero imprecisato di emigrati che durante il periodo fascista avevano preso parte alla colonizzazione libica o che si erano stabiliti in Tunisia.
Una piccola memoria di quel rivolo di migrazione di siciliani nel mondo è legata alle due fotografie riproposte da ReportageSicilia.
Le immagini - firmate da Giacomo Pozzo Bellini ed ambientate a Polizzi Generosa - vennero pubblicate il 13 ottobre del 1946 dal settimanale "L'Europeo". 
Le didascalie indicano nell'uomo un "rimpatriato dal Gebel cirenaico, dove era andato nel 1936".
Della donna si fornisce il Paese di immigrazione - la Tunisia - e anche il nome: Rosa Brancati.
In Libia, la presenza dei siciliani si data a partire dal 1933; quell'anno, l'Ente di Colonizzazione per la Cirenaica iniziò a promuovervi l'afflusso di contadini, braccianti ed operai dalle regioni del Sud d'Italia.


Un uomo di Polizzi Generosa
rimpatriato dal Gebel, in Cirenaica


Luigi Razza, presidente dell'Ente, così invogliava quell'anno i siciliani a lasciare l'isola per raggiungere quella che veniva descritta come una "terra promessa":


"Se invece degli arabi avessero vissuto in Cirenaica i siciliani, oggi quella colonia sarebbe veramente il favoleggiato giardino delle Esperidi.
La Cirenaica ha caratteristiche spiccatamente mediterranee, paragonabili a quelle della Sicilia.
Il Gebel non è per niente inferiore alle zone più fertili dell'Italia meridionale e di qualche regione dell'Italia centrale"


L'altopiano libico del Gebel fu il territorio in cui gli immigrati siciliani - insieme ai pugliesi, ai calabresi e agli abruzzesi - presero il posto delle popolazioni nomadi: decine di migliaia di pastori e contadini che anni prima  avevano subìto le deportazioni di massa ad opera dell'esercito italiano.
Nell'opera "Storia coloniale dell'Italia contemporanea" edita da Ulrico Hoepli nel 1938, Raffaele Ciasca così descriveva le condizioni economiche di quel territorio:


"Le maggiori attività agricole si sono raggruppate, fin dall'inizio, sul Gebel centrale, sia per migliori attitudini agrologiche e idrologiche, sia per concentrare in un'unica zona l'insieme dell'organizzazione e dei servizi.




Con la coltura del grano, dell'ulivo, dell'orzo e del miglio, le quattro colture basilari della Cirenaica, è curato l'allevamento del bestiame: un milione di capi ovini e 100.000 di caprini, con lana disponibile all'esportazione superiore a 6.500 quintali; 20-25.000 i capi esportati verso l'Egitto e quintali 1000-1200 di burro di pecora, destinati a Candia, Costantinopoli, Asia minore; 10-15.000 i capi bovini e 40.000 i cammelli impiegati come mezzo di trasporto e come forza motrice nei lavori agricoli"


Secondo le notizie invece fornite nel 1934 dal giornalista catanese Concetto Pettinato, in quel periodo la Tunisia ospitava almeno 50.000 siciliani, gran parte dei quali residenti a La Goulette, nel quartiere "La Petite Sicile".
Pettinato ricordò allora alcuni cognomi di famiglie siciliane residenti nel circondario di Tunisi: Ajello, Mancuso, Auteri, Zappulla, Miccichè.
L'emigrazione verso il territorio tunisino era iniziata già nella seconda metà dell'Ottocento; soprattutto quella di pescatori e braccianti trapanesi, che proprio a La Goulette costruirono una chiesa in onore della Madonna di Trapani.
Le questioni politiche, più di quelle religiose - la convivenza fra musulmani e cristiani in quegli anni era assolutamente pacifica - furono la causa dei ritorni degli immigrati siciliani nell'isola: nel 1911, a causa delle gravi tensioni provocate dallo sbarco dell'esercito italiano in Tripolitania, e nel 1940, con l'appoggio fascista alla Germania in occasione dell'invasione della Francia.




Proprio l'alleanza italo-tedesca già nel 1939 aveva cominciato ad affollare i porti di siciliani che in Tunisia - protettorato francese - non trovano più le simpatie locali: in 605 sbarcarono nel marzo di quell'anno a Palermo, accolti dalla retorica serie di festeggiamenti del regime.



Le fotografie de "L'Europeo" raccontano dunque  il ritorno dei migranti siciliani dall'Africa al termine del secondo conflitto mondiale.
Vicende dimenticate, ma che dinanzi alle odierne immagini degli esodi dall'Africa verso le coste della Sicilia uniscono in un unico destino le sofferenze di chi abbandona la terra d'origine nel tentativo di migliorare la propria esistenza.  




 

domenica 21 agosto 2016

DISEGNI DI SICILIA


ELIANO FANTUZZI, Donne e limoni a Paternò

martedì 16 agosto 2016

VENDITORI DI COZZE NELLE MITICHE ACQUE DI GANZIRRI

Venditori di cozze a Ganzirri.
La fotografia di M. Bernard Aury
risale alla metà degli anni Sessanta
e venne pubblicata nell'opera di Pierre Sébilleau
"La Sicile", edita nel 1966 a Grenoble da Editions Arthaud

Ciò che non mancano, in molti luoghi della Sicilia, sono i riferimenti alla mitologia.
Così, ad esempio, nel vertice della provincia di Messina che si bagna sullo Stretto ( luogo mitico per eccellenza del Mediterraneo )capo Peloro ricorda il nome del pilota di Annibale ucciso dal condottiero cartaginese, allorché con la flotta proveniente dallo Jonio imboccò il mare fra Sicilia e Calabria; la sua morte fu la punizione per la falsa idea che la lingua di terra che fa capo al Faro sbarrasse il fatidico passaggio verso il Tirreno.
Nel lago di Ganzirri, invece, aleggia la leggenda di Risa: città di splendori dalle cui rovine sommerse nelle notti di luna piena sorge la Fata Morgana.
Nei secoli passati, i pescatori che si immergevano nell'acqua spiegavano di potere toccare le mura di Risa; quando ciò accadeva, dal fondale si levava un suono di campane lontane.


Liberata dalle leggende, la storia dei due pantani di Ganzirri - alimentati da acque freatiche mescolate con quelle marine ed il cui sfruttamento venne concesso da Ferdinando IV di Borbone - è invece legata all'allevamento di anguille e murene, nonché  alla coltivazione di molluschi eduli: arselle, vongole, cozze, tartufi di mare e, un tempo, anche ostriche.
Negli ultimi cento anni, l'inquinamento dei pantani ha notevolmente ridotto queste attività, che ancora nel 1940 garantivano 3.000 quintali annui di prodotti. 
Nel 1986, vi fu addirittura una  rivolta degli allevatori contro le squadre inviate dal Comune di Messina per smantellare gli impianti a causa dei limiti fuori legge dell'inquinamento.


Nelle passate settimane, dopo trent'anni di divieti, le antiche acque della mitica città di Risa sono tornate a ospitare gli allevamenti di vongole; gli anziani messinesi però ricordano il passato in cui Ganzirri offriva la sua ricca varietà di molluschi.
A due venditori di cozze si riferisce la fotografia riproposta da ReportageSicilia e databile alla metà degli anni Sessanta.
L'immagine di M. Bernard Aury venne pubblicata nel saggio di Pierre Sébilleau "La Sicile", edita nel 1966 a Grenoble da Editions Athaud.