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lunedì 31 dicembre 2012

RITRATTO FAMILIARE AL CIVICO 71

Un ritratto di famiglia siciliana intitolato "casa al civico 71" e realizzato nella metà degli anni Sessanta da Italo Zannier.
La fotografia è tratta dall'opera "la Sicilia" della collana "Coste d'Italia" prodotta dall'ENI nel 1968

Il fotografo Italo Zannier – già presente nei post di ReportageSicilia – realizzò questo ritratto familiare in posa nell’ultimo scorcio degli anni Sessanta.
L’immagine è stata pubblicata nell’opera “la Sicilia” della collana “Coste d’Italia”, prodotta dall’ENI nel 1968, senza alcun riferimento sul luogo in cui è stata scattata la fotografia: la didascalia che l’accompagna recita testualmente “casa al civico 71”.
Sulla soglia di un’abitazione costruita in pietra e dipinta in bianco Zannier fissa una famiglia composta da un uomo, quelli che sembrano essere i suoi tre figli – un bambino maschio e due sorelle – ed una donna anziana, forse una nonna dei piccoli.
La composizione del gruppo e l’assenza di una figura materna suggerisce l’ipotesi che in quella abitazione possa essersi vissuto il dramma di un lutto familiare.
L’immagine di Zannier sembra tuttavia ricomporre un quadro di coesione domestica, dimostrata anche dalla decisione dell’uomo di accettare l’invito del fotografo a mettere in posa l’intera famiglia, con il corredo di una vecchia sedia ed un triciclo di latta.
L’aspetto esterno della casa – costruita sul piano stradale, con la sua grondaia in coppi di terracotta, l’arco di mattoni della porta d’accesso, la piccola finestrella aperta sul prospetto ed il cavo della linea elettrica con il vecchio isolante in ceramica – non chiarisce se il luogo della fotografia si trovi in una località marina o piuttosto in una zona rurale dell’isola.
La fotografia di Zannier coglie comunque l’intimità degli affetti in quella casa siciliana ed il valore della convivenza familiare fra anziani e bambini: una risorsa ancor oggi presente soprattutto all’interno della residua società rurale dell’isola.



venerdì 28 dicembre 2012

ACI TREZZA, TUTTO CAMBIO' DOPO 'LA TERRA TREMA'

Uno scorcio di Aci Trezza con i suoi faraglioni lavici in una fotografia di Ezio Quiresi tratta dall'opera
"Sicilia-Attraverso l'Italia" edita  nel 1961 dal TCI.
Sino al 1949, la borgata bagnata dallo Jonio
era sconosciuta anche a molti siciliani.
Dopo che Luchino Visconti vi realizzò le riprese del film "La terra trema", buona parte dei pescatori avviò lo sfruttamento turistico della località, cancellandone di fatto l'originaria bellezza 

Le fotografie riproposte in questo post da ReportageSicilia sono la testimonianza di un fenomeno documentario che a partire dagli inizi degli anni Cinquanta mise in primo piano Aci Trezza ed i suoi pescatori.
Le immagini sono tratte da varie pubblicazioni dedicate alla Sicilia, edite sino all’ultimo scorcio degli anni Sessanta, ed indicano l’interesse per un luogo che sino al 1950 era rimasto ignorato da gran parte degli stessi siciliani.

Pescatori al lavoro sulle reti a pochi metri dal mare.
La fotografia riproposta da ReportageSicilia è tratta dal volume di
Giuseppe Caronia "Urbanistica come civiltà-Rapporto sulla Sicilia",
edito nel 1961 da S.F.Flaccovio.
Pochi anni prima, decine di abitanti della borgata avevano recitato come attori non professionisti nel film di Visconti, ottenendo compensi economici che avrebbero modificato le aspettative della comunità locale e l'aspetto dell'ambiente in cui era sino ad allora vissuta 
I motivi per cui schiere di cronisti e fotoreporter scoprirono il sino ad allora sconosciuto villaggio bagnato dallo Jonio sono ovviamente legati al clamore riscosso nel 1948 dal film di Luchino Visconti “La terra trema”.
Il regista ambientò proprio ad Aci Trezza il romanzo “I Malavoglia” di Giovanni Verga, soggiornandovi quasi ininterrottamente dall’ottobre del 1947 e sino a maggio dell’anno successivo.

Una barca rientra a terra nella luce del tramonto,
sfiorando nella sua rotta i quattro faraglioni.
La costruzione di una diga che avrebbe dovuto difendere Aci Trezza dalle violente mareggiate ha favorito l'accumulazione di alghe all'interno della baia, senza risolvere i problemi legati alla tenuta degli ancoraggi.
L'immagine è tratta dalla rivista "Le Vie d'Italia",
edita dal TCI nel giugno del 1967
La scelta di non utilizzare attori ma interpreti scelti fra pescatori e donne del villaggio che in scena recitavano nella parlata locale contribuì al fallimento commerciale dell’opera, il cui lancio – nel 1948 - era stato pure preceduto dal riconoscimento del premio speciale della giuria del Festival del Cinema di Venezia.

Una barca carica di nasse, in un'altra fotografia
di Ezio Quiresi edita nel 1961. 
Il mare di Aci Trezza ancora negli anni Cinquanta era ricco di pesce: la cementificazione della costa dei decenni successivi ha prodotto un inevitabile inquinamento dell'ambiente marino.
I primi divieti di balneazione nella borgata comparvero già nel 1979  
L’investitura della critica non servì a promuovere l’interesse verso il film di un pubblico italiano appena travolto dall’onda di un boom economico assai lontano dall’arcaica condizione della piccola comunità di pescatori siciliani raccontata da Visconti.
La conseguenza più importante della realizzazione della pellicola fu semmai quella di stravolgere l’aspetto di Aci Trezza e la mentalità di buona parte dei suoi abitanti.

Uno scorcio dell'edilizia di Aci Trezza pochi anni prima
la sua radicale trasformazione.
La rapida riconversione economica della borgata - basata in maniera sempre più incisiva sul turismo - favorì la costruzione di strutture in cemento che hanno modificato per sempre l'aspetto della costa di roccia lavica.
Anche quest'immagine - come le due che seguono - è tratta dall'opera di Giuseppe Caronia edita da S.F.Flaccovio nel 1961
Gratificati dalla notorietà ottenuta grazie al film e dai benefici economici ottenuti durante la sua lavorazione – gli abitanti venivano pagati 450 lire a ripresa ed altri compensi venivano loro garantiti dall’affitto di barche, reti da pesca ed alloggi usati come set – i pescatori furono irretiti dall’improvviso benessere.


Aci Trezza, in una fotografia attribuita a B.Stefani che riassume l'ambiente  della borgata marinara  prima dell'aprile del 1953, quando l'immagine venne pubblicata dalla rivista del TCI "le Vie d'Italia"

Molti di loro abbandonarono il duro lavoro in mare per diventare affittacamere o ristoratori, mentre il borgo acquisiva sempre più l’aspetto di una qualsiasi località turistica. La trasformazione determinò anche la demolizione di una parte delle storiche case con le loro ringhiere in ferro e le piccole porte d’accesso, sostituite da un’edilizia anonima e di avvilente qualità architettonica.

Discussione sulla scalinata della borgata,
fra il mare e la chiesa di San Giovanni.
Per la realizzazione de "La terra trema", Visconti trascorse ad Aci Trezza un periodo compreso fra l'ottobre del 1947
ed il maggio del 1948.
Qualche mese dopo, il film avrebbe vinto il premio speciale della giuria del Festival di Venezia: un riconoscimento che non incise sul successo commerciale della pellicola, i cui dialoghi mantennero la parlata locale degli attori non professionisti
“Se “La terra trema” ha reso famoso il villaggio, ne ha segnato anche la lenta agonia ed infine la morte – scriverà nel 1981 il giornalista Francesco Russo – perché Aci Trezza, oggi, non esiste più. Prima della realizzazione del film, era ancora un mondo idilliaco, pulito, immerso nella sua quasi innocenza primordiale, con una trattoria di nessuna pretesa sul lungomare dove si mangiava modestamente guardando i tre faraglioni di lava rappresa che si ergevano con nera prepotenza sul cobalto del mare.


La scogliera di Aci Trezza in una fotografia pubblicata in una guida dell'ENIT della Sicilia tra la fine degli anni Cinquanta ed il decennio successivo dello scorso secolo: sul paesaggio primitivo raccontato da "La terra trema" hanno fatto la loro comparsa basi in cemento, passerelle, sdraio ed ombrelloni del turismo d'assalto

Gli scogli di lava su cui un tempo giocavano i bambini e le donne stendevano il bucato furono ricoperti di cemento per sistemare cabine, piazzole per bar, sedie a sdraio e piste da ballo”.


Un'eccezionale veduta di Aci Trezza databile alla fine dell'Ottocento.
Sulla sinistra, l'originario tracciato della strada statale che collega Catania a Messina, lungo la costa dello Jonio.
L'immagine è tratta dall'opera  "Acireale d'altri tempi", a cura di Cristoforo Cosentini ed edita nel 1970 dalla Regione Siciliana-Assessorato per il Turismo-Azienda Autonoma della Stazione di Cura di Acireale 

Negli anni successivi, la devastazione dello straordinario paesaggio di Aci Trezza sarebbe stata completata con la costruzione di una diga lunga 160 metri, responsabile della stagnazione di un’enorme e maleodorante quantità di alghe.

Pescatori in strada, luogo che in tutte le borgate marinare del Mediterraneo - come lo era Aci Trezza -  diventava
uno spazio di discussione e di lavoro
L’opera avrebbe dovuto proteggere le imbarcazioni dalle violente mareggiate; scettici nei confronti della sua efficacia, i pescatori avrebbero invece continuato a tirare in secca le barche.
Sullo scomparso paesaggio verghiano, infine, sarebbe calata la scure dell’inquinamento. I primi divieti di balneazione comparvero nel 1979, ed oggi l’immagine di Aci Trezza non è più quella delle fotografie riproposte da ReportageSicilia: un epilogo comune a tanti altri borghi marinari – non solo siciliani – e che dimostra l’incapacità dell’uomo di far sopravvivere le bellezze ambientali alla scelta di farne oggetto di sfruttamento turistico.

Il paesaggio aspro e primitivo del mare di Aci Trezza e dei suoi faraglioni in uno scatto tratto dall'opera "Sicilia"
edita dal TCI nel 1961 ed attribuito all'ENIT. 
Oggi quel mondo primordiale non esiste più, soffocato dall'invasivo intervento dell'uomo sull'ambiente e sui suoi stessi comportamenti nella gestione dell'economia locale



giovedì 20 dicembre 2012

SICILIANDO














"Nessuno come il siciliano ha paura della gioia e della felicità: gli sembrano cose contro natura"
Giuseppe Padellaro

CAPO ZAFFERANO, IL PAESAGGIO DETURPATO DAL CEMENTO

Il promontorio palermitano di capo Zafferano e la borgata di Sant'Elia in una fotografia realizzata da Carlo Brogi agli inizi del Novecento e riproposta da ReportageSicilia dall'opera del TCI "Sicilia", 
edita nel 1933.
L'immagine è una straordinaria testimonianza della bellezza di quest'angolo della costa tirrenica siciliana, prima che una marea di cemento sconvolgesse per sempre l'aspetto del paesaggio 

Ci sono interi tratti delle coste siciliane quasi del tutto impraticabili ai siciliani ed a quei visitatori dell’isola che credono di potervi fare facilmente un bagno. 
Specie in provincia di Palermo – soprattutto lungo il litorale Est, verso Messina – l’accesso al mare è sbarrato da una cortina impenetrabile di complessi residenziali, ville, villette ed altra edilizia d’incerta e fatiscente costituzione. 


Il profilo di capo Zafferano in una fotografia pubblicata al volume "Sicilia pagana", edito nel 1963 da S.F.Flaccovio.
Il promontorio è oggi uno dei tanti luoghi della costa palermitana dove l'accesso al mare è impedito dal proliferare di  sbarramenti ed accessi privati di residence e ville spesso costruite in maniera abusiva

La cementificazione delle aree demaniali è stata martellante nel tratto litoraneo che va dalla borgata di Aspra sino ad Altavilla Milicia, costa oltre la quale l’alterazione dell’ambiente costiero ha raggiunto il suo apice con lo sviluppo dell’edilizia industriale nella piana di Buonfornello.
Le immagini riproposte in questo post da ReportageSicilia sono dedicate al promontorio di capo Zafferano, che di questo lungo tratto marino della provincia di Palermo è uno dei suoi elementi paesaggistici più rilevanti.
Il suo massiccio roccioso scandisce ad Est di Palermo il variare della costa siciliana del Tirreno.

Un pastore con il suo gregge lungo la costa che guarda capo Zafferano: una visione bucolica offerta da uno scatto pubblicato nel volume "Sicilia" del giornalista svizzero Daniel Simond, edito nel 1956 da Salvatore Sciascia

Tra la fine degli anni Cinquanta e nei decenni successivi – in un periodo successivo alla datazione delle immagini presenti nel post – proprio capo Zafferano è stato uno dei luoghi più intaccati dall’edilizia delle seconde case, frutto di quell’economia del così detto “benessere” basata sulla distruzione di quell’ambiente costiero considerato come oggetto di puro consumo. 
L’ondata di cemento è stata quindi seguita dalla creazione di muri di cinta, inferriate e sbarramenti che hanno di fatto precluso l’accesso al mare, in un contesto di incontrollati abusi edilizi.


Ancora una fotografia del capo tratta dall'opera di Daniel Simond.
A metà del secolo scorso lo storico dell'arte Giuseppe Bellafiore
paragonò il profilo del promontorio
ad una "feluca del mare"

Prima della cementificazione di quel territorio, Giuseppe Bellafiore poteva descrivere in termini quasi bucolici un paesaggio che oggi conserva poche tracce di questo scenario:
“La costa di Bagheria, da Aspra a Casteldaccia, si apre a paesaggio stupendi, fra i più suggestivi dell’isola. Il villaggetto di Aspra vive la vita del suo mare, le incertezze e la precarietà della pesca. Dalle sue case si stacca incombente una via panoramica che, dopo la svolta del capo di Mongerbino, guarda una scogliera selvaggia, affascinante sia che vi battano le lunghe onde del mare aperto, o vi gorgogli l’acqua limpida e cristallina. Quasi isolato nel mare, in forma di accademica feluca, è il capo Zafferano”.
Il post si apre con un’immagine panoramica della costa fra il capo ed il villaggio di Sant’Elia realizzata entro il 1910 dal fotografo Carlo Brogi e tratta dal volume “Sicilia” edito dal TCI nel 1933: una veduta che restituisce il volto di quel panorama “fra i più suggestivi dell’isola” e scomparso ormai da decenni.


Una visione topografica della zona di capo Zafferano in scala 1:50.000
tratta dalla carta geografica "Palermo, la Conca d'Oro e dintorni",
risalente ad un periodo precedente al 1940




mercoledì 12 dicembre 2012

LINOSA, VOLTI E COLORI DELL'ISOLA DIMENTICATA


Scena di vita quotidiana a Linosa, l'isola delle Pelagie
che conta oggi circa 400 abitanti.
L'immagine - al pari delle altre riproposte nel post da ReportageSicilia - è del fotografo friulano Italo Zannier
 ed è stata pubblicata nell'opera 'la Sicilia',
collana "Coste d'Italia" prodotta dall'ENI nel 1968.
Oggi come allora, Linosa vive in una condizione di sostanziale isolamento e disinteresse per i problemi della sua comunità 

  

Non è questo il primo post che ReportageSicilia dedica a Linosa. In passato, il blog ha infatti riproposto parte di un reportage firmato da Mauro De Mauro pochi anni prima il suo ancor oggi misterioso rapimento; le fotografie di quel servizio http://reportagesicilia.blogspot.it/2008/04/1965-de-mauro-nella-selvaggia-linosa.html restituiscono le immagini di un’isola allora sconosciuta a gran parte degli italiani ( circostanza sostanzialmente immutata, visto che mezzo secolo dopo il turismo di massa continua a preferire a Linosa la più nota ed attrezzata Lampedusa ).
In questo secondo post, le immagini della piccola isola delle Pelagie si devono agli scatti del friulano Italo Zannier, attivissimo ricercatore e critico fotografico con numerose esperienze di reportage nei Paesi del Mediterraneo.  
Il suo materiale documentario, ora riproposto da ReportageSicilia, è tratto dall’opera “la Sicilia”, collana “Coste d’Italia” prodotta dall’ENI ed edita nel 1968 da Amilcare Pizzi- Milano.

Linosari in attesa dell'arrivo del traghetto partito 11 ore prima da Porto Empedocle.  Da bordo, sbarcheranno pochi passeggeri e, soprattutto, generi di prima necessità: dai prodotti alimentari ai medicinali,
dalle bombole del gas alla benzina.
Ancor oggi, gli abitanti dell'isola chiedono l'entrata in servizio di un impianto di rifornimento carburanti che li libererebbe dalla dipendenza da Lampedusa e Porto Empedocle 

Per realizzare il suo lavoro fotografico, Italo Zannier compì allora il periplo siciliano a bordo di un Maggiolino Wolkswagen, senza tralasciare la visita delle sue isole minori. 
Gli scatti eseguiti a Linosa – prevedibilmente fra il 1966 ed il 1967 – non sono soltanto un freddo documento dello stato dei luoghi di allora. 
Queste fotografie restituiscono infatti la condizione di reale “isolamento” delle 350 persone che abitavano allora Linosa; da poco beneficiarie dell’energia elettrica, i residenti erano aperti al resto del mondo unicamente grazie ai viaggi di un vecchio traghetto con Porto Empedocle, distante 100 chilometri di mare.

Una strada di Linosa con i pali della luce.
L'elettrificazione dell'isola risale agli anni  Sessanta,  e pose fine al ricorso alle lampade a petrolio ed alle candele

All’epoca in cui Zannier mise piede a Linosa, l’isola viveva ancora gli stenti provocati nel 1961 dalla morte per siccità di 2000 bovini, principale fonte di sostentamento delle famiglie. 
Il giornalista Francesco Rosso che sulle pagine de ‘la Stampa’ raggiunse in quel periodo questa terra vulcanica dopo 11 faticose ore di navigazione, scrisse che i capi-famiglia, per sostentare mogli e figli, erano emigrati in massa verso la Germania.
Linosa, allora come ai nostri giorni, pur disponendo di fondali pescosissimi, viveva dei frutti della terra: la sua gente – scriveva Rosso – è “terragna”, al pari di tanti altri isolani siciliani, sia essi dell’isola madre che del suo arcipelago.
“Non c’è un pescatore professionista in tutta l’isola, tranne quelli che trascorrono le ore libere su una scogliera buttando le lenze come i pescatori domenicali del Po”, spiegava il cronista ai lettori, che poi riportava quello che sarebbe stato il commento di un linosaro: 
“A chi venderemmo del pesce? Tolti i due vapori settimanali, a Linosa non ferma nessuno, nemmeno i turisti che vanno matti per lo stato della natura”.
Concludeva così Rosso quella cronaca di 51 anni fa: 
“ A Linosa non arrivano turisti, a scendere sull’orlo di pietra nera si ha l’impressione che l’isola si sbilanci, ed è forse per questo che nessuno mette piede su questa tavola di roccia, sperduta nel mare come una zattera. Non ci vengono nemmeno i rappresentanti dei partiti a far propagande nei periodi elettorali; duecento voti non pagherebbero il viaggio penoso. Quei voti hanno un peso tanto scarso che nessuno ha saputo dirmi per chi votano i linosari. Forse addirittura non votano: sono così lontani e dimenticati che non accampano nessun diritto…”.

Le basse case di Linosa con lo sfondo della vegetazione e del mare.
Agli inizi degli anni Sessanta l'economia pastorale subì i colpi della siccità e  numerosi  capi famiglia decisero di emigrare in Germania. Come in molti altri luoghi siciliani costieri o addirittura isolani, il sostentamento primario si basa sulle attività legate allo sfruttamento della terra 

Oggi i circa 400 abitanti di Linosa protestano da mesi perché nell’isola non è ancora entrato in funzione una stazione per la vendita dei carburanti, con conseguente necessità di viaggi verso Lampedusa e Porto Empedocle allo scopo di riempire – a carissimo prezzo - i serbatoi dei propri veicoli http://www.agrigentonotizie.it/cronaca/protesta-carburante-occupazione-comune-linosa-3-dicembre-2012.html. 
Certo, rispetto a qualche decennio fa il turismo estivo riesce ad alimentare una fetta importante di economia; in definitiva, però, l’isola continua ad essere un angolo quasi dimenticato d’Italia, ed ancor oggi ignorato dai politici.
Questo post si apre allora con una di quelle fotografie di Italo Zannier che vi ritrae una scena di vita quotidiana: i suoi abitanti e con quel volto di giovane ragazza che, da quel giorno di quasi cinquant’anni fa, sembra chiedere ancora attenzione ed interesse verso il presente ed il futuro di Linosa.

Il nero profilo vulcanico di Linosa nell'ultimo scatto realizzato
da Italo Zannier riproposto da ReportageSicilia
 
   


sabato 8 dicembre 2012

SCORCI SICILIANI PRIMA DI GOOGLE EARTH

La costa palermitana di Sferracavallo, preceduta
dalla piana dei Colli con la sua oggi
scomparsa spezzettata proprietà terriera.
L'aerofotogrammetria - come altre quattro riproposte in questo post da ReportageSicilia - sono tratte dal saggio del geografo Ferdinando Milone "Sicilia, la natura e l'uomo", edito nel 1960 da Boringhieri

Le fotografie riproposte in questo post da ReportageSicilia – ad eccezione di una, tratta dall’opera dell’Enit "Il libro dei giorni italiani - Le isole felici", del 1966 - sono tratte dal saggio del geografo Ferdinando Milone “Sicilia, la natura e l’uomo”, edito nel 1960 da Boringhieri.

Il canale di Sicilia con l'ordinata pianta urbana di Gela
e le campagne circostanti:
l'immagine svela l'identità economica originaria della cittadina nissena,
legata alle produzioni agricole
Si tratta più precisamente di 6 aerofotogrammetrie in bianco e nero scattate prevedibilmente negli anni Cinquanta per un fine militare e cartografico, senza qualsiasi indicazione che ne possa favorire l’attribuzione.
L’aerofotogrammetria – oggi soppiantata dalle immagini satellitari e da strumenti di larga diffusione come “Google Earth” – ha il pregio di restituire un’immagine asettica del paesaggio, rivelandone le sue caratteristiche naturali e gli interventi in esso compiuti dalla mano dell’uomo.

Il territorio etneo che raccoglie i centri abitati
di Giarre, Riposto e Mascali,
oltre agli abitati di San Giovanni e Nunziata.
L'aerofogrammetria coglie l'intensità delle colture locali - vigneti e limoneti - in un contesto orografico segnato dalle fertili sabbie vulcaniche
Le immagini riproposte nel post – data la loro datazione – offrono la possibilità di scoprire le profonde trasformazioni subite dal territorio siciliano dopo oltre mezzo secolo.
Così, ad esempio, l’aerofotogrammetria della costa palermitana di Sferracavallo restituisce il volto di una piana dei Colli dall’aspetto agricolo, non ancora stravolto dalla speculazione edilizia. La piana di Gela svela invece l’ordinato tessuto urbano della cittadina nissena e la sua economia agricola prima del disordinato sviluppo indotto dall’affermazione dell’industria del petrolchimico.

La tentacolare topografia del centro ennese di Centuripe,
nelle campagne fra il Salso ed il Dittàino: la visione aerea di mezzo secolo fa svela l'originario sviluppo urbano del sito
Sulla costa jonica catanese, invece, la foto zenitale fissa l’intensità delle colture ed abitativa del territorio etneo fra Mascali, Giarre e Riposto.
Sorprendente appare quindi la topografia aerea di Centuripe, con il suo aspetto, aspro e tentacolare, di stella marina.
Nell’immagine di un latifondo catanese, invece, sembra leggersi quell’immobile condizione di arretratezza e povertà che ancor oggi distingue molte zone interne della Sicilia.

La scabra ed immobile visione di un latifondo
tra Castel di Judica e Ramacca, nel catanese.
L'aerofogrammetria svela la composizione argillosa del terreno, che consentono solo la coltura del grano.
Ben visibili sono le masserie con gli stazzi per le pecore
Infine, la misteriosa bellezza di Mozia – con la chiara traccia della sua strada sommersa, dalla porta Nord dell’isoletta fino a Birgi – deve al bianco e nero quella suggestione che è propria dei più antichi segni della civiltà in Sicilia.

L'ultima vecchia aerofotogrammetria riproposta in questo post da ReportageSicilia è tratta dall'opera dell'Enit
"Il libro dei giorni italiani - Le isole felici", edita nel 1966. 
L'isola trapanese di Mozia rivela con chiarezza l'antica strada sottomarina di età punico-romana che ancor oggi attraversa lo Stagnone

giovedì 6 dicembre 2012

SICILIANDO














"La Sicilia? E' un paradiso governato da Satana"
Agostino Depretis