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lunedì 25 gennaio 2016

DISEGNI DI SICILIA



BERNARD PICARD, Encelado sotto il monte Etna, incisione ( 1731 )

domenica 24 gennaio 2016

MANUTENZIONE DI UNA BARCA AD ISOLA DELLE FEMMINE

Immagini di "Ciccio di Sferracavallo",  uno degli ultimi artigiani palermitani delle riparazioni delle barche da pesca



Francesco Favaloro al lavoro
su una barca da pesca ad Isola delle Femmine.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia

Nei paesi siciliani di mare il sole d'inverno offre giornate di colori nitidi e dalla forza riposante.
In quell'atmosfera di chiara quiete, l'osservazione dei lavori di riparazione di una barca da pesca regala riflessioni sul valore di certe attività artigiane messe in ombra dalle abitudini industriali che governano la nostra vita quotidiana.
L'uomo che ottura con la canapa le crepe sullo scafo della barca sul molo di Isola delle Femmine si chiama Francesco Favaloro ed ha 73 anni; lui però si presenta come "Ciccio di Sferracavallo", offrendosi in silenzio  ad una casuale intrusione fotografica di ReportageSicilia.
 
 
 
 
A Sferracavallo - la borgata palermitana che precede ad Ovest quella di Isola delle Femmine - il cognome Favaloro appartiene ad una famiglia da sempre legata alle attività della pesca e della costruzione e manutenzione delle barche.
"Ciccio di Sferracavallo" è oggi uno degli ultimi artigiani palermitani capaci di riparare con strumenti tradizionali i guasti provocati dall'incessante logorio del mare.



 
 
 
 
I suoi strumenti di lavoro impregnati di salsedine - canapa, martelli, "cugni", pialletti, tenaglie, smerigliatrice e un vecchio trapano - testimoniano un'attività cinquantennale sopravvissuta al moderno uso delle materie plastiche e della tecnologia digitale.
Sotto le mani di "Ciccio", il legno delle barche può ricevere quelle costanti cure che permettono di uscire in mare per lunghi anni.


 
 

Per ReportageSicilia, le fotografie di "Ciccio di Sferracavallo" hanno offerto l'occasione non scontata di riflettere sulla resistenza in Sicilia di attività strettamente legate a forme di economia locale, con al centro l'uomo ed il bagaglio delle sue conoscenze tecniche tradizionali. 

     

domenica 10 gennaio 2016

USTICA, ALLA RICERCA DI SE' NELL'ISOLA APOCALITTICA

L'accidentata solitudine usticese raccontata dal giornalista Felix M. De Michele in un reportage pubblicato nel 1961 dalla rivista "l'Italia" 


Il centro abitato di Ustica.
Le immagini del post illustrarono
un articolo pubblicato nel luglio del 1961
dalla rivista "L'Italia" edita dall'ENIT
e dalle Ferrovie dello Stato 


Soprattutto nelle terse giornate invernali, il profilo di Ustica si scorge con chiarezza da tutta la costa occidentale della provincia di Palermo.
L'isola appare meno lontana rispetto alla sua distanza geografica - 36 miglia - e più vicina rispetto alla reale frequentazione dei palermitani,  gran parte dei quali non vi hanno messo mai piede.
Ustica conserva così il suo carattere di isola vulcanica abbandonata nel basso Tirreno, lontana dai clamori mondani delle Eolie, dai voli charter di turisti che atterrano a Lampedusa o dalla familiare vicinanza delle Egadi al porto di Trapani.
Il carattere solitario di Ustica è rimasto così sostanzialmente immutato da decenni, e non lontano dalla descrizione che ne fece nel luglio del 1961 sulle pagine della rivista "L'Italia" ( edita da ENIT e Ferrovie dello Stato ) il giornalista Felix M. De Michele:

"Al largo di Palermo, leggermente spostata ad Ovest rispetto a questa, sorge dal profondo Tirreno Ustica.
Il mare intorno all'isola è chiarissimo - cristallo liquido sembra - ed è così limpido, tanto trasparente, che anche nelle sue profondità v'è una luce verde, opalescente, che sembra scaturire da ogni goccia d'acqua, come per un prodigio meraviglioso.
L'isola è solo un grumo di nera, caotica lava vulcanica eruttata nella notte dei tempi da un ignoto vulcano la cui gola incandescente da milioni di anni è spenta, e s'alza sul mare come un fiabesco paesaggio lunare, corrosa dai venti e bruciata dal sole.
La roccia scabra, accidentata, è grigia, bruna, nera, rossastra, ma ha qua e là strane venature, riflessi metallici che barbagliano improvvisi, violenti, e si dissolvono subito dopo in una polvere di luce, in un guizzo di scintille di mille colori, fiammelle verdi-rosse-gialle, quasi che la roccia arda, dentro, eternamente, e ne trapeli la vivezza d'un fuoco intimo.
La tocchi, la roccia, con timore, e t'attendi di sentirla infuocata, ma la senti invece fredda - sotto le dita - spenta e te ne stupisci e ti accorgi che fuoco non ve n'è, non ne arde, né lì, né altrove.
Cerchi, allora, come, dove, perché quelle fiammelle brillavano; come, dove, perché quella strana cascata di scintille è così esplosa d'un tratto, ma nulla trovi fuorché la roccia, dura, amara, cieca roccia, lava antica d'un vulcano ignoto.




Nei fianchi del monte, diruti e difficili, si aprono antri profondi nei quali la luce penetra attraverso l'acqua.
La voce ha sonorità strane, timbri metallici, echi assurde, e pare di sentirla provenire dal fondo chiaro, traslucido delle acque fosforescenti; sembra che lì, nella lontana penombra, in cui bagliori di topazio attraversano l'aria come brividi, v'è forse qualcuno che si nasconda e ripeta, sillaba per sillaba, la voce, le parole.
Ma tu sai che non v'è nessuno; sai che la voce è tua; lo sai, ma quasi non vi credi e cerchi con lo sguardo.
Fuori, il sole ti attende.
Il glorioso sole di questi serenissimi cieli nei quali - in solitudine - ti pare di poter liberare l'anima dal peso della carne e ascendere in purità.
Se cerchi te stesso, ad Ustica ti trovi finalmente, libero e puro.
Vedi, al margine dell'orizzonte passare una bianca nave, silenziosa, simile ad un fantasma.
E ti pare che quell'orizzonte sia alla fine del mondo, del tuo vecchio mondo.
Sul monte l'aspra bellezza ti circonda da ogni lato.
Ciglioni rotti, spessati, ti si aprono sotto i piedi, aerei ponti basaltici corrono da muro a muro, da roccia a roccia e pareti nere, gigantesche, s'innalzano a picco su te.
Una densa, possente vegetazione è allignata là dove un pugno di terra portato dal vento si è depositato attraverso i millenni.
Cactus, fichi d'india, euforbie, acacie, eucaliptus, viti, olivi hanno messo radici, hanno lottato contro la roccia per secoli, l'hanno spezzata e si sono insediati. Ma anelano d'arsura.
Le radici, avide, cercano dovunque un po' di umidità, una sola goccia d'acqua, emergono come mostruosi serpenti, strisciano disperate al suolo, s'arrampicano sui muri, implorano acqua.
Dall'alto del monte la vista è superba.
Hai sotto i piedi il paese, una manciata di cubi candidi fra i quali fa spicco la chiesa, accoccolata sulla scalea, un po' dovunque, fino al mare, ed il porticciolo è in una insenatura breve, falcata, con la spiaggetta di sabbia fine e lo stabilimento dei bagni che da aprile a settembre è sempre affollato di turisti di tutte le razze.




Vedi, dal monte, tutta l'isola cerchiata di un anello di spume.
Al di là dell'orizzonte, come fantasmi imprecisati, vedi le sagome lontane, color nebbia, delle Eolie, a sinistra, e di fronte, massiccia, possente, l'ombra dell'Isola grande, la madre, la Sicilia.
Il grido roco dei gabbiani rompe il silenzio e lo zoccolare degli asinelli sveglia echi che durano a lungo fra roccia e roccia.
Nell'aria calda di sole profumi violenti si alzano dalla terra: odore di timo, di mortella, di mentastra, di rosa selvatica, di ciclamino, e d'improvviso ti trovi di fronte ad una vegetazione tropicale che ti mozza il fiato per la sua forza.
Attraversi forre dense di un verde violento, virgulti e piante che s'intrecciano selvaggiamente, pareti di cactus fra cui i raggi del sole stentano a passare, ed intorno il caldo pulsare di una vita intensa, forte, inafferrabile.
Ma ad una svolta, tutto sparisce ed il colore smeraldino del mare ti riconquista.
A Nord, lo Spalmatore.
Una zona brulla, disseminata di massi e roccioni, sassosa.
Un deserto primevo.
Lì ogni anno vanno ad accamparsi migliaia di turisti, in quella terra da apocalisse.
Ergono la tenda ed accendono i loro fuochi da campo e fanno chilometri a cercare un secchio d'acqua, una cesta di pane e di frutta, di carne e di uova.
E poi non si muovono più di lì per una settimana.
Dipingono, scrivono, leggono, pensano. Nudi, quasi nudi, soli, a coppie, a gruppi.
Allo Spalmatore, di colpo, scompare tutto ciò che il progresso ha dato all'uomo in migliaia di anni e la vita ricomincia al punto in cui la lasciarono Adamo ed Eva. Nella felicità della libera natura, nella pace assoluta del cielo sereno e del mare propizio, la vita ritorna alla pura espressione della divina creazione, gioiosa ed innocente nella sua elementarità.
I tramonti di Ustica sono favole raccontate nel cielo, nel mare, sulla terra con la tavolozza dell'arcobaleno.
Quando il sole, compiuta la sua parabola sfiora agonizzando l'orlo dell'orizzonte, le acque si tingono di fuoco, avvampano di sangue, splendono di luce cangiante in mille colori.
Ed è allora che le barche sciolgono le vele al vento della sera che le gonfia e le spinge sul mare, dove, nella notte, s'acquattano, immote, e le loro luci lontane sembrano stelle misteriose calate dal cielo ad adagiarsi sul mare cupo in cui si rifrangono in mille frantumi scintillanti"



 

giovedì 7 gennaio 2016

SICILIANDO














"La Sicilia è una terra che ha tante affinità con la nostra Toscana: è, come la nostra, una terra baciata da Dio per la bellezza del suo paesaggio e per la bellezza e ricchezza delle opere d'arte.
Ed ha affinità profonde con la Toscana anche per la spiritualità; è, infatti, anche, e sopratutto, la terra dove è fiorita presto la poesia, come da noi, e dove, come da noi, la letteratura ha avuto sviluppi rigogliosi"
Armando Nocentini

martedì 29 dicembre 2015

UNO SCATTO DI ANTICA SUGGESTIONE CEFALUDESE

Il paesaggio e la presenza umana a Cefalù in una fotografia che ricorda lo straordinario e passato scenario di una cittadina sospesa fra ricordi della storia e suggestioni delle leggende



Ancor oggi, a chi viene da Palermo, Cefalù non svela immediatamente l'inconfondibile profilo della sua rocca e della sua cortina di case affacciate sul mare.
Per ammirarne il secolare volto di città raggomitolata ai piedi della montagna è necessario scoprire la proliferazione della moderna edilizia delle "seconde case", attaccate l'una all'altra come in un'anonima città.
La fotografia riproposta da ReportageSicilia rimanda ad una Cefalù in cui gli uomini non ne avevano ancora compromesso l'antica ambientazione naturale ed lo straordinario aspetto urbanistico.
L'immagine svela un luogo in cui rocca, cielo, mare e centro abitato si integrano in un perfetto equilibrio di ruoli: uno spettacolo perduto per sempre e neppure immaginabile per le comitive di turisti che oggi invadono Cefalù e la sua spiaggia.
La trasfigurazione ebbe inizio agli inizi degli anni Sessanta, quando il comune rilasciò decine di licenze edilizie che portarono alla distruzione di vaste aree di macchia mediterranea e di una necropoli del IV secolo ( la cui esistenza è testimoniata da alcuni reperti conservati al Museo Madralisca ).



L'immagine del post, tratta dal volume "Sicilia" dell'Enciclopedia delle Regioni Meravigliosa Italia, Edizioni Aristea ( 1971 ), risale più o meno al periodo in cui il giornalista Corrado Sofia - nel 1962 - poteva ancora scrivere di Cefalù:

"Fino a qualche anno addietro, prima che l'ondata di modernismo spazzasse via le vecchie tradizioni, si potevano sentire da queste parti, lungo il mare o nelle strade dell'interno, canzoni come questa:

'di 'na finestra s'affacciau la luna, e 'nta lu mienzu la stidda Diana, su' tanti li splenduri ca mi duna, lampu mi parsi di la tramontana.
C'è lu Gaitu, ca gran pena mi duna, voli arrinunzi a la fidi cristiana.
Nun vi pigghiati dubbiu patruna, l'amanti ca v'amau, v'assisti e v'ama'

dove la luna sta a significare donna.
Una donna bella come una stella, un'apparizione folgorante.
'Lampu mi parsi di la tramuntana'
Dice dunque la canzone:

'Si affacciò una donna bella come la stella Diana e mi avvertì che il Kaid, il capo degli Arabi, pretendeva che essa rinunziasse alla fede cristiana.
L'amante la conforta, non abbiate timori, mia signora.
Il vostro antico amore vi rimane fedele, vi assiste e vi ama'




Sembra a ReportageSicilia che questa fotografia di Cefalù - per la solarità del paesaggio e per l'arcaico lavoro sulla spiaggia di uomini e asini -  sia evocativa della millenaria storia della cittadina, nel 1962 assai più percepibile rispetto ad presente stravolto dal cemento e dai pullmann delle migliaia di turisti giornalieri.
In quel periodo, ancora Corrado Sofia poteva così rievocare le vicende e le leggende cefaludesi:

"Nella piazza di Cefalù, dove sorge la cattedrale, un tempo esisteva una moschea.
Durante gli scavi effettuati agli inizi del secolo per la pavimentazione stradale, scavi che i viventi ricordano e di cui nel locale museo si conservano alcune stele funerarie, vennero trovati i resti di un cimitero arabo.
Si sa che i Musulmani, quelli almeno di una certa casta, venivano sepolti attorno alla moschea.
Il che, se da una parte sminuisce o mette in dubbio la leggenda della tempesta e dell'ex voto di Ruggero II per la costruzione della cattedrale, dall'altra avvalora la regolare sostituzione che intorno all'anno Mille venne iniziata: chiese cristiane in luogo dei templi arabi.
Ruggero aveva scelto Cefalù per essere qui sepolto, il posto gli piaceva, il rumore del mare avrebbe cullato i suoi sonni eterni come in un poema dantesco; ma come in una tragedia di Shakespeare la sua tomba di porfido e quella dell'imperatrice Costanza conm uno stratagemma furono invece trasportate nella cattedrale di Palermo, dove tuttora riposano..."












venerdì 25 dicembre 2015

L'ISOLA SCOPERTA NEI COLORI DI GIANBECCHINA

L'impronta  siciliana nell'opera del pittore di Sambuca in un testo     pubblicato nel catalogo "Gianbecchina nella sua terra: un inno alla pace", edito da Publisicula nel 1984


"Pane e coltello", 1951, olio su faesite,
opera citata

"Materia della mia pittura è la terra siciliana nella quale respiro quando vago tra i campi biondi di messi o tra le distese viola di sulla, oppure riposo all'ombra degli ulivi d'argento o contemplo l'azzurro profondo del cielo e del mare.
In questa terra, io non cerco idillico rifugio ma vado scoprendo la misura e la bellezza della Grecia pagana, la tenacia degli Arabi, l'intraprendenza dei Normanni, l'esuberanza degli Spagnoli, la somma dei caratteri che costituiscono il nostro popolo.
Cerco soprattutto nella fatica quotidiana degli uomini, nello sguardo delle madri, nel sorriso dei bimbi, l'eredità antica della civiltà contadina che va scomparendo sospinta dall'incalzare della macchina; ma i cui valori, come si sono salvati tra infinite sofferenze e invasioni e trasformazioni, possono ancora salvarsi, possono ancora trasmettersi, insegnando la pacifica convivenza degli uomini, l'amore della terra che, scaldata dal sole e mossa dal lavoro, alimenta la vita.
Questa saggezza di una civiltà millenaria è la materia del mio canto.
A questa terra che soffre e vive al volgere di ogni stagione appartengono i miei colori"


"La mia terra", 1940, olio su tela,
opera citata

Questa breve autobiografia artistica porta la firma di Gianbecchina - all'anagrafe, Giovanni Becchina ( Sambuca di Sicilia, 1909 - Palermo, 2001 ) - e spiega meglio di ogni analisi critica la pittura di un artista profondamente legato alla Sicilia. 
L'illustrazione dei motivi dell'opera di Gianbecchina - ispirati dal mondo contadino, dalle sue attività e dai suoi valori messi sempre più a rischio dall'abbandono della civiltà agricola - è tratta dal catalogo "Gianbecchina nella sua terra: un inno alla pace", edito da Publisicula.
L'opera venne pubblicata dal Comune di Sambuca di Sicilia in occasione di una mostra allestita fra l'agosto ed il settembre del 1984 all'interno dell'ex monastero di Santa Caterina.


"Uomini", 1970, olio su tela,
opera citata

La storia pittorica di Gianbecchina è profondamente legata a quella della sua isola, anche in quegli aspetti di natura privata che sempre influiscono sulla formazione delle persone comuni e degli artisti.
Tutto comincia agli inizi del XX secolo, con una delle migliaia vicende di emigrazione siciliana:

"I genitori partono per l'America nel 1912" - scriveva Franco Grasso nel catalogo di quella mostra - "e lasciano a Sambuca Zabut - il paese nativo nella vallata del Belice - il bambino di soli tre anni, affidato a uno zio che curerà la sua prima istruzione e tenterà di avviarlo alla professione di perito agronomo, l'unica allora possibile in un centro agricolo dell'interno.
Ma la pittura esercitava già su di lui un fascino determinante, da quando una pittrice dilettante gli aveva mostrato, a otto anni, la prima tavolozza e i primi tubetti.


"Morello di Pasquale", 1970, olio su tela
opera citata

Passava intere giornate a contemplare i decoratori di soffitti che lavoravano in paese, finché uno di questi, Gaetano Grippi, non lo assunse come garzone: fu il suo primo maestro, gl'insegnò a mescolare i colori, ad eseguire gli ornati, a dipingere falsi stucchi e riquadri con fiori e uccelli.
Poi cominciò a lavorare in proprio, a sperimentare l'affresco su pareti di case e di chiese.
Ma si accorse che l'istinto e la buona volontà non bastano a fare il pittore: coi primi risparmi partì per Palermo, seguendo l'esempio di altri due sambucesi, i pittori Antonio Guarino e Alfonso Amorelli.
Si sistemò in una stanza della vecchia via Alloro e si iscrisse alla Scuola libera del nudo nell'Accademia di belle arti, che gli consentiva di apprendere la tecnica fondamentale del disegno e della pittura.
Teneva quella cattedra Archimede Campini, scultore di profonda sensibilità e cultura che dopo una breve fortuna a Parigi era venuto in Sicilia chiudendosi in un triste pessimismo che però non gli impediva di scoprire ed aiutare il talento dove c'era.
Fu lui a spronare agli studi per la maturità artistica il giovane, che lavorò da solo e fu l'unico nel 1933 a conseguire il diploma fra trenta candidati. 
Ventenne, con lo spirito d'avventura dei siciliani più intraprendenti, partì per Roma senza una lira e si iscrisse a quella Accademia delle Belle Arti frequentandola dal 1934 al 1935 sotto la guida di Umberto Coromaldi.
Fu lì che conobbe Pippo Rizzo il quale, apprezzando le sue qualità e vedendo le ristrettezze in cui viveva, lo indusse a concorrere ad una borsa di studio messa in palio dall'Accademia di Palermo: la vinse e potè continuare senza preoccupazioni.
Era l'epoca del sodalizio tra Guttuso, Barbera, Lia Pasqualino Noto e Nino Franchina; frequentava anche lui le riunioni che si tenevano nello studio di corso Pisani e poi in casa dei Pasqualino, con Topazia Alliata, Arturo Massolo, artisti, musicisti, giornalisti, un cenacolo anticonformista, aperto al nuovo.
Con Guttuso specialmente, che vedeva spesso a Bagheria, condivideva le idee antifasciste, il bisogno di evasione verso orizzonti più larghi.


"Zolfo", 1952, olio su faesite,
opera citata

Nella primavera ed estate del 1937 affittò, insieme al giovane studioso d'arte Beppe sala, una casetta di pescatori a Cefalù e visse per sei mesi tra mare e campagna dipingendo all'aperto, soprattutto acquarelli.
Il ricordo di questo soggiorno è rimasto in un libro dell'amico, 'Sodalizio a Cefalù', illustrato da Gianbecchina.
Poche opere rimangono di questo periodo giovanile, ma già rivelatrici della scelta dell'artista: una interpretazione amorosa ma libera della natura siciliana, degli uomini che in essa vivono immersi nella sua atmosfera, alcuni acquarelli limpidi e canori, paesaggi ad olio concepiti come distese i cui elementi morfologici giocano in funzione pittorica, fuori dai canoni accademici e dal quattrocentismo di maniera raccomandato dai fautori del 'Novecento' ufficiale che andava penetrando allora in Sicilia.
Niente Sironi e niente Carrà, Van Gogh e Cézanne semmai..."

Le opere di Gianbecchina riproposte nel post da ReportageSicilia sono tratte dallo stesso catalogo e indicano la sua naturale capacità di rendere l'atmosfera dei paesaggi, ricchi di figure ed eventi legati alla vita ed al lavoro della campagna dell'isola.
Osservandole, si avverte nel pittore di Sambuca - scrisse ancora Aldo Gerbino nel 1984 - "la necessità di ripercorre con lirica partecipazione i momenti di una cultura del lavoro e di esemplificarne i ritmi nelle grandi partiture cromatiche e nei volti segnati di una sicilianità accesa e violenta..."


giovedì 24 dicembre 2015

LA SICILIA FRANCESE DI PIERRE SEBILLEAU

L'appassionata ricerca dei legami storici tra l'isola e il suo Paese nel saggio "La Sicilie" di un diplomatico francese, edito in Italia nel 1968 da Cappelli


"Trasporto in comune a Nicosia",
questa la didascalia della fotografia di M. Bernard Aury
pubblicata nel saggio di Pierre Sébilleau

"La Sicilie", edito in Italia nel 1968 da Cappelli 


Primo segretario dell'ambasciata di Francia a Roma fra il 1946 ed il 1955, Pierre Sébilleau fu un appassionato cultore dell'Italia ( al punto da occuparsi della questione meridionale in "L'Italie des contrastes" ) e, soprattutto, viaggiatore attento della Sicilia.
All'isola il diplomatico francese dedicò infatti il saggio "La Sicilie", pubblicato in Francia nel 1966 da Editions Arthaud e tradotto in Italia da Cappelli nel 1968.
L'opera si legge ancor oggi con il gusto della scoperta di numerose notazioni sulla vita e sul costume della Sicilia e dei suoi abitanti, ben oltre le scontate descrizioni di Palermo, Catania, Agrigento, Siracusa, Taormina o Erice.



Al termine delle 148 pagine del reportage, l'autore potrà così scrivere parole di lucida verità sull'identità siciliana:

"Abituati come vi siete, ormai, ai contrasti siciliani, vi sembrerà del tutto naturale che l'Isola triangolare possa essere luminosa e scura, immensamente ricca e immensamente povera, Paradiso terrestre e paese fra i meno sviluppati d'Europa.
Voi lo vedete adesso come realmente è, terra ad immagine dell'uomo, cioè con pregi e difetti, e in cui l'uomo che è in voi, quale esso sia, ha conosciuto in pieno la gioia di vivere"

Le attenzioni di Sébilleau - viaggiatore girovago e amante delle divagazioni su strade interne e vallate solitarie dell'isola - furono rivolte anche alla ricerca dei legami storici fra la Sicilia e la Francia.



Nel libro sono ad esempio ricorrenti i riferimenti alla guerra del Vespro:

"E' inutile che cerchiate a Palermo tracce sicure dell'occupazione francese.
Tuttavia, se il vostro patriottismo non se ne avrà a male, potrete andare a vedere, in un vecchio cimitero posto a Sud della città, l'austera chiesa di Santo Spirito, sul cui sagrato quella occupazione si concluse nel bagno di sangue dei Vespri Siciliani..."

Pierre Sébilleau invita quindi il lettore francese a viaggiare lungo le tortuose strade della provincia di Enna per raggiungere Sperlinga.
Il pretesto di questa tappa siciliana rimanda ancora una volta ai fatti del 1282:

"Questa misera borgata, infatti, ha meritato il motto che potrete leggere sulle rovine della sua piccola fortezza, sempre che ve la sentiate di scalare la colossale lastra di pietra inclinata in cima alla quale esso è scolpito, 'quod Siculis placuit, sola Sperlinga negavit', quando, cioè, i siciliani si decisero a fare i 'Vespri Siciliani', solo Sperlinga si rifiutò di associarsi alla cacciata dei Francesi e diede, anzi, loro asilo.
Per questo, sembra che sussista qualche traccia della nostra lingua nella parlata locale..."




Quindi il diplomatico francese raggiunge Nicosia, ammirando la sua disposizione scenografica sui fianchi di quattro rupi.
Sébilleau ricorda che durante il medioevo il paese fu ripopolato da immigrati "venuti dall'Italia del Nord e principalmente dal Piemonte".
Da qui, il dubbio di questo attento narratore della Sicilia:
  
"Ci domandiamo, allora, donde può venire il suo nome ellenistico, e anche cipriota, quando sappiamo benissimo che nel periodo della dominazione greca essa si chiamava Herbita.
Non potrebbe trattarsi di una fantasia del suo benefattore, l'imperatore Federico II, sempre lui, la cui memoria e le cui infinite cognizioni sarebbero state colpite dall'aspetto singolarissimo di questa zona?
In realtà, quando, venendo dall'Ovest, salirete verso Nicosia in mezzo a un bosco di pini a ombrello, vi vedrete comparire davanti delle rocce che vi faranno subito pensare alle Meteore di Tessaglia.
Questi pani di zucchero di calcare che sorreggono, l'uno un castello, l'altro una chiesa, sono stati, del resto, la disgrazia della città, precipitando su di essa nel 1757.
Ne deriva che Nicosia è essenzialmente XVIII secolo, con prospetti barocchi un pò ricercati ma piacevoli.
Le frane hanno tuttavia risparmiato la cattedrale, il suo campanile e il portico laterale, che sono gotici.
Davanti a questo insieme gotico circondato da costruzioni rococò, in questa cittadina siciliana che porta un nome greco, dove si usano parole di origine quasi francese, vi sentirete abbastanza lontani dal regno di Demetra e, forse, anche dalla Sicilia, e avrete la fuggevole impressione di essere a casa vostra.
Sarà come una sosta nel vostro viaggio, che, senza dubbio, non vi farà rimpiangere la variante di Nicosia"