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mercoledì 28 novembre 2018

LA FOTOGRAFIA CHE RACCONTA L'OMICIDIO DEL PROCURATORE SCAGLIONE

Lo scatto che racconta l'omicidio
del procuratore capo a Palermo, Pietro Scaglione,
e l'agente di custodia Antonino Lorusso.
E' la mattina del 5 maggio 1971, in via dei Cipressi.
La fotografia è tratta dall'opera "Sicilia felicissima"
edita nel 1978 da Edizioni Il Punto
La fotografia riproposta da ReportageSicilia ritrae un pezzo di storia palermitana dell'ultimo mezzo secolo: l'assassinio del procuratore capo Pietro Scaglione e dell'agente di custodia Antonino Lorusso, la mattina del 5 maggio del 1971.
Lo scatto di quel duplice omicidio, considerato il primo dei delitti di mafia "eccellenti" per l'alta figura istituzionale di Scaglione, ha la rara dote del racconto: quella capacità cioè di una fotografia di descrivere in un solo fotogramma un'articolazione di situazioni che narrano la trama di un evento.
Guadagnato il balcone al secondo piano di una palazzina in via dei Cipressi - una strada della Palermo più povera e sofferente, delimitata da un vecchio muro oltre il quale si scorge una folta macchia di alberi - il fotografo fissò sulla pellicola la "scena del delitto": nessuna delle 32 persone raffigurate nella pellicola mostrò allora di accorgersi del suo scatto.



A differenza di altre crude immagini di omicidi di mafia di quegli anni, in questa fotografia non compaiono lenzuoli bianchi stesi sui cadaveri, dettagli anatomici delle vittime o chiazze di sangue. 
Lo sguardo si concentra dalla Fiat 1500 scura targata Trieste, con la carrozzeria lucidata a specchio e fori di colpi di arma da fuoco sul parabrezza.
Le ruote anteriori si trovano sopra il marciapiede, segno che Lorusso ha tentato una manovra disperata per evitare il fuoco dei sicari: forse quattro, scesi da una Fiat 850 bianca ed armati di pistole calibro 9 e 38.
La loro azione - avvenuta sotto gli occhi di una statuetta di Santa Rosalia posta in una nicchia di un'edicola votiva - è stata rapida e micidiale. 
Hanno dapprima accostato la 1500 sul lato sinistro, cominciando ad esplodere i primi colpi; poi - secondo un'iniziale ricostruzione dell'agguato - hanno finito di ammazzare i due uomini sparando all'impazzata contro il lunotto posteriore e gli altri finestrini.
Intorno all'abitacolo, a pochi passi dal civico 242 - l'abitazione di Rosa Badalamenti, che dichiarerà di non essersi accorta di quanto accaduto - si muovono quattro investigatori in borghese ed un poliziotto. 



Uno di loro, tenendo le braccia incrociate dietro la schiena, infila quasi la testa all'interno di un finestrino posteriore, per osservare i sedili bordeaux che ospitavano il procuratore Scaglione.
Al centro della strada, altri poliziotti e carabinieri - alcuni dei quali in borghese - sembrano scambiare le prime impressioni sull'agguato.
Fra di loro, ci sono sicuramente dei funzionari che dovranno presto riferire le prime indicazioni sull'accaduto ai loro superiori, a cominciare dalla notizia del recupero di sette bossoli sull'asfalto.
Sembra di riconoscere, tra questi investigatori, il profilo di Giorgio Boris Giuliano, il dirigente della Squadra Mobile che verrà anche lui ucciso dalla mafia nel luglio del 1979. 
Infine, come in ogni "scena del delitto" palermitana, c'è il pubblico silenzioso dei curiosi e di chi forse ha visto o sentito qualcosa e che non parlerà: persone che allungano lo sguardo oltre la "pantera" del 113 che impedisce loro di avvicinarsi al luogo dell'agguato. 
Con la passare delle ore, in via dei Cipressi gli investigatori raccoglieranno a fatica poche e reticenti indicazioni. 
Un falegname che risulterà essere stato l'uomo che ha avvisato della sparatoria il 113 dirà di avere chiamato solo perché impaurito dai numerosi colpi di arma da fuoco.



Un ragazzino di 14 anni sarà invece protagonista di una testimonianza che per poche ore sembrerà cambiare la prima ricostruzione dell'agguato.
Dirà che a sparare contro l'auto di Scaglione sono state due persone che aspettavano sul marciapiede di via dei Cipressi: la Fiat 850 sarebbe dunque stata solo una vettura di appoggio per i sicari.
Risentito una seconda volta per fornire gli identikit dei due presunti killer, il ragazzino dichiarerà però di essersi inventato tutto. 
Qualcuno, nel frattempo, gli aveva imposto di non parlare più di ciò che aveva visto in quella mattinata di maggio, grigia e ventosa, in cui la mafia aveva appena ucciso per la prima volta a Palermo un alto magistrato.     

lunedì 26 novembre 2018

LA PESCA IN SICILIA DI ENRICO COLOMBOTTO ROSSO


ENRICO COLOMBOTTO ROSSO, "Pesca in Sicilia", 1952

domenica 25 novembre 2018

IMMAGINI DI UN BOMBARDAMENTO A MARINA DI RAGUSA

Effetti di un bombardamento alleato a Marina di Ragusa.
Le fotografie furono realizzate da Angelo Oliva,
forse nella primavera del 1941
"Il 3 gennaio 1941 giunse in Italia il 'X Fliegerkorps' della Luftwaffe, il primo reparto tedesco ad essere dislocato sul territorio nazionale, che con i suoi aerei si affiancò alle squadriglie italiane operanti nel Mediterraneo.
Negli aeroporti siciliani furono collocati 96 bombardieri e 25 caccia.
Il 10 gennaio, quaranta aerei tedeschi effettuarono la prima azione d'attacco nel Mediterraneo contro due navi britanniche: la portaerei 'Illustrious' e l'incrociatore 'Southampton', che subirono gravi danni.



Alcune azioni furono compiute anche sull'isola di Malta, dove vennero presi di mira il porto e gli aeroporti di Luqa e di Hal Far.
La Sicilia, in quei mesi, rappresentava un obiettivo militare strategico delle truppe alleate che, dopo un primo raid aereo compiuto nel luglio del 1940 sull'aeroporto di Catania, nel gennaio del 1941 avevano bombardato nuovamente la città etnea, provocando però pochissimi danni e solo qualche vittima.
La difesa contraerea italiana, varie volte, era riuscita ad abbattere alcuni velivoli dimostrando una forte capacità di reazione.
Durante la primavera del 1941 si registrarono altri bombardamenti su Catania e su alcune città dell'isola: ad essere prese di mira, oltre il capoluogo etneo, furono soprattutto Siracusa, Augusta, Comiso e Licata, dove le bombe provocarono altre vittime tra i civili"


Così il giornalista Ezio Costanzo nel saggio "Sicilia 1943-Breve storia dello sbarco alleato" ( Le Nove Muse Editrice, 2003 ), ha ricostruito le prime fasi del secondo conflitto mondiale nell'Isola.
Le indicazioni di Costanzo ed il riferimento ai bombardamenti alleati nella primavera del 1941 possono forse essere messi in relazione con le fotografie inedite pubblicate da ReportageSicilia.
Le immagini furono scattate da Angelo Oliva, padre dell'autore del blog ed all'epoca ufficiale del Genio Aeronautico in servizio all'aeroporto "Magliocco" di Comiso.
I luoghi ritratti nelle fotografie - come si legge nel loro retro - si collocano a Marina di Ragusa; gli scatti documentano gli effetti di un bombardamento aereo su un gruppo di abitazioni e i rottami di un velivolo tedesco abbattuto dopo un duello aereo.


In un archivio Alinari di fotografie scattate durante quegli anni di guerra si segnala la presenza di alcune immagini realizzate a Marina di Ragusa dopo un bombardamento.
Quegli scatti, che ritraggono un intervento dei vigili del fuoco, sono datati 13 aprile 1941: una data che potrebbe essere la stessa in cui Angelo Oliva realizzò nella borgata ragusana le fotografie pubblicate da ReportageSicilia.  

sabato 24 novembre 2018

IL DECENNALE MIRAGGIO DEL RISANAMENTO PALERMITANO

Sgombero di edilizia fatiscente
nel quartiere palermitano del Papireto.
La fotografia riproposta da ReportageSicilia
venne pubblicata dal settimanale
"Tempo"
il 9 giugno del 1959
Papireto, Capo, Albergheria, via Colonna Rotta... 
Sono le zone di Palermo ai margini delle sedi istituzionali e dei poteri civili, religiosi e giudiziari regionali e cittadini: da palazzo dei Normanni - con la magnificente Cappella Palatina - a palazzo d'Orleans, dalla Cattedrale al palazzo Arcivescovile, dal palazzo di Giustizia alla Legione dei Carabinieri ed alla Questura. 
In questa vasta area del centro storico si concentra ancor oggi un'edilizia spesso fatiscente, eredità di decenni di scarsi o nulli  interventi abitativi che pesano come un macigno sul raggiungimento di una prospettiva nel frattempo diventata miraggio: il "risanamento" edilizio.
Molti degli abitanti di questi quartieri palermitani vivono in alloggi che necessitano di radicali interventi di ristrutturazione, se non di una vera e propria demolizione e ricostruzione.
L'incompiuto risanamento di una parte del centro storico palermitano ha una storia che prese corso alla fine del secondo conflitto mondiale. 
Le bombe alleate da una parte, e dall'altra le spinte edilizio-mafiose che miravano a promuovere nuove lottizzazione oltre i vecchi quartieri, hanno aggravato col passare dei decenni i guasti da riparare, ed aumentato il numero delle infrastrutture da ricostruire o progettare ex novo.
La fotografia riproposta da ReportageSicilia illustra uno dei molti interventi parziali compiuti nell'area del Papireto alla fine degli anni Cinquanta dello scorso secolo: lo sgombero di un "pozzo" - parola che all'epoca definiva i malsani "bassi" - abitato da decine di persone poi trasferite in alloggi popolari periferici.


L'immagine - una classica fotonotizia - venne pubblicata dal settimanale "Tempo" il 9 giugno del 1959, accompagnata da questa didascalia:

"L'onorevole Ludovico Corrao, assessore ai Lavori Pubblici della Regione, visita uno dei così detti 'pozzi', agglomerati di abitazioni malsane e malsicure al centro di Palermo, nelle vicinanze dei palazzi del Governo e dell'Assemblea regionale.
I 'pozzi' sorgono al di sotto del livello stradale, nelle cantine dei grandi caseggiati demoliti dai bombardamenti.
In queste settimane, i primi nuclei dei senza tetto sono stati sistemati in case popolari"
     

martedì 20 novembre 2018

LE IMPRESSIONI MONREALESI DI ORIO VERGANI

Gruppo di turisti all'interno del chiostro di Monreale.
La fotografia riproposta da ReportageSicilia
è tratta dalla rivista
"il Mediterraneo"
edita dalla Camera di Commercio di Palermo
nel luglio del 1969
Beneficiaria di notorietà internazionale grazie ad una delle chiese più grandiose e significative del secolo XII, Monreale vive questo prestigio con una certa indifferenza. 
Il duomo qui si impone urbanisticamente con la sua mole di severa fortificazione, nascondendo all'interno l'effluvio luccicante dei famosi mosaici.
Lo sguardo dei monrealesi verso l'insigne monumento appare però quasi disinteressato; l'edificio sembra piuttosto appartenere al quotidiano sciame di turisti che vi entrano e vi escono, impugnando il telefonino per gli immancabili autoscatti da inviare subito in mezzo mondo.


Di regola, il viaggiatore che raggiunge Monreale da Palermo - sfidando il traffico di corso Calatafimi - si limita a visitarne solo il complesso architettonico normanno ( oltre al duomo, le sue absidi esterne, le terrazze affacciate su quella che un tempo era la Conca d'oro, il chiostro ); in tre o quattro ore ha concluso il suo tour, ripercorrendo la strada che lo riporterà nel caos palermitano.
Pochissimi prestano attenzione alle altre chiese storiche che arricchiscono il tessuto urbano di Monreale.
Molte, del resto, sono chiuse da anni; una circostanza che denota il disinteresse dei monrealesi verso "l'altro" patrimonio artistico cittadino, quasi schiacciato dalla grandezza del capolavoro normanno. 
Così, in assenza di un vero e proprio centro storico - capace di raccontare la secolare identità locale - Monreale offre un aspetto anonimo e privo di richiami degni della sua preziosa dote architettonica.
Simili impressioni monrealesi furono già espresse in un reportage che il giornalista, scrittore e fotografo Orio Vergani pubblicò il 17 aprile del 1931 sulle colonne del "Corriere della Sera".


Buon conoscitore della Sicilia ( suo il saggio "Colori di Sicilia", edito da ERI nel 1953 ) e abituale frequentatore e collaboratore di Luigi Pirandello ( "un rapporto filiale", secondo lo scrittore Gaetano Afeltra ), Vergani così descrisse il rapporto fra gli abitanti di Monreale e la loro famosa chiesa: 

"Non c'è dunque città più di Monreale disinteressata al suo capolavoro, lasciato da un lato come la corona di una regalità troppo sublime per occuparsene tutti i giorni.
Questo piccolo paese di ortolani e di fruttivendoli vive molto pacificamente affacciato al balcone della Conca d'oro, e, più di Bonanno da Pisa e dei marmorari che scolpirono le varie centinaia di capitelli del chiostro più celebre del mondo, si preoccupa del buon raccolto degli aranci e dei fichidindia.
La vita stessa del paese è deviata da quello che dovrebbe sembrare il suo centro, e il giardinetto a fianco della cattedrale fa da trincea a quella invadente e prodigiosa presenza, e fa sì che in paese si possa campar tranquilli, come nel riparo di un angolo morto.
La colonna dei visitatori non lo tocca nella sua marcia verso la cattedrale.
Viene all'assalto in uno stato di lieve e crescente ebbrezza.
L'ubriacatura comincia subito, sotto questa luce, entro questo splendore eccessivo.


E' naturale che gli abitanti di Monreale si tengano in disparte da tutto questo, per discrezione e per sazietà, tanto da essere più devoti al Cristo di una chiesa fuori mano che non a quello dagli occhi neri e terribili che guarda dalla vela d'oro della cupola estrema della cattedrale.
Qui entrano di domenica, marciando in punta di piedi sui pavimenti levigatissimi, e non si fidano quasi, in tanta pompa, di chiedere le umili grazie per le loro umili pene al ricchissimo Signore normanno del Cielo e della terra.
Gli altri giorni preferiscono raccogliersi in una cappella laterale, quella di San Castrense, sbiancata a calce, con quattro croste bonarie alle pareti.
Qui c'è un'aria di famiglia serena e riposante a lato dei seimila e più metri quadrati di mosaico della basilica regale, e si può pregare e salmodiare in santa pace, mentre, per le navate della chiesa grande, i gruppi di turisti girano col naso in su, salgono gli scalini del santuario, scrutano in ginocchio i bassorilievi d'argento dell'altar maggiore, e, dove possono, toccano con mano la compatta levigatezza del mosaico..."



   

sabato 17 novembre 2018

MODERNITA' E TRADIZIONE DI UN MOTOCARRO SULLE STRADE DELL'ISOLA

Fotografia tratta dalla rivista
"Quattroruote", edita nel giugno del 1960
"Ecco come ha combinato motocarro e carrettino un commerciante siciliano, fedele alle folkloristiche tradizioni della sua isola e amante della indispensabile velocità consentita dal motore"

Questa didascalia illustrò nel giugno del 1960 la fotografia pubblicata dal mensile milanese "Quattroruote", ora riproposta da ReportageSicilia.
La fotonotizia dedicata al motocarro Piaggio decorato in Sicilia come un tradizionale carretto trovò spazio nella pagina in cui si dava conto dell'imminente presentazione negli Stati Uniti della nuova Dodge Chrysler "Valiant" da 101 cavalli.
L'accostamento delle due notizie, forse, non fu casuale: nell'epoca del pieno sviluppo dell'industria automobilistica mondiale - e della vertiginosa diffusione in Italia di automobili e moderni veicoli da lavoro - quel motocarro dipinto restituiva l'immagine di una Sicilia che si affacciava alla nuova era dei trasporti conservando i segni  "folklorici" - secondo l'opinione di "Quattroruote" - dei suoi antichi carretti.
O forse, come ha scritto Antonino Buttitta in "Il carretto racconta"  ( Edizioni Giada, 1982 ), i carrettieri diventati camionisti o conduttori di motofurgoni "hanno cercato significativamente di trasferire sui nuovi mezzi di trasporto il repertorio pittorico dei carretti" per sottolineare, ancora una volta - in piena evoluzione dei trasporti - il proprio prestigio sociale.




mercoledì 14 novembre 2018

LA VERTIGINOSA VISTA DELLA TORRE DELL'IMPISO

La torre dell'Impiso, fra San Vito Lo Capo
e la Riserva dello Zingaro.
La fotografia è di ReportageSicilia
Solidamente radicata su un ripido declivio roccioso, fra palme nane e vegetazione spontanea, la torre dell'Impiso è uno dei luoghi siciliani di più semplice bellezza: la perfetta intromissione di un manufatto antico di 500 anni ai limiti occidentali della riserva trapanese dello Zingaro.
La torre di avvistamento, vertiginosamente affacciata verso l'infinito azzurro del Tirreno, domina un ampio litorale nei secoli scorsi punto di approdo di predatori provenienti dal Mediterraneo centrale.
Le vicende costruttive della torre dell'Impiso sono state ricostruite da Salvatore Mazzarella e Renato Zanca nell'ineguagliato saggio "Il libro delle torri", edito da Sellerio nel 1985.
Si apprende che la scelta del sito di costruzione venne stabilita il 30 aprile del 1594, che quattro mesi dopo il cantiere era già in funzione e che il 19 agosto del 1596 la torre era pienamente operativa.
Munita di artiglieria e presidiata da un caporale, un artigliere ed un soldato, la torre fu munita di un piccolo mulino per la produzione di pane, di un ampio camino e di una spettacolare terrazza per il controllo del via vai delle imbarcazioni.
Sembra che in un paio di occasioni - agli inizi del secolo XVIII - i fulmini abbiano colpito la torre, danneggiandola parzialmente.

La torre dell'Impiso - la quinta costruzione
a partire da sinistra - in una cartografia tratta
dall'opera
"Erice oggi Monte San Giuliano in Sicilia"
di Vito Castronovo ( 1872 ) 

Dopo quasi un secolo di completo abbandono e di utilizzo come ricovero di pecore ed altri animali domestici, la costruzione è stata restaurata, tornando al suo aspetto originario di torre ben articolata e dalle eleganti forme architettoniche.
Un'escursione sino a questa torre - raggiungibile attraverso la strada che da San Vito Lo Capo conduce sono all'ingresso della Riserva dello Zingaro - permette di godere di uno dei luoghi più suggestivi ed ancora integri lungo le coste della Sicilia.