ReportageSicilia è uno spazio aperto di pensieri sulla Sicilia, ma è soprattutto una raccolta di immagini fotografiche del suo passato e del suo presente. Da millenni, l'Isola viene raccontata da viaggiatori, scrittori, saggisti e cronisti, all'inesauribile ricerca delle sue contrastanti anime. All'impossibile fine di questo racconto, come ha scritto Guido Piovene, "si vorrebbe essere venuti quaggiù per vedere solo una delle più belle terre del mondo"
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mercoledì 31 dicembre 2025
IL SONNO DELLA SOLITUDINE DEI SICILIANI DI FORTUNATO PASQUALINO
| Siciliani di Comiso. La fotografia è tratta dall'opera "Il Sud e le Isole" edita dalla Banca Popolare di Novara per la collana "l'Italia: uomini e territorio" ( Novara, 1983 ) |
Saggista, romanziere, giornalista e "puparo" di adozione laureatosi in filosofia a Catania, nel 1980 Fortunato Pasqualino scrisse della Sicilia e dei siciliani in una calorosa ed erudita introduzione al saggio "Sicilia", edito a Bologna da Zanichelli. Nel libro - una raccolta di 175 fotografie, opera di Pepi Merisio - Pasqualino esplora tramite la formula di "un siciliano a colloquio con se stesso" il carattere della sua isola e dei suoi abitanti, con frequenti riferimenti al pensiero dei filosofi dell'antichità e degli scrittori siciliani fra Ottocento e Novecento.
Così l'autore scrive di quegli isolani che sembrano incapaci di comprendere e condividere una realtà comune a tanti altri di loro:
"Mi pare sia stato Eraclito a sentenziare che
"ciascuno sognando ha un proprio personale universo; da svegli, invece, si ha un mondo in comune"
Ti spieghi così il fatto che il siciliano, come il sonnambulo di Eraclito, ha quasi sempre un suo personale universo e sia restio a condividere il mondo con gli altri, a svegliarsi del tutto, anche perché ostacolato dalla tirannia solare e ancora di più perché favorito dalla tendenza teatrale, dalla capacità di immaginarsi, di fingersi e di recitarsi ragioni e torti degli altri, che perciò si risparmia la fatica di incontrare e di cercar di capire nella loro realtà"
martedì 30 dicembre 2025
LA PRUA VERSO SPINAZZOLA, NELL'ARCIPELAGO DI PANAREA
| Lo scoglio eoliano di Spinazzola. Fotografia tratta dall'opera citata nel post |
"Panarea è la maggiore isola di un piccolo arcipelago costituito da Basiluzzo, Spinazzola, Lisca Bianca, Dattilo, Bottaro, Lisca Nera nonché dai cinque scogli di Panarelli e dai quattro scogli detti Formiche. Questi nuclei vulcanici - si legge nell'opera "La Sicilia", collana "Coste D'Italia", edita nel 1968 a Milano da ENI - emergono da una unica piattaforma profonda 50 metri che a sua volta si innalza sui fondali di 500 metri: da qui l'ipotesi di un unico antico complesso vulcanico. La vita su questi scogli deve essere stata in altri tempi molto più abbondante di adesso: tracce preistoriche e romane sono presenti a Basiluzzo ( c'era anche una darsena d'epoca romana, attualmente sommersa ), greche e romane a Lisca Bianca, mentre dal neolitico alla fine dell'Impero Romano fu abitata Panarea..."
La fotografia dell'imbarcazione da carico a vela in navigazione con la prua in direzione di Spinazzola e, più oltre, verso Stromboli, è tratta dalla rivista "Le Vie d'Italia", edita dal Touring Club Italiano nell'ottobre del 1949.
lunedì 22 dicembre 2025
MEMORIE GENOVESI DELL'URBANISTICA STORICA DI TRAPANI
Via dei Sette Dolori a Trapani,
fotografia tratta da un reportage
realizzato da Flavio Colutta nel 1956.
Opera citata nel post
"Le vie della città vecchia ricordano i carrugi genovesi. Le case sono fatte di un bel tufo dorato"
E' questa la didascalia che corredò la fotografia pubblicata nel marzo del 1956 dalla rivista "L'Illustrazione Italiana" ( attribuita a "Ente Provinciale per il Turismo" ) e riproposta in questo post. L'immagine ritrae via dei Sette Dolori a Trapani; illustrò insieme ad altre un reportage realizzato dal giornalista e scrittore Flavio Colutta, arrivato nella più occidentale grande città dell'Isola per descriverne anche le condizioni sociali e di vita. Colutta la "girò in lungo ed in largo, per afferrarla, nel dedalo di vie che ne fendono la parte più vecchia, in viuzze gremite di gente e risonanti di voci, tra palazzetti di buona architettura, portali e finestre orlate di cornici ben scolpite", e giungendo infine a questa considerazione:
"L'architettura che si è svolta qui è un'architettura di muratori anonimi, ma architetti nati, che ha obbedito alla particolare situazione di Trapani, e obbedendole l'ha fatta sua ed umana... Ci sono i vicoli da tollerare, vicoli scuri, senza colore, che a volte i caldissimi venti del Sud rendono soffocanti, e nei quali il sole scompare prima della sua ora. Ma c'è l'arioso cortile. Vi si entra ed è come passare da un lungo crepuscolo all'indimenticabile chiarità della Sicilia..."
venerdì 19 dicembre 2025
"SICILIA ISOLA CONTINENTALE" DI FRANCO LO PIPARO
Una sferzante e illuminante analisi sul "paradosso del sicilianismo"
"Nello Statuto ( siciliano n.d.r ) è presente un articolo programmatico che riassume bene la storia e il senso dell'identità siciliana. Ne è, per così dire, il coronamento emblematico. Mi riferisco all'articolo 38:
"Lo Stato verserà annualmente alla Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi, in base ad un piano economico, nell'esecuzione di lavori pubblici. Questa somma tenderà a bilanciare il minore ammontare dei redditi di lavoro nella Regione in confronto alla media nazionale. Si procederà ad una revisione quinquennale della detta assegnazione con il riferimento alle variazioni dei dati assunti per il precedente computo"
L'art. 38 è un vero e proprio lapsus freudiano. I suoi estensori sanno con certezza che "i redditi di lavoro nella Regione" avranno sempre un "minore ammontare in confronto alla media nazionale". Una profezia che è anche un programma etico-politico. Lo Statuto è la manifestazione politica dell'equivoco della fantasmatica identità siciliana: identità fatta di richieste di risarcimenti per presunti torti subiti piuttosto che di progetti politici tesi a creare le condizioni per un assetto culturale e istituzionale capace di competere con le parti più modernizzate e attrezzate del resto del paese..."
Franco Lo Piparo, "Sicilia isola continentale. Psicoanalisi di una identità", Sellerio editore Palermo, 2024, 318 pagg.
giovedì 18 dicembre 2025
STORIA, MITO E PESCI D'APRILE: L'ARDUO RACCONTO DELL'ISOLOTTO DELLE FEMMINE
| L'isolotto delle Femmine. Fotografie Ernesto Oliva-ReportageSicilia© |
Ci ha provato anche un saggista e docente universitario di Letteratura italiana autorevole come Massimo Onofri a scrivere la storia dell'isolotto palermitano delle Femmine, districandosi fra leggende e ricostruzioni dei fatti di difficile verifica: un esercizio che ingannò anche lo storico Tommaso Fazello, che nel secolo XVI vi individuò il sito della colonia fenicia di Mozia. Il tentativo di Onofri si può leggere nel saggio "Passaggio in Sicilia", edito da Giunti Editore nel 2016:
"Credo che soltanto in Sicilia possa esistere un nome come questo, su cui per altro s'è molto almanaccato: dico la Sicilia degli "ingravidabalconi" di Verga, delle cavallerie rusticane di compare Turiddu, degli stilnovisti patologici di Brancati. Nome, insomma, d'origine quanto mai misteriosa e catalizzatore di molte leggende. Diciamo allora, che, tra tutte le fantasie etimologiche, quelle che paiono avere una maggiore plausibilità mi sembrano due. La prima: che vuole il nome derivato dal latino "fimis", in quanto traduzione dell'arabo "fim", e cioè bocca, a indicare il canale che separa l'isola dalla terraferma, come risulterebbe, per altro, in un documento del 1176 legato a Guglielmo II. La seconda: che punta sul sintagma latino "Insula Fimi", risultato d'un processo di italianizzazione dell'antico Isola di Eufemio, e cioè il nome del generale Eufemio di Messina, governatore bizantino della Sicilia.
Tra le leggende, la più suggestiva ma anche la più popolare, mi pare quella che si lega all'altra ipotesi che lì, in quella torre, vi fosse una prigione per sole donne. Sicché la tradizione vuole che fossero qui vissute, per sette anni, tredici fanciulle turche, macchiatesi di gravi colpe, e per questa ragione imbarcate dai loro stessi familiari su una nave senza timoniere e alla deriva, fino a quando una tempesta non le fece approdare sull'isolotto. Ma non è finita qui: ritrovate dopo tante ricerche dagli stessi parenti ormai pentiti, insieme alle famiglie decisero di stabilirsi sulla terraferma, dove fondarono, in memoria della pace ritrovata e unendosi ai maschi nativi, una colonia che chiamarono Capaci ( "ca 'a paci": e cioè qui la pace ), e battezzando appunto l'isolotto Isola delle Femmine. A ogni modo, già Plinio il Giovane, in una sua lettera all'imperatore Traiano, la descriveva come "parva et pulcherrima insula mulieribus", per dire di femmine bellissime lì residenti, che si concedevano in premio ai guerrieri più coraggiosi..."
Nella sua storia dell'isolotto delle Femmine, Massimo Onofri non ha mancato di dare conto di una notizia che nel 2015 fu il frutto di un giornalistico "pesce d'aprile": quello secondo cui emissari russi di Vladimir Putin ne avrebbero trattato l'acquisto , progettando di costruirvi un resort di lusso ed un ponte che l'avrebbe dovuto collegare alla borgata di Sferracavallo.
Malgrado i suoi appena 15 ettari e l'assenza di abitanti, in tempi recenti l'isola delle Femmine è stata al centro di altri e documentabili fatti di cronaca. Nel 2017 - 20 anni dopo l'istituzione di una riserva naturale gestita dalla LIPU - giunse l'informazione della sua messa di vendita per un importo di 3 milioni e mezzo milioni di euro da parte di un'agenzia internazionale. Nella sorpresa di tanti, la marchesa Pilo Bacci - discendente di Rosolino Pilo - dichiarò allora di essere la proprietaria dell'isolotto, che a suo dire avrebbe fatto parte di un più vasto feudo di proprietà familiare. Fu allora che un gruppo di donne artiste - fra queste la fotografa Stefania Galegati - avviò un progetto di finanziamento collettivo per l'acquisto dell'isolotto, allo scopo di farne un visionario luogo di ispirazione sui temi dell'ecologia e delle relazioni umane. Nel frattempo, un funzionario dell'assessorato regionale al Territorio precisò che l'isola delle Femmine sarebbe di proprietà della Regione Siciliana. La questione della titolarità, ad oggi, sembra essere ancora irrisolta, ad alimentare le secolari vicende di questo lembo di terra galleggiante fra mare e cielo, fra realtà ed immaginazione della sua storia.
venerdì 12 dicembre 2025
"MATUSALEMME", L'ULIVO MILLENARIO DI SAN MAURO CASTELVERDE
| "Matusalemme", l'ulivo monumentale nelle campagne di San Mauro Castelverde. Fotografia Ernesto Oliva-ReportageSicilia© |
Antica terra di uliveti quella di San Mauro Castelverde, delle varietà "Giarraffa" ( detta anche "Cefalutana" e "Ciocca" ) e della negletta "Crastu" ( "Pizzulidda" ), che cresce bene in terreni poveri e che possiede un'altissima percentuale di polifenoli. Il paesaggio agricolo in questo comprensorio delle Madonie si presenta molto ricco di uliveti soprattutto nelle contrade Borrello, Carsa, Botindari e Scala; ed è in quella di contrada Mallìa che si impone su tutti gli altri ulivi quello millenario conosciuto a San Mauro Castelverde con il nome di "Matusalemme". Si tratta di una pianta alta oltre 22 metri, cresciuta in una vallata dove scorre il fiume Pollina e sopravvissuta in tempi passati - pare - ad un incendio. Studi condotti dall'Università di Palermo ne hanno stimato un'età prossima ai 1.800 anni. Custode di quest'albero monumentale è l'olivicoltore locale Giuseppe Giaimo, che pochi anni fa scongiurò il rischio che "Matusalemme" venisse estirpato per ricavarne legna da ardere.
Proprio a San Mauro Castelverde è stato recentemente istituita all'interno dell'ex complesso monastico della Badìa una singolare "Banca dell'Olio delle Madonie": un luogo dove si conservano decine di bottiglie di olio di produttori madoniti, e che aspira a diventare una struttura da destinare allo studio ed alla promozione della coltura olearia siciliana. Le Madonie, del resto, hanno avuto un ruolo storico nella diffusione degli ulivi nell'Isola. Nel corso del XV secolo la famiglia dei Ventimiglia ne favorì la coltivazione nei propri feudi, permettendo ai contadini di impiantarli, diventando proprietari delle sole piante.
domenica 7 dicembre 2025
martedì 2 dicembre 2025
LUDOVICO SICARDI, IL CHIMICO CHE STUDIO' LE FUMAROLE DI VULCANO
| Una roccia vulcanica a Vulcano, a ricordo dell'eruzione dell'agosto del 1880. Fotografia di Ludovico Sicardi, opera citata nel post |
Si devono al chimico e farmacista ligure Ludovico Sicardi preziose osservazioni scientifiche compiute a Vulcano e a Stromboli a partire dal 1921. Appassionato cultore dei fenomeni vulcanici, dopo avervi condotto ricerche minerarie ( zolfo e allume ) scelse Vulcano per analizzare le variazioni del flusso e delle temperature delle sue fumarole, sottoponendole ad esami chimici. Per Sicardi, le Eolie furono così per anni un arcipelago di studio e sperimentazione pionieristica; scelse anche Stromboli come luogo di residenza durante il secondo conflitto mondiale. Dal settembre del 2021 le fumarole studiate per primo da Sicardi vengono osservate con attenzione a Vulcano dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e dall'Università di Ginevra, con sistemi di rilevazione ben più avanzati rispetto a quelli sperimentati dal chimico ligure.
Dei meriti scientifici di Ludovico Sicardi ha scritto il geochimico e vulcanologo Marcello Carapezza nel saggio "Molti fuochi ardono sotto il suolo. Di terremoti, vulcani e statue" ( Sellerio editore Palermo, 2017 ). Carapezza sentì così il dovere di riconoscere il contributo da lui fornito alla vulcanologia:
"Quest'uomo morì quasi sconosciuto alla comunità delle Scienze della Terra e questo perché i suoi lavori scientifici su Vulcano, Stromboli e i Campi Flegrei erano ( ... ) una risposta profondamente anticipatrice ad una domanda non ancora posta"
La documentazione scientifica di Sicardi sulle Eolie è conservata a Lipari, all'interno della sezione vulcanologica del Museo "Bernabò Brea". Il ricercatore ebbe anche modo di dedicarsi alla divulgazione dei suoi studi in pubblicazioni destinate al grande pubblico.
Ne è un esempio un reportage pubblicato sulla rivista del Touring Club Italiano "Le Vie d'Italia" nel novembre del 1954, dal titolo "L'isola di Vulcano" e corredato da alcune fotografie dello stesso Sicardi. In questo scritto, il chimico ligure dimostrò, oltre alle competenze di natura scientifica, la sua abilità descrittiva della geografia e del paesaggio eoliano:
"Le isole non sono distribuite a caso, ma si irradiano su tre diverse direzioni, quasi con eguale angolo, da un punto poco più a nord dell'isola di Lipari. Qui la crosta terrestre sembra avere ricevuto dall'interno tale urto da restarne spezzata, con la conseguenza di quel caratteristico irraggiamento di fratture sulle quali sono poi sorti i coni vulcanici delle Eolie. Oggi le manifestazioni dell'attività vulcanica sono concentrate esclusivamente su Stromboli e Vulcano, agli estremi cioè delle due radiali di levante, mentre nelle altre isole non appaiono che sporadiche sorgenti termali e solo Panarea ha una striscia di deboli fumarole..."
Poi il racconto di Sicardi indugiò sulla descrizione delle condizioni di vita degli abitanti di Vulcano, all'epoca isola di migrazione verso continenti lontanissimi:
"Vulcano è l'isola più vicina alla Sicilia. Il postale, che ogni mattina parte da Milazzo, prima di giungere a Lipari, vi fa scalo e ritorna nel pomeriggio. Non molto tempo addietro, il servizio faceva scalo soltanto a Lipari, rendendo arduo il collegamento di Vulcano con le linee di navigazione delle Eolie.
Alla facilità delle comunicazioni si aggiunge oggi la possibilità di un soggiorno confortevole per due appassionate iniziative locali: quella di Giulio Giuffrè sulla riva del Porto di Levante presso una salutare sorgente e l'altra dei Favaloro a mezza via tra le insenature di Ponente e di Levante. I campi ancora sabbiosi lasciano crescere una vite a basso cespuglio, ma capace di un vino molto generoso; gli orti vivono soprattutto dell'umidità un poco calda del sottosuolo; nel mare ci sono ampie possibilità di pesca.
Queste sono le risorse dell'isola, la quale, per il resto, è ampiamente fornita da Lipari e da Milazzo. Il turista insomma può viverci tranquillamente, pensando solo a percorrere l'isola a piedi o sul dorso di mansueti muletti per i facili sentieri che legano tutte le località e comodamente portano alla cima fumosa del Gran Cono e tra gli spenti crateri del Piano.
Nell'isola non vivono che poche centinaia di persone ospitali e cordialissime, divisa tra il Porto di Levante e il Piano, non ancora del tutto insensibili al richiamo dell'Australia che tanti ha strappato finora all'isola, offrendo aiuti più efficaci di quelli che il suolo e il mare di Vulcano possano offrire..."