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martedì 13 gennaio 2015

LE VESTALI DEL TEATRO DI TAORMINA

Movimento ed eleganza fuori dai cliché paesaggistici  di due danzatrici  fra le pietre del teatro di Taormina

Coreografia di vestali sule pietre
del teatro greco-romano di Taormina.
L'immagine è tratta dall'opera
"GuidaAgenda di Messina 1952" edita da Edizione Catri


Gran parte delle fotografie del teatro greco-romano di Taormina pubblicate su libri o riviste rientrano nel genere delle "foto-cartolina".
E' questo il destino comune a tutte le immagini dei più noti monumenti, siciliani e non: il tempio della Concordia, ad Agrigento, il Colosseo a Roma o la torre pendente a Pisa.
L'unicità di questi monumenti ne rende difficile una rappresentazione che esca fuori dalla convenzionalità; nel caso dell'opera taorminese, la sua collocazione fra il mare dello Jonio e la vetta possibilmente fumante dell'Etna.
La fotografia riproposta nel post e pubblicata nella "GuidaAgenda Messina 1952" delle Edizioni Catri sfugge però a questa catalogazione.
Qui, il teatro di Taormina diventa una semplice quinta architettonica sulla quale si muove l'elegante coreografia di due donne con il costume da vestali.
Le loro figure - parte della scena di uno spettacolo classico - restituiscono il movimento umano alle pietre di un edificio cristallizzato in uno scenario ambientale trasformato da molti fotografi in uno stereotipo della Sicilia.


     

domenica 11 gennaio 2015

I CASTELLI DI MARE DI FOSCO MARAINI




Sei fotografie  dell'etnografo fiorentino illustrarono nel 1956 in un volume di Alba Drago Beltrandi il volto dei castelli costieri siciliani
Il castello di Solanto, lungo la costa tirrenica palermitana.
Come molti altri edifici fortificati costruiti
sul litorale della Sicilia, la sua nascita fu legata
alla necessità di difendere le strutture di una tonnara.
Le immagini del post portano la firma di Fosco Maraini
e vennero pubblicate nel saggio di Alba Drago Beltrandi
"Castelli di Sicilia", edito nel 1956 da Silvana Editoriale d'Arte Milano



Terra di invasioni millenarie e di secolare latifondo, la Sicilia è un'isola ricca di castelli.
Quelli più noti e meglio conservati sono forse a MussomeliCaccamoCarini, tutti costruiti nelle zone interne dell'isola.
Meno conosciuti e imponenti sono invece altri castelli o "castelletti" costruiti a ridosso delle coste, come nel caso di quelli documentati dalle sei fotografie riproposte dal post.
Le immagini sono tratte dall'opera pubblicata nel 1956 da Alba Drago Beltrandi intitolata "Castelli di Sicilia", edita da Silvana Editoriale D'Arte Milano.
Autore degli scatti fu Fosco Maraini, etnologo e viaggiatore fiorentino che alla Sicilia fu legato da motivi familiari ed il cui nome è stato altre volte citato da ReportageSicilia.

Il castello palermitano di San Nicolò l'Arena,
fondato su una bassa scogliera in riva al mare nei pressi di Trabia


Il castello di Aci Castello,
costruito sulla roccia lavica catanese dello Jonio


Buona parte dei castelli costieri dell'isola nacquero in origine come edifici fortificati a difesa di "caricatori" di grano, di tonnare o di piccoli insediamenti agricoli della zona.
Il passare dei secoli e la scomparsa del rischio di incursioni corsare hanno fatto decadere  l'utilizzo militare di queste strutture; molte sono state riedificate, ampliate o modificate per un uso residenziale, al punto da renderne quasi irriconoscibile l'aspetto originario.
Oggi, quei manufatti destinati un tempo a difendere l'incolumità delle persone e dei beni del territorio costiero sono stati destinati - magari dopo continui passaggi di proprietà - a scopi alberghieri o ad uso privato.

Il castello di Falconara, lungo la costa nissena


Il castello trapanese di Castellammare del Golfo


La loro presenza su alte scogliere rocciose o a ridosso di lunghe strisce di sabbia si impone ancora su quella edilizia turistico-residenziale che tanti scempi ha fatto, in tempi recenti, lungo il perimetro dell'isola.   
Nell'introduzione al volume, Alba Drago Beltrandi così riassumeva lo spirito della sua ricerca:

"Ho intrapreso questo lavoro unicamente per il mio vivo, personale interesse alle antiche, storiche dimore e, nel procedere, la passione sempre crescente per i luoghi e gli eventi di cui trattasi ed i miti e le leggende che li circondano, mi ha condotto anche a visitare tutti i castelli, fino ai più remoti e scoscesi; per conoscerne ed osservare da presso le strutture e le forme e quasi per meglio intendere, dal loro muto linguaggio, l'eco lontanissima di talune secolari vicende.

Il castello Maniace, sul mare di Siracusa

Ed i castelli, in una certa epoca, vi furono al centro ed ebbero sempre una propria vita, a volte piena di poesia o più spesso - in quel tempo denso di passioni funeste - torbida ed inquieta, impetuosa e spietata ma pur sempre calda e umana..." 



giovedì 1 gennaio 2015

DISEGNI DI SICILIA


PALERMO, disegno pubblicato sulla copertina di una pianta turistica della città SHELL edita nel 1968

mercoledì 31 dicembre 2014

GLI ULTIMI EPIGONI DEL CARRETTO

In un libro del 1959 dello studioso catanese Salvatore Lo Presti le immagini di cinque artigiani di una forma d'arte allora ormai al tramonto

L'intagliatore Ignazio Russo mentre rifinisce
un mascellaro di carretto.
Le fotografie del post vennero pubblicate nell'opera
dello studioso catanese Salvatore Lo Presti
"Il carretto", edita da Flaccovio a Palermo nel 1959

Uno dei primi organici saggi dedicati al carretto ed ai suoi artefici - carradori, intagliatori, pittori, fabbri ferrai, costruttori di finimenti e bardature - si deve all'opera dello studioso catanese Salvatore Lo Presti.
Il libro si intitola semplicemente "Il carretto" e venne pubblicato nel 1959 da Flaccovio a Palermo con una tiratura limitata a 2500 copie, mille delle quali numerate a mano e destinate "ai prenotati".
Proprio per il numero ridotto di copie prodotte, "Il carretto" è oggi un'opera piuttosto rara a trovarsi.
Chi volesse gustarne i contenuti, può contare sulla disponibilità di poche biblioteche pubbliche o sull'acquisto on-line del libro di antiquariato. 
Nel post, ReportageSicilia ripropone cinque fotografie che illustrarono le pagine di Lo Presti.

Il carradore Salvatore Quartarone,
in un'immagine firmata Consoli di Catania

La scelta - non facile, visto l'interesse e la bellezza di molte delle 84 immagini - ha privilegiato gli scatti che hanno ritratto in quegli anni l'attività degli ultimi artisti del carretto: l'intagliatore Ignazio Russo fotografato mentre rifinisce un mascellaro, il carradore Salvatore Quartarone dalle enormi mani e il pittore Salvatore Lombardo - tutti catanesi - e gli altri pittori Nunzio Pellegrino e Domenico Ducato, di Castelvetrano e Bagheria

Il pittore di Castelvetrano Nunzio Pellegrino,
in un'immagine firmata Foto Varvaro
    
Il libro offre una rassegna completa della storia del carretto in Sicilia, analizzando, provincia per provincia, le differenze stilistiche del gruppo di artigiani ed artisti che hanno concorso alla costruzione di un'opera di abilissima manualità e divenuta negli ultimi decenni solo un semplice simbolo del folclore isolano nel mondo.
Sintesi di quell'arte è stata, per Lo Presti, un carretto realizzato nel 1956 nel catanese da un gruppo di "valentissimi artigiani":

"Il carradore Salvatore Chiarenza di Belpasso, i fabbri ferrai fratelli Concetto e Vincenzo Santapaola di Catania, lo scultore Ignazio Russo, pure di Catania, e il pittore Antonino Liotta di Paternò, morto alcuni mesi dopo ultimata la sua opera.
Ognuno di essi ha dato il meglio della propria arte, per la goia di un agricoltore di Borrello ( frazione di Belpasso ), il signor Giuseppe Apa, che ha speso oltre un milione, e per la maggior gloria dell'artigianato isolano". 

Il pittore Salvatore Lombardo,
in una fotografia firmata Nasca


Nella breve prefazione, Salvatore Lo Presti dedicò la sua opera a Ettore Li Gotti e Antonio Daneu, studiosi, ricercatori e collezionisti dell'arte popolare siciliana scomparsi poco prima della pubblicazione del volume.
Citando entrambi come maestri del suo studio, Lo Presti ha consegnato alla saggistica dedicata a questi mezzi di trasporto trasformati in opera d'arte un libro ricchissimo di informazioni.
Gli eccessi lirici a volte pesano sulla narrazione e sul rigore filologico dell'autore, come nell'introduzione:

"Il carretto siciliano: un'orgia di colori, una scia d'oro. 
Le strade, al suo passaggio, s'illuminano.
Sole, zolfo, arance, limoni, cielo, mare, campagna verdissima, melloni di fuoco, fichidindia e lava dell'Etna.
C'è tutta la Sicilia - dalla 'cassa' agli 'sportelli', dalle ruote alle aste - tutta la Sicilia con i suoi panorami asprigni, le sue lontananze, i profumi misteriosi che le giungono dall'Oriente.
Gelsomini d'Arabia e 'balaco', garofani incantati e gigli di Sant'Antonio, nella mescolanza salsojodica dei venti del Mediterraneo.
La Primavera sorride sul cammino dell'Eternità..."

Il pittore Domenico Ducato
mentre completa i pannelli che raffigurano
il Sultano Saladino che riceve i prigionieri
e l'ingresso di Rinaldo e delle sue truppe a Montalbano.
La fotografia è di Giovanni Coglitore


Infine nell'analisi storica della secolare storia del carretto manca la percezione del tramonto di questo mezzo di trasporto e dell'imminente scomparsa dei suoi artefici.
Nel 1959 - anno di pubblicazione del libro - anche in Sicilia l'avvento della motorizzazione cominciava a mutare gusti e bisogni di commercianti e contadini.
Al signor Giuseppe Apa di Borrello - capace di spendere un milione di lire per la commissione di un carro a "maggior gloria dell'artigianato isolano" - si sostituirono centinaia di clienti di furgoni o Fiat 500 e 600 acquistate con le cambiali.
Così, l'affascinante lettura de "Il carretto" appare oggi un tributo ad un mondo rurale ed a vecchi mestieri già all'epoca diventati il passato dell'isola. 

  
  



martedì 30 dicembre 2014

SICILIANDO














"Non capisco in tutta sincerità  come i politici siciliani non riescano a gestire il patrimonio dell'isola in maniera corretta. Anzi, non lo gestiscono affatto.  Da tempo.
Nel mondo intero, non esiste alcun posto con così tanti tesori come la Sicilia.
Non esiste un altro luogo con una concentrazione così densa di meraviglie. Eppure, dopo tanti discorsi, continue nomine di assessori regionali, soprintendenti et similia, siamo all'anno zero.
L'amara realtà è che la Sicilia  non è capace di gestire l'immensa fortuna che ha"
Raymond Boldin,
presidente onorario del Comitato Città e Villaggi Storici UNESCO 


domenica 28 dicembre 2014

RITRATTO VENETO DEL BOSS PIETRO TORRETTA



Dalla borgata Uditore al soggiorno obbligato a Cittadella, nel padovano: nelle fotografie pubblicate nel 1970 dalla "Domenica del Corriere", la parabola criminale  del boss palermitano Pietro Torretta


Il boss palermitano dell'Uditore Pietro Torretta
a passeggio con una figlia a Cittadella, nel padovano.
La cittadina veneta ospitò il suo soggiorno obbligato
a partire dal maggio del 1970.
Il reportage fotografico riproposto da ReportageSicilia
venne pubblicato il 2 giugno
dal settimanale "Domenica del Corriere".
Le immagini furono realizzate da Gillo Faedi
ed accompagnarono un articolo di Cesare Marchi



L'uomo con gli occhiali scuri, il vestito color fumo di Londra ed il cappello color crema che passeggia in strada insieme ad una figlia è un boss palermitano assai noto alle vecchie cronache di mafia.
Gli archivi giudiziari che lo riguardano ne citano il nome addirittura per un'indagine che nel 1948 riguardò il rapimento del possidente Giuseppe Gulì da parte della banda Giuliano.
All'epoca dei primi quattro  scatti riproposti nel post da ReportageSicilia - nel maggio del 1970Pietro Torretta aveva 58 anni ed era conosciuto come il capo della cosca della borgata Uditore.
Nel rapporto di polizia giudiziaria scritto dal tenente dei Carabinieri Mario Malausa nel marzo del 1963 - tre mesi prima della strage di Ciaculli, in cui l'ufficiale perse la vita - si riassume così l'ascesa di Torretta ai vertici della mafia palermitana:

"Notoriamente affiliato alla mafia, la quale lo impose quale amministratore dei fondi del marchese De Gregorio, ha raggiunto una florida posizione economica ed è diventato un uomo di massimo rispetto"
 
Nelle immagini di Gillo Faedi pubblicate sulla "Domenica del Corriere" del 2 giugno 1970, Torretta viene ritratto nei primi giorni di libertà vigilata a Cittadella, ordinata e tranquilla cittadina in provincia di Padova.
Il reportage - firmato dal giornalista Cesare Marchi ed intitolato "El sior mafioso" - riferiva le vicende criminali di Pietro Torretta, alcune dichiarazioni rese dal boss al cronista e le reazioni di alcuni abitanti di Cittadella dopo l'arrivo del secondo ospite "giudiziario" siciliano. 
Da qualche mese infatti, il paese era sede del soggiorno obbligato di Giuseppe Palmeri, boss di Santa Ninfa: una misura di sorveglianza che non gli impediva di guidare dal Veneto un imponente traffico di eroina fra Medio Oriente, Francia e Stati Uniti con la complicità di Leonardo Crimi, altro capomafia trapanese al soggiorno obbligato a Conegliano, nel trevigiano.   


Prima di mettere piede a Cittadella - il 15 maggioPietro Torretta aveva trascorso un lungo periodo di detenzione nel carcere di Cosenza.
Il carcere era stato la conseguenza di una condanna in I grado a 27 anni per un duplice omicidio compiuto sette anni prima nel salotto del suo appartamento dell'Uditore, al civico 6 di via Antonio Lo Monaco Ciaccio.
Grazie ad un decreto legge che in quel periodo aveva posto un limite di quattro anni alla custodia preventiva nella fase del giudizio, Torretta - dopo avere pagato una cauzione di cinque milioni di lire - era riuscito ad ottenere la libertà vigilata lontano dalla Sicilia.


L'episodio - uno dei tanti della cruenta guerra fra i clan Greco e La Barbera per il controllo delle attività edilizie in città - monopolizzò le cronache giornalistiche palermitane per giorni: il 19 giugno 1963 Giacomo Conigliaro e Pietro Garofalo, sicari del clan Greco di Ciaculli, tentarono di uccidere Pietro Torretta.
La reazione del capomafia dell'Uditore, ufficialmente un semplice produttore e venditore di agrumi, fu però implacabile.
Nel conflitto a fuoco, Conigliaro e Garofalo persero la vita mentre Torretta fu colpito alla rotula destra: di quella ferita avrebbe portato in seguito il segno nella camminata claudicante.
In seguito, il boss dell'Uditore - il cui nome apriva una lista di 54 mafiosi palermitani redatta dal giudice Cesare Terranova - si sarebbe dato alla latitanza.


I Carabinieri lo avrebbero arrestato la notte del 9 febbraio del 1964 in una modesta palazzina di via Monsignor Serio 9, a due passi dalla sua abitazione, ospite di un operaio: sotto al suo letto, vennero trovate decine fra pistole e fucili - alcune detenute con tanto di porto d'armi - e alcune richieste di assunzione già compilate all'ufficio personale della Nettezza Urbana di Palermo.
Nel suo reportage, Cesare Marchi inserì queste considerazioni consegnategli da Torretta a passeggio sotto i portici e nei pressi della locanda "Roma", alloggio del boss:

"Scriva sul giornale che io sono innocente e spero molto nel processo di appello.
La prego di leggere i fascicoli del processo e del ricorso in appello per la vicenda dei due cadaveri trovati a casa mia e sui convincerà che ho ragione.
Per il resto, ci pensi Iddio, quello che deciderà lui per me è sempre ben fatto.
Qui sono gentilissimi, gente ammodo, l'aria sana, mi piacerebbe portare su tutta la famiglia, tengo altri tre figli e la moglie a Palermo, ma occorrono molti soldi, hanno detto che sono ricco, no, signore mio, io non sono facoltoso.
Sono un agricoltore. Limoni, aranci, olivi. Ho pensato solo alla famiglia. Mai un divertimento, mai un caffè.
Non conosco la mafia, non so cosa significhi, parola mia..."

Pietro Torretta poche ore dopo l'arresto
avvenuto a Palermo nel febbraio del 1964.
Il boss dell'Uditore è ricordato come uno dei protagonisti
delle sanguinose faide tra clan per il controllo
dell'edilizia nella Palermo degli anni Sessanta.
La fotografia è tratta dal saggio di Giuseppe Fava
"I Siciliani", edito da Cappelli editore nel 1980

A Cittadella, la parabola criminale di Pietro Torretta volgeva già al termine.
A differenza di Giuseppe Palmeri e di tanti altri boss siciliani all'epoca al soggiorno obbligato lontano dalla Sicilia, sembra che Torretta abbia condotto in Veneto vita tranquilla, lontano dagli affari dei clan.
Il mafioso accusato di avere avuto in passato un ruolo da protagonista nella sanguinosa stagione palermitana delle Giuliette imbottite di tritolo e nell'uccisione di decine di persone, trasferì presto il soggiorno obbligato a Massa Lombarda.
Già sofferente di diabete, Torretta morì per un blocco renale nel luglio del 1975.
Un nipote, Francesco Bonura, nei decenni seguenti avrebbe occupato le cronache palermitane di quegli intrecci fra mafia ed imprenditoria edile che hanno stravolto il volto urbano della città: una coltre di cemento che ha cambiato anche il volto del quartiere Uditore, cancellando gli agrumeti di "don Pietro" e con essi il ricordo del suo ruolo di potente capomafia nella Palermo degli anni Sessanta. 








    

  

mercoledì 24 dicembre 2014

IL NATALE DI CORALLO A TRAPANI

I presepi trapanesi del secolo XVIII raccontano il volto più ricco e fastoso del clero e della società siciliana, ma anche l'opera di abili artigiani locali del tempo


"La presenza diffusa del costume di preparare presepi nelle chiese è ampiamente attestata, per il secolo XVII, in tutta l'Isola.
Da uno spoglio dei registri contabili di alcune chiese siciliane, risulta che presepi scenograficamente molto curati erano allestiti a Monreale, a Messina, a Palermo.
La visita del presepe, già in chiesa, in seguito avverrà nelle case private, ed era occasione di incontri con rinfreschi.
Questo uso del presepe in funzione di intrattenimento, insieme al suo trasformarsi in oggetto d'arte, spiega anche la sua evoluzione a partire dallo stesso secolo, in senso puramente arredatorio.
Rinchiuso dentro una bacheca di vetro, in siciliano 'scaffarata', forse dal catalano 'escaparata', il presepe veniva utilizzato nelle famiglie aristocratiche e borghesi come soprammobile di pregio".

Questa ricostruzione storico-sociologica della diffusione del presepe in Sicilia porta la firma di Antonino Buttitta e si legge nell'opera edita da Novecento "Coralli, talismani sacri e profani - Catalogo della mostra "L'arte del corallo in Sicilia", che si svolse a Trapani dal 1 marzo al 1 giugno del 1986.
Da quella pubblicazione sono tratte le immagini riproposte da ReportageSicilia.


Proprio Trapani fino al secolo XVIII fu una delle città più ricche dell'isola, grazie al suo porto commerciale ed allo sfruttamento di risorse locali come le saline, le coltivazioni di olivo, uva e grano e l'estrazione del corallo.
Proprio l'arte di abilissimi artigiani del corallo ha tramandato i più preziosi presepi della Sicilia, ovviamente riservati a ricche famiglie e chiese dalle rendite cospicue.
Il più noto fra quegli artisti trapanesi fu Giovanni Matera ( 1653-1718 ), che formò una scuola familiare ed una schiera di imitatori più o meno abili.
Altri maestri del presepe in corallo furono Andrea Tipa ( 1725-1766 ) e Antonio e Domenico Nolfo.
Nel periodo più tardo di questa forma di artigianato, il corallo ebbe un utilizzo sempre più ridotto; nelle composizioni del paesaggio, dell'architettura e dei personaggi del presepe fecero la loro comparsa l'avorio, la madreperla, l'alabastro, il marmo, il legno ed il sughero.