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mercoledì 25 febbraio 2026

CONTROVERSIE E DUBBI IRRISOLTI DE "L'ANNUNCIATA" DI ANTONELLO DA MESSINA

L'"Annunciata" di Antonello da Messina
esposta all'interno della Galleria Regionale della Sicilia
di Palazzo Abatellis, a Palermo.
Fotografia tratta dal mensile "Le Vie d'Italia"
edita dal Touring Club Italiano
nel gennaio del 1957


"Il 1906 fu un anno infausto per Salaparuta. Morto monsignor Di Giovanni, l'Annunziata di Antonello da Messina era passata alla sorella Francesca, la quale si fece persuadere dal direttore della Galleria delle Belle Arti di Palermo, Antonio Salinas, a cederla alla Galleria, per una migliore conservazione. Fino a non pochi anni fa vi si leggeva accanto: "Dono di mons.V.Di Giovanni". Oggi non più..."

In "Salaparuta nella storia", un saggio redatto ed edito nel 2002 da Mariano Angelo Traina, si accenna brevemente alle controverse circostanze che determinarono il trasferimento di uno dei capolavori di Antonello da Messina dal paese del Belìce a Palermo. L'opera, esposta all'interno della Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis, secondo gran parte della critica venne eseguita a Venezia intorno al 1475. Non è noto chi sia stato il committente, né sono chiari i passaggi di proprietà dell'"Annunciata" nel corso dei secoli. Sembra che nel 1866 lo storico dell'arte Gioacchino Di Marzo l'avesse vista a Salaparuta, nell'abitazione di monsignor Vincenzo Di Giovanni, eclettica figura di ricercatore d'arte, filologo e filosofo. 



Il sacerdote avrebbe allora dato indicazione di avere acquistato il dipinto - 34,5 per 45 cm., più piccolo della "Gioconda" e fino ad allora attribuito a Durer - dalla famiglia di origini spagnole Colluzio, presente in Sicilia a Palermo, Marsala ed in altre località del Val di Mazzara. Dopo la morte del Di Giovanni, Antonio Salinas - "uno dei più importanti conservatori museali che vi siano mai stati in Sicilia" - ha scritto Piefrancesco Palazzotto ( in "La realtà museale a Palermo tra l'Ottocento e i primi decenni del Novecento", dall'opera "E.Mauceri, Sicilia", edita a Palermo da Flaccovio nel 2009 ) - si sarebbe recato a Salaparuta. Pare che qui abbia richiesto ed ottenuto il dono dell'opera dalla sorella del sacerdote, in nome dell'antica amicizia con il fratello defunto. La verità sulle modalità con cui avvenne questa cessione sarà difficilmente chiarita. E' però assai probabile che il trasferimento del dipinto abbia potuto salvarlo dalle devastanti conseguenze del terremoto che nel gennaio del 1968 colpì l'intero centro abitato di Salaparuta.



Fra i molti dati incerti sulle vicende che riguardano "L'Annunciata" di Antonello da Messina uno riguarda anche l'identità della modella utilizzata per l'esecuzione del dipinto. Si legge a questo riguardo nell'esaustivo saggio di Mauro Lucco, Giovanni Taormina e Renato Tomasino "Il mistero dell'Annunciata" ( I libri di Emil, 2018, Bologna ):

"Alcune ipotesi, sostenute anche da pubblicazioni su giornali di ispirazione cattolica, vogliono che la giovane ritratta da Antonello sia santa Eustochia Calafato ( al secolo Smeralda ), nata a Messina nella stessa epoca di Antonello, precisamente il 25 marzo del 1434 ( ... ) L'età della Calafato non coinciderebbe con quella dell'Annunciata. Il volto dipinto da Antonello riporta dunque i tratti somatici di una donna che all'epoca avrebbe dovuto avere non più di trent'anni, mentre Smeralda, nel periodo in cui l'opera venne realizzata, dalle notizie acquisite avrebbe dovuto averne quarantadue. A questo si aggiunga che nel Medioevo il processo di invecchiamento era certamente più rapido rispetto ai giorni nostri..." 

 

       

martedì 24 febbraio 2026

LA SICILIA MEDIEVALE A FORMA DI CUORE DI GERVASIO DI EBSTORF


 

LE SUGGESTIONI TRAPANESI DI DANIEL SIMOND

Uno scorcio di Trapani.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Nel saggio "Sicilia" edito da Salvatore Sciascia ( Caltanissetta-Roma, 1956 ), lo scrittore di viaggi svizzero Daniel Simond rimase così suggestionato dal paesaggio di Trapani:

"Ovunque non vi sono che case bianche, quadrate, con terrazze che d'estate sembrano prostrarsi nel calore torrido... Gli spagnoli hanno dato molta importanza a Trapani in quanto il porto era il più vicino alle loro coste. Furono essi ad importare il barocco, lo testimoniano le numerose facciate di questo stile, e gli stessi presepi di corallo e avorio che costituiscono la curiosità del museo Pepoli... Trapani non è una vera e propria città d'arte, tuttavia offre attrattive interessanti... Ma soprattutto in questa città e in questo porto si respira qualcosa di strano, dovuto, senza dubbio, alla coesistenza di elementi italiani, arabi e spagnoli, come alla natura, le cui principali risorse sono il vino, il tonno e il corallo.




Le saline occupano parecchi chilometri quadrati a sud di Trapani. Le circondano mulini a vento attorno ai bacini alimentati dall'acqua di mare; il sole e il vento agevolano l'evaporazione, trasformando queste lagune in altrettante tovaglie abbaglianti di neve. Gli operai, a loro volta, ammucchiano il sale in coni cristallini. Tutto questo candore, aggiunto al volo dei gabbiani, alle vele che solcano il vicino mare, al bianco delle case che in esso si specchiano, dona a Trapani un singolarissimo aspetto..."



lunedì 16 febbraio 2026

APPUNTI SULLA PROIEZIONE DI PIAZZA DEL FILM "SALVATORE GIULIANO" A MONTELEPRE

Immagini del set del film
"Salvatore Giuliano"
 tratte dal saggio di Tullio Kezich
"Salvatore Giuliano"
( Edizioni F.M., Roma, 1961 )


La sera dell'8 marzo del 1962 la piazza di Montelepre fu teatro della proiezione del film "Salvatore Giuliano", girato in buona parte negli stessi luoghi che raccontano la storia del bandito il cui cadavere venne rinvenuto il 5 luglio del 1950, crivellato di proiettili, a Castelvetrano. Quel lontano episodio è rimasto nella memoria della storia di Montelepre, intrecciandosi con la stessa vicenda criminale di Giuliano, che nel film prese il volto di Pietro Cammarata . La proiezione fu voluta dal regista Francesco Rosi e dal produttore Franco Cristaldi, entrambi presenti all'evento. Inizialmente, era stato deciso che avrebbe dovuto avere luogo all'interno dell'unico cinema del paese, ricavato nel 1948 da un vecchio magazzino. Sin dal pomeriggio, il locale fu riempito dai monteleprini, alcuni dei quali accettarono di pagare 500 lire - al posto delle ordinarie 100 - pur di occupare le prime file della sala. Con l'avvicinarsi dell'orario fissato per la proiezione, la ressa di persone fu tale che apparve chiaro come quel cinema non sarebbe bastato ad ospitare centinaia di spettatori. Fu così deciso di allestire un grande telo sul prospetto di un edificio in piazza Flora - luogo giù utilizzato per numerose riprese del film - e di spegnere le luci dell'illuminazione pubblica per consentire la visione della pellicola. In ritardo su quanto stabilito, la proiezione terminò oltre l'una di notte, fra le risate di chi si riconosceva tra le comparse ed i silenzi di chi - come alcuni ex componenti della banda Giuliano reduci dal processo di Viterbo - non esprimeva alcun giudizio sulla narrazione cinematografica dei fatti.  Sembra però che la scena dell'uccisione del bandito da parte di Gaspare Pisciotta - interpretato da Frank Wolff - sia stata accompagnata dall'urlo del fratello Pietro, "è tutto falso!"



Lo scrittore e saggista Gianni Bonina ha così ricordato altre proteste che accompagnarono quella proiezione pubblica del film: 

"Rosi - ha scritto Bonina in "L'isola che trema" ( Avagliano Editore, Roma, 2006 ) - passava le sere al circolo di cultura o a Palazzo Di Bella e i paesani, dall'arciprete al sindaco, gli raccontarono tutto. Ebbe a che fare solo con uomini tanto che non riuscì a trovare una donna disposta a fare da comparsa, sicché fu costretto a scritturare donnine di Palermo. Quando in piazza Flora fu data l'anteprima del film, mentre gli uomini ridevano riconoscendosi le donne fremevano disconoscendosi finché si alzarono inviperite urlando contro Rosi:

"Non siamo noi quelle".

Non accettarono soprattutto di vedersi mentre riempivano secchi alla fontana dopo che ci avevano bevuto i buoi..." 

domenica 25 gennaio 2026

"MIZZICA! DIZIONARIO GASTRONOMICO SICILIANO" DI FRANCESCO LAURICELLA


 

Una guida etimologica alla scoperta delle origini e della ricchezza del linguaggio gastronomico siciliano 

"Questo volume è molto più di una mera elencazione di parole e definizioni; è un'immersione nelle radici profonde della cucina siciliana. Dando spazio a ricette tramandate di generazione in generazione, ma ormai cadute in disuso, e alle peculiarità dei prodotti locali, mira a catturare la complessità e la ricchezza della cucina dell'isola"

Francesco Lauricella, "Mizzica! Dizionario gastronomico siciliano", Topic, Roma, 2024

IL SINGOLARE IBRIDO ARTISTICO DI ADRANO SECONDO CESARE BRANDI

Architettura, persone ed automobili ad Adrano.
Fotografia tratta dall'opera
"Il Sud e le Isole" della collana
"L'Italia: uomini e territorio",
edita nel 1983 dalla Banca Popolare di Novara


"E' un paesone, col centro dominato dal castello normanno, uno dei primi del gran conte Ruggero..."

Così nel luglio del 1978 il critico d'arte Cesare Brandi definì Adrano, durante un viaggio per il "Corriere della Sera" fra i centri dei versanti dell'Etna. Dopo avere visitato il complesso di Santa Lucia - "d'un barocchetto quasi leccese" - ed un "museino di tutte le memorie di Adrano, dai reperti paleontologici ai cimeli garibaldini", Brandi riuscì così a terminare il tour dei monumenti adraniti:

"Ripartimmo da Adrano, dopo aver diligentemente ottenuto che le chiavi delle due chiese principali fossero staccate dal chiodo, e che la custode, ammantata a lutto, per un fatto neppure recente, dal velo in testa alle calze nere fitte, dopo qualche rimostranza, ce le facesse vedere. E nella matrice un trittico che sapeva di Vincenzo di Pavia e di Polidoro da Caravaggio, queste ibridazioni del settentrione che si addolcivano, nel profondo meridione, come se i mostaccioli venissero fatti di pasta di mandorle..."  

domenica 18 gennaio 2026

L'ETNA, IL "MONTE DEL DESTINO" CHE SOVRASTA CATANIA

Catania e l'Etna.
Fotografia tratta dalla rivista
"L'Illustrazione del Medico"
edita a Milano nel gennaio del 1938
da Maestretti Editori


Nel 1971 lo scrittore e documentarista svizzero Jakob Job ricordò l'eruzione dell'Etna che nel 1669 investì Catania, allorché "un fiume di lava lungo 22 chilometri rovinò verso il mare", e la leggenda secondo cui "il velo di Sant'Agata, messo a scudo contro la fiumana incandescente, la deviò dal convento dei Benedettini, cosicché finì in mare a sud-ovest della città, senza toccarla, limitandosi a colmare parzialmente e a restringere il suo porto"

"Catania - aggiunse Jakob in "Sicilia", edito da Edizioni Silva a Zurigo - è sempre piena di vita; le sue larghe strade sono vere e proprie arterie pulsanti della sua frenetica attività. Ma anche l'arte, la cultura e la scienza sono di casa in questa città perennemente posta, in mezzo alla sua impetuosa esistenza, sotto la minaccia della morte. Ché sopra di essa sta il monte del destino, l'Etna, la cui sommità scintillante di neve illumina la sua smisurata distesa di case..."