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martedì 3 agosto 2021

LA TRASCURATA STORIA DELL'ESILIO ALBANESE IN SICILIA

Invocazione a San Giorgio
a Piana degli Albanesi.
La foto, senza attribuzione,
venne pubblicata da "Il Mondo"
il 1 settembre del 1953


All'inizio della seconda metà del Quattrocento, la Sicilia accolse una piccola comunità di militari e profughi civili provenienti dalla parte settentrionale dell'isola di Andros, nelle Cicladi. La maggior parte di loro ripopolò un casale abbandonato nel palermitano, dando inizio allo sviluppo dell'odierna Contessa Entellina, uno dei centri di origine albanese dell'Isola. Fu quella una delle tante contaminazioni etniche - frutto di un esilio diventato in seguito di massa - che nel corso dei secoli hanno incrociato e mescolato le diverse identità della popolazione siciliana; un apporto di genti e cultura, quello albanese, piuttosto snobbato dagli studiosi, come si evince, ad esempio, da una sbrigativa notazione di Vincenzo Scuderi nel 1961:

"Ricordiamo infine Piana degli Albanesi, che assieme ad altri piccoli nuclei ( Mezzoiuso, Contessa Entellina ) rappresenta un curioso fenomeno di resistenza, da cinque secoli, di un gruppo etnico greco in mezzo ai siciliani..."

In anni più recenti la passata storia dell'emigrazione albanese in Sicilia è stata oggetto di più attenta analisi:

"La caduta di Costantinopoli e le conquiste del Peloponneso da parte dei Turchi - leggiamo ad esempio nell'opera di Rosalba Catalano "Piana degli Albanesi e il suo territorio" ( Studi e testi albanesi, A.C. Mirror, Palermo, 2003, a cura di Matteo Mandalà ) - segnavano la prima fase dell'esodo. I Greci del Peloponneso quasi esclusivamente occupati nel mestiere delle armi, preferirono far sorgere antichi casali più o meno disabitati, nei feudi rimasti incolti senza licenza sovrana. La seconda fase, la diaspora vera e propria, avvenne dopo l'invasione dell'Albania e la morte di Skanderberg. Erano buoni agricoltori e pastori e scelsero di fondare nuovi comuni.

Derivano due differenti tipi di fondazione: Palazzo Adriano, Contessa, Mezzojuso, erano colonie legate al ripopolamento dei feudi; Biancavilla, Piana, S.Michele, furono fondate ex novo e con licenza sovrana su feudi dati sempre in affitto a tempo più o meno lungo e quindi a condizioni più vantaggiose. Allo stato attuale i centri siculo-albanesi sono Contessa Entellina, Palazzo Adriano, Mezzojuso, Piana degli Albanesi, Santa Cristina Gela in provincia di Palermo. Biancavilla e San Michele di Ganzeria in provincia di Catania, S.Angelo Muxaro in provincia di Agrigento sono insediamenti di origine albanese che hanno perso ogni traccia della loro origine. Fra queste San Michele di Ganzeria, S.Angelo Muxaro e Santa Cristina Gela non sono colonie originarie ma derivate rispettivamente da Palazzo Adriano, Mezzojuso e Piana degli Albanesi..."     

sabato 31 luglio 2021

I PESCI SPADA IN SICILIA DI PIETRO GAULI

 






UNA STORICA FUGA DI LOMBARDI PIACENTINI DA SCOPELLO

Scorci di Scopello.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Con il loro corredo botanico che è un catalogo rigoglioso, a tratti straripante, di vita mediterranea - la palma nana, il carrubo, il frassino, l'ulivo, l'olivastro, il mirto, il mandorlo, l'alloro, le piante grasse - i faraglioni e la costa più accidentata di Scopello raccontano un passato remoto in cui un manipolo di cavalieri padani, pare piacentini, ne frequentarono il borgo; un villaggio che, per la vicina zona di pesca di grossi tonni, in precedenza era stato chiamato Cetaria

Pare che a guidare a Scopello i cavalieri venuti dal Nord sia stato tale Oddone di Camerina, in virtù di una concessione disposta nel 1237 da Federico II. Il documento concedeva questo luogo "a detti uomini lombardi per essere molto oppressati dalle guerre, andandovi con le mogli, coi figlioli ed i bestiami, le sostanze, i mobili e le masserizie, allo scopo di potervi comodamente abitare".



La concessione di una località siciliana dove dimenticare le asprezze dei combattimenti non procurò ai "lombardi piacentini" grandi  benefici; pare infatti che l'asprezza della località - afflitta dalla malaria - e le incursioni dei corsari nordafricani già nel 1241 avessero convinto i cavalieri padani ad abbandonare Scopello. Da qualche anno, migliaia di turisti e visitatori lombardi e di altre regioni del Nord Italia invadono la terra ed il mare che fu per un lontanissimo decennio dei loro antenati; e, ammaliati dallo scenario mediterraneo, non immaginano che questi luoghi siano stati quasi un millennio fa oggetto di una precipitosa fuga di conterranei.


mercoledì 28 luglio 2021

"IL GATTOPARDO" E LA SCOMPARSA ISOLANA DEI FATTI

Giuseppe Tomasi di Lampedusa,
e, sotto, Burt Lancaster, che nel film di Visconti
interpreta il principe di Salina.
Le foto sono tratte da "Feltrinelli 1955/2005,
50 anni di storia culturale attraverso le immagini"
,
novembre 2006




A distanza di 63 anni dalla sua pubblicazione, "Il Gattopardo" continua a rappresentare un attuale e sorprendente distillato di verità rivelatrici sulle debolezze irredimibili - citando Leonardo Sciascia - della Sicilia e dei siciliani. Le più inveterate sono ricordate nel capitolo quarto del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: quello che narra l'incontro fra il principe don Fabrizio di Salina ed il cavaliere Aimone Chevalley di Monterzuolo, inviato dal Monferrato in Sicilia per convincere ( inutilmente ) don Fabrizio ad accettare la carica di Senatore del Regno. Grazie al celebre monologo del principe di Salina nelle 15 pagine che descrivono quell'incontro si elencano le tare che segnano l'Isola ed i suoi abitanti ancora nel 2021; fardelli caratteriali ed antropologici che prendono capo dal primo:

"In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo  mai è semplicemente quello di fare..."



Rileggere queste pagine de "Il Gattopardo" significa oggi accorgersi del sostanziale e perdurante immobilismo della realtà siciliana; una realtà che, spesso, sfugge a una chiara comprensione dei suoi fatti:    

"In nessun luogo quanto in Sicilia - ha scritto ancora Tomasi di Lampedusa - la verità ha vita breve: il fatto è avvenuto da cinque minuti e di già il suo nocciolo genuino è scomparso, camuffato, abbellito, sfigurato, oppresso, annientato dalla fantasia e dagli interessi; il pudore, la paura, la generosità, il malanimo, l'opportunismo, la carità, tutte le passioni - le buone quanto le cattive - si precipitano sul fatto e lo fanno a brani; in breve è scomparso..."

venerdì 23 luglio 2021

MERCATO DEL PESCE A SCIACCA

 

Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia

LA TRACCIA GRECA DEL LUTTO IN SICILIA

Lutti di famiglia ad Acitrezza.
La fotografia, non attribuita,
venne pubblicata il 24 novembre 1953
da "Il Mondo" 


In "Sicilia", pubblicato da Zanichelli nel 1980 con fotografie di Pepi Merisio ed introduzione di Fortunato Pasqualino, un capitolo del volume porta il titolo "Nel segno della morte e della fede". Vi si esamina il rapporto fra siciliani e la morte, di frequente mediato da una religiosità ricca di segni esteriori, talvolta anche festosi. Nei testi che accompagnano le fotografie di Pepi Merisio, a proposito degli annunci mortuari che compaiono ancor oggi sui muri di città e paesi dell'Isola, Claudio Ragaini cita una considerazione del giornalista, saggista e documentarista netino Corrado Sofia:

"Se al tempo di Andromaca e Anchise ci fosse stata la stampa, noi oggi vedremmo, o ci sembrerebbe di vedere, in caratteri greci le diciture di quegli annunzi che resistono al sole e alla pioggia come in nessun altro paese del Mediterraneo..."

Quindi, Ragaini aggiunge di suo:

"C'è un senso profondo, arcaico, che accompagna in Sicilia l'espressione del lutto; qualcosa radicato nel carattere della gente e che si tramanda da secoli, come un sentimento ancestrale e perciò insostituibile. Le donne avvolte di nero dalla testa ai piedi, i segni esteriori che segnano il passaggio della morte, i finimenti stessi dei paramenti, la simbologia del dolore. tutto esprime la partecipazione corale, che non è solo esteriore, ma interna, vissuta come un dramma antico. La morte in Sicilia viene trattata con un cerimoniale che non ha confronti in nessun'altra regione italiana: dolore e rispetto, una visione tragica della vita che attinge le sue radici lontane tra gli antichi greci..." 

lunedì 19 luglio 2021

GRANDEZZA E MESCHINITA' DELLA SICILIA IN UN EDITORIALE DI STEFANO MAURI

Centro storico di Modica, nel ragusano.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Grazie alla scrittura di Stefania Auci, l'ascesa e la caduta dei Florio nella Sicilia fra seconda metà dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento - sino al 1908, quando la famiglia perse  le azioni della "Navigazione Generale Italiana" - sono diventati in questi mesi materia di best seller editoriali. La storia ormai assai remota della dinastia di imprenditori di origine calabrese trapiantati a Palermo sta vivendo un successo commerciale che è il frutto di quell'indubbia attrattiva che il "continente Sicilia" esercita, lontano dall'Isola, per il suo singolare intreccio di magnificenze e turpitudini.

Di questa commistione di diversi caratteri della Sicilia - e dei motivi del tracollo dei Florio ( oggetto di svariate e spesso contrastanti analisi storiche ed economiche ) -  ha scritto proprio a proposito dei libri della Auci l'editore Stefano Mauri:  

"Difficile trovare altrove quell'intensità e quella convivenza di fortuna e tragedia, meschinità e grandeur, puzze e profumi, raffinatezza e violenza, colori e squallore, che pervade l'isola di Stefania Auci e dei suoi romanzi. La cultura occidentale - ha scritto Mauri nell'editoriale "La storia è di chi la racconta" , pubblicato in "Il Libraio" ( giugno 2021 ) - dominante è governata dal PIL. Non appartengo al novero di quelle persone che misurano solo così il grado di civiltà. E questi due romanzi ne sono un esempio. Leggendo 'L'inverno dei Leoni' mi sono divertito come con il primo, ma ho anche imparato a vedere la storia d'Italia da una diversa prospettiva, quella siciliana. E' una storia molto diversa da quella dei miei studi universitari. Certamente i siciliani hanno commesso i loro errori, ma trovarsi dall'essere al centro del Mediterraneo a essere al margine della nuova nazione e poi ancora della stessa Europa mentre lo sviluppo delle ferrovie favorisce le aree continentali a scapito delle isole sicuramente ha reso molto difficile la vita agli imprenditori isolani dei quali i Florio, le cui attività raggiungevano ogni angolo del mondo, sono stati per decenni l'emblema.

E' incredibile la competenza con la quale, mentre sviluppa un romanzo travolgente con personaggi ben caratterizzati - tra tutti svetta Franca Florio - Stefania Auci si muove con disinvoltura anche nelle questioni romane dei primi anni del Regno d'Italia, laddove già allora politica e finanza decidevano delle sorti delle popolazioni..."