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venerdì 30 ottobre 2026

CHIRIBIRI, FLORENTIA E URANIA, QUESTE E ALTRE PROTAGONISTE DELLA TARGA FLORIO

La Chiribiri impegnata alla Targa Florio nel 1925.
Fotografia tratta dal settimanale "Tempo"
dell'undici aprile del 1953


L'edizione della Targa Florio del 1925 si disputò il 3 maggio sulla distanza di 5 giri per un totale di 540 chilometri. Dalle cronache del tempo, apprendiamo che vi presero parte 20 autovetture in una giornata di bel tempo. Grazie alla disponibilità di cinque treni speciali partiti da Palermo, le Tribune di Cerda fecero allora registrare un grande afflusso di spettatori in una Floriopoli tirata a lucido dopo l'incendio che due anni prima aveva distrutto le strutture. Per quell'edizione, l'organizzazione potè poi contare sull'utilizzo di un aereo per la segnalazione di eventuali incidenti lungo il percorso stradale. Alla Targa Florio del 1925 fu assente una squadra ufficiale dell'Alfa Romeo: a giocarsi la vittoria furono le quattro Bugatti e le tre Peugeot che monopolizzarono le prime posizioni delle classifiche finali. Vincitore della Targa fu il veneto Bartolomeo Costantini - asso dell'aviazione militare durante la prima guerra mondiale - a bordo di una Bugatti; il francese André Boillot - già vincitore della Targa Florio nel 1919 - vinse invece su una Peugeot la Coppa Florio, assegnata sulla distanza di quattro giri. L'immagine di quella edizione della "cursa" riproposta da ReportageSicilia, tratta dal settimanale "Tempo" dell'undici aprile del 1953, ritrae il passaggio di una piccola vettura che racconta il fermento dell'industria automobilistica italiana di quegli anni: una torinese Chiribiri guidata dal milanese Luigi Platé. 

"Antonio Chiribiri - si legge nel saggio di Piero Casucci "Guida alle automobili d'oro" ( Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1978 ) - creatore della marca, proveniva dal settore aeronautico. Egli aveva lavorato in questo campo nel 1910, ma la scarsezza delle commesse gli impose di indirizzare i suoi sforzi verso altri orizzonti e cioè verso l'automobile. Chiribiri mise quindi in piedi un piccolo, efficiente nucleo del quale fece parte, con compiti amministrativi, anche Vittorio Valletta che poi sarebbe diventato sino alla morte l'uomo di punta della Fiat. ... Nel 1922, venne messa in produzione una bialbero che ottenne numerosi successi sportivi anche per merito di un guidatore di grande fama, Tazio Nuvolari... La crisi economica determinò una notevole flessione delle vendite e nel settembre del 1928 la Chiribiri cesso di esistere. I suoi stabilimenti vennero rilevati dalla Lancia"

Grazie anche al contributo del meccanico Giovanni Tabacchi - che in seguito avrebbe prestato la sua opera per Achille Varzi - la gara della Chiribiri si concluse con una vittoria nella categoria per le vetture da 1500 cc. Nel corso dei decenni, la partecipazione di questa marca alla Targa Florio ha arricchito il numero di case automobilistiche - ben 126 - che hanno scritto la storia della gara madonita. 



Accanto alle vetture più blasonate - Ferrari, Alfa Romeo, Porsche, Jaguar, Mercedes, Bugatti, Fiat, Ford, Isotta Fraschini, Maserati, Peugeot, solo per citare le più note - la Targa Florio ha accolto case costruttrici oggi quasi del tutto scomparse dalla memoria del motorismo: Chiribiri, Ajax, Berliet, BNC, Camen, Florentia, Gobron Brillie, Metz, Steyr, Tatra, Urania... Nomi e sigle dimenticate, ma che raccontano la storia dell'automobile del Novecento, scritta anche da molti oscuri pionieri della meccanica che hanno contribuito a far si che la Targa Florio sia stata - ha scritto Nino Impallari nel saggio "Florio e la Targa" ( Regione Siciliana, 2010 ) - "il banco di prova per tutta l'industria mondiale, una forma di laboratorio, dove sviluppare le qualità dell'automobile e correggerne i difetti".     


lunedì 26 ottobre 2026

NOTE DI PASSATA VITA PANTESCA DI BEPPE FAZIO

Scorci panteschi.
Fotografie di Nino Teresi, 
tratte dalla rivista "Sicilia"
edita dall'assessorato regionale al Turismo
nel giugno del 1964


"Un'isola lontana e fascinosa a un'ora di volo dalla Sicilia ancora resiste alla falsa civiltà dei juke-box. Tutto è come amalgamato dal sole, che invita a bagni memorabili in queste mitiche acque non turbate ancora dalla speculazione e dalla folla dei turisti di professione: avviciniamola col rispetto e l'amore che compete alla cose autentiche..."

Così, in un reportage pubblicato nel settembre del 1962 dalla rivista "Sicilia", il giornalista Beppe Fazio - una delle tante autorevoli firme del quotidiano "L'Ora" - concluse il racconto di un viaggio a Pantelleria: esperienza che gli fece conoscere un'isola che ancor oggi - nel frattempo diventata Parco Nazionale - difende meglio di altre la sua identità ambientale e paesaggistica. 

Nell'articolo, Fazio riportò alcune notazioni storiche su aspetti della vita quotidiana dei panteschi, a cominciare dagli espedienti utilizzati per raccogliere l'acqua:

"Negli anni di siccità si sfruttava persino il vapore endogeno. Gli abitanti di Pantelleria mettevano dinanzi ai getti di vapore ( le "favare" di Recale ) delle frasche e poi utilizzavano le gocce di acqua che vi raccoglievano sopra..."

"Si parla della grande onestà degli abitanti che usano ancora la chiave di legno per chiudere le loro case o non le chiudono affatto. Da quando non c'è più il domicilio coatto, il carcere dell'antico Castello di Barbacane non ospita mai più di due detenuti... Si racconta delle grandi pesche miracolose e delle grandi mangiate ancor più miracolose, del vento che porta di notte il suono delle orchestrine delle navi che passano al largo..."




Nel descrivere l'architettura dei "dammusi" - "il cubo della abitazione mediterranea ne è la base plastica, ma la casa si organizza in un insieme coerente di parallelepipedi che seguono il declivio" - Beppe Fazio notò come durante i secoli delle incursioni barbaresche, nel timore del rapimento degli occupanti, "si facevano tutte con le aperture rivolte verso l'interno, per mostrare le luci".

Ed a proposito dell'isolamento quasi totale di Pantelleria in passato in cui i battelli toccavano l'isola "si e no ogni quindici giorni e l'approdo era molto rischioso", Fazio ricordò un singolare evento, oggi dimenticato dai panteschi:

"La notizia della morte di Umberto I si seppe con tanto ritardo che si dovettero annullare varie sentenze e ordinanze emanate dal defunto re..."

  


sabato 24 ottobre 2026

MONREALE, LA CAPITALE ITALIANA DEL LIBRO CHE DOPO LE BIBLIOTECHE ASPETTA UNA LIBRERIA

L'interno della Biblioteca Comunale
"Santa Maria La Nuova" a Monreale.
Fotografia Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Il titolo di Capitale Italiana del Libro per il 2027 potrebbe dare la possibilità a Monreale di rafforzare il suo rilevante ruolo storico-culturale assegnatogli dal Duomo: un complesso monumentale che fa parte del Patrimonio Mondiale dell'Unesco per l'architettura arabo-normanna palermitana.

La candidatura di Monreale è stata premiata dal ministero della Cultura per i contenuti di un dossier che ha ricordato il millenario legame della cittadina con i libri, grazie alla presenza dei monaci benedettini che fecero di volumi ed incunaboli un patrimonio oggi conservato all'interno della Biblioteca Comunale "Santa Maria La Nuova" e della Biblioteca del Seminario Arcivescovile "Ludovico II de Torres".

Intanto, in attesa che il ruolo di Capitale Italiana del Libro possa essere gestito in maniera diligente e proficua ( l'esperienza di Agrigento Capitale per la Cultura Italiana 2025 dovrà mettere in guardia da errori e scarsa capacità organizzativa ), Monreale aspetta di potere ospitare finalmente nel suo centro storico - punteggiato da ristoranti e locali turistici - anche una libreria.  

giovedì 22 ottobre 2026

LA SUGGESTIONE DEI MITI DELL'ETNA DI FERNAND BRAUDEL

Escursionisti sull'Etna.
Fotografia di Nino Teresi
tratta dalla rivista "Sicilia"
edita dall'assessorato regionale al Turismo
nel dicembre del 1960


Nel suo libro forse più noto e letto dal grande pubblico - "La Mediterranee", edito nel 1985 da Flammarion - lo storico francese Fernand Braudel ha descritto l'Etna seguendo il suggestivo filo del mito e delle leggende che spesso affiancano la sua descrizione scientifica:

"Ed ecco il re delle fucine, l'Etna, ( ... ), che si erge, sempre attivo, sulla meravigliosa piana di Catania. Luogo di leggende, l'Etna: i Ciclopi, fabbricanti delle folgori celesti, vi manovravano, nelle forge di Vulcano, i loro enormi mantici di pelle di toro; il filosofo Empedocle si sarebbe gettato nel suo cratere, che ne restituì, si dice, soltanto un sandalo. 

"Quante volte", grida Virgilio, "abbiamo visto eruttare l'Etna ribollente, e rotolarne palle di fuoco e roccia fusa". La storia registra un centinaio di eruzioni dell'Etna, a partire da quella segnalata da Pindaro e da Eschilo nel 475 avanti Cristo..."

domenica 11 ottobre 2026

GILLO DORFLES E L'ELOGIO DEL DETTAGLIO NELL'ARTE PALERMITANA

Fotografie
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Fu tra il 1789 e il 1793 che Tuccio Vitale - "scultore nato a Palermo. Allievo del Marabitti eseguì le due grandi Sfingi che si trovano davanti l'Orto Botanico di Palermo", così riassunse nel 1940 le notizie sul suo conto Pietro Emanuele Sgadari di Lo Monaco nel saggio "Pittori e scultori siciliani dal Seicento al primo Ottocento", edito da Libreria Agate-Palermo - eseguì le sue sculture palermitane più celebri.

Scolpite in pietra di Billiemi, le due sfingi di Tuccio Vitale - chiaramente ispirate alla scultura egizia e non prive di riferimenti massonici - furono poste quasi a protezione del Gimnasium in stile neoclassico dell'Orto Botanico progettato dall'architetto francese Leon Dufourny. 



Queste sculture, non pur non potendosi annoverare fra le più note e apprezzate fra quelle presenti a Palermo, contribuiscono ad arricchirvi un patrimonio artistico costituito da opere in cui il carattere monumentale è spesso dato dalla ricchezza dei suoi particolari.

"Se esiste una città dove il dettaglio vince la globalità - fu l'analisi di Gillo Dorfles nel 1985 a Palermo, nel corso di un convegno promosso dalla Facoltà di Architettura a Palazzo Steri - dove i singoli eccelsi monumenti - chiese, oratori, palazzi, giardini - riescono a far apparire ancora stupendo l'insieme d'una struttura urbana sconciata, non solo dalle recenti speculazioni edilizie , ma dal degrado di fatiscenti agglomerati ottocenteschi, è proprio Palermo..." 


 

lunedì 5 ottobre 2026

LA "PESTE" DELL'EMIGRAZIONE SICILIANA DIFFUSA NEL MONDO

Lo Sciacca Social Club di Brooklyn, a New York.
Fotografia di Erich Hartmann
pubblicata nel Natale del 1952
da un fascicolo speciale della rivista
 "L'Illustrazione Italiana"


Una storia di dominazioni subite e di costante emigrazione alla conquista di un benessere economico spesso coltivato - nel bene e nel male - con risultati di rilievo: è il dato che ha contraddistinto le vicende dei siciliani nel corso dei millenni. Grazie al progresso tecnologico applicato ai mezzi di trasporto, il Novecento è stato il secolo in cui - secondo stime assai incerte - oltre un milione di loro avrebbe raggiunto ogni angolo terrestre.

Giuseppe Longo, giornalista e saggista messinese - anche lui appartenente alla categoria dei siciliani di successo emigrati a Roma, Bologna e Venezia, con incarichi da direttore di importanti quotidiani - nel 1961 analizzò così questo epocale fenomeno nel saggio "La Sicilia è un'isola", pubblicato a Milano da Aldo Martelli Editore:   

"Conquistati, a loro volta, i siciliani conquistano il mondo, invadono le metropoli, appestano la faccia della terra col loro dialetto inconfondibile e imparlabile, si fanno gangster in America, minatori nel Belgio, magliari in Germania, caporali e sergenti nella legione straniera, venditori di stoffe in Inghilterra, contrabbandieri di sigarette in sigarette a Como, scaricatori a Marsiglia, gelatieri in Svizzera e in Norvegia, milanesi a Milano; salgono con noncuranza le più alte cattedre del diritto e della scienza, si avventano sulle questure, sulle ambasciate, sui ministeri, sul municipio di New York, sui palcoscenici, sugli schermi del cinema e della televisione.

Barbieri e callisti di sovrani nelle corti del Medio Oriente, architetti e poeti civili, petrolieri o coltivatori di banane sotto il sole dei tropici, eunuchi e sultani.

Siano uomini di fatica o capitani d'industria non riescono mai a dissimulare, qualunque cosa facciano, qualunque sia il numero degli anni trascorsi lontano dalla loro terra, la spaventosa orrida strisciante parlata che canta, stonando, le sillabe d'una lingua che è come un grande calderone in cui guazzano parole terribili rubati ai gerghi soldateschi di cento dominazioni. Una lingua che è come la terra senz'acqua, la quale dà frutti sapidi, ricchi di colore e di umore, ma bisogna coglierli subito, prima che marciscano al gran sole o alle grandi piogge e colando appuzzino l'aria.

Cantano e stonano e riempiono le strade delle loro città di urli e di incomprensibili richiami..."