Translate

martedì 31 marzo 2026

LA GRECIA RISCOPERTA IN SICILIA DI FERNAND BRAUDEL













"Che dire poi della Sicilia, mondo chiuso dove, dopo l'arrivo dei sicani, che erano italici provenienti dal Nord, si sono incontrati e affrontati greci, cartaginesi e romani, bizantini, musulmani e normanni, angioini e catalani?

E' sempre stata una colonia, è detto nel "Gattopardo". Ogni occupante ha preso il posto, ancora caldo, del predecessore, e la cattedrale di Palermo si è insediata nella grande moschea, come quella di Siracusa nel tempio di Atena.

A tutti gli stranieri che l'hanno percorsa l'isola deve la sua eccezionale ricchezza di monumenti, e soprattutto alla Grecia, della quale ha conservato i templi più giganteschi: è nell'Italia meridionale e in Sicilia che l'Europa erudita riscopre, nel Settecento, l'architettura greca..."

Fernand Braudel, "Il Mediterraneo", Bompiani ( Milano 1987 )

domenica 29 marzo 2026

STRANEZZE DEL BARONE SACCARO E DEGLI ALTRI NOBILI DI NICOSIA

Il centro storico di Nicosia
in una fotografia di Josip Ciganovic.
Immagine tratta dal II volume
dell'opera "Sicilia", edita a Milano nel 1961
da Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini


Discussa questione è se la denominazione di Nicosia come "città dei 24 baroni" sia da riferire al numero complessivo di feudi presenti in passato nel suo territorio o a quello degli effettivi baroni un tempo lì presenti. Questi ultimi hanno di certo lasciato traccia nella storia della cittadina ennese anche per la bizzarìa del loro carattere, così come sottolineato da Gianni Bonina, che a tal proposito ha ricordato una novella di Luigi Capuana tratta dall'opera "Nuove paesane":

""Strano paese e strana gente", rifletteva Luigi Capuana in un racconto nel quale si faceva beffe di un eccentrico barone nicosiano la cui identità è rimasta incerta forse perché i nobili di Nicosia avevano tutti la stessa testa.  

Oggi - ha scritto Bonina nel saggio "L'isola che trema. Viaggio dalla Sicilia alla Sicilia" ( Avagliano Editore, 2006, Roma ) - non sono rimasti che gli eredi, figli tornati borghesi e andati chi a Palermo chi a Catania chi in continente a esercitare le libere professioni al posto delle aristocratiche mansioni di oziosi benestanti in tuba, guanti e canna d'India, come Capuana vedeva il barone Saccaro che aveva 365 abiti quanti sono i giorni dell'anno e il comportamento di un demente tranquillo..." 

venerdì 27 marzo 2026

LA RIDONDANTE IMMAGINE DELLA PALERMO DI COCCHIARA IN UN ARTICOLO DEL 1937

Immagini di venditori ambulanti a Palermo
negli anni Trenta del Novecento.
Opera citata nel post


Le due fotografie riproposte nel post vennero pubblicate nel febbraio del 1937 dalla rivista "L'Illustrazione del Medico", edita a Milano dai Laboratori Farmaceutici Maestretti. Raffigurano personaggi della Palermo del tempo: venditori ambulanti di focacce e di verdure, figure non del tutto ancora oggi scomparse in strade e piazze dei quartieri storici della città.

Le immagini illustrarono un articolo di Giuseppe Cocchiara, l'antropologo ed etnologo di Mistretta, che tre anni prima aveva assunto a Palermo il ruolo di direttore del Museo Etnografico Siciliano "Giuseppe Pitré".



Per questa pubblicazione, Cocchiara - studioso e documentarista capace di ben altri preziosi approfondimenti su usi e costumi dei siciliani - si limitò a descrivere Palermo con indicazioni di compiacente e ridondante retorica:

"Città modernissima, dalle vie larghe e dritte, Palermo, oggi, ha lasciato Piazza Marina a coloro che vivono di ricordi e la sua "passeggiata" se l'è fatta in Via Libertà, dal Politeama alle Croci, dove il "passeggio" è, giornalmente, un avvenimento che non bisogna tralasciare.

Cercherete, invano, le donne che come ai tempi dei Saraceni vadano col volto coperto, ma bei tipi di Saracene sì che ne  troverete. Eleganti, modernissime.



Di sera, poi, quando la città si fascia di luci, ogni angolo si popola di venditori di caramelle o di fichidindia. Sono i venditori ambulanti che di giorno hanno venduto, per le vie, la loro merce con un canto che è il ricordo e il riflesso delle nenie arabe.

Sicché, ancora una volta, mentre dai giardini della Conca d'oro scende il profumo delle zagare, si ha spesso l'impressione di attraversare un ponte gettato fra Oriente e Occidente..." 



mercoledì 25 marzo 2026

LA SICILIA COME PARTE DELL'ESPERIENZA UMANA NELL'ARTE DI GUTTUSO

Autoritratto di Renato Guttuso, 1940.
Immagine tratta dall'opera citata nel post


Dal 13 al 14 marzo del 1971, Palazzo dei Normanni ospitò a Palermo un'esposizione di oltre 120 opere di Renato Guttuso su indicazione dell'Assemblea Regionale Siciliana. L'iniziativa trovò il supporto di un comitato promotore composto da personaggi di primissimo piano della cultura isolana di quegli anni: da Leonardo Sciascia a Giuseppe D'Alessandro, da Bruno Lavagnini a Francesco Giunta, da Vincenzo Tusa a Ignazio Buttitta

L'evento fu reso possibile anche dal prestito di opere di Guttuso appartenenti alla Galleria d'Arte del Comune di Bologna, alla Biblioteca Comunale di Enna, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, alla Civica Galleria d'Arte Moderna di Palermo ed all'Ente Provinciale per il Turismo di Messina.

Il catalogo di questa mostra antologica ospitata a Palazzo dei Normanni ( pubblicato dal Banco di Sicilia con l'impaginazione di Enzo Sellerio ) fu arricchito dai testi di Leonardo Sciascia, Franco Grasso e Franco Russoli.

"La Sicilia che continuamente torna nei temi narrativi di Guttuso ( i paesi e la loro storia e cronaca, le vicende epiche e la vita quotidiana di Palermo, di Bagheria, di Gibellina, dell'Etna ) e che riecheggia nelle modulazioni linguistiche della sua espressione ( dal "Trionfo della Morte" di Palazzo Sclafani alla pittura popolare dei carretti, dal Barocco all'Espressionismo mediterraneo ) - si legge nella prefazione curata dal critico e storico dell'arte Russoli - è luogo politico profondo e inconscio, e quindi universale.

Ognuno infatti potrà non tanto leggervi il rendiconto naturalistico e veristico di luoghi e fatti siciliani, quanto riconoscervi i motivi del proprio rapporto con la realtà in cui vive, con i luoghi e i fatti della propria esistenza.



La Sicilia è quindi elemento costante nella pittura di Guttuso perché è parte determinante della sua esperienza umana: non è mito letterario, né pretesto naturalistico, ma necessario filtro per la verifica di idee e di forme nel corpo della realtà. Che non è soltanto realtà oggettiva, cioè di cose, di luoghi, di personaggi e vicende di quella terra, ma realtà soggettiva, cioè dell'uomo Guttuso, che reca in sé i dati formativi, consci e inconsci di quella cultura, nel rapporto con qualsiasi oggetto della sua attenzione poetica..."

martedì 24 marzo 2026

UN REPORTAGE DI GIANNI ROGHI SULLA PESCA DELLO SGOMBRO A LAMPEDUSA

Fotografie di Gianni Roghi,
opera citata nel post


"Se il buon Dio non avesse inventato, tra i molti pesci, anche lo sgombro, Lampedusa non esisterebbe. O meglio, esisterebbe l'isola soltanto, un tavolato piatto e giallo, alto sul mare come un immenso bastione, privo di un solo albero e di un rigagnolo d'acqua; ma non esisterebbe il paese con i suoi quattromila abitanti..."

Questa considerazione di Gianni Roghi - autore di reportage giornalistici di assoluto valore documentario, e uomo dalle mille passioni ( la fotografia, l'archeologia subacquea, lo sci, quella per la sua preziosa Ferrari ) - fece da incipit ad un articolo pubblicato nel dicembre del 1954 dalla rivista "L'Illustrazione Italiana". Il reportage di Roghi - intitolato "L'isola degli sgombri", ed in gran parte dedicato alla descrizione di questa attività di pesca - fornisce alcune indicazioni sulla vita quotidiana di Lampedusa, basata allora quasi esclusivamente sullo sgombro:

"Dire dunque che Lampedusa è tagliata fuori dal mondo, e in particolare dalla madrepatria, è facile ma approssimativo. Ho compiuto un viaggio in quest'isola per la curiosità di capirne molti aspetti, in apparenza contraddittori: già sede di confino politico in periodo fascista, e ora di amministrazione missina; già capitale, nell'anteguerra, della pesca delle spugne, e ora quasi del tutto dimentica della secolare tradizione; isola miseranda, non coltivata né coltivabile, priva di energia elettrica, e pur forte di oltre una decina di industrie; abitata da una popolazione civilmente arretrata, che ignora radio e giornali..."



Quindi il reportage di Roghi illustrò con minuzia di informazioni l'attività di pesca e di lavorazione dello sgombro garantite dalla dotazione di venti "cianciuoli" lunghi sino a 12 metri ed armati di lampare, ciascuno dei quali di proprietà di due o tre pescatori capobarca, con equipaggi che potevano contare dai 16 ai 18 uomini:

"In fondo alla rada del porto, che la natura ha creato vasto e sicuro, tirati in secco s'un pezzo di spiaggia fanno schiera quindici o venti "trabbacoli", vecchi barconi borbonici di 50 tonnellate di stazza. Pesanti, rigonfi, sbrecciati, divorati dai topi, hanno l'aria di cascare in frantumi da un attimo all'altro; sono in secco da anni, il legno si sfalda come cartone. Questi trabbacoli rappresentano il resto di una flotta di ben settanta navigli, di quella flotta che, quando era ancora in vigore la convenzione italo-francese per cui potevamo pescare spugne nelle acque tunisine e in particolare di Sfax, dava lustro e ricchezza a tutta un'industria. Ora, dei settanta trabbacoli, ne sono in funzione ancora cinque soltanto: la pesca delle spugne a Lampedusa è decaduta in pochi anni da solida industria a una sorta di trascurabile artigianato...  

I quattromila abitanti ( per la precisione 4190 ) vivono di sgombri, non conoscono che sgombri, pescano, macinano, inscatolano, commerciano nient'altro che sgombri... Lo sgombro è un pesce piccolo, generalmente di due o tre etti, ma bello, lucente, tutto d'argento e striato per obliquo di blu; è della gran famiglia dei tonni e viaggia in banchi giganteschi, di miliardi di individui. Uno dei "passi" mediterranei di sgombri avviene tra Lampedusa e la costa africana nei mesi estivi, con anticipi o ritardi misteriosi, ma conseguenti alla buona o cattiva stagione. Quest'anno il ritardo è stato di oltre un mese. Gli sgombri compaiono per quattro mesi, da maggio a settembre; poi si dileguano, reingoiati dal mare. E in questi quattro mesi Lampedusa si sveglia da un letargo annuale, rimbocca le maniche e sotto la canicola pesca macina inscatola compera e vende furiosamente: barche da pesca e pescatori stanno in mare fino all'alba, pescherecci grossi vanno e vengono dal "continente", industriali e operaie del pesce lavorano senza conoscere orario, ma soltanto il quantitativo di sgombri da esaurire prima di sera. Fatti i conti, un pescatore comune, cioè non capobarca, in una stagione di buona pesca guadagna in media 350-400 lire al giorno. Se tutto va bene, dunque, 36.000 lire alla stagione, ovvero 36.000 lire l'anno. E' già una cifra interessante. 



Questo pescatore, che rappresenta la maggior parte dei 700 pescatori dell'isola, come arriva a settembre si siede sul molo e incrocia le braccia: non ha più niente da fare. Pescare per conto proprio non può, giacché non possiede né barca né attrezzi; per conto di terzi neppure, giacché lo sgombro è partito e nessuno, per pesche a tremaglio o a strascico, ben poco remunerative e possibili solo col mare traqnquillo, arrischierebbe un prezioso cianciuolo nel mare d'inverno..."

"Il prezzo medio dello sgombro al chilo è di 80 lire; può salire fino a 90 in tempi di magra, scendere a 70 e meno in tempi di abbondanza. Gli acquisti giornalieri possono essere singolarmente cospicui: un industriale, il più forte di Lampedusa, acquistò una mattina, davanti ai miei occhi, per oltre 800.000 lire di sgombri ( e i pescatori non vendono se non per contanti ). Ebbene, tutto questo pesce, nel giro di ventiquattro ore, dal mare libero passa sott'olio. L'operazione è compiuta da tredici industrie, le quali vivono per tutto il periodo della pesca, poi chiudono battente; a settembre, le acque del porto, già diventate verdi e puteolenti di scarichi e di nafta durante l'esate, tornano finalmente cristalline e odorose di sale. Tredici industrie, ottanta giorni in media di lavoro effettivo, un giro di capitali di mezzo miliardo. I maggiori industriali sono quattro: Consiglio, Silvia, Del Gatto, Sorrentino; trafficano ogni stagione, od ogni anno che è a dire la stessa cosa, per un volume di un centinaio di milioni ciascuno. Importano le lamiere per le scatole e l'olio finissimo: tutto dalla Sicilia; fanno bollire gli sgombri in gabbioni immersi nelle caldaie, li fanno decapitare, aprire a filetti e pulire da schiere di donne; li pongono nelle scatole; gli versan sopra l'olio; chiudono; sterilizzano a vapore; spediscono al Nord; macinano i residui ( teste e code ); producono farina di pesce per mangime animale, straricca di proteine; e ancora spediscono al Nord. Per lo sgombro sott'olio, ogni sgombro pescato di notte ha già finito il suo ciclo nel pomeriggio: frigoriferi non ce ne sono: per questo, dicevo, nelle industrie di Lampedusa non si conoscono orari, ma solo i quintali da dovere esaurire al più presto. 



Gli stabili delle industrie, tranne tre o quattro, non sono che androni a locale unico e buio. Alcuni, invece, conoscono già il marmo nel locale ove si riempiono le scatole d'olio, e contano cinque o sei reparti ove luce e spazio non mancano. La mano d'opera, ovunque, è femminile, e si capisce: gli uomini sono tutti a pescare di notte e a dormire di giorno, Se entri in una qualsiasi delle tredici industrie, trovi dozzine di donne, mogli, madri, sorelle e figlie di pescatori, che sbuzzano pesci dal mattino alla sera. Le categorie operaie son due: donne che decapitano lo sgombro fresco ( con le mani, una testa dietro l'altra per migliaia di teste ogni giorno; si è provato a far lavorare macchine decapitatrici, ma rovinavano il pesce e han dovuto venire abbandonate ); e donne che lo aprono, già cotto, e ne preparano i filetti. Le prime guadagnano 52 lire l'ora, le seconde 57. Poiché a chiedere lavoro sono molte, moltissime ( mogli, madri, sorelle, figlie di settecento pescatori ), gli industriali le avvicendano in turni, e credo sia un bene.

Questa, dunque, è la situazione di una Lampedusa che vive ottanta giorni di furia e poi si riaddormenta sotto un sole che, anche d'inverno, cuoce le uova..." 


   

lunedì 23 marzo 2026

PIANO CERVI, IL SITO MADONITA CON LA FAGGETA PIU' A SUD D'EUROPA

Scorci di Piano Cervi,
sulle Madonie.
Fotografie
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


"Non deve apparire eccessivo - ha scritto Francesco Alaimo nel saggio "Il Parco delle Madonie" ( Fabio Orlando Editore, Palermo, 1997 ) - se taluni definiscono la regione madonita un "giardino botanico" al centro del bacino del Mediterraneo o, ancora, "un crocevia fra continenti".

Scrive ancora l'autore che "alcuni siti in particolare - ancorché elementi di grande pregio paesaggistico - rivestono, per le proprie peculiarità, grande valore scientifico in quanto costituiscono entità uniche, a volte essenziali per la struttura degli equilibri geologici ed ecologici generali e per la flora ospitata..."




Uno di questi siti è quello di Piano Cervi, ubicato ad un'altezza di 1530 metri all'interno della zona A del Parco delle Madonie. Lo si raggiunge facilmente dal bivio Portella Colla e percorrendo un sentiero di circa 12 chilometri che inizia da un cancello del Demanio Forestale Regionale. Alla fine del sentiero - dopo avere attraversato una vallata ricca di aceri, roveri, biancospino ed altre piante endemiche delle Madonie - si scopre una fitta faggeta: una pianta tipica dei Paesi centro-nord europei che in questo luogo della Sicilia raggiunge l'estremo Sud del nostro continente.


domenica 15 marzo 2026

L'ARMONIA DI CONTRASTI DELLO "ZINGARO" DESCRITTO DA CONSOLO

Uno scorcio dello Zingaro.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Luogo di singolare suggestione ambientale, in una Sicilia ingenerosa nei confronti del suo territorio è sicuramente lo Zingaro. Un'eccezionalità legata anche al fatto che questa striscia di litorale trapanese che dal mare sale alle montagne è stata salvata da una delle rare dimostrazioni di mobilitazione civica in Sicilia a difesa di un bene collettivo. Sfuggito ai progetti della speculazione edilizia, da anni lo Zingaro è costretto a sopravvivere agli incendi dolosi di chi continua a disprezzarne la bellezza e la narrazione della storia, così descritta da Vincenzo Consolo ( prefazione al saggio "Lo Zingaro. Un Laboratorio di Storia della Natura", Edizioni Guida, 1993, Palermo ):

"L'omerica dicotomia e contrasto, i due stadi di storia e di civiltà, lo Zingaro ha in sé ricomposto e conservato: pastorizia e agricoltura, pascoli e paricchiate, seminativi e piante - non certo ai favolosi livelli omerici, ma nella dura e avara realtà dell'ambiente - sono convissuti in una necessità di avvicendamento o rotazione e di comune sopravvivenza. 



E' convissuta la faticosa coltura della palma nana, del frassino e del sommacco, insieme a quella dell'ulivo, del carrubo, del mandorlo, della vite, del melograno...

Lo Zingaro, del resto, ha da sempre armonizzato e conservato infinite dualità e contrasti: la costa di grotte, di falesie inaccessibili, di spiagge di ciottoli, di insenature accoglienti e di aspri "pizzi", le nude, calcaree alture; il deserto e la macchia più fitta, la solitudine ed il villaggio, la caccia e le messi, le corde e le reti d'ampelodesma e la mattanza del tonno..."