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martedì 24 marzo 2026

UN REPORTAGE DI GIANNI ROGHI SULLA PESCA DELLO SGOMBRO A LAMPEDUSA

Fotografie di Gianni Roghi,
opera citata nel post


"Se il buon Dio non avesse inventato, tra i molti pesci, anche lo sgombro, Lampedusa non esisterebbe. O meglio, esisterebbe l'isola soltanto, un tavolato piatto e giallo, alto sul mare come un immenso bastione, privo di un solo albero e di un rigagnolo d'acqua; ma non esisterebbe il paese con i suoi quattromila abitanti..."

Questa considerazione di Gianni Roghi - autore di reportage giornalistici di assoluto valore documentario, e uomo dalle mille passioni ( la fotografia, l'archeologia subacquea, lo sci, quella per la sua preziosa Ferrari ) - fece da incipit ad un articolo pubblicato nel dicembre del 1954 dalla rivista "L'Illustrazione Italiana". Il reportage di Roghi - intitolato "L'isola degli sgombri", ed in gran parte dedicato alla descrizione di questa attività di pesca - fornisce alcune indicazioni sulla vita quotidiana di Lampedusa, basata allora quasi esclusivamente sullo sgombro:

"Dire dunque che Lampedusa è tagliata fuori dal mondo, e in particolare dalla madrepatria, è facile ma approssimativo. Ho compiuto un viaggio in quest'isola per la curiosità di capirne molti aspetti, in apparenza contraddittori: già sede di confino politico in periodo fascista, e ora di amministrazione missina; già capitale, nell'anteguerra, della pesca delle spugne, e ora quasi del tutto dimentica della secolare tradizione; isola miseranda, non coltivata né coltivabile, priva di energia elettrica, e pur forte di oltre una decina di industrie; abitata da una popolazione civilmente arretrata, che ignora radio e giornali..."



Quindi il reportage di Roghi illustrò con minuzia di informazioni l'attività di pesca e di lavorazione dello sgombro garantite dalla dotazione di venti "cianciuoli" lunghi sino a 12 metri ed armati di lampare, ciascuno dei quali di proprietà di due o tre pescatori capobarca, con equipaggi che potevano contare dai 16 ai 18 uomini:

"In fondo alla rada del porto, che la natura ha creato vasto e sicuro, tirati in secco s'un pezzo di spiaggia fanno schiera quindici o venti "trabbacoli", vecchi barconi borbonici di 50 tonnellate di stazza. Pesanti, rigonfi, sbrecciati, divorati dai topi, hanno l'aria di cascare in frantumi da un attimo all'altro; sono in secco da anni, il legno si sfalda come cartone. Questi trabbacoli rappresentano il resto di una flotta di ben settanta navigli, di quella flotta che, quando era ancora in vigore la convenzione italo-francese per cui potevamo pescare spugne nelle acque tunisine e in particolare di Sfax, dava lustro e ricchezza a tutta un'industria. Ora, dei settanta trabbacoli, ne sono in funzione ancora cinque soltanto: la pesca delle spugne a Lampedusa è decaduta in pochi anni da solida industria a una sorta di trascurabile artigianato...  

I quattromila abitanti ( per la precisione 4190 ) vivono di sgombri, non conoscono che sgombri, pescano, macinano, inscatolano, commerciano nient'altro che sgombri... Lo sgombro è un pesce piccolo, generalmente di due o tre etti, ma bello, lucente, tutto d'argento e striato per obliquo di blu; è della gran famiglia dei tonni e viaggia in banchi giganteschi, di miliardi di individui. Uno dei "passi" mediterranei di sgombri avviene tra Lampedusa e la costa africana nei mesi estivi, con anticipi o ritardi misteriosi, ma conseguenti alla buona o cattiva stagione. Quest'anno il ritardo è stato di oltre un mese. Gli sgombri compaiono per quattro mesi, da maggio a settembre; poi si dileguano, reingoiati dal mare. E in questi quattro mesi Lampedusa si sveglia da un letargo annuale, rimbocca le maniche e sotto la canicola pesca macina inscatola compera e vende furiosamente: barche da pesca e pescatori stanno in mare fino all'alba, pescherecci grossi vanno e vengono dal "continente", industriali e operaie del pesce lavorano senza conoscere orario, ma soltanto il quantitativo di sgombri da esaurire prima di sera. Fatti i conti, un pescatore comune, cioè non capobarca, in una stagione di buona pesca guadagna in media 350-400 lire al giorno. Se tutto va bene, dunque, 36.000 lire alla stagione, ovvero 36.000 lire l'anno. E' già una cifra interessante. 



Questo pescatore, che rappresenta la maggior parte dei 700 pescatori dell'isola, come arriva a settembre si siede sul molo e incrocia le braccia: non ha più niente da fare. Pescare per conto proprio non può, giacché non possiede né barca né attrezzi; per conto di terzi neppure, giacché lo sgombro è partito e nessuno, per pesche a tremaglio o a strascico, ben poco remunerative e possibili solo col mare traqnquillo, arrischierebbe un prezioso cianciuolo nel mare d'inverno..."

"Il prezzo medio dello sgombro al chilo è di 80 lire; può salire fino a 90 in tempi di magra, scendere a 70 e meno in tempi di abbondanza. Gli acquisti giornalieri possono essere singolarmente cospicui: un industriale, il più forte di Lampedusa, acquistò una mattina, davanti ai miei occhi, per oltre 800.000 lire di sgombri ( e i pescatori non vendono se non per contanti ). Ebbene, tutto questo pesce, nel giro di ventiquattro ore, dal mare libero passa sott'olio. L'operazione è compiuta da tredici industrie, le quali vivono per tutto il periodo della pesca, poi chiudono battente; a settembre, le acque del porto, già diventate verdi e puteolenti di scarichi e di nafta durante l'esate, tornano finalmente cristalline e odorose di sale. Tredici industrie, ottanta giorni in media di lavoro effettivo, un giro di capitali di mezzo miliardo. I maggiori industriali sono quattro: Consiglio, Silvia, Del Gatto, Sorrentino; trafficano ogni stagione, od ogni anno che è a dire la stessa cosa, per un volume di un centinaio di milioni ciascuno. Importano le lamiere per le scatole e l'olio finissimo: tutto dalla Sicilia; fanno bollire gli sgombri in gabbioni immersi nelle caldaie, li fanno decapitare, aprire a filetti e pulire da schiere di donne; li pongono nelle scatole; gli versan sopra l'olio; chiudono; sterilizzano a vapore; spediscono al Nord; macinano i residui ( teste e code ); producono farina di pesce per mangime animale, straricca di proteine; e ancora spediscono al Nord. Per lo sgombro sott'olio, ogni sgombro pescato di notte ha già finito il suo ciclo nel pomeriggio: frigoriferi non ce ne sono: per questo, dicevo, nelle industrie di Lampedusa non si conoscono orari, ma solo i quintali da dovere esaurire al più presto. 



Gli stabili delle industrie, tranne tre o quattro, non sono che androni a locale unico e buio. Alcuni, invece, conoscono già il marmo nel locale ove si riempiono le scatole d'olio, e contano cinque o sei reparti ove luce e spazio non mancano. La mano d'opera, ovunque, è femminile, e si capisce: gli uomini sono tutti a pescare di notte e a dormire di giorno, Se entri in una qualsiasi delle tredici industrie, trovi dozzine di donne, mogli, madri, sorelle e figlie di pescatori, che sbuzzano pesci dal mattino alla sera. Le categorie operaie son due: donne che decapitano lo sgombro fresco ( con le mani, una testa dietro l'altra per migliaia di teste ogni giorno; si è provato a far lavorare macchine decapitatrici, ma rovinavano il pesce e han dovuto venire abbandonate ); e donne che lo aprono, già cotto, e ne preparano i filetti. Le prime guadagnano 52 lire l'ora, le seconde 57. Poiché a chiedere lavoro sono molte, moltissime ( mogli, madri, sorelle, figlie di settecento pescatori ), gli industriali le avvicendano in turni, e credo sia un bene.

Questa, dunque, è la situazione di una Lampedusa che vive ottanta giorni di furia e poi si riaddormenta sotto un sole che, anche d'inverno, cuoce le uova..." 


   

lunedì 23 marzo 2026

PIANO CERVI, IL SITO MADONITA CON LA FAGGETA PIU' A SUD D'EUROPA

Scorci di Piano Cervi,
sulle Madonie.
Fotografie
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


"Non deve apparire eccessivo - ha scritto Francesco Alaimo nel saggio "Il Parco delle Madonie" ( Fabio Orlando Editore, Palermo, 1997 ) - se taluni definiscono la regione madonita un "giardino botanico" al centro del bacino del Mediterraneo o, ancora, "un crocevia fra continenti".

Scrive ancora l'autore che "alcuni siti in particolare - ancorché elementi di grande pregio paesaggistico - rivestono, per le proprie peculiarità, grande valore scientifico in quanto costituiscono entità uniche, a volte essenziali per la struttura degli equilibri geologici ed ecologici generali e per la flora ospitata..."




Uno di questi siti è quello di Piano Cervi, ubicato ad un'altezza di 1530 metri all'interno della zona A del Parco delle Madonie. Lo si raggiunge facilmente dal bivio Portella Colla e percorrendo un sentiero di circa 12 chilometri che inizia da un cancello del Demanio Forestale Regionale. Alla fine del sentiero - dopo avere attraversato una vallata ricca di aceri, roveri, biancospino ed altre piante endemiche delle Madonie - si scopre una fitta faggeta: una pianta tipica dei Paesi centro-nord europei che in questo luogo della Sicilia raggiunge l'estremo Sud del nostro continente.


domenica 15 marzo 2026

L'ARMONIA DI CONTRASTI DELLO "ZINGARO" DESCRITTO DA CONSOLO

Uno scorcio dello Zingaro.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Luogo di singolare suggestione ambientale, in una Sicilia ingenerosa nei confronti del suo territorio è sicuramente lo Zingaro. Un'eccezionalità legata anche al fatto che questa striscia di litorale trapanese che dal mare sale alle montagne è stata salvata da una delle rare dimostrazioni di mobilitazione civica in Sicilia a difesa di un bene collettivo. Sfuggito ai progetti della speculazione edilizia, da anni lo Zingaro è costretto a sopravvivere agli incendi dolosi di chi continua a disprezzarne la bellezza e la narrazione della storia, così descritta da Vincenzo Consolo ( prefazione al saggio "Lo Zingaro. Un Laboratorio di Storia della Natura", Edizioni Guida, 1993, Palermo ):

"L'omerica dicotomia e contrasto, i due stadi di storia e di civiltà, lo Zingaro ha in sé ricomposto e conservato: pastorizia e agricoltura, pascoli e paricchiate, seminativi e piante - non certo ai favolosi livelli omerici, ma nella dura e avara realtà dell'ambiente - sono convissuti in una necessità di avvicendamento o rotazione e di comune sopravvivenza. 



E' convissuta la faticosa coltura della palma nana, del frassino e del sommacco, insieme a quella dell'ulivo, del carrubo, del mandorlo, della vite, del melograno...

Lo Zingaro, del resto, ha da sempre armonizzato e conservato infinite dualità e contrasti: la costa di grotte, di falesie inaccessibili, di spiagge di ciottoli, di insenature accoglienti e di aspri "pizzi", le nude, calcaree alture; il deserto e la macchia più fitta, la solitudine ed il villaggio, la caccia e le messi, le corde e le reti d'ampelodesma e la mattanza del tonno..."



venerdì 27 febbraio 2026

L'INVENTARIO SICILIANO RACCONTATO DA CIRCOLI E SOCIETA' DELL'ISOLA

Fotografia tratta dall'opera
"Il Sud e le Isole",
collana "L'Italia: uomini e territorio"
edita nel 1983 dalla Banca Popolare di Novara


"Mestieri, classi sociali, professioni, titoli o interessi vari - ha scritto Claudio Ragaini nel saggio "Sicilia" di Pepi Merisio e Fortunato Pasqualino ( Zanichelli, Bologna, 1980 ) - sono il cemento che riunisce in uno stesso luogo gli appartenenti al circolo. C'è il circolo dei tifosi di una squadra di calcio e quello dei coltivatori diretti; quello dei laureati e quello degli ufficiali; dei nobili e dei proletari; un inventario senza fine della società isolana"

A questo inventario siciliano appartiene, nel messinese, il circolo della "Società Militare in Congedo di San Fratello", nata nel 1900 e che oggi vanta "compiti di mutuo soccorso e una prestigiosa fanfara".

mercoledì 25 febbraio 2026

CONTROVERSIE E DUBBI IRRISOLTI DE "L'ANNUNCIATA" DI ANTONELLO DA MESSINA

L'"Annunciata" di Antonello da Messina
esposta all'interno della Galleria Regionale della Sicilia
di Palazzo Abatellis, a Palermo.
Fotografia tratta dal mensile "Le Vie d'Italia"
edita dal Touring Club Italiano
nel gennaio del 1957


"Il 1906 fu un anno infausto per Salaparuta. Morto monsignor Di Giovanni, l'Annunziata di Antonello da Messina era passata alla sorella Francesca, la quale si fece persuadere dal direttore della Galleria delle Belle Arti di Palermo, Antonio Salinas, a cederla alla Galleria, per una migliore conservazione. Fino a non pochi anni fa vi si leggeva accanto: "Dono di mons.V.Di Giovanni". Oggi non più..."

In "Salaparuta nella storia", un saggio redatto ed edito nel 2002 da Mariano Angelo Traina, si accenna brevemente alle controverse circostanze che determinarono il trasferimento di uno dei capolavori di Antonello da Messina dal paese del Belìce a Palermo. L'opera, esposta all'interno della Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis, secondo gran parte della critica venne eseguita a Venezia intorno al 1475. Non è noto chi sia stato il committente, né sono chiari i passaggi di proprietà dell'"Annunciata" nel corso dei secoli. Sembra che nel 1866 lo storico dell'arte Gioacchino Di Marzo l'avesse vista a Salaparuta, nell'abitazione di monsignor Vincenzo Di Giovanni, eclettica figura di ricercatore d'arte, filologo e filosofo. 



Il sacerdote avrebbe allora dato indicazione di avere acquistato il dipinto - 34,5 per 45 cm., più piccolo della "Gioconda" e fino ad allora attribuito a Durer - dalla famiglia di origini spagnole Colluzio, presente in Sicilia a Palermo, Marsala ed in altre località del Val di Mazzara. Dopo la morte del Di Giovanni, Antonio Salinas - "uno dei più importanti conservatori museali che vi siano mai stati in Sicilia" - ha scritto Piefrancesco Palazzotto ( in "La realtà museale a Palermo tra l'Ottocento e i primi decenni del Novecento", dall'opera "E.Mauceri, Sicilia", edita a Palermo da Flaccovio nel 2009 ) - si sarebbe recato a Salaparuta. Pare che qui abbia richiesto ed ottenuto il dono dell'opera dalla sorella del sacerdote, in nome dell'antica amicizia con il fratello defunto. La verità sulle modalità con cui avvenne questa cessione sarà difficilmente chiarita. E' però assai probabile che il trasferimento del dipinto abbia potuto salvarlo dalle devastanti conseguenze del terremoto che nel gennaio del 1968 colpì l'intero centro abitato di Salaparuta.



Fra i molti dati incerti sulle vicende che riguardano "L'Annunciata" di Antonello da Messina uno riguarda anche l'identità della modella utilizzata per l'esecuzione del dipinto. Si legge a questo riguardo nell'esaustivo saggio di Mauro Lucco, Giovanni Taormina e Renato Tomasino "Il mistero dell'Annunciata" ( I libri di Emil, 2018, Bologna ):

"Alcune ipotesi, sostenute anche da pubblicazioni su giornali di ispirazione cattolica, vogliono che la giovane ritratta da Antonello sia santa Eustochia Calafato ( al secolo Smeralda ), nata a Messina nella stessa epoca di Antonello, precisamente il 25 marzo del 1434 ( ... ) L'età della Calafato non coinciderebbe con quella dell'Annunciata. Il volto dipinto da Antonello riporta dunque i tratti somatici di una donna che all'epoca avrebbe dovuto avere non più di trent'anni, mentre Smeralda, nel periodo in cui l'opera venne realizzata, dalle notizie acquisite avrebbe dovuto averne quarantadue. A questo si aggiunga che nel Medioevo il processo di invecchiamento era certamente più rapido rispetto ai giorni nostri..." 

 

       

martedì 24 febbraio 2026

LA SICILIA MEDIEVALE A FORMA DI CUORE DI GERVASIO DI EBSTORF


 

LE SUGGESTIONI TRAPANESI DI DANIEL SIMOND

Uno scorcio di Trapani.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Nel saggio "Sicilia" edito da Salvatore Sciascia ( Caltanissetta-Roma, 1956 ), lo scrittore di viaggi svizzero Daniel Simond rimase così suggestionato dal paesaggio di Trapani:

"Ovunque non vi sono che case bianche, quadrate, con terrazze che d'estate sembrano prostrarsi nel calore torrido... Gli spagnoli hanno dato molta importanza a Trapani in quanto il porto era il più vicino alle loro coste. Furono essi ad importare il barocco, lo testimoniano le numerose facciate di questo stile, e gli stessi presepi di corallo e avorio che costituiscono la curiosità del museo Pepoli... Trapani non è una vera e propria città d'arte, tuttavia offre attrattive interessanti... Ma soprattutto in questa città e in questo porto si respira qualcosa di strano, dovuto, senza dubbio, alla coesistenza di elementi italiani, arabi e spagnoli, come alla natura, le cui principali risorse sono il vino, il tonno e il corallo.




Le saline occupano parecchi chilometri quadrati a sud di Trapani. Le circondano mulini a vento attorno ai bacini alimentati dall'acqua di mare; il sole e il vento agevolano l'evaporazione, trasformando queste lagune in altrettante tovaglie abbaglianti di neve. Gli operai, a loro volta, ammucchiano il sale in coni cristallini. Tutto questo candore, aggiunto al volo dei gabbiani, alle vele che solcano il vicino mare, al bianco delle case che in esso si specchiano, dona a Trapani un singolarissimo aspetto..."