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giovedì 2 luglio 2026

CACCAMO, IL CASTELLO DELLA INGLORIOSA CONGIURA

Il castello di Caccamo.
Fotografia di Ezio Quiresi,
tratta dal I volume dell'opera
"Sicilia" edita nel 1961 da
Sansoni Editore e Istituto Geografico de Agostini


Anche in Sicilia, ogni castello racconta fosche storie di rivalità politiche e di violenza. Non fa eccezione quello di Caccamo, che a partire dal 1974 - dopo l'acquisto fattone nel 1963 dalla Regione - è stato oggetto di complessi restauri.

Nel caso di questo castello - posto al centro dei più importanti possedimenti feudali siciliani del tempo - la vicenda che si ricorda è quella che portò alla atroce morte del feudatario Matteo Bonello, conte di Caccamo, che nel 1160, durante il regno normanno di Guglielmo I, aveva ucciso a Palermo Maione da Bari.

"Era costui un uomo di bassi natali, il quale, venuto in Sicilia al seguito di Giorgio di Antiochia - ha scritto Vladimiro Agnesi in "Breve storia dei Normanni in Sicilia" ( S.F. Flaccovio, Palermo, 1972 ) - aveva percorso tutti i gradi della carriera curialesca dando prova di tenace volontà e di raffinata astuzia, ed era infine assurto alla carica di Grande Ammiraglio e di Emiro degli Emiri, cioè praticamente di primo ministro..."

Matteo Bonello, facendosi interprete del malcontento di altri feudatari siciliani, fu il promotore di una congiura che partendo dal castello di Caccamo, insieme all'uccisione di Maione da Bari, avrebbe voluto addirittura destituire dal trono regio Guglielmo I.



Così Giuseppe Ganci Battaglia e Giovanni Vaccaro ( "Aquile sulle rocce. Castelli di Sicilia", Edizioni Mori, Palermo-Roma ) raccontarono nel 1968 la storia di questo complotto:  

"Riesce quanto mai drammatica ed emozionante la parte che sostenne questo castello nella congiura del 1160, ordita dai baroni feudali, contro Guglielmo I detto il Malo, e capitanata da Matteo Bonello, allora signore di Caccamo"

La congiura dapprima riuscì, tanto che il re, per tre giorni, poté essere tenuto prigioniero nel suo stesso palazzo; ma in seguito, il popolo palermitano, fedelissimo alla dinastia, insorse e si rivoltò al Bonello, il quale, con gli altri principi cospiratori, corse a rifugiarsi nel castello di Caccamo.

Da qui, dopo varie ed inefficaci trattative con Guglielmo il Malo, quei nobili, postisi alla testa di un esercito, marciarono alla volta di Palermo con l'intento di assalirla e prenderla con le armi; ma vistane la impossibilità per l'accresciuto numero delle forze reali, ingloriosamente se ne ritornarono alla fortezza di Caccamo per ripigliare le trattative.



Guglielmo mandò all'uopo il canonico Roberto di S.Giovanni, abile diplomatico, e con lui quei signori, radunati nelle aule del castello, patteggiarono come meglio poterono.

Vennero tutti graziati a condizione che uscissero dal regno.

Matteo Bonello, anima della rivolta, si credette ancora sicuro e ritornò di nuovo alla corte di Palermo, dove, sulle prime, ricevette distinti trattamenti; ma, dopo non molti mesi, preso a tradimento, fu chiuso in un rigoroso carcere, acciecato e fattovi morire miseramente..."   

domenica 28 giugno 2026

PALERMO ED I PALERMITANI, OVVERO L'ARTE DI ADATTARSI

Palermitano di una confraternita
nel quartiere Capo.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Agrigentino trasferitosi a Palermo per motivi di studio agli inizi degli Sessanta del Novecento, lo scrittore e saggista Matteo Collura ha tracciato un acuto e sferzante ritratto dei palermitani nell'introduzione del saggio "Palermo", edito da Bruno Leopardi Editore ( Palermo, 1999 ). 

Il volume, che raccoglie decine di fotografie di Giuseppe Leone e Melo Minnella, fornisce una possibile chiave di lettura per tentare di comprendere la natura stessa dei palermitani; compito che Collura accosta per difficoltà a quello richiesto per l'attribuzione del famoso "Trionfo della morte" conservato in città a Palazzo Abatellis

"I popoli conquistati solitamente spariscono, disciolti in razze che geneticamente ne conservano le tracce: i siciliani - e in primo luogo i palermitani - non vollero sparire, semplicemente scelsero di adattarsi. 

E in questa forma di resistenza - ha scritto Collura - hanno raggiunto livelli che potremmo definire artistici. Sono abili in quest'arte, i palermitani, da raggiungere lo stato di invisibilità, un fenomeno che può essere scambiato per sparizione..."

sabato 27 giugno 2026

LE CASE DI CAMPAGNA DI ALDO PECORAINO


 














PINO CARUSO E L'ELOGIO DI PANELLE E "PANELLARI"

Fotografia di Benedetto Patera,
tratta dalla rivista "Oggi Sicilia"
edita a Trapani nel settembre-ottobre 1960


Uno dei più apprezzati venditore a Palermo - per tutti, il "panellaro" - si chiamava Rosolino.

La sua friggitoria di panelle - un locale ammattonato con piastrelle bianche ingiallite dal tempo e dai fumi di frittura - si trovava a Sferracavallo, appena all'ingresso della borgata provenendo da Tommaso Natale.

Aggiungeva alle panelle non il prezzemolo ma i semi di finocchio; a partire dall'ora di colazione sino a quella di cena, i clienti si assembravano per mangiarle nel classico panino tondo sormontato dalla "giuggulena".

Altri "panellari" - oggi assai meno che in passato - si trovano in quasi tutti i quartieri popolari della città; alcuni di loro spostavano giornalmente la loro friggitoria ambulante a bordo di ansimanti Moto Ape, piazzandosi nei pressi dei luoghi affollati: scuole, ospedali, uffici pubblici, lo stadio, la spiaggia di Mondello... 

Nel 1993, l'attore palermitano Pino Caruso diede così spazio a panelle e "panellari" nell'introduzione del libro "La cucina  siciliana" di Maria Adele Di Leo ( Newton Compton Editori, Roma ):

"Pane e panelle è un'idea tutta palermitana; e che, andando verso Messina, si ferma a Cefalù; verso Trapani, a Sciacca.

Lo divoravano ( e credo lo divorino ancora ) gli scolari nell'ora di ricreazione, i soldati in libera uscita, i negozianti, gli impiegati, gli artigiani negli intervalli di lavoro, gli intellettuali e i "signori" nell'ora del tè, i sagrestani tra una funzione e l'altra, i becchini dopo una sepoltura, i tifosi alle partite, i turisti all'ombra dei monumenti, gli emigranti al ritorno in patria, sbarcando.



Sicché, panellari girovaghi si dislocavano ( oggi, forse, meno di ieri ) davanti alle scuole, agli uffici, alle chiese, ai cimiteri, alle stazioni, ai musei, ai grandi magazzini; e, la domenica, davanti allo stadio.

Ne ricordo uno che, alla Favorita, vendeva panelle chiamandole "il sapore del gol"..." 

venerdì 26 giugno 2026

LA SICILIA "DEGLI OPPRESSI E DEGLI OPPRESSORI" DI ROBERTO CIUNI


Pupo conservato nel Museo Internazionale delle Marionette
"Antonio Pasqualino" di Palermo.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Roberto Ciuni, palermitano, è stato uno dei giornalisti più addentro alle vicende siciliane della seconda metà del Novecento.

Dopo avere iniziato la sua carriera nella redazione de "L'Ora" approdò alla direzione del "Giornale di Sicilia". L'Isola, sempre presente nei suoi articoli, gli fu professionalmente stretta, come dimostrato dalle sue varie esperienze oltre lo Stretto: dal "Corriere della Sera" alla "Nazione", dal "Mattino" sino al ruolo di direttore editoriale delle Grandi Opere della Rizzoli.

Iscritto alla loggia massonica P2 - adesione che pure non gli comportò provvedimenti disciplinari da parte dell'Ordine dei Giornalisti - venne considerato un esperto di mafia, come dimostrati da centinaia di articoli e dal saggio "Mafiosi" pubblicato da Tranchida Editore a Milano nel 1996.

Nella sua prefazione al saggio di Mario Farinella "Diario Siciliano" edito nel 1977 da S.F. Flaccovio a Palermo, Ciuni scrisse un'osservazione ancora attuale su personaggi e vicende che raccontano la controversa storia della Sicilia

"Giorno per giorno la Sicilia ripropone le vecchie contraddizioni. Eroismi e infamità, furore e silenzio, sfruttamento e liberazione convivono rappresentati sulle due facce della nostra storia: la storia degli oppressi e la storia degli oppressori"

lunedì 22 giugno 2026

LA FATICA DELLE DONNE GELESI NEI GIORNI DELL'"ABBACCHIATURA"

Fotografia
Leonard von Matt,
opera citata nel post


"La raccolta delle olive si fa col metodo tradizionale del percuoterne la caduta battendo i rami con una lunga pertica. A prenderne i frutti da terra si impiegano le donne, anche perché il loro salario è ancor oggi bassissimo"

La fotografia di Leonard von Matt è tratta dall'opera di Pietro Griffo "Gela destino di una città greca di Sicilia", edita a Genova nel 1963 da Stringa Editore.

L'immagine ritrae un momento della raccolta delle olive nel gelese con il sistema dell'"abbacchiatura", tramite l'azione dei "cutuliaturi", ovvero degli uomini che avevano il compito di scuotere i rami con una lunga canna.



Alle donne era riservata la fatica mal pagata della raccolta delle olive a terra, spesso conservate in un marsupio creato dal ripiego del grembiule alla cintura.  

domenica 21 giugno 2026

GLI ULTIMI VOLTI DELLA TONNARA DI SANTA PANAGIA

La tonnara di Santa Panagia
in una fotografia scattata a metà degli anni Cinquanta
da Albert t'Serstevens.
L'immagine venne pubblicata nell'opera
"Sicile Sardaigne Iles éoliennes"
da B.Arthaud ( Francia, 1957 )


Ancora a metà degli anni Cinquanta dello scorso secolo, prima del definitivo abbandono degli edifici, Albert t' Serstevens potè fotografare uno degli ultimi gruppi di lavoratori impegnati nel confezionamento del pesce nello stabilimento attivo all'interno della tonnara siracusana di Santa Panagia.

Da decenni, ciò che resta di questa storica tonnara attiva almeno dal 1466 e passata di proprietà nel corso dei secoli fra diverse famiglie - Crescimanno, Villadorada, Nava, ed in ultimo Gargallo - versa in stato di totale degrado.

Il moto ondoso, i crolli ed i continui furti degli elementi costruttivi e delle parti in pietra hanno privato la complessa struttura della sua identità originaria.



Una cinquantina di anni fa, grazie alle segnalazioni di Italia Nostra, si pose il problema della salvaguardia della tonnara, già da qualche anno soffocata dallo skyline delle ciminiere della vicina zona industriale.

Fu così che nel 1980 la Regione espropriò la struttura, dando il via ad una lunga serie di progetti di restauro, contenziosi giudiziari e annunci di finanziamenti - l'ultimo, da 6 milioni di euro, nel 2021 - che hanno però lasciato tuttora irrisolto il suo recupero strutturale.