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domenica 14 giugno 2026

L'IRRAZIONALE VITA DELLE DONNE E DEGLI UOMINI RICHIAMATI DALLA VOCE DELL'ETNA

Terrazzamenti sulle pendici dell'Etna.
Fotografia tratta dall'opera
"Il Sud e le Isole"
a cura di Eugenio Turri
edita da Banca Popolare di Novara nel 1983


Il territorio dell'Etna è una delle tante Sicilie presenti in Sicilia

Il vulcano e le sue pendici contribuiscono con l'eccezionalità del loro paesaggio a rendere non impropria la definizione di "Continente" spesso attribuita a quella che, sia pure per soli 3416 metri - tanto dista la Sicilia dalla Calabria - rimane semplicemente un'isola mediterranea. 

In tanti - viaggiatori, saggisti e scrittori - hanno scritto dell'Etna: del suo carattere fisico e di quello dei suoi abitanti, abituati da sempre a coesistere con la sua energia vulcanica, capace di plasmare il paesaggio e la quotidianità stessa di chi vi trascorra la vita. 

Roberta Scorranese, giornalista e saggista di arte e temi culturali, ha descritto così questo ambiente nel settembre del 2013 sulle pagine del "Corriere della Sera":

"C'è qualcosa di profondamente irrazionale in questa collina, che, poco alla volta, ha rinunciato al suo verde e si è rilasciata rivestire di spessa lava nera rappresa; o negli sparuti greggi di pecore che hanno imparato a mangiare le spine dell'astragalo, fiore d'altura vulcanica; c'è qualcosa di irrazionale negli uomini e nelle donne che abitano le pendici, usi a convivere con "la voce" del vulcano, quel brontolio cupo e lontanissimo, simile al lamento di un vecchio parente da tempo recluso nella sua stanza...

Ma i resti di vita travolta che punteggiano qua e là la montagna dell'Etna non hanno l'aspetto severo dei moniti: sono piuttosto parte del paesaggio, l'estensione naturale di un ecosistema che muta al mutare del vulcano, che cresce con le sue vite, che si rinnova dopo ogni eruzione..."

domenica 31 maggio 2026

LA MATTANZA A FAVIGNANA DI ALIGI SASSU

 





L'UFFICIALE GARIBALDINO CHE SCOPRI' LA SPIAGGIA E IL MARE DI MENFI

La spiaggia di Porto Palo a Menfi.
Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Apprendiamo dallo storico menfitano Santi Bivona ( in "Porto Palo-Pintia", Noto, 1920 ) che nella seconda metà dell'Ottocento Francesco Mangiaracina, già ufficiale garibaldino ed esperto di questioni militari, fu uno degli "scopritori" della fruizione balneare della spiaggia di Menfi

Citando lo studio di BivonaGiocchino Mistretta in "La Marina di Menfi. L'ambiente naturale, lo sviluppo storico e le attività economiche" ( Menfi, 1997 ), ha quindi scritto che sulla scia del colonnello molti menfitani scelsero la loro cittadina "per soggiornarvi durante il periodo estivo, edificando nuove case o prendendo in affitto le modeste case dei pescatori".

Sorsero così a Menfi i primi stabilimenti balneari, dapprima su palafitte e poi lungo una ristretta porzione degli undici chilometri di spiaggia che quest'anno ha ricevuto la trentesima "Bandiera Blu" della sua storia.

"L'estate 1962 - ha scritto ancora Mistretta - segna il boom turistico di Porto Palo: vi concorrono il generale incremento dei livelli di reddito e la conseguente crescita della domanda dei servizi, il fervore individuale e la propensione più diffusa stimolata dai mezzi di informazione, ad una diversa qualità della vita, la più definita configurazione del borgo come bacino d'affluenza dell'intera zona sia con un regolare giornaliero collegamento con i centri vicini.

Nello stesso tempo, una singolare coincidenza, la presenza a S.Margherita Belice di una troupe diretta da Marcello Andrei, per le riprese del film "La smania addosso", fa momentaneamente di Porto Palo una spiaggia frequentata da molti noti attori cinematografici, conferendole un'animazione e un fermento nuovo e proficuo..."


PANNI STESI E RICAMI: IL TESORO DELLA KALSA IN UNA PAGINA DI T'SERSTEVENS

Strada della Kalsa.
Opera citata nel post


Arrivato a Palermo in via Alloro per visitare la collezione della Galleria Regionale di Palazzo Abatellis - "un luogo non ingombro di dipinti e di sculture, come tanti altri oggi, da Parigi a Firenze e a Londra, ma arricchito da opere scelte con discernimento e presentate in maniera impeccabile" - lo scrittore e viaggiatore franco-belga Albert t'Serstevens si ritrovò a stretto contatto con la vita popolare della Kalsa della seconda metà degli anni Cinquanta del Novecento.

Fu in particolare colpito dall'attivismo delle donne del quartiere - in tempi remoti residenza dell'aristocrazia musulmana - che all'epoca della sua visita, in maniera non troppo dissimile ai nostri giorni, gli si presentò come "un agglomerato di case scure e fatiscenti, attraversato da vicoli stretti, tortuosi e bui, brulicanti di bambini e di mosche..."

"Uno di questi spazi all'aperto, nei pressi dello Spasimo - avrebbe scritto t'Serstevens nel saggio "Sicile, Sardaigne, Iles éoliennes" edito nel 1957 da Arthaud - fu adibito dalle lavandaie del quartiere per lavare ed asciugare la biancheria.

Occuparono lo spazio con tutta la loro attrezzatura: tinozze, bacinelle e bacini in legno, assi da stiro; tesero fili davanti agli edifici sostenuti da pali di bambù.



Fecero oscillare lunghe funi attraverso la piazza, dalle quali pendevano ampi teli di biancheria: lenzuola, tende, tovaglie; cosi che le case sembrano addobbate per l'ingresso festoso di un principe, e la piazza stessa dà l'impressione di essere un immenso albero maestro carico di vele che si gonfiano al vento.

Il caso, durante la nostra passeggiata, ci ha portati in un vicolo leggermente meno squallido degli altri, dove, davanti ad ogni casa, si radunavano gruppi di ragazze, sedute su sgabelli o sedie di paglia.

Sono intente a lavorare al telaio o con l'ago, realizzando quei raffinati lavori che qui si chiamano "ricami". E' una specialità palermitana, come il merletto a Bruges e a Venezia..."


lunedì 25 maggio 2026

L'ARCIGNO CASTELLO DI CEFALA' DIANA: UNA STORIA DI ASSEDI, ABBANDONO E PRESUNTI MIRACOLI

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Le prime notizie che riguardano il castello di Cefalà Diana, i cui ruderi si innalzano su una rocca di 657 metri che domina un vastissimo paesaggio agricolo, risalgono al 1349: raccontano di un assedio subìto da un centinaio di balestrieri ed armigeri legati a Manfredi Chiaramonte contro un presidio militare catalano.

Sembra che l'abbandono della fortezza risalga all'Ottocento, quando diventò rifugio di contadini e pastori. Di certo, nel "Vocabolario Geografico-Storico Statistico dell'Italia" pubblicato nel 1873 a Bologna da Salvatore Muzzi, alla voce "Cefalà Diana", si legge:

"L'antico castello vi è in rovina, le moderne fabbriche sono meschine"

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Caduto nell'oblio, questo esempio di trecentesca architettura militare finì al centro delle attenzioni il 16 maggio del 1967 per la notizia dell'apparizione a tre bambini della Madonna in una finestrella superiore della torre: un fenomeno che fece parlare di una "nuova Fatima" ( le due fotografie riproposte da ReportageSicilia sono tratte da un articolo pubblicato dalla rivista "Domenica del Corriere" il 20 giugno del 1967 ) richiamando sul posto migliaia di persone dalle province di Palermo, Agrigento e Trapani




Restaurato a partire dal 1995, il castello di Cefalà Diana mostra una imponente torre quadrangolare alta 15 metri ed un arco di conci squadrati nella muratura.

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Il suo aspetto sottolinea la funzione rigidamente militare, con pochissime concessioni ad elementi architettonici con pretese d'arte: una valutazione così espressa da Ferdinando Maurici nel 2020 nel saggio "Castelli medievali in Sicilia da Carlo D'Angiò al Trecento", edito a Palermo dall'Agenzia di Sviluppo della Sicilia Occidentale:

"Rudezza militare ovunque. Anche negli ambienti di servizio, appoggiati sul muro di cinta ovest; anche nel cortile, costituito dalla roccia di sedime in forte inclinazione, sbancata e resa orizzontale solo in un punto limitato.

Il castello di Cefalà, rude, essenziale, arcigno, con i suoi occhi che guardano in ogni direzione dell'antica baronia, è un vero monumento al sospetto ed all'incertezza, se non direttamente alla guerra..."


sabato 23 maggio 2026

L'UMILE VOLTO DEL SOPRAVVISSUTO LIBERTY A CANICATTINI BAGNI

Volto di donna "liberty"
a Canicattini Bagni.
Opera citata nel post


C'è un "liberty minore" che in Sicilia ha impegnato agli inizi del Novecento artigiani rimasti senza nome, soprattutto nella scultura decorativa di edifici residenziali e piccole case private. 

A questa anonima forma di espressione d'arte appartiene il volto di donna scolpito in un mensolone in pietra calcarea a Canicattini Bagni e ritratto in una fotografia pubblicata nell'opera di Antonino Uccello "Folclore siciliano", edita nel novembre del 1972 in occasione della inaugurazione della Casa-Museo del poeta e antropologo canicattinese.

"Canicattini Bagni - ha notato Francesco Terracina in "Mal di Sicilia" ( Edizioni Laterza, 2023, Bari ) - è un paese abituato alla fughe e ai ritorni, tanto che dai primi del Novecento, le rimesse dei fuoriusciti, emigrati soprattutto nelle Americhe, trasformarono il volto della cittadina, al punto che si parlò di liberty locale, con gli scalpellini che incidevano visi sulle facciate.

Di quel patrimonio edilizio resta ancora quello che non è stato spazzato ancora via dal furore edilizio degli anni Sessanta e Settanta"



 

IL RAPPORTO CON IL MARE RACCONTATO A GELA DALLA STORIA MA NEGATO DAL PRESENTE

Una veduta di Gela,
con il primo piano le mura di Capo Soprano.
Fotografia di Leonard von Matt,
tratta dal saggio
"Gela, destino di una città greca di Sicilia"
,
opera citata nel post


La notte di sabato 10 luglio del 1943, la costa di Gela fu teatro dell'imponente sbarco alleato che dalla Sicilia avrebbe cambiato il corso del secondo conflitto mondiale e i destini futuri dell'Europa.

In epoca moderna, questo evento bellico ha ridato per qualche giorno a Gela quella identità di "città di mare" che oltre due millenni fa, dopo sporadici sbarchi di migranti pre-ellenici, aveva determinato la sua colonizzazione da parte di gruppi di popolazione greca rodio-cretese.

Lo sviluppo dell'industria petrolchimica registrato nel secondo dopo guerra ha generato un rapporto di semplice "consumo" dell'ambiente marino gelese, rimasto per il resto avulso dall'identità territoriale e ambientale locale e limitato, oggi, ad un uso ricreativo-balneare.

Nel saggio "Industrializzazione senza sviluppo. Gela: una storia meridionale", pubblicato da Franco Angeli a Milano nel 1968 ( meritoriamente ristampato nel 2023 a Gela su un'iniziativa promossa da Nuccio Mulè ), Eyvind Hytten e Marco Marchioni avevano già individuato il voltafaccia della città al suo mare:

"Il mare, che in genere condiziona la vita di una comunità che vi sia costruita sulla costa, non sembra rappresentare un elemento importante nella vita della città. La stessa attività peschiera, una volta abbastanza fiorente, è oggi completamente distrutta..."



Cinque anni prima della pubblicazione del saggio di Hytten e Marchioni, la stessa valutazione era stata espressa dallo studioso di antichità e storico Pietro Griffo nell'opera "Gela, destino di una città greca di Sicilia" ( Stringa Editore, Genova, 1963 )

"Gela non fu mai, e sostanzialmente non è nemmeno adesso, una città marinara. I suoi interessi, le sue conquiste, la sua espansione, furono sempre legati alla terra e mai ebbero motivo di distaccarsene..."

Ai nostri giorni, Gela continua a rifiutare la sua natura di città bagnata dal mare. La marineria locale e una possibile parte di sviluppo delle attività turistiche - queste ultime penalizzate anche dallo sfregio arrecatole dalla presenza delle infrastrutture industriali, in buona parte in stato di rugginoso abbandono - pagano il prezzo dell'interramento del porto, da affrontare, in primo luogo, con una complessa opera di dragaggio.

Difficoltà tecniche e lungaggini burocratiche rendono tuttavia difficile una previsione sull'esecuzione di questo progetto che potrebbe forse un giorno riassegnare a Gela l'identità di "città di mare".