ReportageSicilia
ReportageSicilia è uno spazio aperto di pensieri sulla Sicilia, ma è soprattutto una raccolta di immagini fotografiche del suo passato e del suo presente. Da millenni, l'Isola viene raccontata da viaggiatori, scrittori, saggisti e cronisti, all'inesauribile ricerca delle sue contrastanti anime. All'impossibile fine di questo racconto, come ha scritto Guido Piovene, "si vorrebbe essere venuti quaggiù per vedere solo una delle più belle terre del mondo"
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sabato 27 giugno 2026
PINO CARUSO E L'ELOGIO DI PANELLE E "PANELLARI"
| Fotografia di Benedetto Patera, tratta dalla rivista "Oggi Sicilia" edita a Trapani nel settembre-ottobre 1960 |
Uno dei più apprezzati venditore a Palermo - per tutti, il "panellaro" - si chiamava Rosolino.
La sua friggitoria di panelle - un locale ammattonato con piastrelle bianche ingiallite dal tempo e dai fumi di frittura - si trovava a Sferracavallo, appena all'ingresso della borgata provenendo da Tommaso Natale.
Aggiungeva alle panelle non il prezzemolo ma i semi di finocchio; a partire dall'ora di colazione sino a quella di cena, i clienti si assembravano per mangiarle nel classico panino tondo sormontato dalla "giuggulena".
Altri "panellari" - oggi assai meno che in passato - si trovano in quasi tutti i quartieri popolari della città; alcuni di loro spostavano giornalmente la loro friggitoria ambulante a bordo di ansimanti Moto Ape, piazzandosi nei pressi dei luoghi affollati: scuole, ospedali, uffici pubblici, lo stadio, la spiaggia di Mondello...
Nel 1993, l'attore palermitano Pino Caruso diede così spazio a panelle e "panellari" nell'introduzione del libro "La cucina siciliana" di Maria Adele Di Leo ( Newton Compton Editori, Roma ):
"Pane e panelle è un'idea tutta palermitana; e che, andando verso Messina, si ferma a Cefalù; verso Trapani, a Sciacca.
Lo divoravano ( e credo lo divorino ancora ) gli scolari nell'ora di ricreazione, i soldati in libera uscita, i negozianti, gli impiegati, gli artigiani negli intervalli di lavoro, gli intellettuali e i "signori" nell'ora del tè, i sagrestani tra una funzione e l'altra, i becchini dopo una sepoltura, i tifosi alle partite, i turisti all'ombra dei monumenti, gli emigranti al ritorno in patria, sbarcando.
Sicché, panellari girovaghi si dislocavano ( oggi, forse, meno di ieri ) davanti alle scuole, agli uffici, alle chiese, ai cimiteri, alle stazioni, ai musei, ai grandi magazzini; e, la domenica, davanti allo stadio.
Ne ricordo uno che, alla Favorita, vendeva panelle chiamandole "il sapore del gol"..."
venerdì 26 giugno 2026
LA SICILIA "DEGLI OPPRESSI E DEGLI OPPRESSORI" DI ROBERTO CIUNI
Pupo conservato nel Museo Internazionale delle Marionette "Antonio Pasqualino" di Palermo. Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia© |
Roberto Ciuni, palermitano, è stato uno dei giornalisti più addentro alle vicende siciliane della seconda metà del Novecento.
Dopo avere iniziato la sua carriera nella redazione de "L'Ora" approdò alla direzione del "Giornale di Sicilia". L'Isola, sempre presente nei suoi articoli, gli fu professionalmente stretta, come dimostrato dalle sue varie esperienze oltre lo Stretto: dal "Corriere della Sera" alla "Nazione", dal "Mattino" sino al ruolo di direttore editoriale delle Grandi Opere della Rizzoli.
Iscritto alla loggia massonica P2 - adesione che pure non gli comportò provvedimenti disciplinari da parte dell'Ordine dei Giornalisti - venne considerato un esperto di mafia, come dimostrati da centinaia di articoli e dal saggio "Mafiosi" pubblicato da Tranchida Editore a Milano nel 1996.
Nella sua prefazione al saggio di Mario Farinella "Diario Siciliano" edito nel 1977 da S.F. Flaccovio a Palermo, Ciuni scrisse un'osservazione ancora attuale su personaggi e vicende che raccontano la controversa storia della Sicilia:
"Giorno per giorno la Sicilia ripropone le vecchie contraddizioni. Eroismi e infamità, furore e silenzio, sfruttamento e liberazione convivono rappresentati sulle due facce della nostra storia: la storia degli oppressi e la storia degli oppressori"
lunedì 22 giugno 2026
LA FATICA DELLE DONNE GELESI NEI GIORNI DELL'"ABBACCHIATURA"
| Fotografia Leonard von Matt, opera citata nel post |
"La raccolta delle olive si fa col metodo tradizionale del percuoterne la caduta battendo i rami con una lunga pertica. A prenderne i frutti da terra si impiegano le donne, anche perché il loro salario è ancor oggi bassissimo"
La fotografia di Leonard von Matt è tratta dall'opera di Pietro Griffo "Gela destino di una città greca di Sicilia", edita a Genova nel 1963 da Stringa Editore.
L'immagine ritrae un momento della raccolta delle olive nel gelese con il sistema dell'"abbacchiatura", tramite l'azione dei "cutuliaturi", ovvero degli uomini che avevano il compito di scuotere i rami con una lunga canna.
Alle donne era riservata la fatica mal pagata della raccolta delle olive a terra, spesso conservate in un marsupio creato dal ripiego del grembiule alla cintura.
domenica 21 giugno 2026
GLI ULTIMI VOLTI DELLA TONNARA DI SANTA PANAGIA
Ancora a metà degli anni Cinquanta dello scorso secolo, prima del definitivo abbandono degli edifici, Albert t' Serstevens potè fotografare uno degli ultimi gruppi di lavoratori impegnati nel confezionamento del pesce nello stabilimento attivo all'interno della tonnara siracusana di Santa Panagia.
Da decenni, ciò che resta di questa storica tonnara attiva almeno dal 1466 e passata di proprietà nel corso dei secoli fra diverse famiglie - Crescimanno, Villadorada, Nava, ed in ultimo Gargallo - versa in stato di totale degrado.
Il moto ondoso, i crolli ed i continui furti degli elementi costruttivi e delle parti in pietra hanno privato la complessa struttura della sua identità originaria.
Una cinquantina di anni fa, grazie alle segnalazioni di Italia Nostra, si pose il problema della salvaguardia della tonnara, già da qualche anno soffocata dallo skyline delle ciminiere della vicina zona industriale.
Fu così che nel 1980 la Regione espropriò la struttura, dando il via ad una lunga serie di progetti di restauro, contenziosi giudiziari e annunci di finanziamenti - l'ultimo, da 6 milioni di euro, nel 2021 - che hanno però lasciato tuttora irrisolto il suo recupero strutturale.
venerdì 19 giugno 2026
IL MISTERO DELLA GRANDEZZA SU SCALA EGIZIA DELL'ARCHITETTURA DI SELINUNTE
| Fotografie Ernesto Oliva-ReportageSicilia© |
Nel suo diario che sarebbe poi diventato il saggio "Viaggio in Sicilia" edito nel 1955 a Milano da Electa Editrice, alla data del 5 giugno del 1953 il critico d'arte Bernard Berenson avrebbe così descritto la spropositata grandezza delle rovine di Selinunte:
"Siamo giunti a Selinunte in tempo per goderla a pieno nella luce del tardo pomeriggio, aggirandoci tra quelle pile di colossali capitelli e di rocchi di colonne che giacciono a terra come se abbattuti dal terremoto.
Selinunte, ancora più di Acragante, tentò il colossale su scala egizia; e però si vorrebbe conoscere con quali mezzi una città posta all'estremo margine del mondo greco trovasse la mano d'opera per così giganteschi edifici. Atene, per costruire i Propilei e il Partenone, poteva spremere con l'imposizione di nuovi tributi i suoi riluttanti alleati; ma qui c'era da ricavar tutto dai campi di grano, dalle olivete e dalle vigne della regione..."
domenica 14 giugno 2026
L'IRRAZIONALE VITA DELLE DONNE E DEGLI UOMINI RICHIAMATI DALLA VOCE DELL'ETNA
| Terrazzamenti sulle pendici dell'Etna. Fotografia tratta dall'opera "Il Sud e le Isole" a cura di Eugenio Turri edita da Banca Popolare di Novara nel 1983 |
Il territorio dell'Etna è una delle tante Sicilie presenti in Sicilia.
Il vulcano e le sue pendici contribuiscono con l'eccezionalità del loro paesaggio a rendere non impropria la definizione di "Continente" spesso attribuita a quella che, sia pure per soli 3416 metri - tanto dista la Sicilia dalla Calabria - rimane semplicemente un'isola mediterranea.
In tanti - viaggiatori, saggisti e scrittori - hanno scritto dell'Etna: del suo carattere fisico e di quello dei suoi abitanti, abituati da sempre a coesistere con la sua energia vulcanica, capace di plasmare il paesaggio e la quotidianità stessa di chi vi trascorra la vita.
Roberta Scorranese, giornalista e saggista di arte e temi culturali, ha descritto così questo ambiente nel settembre del 2013 sulle pagine del "Corriere della Sera":
"C'è qualcosa di profondamente irrazionale in questa collina, che, poco alla volta, ha rinunciato al suo verde e si è rilasciata rivestire di spessa lava nera rappresa; o negli sparuti greggi di pecore che hanno imparato a mangiare le spine dell'astragalo, fiore d'altura vulcanica; c'è qualcosa di irrazionale negli uomini e nelle donne che abitano le pendici, usi a convivere con "la voce" del vulcano, quel brontolio cupo e lontanissimo, simile al lamento di un vecchio parente da tempo recluso nella sua stanza...
Ma i resti di vita travolta che punteggiano qua e là la montagna dell'Etna non hanno l'aspetto severo dei moniti: sono piuttosto parte del paesaggio, l'estensione naturale di un ecosistema che muta al mutare del vulcano, che cresce con le sue vite, che si rinnova dopo ogni eruzione..."