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lunedì 25 maggio 2026

L'ARCIGNO CASTELLO DI CEFALA' DIANA: UNA STORIA DI ASSEDI, ABBANDONO E PRESUNTI MIRACOLI

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Le prime notizie che riguardano il castello di Cefalà Diana, i cui ruderi si innalzano su una rocca di 657 metri che domina un vastissimo paesaggio agricolo, risalgono al 1349: raccontano di un assedio subìto da un centinaio di balestrieri ed armigeri legati a Manfredi Chiaramonte contro un presidio militare catalano.

Sembra che l'abbandono della fortezza risalga all'Ottocento, quando diventò rifugio di contadini e pastori. Di certo, nel "Vocabolario Geografico-Storico Statistico dell'Italia" pubblicato nel 1873 a Bologna da Salvatore Muzzi, alla voce "Cefalà Diana", si legge:

"L'antico castello vi è in rovina, le moderne fabbriche sono meschine"

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Caduto nell'oblio, questo esempio di trecentesca architettura militare finì al centro delle attenzioni il 16 maggio del 1967 per la notizia dell'apparizione a tre bambini della Madonna in una finestrella superiore della torre: un fenomeno che fece parlare di una "nuova Fatima" ( le due fotografie riproposte da ReportageSicilia sono tratte da un articolo pubblicato dalla rivista "Domenica del Corriere" il 20 giugno del 1967 ) richiamando sul posto migliaia di persone dalle province di Palermo, Agrigento e Trapani




Restaurato a partire dal 1995, il castello di Cefalà Diana mostra una imponente torre quadrangolare alta 15 metri ed un arco di conci squadrati nella muratura.

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Il suo aspetto sottolinea la funzione rigidamente militare, con pochissime concessioni ad elementi architettonici con pretese d'arte: una valutazione così espressa da Ferdinando Maurici nel 2020 nel saggio "Castelli medievali in Sicilia da Carlo D'Angiò al Trecento", edito a Palermo dall'Agenzia di Sviluppo della Sicilia Occidentale:

"Rudezza militare ovunque. Anche negli ambienti di servizio, appoggiati sul muro di cinta ovest; anche nel cortile, costituito dalla roccia di sedime in forte inclinazione, sbancata e resa orizzontale solo in un punto limitato.

Il castello di Cefalà, rude, essenziale, arcigno, con i suoi occhi che guardano in ogni direzione dell'antica baronia, è un vero monumento al sospetto ed all'incertezza, se non direttamente alla guerra..."


sabato 23 maggio 2026

L'UMILE VOLTO DEL SOPRAVVISSUTO LIBERTY A CANICATTINI BAGNI

Volto di donna "liberty"
a Canicattini Bagni.
Opera citata nel post


C'è un "liberty minore" che in Sicilia ha impegnato agli inizi del Novecento artigiani rimasti senza nome, soprattutto nella scultura decorativa di edifici residenziali e piccole case private. 

A questa anonima forma di espressione d'arte appartiene il volto di donna scolpito in un mensolone in pietra calcarea a Canicattini Bagni e ritratto in una fotografia pubblicata nell'opera di Antonino Uccello "Folclore siciliano", edita nel novembre del 1972 in occasione della inaugurazione della Casa-Museo del poeta e antropologo canicattinese.

"Canicattini Bagni - ha notato Francesco Terracina in "Mal di Sicilia" ( Edizioni Laterza, 2023, Bari ) - è un paese abituato alla fughe e ai ritorni, tanto che dai primi del Novecento, le rimesse dei fuoriusciti, emigrati soprattutto nelle Americhe, trasformarono il volto della cittadina, al punto che si parlò di liberty locale, con gli scalpellini che incidevano visi sulle facciate.

Di quel patrimonio edilizio resta ancora quello che non è stato spazzato ancora via dal furore edilizio degli anni Sessanta e Settanta"



 

IL RAPPORTO CON IL MARE RACCONTATO A GELA DALLA STORIA MA NEGATO DAL PRESENTE

Una veduta di Gela,
con il primo piano le mura di Capo Soprano.
Fotografia di Leonard von Matt,
tratta dal saggio
"Gela, destino di una città greca di Sicilia"
,
opera citata nel post


La notte di sabato 10 luglio del 1943, la costa di Gela fu teatro dell'imponente sbarco alleato che dalla Sicilia avrebbe cambiato il corso del secondo conflitto mondiale e i destini futuri dell'Europa.

In epoca moderna, questo evento bellico ha ridato per qualche giorno a Gela quella identità di "città di mare" che oltre due millenni fa, dopo sporadici sbarchi di migranti pre-ellenici, aveva determinato la sua colonizzazione da parte di gruppi di popolazione greca rodio-cretese.

Lo sviluppo dell'industria petrolchimica registrato nel secondo dopo guerra ha generato un rapporto di semplice "consumo" dell'ambiente marino gelese, rimasto per il resto avulso dall'identità territoriale e ambientale locale e limitato, oggi, ad un uso ricreativo-balneare.

Nel saggio "Industrializzazione senza sviluppo. Gela: una storia meridionale", pubblicato da Franco Angeli a Milano nel 1968 ( meritoriamente ristampato nel 2023 a Gela su un'iniziativa promossa da Nuccio Mulè ), Eyvind Hytten e Marco Marchioni avevano già individuato il voltafaccia della città al suo mare:

"Il mare, che in genere condiziona la vita di una comunità che vi sia costruita sulla costa, non sembra rappresentare un elemento importante nella vita della città. La stessa attività peschiera, una volta abbastanza fiorente, è oggi completamente distrutta..."



Cinque anni prima della pubblicazione del saggio di Hytten e Marchioni, la stessa valutazione era stata espressa dallo studioso di antichità e storico Pietro Griffo nell'opera "Gela, destino di una città greca di Sicilia" ( Stringa Editore, Genova, 1963 )

"Gela non fu mai, e sostanzialmente non è nemmeno adesso, una città marinara. I suoi interessi, le sue conquiste, la sua espansione, furono sempre legati alla terra e mai ebbero motivo di distaccarsene..."

Ai nostri giorni, Gela continua a rifiutare la sua natura di città bagnata dal mare. La marineria locale e una possibile parte di sviluppo delle attività turistiche - queste ultime penalizzate anche dallo sfregio arrecatole dalla presenza delle infrastrutture industriali, in buona parte in stato di rugginoso abbandono - pagano il prezzo dell'interramento del porto, da affrontare, in primo luogo, con una complessa opera di dragaggio.

Difficoltà tecniche e lungaggini burocratiche rendono tuttavia difficile una previsione sull'esecuzione di questo progetto che potrebbe forse un giorno riassegnare a Gela l'identità di "città di mare".



giovedì 21 maggio 2026

IL SORVOLO DEGLI SPIRITI SULLE CURVE DELLA "CURSA" DI ROMUALDO ROMANO

Immagini della Targa Florio del 1907,
la seconda edizione nella sua storia.
Nelle fotografie sottostanti,
Fournier e Achilli su una "Baiardi Clement".
Scatti tratti dall'opera citata nel post


Alcuni fra gli scrittori siciliani del Novecento non hanno mancato di inserire nelle loro opere riferimenti più o meno estesi alla "Cursa", la Targa Florio: una gara automobilistica entrata nella narrazione del costume siciliano di quel secolo, oggi diventata quasi la narrazione di un Mito.

Di Targa Florio hanno certamente scritto ( l'elenco non ha pretese di completezza ) Giuseppe Antonio BorgeseGesualdo BufalinoLeonardo SciasciaVincenzo ConsoloErcole Patti e Romualdo Romano.

Quest'ultimo - forse il meno noto - pubblicò un breve articolo dedicato a Vincenzo Florio ed alla sua "Cursa" sul settimanale "Epoca" del 13 settembre del 1951: tre giorni prima, Franco Cortese aveva vinto su una Frazer Nash la 35a edizione della gara, portata a termine solo da otto dei 25 partenti.



Due anni prima, Romano - palermitano, insegnante in una scuola elementare - aveva vinto il "Premio Hemingway" con il breve romanzo "Scirocco", ottenendo un premio da 100.000 lire e soprattutto la pubblicazione, nel 1950, nella collana "La Medusa degli Italiani" di Arnoldo Mondadori Editore:

"Mentre Vincenzo Florio additava le sbiadite immagini di uomini già scomparsi, di assi e di celebrità del bel mondo fine Ottocento - si legge nell'articolo di Romano su "Epoca" - io viaggiavo nel tempo.

Dissi:

"Non è possibile che in meno di mezzo secolo si faccia tanta strada!"

E invece sbagliavo.

Lì, su quelle vecchie immagini, il mondo scomparso rivive tranquillamente, passava come sequenza davanti gli occhi attoniti dei presenti, svaniva poi nella lontananza.

Nel 1906 eravamo bambini, forse non eravamo nati. Eppure nasceva la "Targa Florio" e, con essa, altre edizioni consorelle in ogni altra parte del mondo. 

Nasceva la macchina. 

"Allora disse Vincenzo Florio contemplando una sua vecchia foto - "il mondo era da conquistare. Stavamo per conquistarlo agli occhi smarriti degli increduli. E volevamo conquistarlo per questo...".

Un enorme volante collocato sulla torretta fa bella mostra davanti i nostri occhi. Dietro il volante un mastodontico pilota che si accinge a lanciare la sua freccia. In fondo, una folla di appassionati, le magnifiche signore convenute da ogni parte, i giornalisti, i fotografi con i mantici lunghi un metro, i competenti che consultano i Roskoff; e più in là, solide come barriere di acciaio, le transenne di sicurezza.

Tutto questo lo volle lo stesso Vincenzo Florio che oggi ci parla, che si apparta un attimo per dare retta al telefono, il più fedele fra i suoi fedeli che da anni lo coadiuvano nella complicata organizzazione e nella regia.



Quest'anno la Targa è come se rinascesse. Da dieci anni aveva deviato il suo percorso, sino all'incidente La Motta-Faraco.

Adesso ritorna nella sua prima edizione, nel magnifico e pittoresco Circuito delle Madonie. Ritorna sulle strade battute dai più celebri assi del volante, molti da tempo scomparsi. La Targa sulle Madonie fa rinascere l'Ottocento e la sua malinconica dipartita. E' come se si affondasse improvvisamente nel tempo.

Nuvolari, Chersi, Chiron, Borzacchini, Brivio, Varzi, Divo, Pintacuda, si adunano in questo stesso Circuito che diede loro la gloria. Alcuni saranno presenti veramente. Gli altri sorvoleranno con i loro spiriti le zone impervie e le insidiose curve nelle montagne. Ma ci saranno tutti. Anche edoardo Scarfoglio vedremo segnare appunti per il suo giornale.

"Quali sono i suoi pronostici, quest'anno?" chiedo.

Il commendatore Florio guarda il suo taccuino e scrolla il capo.

"il segreto è necessario per la buona riuscita", dice piano, poi sorride.

Leggo nei suoi occhi l'ansia e l'attesa: dopotutto, è una sua creatura questa Targa; è una figlia che ha bisogno di vestiti e di denaro per l'avvenire.

Vincenzo Florio lo sa e fa di tutto per essere veramente un padre" 

 


mercoledì 29 aprile 2026

GLI ZOLFATARI DI NINO GARAJO

 


TERMINI IMERESE, LA VIABILITA' DISORIENTANTE CHE COLPI' T'SERSTEVENS

Riposo all'ombra degli alberi
in piazza Duomo, a Termini Imerese.
Fotografia di Albert t'Serstevens,
opera citata nel post


Attraversata in parte da quella strada statale 113 che collega Palermo a Messina e lambita dall'autostrada Palermo-Catania, Termini Imerese è una citta che sembra poco attrarre turisti e viaggiatori in cerca di monumenti o altri richiami meritevoli di attenzione. 

La visitò invece nel 1956 lo scrittore e saggista belga naturalizzato francese Albert t'Serstevens, che, un anno dopo, la descrisse nell'opera "Sicile Sardaigne Iles éoliennes. Itinéraires italiens", edita in Francia da B.Arthaud.

Accompagnato nel suo viaggio dalla moglie Amandine Doré, pittrice ed illustratrice che illustrò con 57 disegni il racconto anche fotografico del marito, t'Serstevens sottolineò il "fascino provinciale" di Termini Imerese; ma, soprattutto, descrisse le difficoltà - ancora attuali - di quanti devono attraversala lungo il carosello di strade che collegano "Termini bassa" a "Termini alta":   

"Termini, sulla sua ripida collina, blocca la strada per Palermo, così che, per raggiungerla,  bisogna salire fino alla fine della città per poi ridiscendere dall'altro lato. Nulla andrà perduto, perché la città ha il suo fascino provinciale che indugia nella sua languida atmosfera sul Belvedere e su piazza Duomo.

Si tratta semplicemente di una pasta sfoglia simile alla meringa, decorata con zucchero bianco in stile barocco, e non vale nemmeno la pena di una breve visita.

Ma che piacevole ristoro all'ombra scura dei ficus, dove bambini intraprendenti vengono a offrirti cestini pieni di fragole. Abbiamo lasciato il selciato di ciottoli cosparso di piccole stelle verdi, i gambi dei frutti con cui avevamo preparato un pasto completo per vegetariani affamati.

Nonostante le sue acque termali, famose fin dai tempi di Pindaro e che hanno dato il nome alla città, e nonostante il suo museo di oggetti antichi pieno di cianfrusaglie, che tuttavia ospita un bellissimo trittico bizantino, il fascino della città risiede nella sua struttura irregolare: strade a gradoni che si sovrappongono e si intersecano, un perfetto esempio di frammentazione urbana, accentuata qui dalle continue differenze di livello.

Sebbene non sia estesa, è difficile orientarsi al suo interno e non si sa mai dove condurranno queste strade faticose, che si perdono nel cielo o sprofondano nelle profondità delle valli..."

martedì 28 aprile 2026

GELA, LA VECCHIA ILLUSIONE DELL'"ORO NERO" E LA REALTA' DELLA PERENNE CRISI IDRICA

Fotografie di Leonard von Matt,
opera citata nel post


"L'economia agricola della zona è ancora sostanzialmente elementare. 
L'acqua scarseggia; per gli usi potabili si trasporta da lontano, in recipienti di terracotta, a dorso di mulo"

Questa didascalia commentò l'immagine del fotografo e libraio svizzero Leonard von Matt qui riproposta nel post da ReportageSicilia; uno scatto, insieme a quello di una veduta di Gela, tratto dall'opera di Pietro Griffo "Gela, destino di una città greca di Sicilia", edita da Stringa Editore Genova nel 1963.




Il volume venne realizzato con il patrocinio dell'Ente Nazionale Idrocarburi ( ENI ), che all'epoca aveva iniziato lo sfruttamento industriale del territorio di Gela, destinandolo ad una rapida e deformante trasformazione socio-ambientale.




Alla fine del saggio - una ricostruzione della storia archeologica di Gela, all'epoca oggetto di campagne di studio e di scavi - l'autore diede la sua visione del futuro di un'area siciliana che oggi paga i guasti di quella stagione di massivo sviluppo dell'industria petrolchimica; e dove, finita ben presto la corsa al petrolio, il problema della disponibilità di acqua è ancora irrisolto: 

"Dalle viscere della sua terra, dalle profondità del suo mare, l'"oro nero" sgorga da qualche anno copiosamente e promette per l'avvenire certezze inequivoche di benessere e di civile progresso..."