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mercoledì 16 settembre 2026

IL MOMENTO DELLA VERITA' DI VAL GIELGUD A SEGESTA

Il tempio di Segesta.
Fotografia di Nino Teresi,
tratta dalla rivista "Sicilia",
opera citata nel post


Fra i tanti viaggiatori inglesi assai noti nel loro Paese che hanno visitato la Sicilia nel Novecento figura l'attore, scrittore e sceneggiatore della BBC Val Gielgud. Londinese, per conto dell'ente radiotelevisivo pubblico del Regno Unito fu il direttore di produzione dell'adattamento per la televisione del dramma di Luigi Pirandello "L'uomo dal fiore in bocca": la trasmissione andò in onda il 14 marzo del 1930, ed è accredita come la prima produzione televisiva trasmessa dalla BBC nel corso della sua celebrata storia.

Trent'anni dopo, Val Gielgud fu autore di un "noir" intitolato "To bed at noon" ( "A letto a mezzogiorno" ), ambientato in una pensione della Sicilia - un luogo in cui uno degli ospiti avrà a che fare con lo strano comportamento dei proprietari - e che l'autore collocò in un immaginario paese chiamato Porto Basso.

L'interesse di questo personaggio della cultura inglese per la Sicilia sarebbe nato nel 1920, quando sbarcò per la prima volta a Palermo in compagnia di un collega universitario di Oxford: un'informazione riferita dallo stesso Gielgud in un articolo da lui pubblicato nel settembre del 1965 dalla rivista "Sicilia", edita dall'assessorato al Turismo della Regione Siciliana.

Il racconto - intitolato "Moment of Truth" ( "Momento della Verità" ) - riferì di un'escursione compiuta durante quel passato viaggio a Segesta insieme al suo accompagnatore e ad un maggiore dell'artiglieria danese in pensione incontrato in un albergo palermitano.

"Tutto quello che sapevo di Segesta - scrisse allora Val Gielgud - si riduceva a qualche vago riferimento contenuto nella descrizione di una delle invasioni cartaginesi. Ricordo che era una giornata torrida, con un cielo d'un azzurro bruciante. Ci siamo andati, naturalmente, in auto, e il nostro autista possedeva tutte le tipiche, accattivanti qualità dei suoi connazionali: l'amore per la velocità fine a se stessa, un coraggio assoluto, una cordialità estrema e una vena loquace, di cui però gran parte sfuggiva inevitabilmente a viaggiatori per lo più ignari della sua lingua.

Diventammo piuttosto nervosi, piuttosto a disagio e terribilmente accaldati.

Finalmente, e apparentemente in mezzo al nulla, l'auto si fermò. Ci trovavamo in una conca poco profonda fiancheggiata da grandi colline rosse, e un pò più in basso serpeggiava un piccolo ruscello. Un gruppo di muli era legato a bordo strada e noi ci issammo con cautela sulle loro schiene pazienti. Così in sella, guadammo il torrente e proseguimmo lungo un sentiero pietroso che curvava molto dolcemente verso l'alto e verso destra, aggirando il fianco della collina più vicina.

Raggiungemmo la cima del crinale e tirammo le redini: ed eccolo lì. il tempio di Segesta, nella perfetta solitudine della sua collocazione, forse a un quarto di miglia di distanza. A precederlo, come un ghiacciaio, una distesa di erba riarsa. Alle sue spalle, lo sfondo di grandi colline interrotto da un varco attraverso il quale, come un immane scudo, il mare scintillava al sole. 

Nessun uccello cantava, nessun fumo oscurava il cielo. A parte il lieve, sporadico tintinnio delle briglie dei muli, il silenzio era assoluto. E in quel momento seppi con certezza - come mai avevo saputo sotto le guglie di Oxford, e come avrei saputo di nuovo, ma con minore certezza, vedendo le aquile di Zeus volteggiare contro la rupe di Delfi - il significato dell'idea greca, i valori della purezza classica. Fu da quel momento che iniziai a considerare la Sicilia come il crocevia della civiltà europea, così come la Gran Bretagna è il crocevia del commercio mondiale.

Grazie alla sua posizione geografica unica, e al prezzo di innumerevoli vite, la Sicilia ha attinto dalla Grecia e da Roma, ha assimilato tanto i Normanni quanto i Saraceni e ha sviluppato i punti di forza e il fascino tipici delle terre i cui abitanti godono del vantaggio di un sangue misto..."

venerdì 11 settembre 2026

STORIA, LEGGENDE E ABBANDONO DEL CASTELLUCCIO DI GELA

Il Castelluccio di Gela
in una fotografia di Leonard Von Matt,
tratta dall'opera di Pietro Griffo
"Gela destino di una città greca di Sicilia",
edita da Stringa Editore di Genova nel 1963


"Per la sua posizione, per il sobrio profilo che si staglia fra il cielo e la piana di Gela, per la sua struttura architettura di inconfondibile matrice medievale. può benissimo essere incastonato fra i piccoli grandi tesori siciliani. Queste condizioni possono essere ancora mantenute se la mano e il cuore degli uomini non rimarranno insensibili a quello che il tempo ha voluto, nel bene e nel male, preservare.

Una cosa è certa: l'inesorabilità del tempo e il Castelluccio sono ormai alle strette; ed a nulla varranno le migliaia di depliant turistici per preservarlo dal crollo delle ultime mura. Oggi fra le sue torri smerlate e fra le feritoie a forma arciera, nidificano gazze e cornacchie, fra pungenti aromi di erbe selvatiche..."

Così - in un reportage pubblicato il 17 giugno del 1987 sul quotidiano "La Sicilia" - il giornalista, poeta e promotore della cultura siciliana empedoclino Federico Hoefer denunciò lo stato di abbandono del Castelluccio di Gela: un singolare e poco noto esempio di architettura medievale dell'Isola, a una decina di chilometri dalla cittadina nissena e che ancor oggi non sembra poter cambiare il suo destino di disfacimento.

"Le due torri quadrate poste ai lati del corpo principale guardano ad Est e ad Ovest; le strutture interne centrali, sorrette da archi che dovevano servire per la guarnigione - questa la descrizione fatta all'epoca da Federico Hoefer - conferiscono al maniero possanza. La luce naturale, sia quella solare, sia quella romantica lunare, equamente distribuita fra la costa eschilea e quella dell'ex piana a tavoliere bianco di cotone, vi gioca un ruolo di chiaroscuri di incomparabile suggestività. Nelle fondamenta pare che fosse ricavata una capiente cisterna per l'acqua..." 



Hoefer aggiunse una suggestiva ipotesi sull'originaria struttura del Castelluccio riferita dallo studioso locale Giancarlo Fastame, secondo cui l'edificio sarebbe stato munito di una galleria sotterranea di collegamento alla città di Gela, sino agli ex-Granai di Palazzo Ducale: una circostanza a quanto pare mai verificata, ma che in passato ha alimentato le leggende che accompagnano la storia di questo monumento. 

Il nome Castelluccio compare già in un atto di donazione del 1143, quindi in epoca normanna; ma ciò che si osserva delle attuali strutture sembra risalire al XIII secolo. Fra i primi proprietari, vi sarebbero stati Anselmo di Modica e i suoi discendenti; il figlio Perollo, militare di Caltagirone, nel 1346 ne ebbe confermato il possesso da Federico III d'Aragona. Sotto il re Martino, il Castelluccio passò al nobile Ruggero Impanella e, nel 1422, a Simone de Corella, coppiere reale; quindi, l'edificio sarebbe passato al patrimonio degli Aragona di Terranova e quindi dei Pignatelli: passaggi di proprietà accompagnati da interventi di ristrutturazione, incendi e, forse, da un rovinoso terremoto, nel novembre del 1542. Dopo questi eventi, il Castelluccio sarebbe stato definitivamente abbandonato, alimentando il consueto proliferare di racconti e dicerie sulla presenza di spiriti, fantasmi e streghe che, promettendo la scoperta di tesori, ucciderebbero gli incauti ricercatori. 

Ben più reale è la storia di abbandono e rovina del Castelluccio raccontata negli ultimi decenni, allorché si tentò di porre rimedio ad un dissesto aggravato dai danni arrecati dalle operazioni belliche che nel luglio del 1943 videro il territorio di Gela - e la stessa area dello storico edificio - al centro dell'"operazione Husky"

Passato sotto la proprietà dell'assessorato regionale al Turismo della Regione Siciliana, nel 1987 fu stanziato un finanziamento da 500 milioni di lire per il suo restauro. I lavori - che compresero anche una campagna di scavi diretti dalla Sovrintendenza di Caltanissetta - si conclusero nel 1993; nel 2004 il Castelluccio fu dotato di un impianto di illuminazione notturna che avrebbe dovuto valorizzare il suo elegante profilo sulla collina di gesso di contrada Spadaro. Ma l'assenza di un reale progetto di tutela di questo monumento - causata, pare, anche dalla indisponibilità di custodi - ne ha decretato un nuovo abbandono, accompagnato da vandalismi e furti del materiale elettrico e delle suppellettili che avrebbero dovuto promuovere l'accoglienza dei visitatori.



Alla luce dell'attuale sorte assegnata a questo dimenticato e maltrattato esempio di architettura trecentesca dell'Isola, non si può che rileggere con amarezza quanto ancora scrisse quasi quarant'anni fa Federico Hoefer:

"C'è da osservare che per la sua posizione, per il sobrio profilo che si staglia fra cielo e piana gelese, per la sua struttura architettonica di inconfondibile matrice medievale, il Castelluzzo può benissimo essere incastonato fra i piccoli grandi tesori siciliani..."   




lunedì 31 agosto 2026

I FICHI DI INDIA DI LUC GAUTHER


 



LO SCATTO DI t'SERSTEVENS AI VITELLONI NELLA PIAZZA DI SCIACCA

Saccensi riuniti ai tavolini di un bar.
Fotografia di Albert t'Serstevens,
opera citata nel post


Nel suo viaggio in Sicilia raccontato nell'opera "Sicile, Sardaigne, Iles éoliennes, Itinéraires italiens" (  B. Arthaud, France, 1957 ) Albert t'Serstevens capitò a Sciacca. Qui, in piazza Scandaliato - luogo di passeggio e di ozio dei saccensi - scoprì un gruppo di loro tenacemente seduti ai tavolini dei bar, senza che consumassero alcunché. L'incontro fu documentato da uno scatto fotografico dello stesso t'Serstevens, che lasciò testimonianza dell'esperienza con queste osservazioni:

"La fitta ombra dei platani e delle magnolie, che in parte in popolano questa piazza, offre un rifugio per una vita cittadina all'insegna della tranquillità; una sorta di occupazione, se così si può dire, per una buona maggioranza dei siciliani, anche se sono titolari e beneficiari di un impiego.

Prediligono in particolare i tavolini all'aperto sistemati sotto le fronde dei caffè di quartiere, dove trascorrono lunghe ore seduti senza che vi sia traccia di alcuna consumazione. E' un privilegio degli habitué italiani poter occupare i tavoli di un bistrot senza consumare nulla, a patto, ovviamente, che si facciano servire un espresso o una birra, una o due volte la settimana.

Ci è capitato spesso di non poterci sedere a un tavolino all'aperto perché tutti i posti erano occupati da quei clienti inattivi, a meno che non fossero loro stessi a cederci gentilmente le loro postazioni o non intervenisse il gestore, invitandoli cortesemente a farlo.

In quella piazza di Sciacca sono riuscito a immortalare, con il mio furtivo obiettivo, un gruppo di quegli abituali clienti: erano lì da più di un'ora senza che il cameriere si fosse nemmeno fatto vivo. 

Questa immagine realizza il caffè sognato da Alphonse Allais ( scrittore e umorista francese, n.d.r ), credo: un luogo dove ci si possa sedere senza ordinare nulla, dato che in fondo non ci accomodiamo ai tavolini all'aperto per bere, ma per guardare passare gli altri..."

giovedì 6 agosto 2026

IL RITORNO ESTIVO DI MISTRETTA AL "CIRCOLO UNIONE"

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Seduti sulle sedie in vimini in una delle sale dello storico Circolo Unione, quattro uomini ultra sessantenni discutono con toni pacati, ricordando storie e personaggi di Mistretta: il loro paese. Uno è un alto dirigente dell'INPS, un altro un ex presidente di tribunale, gli altri due liberi professionisti ben affermati. Tutti - ci informa un socio del Circolo - lavorano e vivono da decenni lontano da Mistretta, "in grandi città italiane". Tornano ogni estate dove sono nati e sono cresciuti, per ritrovarsi insieme e per godersi il fresco: un beneficio oggi prezioso, regalato da un paese arrampicato su una collina che riceve i flussi di aria temperata che si incanalano su un corridoio terrestre che va dalla costa del mar Tirreno sino ai vicini boschi dei Nebrodi

Sino a qualche decennio fa, Mistretta era uno dei più importanti centri della provincia di Messina, potendo vantare un tribunale ed altri uffici amministrativi. Oggi, la popolazione non supera le 5.000 persone e si contano migliaia di abitazioni disabitate. Il Comune sta tentato di dotare il paese di un nuovo istituto penitenziario: un'opera che, nella aspettative dei mistrettesi, potrebbe rilanciare l'economia locale, mitigando lo stillicidio degli abbandoni di un centro abitato che pure vanta scorci edilizi di pregio e due ben curate ville pubbliche.



"Il dinamismo del mondo moderno -  scrisse già nel 1961 Marcello Pacini nell'opera "Sicilia", edita da Sansoni e dall'Istituto Geografico de Agostini - si ripercuote qui, dunque, sotto l'aspetto doloroso della peregrinazione, della fuga. L'intimità di pensieri che le foreste dei Nebrodi sembrerebbero suggerire diviene allora prerogativa soltanto del turista che vi giunge da lontano e può lasciar vagabondare lo sguardo sulle verdi vallate o verso il mare mosso dalla visione delle Eolie. Per chi vi è nato lo spazio immenso delle montagne è una prigione, una dannazione..."

lunedì 3 agosto 2026

I RITRATTI SICILIANI DI "TEMPO" NEI GIORNI DELLO SBARCO ALLEATO



"Da una settimana si combatte all'ultimo sangue sul territorio della Sicilia contro l'invasione nemica. L'isola mediterranea assume un'importanza capitale e forse decisiva nei confronti delle sorti del conflitto. Dietro il fronte dell'Asse, il popolo siciliano cacciato dalle sue case dalla furia dei bombardamenti, è il vero protagonista della tragedia che si compie sulla antichissima terra. Sulle porte dell'Europa preme la massa degli eserciti anglosassoni, sale per i monti Iblei..." 

Così il settimanale "Tempo" edito da Mondadori il 22 luglio del 1943 diede conto dello sbarco delle forze alleate in Sicilia in quella che prese il nome di "Operazione Husky". Alla data di pubblicazione della rivista, le truppe americane avevano appena occupato Enna; quelle canadesi erano invece riuscite a mettere piede ad Assoro e Leonforte, ingaggiando per giorni in quel territorio una durissima battaglia con i soldati tedeschi ed italiani.



Quel numero di "Tempo" stampato in coincidenza con l'inizio della liberazione dell'Italia dal nazi-fascismo, dedicò allo sbarco alleato nell'Isola una copertina intitolata "Gente di Sicilia": vi si scopre il volto dall'espressione intensa di una giovane donna, mentre nelle pagine interne trovò spazio la fotografia di un contadino in posa con due ragazzini ed un bambino.

venerdì 24 luglio 2026

UNA CORSA FRA LE SCOMPARSE DUNE DI ISOLA DELLE FEMMINE

Le dune di Isola delle Femmine.
Fotografia di Federico Patellani,
opera citata nel post


E' difficile ricostruire le trasformazioni subite negli ultimi decenni dall'ambiente in Sicilia, a causa di una incontrollata antropizzazione che ha coinvolto soprattutto le aree costiere dell'Isola. Un esempio di questo stravolgimento del territorio è offerto da una fotografia pubblicata il 15 luglio del 1958 dal settimanale "Tempo": l'immagine restituisce il volto originario della costa palermitana di Isola delle Femmine, all'epoca orlata da una distesa di dune di sabbia finissima. 

"Infinite zone promettono di diventare località balneari meravigliose - si legge nella didascalia che illustra la fotografia di Federico Patellani - e, tra queste, la lunga spiaggia ( dodici chilometri ) che prende nome dalla piccola Isola delle Femmine..."



Negli anni successivi, le dune di Isola delle Femmine sarebbero state cancellate da un'intensa attività edilizia che ne ha oggi ridotto l'estensione a poche decine di metri di semplice spiaggia: una perdita di identità ambientale che alla fine degli anni Sessanta sarebbe stata aggravata anche dalla costruzione delle corsie dell'autostrada Palermo-Trapani e dalla impunita proliferazione di una edilizia residenziale abusiva.