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sabato 31 luglio 2021

I PESCI SPADA IN SICILIA DI PIETRO GAULI

 






UNA STORICA FUGA DI LOMBARDI PIACENTINI DA SCOPELLO

Scorci di Scopello.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Con il loro corredo botanico che è un catalogo rigoglioso, a tratti straripante, di vita mediterranea - la palma nana, il carrubo, il frassino, l'ulivo, l'olivastro, il mirto, il mandorlo, l'alloro, le piante grasse - i faraglioni e la costa più accidentata di Scopello raccontano un passato remoto in cui un manipolo di cavalieri padani, pare piacentini, ne frequentarono il borgo; un villaggio che, per la vicina zona di pesca di grossi tonni, in precedenza era stato chiamato Cetaria

Pare che a guidare a Scopello i cavalieri venuti dal Nord sia stato tale Oddone di Camerina, in virtù di una concessione disposta nel 1237 da Federico II. Il documento concedeva questo luogo "a detti uomini lombardi per essere molto oppressati dalle guerre, andandovi con le mogli, coi figlioli ed i bestiami, le sostanze, i mobili e le masserizie, allo scopo di potervi comodamente abitare".



La concessione di una località siciliana dove dimenticare le asprezze dei combattimenti non procurò ai "lombardi piacentini" grandi  benefici; pare infatti che l'asprezza della località - afflitta dalla malaria - e le incursioni dei corsari nordafricani già nel 1241 avessero convinto i cavalieri padani ad abbandonare Scopello. Da qualche anno, migliaia di turisti e visitatori lombardi e di altre regioni del Nord Italia invadono la terra ed il mare che fu per un lontanissimo decennio dei loro antenati; e, ammaliati dallo scenario mediterraneo, non immaginano che questi luoghi siano stati quasi un millennio fa oggetto di una precipitosa fuga di conterranei.


mercoledì 28 luglio 2021

"IL GATTOPARDO" E LA SCOMPARSA ISOLANA DEI FATTI

Giuseppe Tomasi di Lampedusa,
e, sotto, Burt Lancaster, che nel film di Visconti
interpreta il principe di Salina.
Le foto sono tratte da "Feltrinelli 1955/2005,
50 anni di storia culturale attraverso le immagini"
,
novembre 2006




A distanza di 63 anni dalla sua pubblicazione, "Il Gattopardo" continua a rappresentare un attuale e sorprendente distillato di verità rivelatrici sulle debolezze irredimibili - citando Leonardo Sciascia - della Sicilia e dei siciliani. Le più inveterate sono ricordate nel capitolo quarto del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: quello che narra l'incontro fra il principe don Fabrizio di Salina ed il cavaliere Aimone Chevalley di Monterzuolo, inviato dal Monferrato in Sicilia per convincere ( inutilmente ) don Fabrizio ad accettare la carica di Senatore del Regno. Grazie al celebre monologo del principe di Salina nelle 15 pagine che descrivono quell'incontro si elencano le tare che segnano l'Isola ed i suoi abitanti ancora nel 2021; fardelli caratteriali ed antropologici che prendono capo dal primo:

"In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo  mai è semplicemente quello di fare..."



Rileggere queste pagine de "Il Gattopardo" significa oggi accorgersi del sostanziale e perdurante immobilismo della realtà siciliana; una realtà che, spesso, sfugge a una chiara comprensione dei suoi fatti:    

"In nessun luogo quanto in Sicilia - ha scritto ancora Tomasi di Lampedusa - la verità ha vita breve: il fatto è avvenuto da cinque minuti e di già il suo nocciolo genuino è scomparso, camuffato, abbellito, sfigurato, oppresso, annientato dalla fantasia e dagli interessi; il pudore, la paura, la generosità, il malanimo, l'opportunismo, la carità, tutte le passioni - le buone quanto le cattive - si precipitano sul fatto e lo fanno a brani; in breve è scomparso..."

venerdì 23 luglio 2021

MERCATO DEL PESCE A SCIACCA

 

Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia

LA TRACCIA GRECA DEL LUTTO IN SICILIA

Lutti di famiglia ad Acitrezza.
La fotografia, non attribuita,
venne pubblicata il 24 novembre 1953
da "Il Mondo" 


In "Sicilia", pubblicato da Zanichelli nel 1980 con fotografie di Pepi Merisio ed introduzione di Fortunato Pasqualino, un capitolo del volume porta il titolo "Nel segno della morte e della fede". Vi si esamina il rapporto fra siciliani e la morte, di frequente mediato da una religiosità ricca di segni esteriori, talvolta anche festosi. Nei testi che accompagnano le fotografie di Pepi Merisio, a proposito degli annunci mortuari che compaiono ancor oggi sui muri di città e paesi dell'Isola, Claudio Ragaini cita una considerazione del giornalista, saggista e documentarista netino Corrado Sofia:

"Se al tempo di Andromaca e Anchise ci fosse stata la stampa, noi oggi vedremmo, o ci sembrerebbe di vedere, in caratteri greci le diciture di quegli annunzi che resistono al sole e alla pioggia come in nessun altro paese del Mediterraneo..."

Quindi, Ragaini aggiunge di suo:

"C'è un senso profondo, arcaico, che accompagna in Sicilia l'espressione del lutto; qualcosa radicato nel carattere della gente e che si tramanda da secoli, come un sentimento ancestrale e perciò insostituibile. Le donne avvolte di nero dalla testa ai piedi, i segni esteriori che segnano il passaggio della morte, i finimenti stessi dei paramenti, la simbologia del dolore. tutto esprime la partecipazione corale, che non è solo esteriore, ma interna, vissuta come un dramma antico. La morte in Sicilia viene trattata con un cerimoniale che non ha confronti in nessun'altra regione italiana: dolore e rispetto, una visione tragica della vita che attinge le sue radici lontane tra gli antichi greci..." 

lunedì 19 luglio 2021

GRANDEZZA E MESCHINITA' DELLA SICILIA IN UN EDITORIALE DI STEFANO MAURI

Centro storico di Modica, nel ragusano.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Grazie alla scrittura di Stefania Auci, l'ascesa e la caduta dei Florio nella Sicilia fra seconda metà dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento - sino al 1908, quando la famiglia perse  le azioni della "Navigazione Generale Italiana" - sono diventati in questi mesi materia di best seller editoriali. La storia ormai assai remota della dinastia di imprenditori di origine calabrese trapiantati a Palermo sta vivendo un successo commerciale che è il frutto di quell'indubbia attrattiva che il "continente Sicilia" esercita, lontano dall'Isola, per il suo singolare intreccio di magnificenze e turpitudini.

Di questa commistione di diversi caratteri della Sicilia - e dei motivi del tracollo dei Florio ( oggetto di svariate e spesso contrastanti analisi storiche ed economiche ) -  ha scritto proprio a proposito dei libri della Auci l'editore Stefano Mauri:  

"Difficile trovare altrove quell'intensità e quella convivenza di fortuna e tragedia, meschinità e grandeur, puzze e profumi, raffinatezza e violenza, colori e squallore, che pervade l'isola di Stefania Auci e dei suoi romanzi. La cultura occidentale - ha scritto Mauri nell'editoriale "La storia è di chi la racconta" , pubblicato in "Il Libraio" ( giugno 2021 ) - dominante è governata dal PIL. Non appartengo al novero di quelle persone che misurano solo così il grado di civiltà. E questi due romanzi ne sono un esempio. Leggendo 'L'inverno dei Leoni' mi sono divertito come con il primo, ma ho anche imparato a vedere la storia d'Italia da una diversa prospettiva, quella siciliana. E' una storia molto diversa da quella dei miei studi universitari. Certamente i siciliani hanno commesso i loro errori, ma trovarsi dall'essere al centro del Mediterraneo a essere al margine della nuova nazione e poi ancora della stessa Europa mentre lo sviluppo delle ferrovie favorisce le aree continentali a scapito delle isole sicuramente ha reso molto difficile la vita agli imprenditori isolani dei quali i Florio, le cui attività raggiungevano ogni angolo del mondo, sono stati per decenni l'emblema.

E' incredibile la competenza con la quale, mentre sviluppa un romanzo travolgente con personaggi ben caratterizzati - tra tutti svetta Franca Florio - Stefania Auci si muove con disinvoltura anche nelle questioni romane dei primi anni del Regno d'Italia, laddove già allora politica e finanza decidevano delle sorti delle popolazioni..."

venerdì 25 giugno 2021

STORIA, MITO ED ETIMOLOGIA DEL GRANO IN SICILIA SECONDO FERDINANDO MILONE

Foto attribuita a Greco
pubblicata dalla rivista "Sicilia"
edita da S.F. Flaccovio Palermo
nel marzo del 1959


Si legge nell'Odissea che nella terra dei Ciclopi il grano fosse solito crescere quasi per miracolo, insieme all'orzo, "senza seme e senza opera dell'aratro"; una evidente falsità sottolineata dal geografo Ferdinando Milone, che, nell'opera "Sicilia. La natura e l'uomo" pubblicata nel 1960 da Paolo Boringhieri proprio alla secolare storia del grano nell'Isola dedicò ben dieci pagine. Insieme ad alcune ancora attuali notazioni sulle caratteristiche della coltivazione del grano in Sicilia, Milone si soffermò sulla diffusione di questa coltura nell'antichità; una feracità di cui diedero conto - oltre ad Omero - numerosi storici, scrittori, filosofi e botanici greci e romani: 

"Alla Sicilia riferisce Diodoro Siculo i versi di Omero, e li ritiene propri, adatti, per la bontà della terra, e perché ad essa per prima donarono il grano, 'le dee che lo inventarono, Demetra e Core, le quali sono massimamente onorate dai Sicelioti'. Ma Biagio Pace, nato anch'egli, come Diodoro, in Sicilia, sia pure a distanza di parecchi secoli, ci informa che in molti paesi di antica civiltà la leggenda ricollega alla propria terra la patria del grano e ne fa un dono portentoso della divinità. Tuttavia, ricorda l'illustre compianto autore, la leggenda rimane pur sempre a dimostrare l'importanza della coltura dei cereali nell'isola, come la documenta del pari la diffusione del culto di Demetra e di Core. Core è Proserpina, che proprio nel cuore della Sicilia fu rapita e trascinata da Plutone negli antri dell'inferno, mentre Demetra cercava invano la figliola per tutti i cantucci dell'isola. Inoltre, la credenza che il grano crescesse selvatico nei più fertili campi in Sicilia, poteva trovare appiglio 'in quelle graminacee selvatiche che offrono esteriore somiglianza coi frumenti, forse quel grano canino o orzo selvatico, che invade prosperoso vasti campi della Sicilia e quando a primavera fa la spiga dà una compiuta illusione di grano', dice il Pace.



Certo, la diffusione della coltura nell'isola nei tempi antichi, doveva essere grande, e il Pace ricorda i nomi di 'farru' e 'tuminìa', ancor oggi adoperati localmente. Il primo nome, forse derivato dal 'far' degli antichi, corrispondente ai grani 'vestiti' dei botanici moderni, in contrapposizione al 'triticum', che indicava i grani 'nudi'. 'Tuminìa', che con tanti altri nomi indica il grano marzuolo siciliano, avrebbe conservato il termine greco, deformato per incrocio su vocabolo noto, e cioè 'tuminu', vale a dire 'tumolo', misura di aridi e di superficie. Il grano doveva essere largamente coltivato, nell'antichità. Oltre ai famosi campi di Leontini e alle ondulazioni di Enna, erano ricordati, per la loro feracità in grano: i campi di Gela, menzionati nell'Epitafio di Eschilo; i dintorni di Selinunte, sulla costa meridionale, ricordati da Plinio e Teofrasto; e i campi di Mile, e cioè Milazzo, dove Teofrasto dice che si sarebbe avuta una messe di trenta volte la semente. Esagera Teofrasto, naturalmente; ed esagera Plinio, che parla di una messe di cento volte la semente, nei campi di Leontini, addirittura. Meno enfatico, una volta tanto, sarebbe stato Cicerone a portare la messe della pianura catanese, appunto, a otto o dieci volte la quantità seminata.  Tuttavia, la coltura del grano, ai tempi di Roma, doveva essere di gran lunga la più diffusa. E il raccolto abbondante. Nel secolo quinto avanti Cristo, l'isola esportava grano a Corinto, ad Atene, e, ancor più, a Roma. Gelone prometteva ai Greci di nutrirne l'esercito durante tutta la guerra contro i Persiani, a quanto ci narra Erodoto.



Cicerone afferma che la decima sul grano era il più importante gettito della provincia di Sicilia, e forse il solo cespite d'entrata pubblica. I granai di Siracusa erano famosi ai tempi dell'assedio di Marcello. Prima che finisse il terzo secolo avanti Cristo, Ierone faceva dono al popolo romano di ben 200000 'modii' di frumento, e inviò a Roma grano per le guerre di Illiria e di Gallia. Roma, insediata in Sicilia, cercò di mantenere in efficienza questa preziosa fonte di vita, e un suo proconsole percorse l'isola con reparti di cavalleria per incoraggiare, in maniera abbastanza persuasiva, la ripresa delle semine: 'ut viseret agros, cultaque ab incultis notaret et perinde dominos laudaret castigaretque'. Lo dice Livio. E Catone chiama la Sicilia 'nutricem plebis romanae'. Si vuole che ai tempi di Cicerone, l'isola desse in tutto circa 6 milioni di medimni, e cioè poco più di 3 milioni di ettolitri. Non molti di più: 3750000 ettolitri avrebbe forniti l'isola al tempo dell'Amari, alla metà dell'Ottocento. Nè i 6 milioni di medimni, e cioè poco più di 3 milioni di ettolitri, è da pensare che potessero essere superati dalla produzione dei tempi preromani. 



Credo, con il Pace, che debba considerarsi un vero luogo comune degli scrittori siciliani e stranieri la supposizione che prima di Roma l'agricoltura dell'isola fosse più prospera. Tanto più, che, come ci dice anche il Rostovzev, tranne qualche periodo di decadenza per guerre o lotte politiche, la Sicilia dovette mantenere a lungo la sua importanza come paese granario, e, mentre richiamava a sé capitali e iniziative romane e braccia servili d'Africa e d'Oriente, poteva sempre contare sulla metropoli, quale insaziabile e ognora crescente mercato di consumo..."