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mercoledì 29 aprile 2026

GLI ZOLFATARI DI NINO GARAJO

 


TERMINI IMERESE, LA VIABILITA' DISORIENTANTE CHE COLPI' T'SERSTEVENS

Riposo all'ombra degli alberi
in piazza Duomo, a Termini Imerese.
Fotografia di Albert t'Serstevens,
opera citata nel post


Attraversata in parte da quella strada statale 113 che collega Palermo a Messina e lambita dall'autostrada Palermo-Catania, Termini Imerese è una citta che sembra poco attrarre turisti e viaggiatori in cerca di monumenti o altri richiami meritevoli di attenzione. 

La visitò invece nel 1956 lo scrittore e saggista belga naturalizzato francese Albert t'Serstevens, che, un anno dopo, la descrisse nell'opera "Sicile Sardaigne Iles éoliennes. Itinéraires italiens", edita in Francia da B.Arthaud.

Accompagnato nel suo viaggio dalla moglie Amandine Doré, pittrice ed illustratrice che illustrò con 57 disegni il racconto anche fotografico del marito, t'Serstevens sottolineò il "fascino provinciale" di Termini Imerese; ma, soprattutto, descrisse le difficoltà - ancora attuali - di quanti devono attraversala lungo il carosello di strade che collegano "Termini bassa" a "Termini alta":   

"Termini, sulla sua ripida collina, blocca la strada per Palermo, così che, per raggiungerla,  bisogna salire fino alla fine della città per poi ridiscendere dall'altro lato. Nulla andrà perduto, perché la città ha il suo fascino provinciale che indugia nella sua languida atmosfera sul Belvedere e su piazza Duomo.

Si tratta semplicemente di una pasta sfoglia simile alla meringa, decorata con zucchero bianco in stile barocco, e non vale nemmeno la pena di una breve visita.

Ma che piacevole ristoro all'ombra scura dei ficus, dove bambini intraprendenti vengono a offrirti cestini pieni di fragole. Abbiamo lasciato il selciato di ciottoli cosparso di piccole stelle verdi, i gambi dei frutti con cui avevamo preparato un pasto completo per vegetariani affamati.

Nonostante le sue acque termali, famose fin dai tempi di Pindaro e che hanno dato il nome alla città, e nonostante il suo museo di oggetti antichi pieno di cianfrusaglie, che tuttavia ospita un bellissimo trittico bizantino, il fascino della città risiede nella sua struttura irregolare: strade a gradoni che si sovrappongono e si intersecano, un perfetto esempio di frammentazione urbana, accentuata qui dalle continue differenze di livello.

Sebbene non sia estesa, è difficile orientarsi al suo interno e non si sa mai dove condurranno queste strade faticose, che si perdono nel cielo o sprofondano nelle profondità delle valli..."

martedì 28 aprile 2026

GELA, LA VECCHIA ILLUSIONE DELL'"ORO NERO" E LA REALTA' DELLA PERENNE CRISI IDRICA

Fotografie di Leonard von Matt,
opera citata nel post


"L'economia agricola della zona è ancora sostanzialmente elementare. 
L'acqua scarseggia; per gli usi potabili si trasporta da lontano, in recipienti di terracotta, a dorso di mulo"

Questa didascalia commentò l'immagine del fotografo e libraio svizzero Leonard von Matt qui riproposta nel post da ReportageSicilia; uno scatto, insieme a quello di una veduta di Gela, tratto dall'opera di Pietro Griffo "Gela, destino di una città greca di Sicilia", edita da Stringa Editore Genova nel 1963.




Il volume venne realizzato con il patrocinio dell'Ente Nazionale Idrocarburi ( ENI ), che all'epoca aveva iniziato lo sfruttamento industriale del territorio di Gela, destinandolo ad una rapida e deformante trasformazione socio-ambientale.




Alla fine del saggio - una ricostruzione della storia archeologica di Gela, all'epoca oggetto di campagne di studio e di scavi - l'autore diede la sua visione del futuro di un'area siciliana che oggi paga i guasti di quella stagione di massivo sviluppo dell'industria petrolchimica; e dove, finita ben presto la corsa al petrolio, il problema della disponibilità di acqua è ancora irrisolto: 

"Dalle viscere della sua terra, dalle profondità del suo mare, l'"oro nero" sgorga da qualche anno copiosamente e promette per l'avvenire certezze inequivoche di benessere e di civile progresso..."

venerdì 24 aprile 2026

EOLIE, LE ROTTE DI CONSOLO FRA I MITI DELL'ANTICHITA'

Navigazione nelle Eolie.
Fotografia di Roloff Beny
tratta dal saggio "Italia"
edito nel 1975 a Milano
da Arnoldo Mondadori Editore


Favolosi scogli, capaci di scontrarsi fra loro, impedendo la navigazione delle più antiche flotte nel Mediterraneo: un riferimento al mito - quello delle Simplegadi - che Vincenzo Consolo ha utilizzato per descrivere la millenaria storia delle isole Eolie.

L'evocazione si legge nell'introduzione che Consolo scrisse nel giugno del 2000 per la rivista "Meridiani Sicilia-Isole" ( Editoriale Domus, Milano ):

"Per il loro fantasmatico apparire e disparire, per il loro ritrarsi e avanzare, per il mutare loro continuo di forma e di colore, i naviganti preomerici, fenici soprattutto, formidabili esploratori e mercanti, trasferirono quelle isole nella leggenda, nel mito, e le immaginarono vaganti come le Simplegadi, le chiamarono le Planetai, le chiamarono Eolie, sede dei venti e dominio del re che i venti comanda..."

giovedì 23 aprile 2026

IL CERTIFICATO DI ORIGINE DEI PAESI DELLE MADONIE

Il castello di Collesano.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Una delle tracce del terremoto che devastò il Val di Noto nel 1693 nella parte occidentale della Sicilia si può osservare a Collesano, nelle propaggini più basse delle Madonie.

Quell'evento danneggiò qui il castello con pianta quadrangolare di cui rimangono resti di mura perimetrali che nel 1992 l'archeologo medievale Ferdinando Maurici ha definito di "difficile datazione" ( "Castelli medievali in Sicilia", Sellerio editore Palermo ).

Ai piedi questo millenario edificio è in seguito germogliata la successiva edilizia civile del centro storico di Collesano, secondo una consuetudine comune in molti paesi delle Madonie.



"Borghi grossi o piccoli si sono sviluppati per secoli nelle Madonie attorno a un castello, che a volte - ha scritto Giovanni Guaita in "Sicilia", edito nel 1962 da Sansoni e Istituto Geografico De Agostini, SADEA, Milanosi trova ancora in piedi, per suo conto, a volte è stato assorbito nel tessuto dell'abitato, e sorretto ma declassato ad abitazione di contadini, a volte è rimasto a disfarsi in un ammasso pietroso sulla sommità della rocca, mentre le case gli crescevano intorno a una certa distanza, sui fianchi della collina.

Ma anche così ridotto a poche pietre ci offre un certificato di origine, ci spiega perché l'abitato è sorto sulle colline più scoscese..."  



domenica 19 aprile 2026

GRAMMICHELE, L'ESAGONO RINASCIMENTALE DEL PRINCIPE DI BUTERA

Una foto zenitale di Grammichele.
Immagine tratta dall'opera
"Il Sud e le isole",
collana "l'Italia: uomini e territorio"
edita dalla Banca Popolare di Novara nel 1983


Il terremoto che sconvolse l'11 gennaio del 1693 il Val di Noto e che uccise migliaia di persone, devastando una quarantina di centri urbani, non diede vita soltanto ad una rinascita urbana nel segno del barocco. 

Quel catastrofico evento generò infatti Grammichele: una città pensata con un impianto esagonale - secondo un canone urbanistico rinascimentale -  da Carlo Maria Carafa, principe di Butera e barone del distrutto borgo di Occhiolà, che ne affidò l'esecuzione all'architetto Michele La Ferla

Carafa avrebbe preso come modello per la costruzione della città quella militare di Palmanova - a forma di stella a nove punte - edificata esattamente un secolo prima dalla Serenissima Repubblica di Venezia e poi da Napoleone.

"Il suo piano è fra i pochi realmente ( strutturalmente, vorremmo dire ) antieconomici nell'ambito della ricostruzione in Val di Noto. Il principe - ha scritto A.Guidoni Marino nel saggio "Urbanistica e "Ancien Régime" nella Sicilia barocca", in "Storia della città" n.2 ( 1977 ) - si comporta come un munifico monarca d'altri tempi, regala il terreno edificabile ai meno abbienti, sovvenziona le fabbriche, costruisce molto di tasca sua e, soprattutto, prepara il disegno della città e la fa sproporzionata alle esigenze abitative reali...

Grammichele è esagonale, composta da dodici settori, metà costruiti da isolati rettilinei e l'altra metà, in coincidenza degli angoli del poligono, formata da blocchi edilizi ad angoli acuti e chiusi; le sei strade maggiori attraversano i borghi rettilinei, intersecando così la metà di ciascun lato dell'esagono e proseguendo fino a sboccare nelle sei piazze minori, inquadrate entro sei rettangoli regolari aventi per basi ciascun lato dell'esagono più interno.

La rete viaria maggiore è infine completata da una via più esterna, il cui tracciato esagonale collega fra loro anularmente tutte le sei piazze minori..."


domenica 12 aprile 2026

LA LUNGA ATTESA DEI TONNAROTI TRAPANESI

L'ex Stabilimento Florio a Favignana.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Alla fine degli anni Quaranta dello scorso secolo, in Sicilia si contavano una trentina di tonnare attive, che pescavano una media di circa 42.000 tonni all'anno.

Quella più produttiva si trovava a Favignana, che riusciva a catturare una media annuale di 5.000-8.000 tonni. Calare una tonnara significava allora investire un capitale fra i venti ed i trenta milioni per stagione, con l'alta possibilità di una notevole perdita economica.

Queste e molte altre informazioni sono contenute in un lungo reportage intitolato "Il tonno e la tonnara" pubblicato nel settembre del 1951 dalla rivista "Le Vie d'Italia" del Touring Club d'Italia.

Autore del servizio, corredato da numerose fotografie, fu Francesco Alliata, uno dei quattro fondatori - gli altri furono Quintino Di NapoliPietro Moncada Renzino D'Avanzo,  ( quest'ultimo cugino di Rossellini e marito della sorella di Visconti ) - della Panaria Film: la casa di produzione palermitana nata nel 1945 che nel dopoguerra realizzò in Sicilia, insieme ad altri, il documentario "Tonnare"

Tonnaroti nel trapanese.
Fotografia di Quintino Di Napoli,
opera citata nel post

 

"Nel terzo secolo avanti Cristo una monetina in bronzo di Solunto, colonia punica nei pressi di Palermo - scrisse Francesco Alliata - portava impresso su una delle sue facce il tonno; circa un secolo prima un ignoto artista siciliano aveva riprodotto su un vaso ( museo di Cefalù ) una gustosa scena di mercato in cui un pescivendolo litiga con l'acquirente a causa di un grosso tonno che fa bella mostra di sé  su una panchetta; queste sono fra le più antiche testimonianze della popolarità del tonno in Sicilia.

Si pensa che fosse pescato con sistemi primitivi e ad uno per volta. Inventarono un nuovo sistema di pesca, ingegnosissimo ed efficace, gli arabi con la "tonnara"; essi dovettero studiare le abitudini dei pesci in modo da colpirli con un'arma che permettesse di catturarli in grande quantità...

Gli arabi, quindi, ne studiarono le abitudini ed escogitarono, intorno al Mille, la più grande trappola marina, che ha nome di "tonnara". Ancora oggi si usano, integri, gli stessi canoni, si procede nella identica maniera ed ogni cosa denunzia l'origine araba: la nomenclatura ( muciara, rais, cialoma, parascalmo, ecc. ), i canti ritmici e gutturali, le rigorose tradizioni che ispirano ogni operazione e soprattutto il modo di pensare e di agire degli uomini della "tonnara": i "tonnaroti"...

Se dovessi dire quale è la somma delle mie impressioni sui tonnaroti, direi che sono uomini che vivono permanentemente in attesa: durante la stagione morta per mesi e mesi fabbricano le interminabili reti, riparano e calafatano le numerose imbarcazioni, fanno manutenzione ai cavi di acciaio, alle ancore, alle reti di cocco e di sparto; poi caricano i grandi battelli e attendono impazienti per giorni e giorni le condizioni favorevoli per calare la tonnara; esaurita in poche ore questa operazione, restano in attesa del tonno per giorni, settimane e, forse, mesi.

Pronti sulle barche, gli occhi fissi nelle profondità, tenendo in mano finissime lenze che vibrano quando il tonno le sfiora, attendono..."