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mercoledì 22 luglio 2026

IL GIORNO IN CUI UN MINISTRO VISITO' LAMPEDUSA E LO STATO SCOPRI' L'ISOLA

Venditori di pesce a Lampedusa.
Fotografie di Gianni Roghi
tratte dalla rivista
"L'Illustrazione Italiana" del dicembre 1954


Nel suo accurato e prezioso saggio intitolato "Lampedusa. Una storia mediterranea", edito a Roma da Carocci nel 2023, l'antropologo e direttore di ricerca emerito all'Università di Aix-Marsiglia, Dionigi Albera, ha raccontato la storia passata e contemporanea di Lampedusa: un lavoro di documentazione d'archivio che si è avvalso anche di più soggiorni nell'isola, con la raccolta di testimonianze orali sulle vicende locali degli ultimi decenni.

La ricerca di Albera - un viaggio che parte dal naufragio delle otto galee al servizio di Carlo V nel 1551 sorprese da una tempesta a poca distanza dalle falesie di Lampedusa, per arrivare a quelli, spesso non documentati, delle imbarcazioni dei migranti - accenna anche alla prima visita di un ministro italiano, evento destinato a cambiare il destino dell'isola:

"Era la prima volta che un membro del governo veniva a Lampedusa - ha scritto Albera - dalla nascita dello Stato italiano un secolo prima".

Toccò al ministro dell'Interno Taviani interrompere quell'assenza durata 106 anni. 



L'episodio ricordato da Albera rimanda alla data del 24 maggio del 1966, quando Taviani visitò Linosa e Lampedusa dopo un viaggio a bordo della unità della Marina Militare "Proteo" partita da Catania. In quell'occasione, si pose la prima pietra per la riattivazione per usi civili della pista del vecchio aeroporto militare di Lampedusa, avvenuta nel 1968. Sino ad allora, il collegamento dell'isola con Porto Empedocle era stato affidato ai vecchi piroscafi "Mazara" ed "Egadi", costretti a percorrere le 113 miglia di mare in almeno 14 ore.

Dopo avere ricevuto una medaglia d'oro e la cittadinanza onoraria di Lampedusa, Taviani lasciò le Pelagie prospettando così il futuro dell'isola:

"Oggi vi dico che il vostro avvenire sarà il turismo: la seconda industria italiana arriverà anche qui, e molto presto"



"Dopo l'istituzione del collegamento aereo, ( ... ) - ha sottolineato nel suo saggio Dionigi Albera - i visitatori si fanno numerosi, alla ricerca del mare perfetto e di un territorio ancora vergine. Si tratta soprattutto di un turismo d'élite: appassionati di immersioni, benestanti, artisti. L'accoglienza è ancora spesso improvvisata, ma è chiaro che il vento sta girando. Una figura emblematica è quella del vecchio pescatore che, per due mesi, accompagna i vacanzieri a circumnavigare l'isola con la sua barca, stupito dal fatto che lo paghino così tanto per fotografare la costa, le insenature e le grotte a partire dal mare. I suoi figli, invece, si sentono già più a loro agio: hanno lanciato una produzione di magliette che i visitatori estivi apprezzano, con un marchio raffigurante una cernia trafitta dal tridente di un subacqueo. Ormai Lampedusa sembra pronta per il turismo di massa ( ... )



L'economia locale è stata stravolta. L'agricoltura è quasi scomparsa, la pesca è diventata un'attività residuale. La maggior parte degli abitanti lavora oggi nel settore del turismo. Il paesaggio è stato deturpato da un'attività edilizia frenetica, senza alcuna regola ( ... )

Purtroppo, questo è il destino di molte altre isole del Mediterraneo..."

giovedì 16 luglio 2026

IL RAGIONAMENTO DEI "PROFESSORI" SULLE DIVERSE IDENTITA' DI SIRACUSA

Paesaggio di Siracusa.
Foto Ernesto Oliva-Reportage Sicilia©


"Il criterio della pluralità di Siracusa resta l'unico valido, per chi voglia conoscerci e comprenderci"

Nel luglio del 1960 lo scrittore e giornalista livornese Carlo Laurenzi riferì sul "Corriere della Sera" questa chiave di lettura suggeritagli allora da "innumerevoli professori" locali per comprendere le diverse identità siracusane.

"I miei dotti interlocutori - spiegò Laurenzi - parlano di una "piccola Siracusa" e di una "grande Siracusa", secondo una semantica eterogenea... Fanno parte della piccola Siracusa: il porto, gli artigiani, gli sfaccendati, i mercanti, la città vecchia con esclusione dei musei, il clan degli sportivi, i politici; qualche professore allude a questa Siracusa come alla Siracusa "alessandrina".



L'altra, la grande, sarebbe piuttosto la Siracusa "greca": include le gallerie d'arte, il teatro antico, le iniziative che sorgono a proposito del teatro antico, le nuove industrie, il turismo ad alto livello, le zone monumentali...

Parlano altresì di una "Siracusa impropria" che è la più difficile a definire: può rappresentarla, per esempio, il santuario così detto Madonna delle lacrime, ritenuto luogo di prodigi. Tale culto ha luogo in una sorta di hangar con tettoia, e la circostanza è piuttosto bizzarra, se si considera il gran numero di chiese abbandonate ( degnissime, amplissime ) nel centro di Siracusa, in questo simile a Lucca..."


domenica 12 luglio 2026

IL CONTADINO CON IL PANE E IL COLTELLO DI GIANBECCHINA


 

L'IMPAGABILE PIACERE DEL RIPOSO SU UN BISUOLO EOLIANO

Un bisuolo a Panarea.
Fotografie di Piero Di Blasi,
opera citata nel post


"I bisuoli sono una strana invenzione. Sono come dei muretti bassi su cui sedersi o sdraiarsi, freschi quando fa caldo, che seguono il perimetro di un terrazzo o di un luogo esterno alla casa.

Ingentiliti sovente da piastrelle eoliane coloratissime, invitano al convivio, o più semplicemente al riposo. Gli angoli smussati e tondeggianti permettono di appoggiare la testa nella parte ricurva, bombata.

Un bisuolo libero, un bicchiere di bianco da frigorifero, un libro e un pò di musica leggerissima, lontana ma vicina, sono meglio di un'ora di abbracci con la persona che ami.



Non per altro: ma un bisuolo che si rispetti è rigorosamente a una piazza..."

Così lo scrittore e autore teatrale e televisivo Michele Mozzati nel romanzo ambientato a Stromboli "Acqua fuoco trottola" ( Baldini+Castoldi, Milano, 2025 ) ha spiegato la funzione ed il migliore utilizzo possibile del bisuolo, uno degli storici elementi dell'architettura domestica delle isole Eolie.



Molti decenni prima, una delle prime descrizioni giornalistiche di questa particolare seduta trovò spazio in un "fotoreportage" pubblicato nel maggio del 1956 dalla rivista mensile del Touring Club Italiano "Le Vie d'Italia".



L'autore degli scatti realizzati a Panarea fu il fotografo Piero Di Blasi, di recente ricordato dal figlio Carlo come "un grande Papà che tanto si spese in battaglie civili e ambientali in tempi non sospetti sia sull'isola che in generale a Milano ed in Italia".

 


mercoledì 8 luglio 2026

GLI STRACCI DELLA MISERIA DI PALMA DI MONTECHIARO

Vendita di abbigliamento usato
a Palma di Montechiaro.
Fotografia di Albert t' Serstevens,
opera citata nel post


Nell'aprile del 1960 un convegno organizzato dal sociologo Danilo Dolci fece scoprire all'Italia in piena ascesa da boom economico la disperata povertà di Palma di Montechiaro: una frontiera lontanissima dall'identità di un Paese che poco o nulla conosceva di quelle lontane periferie del Sud dove l'idea di progresso si scontrava con una realtà dove anche i servizi essenziali - acqua e fogne - erano quasi sconosciuti. 

All'evento, durato due giorni, presero parte fra gli altri Carlo Levi, Leonardo Sciascia, Pio La Torre, Giorgio Napolitano e Francesco Renda.

"Ci fu un convegno - avrebbe spiegato 14 anni dopo il giornalistra Giampaolo Pansa - con personaggi illustri d'Italia e d'Europa, e la denuncia fece paura. La malaria. I novemila analfabeti. I vermi che uccidevano i bambini. La meningite curata con i porcelluzzi d'India spaccati e messi sulla fronte. Il tracoma combattuto con la bava delle mule..."

A seguito della denuncia di quelle condizioni di vita in uno dei luoghi di miseria allora presenti in Sicilia, la Regione varò nel 1963 una "legge speciale" per Palma di Montechiaro e Licata. Un finanziamento da 17 miliardi di lire avrebbe dovuto garantire anche la costruzione di moderne condutture idriche e fognarie, ma le aspettative andarono in buona parte deluse; solo tre di quei miliardi furono effettivamente spesi e ancor oggi i due paesi agrigentini continuano a soffrire la sete.

Tre anni prima di quel congresso voluto da Danilo Dolci, la povertà di Palma di Montechiaro era stata già descritta dallo scrittore Albert t' Serstevens nel suo taccuino di viaggi intitolato "Sicile Sardaigne Iles éoliennes", edito nel 1957 in Francia da B.Arthaud.

A colpire il viaggiatore, fu una scena di strada - fissata da un suo scatto fotografico - resa ancora più simbolica dai manifesti di una campagna elettorale in corso: 

"Avvicinandosi a Palma di Montechiaro, i mandorli stendono un velo diafano sulle tonalità arse del paesaggio circostante. Il villaggio stesso sfuma in tonalità di grigio vagamente tinte di beige: una nota di delicatezza nell'incandescenza universale dei colori. In una piccola piazza — dove le case in pietra conservano ancora tracce di antichi fasti — si estende quel tipo di mercato di abiti usati tipico di molte cittadine siciliane: segno della povertà causata dal sovrappopolamento dell'isola.

È una triste distesa di pantaloni logori, abiti scoloriti e biancheria rammendata ammucchiati a terra, con i capi migliori esposti su cavalletti o sedie. Tutti questi scarti, passati al setaccio dalle donne del luogo in cerca di qualcosa da indossare per sé e per vestire la propria prole, i loro uomini e quella schiera opprimente di zii, zie, nipoti e cugini di cui le famiglie italiane più umili si ritrovano gravate.

Delle ragazze rovistano con entusiasmo tra mucchi di calze di seta spaiate e smagliate, sperando di trovarne un paio con cui vestire le gambe per la passeggiata domenicale. Alle pareti, i manifesti elettorali esortano il pubblico a sostenere uno di quei candidati — uomini di altruismo, zelo e probità — destinati, inevitabilmente, a portare la felicità al popolo..."

sabato 4 luglio 2026

L'IMPOSSIBILE RACCONTO DI UNA SICILIA INDIVISIBILE DI GIANNI BONINA

Campagna palermitana
a Villafrati.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


 "Si può raccontare la Sicilia una e indivisibile?"

Gianni Bonina si è posto questa domanda nell'introduzione al suo saggio "L'isola che trema. Viaggio dalla Sicilia alla Sicilia", edito a Roma nel 2006 da Avagliano Editore.

La risposta di Bonina è stata netta, a conferma del diffuso parere, a cominciare da quello di gran parte dei suoi abitanti, dell'esistenza di diverse isole nell'isola: 

"Ci provò Elio Vittorini con un romanzo, "Le città del mondo", che voleva riunire sotto un unico ciclo individui e paesi dei tre Valli come se fossero un solo mondo.

Un'utopia, perché si possono solo raccontare le mille Sicilie di una terra che si distingue per la multanimità dei suoi abitanti più che la particolarità dei suoi gonfaloni.



Prima vengono i siciliani, poi la Sicilia. Che è ovunque, nel mondo, si trovi un siciliano: perché si può strappare un siciliano alla Sicilia ma non si può strappare la Sicilia da un siciliano..."

giovedì 2 luglio 2026

CACCAMO, IL CASTELLO DELLA INGLORIOSA CONGIURA

Il castello di Caccamo.
Fotografia di Ezio Quiresi,
tratta dal I volume dell'opera
"Sicilia" edita nel 1961 da
Sansoni Editore e Istituto Geografico de Agostini


Anche in Sicilia, ogni castello racconta fosche storie di rivalità politiche e di violenza. Non fa eccezione quello di Caccamo, che a partire dal 1974 - dopo l'acquisto fattone nel 1963 dalla Regione - è stato oggetto di complessi restauri.

Nel caso di questo castello - posto al centro dei più importanti possedimenti feudali siciliani del tempo - la vicenda che si ricorda è quella che portò alla atroce morte del feudatario Matteo Bonello, conte di Caccamo, che nel 1160, durante il regno normanno di Guglielmo I, aveva ucciso a Palermo Maione da Bari.

"Era costui un uomo di bassi natali, il quale, venuto in Sicilia al seguito di Giorgio di Antiochia - ha scritto Vladimiro Agnesi in "Breve storia dei Normanni in Sicilia" ( S.F. Flaccovio, Palermo, 1972 ) - aveva percorso tutti i gradi della carriera curialesca dando prova di tenace volontà e di raffinata astuzia, ed era infine assurto alla carica di Grande Ammiraglio e di Emiro degli Emiri, cioè praticamente di primo ministro..."

Matteo Bonello, facendosi interprete del malcontento di altri feudatari siciliani, fu il promotore di una congiura che partendo dal castello di Caccamo, insieme all'uccisione di Maione da Bari, avrebbe voluto addirittura destituire dal trono regio Guglielmo I.



Così Giuseppe Ganci Battaglia e Giovanni Vaccaro ( "Aquile sulle rocce. Castelli di Sicilia", Edizioni Mori, Palermo-Roma ) raccontarono nel 1968 la storia di questo complotto:  

"Riesce quanto mai drammatica ed emozionante la parte che sostenne questo castello nella congiura del 1160, ordita dai baroni feudali, contro Guglielmo I detto il Malo, e capitanata da Matteo Bonello, allora signore di Caccamo"

La congiura dapprima riuscì, tanto che il re, per tre giorni, poté essere tenuto prigioniero nel suo stesso palazzo; ma in seguito, il popolo palermitano, fedelissimo alla dinastia, insorse e si rivoltò al Bonello, il quale, con gli altri principi cospiratori, corse a rifugiarsi nel castello di Caccamo.

Da qui, dopo varie ed inefficaci trattative con Guglielmo il Malo, quei nobili, postisi alla testa di un esercito, marciarono alla volta di Palermo con l'intento di assalirla e prenderla con le armi; ma vistane la impossibilità per l'accresciuto numero delle forze reali, ingloriosamente se ne ritornarono alla fortezza di Caccamo per ripigliare le trattative.



Guglielmo mandò all'uopo il canonico Roberto di S.Giovanni, abile diplomatico, e con lui quei signori, radunati nelle aule del castello, patteggiarono come meglio poterono.

Vennero tutti graziati a condizione che uscissero dal regno.

Matteo Bonello, anima della rivolta, si credette ancora sicuro e ritornò di nuovo alla corte di Palermo, dove, sulle prime, ricevette distinti trattamenti; ma, dopo non molti mesi, preso a tradimento, fu chiuso in un rigoroso carcere, acciecato e fattovi morire miseramente..."