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domenica 4 ottobre 2026

IL RICORDO DI EZIO d'ERRICO DELLA "GROTTA DELLE CONCHIGLIE" A LIPARI

Il porto di Lipari.
Fotografia di Patrice Molinard
tratta dall'opera "La Sicile"
edita a Parigi da del Duca
negli anni Cinquanta


"Autore di una ventina di romanzi gialli pubblicati da Mondadori, di racconti, radiodrammi e opere teatrali, tra i primi pittori astrattisti in Italia, Ezio d'Errico lavorò anche come grafico nell'ambito pubblicitario: eppure pronunciare il suo nome, a distanza di poco più di trent'anni dalla morte, lascia quasi tutti indifferenti..."

Così nel saggio "I soliti ignoti" pubblicato nel 2005 da Dario Flaccovio Editore, il critico letterario e saggista Salvatore Ferlita ha riassunto la complessa e dimenticata opera di Ezio d'Errico.

Nato nel 1892 ad Agrigento e morto a Roma nel 1972, d'Errico ha lasciato tracce della sua vasta produzione anche in alcuni scritti pubblicati negli anni Cinquanta dello scorso secolo dalla rivista "Sicilia", edita dall'assessorato regionale al Turismo.

In uno di questi - intitolato "La grotta delle Conchiglie" e dato alle stampe nel settembre del 1955 - d'Errico narrò un episodio della sua adolescenza ambientato nelle Eolie: in quel periodo, spiegò, "abitavo a Lipari per la ragione molto semplice che mio padre, capitano di fanteria, vi era stato mandato in distaccamento con i suoi soldati...":  

"La grotta delle conchiglie me la fece scoprire Turiddu, un monello di qualche anno più anziano, capo riconosciuto di una banda alla quale ero riuscito ad aggregarmi eludendo la vigilanza materna e vincendo la diffidenza dei ragazzi indigeni verso "u figghiu d'un capitanu". Ci si arrivava sguazzando fra certi scogli taglienti che parevano di pasta vetrosa.

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Il fondo marino era arlecchinato di verde giada, di giallo zolfo, di viola cupo. Nella grotta si camminava su una rena bianca che scintillava come la pomice, sulla quale fuggivan saltellando le pulci di mare e arrancavano certi granchiolini color rame brunito sulla schiena e rosa corallo sotto la pancia. Per trovare le conchiglie bisognava scavare nella sabbia o frugare negli anfratti sotto cumuli di alghe secche.

La gara era a chi riusciva a scovare la conchiglia "nuova", ossia di forma e colore mai visti, ed erano strilli di trionfo, discussioni e litigi ad ogni scoperta che sembrasse d'eccezione. Eccitavano la nostra curiosità le conchiglie che richiamavano l'idea di un oggetto o di un animale. Questa sembrava una minuscola trottola, quella un guscio d'uovo, quell'altra ancora un topino bianco con due occhi marroni.

Un giorno Turiddu fece ridere tutta la ragazzaglia con una parola che io, ignaro del dialetto locale, non capii, pur intuendo che doveva trattarsi di qualche cosa di proibito e di peccaminoso. La conchiglia che aveva provocato l'incomprensibile definizione, passò di mano in mano, sotto sguardi ironici e vagamente concupiscenti. Io che non avevo idee precise in proposito, mi sentivo imbarazzato e un pò umiliato.

La spiegazione l'ebbi molti anni dopo, nientemeno che da una poesia di Paul Verlaine. "Les coquillages". Ricordate l'ultimo verso?

"Mais un, entre autres, me troubla"  

venerdì 2 ottobre 2026

LA DONNA SUL CRETTO DI BURRI

 

Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia ©






MODICA COME NEW YORK, LA SORPRENDENTE ANALOGIA DI CORRADO SOFIA

Il centro storico di Modica.
Fotografia di Ezio Quiresi
tratta dall'opera "Sicilia" della collana
"Attraverso l'Italia"
pubblicata dal Touring Club Italiano
( Milano, 1961 )


In una Sicilia che nel 1956 era ancora in gran parte legata a modelli di vita ottocenteschi, nella nobilissima città di Modica il burro veniva ancora montato a mano negli ovili, l'aratro veniva intagliato con l'ascia e nell'ospedale funzionavano le botti di Tommaso Campailla utilizzate dal 1698 per curare la sifilide con il fumo di cinabro. 

Questa ed altre indicazioni sulla vita quotidiana nella Modica di settant'anni fa sono contenute in un articolo del giornalista e scrittore netino Corrado Sofia - "un modello di giornalismo culturale", ha scritto di lui Corrado Stajano - pubblicato nell'ottobre del 1956 dalla rivista "Sicilia" edita dall'assessorato regionale al Turismo.

Ricco di notazioni di costume e di curiose notizie storiche su luoghi e personaggi modicani, quello scritto di Sofia contiene una sorprendente analogia fra l'urbanistica barocca della città ragusana e quella della metropoli di New York: 

"Se vi fermate a guardare Modica o Ragusa dalle ultime ringhiere, da dove si offrono alla vista panorami rinfrescanti, che altro potrebbero sembrare una di queste città, con la simmetria delle sue case, un piccolo cubo sull'altro, e quell'andirivieni di piccoli uomini nelle straducce e nei vicoli?



Specie a Modica, l'andirivieni è talmente vivo da una porta all'altra, il contatto così continuo, che la strada finisce con l'unire più che dividere. Tra una panoramica di New York e una veduta di Modica salta agli occhi una distanza di secoli, ma la città è basata sullo stesso principio, la luce, dicono, sia la stessa, della medesima doratura.

Soltanto alla città alveare gli americani sono arrivati con ascensori e ferrovie sopraelevate e un'infinità di conforti e di comodi che stentano a penetrare da noi: la cucina elettrica, il rasoio elettrico, il frigorifero, il tostapane, la televisione. 

Qui siamo ancora alle segnalazioni ottiche dai balconi. L'ultimo discendente dei baroni Tasca trascorre intere giornate sul terrazzo della casa patrizia ad esercitarsi come Archimede con lo specchio ustorio lanciando raggi luminosi nelle camere delle peripatetiche o delle modiste venute dal Nord o negli uffici del sindacato agricoltori..."

giovedì 1 ottobre 2026

SUGGESTIONE DEL PATRIMONIO IMMATERIALE DEI MULINI A VENTO DI TRAPANI

Mulino a vento trapanese.
Fotografia accredita "Assessorato al Turismo Teresi"
e pubblicata nel settembre del 1955
dalla rivista "Sicilia"
edita dall'Assessorato Regionale al Turismo


Fu durante un viaggio in Portogallo nel settembre del 1966, a Coimbra, che lo storico dell'arte Cesare Brandi fu attratto dalla visione di numerosi mulini a vento all'epoca perfettamente funzionanti e utilizzati per macinare il grano. 

Il suo pensiero andò allora allo stato di abbandono dei mulini a vento di Trapani, costruiti a partire dal secolo XVIII per sfruttare l'energia dei venti nelle operazioni di passaggio dell'acqua salmastra da una vasca all'altra e per azionare il movimento delle ruote di pietre che polverizzano il sale marino: 

"C'erano quelli delle saline di Trapani, che erano una meraviglia, così piccoletti, tascabili quasi. A vederli da Erice sembravano girandole da bambini e davano un senso di gioco e di fiera paesana ai lucidi e torbidi specchi d'acqua in cui il sale cominciava a cristallizzare... "



Alcuni mulini a vento di Trapani furono restaurati a partire dal 1983 su iniziativa dell'Ente Provinciale del Turismo. La loro funzione, ricca di significati storico-culturali, è stata così riassunta da Valeria Patrizia Li Vigni nel catalogo "Le vie del mare-The ways of the sea", pubblicato dalla Regione Siciliana nel 2008 in occasione della Mostra itinerante del Mediterraneo, evento allora coordinato dal Museo Regionale di Storia Naturale e mostra permanente del carretto siciliano di Terrasini:

"I primi mulini erano di tipo olandese a stella e venivano orientati manualmente in direzione del vento; a questi seguirono i mulini di tipo americano forniti di un timone che autonomamente orientava le pale in direzione del vento. Il mulino è l'elemento centrale della salina, l'impianto di sollevamento resiste nel tempo mentre il resto si è meccanizzato. 



Mulini a a vento e coclea ( la vite di Archimede interna al mulino, necessaria per il sollevamento dell'acqua, N.d.R. ) resistono perché la tecnica costruttiva li rende resistenti agli agenti esterni, resistono grazie agli artigiani locali che intervengono con tecniche tradizionali per la manutenzione ordinaria, resistono perché si è salvaguardato il patrimonio immateriale che permane nelle tecniche lavorative, patrimonio orale a rischio di dispersione e pertanto oggetto di tutela..."  


domenica 27 settembre 2026

LA PATETICA IMMAGINE DELLA STATUA DI CARLO V A PALERMO

La statua di Carlo V a Palermo.
Fotografia di Mario Pecoraino
tratta dall'opera "Gli scultori del Cassaro"
edita nel 1971 da Edizioni IN.GRA.NA Palermo


Si deve allo scultore messinese di Tusa Scipione Li Volsi la statua in bronzo di Carlo V, posta a Palermo in piazza Bologni. Commissionata dal Senato di Palermo, fu innalzata nel 1630 per ricordare l'ingresso trionfale del sovrano spagnolo in città il 15 settembre del 1535. 

Nel corso dei secoli, sul valore artistico di questa statua i giudizi sono stati discordi. Secondo il Marchese di Villabianca, "è molto nobile per la sua proporzione e disegno", opinione rafforzata da Gemma Salvo Barcellona, per la quale l' equilibrio dei suoi volumi "ricorda in maniera pregnante la statua del Marco Aurelio del Campidoglio".

Più sottile e dissacrante l'analisi invece del critico d'arte Enzo Bilardello, così come si legge in un suo articolo pubblicato nel 1992 sulle pagine del "Corriere della Sera":

"Carlo V è stato forse il sovrano più potente della storia. Ebbene, ci volevano gli artisti per demitizzarlo, sia pure inavvertitamente. Già a Palermo ricordo una sua statua che fa pensare ad Ovidio in esilio, tale è il patetismo che ispira..."


  


LA SCOMPARSA DEI MESTIERI NEI LUOGHI SICILIANI DELLA TURISTIFICAZIONE

Pescatori a Favignana.
Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Il neologismo è recente, ma descrive perfettamente ciò che sta accadendo in molte località - soprattutto quelle costiere e delle isole minori meta di vacanze - della Sicilia: turistificazione.

Il fenomeno in corso da anni in questi luoghi è quello della trasformazione delle attività umane in funzione dello sfruttamento del turismo come principale e quasi unica fonte di reddito: una scelta di sviluppo dettata a volte dalla crisi della pesca o dell'agricoltura, ma che finisce con il penalizzare la tutela dell'ambiente, la vivibilità, il costo della vita e i "mestieri"  di quel territorio.

Così, i pescatori, gli agricoltori, gli artigiani, i manovali ed altri lavoratori cresciuti nel solco della storia e delle tradizioni locali si trasformano in gestori di alberghi, b&b, ristoranti, pub, negozi di souvenir o in noleggiatori di scooter o biciclette.

Chi abbia conosciuto e frequentato sino a qualche decennio fa località come Cefalù, San Vito Lo Capo o Favignana non può non notare gli effetti di questa turistificazione, al punto da decidere di non mettervi più piede se non quando l'industria del turismo vive il suo periodo di stanca invernale. 



Già nel 2009, Ignazio E. Buttitta  ( "Festa e lavoro nella Sicilia del mare", Fondazione Ignazio Buttitta, Palermo ) aveva segnalato l'avvio di questo processo:  

"... A differenza di altre regioni italiane bagnate dal mare ma economicamente rivolte all'interno del territorio, la Sicilia ha visto nascere e/o svilupparsi numerose comunità in funzione dello sfruttamento delle risorse ittiche e delle vie marittime.

Tra tutte basti ricordare Mazara del Vallo, Favignana, San Vito Lo Capo, Sciacca, Porto Empedocle, Licata, Augusta, Porticello, Porto Palo. Comunità che ormai da qualche decennio, non senza difficoltà, cercano di riconvertirsi in poli turistici di massa ( più raramente d'élite ) per supplire alla crisi della pesca e ampliare le fonti di reddito..."