| Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia © |
ReportageSicilia è uno spazio aperto di pensieri sulla Sicilia, ma è soprattutto una raccolta di immagini fotografiche del suo passato e del suo presente. Da millenni, l'Isola viene raccontata da viaggiatori, scrittori, saggisti e cronisti, all'inesauribile ricerca delle sue contrastanti anime. All'impossibile fine di questo racconto, come ha scritto Guido Piovene, "si vorrebbe essere venuti quaggiù per vedere solo una delle più belle terre del mondo"
| Il centro storico di Modica. Fotografia di Ezio Quiresi tratta dall'opera "Sicilia" della collana "Attraverso l'Italia" pubblicata dal Touring Club Italiano ( Milano, 1961 ) |
In una Sicilia che nel 1956 era ancora in gran parte legata a modelli di vita ottocenteschi, nella nobilissima città di Modica il burro veniva ancora montato a mano negli ovili, l'aratro veniva intagliato con l'ascia e nell'ospedale funzionavano le botti di Tommaso Campailla utilizzate dal 1698 per curare la sifilide con il fumo di cinabro.
Questa ed altre indicazioni sulla vita quotidiana nella Modica di settant'anni fa sono contenute in un articolo del giornalista e scrittore netino Corrado Sofia - "un modello di giornalismo culturale", ha scritto di lui Corrado Stajano - pubblicato nell'ottobre del 1956 dalla rivista "Sicilia" edita dall'assessorato regionale al Turismo.
Ricco di notazioni di costume e di curiose notizie storiche su luoghi e personaggi modicani, quello scritto di Sofia contiene una sorprendente analogia fra l'urbanistica barocca della città ragusana e quella della metropoli di New York:
"Se vi fermate a guardare Modica o Ragusa dalle ultime ringhiere, da dove si offrono alla vista panorami rinfrescanti, che altro potrebbero sembrare una di queste città, con la simmetria delle sue case, un piccolo cubo sull'altro, e quell'andirivieni di piccoli uomini nelle straducce e nei vicoli?
Specie a Modica, l'andirivieni è talmente vivo da una porta all'altra, il contatto così continuo, che la strada finisce con l'unire più che dividere. Tra una panoramica di New York e una veduta di Modica salta agli occhi una distanza di secoli, ma la città è basata sullo stesso principio, la luce, dicono, sia la stessa, della medesima doratura.
Soltanto alla città alveare gli americani sono arrivati con ascensori e ferrovie sopraelevate e un'infinità di conforti e di comodi che stentano a penetrare da noi: la cucina elettrica, il rasoio elettrico, il frigorifero, il tostapane, la televisione.
Qui siamo ancora alle segnalazioni ottiche dai balconi. L'ultimo discendente dei baroni Tasca trascorre intere giornate sul terrazzo della casa patrizia ad esercitarsi come Archimede con lo specchio ustorio lanciando raggi luminosi nelle camere delle peripatetiche o delle modiste venute dal Nord o negli uffici del sindacato agricoltori..."
| Mulino a vento trapanese. Fotografia accredita "Assessorato al Turismo Teresi" e pubblicata nel settembre del 1955 dalla rivista "Sicilia" edita dall'Assessorato Regionale al Turismo |
Fu durante un viaggio in Portogallo nel settembre del 1966, a Coimbra, che lo storico dell'arte Cesare Brandi fu attratto dalla visione di numerosi mulini a vento all'epoca perfettamente funzionanti e utilizzati per macinare il grano.
Il suo pensiero andò allora allo stato di abbandono dei mulini a vento di Trapani, costruiti a partire dal secolo XVIII per sfruttare l'energia dei venti nelle operazioni di passaggio dell'acqua salmastra da una vasca all'altra e per azionare il movimento delle ruote di pietre che polverizzano il sale marino:
"C'erano quelli delle saline di Trapani, che erano una meraviglia, così piccoletti, tascabili quasi. A vederli da Erice sembravano girandole da bambini e davano un senso di gioco e di fiera paesana ai lucidi e torbidi specchi d'acqua in cui il sale cominciava a cristallizzare... "
Alcuni mulini a vento di Trapani furono restaurati a partire dal 1983 su iniziativa dell'Ente Provinciale del Turismo. La loro funzione, ricca di significati storico-culturali, è stata così riassunta da Valeria Patrizia Li Vigni nel catalogo "Le vie del mare-The ways of the sea", pubblicato dalla Regione Siciliana nel 2008 in occasione della Mostra itinerante del Mediterraneo, evento allora coordinato dal Museo Regionale di Storia Naturale e mostra permanente del carretto siciliano di Terrasini:
"I primi mulini erano di tipo olandese a stella e venivano orientati manualmente in direzione del vento; a questi seguirono i mulini di tipo americano forniti di un timone che autonomamente orientava le pale in direzione del vento. Il mulino è l'elemento centrale della salina, l'impianto di sollevamento resiste nel tempo mentre il resto si è meccanizzato.
Mulini a a vento e coclea ( la vite di Archimede interna al mulino, necessaria per il sollevamento dell'acqua, N.d.R. ) resistono perché la tecnica costruttiva li rende resistenti agli agenti esterni, resistono grazie agli artigiani locali che intervengono con tecniche tradizionali per la manutenzione ordinaria, resistono perché si è salvaguardato il patrimonio immateriale che permane nelle tecniche lavorative, patrimonio orale a rischio di dispersione e pertanto oggetto di tutela..."
| La statua di Carlo V a Palermo. Fotografia di Mario Pecoraino tratta dall'opera "Gli scultori del Cassaro" edita nel 1971 da Edizioni IN.GRA.NA Palermo |
Si deve allo scultore messinese di Tusa Scipione Li Volsi la statua in bronzo di Carlo V, posta a Palermo in piazza Bologni. Commissionata dal Senato di Palermo, fu innalzata nel 1630 per ricordare l'ingresso trionfale del sovrano spagnolo in città il 15 settembre del 1535.
Nel corso dei secoli, sul valore artistico di questa statua i giudizi sono stati discordi. Secondo il Marchese di Villabianca, "è molto nobile per la sua proporzione e disegno", opinione rafforzata da Gemma Salvo Barcellona, per la quale l' equilibrio dei suoi volumi "ricorda in maniera pregnante la statua del Marco Aurelio del Campidoglio".
Più sottile e dissacrante l'analisi invece del critico d'arte Enzo Bilardello, così come si legge in un suo articolo pubblicato nel 1992 sulle pagine del "Corriere della Sera":
"Carlo V è stato forse il sovrano più potente della storia. Ebbene, ci volevano gli artisti per demitizzarlo, sia pure inavvertitamente. Già a Palermo ricordo una sua statua che fa pensare ad Ovidio in esilio, tale è il patetismo che ispira..."
| Pescatori a Favignana. Fotografia Ernesto Oliva-ReportageSicilia© |
Il neologismo è recente, ma descrive perfettamente ciò che sta accadendo in molte località - soprattutto quelle costiere e delle isole minori meta di vacanze - della Sicilia: turistificazione.
Il fenomeno in corso da anni in questi luoghi è quello della trasformazione delle attività umane in funzione dello sfruttamento del turismo come principale e quasi unica fonte di reddito: una scelta di sviluppo dettata a volte dalla crisi della pesca o dell'agricoltura, ma che finisce con il penalizzare la tutela dell'ambiente, la vivibilità, il costo della vita e i "mestieri" di quel territorio.
Così, i pescatori, gli agricoltori, gli artigiani, i manovali ed altri lavoratori cresciuti nel solco della storia e delle tradizioni locali si trasformano in gestori di alberghi, b&b, ristoranti, pub, negozi di souvenir o in noleggiatori di scooter o biciclette.
Chi abbia conosciuto e frequentato sino a qualche decennio fa località come Cefalù, San Vito Lo Capo o Favignana non può non notare gli effetti di questa turistificazione, al punto da decidere di non mettervi più piede se non quando l'industria del turismo vive il suo periodo di stanca invernale.
Già nel 2009, Ignazio E. Buttitta ( "Festa e lavoro nella Sicilia del mare", Fondazione Ignazio Buttitta, Palermo ) aveva segnalato l'avvio di questo processo:
"... A differenza di altre regioni italiane bagnate dal mare ma economicamente rivolte all'interno del territorio, la Sicilia ha visto nascere e/o svilupparsi numerose comunità in funzione dello sfruttamento delle risorse ittiche e delle vie marittime.
Tra tutte basti ricordare Mazara del Vallo, Favignana, San Vito Lo Capo, Sciacca, Porto Empedocle, Licata, Augusta, Porticello, Porto Palo. Comunità che ormai da qualche decennio, non senza difficoltà, cercano di riconvertirsi in poli turistici di massa ( più raramente d'élite ) per supplire alla crisi della pesca e ampliare le fonti di reddito..."
| Il tempio di Segesta. Fotografia di Nino Teresi, tratta dalla rivista "Sicilia", opera citata nel post |
Fra i tanti viaggiatori inglesi assai noti nel loro Paese che hanno visitato la Sicilia nel Novecento figura l'attore, scrittore e sceneggiatore della BBC Val Gielgud. Londinese, per conto dell'ente radiotelevisivo pubblico del Regno Unito fu il direttore di produzione dell'adattamento per la televisione del dramma di Luigi Pirandello "L'uomo dal fiore in bocca": la trasmissione andò in onda il 14 marzo del 1930, ed è accredita come la prima produzione televisiva trasmessa dalla BBC nel corso della sua celebrata storia.
Trent'anni dopo, Val Gielgud fu autore di un "noir" intitolato "To bed at noon" ( "A letto a mezzogiorno" ), ambientato in una pensione della Sicilia - un luogo in cui uno degli ospiti avrà a che fare con lo strano comportamento dei proprietari - e che l'autore collocò in un immaginario paese chiamato Porto Basso.
L'interesse di questo personaggio della cultura inglese per la Sicilia sarebbe nato nel 1920, quando sbarcò per la prima volta a Palermo in compagnia di un collega universitario di Oxford: un'informazione riferita dallo stesso Gielgud in un articolo da lui pubblicato nel settembre del 1965 dalla rivista "Sicilia", edita dall'assessorato al Turismo della Regione Siciliana.
Il racconto - intitolato "Moment of Truth" ( "Momento della Verità" ) - riferì di un'escursione compiuta durante quel passato viaggio a Segesta insieme al suo accompagnatore e ad un maggiore dell'artiglieria danese in pensione incontrato in un albergo palermitano.
"Tutto quello che sapevo di Segesta - scrisse allora Val Gielgud - si riduceva a qualche vago riferimento contenuto nella descrizione di una delle invasioni cartaginesi. Ricordo che era una giornata torrida, con un cielo d'un azzurro bruciante. Ci siamo andati, naturalmente, in auto, e il nostro autista possedeva tutte le tipiche, accattivanti qualità dei suoi connazionali: l'amore per la velocità fine a se stessa, un coraggio assoluto, una cordialità estrema e una vena loquace, di cui però gran parte sfuggiva inevitabilmente a viaggiatori per lo più ignari della sua lingua.
Diventammo piuttosto nervosi, piuttosto a disagio e terribilmente accaldati.
Finalmente, e apparentemente in mezzo al nulla, l'auto si fermò. Ci trovavamo in una conca poco profonda fiancheggiata da grandi colline rosse, e un pò più in basso serpeggiava un piccolo ruscello. Un gruppo di muli era legato a bordo strada e noi ci issammo con cautela sulle loro schiene pazienti. Così in sella, guadammo il torrente e proseguimmo lungo un sentiero pietroso che curvava molto dolcemente verso l'alto e verso destra, aggirando il fianco della collina più vicina.
Raggiungemmo la cima del crinale e tirammo le redini: ed eccolo lì. il tempio di Segesta, nella perfetta solitudine della sua collocazione, forse a un quarto di miglia di distanza. A precederlo, come un ghiacciaio, una distesa di erba riarsa. Alle sue spalle, lo sfondo di grandi colline interrotto da un varco attraverso il quale, come un immane scudo, il mare scintillava al sole.
Nessun uccello cantava, nessun fumo oscurava il cielo. A parte il lieve, sporadico tintinnio delle briglie dei muli, il silenzio era assoluto. E in quel momento seppi con certezza - come mai avevo saputo sotto le guglie di Oxford, e come avrei saputo di nuovo, ma con minore certezza, vedendo le aquile di Zeus volteggiare contro la rupe di Delfi - il significato dell'idea greca, i valori della purezza classica. Fu da quel momento che iniziai a considerare la Sicilia come il crocevia della civiltà europea, così come la Gran Bretagna è il crocevia del commercio mondiale.
Grazie alla sua posizione geografica unica, e al prezzo di innumerevoli vite, la Sicilia ha attinto dalla Grecia e da Roma, ha assimilato tanto i Normanni quanto i Saraceni e ha sviluppato i punti di forza e il fascino tipici delle terre i cui abitanti godono del vantaggio di un sangue misto..."