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martedì 29 novembre 2022

L'IMMUTATA "VERITA' SICILIANA" DI EGIDIO STERPA

Foto tratta da
"La questione meridionale"
di Arturo Milanesi e Francesco Palleschi,
Editrice La Scuola,  Brescia, 1978


"La verità siciliana - ha scritto con un'analisi purtroppo ancora oggi appropriata il giornalista e saggista Egidio Sterpa in "La rabbia del sud" SEI, Torino, 1973 ) - è molto complessa. Ci sono secoli di scetticismo nel cinismo apparente di oggi. C'è forse anche quella capacità, tipica dei siciliani, di esplorazione implacabile di se stessi e degli altri. I grandi mali della Sicilia, oggi, sono il divorzio fra cultura e politica e la continua emorragia di intelligenze. Fuggono i migliori, e quelli che restano si isolano e sono troppo deboli per infrangere la crosta secolare che strozza la società, "sequestra" la cultura e pervade di cinismo tutto l'ambiente" 

domenica 27 novembre 2022

IL VIAGGIO DI BARTOLO CHE POPOLO' DI EOLIANI L'AUSTRALIA

Isole di Lipari e di Vulcano.
Le fotografie di Patrice Molinard
sono tratte da "La Sicile",
edito da del Duca per la collana
"Couleurs du Monde", Parigi, 1955 (?)


Nell'articolo "E Ciro vide Anna Magnani" pubblicato il 23 settembre 2008 su "l'Unità" e riproposto postumo nel 2012 in "La mia isola è Las Vegas" ( Arnoldo Mondadori Editore, Milano ), Vincenzo Consolo ricordò la massiccia emigrazione verso l'Australia che nel Novecento spopolò le isole Eolie.

"Quegli isolani vendevano tutto - scrisse Consolo - terreni, attrezzi di lavoro, casa, barche da pesca, vendevano perché dovevano emigrare, soprattutto in Australia. Era quello il tempo della grande emigrazione da tutte le isole Eolie...". Tale fu l'entità dell'esodo, che un sociologo australiano decise di fare il percorso al contrario per raggiungere l'arcipelago messinese e capire le motivazioni di quei lunghissimi viaggi senza ritorno dal Mediterraneo al Pacifico. Ciò che non si sa, sottolineò Consolo, è "se quel sociologo ha scritto della grande beffa che quegli emigranti hanno subito: la beffa del grande miracolo turistico che le Eolie aveva investito, miracolo che aveva fatto lievitare il valore della loro casetta con i pilieri e la pergola, il loro fazzoletto di terra. Miracolo turistico, nell'Eolie, forse dopo che là due famosi film erano stati girati, "Stromboli" e "Vulcano", con due dive antagoniste, Ingrid Bergman e Anna Magnani..."



Molti anni prima, nel febbraio del 1965, sulle pagine del "Corriere della Sera", il giornalista catanese Massimo Simili - dimenticato autore per Rizzoli di una serie di saggi e romanzi umoristici e fondatore dei periodici "Il prode Anselmo", "Scirocco" e "Giornale dell'Isola" - aveva fornito una sua singolare versione sull'origine dell'emigrazione eoliana verso l'emisfero australe:

"Il primo ad emigrare fu un certo Bartolo che nel 1890 si imbarcò per l'America, ma la sua nave fece naufragio e i superstiti vennero raccolti e trasportati alle Azzorre dove Bartolo attese il passaggio di un'altra nave diretta in America. Ne giunse invece una che faceva rotta per l'Australia, e Bartolo, giudicando trascurabile questa differenza, vi salì a bordo. A quei tempi, in materia, non v'erano eccessive complicazioni; un emigrante poteva andare a vivere e a morire in un luogo piuttosto che in un altro: così Bartolo andò in Australia, vi fece qualche soldo e scrisse molte lettere ai compaesani che, da lui, impararono a conoscere l'Australia e la voglia di andarci..."







domenica 20 novembre 2022

IL DESIDERIO CEFALUDESE DI PAOLO RUMIZ

Mosaici del duomo a Cefalù.
Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia



"Vedevo tutto, in una straordinaria immagine stereoscopica: i faraglioni della Corsica, i pilastri delle Colonne d'Ercole, i deserti calcinati della Sirte, e la Sicilia - "Ah la Sicilia, subito ci tornerei!" - con le icone dei santi bizantini a Cefalù..."

da "Il Ciclope" di Paolo Rumiz, Feltrinelli Editore Milano, 2015 

LUOGHI COMUNI E STORIA DEL PANE CA' MEUSA A PALERMO

Locandina
nel quartiere palermitano di Ballarò.
Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia


La maggior parte dei palermitani non ha mai mangiato il pane con la milza - localmente detto "pane cà meusa" - né si sognerebbe mai di farlo. Eppure, per la maggior parte dei turisti e dei viaggiatori che visitano Palermo - complici il passaparola e le indicazioni gastronomiche presenti in rete e sulle guide cartacee della città - l'untuoso gusto del pane con la milza è accostato al vivere quotidiano dei palermitani. Come il pane e panelle, le arancine e gli arancini, la cassata, i cannoli, la caponata, la pasta al forno, le brioches con il gelato e tutto il resto dell'immaginario gastronomico isolano che spesso costituisce pretesto di un viaggio in Sicilia. L'argomento "pane cà meusa" è così diventato oggetto di folclore turistico cittadino, da qualche anno alimentato dalla globalizzante qualifica di "street food". Il giornalista e scrittore Gaetano Savatteri è però andato oltre questa narrazione di maniera del pane con la milza, facendoci scoprire le sue origini storiche: un rimando all'infinita mescolanza di genti e culture che hanno generato Palermo ed i palermitani.

"Gli storici del gusto - ha scritto Savatteri in "Non c'è più la Sicilia di una volta" ( Editori Laterza, Bari, 2017 ) - dicono che la milza è un lascito degli ebrei che vivevano a Palermo nel quartiere Meschita e macellavano le carni col metodo kasher. Non potendo, per una serie di divieti, ricevere denaro in pagamento, gli ebrei venivano stipendiati con le frattaglie di risulta. Una volta sbollentate, quelle interiora venivano rivendute ai palermitani che cominciarono ad apprezzarle. Nel 1492, per ordine di Ferdinando il Cattolico, in base all'editto voluto dall'inquisitore Torquemada, gli ebrei vennero espulsi da tutti i territori dell'impero spagnolo, Sicilia compresa. L'uso di cucinare milza e frattaglie passò allora ai così detti cacciuttari palermitani che, in un calderone pieno di sugna bollente, friggevano milza, trachea, polmone e ricotta. Il pane cà meusa, insomma, ha un lungo passato..."

venerdì 18 novembre 2022

I SICILIANI ASCETICI DI FERDINANDO MILONE

Donna con il bastone
a Petralia Soprana.
Fotografia di Melo Minnella
pubblicata dalla rivista "Sicilia"
nel gennaio del 1973 


Nel 1960 il geografo napoletano Ferdinando Milone diede alle stampe per l'editore Paolo Boringhieri il saggio "Sicilia. La natura e l'uomo": quasi 500 pagine in cui l'autore esamina gli aspetti naturali, storici, demografici, economici e paesaggistici di una regione in cui i secolari problemi, secondo Milone, "derivano dalla situazione geografica e dalla natura del suolo e del clima". Nel saggio - scritto "per amore verso la popolazione dell'isola, che soffre per decenni e decenni di abbandono e di fame" - il geografo traccia uno degli infiniti ritratti dei siciliani forniti nei secoli da viaggiatori:

"Credetemi, questa non è una popolazione qualsiasi. E' gente assai complessa e difficile a capirsi. Assai più delle altre, a me sembra, vicina alla natura, con i suoi trasporti di generosità e di gelosie, di gioie e dolori, allegrie e tristezze, rancori e perdoni; con le sue collere e gli odi implacabili, tramandati dall'una all'altra delle generazioni; le delazioni e l'omertà. Ma, insieme, è erede di una più volte millenaria civiltà, che costruì i tempi dorici e le chiese barocche, i castelli medioevali e le ville sontuose del Settecento, le belle città ottocentesche, i giardini tropicali; e dalla quale ebbe, a fondo del suo carattere, una saggezza antica e una intelligenza artistica, una pienezza di sentimenti e una tendenza contemplativa, direi quasi ascetica, che contrasta con l'amore e la precocità dei sensi, e la volge di più verso la speculazione del pensiero, nella filosofia e nel giure, nell'arte o nella scienza, che non verso le attività pratiche, mentre pur ha notevole attitudine ai commerci..."

giovedì 17 novembre 2022

UNA PAGINA DI QUATRIGLIO SUI RACCONTI LAMPEDUSANI DEL CARTOGRAFO WILLIAM HENRY SMYTH

Entroterra di Lampedusa.
Nell'immagine che segue,
un tratto di costa dell'isola.
Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Era il 1821 quando, a bordo della nave da guerra inglese "Adventure", il capitano di vascello, geografo e cartografo William Henry Smyth fu impegnato in una missione scientifica: effettuare rilievi trigonometrici utili a correggere gli errori riportati all'epoca nelle carte nautiche del Mediterraneo centrale. Base di partenza del capitano Smyth fu il porto di Palermo, città in cui l'ufficiale inglese ebbe modo di conoscere alcuni esponenti del mondo scientifico locale: fra questi, i professori Scinà e Ferrara e soprattutto l'abate Giuseppe Piazzi, direttore del Regio Osservatorio Astronomico di Palermo, con il quale avrebbe consolidato uno stretto rapporto di amicizia. La navigazione partita da Palermo portò dopo qualche giorno l'"Adventure" a Lampedusa, oggetto di una relazione ricca di notazioni storiche e di costume. "Gettate le ancore a cala Guitgia - così le ha ricordate Giuseppe Quatriglio nel dicembre del 1962 nell'articolo "Itinerari nelle isole minori. Lampedusa" pubblicato dalla rivista "Sicilia" - vivevano nell'isola soltanto un suddito inglese, Mr.Fernandez, con la famiglia, qualche anacoreta ed una dozzina di contadini maltesi. Mr.Fernandez si trovava a Lampedusa da circa dieci anni, allevava bestiame e si dedicava alla pesca ed ai commerci con i maltesi e gli abitanti delle vicine coste dell'Africa. Ma nel 1821 le cose non dovevano andare per il meglio se il capitano Smyth trovò i Fernandez in un deplorevole stato di inedia in un miserabile abitacolo addossato a una grande grotta e con il pericolo di gravi infezioni, dato che le navi non ammesse nei vicini porti per motivi sanitari avevano l'abitudine di sostare a Lampedusa per rifornirsi d'acqua. L'ufficiale inglese ebbe una conferma di ciò allorché iniziò l'esplorazione dell'isola. Nell'interno di una grotta trovò una tomba con questa iscrizione: "Qui ritrovasi cadavere - morto di peste in giugno 1784". Apprese poi che era stato l'equipaggio di una nave da carico francese a contagiare i pochi abitanti dell'isola tra cui alcuni monaci. Questi ultimi si erano prestati ad aiutare i marinai che intendevano far prendere aria alle balle di cotone che costituivano il loro carico. Ma ben presto tutti coloro che avevano avuto contatto con i marinai si ammalarono e molti, tra cui il superiore del convento, morirono". .. Ma chi furono i primi abitanti dell'isola in tempi moderni? Il capitano Smyth raccolse una leggenda in base alla quale furono due signore palermitane, Rosina e Clelia, uniche superstiti di un naufragio, le prime madri di Lampedusa. Le due donne ebbero la ventura di incontrare nell'isola due eremiti, Sinibaldo e Guido, i quali si convinsero, pare senza eccessive difficoltà, a rinunciare alla loro vita contemplativa. Da qui due matrimoni e numerosi figli e nipoti..."



Quatriglio conservò più di un dubbio sulla fondatezza di questa leggenda sul ripopolamento di Lampedusa, "se è vero che soltanto Ferdinando II - notò nell'articolo - riuscì nel 1843 a trapiantare nell'isola una colonia stabile di alcune centinaia di persone...". Da parte sua, il capitano William Henry Smyth dopo quella missione a Lampedusa lasciò preziose testimonianze del lavoro cartografico compiuto nel Mediterraneo a bordo dell'"Adventure". Nel 1823, pubblicò a Londra "The Hydrography of Sicily, Malta and the Adyacent Islans"; nel 1854, fu la volta di "The Mediterranean", contenente ben 27 carte delle coste siciliane. Il suo legame con la Sicilia - comune per parte dell'Ottocento a molti viaggiatori e commercianti inglesi, gran parte dei quali legati a logge massoniche -  è testimoniato anche da alcuni aspetti di vita privata. Nel 1815 sposò infatti a Messina Eliza Ann Warington, da cui ebbe un figlio: Charles Piazzi, così chiamato in nome dell'amicizia stretta a Palermo nel 1821 con Giuseppe Piazzi.