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mercoledì 8 luglio 2026

GLI STRACCI DELLA MISERIA DI PALMA DI MONTECHIARO

Vendita di abbigliamento usato
a Palma di Montechiaro.
Fotografia di Albert t' Serstevens,
opera citata nel post


Nell'aprile del 1960 un convegno organizzato dal sociologo Danilo Dolci fece scoprire all'Italia in piena ascesa da boom economico la disperata povertà di Palma di Montechiaro: una frontiera lontanissima dall'identità di un Paese che poco o nulla conosceva di quelle lontane periferie del Sud dove l'idea di progresso si scontrava con una realtà dove anche i servizi essenziali - acqua e fogne - erano quasi sconosciuti. 

All'evento, durato due giorni, presero parte fra gli altri Carlo Levi, Leonardo Sciascia, Pio La Torre, Giorgio Napolitano e Francesco Renda.

"Ci fu un convegno - avrebbe spiegato 14 anni dopo il giornalistra Giampaolo Pansa - con personaggi illustri d'Italia e d'Europa, e la denuncia fece paura. La malaria. I novemila analfabeti. I vermi che uccidevano i bambini. La meningite curata con i porcelluzzi d'India spaccati e messi sulla fronte. Il tracoma combattuto con la bava delle mule..."

A seguito della denuncia di quelle condizioni di vita in uno dei luoghi di miseria allora presenti in Sicilia, la Regione varò nel 1963 una "legge speciale" per Palma di Montechiaro e Licata. Un finanziamento da 17 miliardi di lire avrebbe dovuto garantire anche la costruzione di moderne condutture idriche e fognarie, ma le aspettative andarono in buona parte deluse; solo tre di quei miliardi furono effettivamente spesi e ancor oggi i due paesi agrigentini continuano a soffrire la sete.

Tre anni prima di quel congresso voluto da Danilo Dolci, la povertà di Palma di Montechiaro era stata già descritta dallo scrittore Albert t' Serstevens nel suo taccuino di viaggi intitolato "Sicile Sardaigne Iles éoliennes", edito nel 1957 in Francia da B.Arthaud.

A colpire il viaggiatore, fu una scena di strada - fissata da un suo scatto fotografico - resa ancora più simbolica dai manifesti di una campagna elettorale in corso: 

"Avvicinandosi a Palma di Montechiaro, i mandorli stendono un velo diafano sulle tonalità arse del paesaggio circostante. Il villaggio stesso sfuma in tonalità di grigio vagamente tinte di beige: una nota di delicatezza nell'incandescenza universale dei colori. In una piccola piazza — dove le case in pietra conservano ancora tracce di antichi fasti — si estende quel tipo di mercato di abiti usati tipico di molte cittadine siciliane: segno della povertà causata dal sovrappopolamento dell'isola.

È una triste distesa di pantaloni logori, abiti scoloriti e biancheria rammendata ammucchiati a terra, con i capi migliori esposti su cavalletti o sedie. Tutti questi scarti, passati al setaccio dalle donne del luogo in cerca di qualcosa da indossare per sé e per vestire la propria prole, i loro uomini e quella schiera opprimente di zii, zie, nipoti e cugini di cui le famiglie italiane più umili si ritrovano gravate.

Delle ragazze rovistano con entusiasmo tra mucchi di calze di seta spaiate e smagliate, sperando di trovarne un paio con cui vestire le gambe per la passeggiata domenicale. Alle pareti, i manifesti elettorali esortano il pubblico a sostenere uno di quei candidati — uomini di altruismo, zelo e probità — destinati, inevitabilmente, a portare la felicità al popolo..."

sabato 4 luglio 2026

L'IMPOSSIBILE RACCONTO DI UNA SICILIA INDIVISIBILE DI GIANNI BONINA

Campagna palermitana
a Villafrati.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


 "Si può raccontare la Sicilia una e indivisibile?"

Gianni Bonina si è posto questa domanda nell'introduzione al suo saggio "L'isola che trema. Viaggio dalla Sicilia alla Sicilia", edito a Roma nel 2006 da Avagliano Editore.

La risposta di Bonina è stata netta, a conferma del diffuso parere, a cominciare da quello di gran parte dei suoi abitanti, dell'esistenza di diverse isole nell'isola: 

"Ci provò Elio Vittorini con un romanzo, "Le città del mondo", che voleva riunire sotto un unico ciclo individui e paesi dei tre Valli come se fossero un solo mondo.

Un'utopia, perché si possono solo raccontare le mille Sicilie di una terra che si distingue per la multanimità dei suoi abitanti più che la particolarità dei suoi gonfaloni.



Prima vengono i siciliani, poi la Sicilia. Che è ovunque, nel mondo, si trovi un siciliano: perché si può strappare un siciliano alla Sicilia ma non si può strappare la Sicilia da un siciliano..."

giovedì 2 luglio 2026

CACCAMO, IL CASTELLO DELLA INGLORIOSA CONGIURA

Il castello di Caccamo.
Fotografia di Ezio Quiresi,
tratta dal I volume dell'opera
"Sicilia" edita nel 1961 da
Sansoni Editore e Istituto Geografico de Agostini


Anche in Sicilia, ogni castello racconta fosche storie di rivalità politiche e di violenza. Non fa eccezione quello di Caccamo, che a partire dal 1974 - dopo l'acquisto fattone nel 1963 dalla Regione - è stato oggetto di complessi restauri.

Nel caso di questo castello - posto al centro dei più importanti possedimenti feudali siciliani del tempo - la vicenda che si ricorda è quella che portò alla atroce morte del feudatario Matteo Bonello, conte di Caccamo, che nel 1160, durante il regno normanno di Guglielmo I, aveva ucciso a Palermo Maione da Bari.

"Era costui un uomo di bassi natali, il quale, venuto in Sicilia al seguito di Giorgio di Antiochia - ha scritto Vladimiro Agnesi in "Breve storia dei Normanni in Sicilia" ( S.F. Flaccovio, Palermo, 1972 ) - aveva percorso tutti i gradi della carriera curialesca dando prova di tenace volontà e di raffinata astuzia, ed era infine assurto alla carica di Grande Ammiraglio e di Emiro degli Emiri, cioè praticamente di primo ministro..."

Matteo Bonello, facendosi interprete del malcontento di altri feudatari siciliani, fu il promotore di una congiura che partendo dal castello di Caccamo, insieme all'uccisione di Maione da Bari, avrebbe voluto addirittura destituire dal trono regio Guglielmo I.



Così Giuseppe Ganci Battaglia e Giovanni Vaccaro ( "Aquile sulle rocce. Castelli di Sicilia", Edizioni Mori, Palermo-Roma ) raccontarono nel 1968 la storia di questo complotto:  

"Riesce quanto mai drammatica ed emozionante la parte che sostenne questo castello nella congiura del 1160, ordita dai baroni feudali, contro Guglielmo I detto il Malo, e capitanata da Matteo Bonello, allora signore di Caccamo"

La congiura dapprima riuscì, tanto che il re, per tre giorni, poté essere tenuto prigioniero nel suo stesso palazzo; ma in seguito, il popolo palermitano, fedelissimo alla dinastia, insorse e si rivoltò al Bonello, il quale, con gli altri principi cospiratori, corse a rifugiarsi nel castello di Caccamo.

Da qui, dopo varie ed inefficaci trattative con Guglielmo il Malo, quei nobili, postisi alla testa di un esercito, marciarono alla volta di Palermo con l'intento di assalirla e prenderla con le armi; ma vistane la impossibilità per l'accresciuto numero delle forze reali, ingloriosamente se ne ritornarono alla fortezza di Caccamo per ripigliare le trattative.



Guglielmo mandò all'uopo il canonico Roberto di S.Giovanni, abile diplomatico, e con lui quei signori, radunati nelle aule del castello, patteggiarono come meglio poterono.

Vennero tutti graziati a condizione che uscissero dal regno.

Matteo Bonello, anima della rivolta, si credette ancora sicuro e ritornò di nuovo alla corte di Palermo, dove, sulle prime, ricevette distinti trattamenti; ma, dopo non molti mesi, preso a tradimento, fu chiuso in un rigoroso carcere, acciecato e fattovi morire miseramente..."   

domenica 28 giugno 2026

PALERMO ED I PALERMITANI, OVVERO L'ARTE DI ADATTARSI

Palermitano di una confraternita
nel quartiere Capo.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Agrigentino trasferitosi a Palermo per motivi di studio agli inizi degli Sessanta del Novecento, lo scrittore e saggista Matteo Collura ha tracciato un acuto e sferzante ritratto dei palermitani nell'introduzione del saggio "Palermo", edito da Bruno Leopardi Editore ( Palermo, 1999 ). 

Il volume, che raccoglie decine di fotografie di Giuseppe Leone e Melo Minnella, fornisce una possibile chiave di lettura per tentare di comprendere la natura stessa dei palermitani; compito che Collura accosta per difficoltà a quello richiesto per l'attribuzione del famoso "Trionfo della morte" conservato in città a Palazzo Abatellis

"I popoli conquistati solitamente spariscono, disciolti in razze che geneticamente ne conservano le tracce: i siciliani - e in primo luogo i palermitani - non vollero sparire, semplicemente scelsero di adattarsi. 

E in questa forma di resistenza - ha scritto Collura - hanno raggiunto livelli che potremmo definire artistici. Sono abili in quest'arte, i palermitani, da raggiungere lo stato di invisibilità, un fenomeno che può essere scambiato per sparizione..."

sabato 27 giugno 2026

LE CASE DI CAMPAGNA DI ALDO PECORAINO


 














PINO CARUSO E L'ELOGIO DI PANELLE E "PANELLARI"

Fotografia di Benedetto Patera,
tratta dalla rivista "Oggi Sicilia"
edita a Trapani nel settembre-ottobre 1960


Uno dei più apprezzati venditore a Palermo - per tutti, il "panellaro" - si chiamava Rosolino.

La sua friggitoria di panelle - un locale ammattonato con piastrelle bianche ingiallite dal tempo e dai fumi di frittura - si trovava a Sferracavallo, appena all'ingresso della borgata provenendo da Tommaso Natale.

Aggiungeva alle panelle non il prezzemolo ma i semi di finocchio; a partire dall'ora di colazione sino a quella di cena, i clienti si assembravano per mangiarle nel classico panino tondo sormontato dalla "giuggulena".

Altri "panellari" - oggi assai meno che in passato - si trovano in quasi tutti i quartieri popolari della città; alcuni di loro spostavano giornalmente la loro friggitoria ambulante a bordo di ansimanti Moto Ape, piazzandosi nei pressi dei luoghi affollati: scuole, ospedali, uffici pubblici, lo stadio, la spiaggia di Mondello... 

Nel 1993, l'attore palermitano Pino Caruso diede così spazio a panelle e "panellari" nell'introduzione del libro "La cucina  siciliana" di Maria Adele Di Leo ( Newton Compton Editori, Roma ):

"Pane e panelle è un'idea tutta palermitana; e che, andando verso Messina, si ferma a Cefalù; verso Trapani, a Sciacca.

Lo divoravano ( e credo lo divorino ancora ) gli scolari nell'ora di ricreazione, i soldati in libera uscita, i negozianti, gli impiegati, gli artigiani negli intervalli di lavoro, gli intellettuali e i "signori" nell'ora del tè, i sagrestani tra una funzione e l'altra, i becchini dopo una sepoltura, i tifosi alle partite, i turisti all'ombra dei monumenti, gli emigranti al ritorno in patria, sbarcando.



Sicché, panellari girovaghi si dislocavano ( oggi, forse, meno di ieri ) davanti alle scuole, agli uffici, alle chiese, ai cimiteri, alle stazioni, ai musei, ai grandi magazzini; e, la domenica, davanti allo stadio.

Ne ricordo uno che, alla Favorita, vendeva panelle chiamandole "il sapore del gol"..." 

venerdì 26 giugno 2026

LA SICILIA "DEGLI OPPRESSI E DEGLI OPPRESSORI" DI ROBERTO CIUNI


Pupo conservato nel Museo Internazionale delle Marionette
"Antonio Pasqualino" di Palermo.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Roberto Ciuni, palermitano, è stato uno dei giornalisti più addentro alle vicende siciliane della seconda metà del Novecento.

Dopo avere iniziato la sua carriera nella redazione de "L'Ora" approdò alla direzione del "Giornale di Sicilia". L'Isola, sempre presente nei suoi articoli, gli fu professionalmente stretta, come dimostrato dalle sue varie esperienze oltre lo Stretto: dal "Corriere della Sera" alla "Nazione", dal "Mattino" sino al ruolo di direttore editoriale delle Grandi Opere della Rizzoli.

Iscritto alla loggia massonica P2 - adesione che pure non gli comportò provvedimenti disciplinari da parte dell'Ordine dei Giornalisti - venne considerato un esperto di mafia, come dimostrati da centinaia di articoli e dal saggio "Mafiosi" pubblicato da Tranchida Editore a Milano nel 1996.

Nella sua prefazione al saggio di Mario Farinella "Diario Siciliano" edito nel 1977 da S.F. Flaccovio a Palermo, Ciuni scrisse un'osservazione ancora attuale su personaggi e vicende che raccontano la controversa storia della Sicilia

"Giorno per giorno la Sicilia ripropone le vecchie contraddizioni. Eroismi e infamità, furore e silenzio, sfruttamento e liberazione convivono rappresentati sulle due facce della nostra storia: la storia degli oppressi e la storia degli oppressori"