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giovedì 23 aprile 2026

IL CERTIFICATO DI ORIGINE DEI PAESI DELLE MADONIE

Il castello di Collesano.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Una delle tracce del terremoto che devastò il Val di Noto nel 1693 nella parte occidentale della Sicilia si può osservare a Collesano, nelle propaggini più basse delle Madonie.

Quell'evento danneggiò qui il castello con pianta quadrangolare di cui rimangono resti di mura perimetrali che nel 1992 l'archeologo medievale Ferdinando Maurici ha definito di "difficile datazione" ( "Castelli medievali in Sicilia", Sellerio editore Palermo ).

Ai piedi questo millenario edificio è in seguito germogliata la successiva edilizia civile del centro storico di Collesano, secondo una consuetudine comune in molti paesi delle Madonie.



"Borghi grossi o piccoli si sono sviluppati per secoli nelle Madonie attorno a un castello, che a volte - ha scritto Giovanni Guaita in "Sicilia", edito nel 1962 da Sansoni e Istituto Geografico De Agostini, SADEA, Milanosi trova ancora in piedi, per suo conto, a volte è stato assorbito nel tessuto dell'abitato, e sorretto ma declassato ad abitazione di contadini, a volte è rimasto a disfarsi in un ammasso pietroso sulla sommità della rocca, mentre le case gli crescevano intorno a una certa distanza, sui fianchi della collina.

Ma anche così ridotto a poche pietre ci offre un certificato di origine, ci spiega perché l'abitato è sorto sulle colline più scoscese..."  



domenica 19 aprile 2026

GRAMMICHELE, L'ESAGONO RINASCIMENTALE DEL PRINCIPE DI BUTERA

Una foto zenitale di Grammichele.
Immagine tratta dall'opera
"Il Sud e le isole",
collana "l'Italia: uomini e territorio"
edita dalla Banca Popolare di Novara nel 1983


Il terremoto che sconvolse l'11 gennaio del 1693 il Val di Noto e che uccise migliaia di persone, devastando una quarantina di centri urbani, non diede vita soltanto ad una rinascita urbana nel segno del barocco. 

Quel catastrofico evento generò infatti Grammichele: una città pensata con un impianto esagonale - secondo un canone urbanistico rinascimentale -  da Carlo Maria Carafa, principe di Butera e barone del distrutto borgo di Occhiolà, che ne affidò l'esecuzione all'architetto Michele La Ferla

Carafa avrebbe preso come modello per la costruzione della città quella militare di Palmanova - a forma di stella a nove punte - edificata esattamente un secolo prima dalla Serenissima Repubblica di Venezia e poi da Napoleone.

"Il suo piano è fra i pochi realmente ( strutturalmente, vorremmo dire ) antieconomici nell'ambito della ricostruzione in Val di Noto. Il principe - ha scritto A.Guidoni Marino nel saggio "Urbanistica e "Ancien Régime" nella Sicilia barocca", in "Storia della città" n.2 ( 1977 ) - si comporta come un munifico monarca d'altri tempi, regala il terreno edificabile ai meno abbienti, sovvenziona le fabbriche, costruisce molto di tasca sua e, soprattutto, prepara il disegno della città e la fa sproporzionata alle esigenze abitative reali...

Grammichele è esagonale, composta da dodici settori, metà costruiti da isolati rettilinei e l'altra metà, in coincidenza degli angoli del poligono, formata da blocchi edilizi ad angoli acuti e chiusi; le sei strade maggiori attraversano i borghi rettilinei, intersecando così la metà di ciascun lato dell'esagono e proseguendo fino a sboccare nelle sei piazze minori, inquadrate entro sei rettangoli regolari aventi per basi ciascun lato dell'esagono più interno.

La rete viaria maggiore è infine completata da una via più esterna, il cui tracciato esagonale collega fra loro anularmente tutte le sei piazze minori..."


domenica 12 aprile 2026

LA LUNGA ATTESA DEI TONNAROTI TRAPANESI

L'ex Stabilimento Florio a Favignana.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Alla fine degli anni Quaranta dello scorso secolo, in Sicilia si contavano una trentina di tonnare attive, che pescavano una media di circa 42.000 tonni all'anno.

Quella più produttiva si trovava a Favignana, che riusciva a catturare una media annuale di 5.000-8.000 tonni. Calare una tonnara significava allora investire un capitale fra i venti ed i trenta milioni per stagione, con l'alta possibilità di una notevole perdita economica.

Queste e molte altre informazioni sono contenute in un lungo reportage intitolato "Il tonno e la tonnara" pubblicato nel settembre del 1951 dalla rivista "Le Vie d'Italia" del Touring Club d'Italia.

Autore del servizio, corredato da numerose fotografie, fu Francesco Alliata, uno dei quattro fondatori - gli altri furono Quintino Di NapoliPietro Moncada Renzino D'Avanzo,  ( quest'ultimo cugino di Rossellini e marito della sorella di Visconti ) - della Panaria Film: la casa di produzione palermitana nata nel 1945 che nel dopoguerra realizzò in Sicilia, insieme ad altri, il documentario "Tonnare"

Tonnaroti nel trapanese.
Fotografia di Quintino Di Napoli,
opera citata nel post

 

"Nel terzo secolo avanti Cristo una monetina in bronzo di Solunto, colonia punica nei pressi di Palermo - scrisse Francesco Alliata - portava impresso su una delle sue facce il tonno; circa un secolo prima un ignoto artista siciliano aveva riprodotto su un vaso ( museo di Cefalù ) una gustosa scena di mercato in cui un pescivendolo litiga con l'acquirente a causa di un grosso tonno che fa bella mostra di sé  su una panchetta; queste sono fra le più antiche testimonianze della popolarità del tonno in Sicilia.

Si pensa che fosse pescato con sistemi primitivi e ad uno per volta. Inventarono un nuovo sistema di pesca, ingegnosissimo ed efficace, gli arabi con la "tonnara"; essi dovettero studiare le abitudini dei pesci in modo da colpirli con un'arma che permettesse di catturarli in grande quantità...

Gli arabi, quindi, ne studiarono le abitudini ed escogitarono, intorno al Mille, la più grande trappola marina, che ha nome di "tonnara". Ancora oggi si usano, integri, gli stessi canoni, si procede nella identica maniera ed ogni cosa denunzia l'origine araba: la nomenclatura ( muciara, rais, cialoma, parascalmo, ecc. ), i canti ritmici e gutturali, le rigorose tradizioni che ispirano ogni operazione e soprattutto il modo di pensare e di agire degli uomini della "tonnara": i "tonnaroti"...

Se dovessi dire quale è la somma delle mie impressioni sui tonnaroti, direi che sono uomini che vivono permanentemente in attesa: durante la stagione morta per mesi e mesi fabbricano le interminabili reti, riparano e calafatano le numerose imbarcazioni, fanno manutenzione ai cavi di acciaio, alle ancore, alle reti di cocco e di sparto; poi caricano i grandi battelli e attendono impazienti per giorni e giorni le condizioni favorevoli per calare la tonnara; esaurita in poche ore questa operazione, restano in attesa del tonno per giorni, settimane e, forse, mesi.

Pronti sulle barche, gli occhi fissi nelle profondità, tenendo in mano finissime lenze che vibrano quando il tonno le sfiora, attendono..."


martedì 31 marzo 2026

LA GRECIA RISCOPERTA IN SICILIA DI FERNAND BRAUDEL













"Che dire poi della Sicilia, mondo chiuso dove, dopo l'arrivo dei sicani, che erano italici provenienti dal Nord, si sono incontrati e affrontati greci, cartaginesi e romani, bizantini, musulmani e normanni, angioini e catalani?

E' sempre stata una colonia, è detto nel "Gattopardo". Ogni occupante ha preso il posto, ancora caldo, del predecessore, e la cattedrale di Palermo si è insediata nella grande moschea, come quella di Siracusa nel tempio di Atena.

A tutti gli stranieri che l'hanno percorsa l'isola deve la sua eccezionale ricchezza di monumenti, e soprattutto alla Grecia, della quale ha conservato i templi più giganteschi: è nell'Italia meridionale e in Sicilia che l'Europa erudita riscopre, nel Settecento, l'architettura greca..."

Fernand Braudel, "Il Mediterraneo", Bompiani ( Milano 1987 )

domenica 29 marzo 2026

STRANEZZE DEL BARONE SACCARO E DEGLI ALTRI NOBILI DI NICOSIA

Il centro storico di Nicosia
in una fotografia di Josip Ciganovic.
Immagine tratta dal II volume
dell'opera "Sicilia", edita a Milano nel 1961
da Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini


Discussa questione è se la denominazione di Nicosia come "città dei 24 baroni" sia da riferire al numero complessivo di feudi presenti in passato nel suo territorio o a quello degli effettivi baroni un tempo lì presenti. Questi ultimi hanno di certo lasciato traccia nella storia della cittadina ennese anche per la bizzarìa del loro carattere, così come sottolineato da Gianni Bonina, che a tal proposito ha ricordato una novella di Luigi Capuana tratta dall'opera "Nuove paesane":

""Strano paese e strana gente", rifletteva Luigi Capuana in un racconto nel quale si faceva beffe di un eccentrico barone nicosiano la cui identità è rimasta incerta forse perché i nobili di Nicosia avevano tutti la stessa testa.  

Oggi - ha scritto Bonina nel saggio "L'isola che trema. Viaggio dalla Sicilia alla Sicilia" ( Avagliano Editore, 2006, Roma ) - non sono rimasti che gli eredi, figli tornati borghesi e andati chi a Palermo chi a Catania chi in continente a esercitare le libere professioni al posto delle aristocratiche mansioni di oziosi benestanti in tuba, guanti e canna d'India, come Capuana vedeva il barone Saccaro che aveva 365 abiti quanti sono i giorni dell'anno e il comportamento di un demente tranquillo..." 

venerdì 27 marzo 2026

LA RIDONDANTE IMMAGINE DELLA PALERMO DI COCCHIARA IN UN ARTICOLO DEL 1937

Immagini di venditori ambulanti a Palermo
negli anni Trenta del Novecento.
Opera citata nel post


Le due fotografie riproposte nel post vennero pubblicate nel febbraio del 1937 dalla rivista "L'Illustrazione del Medico", edita a Milano dai Laboratori Farmaceutici Maestretti. Raffigurano personaggi della Palermo del tempo: venditori ambulanti di focacce e di verdure, figure non del tutto ancora oggi scomparse in strade e piazze dei quartieri storici della città.

Le immagini illustrarono un articolo di Giuseppe Cocchiara, l'antropologo ed etnologo di Mistretta, che tre anni prima aveva assunto a Palermo il ruolo di direttore del Museo Etnografico Siciliano "Giuseppe Pitré".



Per questa pubblicazione, Cocchiara - studioso e documentarista capace di ben altri preziosi approfondimenti su usi e costumi dei siciliani - si limitò a descrivere Palermo con indicazioni di compiacente e ridondante retorica:

"Città modernissima, dalle vie larghe e dritte, Palermo, oggi, ha lasciato Piazza Marina a coloro che vivono di ricordi e la sua "passeggiata" se l'è fatta in Via Libertà, dal Politeama alle Croci, dove il "passeggio" è, giornalmente, un avvenimento che non bisogna tralasciare.

Cercherete, invano, le donne che come ai tempi dei Saraceni vadano col volto coperto, ma bei tipi di Saracene sì che ne  troverete. Eleganti, modernissime.



Di sera, poi, quando la città si fascia di luci, ogni angolo si popola di venditori di caramelle o di fichidindia. Sono i venditori ambulanti che di giorno hanno venduto, per le vie, la loro merce con un canto che è il ricordo e il riflesso delle nenie arabe.

Sicché, ancora una volta, mentre dai giardini della Conca d'oro scende il profumo delle zagare, si ha spesso l'impressione di attraversare un ponte gettato fra Oriente e Occidente..." 



mercoledì 25 marzo 2026

LA SICILIA COME PARTE DELL'ESPERIENZA UMANA NELL'ARTE DI GUTTUSO

Autoritratto di Renato Guttuso, 1940.
Immagine tratta dall'opera citata nel post


Dal 13 al 14 marzo del 1971, Palazzo dei Normanni ospitò a Palermo un'esposizione di oltre 120 opere di Renato Guttuso su indicazione dell'Assemblea Regionale Siciliana. L'iniziativa trovò il supporto di un comitato promotore composto da personaggi di primissimo piano della cultura isolana di quegli anni: da Leonardo Sciascia a Giuseppe D'Alessandro, da Bruno Lavagnini a Francesco Giunta, da Vincenzo Tusa a Ignazio Buttitta

L'evento fu reso possibile anche dal prestito di opere di Guttuso appartenenti alla Galleria d'Arte del Comune di Bologna, alla Biblioteca Comunale di Enna, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, alla Civica Galleria d'Arte Moderna di Palermo ed all'Ente Provinciale per il Turismo di Messina.

Il catalogo di questa mostra antologica ospitata a Palazzo dei Normanni ( pubblicato dal Banco di Sicilia con l'impaginazione di Enzo Sellerio ) fu arricchito dai testi di Leonardo Sciascia, Franco Grasso e Franco Russoli.

"La Sicilia che continuamente torna nei temi narrativi di Guttuso ( i paesi e la loro storia e cronaca, le vicende epiche e la vita quotidiana di Palermo, di Bagheria, di Gibellina, dell'Etna ) e che riecheggia nelle modulazioni linguistiche della sua espressione ( dal "Trionfo della Morte" di Palazzo Sclafani alla pittura popolare dei carretti, dal Barocco all'Espressionismo mediterraneo ) - si legge nella prefazione curata dal critico e storico dell'arte Russoli - è luogo politico profondo e inconscio, e quindi universale.

Ognuno infatti potrà non tanto leggervi il rendiconto naturalistico e veristico di luoghi e fatti siciliani, quanto riconoscervi i motivi del proprio rapporto con la realtà in cui vive, con i luoghi e i fatti della propria esistenza.



La Sicilia è quindi elemento costante nella pittura di Guttuso perché è parte determinante della sua esperienza umana: non è mito letterario, né pretesto naturalistico, ma necessario filtro per la verifica di idee e di forme nel corpo della realtà. Che non è soltanto realtà oggettiva, cioè di cose, di luoghi, di personaggi e vicende di quella terra, ma realtà soggettiva, cioè dell'uomo Guttuso, che reca in sé i dati formativi, consci e inconsci di quella cultura, nel rapporto con qualsiasi oggetto della sua attenzione poetica..."