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domenica 13 giugno 2021

L'ELOGIO DEGLI EMIGRATI DA STROMBOLI DI GINO VISENTINI

Casa a Ficogrande, nell'isola di Stromboli.
La foto di Josip Ciganovic
è tratta dall'opera di Aldo Pecora "Sicilia",
edita da UTET nel 1974


Prima del secondo conflitto mondiale, Stromboli poteva contare su una popolazione di 4.000 persone; si erano ridotte a circa 600 nel 1947, quando il giornalista, critico d'arte e sceneggiatore Gino Visentini realizzò nell'isola delle Eolie un reportage pubblicato il 12 giugno di quell'anno dal "Corriere della Sera". L'articolo di Visentini colse allora i caratteri della massiccia emigrazione in corso degli stromboliani verso le lontanissime terre d'America, d'Australia e della Nuova Zelanda: un esodo che spopolò in quegli anni l'isola, determinando anche l'abbandono di un rilevante numero di abitazioni - in primo luogo, a Ginostra - in seguito diventate oggetto di famelici appetiti immobiliari. Il racconto del cronista sottolineò in primo luogo lo spirito intraprendente che animò una buona parte della comunità di Stromboli a cercare fortuna lontano da un ambiente dominato, allora come oggi, dall'attività vulcanica:

"Se date un calcio alla porta di una delle tante case disabitate ed entrate dentro, troverete fotografie di fruttivendoli agli angoli delle strade di Nuova York, di Melbourne o di Sidney. Generalmente lo stromboliano che emigra apre un negozio di frutta. Nei primi sette o otto mesi, l'emigrante si preoccupa soltanto di una cosa: imparare la lingua e durante questo periodo vive a spese dei parenti o dei paesani perché quando arriva non ha scorte di denaro. Poi mette su anche lui un negozio. Quelli che dall'Australia passano alla Nuova Zelanda aprono invece osterie o alberghi. Fra loro vi sono la solidarietà e un sentimento di protezione rari a trovarsi in altre comunità. Gli stromboliani che lasciano l'isola per affrontare la vita all'estero hanno l'orgoglio di riuscire. Partono con le abitudini estremamente frugali e il senso dell'economia cui li ha assefuatti la loro terra ingrata e avarissima, ciò che li rende quasi invulnerabili alle durezze e ai sacrifici della nuova strada che hanno scelto. Del resto, tutti gli emigranti di Stromboli hanno fatto fortuna, e la prova migliore è che, sul loro esempio, tutti partono o vogliono partire. La prontezza e l'intelligenza si colgono a prima vista negli stromboliani, e può darsi che questi davvero siano gli attributi principali che distinguono le popolazioni delle terre vulcaniche e che spiegano il costante successo dell'emigrante di Stromboli...



... In questa isola una sola strada ha un nome, ed è quella che porta dalla spiaggia su in paese. essa è stata intitolata a Vito Nunziante, deputato al Parlamento di Buenos Aires, uno dei tanti stromboliani che si sono arricchiti all'estero. A lui si deve se la strada principale del paese è lastricata di cemento. Perché Stromboli, nel suo nucleo, è un paese che non manca per niente di decoro. Il forestiere che sbarca qui, e non sa nulla, stupisce che un'isola tanto priva di risorse e dove non esiste commercio, abbia due chiese piuttosto grandi, una delle quali con una cupola maestosa e un'aria quasi da cattedrale. Poi vieni a sapere che esse sono state costruite con i denari degli emigrati. Alcuni di essi sono veramente ricchi. Tutti qui parlano 'd'u bancunaru', che è uno stromboliano divenuto proprietario di una grossa banca in America e che aiuta volentieri i paesani quando ne hanno bisogno, e di un altro stromboliano, emigrato negli Stati Uniti, prima dell'altra guerra, e oggi uno dei più grossi proprietari di rimorchiatori nel porto di New York..."



venerdì 11 giugno 2021

MOZIA, UNA HONG KONG MEDITERRANEA DELL'ANTICHITA'

L'isola di Mozia,
antica colonia commerciale punica.
Le foto del post sono
di Ernesto Oliva-ReportageSicilia



Da oltre 20 secoli l'isola di Mozia è una silenziosa ed appartata porzione di terra galleggiante sullo specchio d'acqua dello Stagnone di Marsala. Un luogo "di un'amenità senza confronti", la definì l'archeologo Vincenzo Tusa nel 1963. Il suo silenzio, interrotto solo dallo scivolare sull'acqua delle barche che vi fanno approdare piccoli gruppi di visitatori, nulla ha a che fare con la frenetica vita che vi si svolse sino al 397 avanti Cristo. Quell'anno, la colonia punica venne devastata con le palle di pietra scagliate dalle catapulte dall'esercito di Siracusa, responsabile di uno dei tanti crimini contro l'umanità dimenticati della storia: la crocifissione dei mercanti elleni che avevano scelto di condividere in quest'angolo di Sicilia con i moziesi le proprie attività imprenditoriali.

Prima della distruttiva incursione siracusana, la piccola Mozia era stata una delle colonie più attive nei commerci lungo le rotte del Mediterraneo, al punto da battere una propria moneta ed attrarre gente proveniente anche da Creta; vi erano stati impiantati laboratori per la produzione della porpora - un colorante per i vestiti estratto dai molluschi presenti in abbondanza nel mare circostante - ed era fiorente il commercio di sale, pesce conservato ed olio. Lo Stagnone, allora, doveva avere l'aspetto di un'affollata rada ingombra di navi impegnate a caricare e scaricare merci e commercianti, in una babele di lingue dell'antichità.

La statua in marmo
del "giovinetto di Mozia"
scoperta nel 1979 ed esposta nell'isola:
un folgorante esempio
di scultura siceliota del V secolo

 

Quest'immagine oggi remota di Mozia ha indotto nel 1978 il giornalista Ettore Serio a paragonarla allora ad una delle contemporanee città portuali dell'Asia:

"Qualcuno l'ha paragonata ad una piccola Hong Kong o Singapore nel senso che le forme di insediamento erano state simili a quelle seguite molti secoli dopo dagli europei. Come a Hong Kong, i cartaginesi abitavano tutti insieme a Mozia dove avevano i loro templi, i magazzini, il grande emporio. Intorno allo Stagnone, verso la pianura di Birgi, v'erano i villaggi indigeni. La storia dell'isola come entità autonoma finì nel 397 avanti Cristo, quando Dionisio di Siracusa assediò Mozia con 300 navi e 80.000 uomini. Entrando in città, massacrò i mercanti greci che trovò, confermando con tale atto che Mozia era un emporio di importanza internazionale, perlomeno per quei tempi. Abbandonata dai suoi abitanti, Mozia rimase sepolta dalla sabbia e fu praticamente dimenticata. A tirarla fuori dall'oblio provvide Pip Whitaker, uno degli eredi della dinastia di inglesi trapiantati in Sicilia che contribuirono a far conoscere nel mondo il vino Marsala..."


martedì 8 giugno 2021

IL SORTILEGIO SICILIANO DELL'INFELICITA' SECONDO MARIA MESSINEO VANDINI



In una "Guida Agenda Messina 1952" edita da Edizione Catri venne pubblicata una curiosa inserzione promozionale: "in Sicilia gioia di vivere", slogan accompagnato dai volti sorridenti di un uomo e di una donna. La didascalica capacità di comunicazione di quel messaggio, destinato a convincere i turisti della capacità dell'Isola di donargli felicità e spensieratezza, fa ancor oggi riflettere sugli stati d'animo che la Sicilia concede a chi vi nasce e vive, magari dopo avere rinunciato ad una precoce scelta di emigrazione. Fra i sentimenti possibili per i siciliani, quello della felicità sembra  in realtà essere fra i meno diffusi; segno forse di quel sofferto vivere di odio e di amore che una buona parte degli isolani  coltiva verso la propria Isola

Di questo stato d'animo ha scritto nel 1979 la giornalista e saggista Marisa Messineo Vandini, una "non siciliana" segnata  fortemente dalla Sicilia in virtù dei suoi legami familiari e dei rapporti di collaborazione con il "Giornale di Sicilia" e "Telestar" : 

"Era la fine di giugno - si legge nel saggio "Clippings" ( Todariana Editrice Milano - e stavo risalendo  in treno dalla Sicilia verso il Nord. Quasi senza accorgermene, cercavo di definire a me stessa le sensazioni che il passaggio veniva man mano offrendomi... In che modo andava differenziandosi, fluidamente, l'atmosfera, la natura? Il cielo si faceva di un turchino meno intenso, più grigio ed il verde meno polveroso e riarso. I colori meno vivi, i contrasti meno evidenti. Il clima, più temperato, diluiva uniformemente il paesaggio che diveniva anche più domestico nella punteggiatura di case coloniche, nel frazionamento ordinato e pignolesco dei poderi, mentre in Sicilia l'agro è solitario e sdegnoso, ai piedi di roccaforti paesane, distanti l'una dall'altra come nemiche.



Salendo verso Nord della penisola una diversa vegetazione contorna i campi di grano; si infittiscono i boschi di pioppi e cipressi, appaiono i filari di alberi da frutta a recingere i campi coltivati. Ci lasciamo indietro gli ulivi, le palme, gli aranceti ed i giardini di limoni il cui stesso nome dà immagine di qualcosa creato più per il godimento estetico che per il valore pratico, venale. Anche gli orti di Sicilia sanno di favola... Ma soprattutto il mare, la sua potenza arcana, immutabile, che pervade anche il punto più interno dell'isola, tutto a un tratto cessa di dominarci con la sua presenza.

Verdi colline, smussati contorni, di un breve orizzonte, sostituiscono le corrusche quinte brune e violette delle montagne vulcaniche. Si ha, in un certo senso, l'impressione di essere di nuovo fra la gente dopo un soggiorno in un silenzioso giardino incantato. Eppure lasciare il Sud significa anche lasciare le emozioni e l'irrazionale per un tenore di vita più monotono, più organizzato e più comodo forse, ma anche meno eccitante, meno poetico. Una tenue malinconia serpeggia insieme ai chilometri, un vago rimpianto per l'isola dei contorni sfumati nel sole turchino.

E una domanda: perché la felicità che vi si potrebbe esistere è più che altrove non è in effetti riscontrabile nella realtà umana dell'isola? Quale antico sortilegio ha mai ghiacciato negli abitanti dell'isola la linfa della spensieratezza e della semplicità, rendendoli gravi sotto un'ombra di morte? Quale divinità invidiosa ha buttato l'anatema su quella terra ricolma di splendori?

Da questo forse scaturisce, in chi vi è nato, il bisogno ricorrente di fuggire. L'ho provato anch'io, che non vi sono nata, al termine di lunghi soggiorni. Sensazione contrastante con l'attrazione verso la Sicilia che mi seguiva anche lì, sul rapido che già si lasciava dietro Firenze ed in meno di un'ora sarebbe arrivato a Bologna. Già provavo nostalgia per le insenature verdi e colme di calura, per le ceste ordinatamente ricolme di bellissime frutta e verdura poste a rallegrare il grigio dell'asfalto e del cemento.



Per il 'monte solitario' e per il parco che si stende ai suoi piedi. Per i fastosi cadenti palazzi barocchi e per la via spaziosa ed alberata che marca il centro della sua urbanistica. Nostalgia per i sipari di roccia che dividono una scena dall'altra, in una interminabile sequenza di colori e di bellezza che glorifica, esaspera addirittura l'aggettivo 'mediterraneo'.

L'incomprensibile mistero di questa isola. Bellezza e morte indissolubilmente legati. Un monito divino che il cammino dell'uomo verso la libertà e la compiutezza del proprio spirito è cosparso di asperità. E mi venne in mente al termine del viaggio verso il Nord il detto famoso 'Nec tecum nec sine te vivere possum'".

mercoledì 2 giugno 2021

QUANDO NOBILI E BORGHESI DISPREZZAVANO L'OPERA DEI PUPI

Pubblico dell'opera dei pupi a Palermo
agli inizi degli anni Cinquanta del Novecento.
Fotografia di Quintino Di Napoli
pubblicata in "Le Vie d'Italia" del TCI
nell'agosto del 1951


Ne scrisse già Giuseppe Pitrè, alla fine dell'Ottocento, del disprezzo dell'aristocrazia e della borghesia palermitana nei confronti dell'opera dei pupi, segnalando un articolo in cui un giornalista del tempo sottolineava "il secolare malvezzo delle vandaliche rappresentazioni, che giornalmente hanno luogo nei teatrini di marionette..."

Della scarsa considerazione meritata dall'opera dei pupi fu portavoce agli inizi del Novecento l'inglese Henry Festing Jones, collaboratore e biografo di quel Samuel Butler passato alla storia per avere ipotizzato la sicilianità di Omero e l'ambientazione dell'Odissea nel trapanese. Autore di più opere sulla cultura popolare in Sicilia, Jones fu particolarmente attratto proprio dal teatro dei pupi, scrivendone nel 1909 e nel 1911 nei saggi "Diversions in Sicily""Castellinaria and other sicilian diversions". Nel 1987, Sellerio pubblico alcuni capitoli delle due opere in "Un inglese all'opera dei pupi", con una prefazione di Attilio Carapezza.



In quello intitolato "Michele e la principessa di Biserta", Henry Festing Jones così testimoniò l'astio delle classi "colte" dell'Isola verso burattini e pupari:

"Ai siciliani colti il teatro dei pupi piace poco, e con loro si fa spesso fatica soltanto a parlarne. Sostengono che le marionette sono fatte per le classi più umili e le ritengono la causa di molte delle liti di cui si legge sui giornali. Il popolo verrebbe talmente suggestionato dall'esaltazione eroica in cui vive sera dopo sera da imitare nella vita quotidiana il comportamento cavalleresco dei guerrieri che vede combattere nei teatrini, sicché avverrebbe talvolta che quella che inizia come una rievocazione scherzosa di qualcosa vista nello spettacolo della sera prima si risolva in una ripetizione sin troppo accurata di un duello e si concluda tragicamente.



L'analogia con quanto scrivono i giornali inglesi su ragazzi che si trasformano in teppisti o si imbarcano come clandestini per effetto di cattive letture, accrebbe il mio desiderio di assistere a uno spettacolo di pupi, ma non volevo andarci da solo, perché nel caso di una rissa tra il pubblico, con coltelli, sarebbe stato meglio essere in compagnia di uno del posto..."

giovedì 27 maggio 2021

L'EDILIZIA DI CUBI E DADI DI S.ELIA IN UNA PAGINA DI DANIEL SIMOND

La borgata di S.Elia.
Foto tratta da "Sicilia" di Daniele Simond,
opera citata


Il paesaggio fra capo Zafferano e monte Catalfano costituiva sino a qualche decennio fa uno dei più interessanti litorali del palermitano, tanto da fare scrivere nel 1955 a Carlo Levi che "è il luogo più bello dove un corpo umano possa stendersi al sole".  La bellezza allora decantata dallo scrittore in "Le parole sono pietre. Tre giornate in Sicilia" è stata sfregiata dal solito accumulo di edilizia invasiva e dall'inquinamento del mare, che pure, ancor oggi, conserva qualche angolo di residua suggestione ambientale. Dalla sommità di monte Catalfano, si osserva quella che nel gennaio del 1929 Roberto Lojacono definì sulla rivista del TCI "Le Vie d'Italia" "la borgatella peschereccia di S.Elia, che divide con  Porticello i prodotti dell'inesausto mare". Il suo aspetto edilizio quasi primitivo - visibile sino ai primi anni del secondo dopoguerra e fonte di una condizione di isolamento - venne così descritto da Daniel Simond in "Sicilia" ( Salvatore Sciascia, Caltanissetta-Roma,1956 ):

"Dal quadrivio di S.Flavia, una strada fa il giro di capo Zafferano. Sopra ad esso, un contrafforte del monte Catalfano conserva le rovine di quella che fu la fenicia, poi la romana Solunto. Sono scale, pavimentazioni stradali, cisterne, sei colonne doriche ancora in piedi, di una casa romana. Esse dominano delle vaste piantagioni di limoni e di olivi, mentre le vigne ricoprono la pianura di Bagheria.

La vista domina, dall'altro lato, le case di un villaggio di pescatori, Sant'Elia, cubi bianchi, un giuoco di dadi sulla riva del mare; e spazia su tutto il golfo di Imera, da capo Zafferano allo scoglio di Cefalù..."

domenica 16 maggio 2021

UN NUOVO POSSIBILE TRAGUARDO PER LA TARGA FLORIO?

E' il 16 ottobre del 1955.
Dinanzi le gremite Tribune di Cerda
sfila una delle Mercedes SLR che dominarono
la 39a Targa Florio.
La foto è tratta dall'archivio
dell'assessorato regionale al Turismo


Trovare un rivolo di finanziamento fra i fondi europei, nazionali e regionali che dovrebbero risollevare l'economia della Sicilia dopo la pandemia. Quindi, disporre un bando internazionale per attuare il progetto, tutelandolo da interessi particolari e malaffari: la completa ristrutturazione dei 72 chilometri dello storico "Piccolo Circuito delle Madonie", sconciati da decenni di abbandono, dalle frane e dall'abitudine di noi siciliani a vagheggiare i buoni propositi piuttosto che a realizzarli: una "colpa del fare" tutta isolana, alimentata in modo avvilente dalla tara del campanilismo e degli interessi di bottega. Poiché i buoni propositi non sono mai abbastanza, l'occasione potrebbe inoltre ridare dignità strutturale alle Tribune di Cerda e rimediare a recenti scempi; uno su tutti, la visibilissima e incontrastata devastazione del monumentale ponte di Scillato, uno dei tratti stradali distintivi dei 72 chilometri del tracciato. La sistemazione del "Piccolo Circuito" costituirebbe in primo luogo un atto di attenzione verso la popolazione delle Madonie, che potrebbe usufruirne per le normali esigenze quotidiane. Il ripristino della viabilità sarebbe poi uno straordinario prologo alla possibilità di sfruttare pienamente in Sicilia e per la Sicilia in chiave turistica l'eredità storica rappresentata in tutto il mondo dalla Targa. Lo stesso Vincenzo Florio, del resto, fu  consapevole che la sua manifestazione motoristica avrebbe fatto conoscere al mondo le Madonie, facendo diventare Termini Imerese prima e poi Cerda luoghi che da troppo tempo sono solo nostalgici sinonimi di Targa Florio. Una consultazione di Youtube dimostra oggi quanto lo storico circuito stradale sia oggetto di attenzioni ed interesse da parte delle case automobilistiche, spesso "venute giù" per presentare o promuovere i propri modelli lungo i tratti ancora praticabili di un tracciato così apprezzato da Ettore Bugatti in una lettera scritta a Vincenzo Florio:

"Un costruttore il quale segua regolarmente la Targa Florio, può attingervi tutta una serie di insegnamenti che gli sarebbe possibile di ottenere altrimenti sia pure attraverso prove e collaudi au pista o in laboratorio. Tutte le ricerche che la partecipazione alla Targa rendono necessarie, concorrono direttamente al miglioramento generale dell'automobile moderna"

Una rivalutazione della Targa - evento che non immeritatamente potrebbe ottenere il riconoscimento di Patrimonio Mondiale dell'Unesco -  potrebbe così diventare una sfida per dimostrare che la Sicilia è capace di guardare al futuro fattivo, andando oltre le celebrazioni per ciò che è stato il glorioso passato della corsa su strada. Nell'Isola, il tempo cammina lento e si trascina il peso di vecchie e spesso dannose abitudini; il recupero dei 72 chilometri ( 72, non 720! ) potrebbe rappresentare una benefica fuga in avanti, dando dimostrazione che la Targa Florio è un patrimonio tuttora vitale per la Sicilia e per quei siciliani eventualmente capaci di valorizzarne la trascurata eredità.

mercoledì 5 maggio 2021

L'IMPREVEDIBILE ELOGIO DEI GUIDATORI PALERMITANI DI UNA GIORNALISTA INGLESE

Piazza Pretoria, a Palermo,
assediata dalle automobili.
La fotografia di Enzo Sellerio
venne pubblicata
nel giugno 1964 da "Panorama"


Tre anni prima che un film di Roberto Benigni sancisse in maniera definitiva che la piaga più grave di Palermo è il traffico ( "tentacolare e vorticoso", secondo una celeberrima battuta ) la giornalista inglese Gay Marks - all'epoca residente nel capoluogo dell'Isola - ricordò che quella "piaga" faceva da tempo parte del folklore della Sicilia. In "Le mie isole. Divagazioni semiserie di una inglese in Sicilia", edito nel 1988 da La Zisa, la Marks diede però della questione una sorprendente interpretazione; tanto più inaspettata perché - come sottolineato dalla stessa giornalista - "noi inglesi ci vantiamo di essere i migliori autisti del mondo":

"... Non posso fare a meno di menzionare il famigerato traffico palermitano, ormai entrato nel folklore dell'isola insieme a 'ciuri ciuri', il carretto siciliano, il mare e così via. Diversamente dal turista inglese che resta semplicemente senza parole davanti allo spaventoso spettacolo del traffico, io sono riuscita a raggiungere una specie di intesa con le automobili; da tempo ho smesso di avvilirmi e di disperarmi e ho cominciato invece a cercare i suoi lati positivi. Talvolta sono davvero affascinanti.

L'altro giorno, per esempio, sono rimasta incantata dal ragno che scendeva dall'alto del parabrezza a pochi centimetri dai miei occhi. Ero rimasta ferma così a lungo nel traffico che questo aveva avuto il tempo non solo di costruire tranquillamente la sua tela, ma anche di scendere per un giro di esplorazione senza il minimo timore di essere interrotto o disturbato. 



Le attese in macchina offrono anche la possibilità di osservare a fondo i cittadini. Contrariamente a quello che si dice all'estero o anche nel nord Italia, ritengo che i palermitani siano degli ottimi guidatori. Non ci vuole niente a portare la macchina in una strada larga e poco frequentata, ma manovrare in un vicolo in pochi centimetri di spazio come siamo costretti a fare qui è tutta un'altra cosa, che richiede una destrezza non indifferente. Non solo; noto che la stragrande maggioranza dei palermitani riesce a rimanere calma nonostante lo stress; che non esce fuori dalla macchina alla prima occasione per ammazzare chi gli ha tagliato la strada...

... Non ci sono dubbi che l'inglese trovi notevoli difficoltà nel guidare a Palermo, proprio perché gli mancano le doti dell'inventiva e della fantasia al volante. Se il palermitano è scorretto nel guidare ( e non c'è dubbio che lo sia ) è perché è costretto ad esserlo. In condizioni che fanno rizzare i capelli ad uno straniero egli, il palermitano, riesce non solo a sopravvivere ma persino ad andare avanti...

... La macchina mi sembra un ottimo simbolo di quella forza e determinazione essenziale per riuscire a Palermo..."



  

martedì 4 maggio 2021

VISIONI EOLIANE DI VINCENZO CONSOLO

L'isola eoliana di Lipari.
Fotografia di Patrice Molinard
pubblicata dall'opera "La Sicile"
edita a Parigi da Del Duca nel 1955


Appaiono e scompaiono all'orizzonte, svelate o nascoste dal mutare delle condizioni di luce e del tempo atmosferico; di Alicudi e Filicudi, capita a volte di scoprirne i profili già dalle colline palermitane di Giacalone, sospese in un indistinto orizzonte fra il cielo ed il mare del Tirreno. Le isole Eolie sono una visione quasi esoterica lungo la costa e le montagne che da Palermo conducono sino a Messina; la loro stessa presenza nel paesaggio siciliano sembra quasi giustificare l'appellativo -  condiviso con altri arcipelaghi del Mediterraneo al centro delle rotte millenarie dell'uomo - di "isole del Mito".

Di questa natura delle Eolie ha così mirabilmente scritto Vincenzo Consolo in "L'olivo e l'olivastro" ( Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1994

"Dal làstrico sul giardino verso il mare - il noce, l'arancio vaniglia, il melograno, il fico bìfero e il fico messinese, la palma e il banano, il mandarino e il cedro, il portogallo, il ficodindia e l'gave, l'edera e la vite sul muro della stalla, il gelsomino attorno all'arco, le siepi d'asparago, di mirto, la sènia sferragliante, l'asino cieco che gira all'infinito - dal làstrico si vedevano le isole. Ora remote, lievi, diafane come carta o lino, ferme o vaganti in mare, ora avanzanti, prossime alla costa, scabre e nitide, allarmanti - malo tempo, malo tempo! - Ed era sempre un mondo separato, remoto e ignoto..."

sabato 1 maggio 2021

HIMERA, LA BELLEZZA "NETTA E LINDA" DESCRITTA DA CESARE BRANDI

Il tempio di Himera.
Foto di Josip Ciganovic
pubblicata dall'opera "Sicilia"
del Touring Club Italiano, Milano, 1961


Nel luglio del 1965, Cesare Brandi visitò l'area archeologica della città di Himera, patria di Stesicoro e teatro di una famosa battaglia in cui, nel 480 avanti Cristo, Gelone di Siracusa e Gerone di Agrigento sconfissero i cartaginesi di Amilcare. Dinanzi ai pochi resti del tempio riscoperto a partire dal 1929 all'esterno dell'antica cinta urbana, Brandi ne ricavò impressioni affatto sminuite dalla pochezza materiale dell'edificio:

"Non è molto famoso, perché le sue colonne sono ridotte a spunzoni e in Sicilia ce ne sono ben altri, di templi, con le colonne intere. Tuttavia è una rovina di grande bellezza, così netta e linda: e i suoi spunzoni di colonne sembrano piuttosto dimoiati come fossero fatti di neve. Il sole l'invade quasi l'allagasse, e mai rovina è parsa più luminosa pur senza essere accecante..."


In quella giornata estiva trascorsa ad Himera, Cesare Brandi ebbe anche modo di descrivere la bellezza del paesaggio della pianura di Bonfornello, all'epoca ricoperta dai carciofi e dagli alberi di agrumi, estesi sin quasi la linea della costa: uno scenario che di lì a pochi anni sarebbe stato devastato dall'installazione di una maleodorante area industriale, oggi diventata metastasi incurabile di ferro, cemento e rifiuti di incerta origine:

"... La bellezza del luogo... resterà bellezza che rivaleggia solo con quella di Solunto, da cui si apre un panorama folto di limoni e falcato dal mare. Qui c'è la costa quasi rettilinea fin a Cefalù, e, sotto, la fascia costiera coltivatissima, a piccole prese e braci sottili, dai mille verdi acidi o carnosi, che evoca contemporaneamente i fondi di Paolo Uccello e quella specie di squisite centuriazioni che sono i quadri di Vieira Da Silva" 




giovedì 29 aprile 2021

IL PRONTUARIO DI GESUALDO BUFALINO SUL CARATTERE DEI SICILIANI

Paesaggio siciliano.
La fotografia di Melo Minnella
è tratta dalla rivista "Sicilia"
edita nel marzo del 1976
dall'assessorato regionale al Turismo


Caratteri e inclinazioni dei siciliani hanno alimentato nei secoli la capacità indagatrice di centinaia di storici, viaggiatori, scrittori e saggisti; un profluvio di opinioni che rendono il popolo siciliano uno dei più scrutati e descritti d'Italia, e forse del mondo.

Tra verità e luoghi comuni, l'analisi delle abitudini degli abitanti dell'Isola ha  fissato alcuni punti fermi: la loro refrattarietà alle regole, l'abitudine alla dialettica alternata con quella dei silenzi, il legame alla famiglia di appartenenza ed alle proprietà, la deficienza del fare, spesso preceduta dall'enunciazione dei progetti.

Un riassunto di vizi e virtù dei siciliani è stato tentato da Gesualdo Bufalino, raffinato indagatore, in tutta la sua opera letteraraia, dell'animo dei conterranei. Un suo elenco - da "Quella difficile anagrafe", in "La luce e il lutto", Palermo, Sellerio, 1988 -  ne fissa 14 caratteristiche, alcune delle quali corrispondenti a precedenti e successive opinioni di altri osservatori dell'indole degli isolani: 

"Tendenza a surrogare il fare col dire. Pessimismo della volontà.

Razionalismo sofistico. Il sofisma vissuto come passione.

Spirito di complicità contro il potere, lo Stato, l'autorità, intesi come "straniero".

Orgoglio e pudore in inestricabile nodo.

Sensibilità patologica al giudizio del prossimo.

Sentimento dell'onore offeso ( ma spesso solo quando il disonore sia lampante e non prima ).

Sentimento della malattia come colpa e vergogna.

Sentimento del teatro, spirito mistificatorio.

Gusto della comunicazione avara e cifrata ( fino all'omertà ) in alternativa all'estremismo orale e all'iperbole dei gesti.

Sentimento impazzito delle proprie ragioni, della giustizia offesa.

Vanagloria virile, festa e tristezza negli usi del sesso.

Soggezione al clan familiare, specialmente alla madre padrona.

Sentimento proprietario della terra e della casa come artificiale prolungamento di sé e sussidiaria immortalità.

Sentimento pungente della vita e della morte, del sole e della tenebra che vi si annida.

 

martedì 27 aprile 2021

LA DOPPIA FAMA DI CANICATTI', LA SPERDUTA CITTA' DELL'UVA

Scorci di Canicattì.
Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia


La fama di Canicattì si deve in primo luogo alla massiccia produzione dell'uva Italia, diffusasi a partire dalla metà degli anni Settanta e fonte di improvviso beneficio economico per una comunità altrimenti destinata a sopravvivere in modo anonimo, grazie a colture agricole meno remunerative. L'altra parte di notorietà della cittadina dell'agrigentino si lega alla fama di luogo sperduto e di emarginazione. Citando una definizione del giornalista, scrittore ed umorista Luca Goldoni, "Canicattì, per il resto d'Italia, è in capo al mondo come Vattelapesca". A dare risposta al quesito sul perché di questa reputazione sono i canicattinesi più anziani: ricordano che negli anni Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo il treno che collegava Milano ad Agrigento - convogli che ospitavano i viaggi degli emigranti siciliani da e per la Lombardia - faceva l'ultima fermata a Canicattì.



Da qui l'abitudine - diffusasi soprattutto a Milano - di considerarla meta remota e poco desiderabile: quasi un luogo di destinazione punitiva per militari o dipendenti pubblici lavativi o inetti.   

domenica 18 aprile 2021

LA VITA NERA DEI SOLFATARI NISSENI IN UN REPORTAGE DI VITTORIO GORRESIO

"Il guardiano della solfara
di Caltanissetta"
.
Questa didascalia accompagnò
la fotografia 
riproposta da ReportageSicilia
pubblicata il 28 giugno del 1952
dal settimanale "Il Mondo"


Alla fine della seconda guerra mondiale, l'industria dello zolfo in Sicilia versava in una profonda crisi. Nel 1922, si erano prodotte 225.000 tonnellate di zolfo, scese a 131.000 vent'anni dopo. Nel 1946, la quantità si era ridotta a 64.000 tonnellate, con una riduzione del numero delle miniere; nella sola provincia di Caltanissetta, ne erano allora attive una decina sulle centinaia in funzione nei decenni precedenti. La guerra aveva messo fuori uso una buona parte delle gallerie, a causa degli allagamenti d'acqua provocati dal mancato funzionamento degli impianti di pompaggio, fermati dalle frequenti interruzioni dell'energia elettrica.

Le condizioni di lavoro dei solfatari continuavano ad essere allora durissime. Mentre nelle miniere americane lo zolfo veniva estratto con l'impiego del vapore, in Sicilia i minatori dovevano lavorare ancora di piccone, calandosi sino a 180 metri di profondità. Le loro vite erano segnate dalle malattie e dagli stenti; una illuminante testimonianza di questa condizione si deve a Vittorio Gorresio, il giornalista e saggista modenese che il 21 novembre del 1946 firmò sul quotidiano "La Stampa" un reportage realizzato nel nisseno ed intitolato "Come vivono gli zolfatari". Gorresio non si limitò a fornire dati e cifre del tracollo della produzione dello zolfo nell'Isola; estrazione cui avrebbe dato un colpo finale nel 1950 gli Stati Uniti, riavviando le esportazioni nel mondo dopo la guerra di Corea. Nel suo reportage, Gorresio descrisse le condizioni abitative ed igieniche dei solfatari a Caltanissetta, costretti a sopravvivere con le famiglie in tuguri privi di servizi essenziali o in alloggi di gruppo privi anch'essi di accettabili requisiti di salubrità e sicurezza:



"Dice la canzone dei minatori che è una pietà il vedere 'li figghi cca chiancianu di fami'. Di figli, il minatore ne ha quattro in media, ma non mancano casi di sei, degli otto, dei dieci figli. La tessera annonaria fornisce un quarto, circa, delle calorie necessarie al sostentamento ( per mesi la pasta non è stata distribuita ) e non stupisce quindi che l'Ufficiale Sanitario di Caltanissetta, dottor Margani, li abbia trovati, in genere, ' di sviluppo scheletrico e muscolare deficiente, riscontrandosi spesso nei bambini segni evidenti di rachitismo e, come conseguenza, una elevata mortalità infantile'. Per fare la sua indagine il dottore ha visitato le abitazioni dei solfatari ed ha calcolato che nel sessanta per cento dei casi le abitazioni sono di un vano solo, nel quaranta di due. I vani hanno un'altezza di tre metri ed un'ampiezza dai dieci ai venti metri quadrati, calcolatene voi la cubatura. Finestre non ci sono, quasi mai, e quasi mai c'è focolare: si fa cucina su un fornello sulla porta di casa. Il cesso è un buco nel pavimento, acqua non c'è. Questa è la casa di città del minatore, il quale parte la mattina per andare al lavoro, quattro o cinque chilometri distante, e ritorna la sera.


 

Se la miniera è più lontana, da non poterci andare a piedi tutti i giorni, rimane alla miniera dal lunedi mattina alla sera del sabato. Allora dorme nelle case della zona mineraria, dove dormono in media sette operai per ogni stanza. Le stanze sono di tre metri e mezzo, per due e mezzo, per tre. Ogni operaio ha un metro quadro e venticinque di spazio, tre metri cubi e settantacinque centimetri di aria, esattamente un quarto del minimo prescritto dall'igiene. Le stanze, quasi tutte, sono senza finestre, e le finestre sono sempre senza vetri. Il pavimento è di mattoni di argilla, il tetto di tegole senza soffitto. I letti sono fatti d'assicelle con sopra un pagliericcio; talvolta sono solo paglia sciolta sparsa per terra e qualche volta non c'è paglia. Mancano i cessi, la cucina è un camino, spesso un braciere. Non c'è mensa comune, ogni operaio si cuoce il cibo e se lo mangia seduto in terra, perché non ci sono tavole, né sedie, né sgabelli. Non ci sono medici, non dispensari di medicine, non mezzi di trasporto per un pronto soccorso nella evenienza di un infortunio. Guarda che vita fa li 'surfataru'. E questo è se lavora. Se non lavora è fame intiera per sé e per la famiglia.


 

Alcuni emigrano, perciò, sono andati nel Belgio a scavare carbone. Al passaggio da Roma, un giornalista siciliano li vide alla stazione, miserabili, con l'aria persa. tanto per dire qualcosa, gli domandò:

'Vi dispiace di dovere andare all'estero?'

'La terra è nera in ogni parte'

rispose uno che pareva lo stravolto povero Ciàula di Pirandello (vi ricordate quella notte che sbucando dal ventre della terra Ciàula scoprì la luna? "Si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell'averla scoperta, là, mentr'ella, saliva pel cielo, la Luna"). Però dopo tre mesi molti tornarono. Alla Questura di Milano dichiararono di essere fuggiti per il cattivo trattamento avuto dalle ditte ( e qualche volta dalle popolazioni ). Dovevano ricevere indumenti speciali, e non li avevano avuti. La paga doveva essere di 150 franchi al giorno, ed era invece di 120, di 110, meno quaranta franchi per un pasto obbligatorio, ed ancora un quarto di ritenute. 'Si fa lu cuntu e lu cuntu  nun veni', dice la canzone dei solfatari. Io non so proprio a quale santo suggerirgli di rivolgersi; nessuno, d'altra parte, lo saprebbe. Questa povera gente non può nemmeno fare come fanno i braccianti, non può occupare le miniere come quelli le terre coltivate. Per questo, avverto, è più pericolosa, perché è povera sul serio, e disperata"

giovedì 8 aprile 2021

L'AMBIGUO EPILOGO DELLA VITA DI GIUSEPPE DINA, IL "GIULIANO DELLE MADONIE"

Giovanni Dina,
il bandito di Petralia Sottana
ucciso nel settembre del 1952,
in una foto segnaletica del tempo


"Circa l'uccisione del bandito Dina, avvenuta in territorio delle Madonie il 16 settembre del 1952 - scrisse l'avvocato e dirigente del PCI Giuseppe Montalbano sul mensile "Rinascita", nell'ottobre del 1953 - un comunicato della Questura di Palermo ebbe a darne notizia con le seguenti parole:

'Durante un conflitto a fuoco con gli agenti della polizia è morto il brigante Giovanni Dina. In Sicilia sono state così sgominate tutte le bande di briganti'.

Invece la versione esatta, denunziata dall'onorevole Li Causi al Senato nella seduta del 14 ottobre del 1952, è questa. Un confidente della polizia, capomafia, riesce a stordire con il luminal il bandito Dina, che viene trovato dalla polizia vivo, immerso in un sonno profondo. Allora la polizia, invece di catturarlo, lo carica su un mulo e per diverse ore lo trasporta attraverso sentieri impervi, deponendolo infine in posizione orizzontale vicino alla porta di un casolare sperduto nel bosco. Sempre la polizia l'uccide con due raffiche di mitra..."

Il 26 agosto del 1949 - una settimana dopo la strage palermitana di Bellolampo da parte della banda Giuliano, costata la vita a sette carabinieri - il Ministero dell'Interno costituì in Sicilia il Corpo Forze Repressione Banditismo. La sua attività portò all'arresto nell'Isola di quasi 600 persone; molti banditi vennero spesso uccisi grazie ad un convergente intreccio di interessi dello Stato, dei capimafia disturbati dalle loro scorrerie e dei notabili ( spesso mandanti, tramite gli stessi banditi, di intimidazioni e violenze )  timorosi di subire dai loro protetti rapimenti e razzie dei beni. Secondo quanto ricordato da Montalbano, a questo destino non sfuggì il bandito Giovanni Dina,  ucciso dopo 12 anni di latitanza nel territorio di Petralia Sottana, il corpo centrato da un'ottantina di colpi di mitra sparati da agenti della Squadra Mobile di Palermo. Fu la fine violenta di uno degli ultimi briganti che la stampa siciliana del tempo non esitò a definire "il Giuliano delle Madonie": un paragone riferito alla gravità delle imprese criminali di entrambi e alle ambigue modalità della loro uccisione.

Il corpo senza vita
di Giovanni Dina
in una masseria di Case La Pazza.
Foto pubblicata dal Giornale di Sicilia
il 17 settembre del 1952


Giovanni Dina, figlio di Cosimo Damiano e Maria Motta, era nato a Petralia Sottana il 19 agosto del 1898. Negli anni Trenta e Quaranta del Novecento fu chiamato in causa per gli omicidi ed i tentati omicidi di persone i cui nomi vennero ricordati il 21 settembre del 1952 dal giornalista de "L'Ora" Calogero Macaluso: Luigi Averna, Michelangelo Ficilli, Gandolfo Pucci, Giuseppina Vita, Bartolo Ottaviano, Calogero e Francesco Di Luciano, Antonino Ribaudo, Mariano Alberti, Paolo Di Francesco e Gandolfo Giunta. Nel gennaio del 1926 - da latitante - Dina fu imputato dalla Corte d'Assise a Palermo insieme al padre ed al fratello Carmelo anche con le accuse di associazione a delinquere, porto abusivo di armi e munizioni ed abigeato. La condanna arrivò il 12 febbraio del 1927; pochi mesi dopo, Dina venne catturato una prima volta e rinchiuso in una cella. Nel 1940, il bandito di Petralia Sottana riuscì a fuggire dal carcere di Porto Longone, iniziando un secondo e più lungo periodo di clandestinità fra le montagne ed i boschi delle Madonie: una latitanza cui posero fine i proiettili esplosi durante il presunto conflitto a fuoco ingaggiato nel settembre del 1952 con i poliziotti palermitani nei pressi di una masseria di Case La Pazza. I cronisti, arrivati a fatica sul luogo della presunta sparatoria, notarono alcune incongruenze fra lo stato dei luoghi e la ricostruzione dei fatti loro fornita dalla polizia; dalla pistola e dal mitra MAB 38 Beretta di Dina non risultavano esplosi colpi, né si scorgevano i segni di un violento scontro a fuoco sulle strutture del casolare indicato come rifugio del bandito. 

I familiari di Giovanni Dina, in un primo momento, non credettero all'uccisione del bandito. Evitarono così di indossare gli abiti neri del lutto e non confermarono ad un artigiano di Petralia Sottana l'ordine di costruire una cassa mortuaria, così come suggerito dagli agenti della polizia e dal pretore di Polizzi Generosa. Poi, dopo avere riconosciuto il cadavere del fratello all'interno della camera mortuaria del cimitero, Croce Dina accettò di incontrare a casa il cronista palermitano de "L'Ora". Macaluso, dopo avere osservato nel suo articolo che

"non si è ancora spento l'eco delle raffiche che hanno siglato la parola fine alla criminosa carriera del brigante Dina. Non si sono spente le polemiche, dureranno ancora un bel pò, poi se ne parlerà in casa, dopo cena, nelle sere d'inverno... resta e domina la paura non di un morto, ma dei vivi che se ne sono serviti fino al giorno in cui non lo hanno voluto morto" 

così descrisse quell'incontro con l'anziana donna, sollevando i dubbi sulla versione ufficiale dell'uccisione di Giovanni Dina poi rilanciati da Giuseppe Montalbano e da Girolamo Li Causi:

"Croce Dina è una vecchia contadina rugosa e magra che sopporta con una fierezza tutta meridionale il peso delle sventure e dei suoi molti anni. Il volto è solcato da innumerevoli rughe che accentuano il suo colorito scuro rotto dal grigio dei capelli radi annodati sulla nuca. Parla un dialetto stretto e stringato quasi a scatti in preda a una reazione convulsa; si domina a stento e il tono delle sue parole è appena attenuato dall'atmosfera stagnante della piccola stanza, sotto il livello della strada, dove riposa e dove ci ha ricevuto. Non parla molto; e ciò che dice ha come una riserva, quella di coloro che si ritengono ingiustamente colpiti e che sperano nella verità. Confidente del fratello? Forse. Complice? No, per quello che c'è parso. Per lei, Giovanni Dina era rimasto solo il fratello traviato da 'amici' discutibili che lo avevano sotterrato con la favola della loro protezione e della loro onnipotenza. Sperava infatti il bandito nella grazia e la vecchia Croce ci diceva ingenuamente che il 29 del recente giugno 1952 il fratello sperava, giusta le promesse di potersi recare libero e riabilitato alla fiera di bestiame che per tale data ha luogo sul pianoro di un comune vicino. Ora, aggiungeva, una spia 'me' l'ha venduto, uno di coloro che 'tàarrobba picchì ti sa', cioè uno che doveva conoscere abitudini e vita del 'povero Giovanni'. Conduceva il bandito - sempre secondo le parole della sorella - una vita di stenti tra un pizzo di montagna e una gola scoscesa, senza nuocere e comunque rispettoso della proprietà altrui. In quanto alle armi da guerra, queste gli sarebbero state necessarie per la difesa; d'altra parte gli erano state fornite dai proprietari che lo chiamavano amico. Furono costoro, incalza il nipote Mario Violanti, che lo condussero al banditismo e al carcere nel lontano maggio 1925: molto probabilmente gli stessi oggi lo hanno liquidato...

La masseria 
dove secondo la Squadra Mobile di Palermo
ingaggiò il conflitto a fuoco
costato la vita a Dina.
Foto pubblicata dal Giornale di Sicilia
il 17 settembre del 1952


... Il bandito - secondo il nipote - non aveva negli ultimi anni dato noia ad alcuno. Il fatto che sia stato ucciso dopo avere abbondantemente mangiato e bevuto e perfettamente sbarbato da appena qualche ora è per lui indicativo nel senso che esisteva il deliberato proposito di ucciderlo da parte di qualcuno di coloro che considerava amici. Non esclude che sia stato un 'amico' e non la polizia a uccidere: o al più sarebbe stato consegnato nella impossibilità di nuocere... Chi ha agito dietro le quinte? Chi ha diretto l'insieme che se ha liberato le Madonie da un incubo ha pure condotto a morte senza processo? Sino a quando, dunque, dovrà durare il mandato e il potere che fuori dalla legge è, purtroppo, al di sopra di essa esercitato dal feudo con gli interessi collaterali? Sino a quando anche al più pericoloso fuorilegge verrà in modo indiscriminato accordato il diritto di difendersi dinnanzi ai giudici e se del caso di accusare?"

La storia di Giovanni Dina - personaggio oggi quasi dimenticato nella storia del banditismo siciliano del secondo dopoguerra - è simile a quella di tanti altri uomini sbandati che in un'Isola oppressa ed impoverita da un'aristocrazia feudataria vissero imponendo la propria violenza: carnefici e insieme vittime di una società dove miseria ed ignoranza hanno scritto pagine di crimini e di oscure trame di Stato.

domenica 4 aprile 2021

MEMORIA DI VITA DEL FIUME BELICE

Il fiume Belìce
nei pressi di Poggioreale.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Il fiume come un elemento naturale parte viva del territorio: un luogo ricco di specie animali, fonte di sostentamento per le comunità locali - grazie alle attività di pesca e di caccia - ma anche risorsa per le incombenze quotidiane, come il lavaggio dei panni o il recupero di materiale per la costruzione di oggetti d'uso casalingo o del lavoro agricolo. Questo è stato per secoli il fiume Belìce - distinto in "Destro" ( che nasce dai monti di Palermo ) e "Sinistro" ( che scende dalla Rocca Busambra ) - per gli abitanti di tre province della Sicilia occidentale, lungo buona parte dei suoi 76 chilometri di lunghezza, gonfi di acqua nei soli mesi invernali. Lo sfruttamento idroelettrico e per usi agricoli dai primi decenni del Novecento ha impoverito il corso  del Belìce; con esso - inevitabilmente - la fauna, la flora e le attività umane che vi si sviluppavano, così come descritto nel 2003 da Erasmo Vella:   

"Questo fiume, chiamato nel buio dei secoli Ipsa o Crimiso - si legge in "Poggioreale di Sicilia tra civiltà contadina e odierna società", Prova d'Autore, Catania - era detto anche 'flumen magnum' per la portata di acqua che nei tempi remoti aveva. I poggiorealesi, almeno per la parte che interessa il loro territorio, se un nome avessero dovuto dare, lo avrebbero chiamato il 'fiume nostro', perché nel quadro d'insieme delle cose che erano loro familiari, questo corso d'acqua ha occupato sempre un posto di primo piano per i contatti continui che essi hanno avuto, sia per attraversarlo al fine di raggiungere le zone di lavoro, sia per la coltivazione dei terreni adiacenti. L'acqua del fiume è stata sempre preziosa, dove armenti, mandrie di ovini, bestie da lavoro e di diporto si sono dissetati; dove le massaie, per la carenza di acqua nella stagione estiva, andavano a lavare i panni, dove si andava a praticare la pesca delle anguille, dei muletti, dei granchi, delle tinche e nei tempi più remoti delle trote e dei cefali, dove si praticava la caccia alla selvaggina migratoria e a quella stanziale. Tra la migratoria transitavano le folaghe a partire dal mese di ottobre, le alzavole, le anatre, molto pregiato il germano reale e tante altre specie di anatidi; poi l'airone cinerino, la beccaccia che trovava l'ambiente adatto nei vari canneti molto diffusi allora in tutte le dagali, i chiurli, le pavoncelle, i beccancini attratti dai frequenti acquitrini della fiumara; tra la stanziale si cacciavano le gallinelle d'acqua, i conigli che proliferavano tra la macchia assai estesa di molte zone incolte e le volpi.


 

Inoltre la frequenza del fiume da parte dei poggiorealesi era suggerita dalla necessità di tagliare le canne e i germogli flessibili dell'albero di olmo per costruire le grosse ceste di canna per la vendemmia, i panieri, i canestri per gli usi quotidiani: i nostri contadini erano abbastanza esperti nella manifattura di questi attrezzi; anzi, qualcuno si rivelava un artista nel costruire oggetti e panierini in miniatura che erano dei veri gioielli..."

mercoledì 31 marzo 2021

I CARRADORI DI BAGHERIA FOTOGRAFATI DA "IL MONDO"

Carradori di Bagheria.
La fotografia, senza attribuzione dell'autore,
venne pubblicata nel febbraio del 1952
dal settimanale "Il Mondo"


Con la semplice didascalia "Bagheria. La fabbrica di carretto", il 2 febbraio del 1952 il settimanale di politica e cultura "Il Mondo" pubblicò una fotografia che ritrae cinque carradori bagheresi in posa dinanzi l'anonimo autore dello scatto. Erano gli anni in cui a Bagheria i costruttori di carri - e, con loro, decine di pittori, fabbriferrai, maestri d'ascia, maniscalchi, intagliatori e costruttori di finimenti per cavalli - praticavano con profitto un'attività alimentata dal fiorente mercato locale degli agrumi. Come ha scritto a questo proposito Antonino Buttitta in "Le ruote del sole" ( prefazione al saggio storico-fotografico di Paolo Di Salvo "Due ruote", edito nel 2007 da Eugenio Maria Falcone Editore ):

"Il mercato degli agrumi fu favorito dalla costruzione da parte del Governo Borbonico di due assi viari fondamentali per lo sviluppo degli scambi e dei commerci: la Messina-Marine e la Messina-Montagne. Bagheria diventò in questo modo uno snodo produttivo e commerciale fra i più importanti della Sicilia Occidentale. La nuova condizione delle vie di comunicazione determinò una rivoluzione nei trasporti. Dalle lente e lunghe 'retini' di muli si passò al più funzionale veicolo costituito dai carretti. Fu in conseguenza di questo nuovo fatto che da Palermo si trasferirono a Bagheria le maestranze necessarie per la loro costruzione..."



La fotografia pubblicata da "Il Mondo" e riproposta da ReportageSicilia restituisce un frammento di memoria visiva dei carradori bagheresi di sessant'anni fa. Paolo Di Salvo, da appassionato fotografo e conoscitore di quell'ambiente, ipotizza che il luogo dello scatto sia da identificare in un edificio ancora esistente sulla strada statale 113 nei pressi di Bagheria che in passato ospitò una bottega di carradori. E, sempre per ipotesi, Di Salvo non esclude che il secondo uomo a partire da destra possa essere indicato in Rosario Buttitta, uno dei tanti carradori che hanno fatto la storia di questa attività artigiana bagherese.





STRADA DI USTICA DI GIOVANNI OMICCIOLI

 


martedì 30 marzo 2021

LA TERRA TREMA, VICISSITUDINI E POLEMICHE FRA ACI TREZZA E VENEZIA

Luchino Visconti
durante la lavorazione di "La terra trema".
Le foto del post sono tratte
dall'opera "1949 Mediterranea",
citata nel testo


Fu dall'ottobre del 1947 a maggio del 1948 che il borgo marinaro di Aci Trezza cambiò per sempre la sua storia. Furono i mesi in cui Luchino Visconti girò in questo luogo sconosciuto e remoto per tutti gli italiani e per gran parte dei siciliani un documentario che sarebbe ben presto diventato un film: "La terra trema", ispirato a "I Malavoglia" di Verga. Il clamore suscitato da quest'opera cinematografica avrebbe da allora inciso sulla vita quotidiana e sull'economia di Aci Trezza, dove quasi nessuno dei pescatori aveva mai prima messo piede in un cinema o in un teatro. Arrivarono i primi turisti, si costruirono ristoranti, alberghi e piattaforme per la balneazione sulla scogliera lavica: la fine    di quel mondo remoto e dominato solo dalla natura che tanto aveva affascinato ViscontiIl lavoro del regista, commissionato dal PCI dopo la strage di Portella della Ginestra del 1 maggio del 1947, sarebbe dovuto essere un reportage sulla condizione dei minatori, dei braccianti agricoli e dei pescatori di un'Isola scossa dalle lotte contadine per la terra e dal banditismo.

Franco Zeffirelli,
uno degli assistenti di Visconti,
parla con Giovanni Greco,
uno dei protagonisti del film


Luchino Visconti, che per il documentario disponeva di un budget limitato a pochi milioni di lire, nelle settimane successive alla strage di Portella arrivò in Sicilia per un sopralluogo, accompagnato da Francesco Rosi. In auto, raggiunsero anche Aci Trezza, dove, come lo stesso Visconti avrebbe dichiarato in seguito "ai miei occhi di lombardo apparve il mondo primitivo e gigantesco dei pescatori, in uno scenario favoloso e magico, con il rumore monotono delle onde che si infrangono sui faraglioni...". 

Fu dinanzi a quel mondo arcaico, lontanissimo dalle nascenti spinte di rinascita economica che rianimavano le grandi città del Nord Italia, che Luchino Visconti decise di ambientare il racconto esclusivamente ad Aci Trezza ( in origine, intitolato "L'episodio del mare" ), rinunciando a quella trilogia documentaria che avrebbe dovuto riguardare anche i minatori e dei contadini.

Una inquadratura
del film


Come è noto, le riprese di Visconti - che scelse come assistenti lo stesso Rosi e Franco Zeffirelli - coinvolsero decine di pescatori e loro familiari. Seguendo, pare, le indicazioni personali di Palmiro Togliatti, la produzione decise di far recitare le battute agli attori  non professionisti nel dialetto di Aci Trezza, incomprensibile anche per gran parte dei siciliani. In una delle poche trattorie del borgo, Visconti riuscì a reclutare dopo molte insistenze le giovanissime sorelle Agnese e Nella Giammona, con un compenso pattuito di 450 lire per ogni scena realizzata. Le spese di produzione, gravate anche da chi ad Aci Trezza lucrò sull'affitto di barche da pesca e reti, finirono con l'esaurire presto i fondi messi a disposizione dal PCI. Fu così che Luchino Visconti - regista che non badava a spese pur di girare secondo le sue aspettative - investì nella produzione il provento di alcuni beni personali; ad aiutarlo - malgrado l' appartenenza alla Orbis Universalia ( società legata al Centro Cattolico Cinematografico del Vaticano ) - fu il produttore Salvo D'Angelo: l'architetto catanese che a partire dal 1938, in pieno periodo fascista, si era dedicato a Roma alle scenografie ed alla produzione di alcuni film.

Come testimoniato da Francesco Rosi - che nel corso delle riprese subì le frequenti sfuriate di un regista ossessionato dai dettagli - durante la produzione Visconti si concentrò esclusivamente sulla realizzazione del film:     

"Se aveva delle indecisioni, le superava con impostazioni di lavoro intransigenti. Finito di girare ad Aci Trezza, ogni sera si ritirava in albergo a Catania, cenava in camera e non usciva più. Si portava sempre dietro una sua borsa di cuoio misteriosissima dalla quale tirava tutto ciò che preparava a scriveva di notte: disegni, appunti, pagine di dialogo che poi rifaceva con i pescatori interpreti del film..."

Una piccola interprete
di "La terra trema"

Agnese Giammona,
interprete della parte di Maria

Il 2 settembre del 1948, "La terra trema" venne proiettato alla Mostra del Cinema di Venezia, presenti le sorella Giammona e pochi altri attori non professionisti che avevano ricevuto da Visconti la promessa di essere presenti alla prima del "loro" film. La proiezione dei 4 chilometri di pellicola - quasi tre ore di durata - e i dialoghi in un siciliano incomprensibile per i giurati ed il pubblico provocarono accese proteste in sala: un clima che a fine proiezione spinse il critico Arturo Lanocita a giudicare "La terra trema" "il più discusso e direi il più altercato film della Mostra". Nonostante le contestazioni, la pellicola si aggiudicò uno dei quattro premi di quella rassegna veneziana, dando ragione agli estimatori del regista milanese.  Malgrado le pesanti polemiche di natura anche politica - quelle degli ambienti democristiani e dei vertici della Regione, che accusarono Visconti di avere proposto l'immagine falsa di una Sicilia arcaica - anche i più convinti detrattori del film ammisero quei pregi che lo rendono ancor oggi uno dei capisaldi della produzione del regista cimentatosi in seguito di nuovo nell'Isola con "Il Gattopardo":

"Lento, smisurato, con passaggi meccanici senza estro, con molte cartoline illustrate - scrisse lo sceneggiatore Ferruccio Disnan in "Il cinema in Italia", Mediterranea Almanacco di Sicilia, I.R.E.S Palermo, 1949  - discontinuo di stile e di tono ( molte scene della prima parte sono di un verismo calligrafico, mentre altre, come quella di Ntoni che balla con altri compagni sono di un verismo di marca francese ), con tutti questi difetti l'opera, ridotta quanto basti per farne un film di durata normale e abolito il commento, ha un suo innegabile fascino. La baruffa fra mercanti e pescatori, la dolente umanità delle donne, la loro immota attesa sulla scogliera, alcuni interni ripresi con sincera immediatezza e la stessa incomprensibile parlata fa di quelle parole una storia di canto aspro e dolce, la stessa musica corale delle onde che lisciano la rena o si avventano sui massi, sono tutti elementi positivi in una opera grave di cose inutili e di maniera..."