Translate

lunedì 20 settembre 2021

LA LAPIDE CHE A PALERMO RICORDA IL RIPOSO DELLE "STANCHE MEMBRA" DI GARIBALDI

Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Quasi impossibile fare un censimento di lapidi e targhe che in Sicilia celebrano il passaggio di Giuseppe Garibaldi durante la spedizione dei Mille. Una delle più singolari campeggia di certo a Palermo sotto il fastigio nobiliare marmoreo del palazzo Villafranca dei principi Alliata, in piazza Bologni.  A sottolinearne con ironia il contenuto è stato il giornalista e scrittore palermitano Franz Maria D'Asaro

"In Sicilia - si legge in "C'era una volta la Sicilia", pubblicato a Palermo da Edizioni Thule nel 1979 - anche una siesta di due ore può passare alla storia. Purché il beneficiario del pisolino sia Garibaldi, 'fratello di Santa Rosalia', come lo acclamarono i patrioti di Palermo in quella memorabile giornata del 27 maggio 1860. Una giornata fra le più faticose dell'eroe dei due mondi che dal giorno 11 - sbarco a Marsala - era passato di battaglia in battaglia senza potersi concedere un momento di riposo. Il 15, dopo essere riuscito a convincere Bixio che tentennava ( lo persuase con il fatidico 'qui si fa l'Italia o si muore' ), c'era stato l'epico, furibondo scontro di Calatafimi; il 21 aveva visto morire al suo fianco Rosolino Pilo; il 24 aveva condotto il sottile, ma estenuante, gioco d'astuzia per ingannare i borboni con la finta ritirata da Piana dei Greci a Corleone; il 26, ammirando Gibilrossa lo stupendo scenario del golfo, aveva lanciato la famosa promessa a Bixio: 'Nino, domani a Palermo'; il 27 - finalmente - travolte le truppe del generale Lanza, era entrato a Palermo, accolto dal giubilo dei popolani.

Garibaldi era sfinito: adocchiò un bel palazzo in piazza Bologni e chiese di potervi riposare. Era il palazzo Villafranca dei principi Alliata, nel quale si dice abbia dimorato anche Coriolano della Floresta, duca di Salaparuta. Inutile dire con quanto onore Garibaldi fu ospitato: lenzuola fresche, lavabi portatili, un gran fare nelle cucine, un frenetico andirivieni di signori e domestici, tutti mobilitati per rendere comodo e piacevole il soggiorno dell'invitto. Il quale invitto, però, rimase soltanto due ore: pochissime, ma sufficienti per tramandare ai posteri il breve riposo del condottiero. Nella targa murata sul celebre palazzo si legge infatti:

'In questa illustre casa, il 27 maggio 1860, per sole due ore posò le stanche membra Giuseppe Garibaldi, singolare prodezza fra l'immane scoppio delle micidiali armi da guerra, sereno dormiva il genio sterminatore d'ogni tirannide'" 


lunedì 13 settembre 2021

LA SICILIA "LIETA E POVERA" DI GESUALDO BUFALINO

Casa ad Ispica, nel ragusano.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


"Era bella, la Sicilia, nel ventisette, nel trentadue, nel trentanove. Bella e povera, lieta e povera. Non c'era acqua a sufficienza, allora, e gli acquivendoli - ha ricordato Gesualdo Bufalino, in "Il Fiele Ibleo" edito nel 1995 da Avagniano Editore ( una raccolta di "testi lievi, quasi sempre d'occasione, che si pubblicano o si ripubblicano quasi per un atto d'amore dovuto, uno sgravio di coscienza...", scrisse l'autore nella prefazione ) - la recavano di porta in porta su carri tirati da asini stanchi.

Le case erano di un solo piano, ma le rallegrava sul davanzale un improvviso vaso di prezzemolo o di basilico, fra le cui foglioline grandi pupille nere spiavano sulla strada il sopraggiungere atteso d'un caro passo maschile..."

domenica 12 settembre 2021

L'INDIMENTICABILE GIACCA FUCSIA DI DUKE ELLINGTON AL FESTIVAL POP 1970

Duke Ellington durante la sua esibizione
al Festival Pop di Palermo nel 1970.
Le fotografie di Melo Minnella
vennero pubblicate dalla rivista "Sicilia"
edita nel settembre del 1970
dall'Assessorato regionale al Turismo


"Credetemi - ha scritto Carlo Loffredo in "Billie Holiday, che palle!", gustosissima autobiografia pubblicata da Coniglio Editore nel 2008 - veramente irripetibili furono quei due festival, perché nessun altro dopo il picciotto Joe, riuscì ad avere forza e carisma per portare in Sicilia quei jazzisti e showmen che si potevano applaudire solo al Village di New York, a Rio, S.Francisco, Londra e Parigi..."

Il ricordo delle prime due edizioni del Festival Pop di Palermo rievocate da Loffredo - nel 1970 e nel 1971 - e della vulcanica personalità dell'organizzatore, il "picciotto" Joe Napoli, ( l'impresario oriundo di San Giuseppe Jato in stretti rapporti con alcuni grandi nomi del jazz internazionale ), rappresenta per molti palermitani di quel periodo una orgogliosa eredità di genere: quella di chi può vantarsi di "esserci stato", conoscendo ed ascoltando allora grandi artisti e musicisti mai prima - e mai più - presenti in un'unica manifestazione in Sicilia.


 

A rappresentare la rilevanza e la suggestione oggi quasi mitica del Festival Pop di Palermo 1970 è, su quelli di tutti, il nome di Edward Kennedy Ellington: semplicemente "Duke", per gli appassionati di jazz. Il concerto della sua orchestra allo stadio della Favorita ebbe luogo la sera di venerdi 17 luglio; fu seguito da quello di una seconda orchestra di assoluto valore, guidata da Kenny Clarke e Francis Boland. La performance di Ellington e dei suoi musicisti - fra questi, Harry Carney al sax baritono e Cat Anderson alla tromba - lasciò una traccia luminosa ed indelebile, quasi un'apparizione, nella storia palermitana di quegli anni; un periodo macchiato da cupi eventi di cronaca mafiosa, come la scomparsa di Mauro De Mauro e l'uccisione del procuratore Pietro Scaglione. Una documentata e coinvolgente ricostruzione dell'esibizione del "Duke" e del clima che accompagnò quel Festival Pop palermitano - cui presero parte, fra gli altri, Aretha Franklin, Johnny Halliday e Brian Auger - è stata tracciata da Sergio Buonadonna in "Quando Palermo sognò di essere Woodstock", edito da Navarra Editore nel 2020. Nel libro è presente una testimonianza di Vittorio Bongiorno - autore di un romanzo pubblicato nel 2011 da Einaudi ed intitolato "Il duka in Sicilia" - sulla giacca laminata color fucsia e la brillantina in testa che Ellington mise in mostra durante il concerto della sua orchestra. Fra le tante recensioni scritte su quella straordinaria esibizione, premiata con la consegna al Maestro della statuetta della "Trinacria d'oro" ( e ricordando il documentario "Noi e il Duka. Quando Duke Ellington suonò a Palermo", realizzato nel 1999 da Ciprì e Maresco ) citiamo quella pubblicata sul mensile "Sicilia Tempo", nel luglio 1970:    

"A settantun anni suonati, 'Duke' e i suoi senatori, gente - come Harry Carney - che suona con lui addirittura da quarantasei anni - scrisse Mauro Conti - sembrano avere scoperto l'elisir di lunga vita. Più tempo passa, più invecchiano, più sembrano rinvigoriti. L'orchestra di Ellington ha sfoderato uno swing e nuovi arrangiamenti, quali negli ultimi anni non si erano mai registrati. Ascoltato con amore e rispetto da oltre ventimila persone, Ellington ha riportato un successo trionfale..."


giovedì 26 agosto 2021

IL CAMPANILE DI TAORMINA DI HENRY FAULKNER

 


BREVI NOTE SUL CASTELLO DI CASTELBUONO

Foto 
Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Ben visibile e severo nella sua compatta costruzione voluta dalla famiglia di origini liguri dei Ventimiglia, il castello di Castelbuono è uno dei più riconoscibili monumenti delle Madonie. Negli otto secoli della sua storia, ha subito trasformazioni, dissesti provocati dai terremoti e periodi di abbandono; guasti cui hanno posto fine, una trentina di anni fa, complessi lavori di restauro.

In precedenza, l'edificio era stato tutelato grazie a quello che, secondo quanto scritto da Alba Drago Beltrandi in "Castelli di Sicilia" ( Silvana Editoriale D'Arte, Milano, 1956 ), può considerarsi uno dei primi esempi in Sicilia di "raccolta civica di fondi" per la salvaguardia di un bene culturale:

"Nel 1920, tutto il patrimonio Ventimiglia espropriato al barone di Favarotta, venne messo all'asta pubblica ed il vetusto castello sacro alla storia del paese aggiudicato a quel comune e restaurato mediante una colletta popolare".

Leggende ed episodi fra realtà e mito non mancano neppure nella storia di questo maniero. Secondo quanto riferito da Antonio Mogavero Fina in "Sicilia" nel dicembre del 1967:

"C'è il ricordo della galleria sotterranea, che partendo dal castello giungeva alla chiesa di San Francesco, circa cinquecento metri distante; fu demolita nel 1875 per livellare via Sant'Anna e sistemare la Rua Fera. Quest'opera è collegata al tipico comportamento dell'albagia feudale, alla tirannia egoistica voluta dai tempi, per cui vuole la tradizione che gli operai che effettuarono i lavori subirono la sorte che non meritavano: onde non svelare i segreti del castello, vennero trucidati con barbarico sadismo..." 

Si racconta, pure, che nel maggio del 1454 vi fosse trasferito dal vicino castello di Geraci il teschio di Sant'Anna; nel 1605, un frate fece sparire sottoterra la reliquia, che sarebbe stata recuperata nove anni dopo e quindi ricollocata all'interno del castello.

Foto di Josip Ciganovic
pubblicata da "Sicilia", volume I,
edito nel 1961 da Sansoni
ed Istituto Geografico De Agostini 


Uno dei beni artistici dell'edificio è la cappella intitolata proprio a Sant'Anna e decorata con statue di stucco a partire dal 1685 da Giuseppe Serpotta. Si rivelò più interessante di quanto immaginasse alla scrittrice e giornalista americana Francine Prose, che in "Odissea siciliana" ( Feltrinelli, 2004 ), la descrisse:

"Più intima, più allegra e, per qualche verso, più ridondante - fittamente adornata di statue - delle opere di Serpotta esposte a Palermo, gli oratori di San Lorenzo e San Domenico..."


domenica 22 agosto 2021

L'OSSESSIONE SICILIANA DEGLI SCRITTORI ISOLANI

Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia


De Roberto, Verga, Pirandello, Rosso di San Secondo, Borgese, Romano, Patti, Brancati, Quasimodo, Tomasi di Lampedusa, Piccolo, Sciascia, Russello, D'Arrigo, Fiore, D'Errico, Bonaviri, Vittorini, Consolo, Bufalino, Camilleri...

L'elenco degli scrittori e ( in minor misura ) dei poeti siciliani fra Ottocento e Novecento rischia di diventare una lista - come questa, basata sulla memoria e su un sommario criterio temporale - che dimentica qualche nome degno di menzione. Una cosa li accomuna tutti, come ha scritto Massimo Onofri nella prefazione del saggio di Salvatore Ferlita "Altri siciliani. Scritti sulla letteratura isolana contemporanea" ( Kalos, 2004, Palermo ):

"Non c'è vero scrittore siciliano che non abbia vissuto, o non viva l'isola come sua precipua ossessione. Questo è il motivo per cui, anche se la Sicilia non esistesse più, continuerebbero a esistere gli scrittori siciliani. Dalla Sicilia non si esce..." 

Qualche anno dopo - nel 2011 - Stefano Malatesta partendo dall'opera di Leonardo Sciascia avrebbe approfondito il tema del rapporto inestricabile fra l'Isola ed i suoi scrittori, nel presente e nel passato e nei legami fra il loro presente ed il loro passato: 

"Come tutti gli scrittori siciliani - si legge in "La pescatrice del Platani" ( Neri Pozza, Editore, Vicenza ) - Leonardo non era mai uscito dai confini dell'isola, letterariamente parlando, e fino alla fine aveva continuato ad arare un terreno già zappettato da decenni a tutti i livelli e in tutta la sua estensione. Si dice che si scrive solo di quello che si conosce molto bene, ma i siciliani hanno interpretato questo adagio in maniera restrittiva.

Gli scrittori milanesi non hanno sempre messo la Lombardia al centro della loro narrazione e gli scrittori romani sono andati al di là del Tevere. L'aspetto più sorprendente di tutta la vicenda è che, nei casi migliori, come quelli di Sciascia e Pirandello, la natura implosiva delle loro opere non ha mai influito sulla loro qualità, come se lo sforzo di dire qualcosa di diverso su argomenti e luoghi trattati fino alla nausea abbia spinto gli autori su piani superiori..." 

venerdì 20 agosto 2021

LA SICILIA TRAGICA ED APPASSIONATA DI TECCHI

Volo di uccelli ad Ispica.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Rievocando i ricordi giovanili del cruento delitto della contessa Giulia Trigona dei principi di Sant'Elia all'interno dell'albergo del Rebecchino, a Roma - episodio avvenuto nel marzo del 1911 per mano del barone Vincenzo Paternò - Bonaventura Tecchi ebbe a sottolineare "il senso del tragico che, sotto il sole ardente e nei bellissimi paesaggi, accanto alle caratteristiche feste del suo folclore - pifferi e cembali, berrette di panno rosso e i famosi carretti sgargianti di colori - certissimamente vive nell'anima della Sicilia"

In "L'isola appassionata" ( Einaudi, 1961 ), lo studioso e scrittore di Bagnoregio notò a questo proposito:

"Non è questa la terra dove Eschilo scrisse e perfino recitò alcune delle sue tragedie? Non è la patria di Pirandello? Non è questo il paese del più enigmatico dei filosofi antichi, Empedocle, che, per indagare i segreti della natura, finì gettandosi nel cratere dell'etna e ispirò il grande folle tedesco, Holderlin?"


mercoledì 18 agosto 2021

IL RAIS, L'ACUTISSIMO ED ALTERO GENERALE DELLA TONNARA

Fotografia di Quintino Di Napoli,
opera citata



E' all'incirca negli anni Cinquanta del Novecento che la pesca del tonno in Sicilia ha cominciato a vivere il suo declino produttivo, premessa per la scomparsa di buona parte di quei millenari mestieri legati alla redditizia attività delle tonnare. Figura principale di questo mondo di saperi, cognizioni tramandate da padre in figlio e tradizioni devozionali-religiose legate al mare, è stata quella del Rais. Di lui, scrisse già nel III secolo d.C. lo scrittore romano di scuola greca Claudio Eliano. Nell'opera "Sulla natura degli animali" - pur non indicandolo col termine di origine araba e turca - lo identificò in un osservatore acutissimo per natura, conoscitore dei segreti del suo mestiere, pronto a tendere le reti "come un generale che dà il segnale, o come un capocorista che dà l'intonazione".



Secoli dopo, il documentarista Francesco Alliata di Villafranca ( autore di "Tonnara", girato in Sicilia e presentato nel 1948 al Festival di Edimburgo ) - avrebbe così descritto la figura del Rais dell'Isola:

"Il Rais - si legge nel reportage "Il tonno e la tonnara", pubblicato da "le Vie d'Italia", TCI, settembre 1951, con fotografie di Quintino Di Napoli e Fosco Maraini ) è il capo dei tonnaroti ed il padrone in mare della tonnara. Tutto dipende da lui; persino l'ingresso nella zona della tonnara agli estranei. Il Rais è figlio di Rais e padre di Rais; pur essendo un uomo di mare dalle cognizioni empiriche, egli in questo mestiere acquista una particolare sensibilità che gli fa identificare ogni anno il luogo esatto in cui calare la tonnara ( che spesso dista da terra 4 o 5 miglia ), individuare il momento di completa inerzia delle correnti per eseguire la delicatissima e complessa operazione della 'calata', individuare il numero dei tonni che si agitano nelle profondità delle 'camere' non appena catturati e, cosa più essenziale di ogni altra, sentire, più che vedere, con certezza ed immediatezza di riflessi, il momento in cui tutti i tonni catturati sono entrati nella 'camera della morte' per bloccarli definitivamente qui.



Ogni operazione della tonnara si esegue dietro suo ordine. Il Rais è piuttosto altero e compreso della sua responsabilità, sì che familiarizza poco con il resto della ciurma e sta in permanenza, salvo i momenti della 'mattanza', nella sua barca ( muciara )insieme solo ai due uomini di guardia. Egli ha alle sue dipendenze due o tre sottorais alcuni capiguardia e i tonnaroti..."

martedì 3 agosto 2021

LA TRASCURATA STORIA DELL'ESILIO ALBANESE IN SICILIA

Invocazione a San Giorgio
a Piana degli Albanesi.
La foto, senza attribuzione,
venne pubblicata da "Il Mondo"
il 1 settembre del 1953


All'inizio della seconda metà del Quattrocento, la Sicilia accolse una piccola comunità di militari e profughi civili provenienti dalla parte settentrionale dell'isola di Andros, nelle Cicladi. La maggior parte di loro ripopolò un casale abbandonato nel palermitano, dando inizio allo sviluppo dell'odierna Contessa Entellina, uno dei centri di origine albanese dell'Isola. Fu quella una delle tante contaminazioni etniche - frutto di un esilio diventato in seguito di massa - che nel corso dei secoli hanno incrociato e mescolato le diverse identità della popolazione siciliana; un apporto di genti e cultura, quello albanese, piuttosto snobbato dagli studiosi, come si evince, ad esempio, da una sbrigativa notazione di Vincenzo Scuderi nel 1961:

"Ricordiamo infine Piana degli Albanesi, che assieme ad altri piccoli nuclei ( Mezzoiuso, Contessa Entellina ) rappresenta un curioso fenomeno di resistenza, da cinque secoli, di un gruppo etnico greco in mezzo ai siciliani..."

In anni più recenti la passata storia dell'emigrazione albanese in Sicilia è stata oggetto di più attenta analisi:

"La caduta di Costantinopoli e le conquiste del Peloponneso da parte dei Turchi - leggiamo ad esempio nell'opera di Rosalba Catalano "Piana degli Albanesi e il suo territorio" ( Studi e testi albanesi, A.C. Mirror, Palermo, 2003, a cura di Matteo Mandalà ) - segnavano la prima fase dell'esodo. I Greci del Peloponneso quasi esclusivamente occupati nel mestiere delle armi, preferirono far sorgere antichi casali più o meno disabitati, nei feudi rimasti incolti senza licenza sovrana. La seconda fase, la diaspora vera e propria, avvenne dopo l'invasione dell'Albania e la morte di Skanderberg. Erano buoni agricoltori e pastori e scelsero di fondare nuovi comuni.

Derivano due differenti tipi di fondazione: Palazzo Adriano, Contessa, Mezzojuso, erano colonie legate al ripopolamento dei feudi; Biancavilla, Piana, S.Michele, furono fondate ex novo e con licenza sovrana su feudi dati sempre in affitto a tempo più o meno lungo e quindi a condizioni più vantaggiose. Allo stato attuale i centri siculo-albanesi sono Contessa Entellina, Palazzo Adriano, Mezzojuso, Piana degli Albanesi, Santa Cristina Gela in provincia di Palermo. Biancavilla e San Michele di Ganzeria in provincia di Catania, S.Angelo Muxaro in provincia di Agrigento sono insediamenti di origine albanese che hanno perso ogni traccia della loro origine. Fra queste San Michele di Ganzeria, S.Angelo Muxaro e Santa Cristina Gela non sono colonie originarie ma derivate rispettivamente da Palazzo Adriano, Mezzojuso e Piana degli Albanesi..."     

sabato 31 luglio 2021

I PESCI SPADA IN SICILIA DI PIETRO GAULI

 






UNA STORICA FUGA DI LOMBARDI PIACENTINI DA SCOPELLO

Scorci di Scopello.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Con il loro corredo botanico che è un catalogo rigoglioso, a tratti straripante, di vita mediterranea - la palma nana, il carrubo, il frassino, l'ulivo, l'olivastro, il mirto, il mandorlo, l'alloro, le piante grasse - i faraglioni e la costa più accidentata di Scopello raccontano un passato remoto in cui un manipolo di cavalieri padani, pare piacentini, ne frequentarono il borgo; un villaggio che, per la vicina zona di pesca di grossi tonni, in precedenza era stato chiamato Cetaria

Pare che a guidare a Scopello i cavalieri venuti dal Nord sia stato tale Oddone di Camerina, in virtù di una concessione disposta nel 1237 da Federico II. Il documento concedeva questo luogo "a detti uomini lombardi per essere molto oppressati dalle guerre, andandovi con le mogli, coi figlioli ed i bestiami, le sostanze, i mobili e le masserizie, allo scopo di potervi comodamente abitare".



La concessione di una località siciliana dove dimenticare le asprezze dei combattimenti non procurò ai "lombardi piacentini" grandi  benefici; pare infatti che l'asprezza della località - afflitta dalla malaria - e le incursioni dei corsari nordafricani già nel 1241 avessero convinto i cavalieri padani ad abbandonare Scopello. Da qualche anno, migliaia di turisti e visitatori lombardi e di altre regioni del Nord Italia invadono la terra ed il mare che fu per un lontanissimo decennio dei loro antenati; e, ammaliati dallo scenario mediterraneo, non immaginano che questi luoghi siano stati quasi un millennio fa oggetto di una precipitosa fuga di conterranei.


mercoledì 28 luglio 2021

"IL GATTOPARDO" E LA SCOMPARSA ISOLANA DEI FATTI

Giuseppe Tomasi di Lampedusa,
e, sotto, Burt Lancaster, che nel film di Visconti
interpreta il principe di Salina.
Le foto sono tratte da "Feltrinelli 1955/2005,
50 anni di storia culturale attraverso le immagini"
,
novembre 2006




A distanza di 63 anni dalla sua pubblicazione, "Il Gattopardo" continua a rappresentare un attuale e sorprendente distillato di verità rivelatrici sulle debolezze irredimibili - citando Leonardo Sciascia - della Sicilia e dei siciliani. Le più inveterate sono ricordate nel capitolo quarto del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: quello che narra l'incontro fra il principe don Fabrizio di Salina ed il cavaliere Aimone Chevalley di Monterzuolo, inviato dal Monferrato in Sicilia per convincere ( inutilmente ) don Fabrizio ad accettare la carica di Senatore del Regno. Grazie al celebre monologo del principe di Salina nelle 15 pagine che descrivono quell'incontro si elencano le tare che segnano l'Isola ed i suoi abitanti ancora nel 2021; fardelli caratteriali ed antropologici che prendono capo dal primo:

"In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo  mai è semplicemente quello di fare..."



Rileggere queste pagine de "Il Gattopardo" significa oggi accorgersi del sostanziale e perdurante immobilismo della realtà siciliana; una realtà che, spesso, sfugge a una chiara comprensione dei suoi fatti:    

"In nessun luogo quanto in Sicilia - ha scritto ancora Tomasi di Lampedusa - la verità ha vita breve: il fatto è avvenuto da cinque minuti e di già il suo nocciolo genuino è scomparso, camuffato, abbellito, sfigurato, oppresso, annientato dalla fantasia e dagli interessi; il pudore, la paura, la generosità, il malanimo, l'opportunismo, la carità, tutte le passioni - le buone quanto le cattive - si precipitano sul fatto e lo fanno a brani; in breve è scomparso..."

venerdì 23 luglio 2021

MERCATO DEL PESCE A SCIACCA

 

Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia

LA TRACCIA GRECA DEL LUTTO IN SICILIA

Lutti di famiglia ad Acitrezza.
La fotografia, non attribuita,
venne pubblicata il 24 novembre 1953
da "Il Mondo" 


In "Sicilia", pubblicato da Zanichelli nel 1980 con fotografie di Pepi Merisio ed introduzione di Fortunato Pasqualino, un capitolo del volume porta il titolo "Nel segno della morte e della fede". Vi si esamina il rapporto fra siciliani e la morte, di frequente mediato da una religiosità ricca di segni esteriori, talvolta anche festosi. Nei testi che accompagnano le fotografie di Pepi Merisio, a proposito degli annunci mortuari che compaiono ancor oggi sui muri di città e paesi dell'Isola, Claudio Ragaini cita una considerazione del giornalista, saggista e documentarista netino Corrado Sofia:

"Se al tempo di Andromaca e Anchise ci fosse stata la stampa, noi oggi vedremmo, o ci sembrerebbe di vedere, in caratteri greci le diciture di quegli annunzi che resistono al sole e alla pioggia come in nessun altro paese del Mediterraneo..."

Quindi, Ragaini aggiunge di suo:

"C'è un senso profondo, arcaico, che accompagna in Sicilia l'espressione del lutto; qualcosa radicato nel carattere della gente e che si tramanda da secoli, come un sentimento ancestrale e perciò insostituibile. Le donne avvolte di nero dalla testa ai piedi, i segni esteriori che segnano il passaggio della morte, i finimenti stessi dei paramenti, la simbologia del dolore. tutto esprime la partecipazione corale, che non è solo esteriore, ma interna, vissuta come un dramma antico. La morte in Sicilia viene trattata con un cerimoniale che non ha confronti in nessun'altra regione italiana: dolore e rispetto, una visione tragica della vita che attinge le sue radici lontane tra gli antichi greci..." 

lunedì 19 luglio 2021

GRANDEZZA E MESCHINITA' DELLA SICILIA IN UN EDITORIALE DI STEFANO MAURI

Centro storico di Modica, nel ragusano.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Grazie alla scrittura di Stefania Auci, l'ascesa e la caduta dei Florio nella Sicilia fra seconda metà dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento - sino al 1908, quando la famiglia perse  le azioni della "Navigazione Generale Italiana" - sono diventati in questi mesi materia di best seller editoriali. La storia ormai assai remota della dinastia di imprenditori di origine calabrese trapiantati a Palermo sta vivendo un successo commerciale che è il frutto di quell'indubbia attrattiva che il "continente Sicilia" esercita, lontano dall'Isola, per il suo singolare intreccio di magnificenze e turpitudini.

Di questa commistione di diversi caratteri della Sicilia - e dei motivi del tracollo dei Florio ( oggetto di svariate e spesso contrastanti analisi storiche ed economiche ) -  ha scritto proprio a proposito dei libri della Auci l'editore Stefano Mauri:  

"Difficile trovare altrove quell'intensità e quella convivenza di fortuna e tragedia, meschinità e grandeur, puzze e profumi, raffinatezza e violenza, colori e squallore, che pervade l'isola di Stefania Auci e dei suoi romanzi. La cultura occidentale - ha scritto Mauri nell'editoriale "La storia è di chi la racconta" , pubblicato in "Il Libraio" ( giugno 2021 ) - dominante è governata dal PIL. Non appartengo al novero di quelle persone che misurano solo così il grado di civiltà. E questi due romanzi ne sono un esempio. Leggendo 'L'inverno dei Leoni' mi sono divertito come con il primo, ma ho anche imparato a vedere la storia d'Italia da una diversa prospettiva, quella siciliana. E' una storia molto diversa da quella dei miei studi universitari. Certamente i siciliani hanno commesso i loro errori, ma trovarsi dall'essere al centro del Mediterraneo a essere al margine della nuova nazione e poi ancora della stessa Europa mentre lo sviluppo delle ferrovie favorisce le aree continentali a scapito delle isole sicuramente ha reso molto difficile la vita agli imprenditori isolani dei quali i Florio, le cui attività raggiungevano ogni angolo del mondo, sono stati per decenni l'emblema.

E' incredibile la competenza con la quale, mentre sviluppa un romanzo travolgente con personaggi ben caratterizzati - tra tutti svetta Franca Florio - Stefania Auci si muove con disinvoltura anche nelle questioni romane dei primi anni del Regno d'Italia, laddove già allora politica e finanza decidevano delle sorti delle popolazioni..."

venerdì 25 giugno 2021

STORIA, MITO ED ETIMOLOGIA DEL GRANO IN SICILIA SECONDO FERDINANDO MILONE

Foto attribuita a Greco
pubblicata dalla rivista "Sicilia"
edita da S.F. Flaccovio Palermo
nel marzo del 1959


Si legge nell'Odissea che nella terra dei Ciclopi il grano fosse solito crescere quasi per miracolo, insieme all'orzo, "senza seme e senza opera dell'aratro"; una evidente falsità sottolineata dal geografo Ferdinando Milone, che, nell'opera "Sicilia. La natura e l'uomo" pubblicata nel 1960 da Paolo Boringhieri proprio alla secolare storia del grano nell'Isola dedicò ben dieci pagine. Insieme ad alcune ancora attuali notazioni sulle caratteristiche della coltivazione del grano in Sicilia, Milone si soffermò sulla diffusione di questa coltura nell'antichità; una feracità di cui diedero conto - oltre ad Omero - numerosi storici, scrittori, filosofi e botanici greci e romani: 

"Alla Sicilia riferisce Diodoro Siculo i versi di Omero, e li ritiene propri, adatti, per la bontà della terra, e perché ad essa per prima donarono il grano, 'le dee che lo inventarono, Demetra e Core, le quali sono massimamente onorate dai Sicelioti'. Ma Biagio Pace, nato anch'egli, come Diodoro, in Sicilia, sia pure a distanza di parecchi secoli, ci informa che in molti paesi di antica civiltà la leggenda ricollega alla propria terra la patria del grano e ne fa un dono portentoso della divinità. Tuttavia, ricorda l'illustre compianto autore, la leggenda rimane pur sempre a dimostrare l'importanza della coltura dei cereali nell'isola, come la documenta del pari la diffusione del culto di Demetra e di Core. Core è Proserpina, che proprio nel cuore della Sicilia fu rapita e trascinata da Plutone negli antri dell'inferno, mentre Demetra cercava invano la figliola per tutti i cantucci dell'isola. Inoltre, la credenza che il grano crescesse selvatico nei più fertili campi in Sicilia, poteva trovare appiglio 'in quelle graminacee selvatiche che offrono esteriore somiglianza coi frumenti, forse quel grano canino o orzo selvatico, che invade prosperoso vasti campi della Sicilia e quando a primavera fa la spiga dà una compiuta illusione di grano', dice il Pace.



Certo, la diffusione della coltura nell'isola nei tempi antichi, doveva essere grande, e il Pace ricorda i nomi di 'farru' e 'tuminìa', ancor oggi adoperati localmente. Il primo nome, forse derivato dal 'far' degli antichi, corrispondente ai grani 'vestiti' dei botanici moderni, in contrapposizione al 'triticum', che indicava i grani 'nudi'. 'Tuminìa', che con tanti altri nomi indica il grano marzuolo siciliano, avrebbe conservato il termine greco, deformato per incrocio su vocabolo noto, e cioè 'tuminu', vale a dire 'tumolo', misura di aridi e di superficie. Il grano doveva essere largamente coltivato, nell'antichità. Oltre ai famosi campi di Leontini e alle ondulazioni di Enna, erano ricordati, per la loro feracità in grano: i campi di Gela, menzionati nell'Epitafio di Eschilo; i dintorni di Selinunte, sulla costa meridionale, ricordati da Plinio e Teofrasto; e i campi di Mile, e cioè Milazzo, dove Teofrasto dice che si sarebbe avuta una messe di trenta volte la semente. Esagera Teofrasto, naturalmente; ed esagera Plinio, che parla di una messe di cento volte la semente, nei campi di Leontini, addirittura. Meno enfatico, una volta tanto, sarebbe stato Cicerone a portare la messe della pianura catanese, appunto, a otto o dieci volte la quantità seminata.  Tuttavia, la coltura del grano, ai tempi di Roma, doveva essere di gran lunga la più diffusa. E il raccolto abbondante. Nel secolo quinto avanti Cristo, l'isola esportava grano a Corinto, ad Atene, e, ancor più, a Roma. Gelone prometteva ai Greci di nutrirne l'esercito durante tutta la guerra contro i Persiani, a quanto ci narra Erodoto.



Cicerone afferma che la decima sul grano era il più importante gettito della provincia di Sicilia, e forse il solo cespite d'entrata pubblica. I granai di Siracusa erano famosi ai tempi dell'assedio di Marcello. Prima che finisse il terzo secolo avanti Cristo, Ierone faceva dono al popolo romano di ben 200000 'modii' di frumento, e inviò a Roma grano per le guerre di Illiria e di Gallia. Roma, insediata in Sicilia, cercò di mantenere in efficienza questa preziosa fonte di vita, e un suo proconsole percorse l'isola con reparti di cavalleria per incoraggiare, in maniera abbastanza persuasiva, la ripresa delle semine: 'ut viseret agros, cultaque ab incultis notaret et perinde dominos laudaret castigaretque'. Lo dice Livio. E Catone chiama la Sicilia 'nutricem plebis romanae'. Si vuole che ai tempi di Cicerone, l'isola desse in tutto circa 6 milioni di medimni, e cioè poco più di 3 milioni di ettolitri. Non molti di più: 3750000 ettolitri avrebbe forniti l'isola al tempo dell'Amari, alla metà dell'Ottocento. Nè i 6 milioni di medimni, e cioè poco più di 3 milioni di ettolitri, è da pensare che potessero essere superati dalla produzione dei tempi preromani. 



Credo, con il Pace, che debba considerarsi un vero luogo comune degli scrittori siciliani e stranieri la supposizione che prima di Roma l'agricoltura dell'isola fosse più prospera. Tanto più, che, come ci dice anche il Rostovzev, tranne qualche periodo di decadenza per guerre o lotte politiche, la Sicilia dovette mantenere a lungo la sua importanza come paese granario, e, mentre richiamava a sé capitali e iniziative romane e braccia servili d'Africa e d'Oriente, poteva sempre contare sulla metropoli, quale insaziabile e ognora crescente mercato di consumo..."

 

martedì 22 giugno 2021

venerdì 18 giugno 2021

LUCI ED OMBRE DEL PERCORSO ARTISTICO SICILIANO SECONDO BORGESE

Santuario e convento
della Madonna dell'Olio a Blufi.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Fu nel 1932 che, da New York, Giuseppe Antonio Borgese scrisse l'introduzione al volume sulla Sicilia pubblicato dal TCI l'anno successivo per la collana "Attraverso l'Italia"; un testo il cui incipit contiene una delle più note considerazioni espresse da Borgese sulla natura della sua regione:

"Un'isola non abbastanza isola: in questa contraddizione è contenuto il tema storico della Sicilia, la sua sostanza vitale"



In quell'introduzione, lo scrittore, critico e saggista di Polizzi Generosa  illustrò la storia dell'Isola con un taglio prevalentemente storico ed antropologico, riconducendo a questo contesto anche alcune notazioni sull'arte isolana:  

"Le lacune artistiche della Sicilia coincidono con le sue lacune storiche; essa è povera di romanità, e relativamente povera di Rinascimento; ciò che nell'Italia centrale abbonda, in essa difetta; e viceversa; le sue epoche d'oro non accompagnano quelle del continente, ma si può dire che rispetto alla Toscana e a Roma la Sicilia abbia una posizione alternata e complementare... Meno che nazione, la Sicilia è più che regione; non un frammento d'Italia, ma sua integrazione e aumento"



domenica 13 giugno 2021

L'ELOGIO DEGLI EMIGRATI DA STROMBOLI DI GINO VISENTINI

Casa a Ficogrande, nell'isola di Stromboli.
La foto di Josip Ciganovic
è tratta dall'opera di Aldo Pecora "Sicilia",
edita da UTET nel 1974


Prima del secondo conflitto mondiale, Stromboli poteva contare su una popolazione di 4.000 persone; si erano ridotte a circa 600 nel 1947, quando il giornalista, critico d'arte e sceneggiatore Gino Visentini realizzò nell'isola delle Eolie un reportage pubblicato il 12 giugno di quell'anno dal "Corriere della Sera". L'articolo di Visentini colse allora i caratteri della massiccia emigrazione in corso degli stromboliani verso le lontanissime terre d'America, d'Australia e della Nuova Zelanda: un esodo che spopolò in quegli anni l'isola, determinando anche l'abbandono di un rilevante numero di abitazioni - in primo luogo, a Ginostra - in seguito diventate oggetto di famelici appetiti immobiliari. Il racconto del cronista sottolineò in primo luogo lo spirito intraprendente che animò una buona parte della comunità di Stromboli a cercare fortuna lontano da un ambiente dominato, allora come oggi, dall'attività vulcanica:

"Se date un calcio alla porta di una delle tante case disabitate ed entrate dentro, troverete fotografie di fruttivendoli agli angoli delle strade di Nuova York, di Melbourne o di Sidney. Generalmente lo stromboliano che emigra apre un negozio di frutta. Nei primi sette o otto mesi, l'emigrante si preoccupa soltanto di una cosa: imparare la lingua e durante questo periodo vive a spese dei parenti o dei paesani perché quando arriva non ha scorte di denaro. Poi mette su anche lui un negozio. Quelli che dall'Australia passano alla Nuova Zelanda aprono invece osterie o alberghi. Fra loro vi sono la solidarietà e un sentimento di protezione rari a trovarsi in altre comunità. Gli stromboliani che lasciano l'isola per affrontare la vita all'estero hanno l'orgoglio di riuscire. Partono con le abitudini estremamente frugali e il senso dell'economia cui li ha assefuatti la loro terra ingrata e avarissima, ciò che li rende quasi invulnerabili alle durezze e ai sacrifici della nuova strada che hanno scelto. Del resto, tutti gli emigranti di Stromboli hanno fatto fortuna, e la prova migliore è che, sul loro esempio, tutti partono o vogliono partire. La prontezza e l'intelligenza si colgono a prima vista negli stromboliani, e può darsi che questi davvero siano gli attributi principali che distinguono le popolazioni delle terre vulcaniche e che spiegano il costante successo dell'emigrante di Stromboli...



... In questa isola una sola strada ha un nome, ed è quella che porta dalla spiaggia su in paese. essa è stata intitolata a Vito Nunziante, deputato al Parlamento di Buenos Aires, uno dei tanti stromboliani che si sono arricchiti all'estero. A lui si deve se la strada principale del paese è lastricata di cemento. Perché Stromboli, nel suo nucleo, è un paese che non manca per niente di decoro. Il forestiere che sbarca qui, e non sa nulla, stupisce che un'isola tanto priva di risorse e dove non esiste commercio, abbia due chiese piuttosto grandi, una delle quali con una cupola maestosa e un'aria quasi da cattedrale. Poi vieni a sapere che esse sono state costruite con i denari degli emigrati. Alcuni di essi sono veramente ricchi. Tutti qui parlano 'd'u bancunaru', che è uno stromboliano divenuto proprietario di una grossa banca in America e che aiuta volentieri i paesani quando ne hanno bisogno, e di un altro stromboliano, emigrato negli Stati Uniti, prima dell'altra guerra, e oggi uno dei più grossi proprietari di rimorchiatori nel porto di New York..."



venerdì 11 giugno 2021

MOZIA, UNA HONG KONG MEDITERRANEA DELL'ANTICHITA'

L'isola di Mozia,
antica colonia commerciale punica.
Le foto del post sono
di Ernesto Oliva-ReportageSicilia



Da oltre 20 secoli l'isola di Mozia è una silenziosa ed appartata porzione di terra galleggiante sullo specchio d'acqua dello Stagnone di Marsala. Un luogo "di un'amenità senza confronti", la definì l'archeologo Vincenzo Tusa nel 1963. Il suo silenzio, interrotto solo dallo scivolare sull'acqua delle barche che vi fanno approdare piccoli gruppi di visitatori, nulla ha a che fare con la frenetica vita che vi si svolse sino al 397 avanti Cristo. Quell'anno, la colonia punica venne devastata con le palle di pietra scagliate dalle catapulte dall'esercito di Siracusa, responsabile di uno dei tanti crimini contro l'umanità dimenticati della storia: la crocifissione dei mercanti elleni che avevano scelto di condividere in quest'angolo di Sicilia con i moziesi le proprie attività imprenditoriali.

Prima della distruttiva incursione siracusana, la piccola Mozia era stata una delle colonie più attive nei commerci lungo le rotte del Mediterraneo, al punto da battere una propria moneta ed attrarre gente proveniente anche da Creta; vi erano stati impiantati laboratori per la produzione della porpora - un colorante per i vestiti estratto dai molluschi presenti in abbondanza nel mare circostante - ed era fiorente il commercio di sale, pesce conservato ed olio. Lo Stagnone, allora, doveva avere l'aspetto di un'affollata rada ingombra di navi impegnate a caricare e scaricare merci e commercianti, in una babele di lingue dell'antichità.

La statua in marmo
del "giovinetto di Mozia"
scoperta nel 1979 ed esposta nell'isola:
un folgorante esempio
di scultura siceliota del V secolo

 

Quest'immagine oggi remota di Mozia ha indotto nel 1978 il giornalista Ettore Serio a paragonarla allora ad una delle contemporanee città portuali dell'Asia:

"Qualcuno l'ha paragonata ad una piccola Hong Kong o Singapore nel senso che le forme di insediamento erano state simili a quelle seguite molti secoli dopo dagli europei. Come a Hong Kong, i cartaginesi abitavano tutti insieme a Mozia dove avevano i loro templi, i magazzini, il grande emporio. Intorno allo Stagnone, verso la pianura di Birgi, v'erano i villaggi indigeni. La storia dell'isola come entità autonoma finì nel 397 avanti Cristo, quando Dionisio di Siracusa assediò Mozia con 300 navi e 80.000 uomini. Entrando in città, massacrò i mercanti greci che trovò, confermando con tale atto che Mozia era un emporio di importanza internazionale, perlomeno per quei tempi. Abbandonata dai suoi abitanti, Mozia rimase sepolta dalla sabbia e fu praticamente dimenticata. A tirarla fuori dall'oblio provvide Pip Whitaker, uno degli eredi della dinastia di inglesi trapiantati in Sicilia che contribuirono a far conoscere nel mondo il vino Marsala..."


martedì 8 giugno 2021

IL SORTILEGIO SICILIANO DELL'INFELICITA' SECONDO MARIA MESSINEO VANDINI



In una "Guida Agenda Messina 1952" edita da Edizione Catri venne pubblicata una curiosa inserzione promozionale: "in Sicilia gioia di vivere", slogan accompagnato dai volti sorridenti di un uomo e di una donna. La didascalica capacità di comunicazione di quel messaggio, destinato a convincere i turisti della capacità dell'Isola di donargli felicità e spensieratezza, fa ancor oggi riflettere sugli stati d'animo che la Sicilia concede a chi vi nasce e vive, magari dopo avere rinunciato ad una precoce scelta di emigrazione. Fra i sentimenti possibili per i siciliani, quello della felicità sembra  in realtà essere fra i meno diffusi; segno forse di quel sofferto vivere di odio e di amore che una buona parte degli isolani  coltiva verso la propria Isola

Di questo stato d'animo ha scritto nel 1979 la giornalista e saggista Marisa Messineo Vandini, una "non siciliana" segnata  fortemente dalla Sicilia in virtù dei suoi legami familiari e dei rapporti di collaborazione con il "Giornale di Sicilia" e "Telestar" : 

"Era la fine di giugno - si legge nel saggio "Clippings" ( Todariana Editrice Milano - e stavo risalendo  in treno dalla Sicilia verso il Nord. Quasi senza accorgermene, cercavo di definire a me stessa le sensazioni che il passaggio veniva man mano offrendomi... In che modo andava differenziandosi, fluidamente, l'atmosfera, la natura? Il cielo si faceva di un turchino meno intenso, più grigio ed il verde meno polveroso e riarso. I colori meno vivi, i contrasti meno evidenti. Il clima, più temperato, diluiva uniformemente il paesaggio che diveniva anche più domestico nella punteggiatura di case coloniche, nel frazionamento ordinato e pignolesco dei poderi, mentre in Sicilia l'agro è solitario e sdegnoso, ai piedi di roccaforti paesane, distanti l'una dall'altra come nemiche.



Salendo verso Nord della penisola una diversa vegetazione contorna i campi di grano; si infittiscono i boschi di pioppi e cipressi, appaiono i filari di alberi da frutta a recingere i campi coltivati. Ci lasciamo indietro gli ulivi, le palme, gli aranceti ed i giardini di limoni il cui stesso nome dà immagine di qualcosa creato più per il godimento estetico che per il valore pratico, venale. Anche gli orti di Sicilia sanno di favola... Ma soprattutto il mare, la sua potenza arcana, immutabile, che pervade anche il punto più interno dell'isola, tutto a un tratto cessa di dominarci con la sua presenza.

Verdi colline, smussati contorni, di un breve orizzonte, sostituiscono le corrusche quinte brune e violette delle montagne vulcaniche. Si ha, in un certo senso, l'impressione di essere di nuovo fra la gente dopo un soggiorno in un silenzioso giardino incantato. Eppure lasciare il Sud significa anche lasciare le emozioni e l'irrazionale per un tenore di vita più monotono, più organizzato e più comodo forse, ma anche meno eccitante, meno poetico. Una tenue malinconia serpeggia insieme ai chilometri, un vago rimpianto per l'isola dei contorni sfumati nel sole turchino.

E una domanda: perché la felicità che vi si potrebbe esistere è più che altrove non è in effetti riscontrabile nella realtà umana dell'isola? Quale antico sortilegio ha mai ghiacciato negli abitanti dell'isola la linfa della spensieratezza e della semplicità, rendendoli gravi sotto un'ombra di morte? Quale divinità invidiosa ha buttato l'anatema su quella terra ricolma di splendori?

Da questo forse scaturisce, in chi vi è nato, il bisogno ricorrente di fuggire. L'ho provato anch'io, che non vi sono nata, al termine di lunghi soggiorni. Sensazione contrastante con l'attrazione verso la Sicilia che mi seguiva anche lì, sul rapido che già si lasciava dietro Firenze ed in meno di un'ora sarebbe arrivato a Bologna. Già provavo nostalgia per le insenature verdi e colme di calura, per le ceste ordinatamente ricolme di bellissime frutta e verdura poste a rallegrare il grigio dell'asfalto e del cemento.



Per il 'monte solitario' e per il parco che si stende ai suoi piedi. Per i fastosi cadenti palazzi barocchi e per la via spaziosa ed alberata che marca il centro della sua urbanistica. Nostalgia per i sipari di roccia che dividono una scena dall'altra, in una interminabile sequenza di colori e di bellezza che glorifica, esaspera addirittura l'aggettivo 'mediterraneo'.

L'incomprensibile mistero di questa isola. Bellezza e morte indissolubilmente legati. Un monito divino che il cammino dell'uomo verso la libertà e la compiutezza del proprio spirito è cosparso di asperità. E mi venne in mente al termine del viaggio verso il Nord il detto famoso 'Nec tecum nec sine te vivere possum'".

mercoledì 2 giugno 2021

QUANDO NOBILI E BORGHESI DISPREZZAVANO L'OPERA DEI PUPI

Pubblico dell'opera dei pupi a Palermo
agli inizi degli anni Cinquanta del Novecento.
Fotografia di Quintino Di Napoli
pubblicata in "Le Vie d'Italia" del TCI
nell'agosto del 1951


Ne scrisse già Giuseppe Pitrè, alla fine dell'Ottocento, del disprezzo dell'aristocrazia e della borghesia palermitana nei confronti dell'opera dei pupi, segnalando un articolo in cui un giornalista del tempo sottolineava "il secolare malvezzo delle vandaliche rappresentazioni, che giornalmente hanno luogo nei teatrini di marionette..."

Della scarsa considerazione meritata dall'opera dei pupi fu portavoce agli inizi del Novecento l'inglese Henry Festing Jones, collaboratore e biografo di quel Samuel Butler passato alla storia per avere ipotizzato la sicilianità di Omero e l'ambientazione dell'Odissea nel trapanese. Autore di più opere sulla cultura popolare in Sicilia, Jones fu particolarmente attratto proprio dal teatro dei pupi, scrivendone nel 1909 e nel 1911 nei saggi "Diversions in Sicily""Castellinaria and other sicilian diversions". Nel 1987, Sellerio pubblico alcuni capitoli delle due opere in "Un inglese all'opera dei pupi", con una prefazione di Attilio Carapezza.



In quello intitolato "Michele e la principessa di Biserta", Henry Festing Jones così testimoniò l'astio delle classi "colte" dell'Isola verso burattini e pupari:

"Ai siciliani colti il teatro dei pupi piace poco, e con loro si fa spesso fatica soltanto a parlarne. Sostengono che le marionette sono fatte per le classi più umili e le ritengono la causa di molte delle liti di cui si legge sui giornali. Il popolo verrebbe talmente suggestionato dall'esaltazione eroica in cui vive sera dopo sera da imitare nella vita quotidiana il comportamento cavalleresco dei guerrieri che vede combattere nei teatrini, sicché avverrebbe talvolta che quella che inizia come una rievocazione scherzosa di qualcosa vista nello spettacolo della sera prima si risolva in una ripetizione sin troppo accurata di un duello e si concluda tragicamente.



L'analogia con quanto scrivono i giornali inglesi su ragazzi che si trasformano in teppisti o si imbarcano come clandestini per effetto di cattive letture, accrebbe il mio desiderio di assistere a uno spettacolo di pupi, ma non volevo andarci da solo, perché nel caso di una rissa tra il pubblico, con coltelli, sarebbe stato meglio essere in compagnia di uno del posto..."

giovedì 27 maggio 2021

L'EDILIZIA DI CUBI E DADI DI S.ELIA IN UNA PAGINA DI DANIEL SIMOND

La borgata di S.Elia.
Foto tratta da "Sicilia" di Daniele Simond,
opera citata


Il paesaggio fra capo Zafferano e monte Catalfano costituiva sino a qualche decennio fa uno dei più interessanti litorali del palermitano, tanto da fare scrivere nel 1955 a Carlo Levi che "è il luogo più bello dove un corpo umano possa stendersi al sole".  La bellezza allora decantata dallo scrittore in "Le parole sono pietre. Tre giornate in Sicilia" è stata sfregiata dal solito accumulo di edilizia invasiva e dall'inquinamento del mare, che pure, ancor oggi, conserva qualche angolo di residua suggestione ambientale. Dalla sommità di monte Catalfano, si osserva quella che nel gennaio del 1929 Roberto Lojacono definì sulla rivista del TCI "Le Vie d'Italia" "la borgatella peschereccia di S.Elia, che divide con  Porticello i prodotti dell'inesausto mare". Il suo aspetto edilizio quasi primitivo - visibile sino ai primi anni del secondo dopoguerra e fonte di una condizione di isolamento - venne così descritto da Daniel Simond in "Sicilia" ( Salvatore Sciascia, Caltanissetta-Roma,1956 ):

"Dal quadrivio di S.Flavia, una strada fa il giro di capo Zafferano. Sopra ad esso, un contrafforte del monte Catalfano conserva le rovine di quella che fu la fenicia, poi la romana Solunto. Sono scale, pavimentazioni stradali, cisterne, sei colonne doriche ancora in piedi, di una casa romana. Esse dominano delle vaste piantagioni di limoni e di olivi, mentre le vigne ricoprono la pianura di Bagheria.

La vista domina, dall'altro lato, le case di un villaggio di pescatori, Sant'Elia, cubi bianchi, un giuoco di dadi sulla riva del mare; e spazia su tutto il golfo di Imera, da capo Zafferano allo scoglio di Cefalù..."

domenica 16 maggio 2021

UN NUOVO POSSIBILE TRAGUARDO PER LA TARGA FLORIO?

E' il 16 ottobre del 1955.
Dinanzi le gremite Tribune di Cerda
sfila una delle Mercedes SLR che dominarono
la 39a Targa Florio.
La foto è tratta dall'archivio
dell'assessorato regionale al Turismo


Trovare un rivolo di finanziamento fra i fondi europei, nazionali e regionali che dovrebbero risollevare l'economia della Sicilia dopo la pandemia. Quindi, disporre un bando internazionale per attuare il progetto, tutelandolo da interessi particolari e malaffari: la completa ristrutturazione dei 72 chilometri dello storico "Piccolo Circuito delle Madonie", sconciati da decenni di abbandono, dalle frane e dall'abitudine di noi siciliani a vagheggiare i buoni propositi piuttosto che a realizzarli: una "colpa del fare" tutta isolana, alimentata in modo avvilente dalla tara del campanilismo e degli interessi di bottega. Poiché i buoni propositi non sono mai abbastanza, l'occasione potrebbe inoltre ridare dignità strutturale alle Tribune di Cerda e rimediare a recenti scempi; uno su tutti, la visibilissima e incontrastata devastazione del monumentale ponte di Scillato, uno dei tratti stradali distintivi dei 72 chilometri del tracciato. La sistemazione del "Piccolo Circuito" costituirebbe in primo luogo un atto di attenzione verso la popolazione delle Madonie, che potrebbe usufruirne per le normali esigenze quotidiane. Il ripristino della viabilità sarebbe poi uno straordinario prologo alla possibilità di sfruttare pienamente in Sicilia e per la Sicilia in chiave turistica l'eredità storica rappresentata in tutto il mondo dalla Targa. Lo stesso Vincenzo Florio, del resto, fu  consapevole che la sua manifestazione motoristica avrebbe fatto conoscere al mondo le Madonie, facendo diventare Termini Imerese prima e poi Cerda luoghi che da troppo tempo sono solo nostalgici sinonimi di Targa Florio. Una consultazione di Youtube dimostra oggi quanto lo storico circuito stradale sia oggetto di attenzioni ed interesse da parte delle case automobilistiche, spesso "venute giù" per presentare o promuovere i propri modelli lungo i tratti ancora praticabili di un tracciato così apprezzato da Ettore Bugatti in una lettera scritta a Vincenzo Florio:

"Un costruttore il quale segua regolarmente la Targa Florio, può attingervi tutta una serie di insegnamenti che gli sarebbe possibile di ottenere altrimenti sia pure attraverso prove e collaudi au pista o in laboratorio. Tutte le ricerche che la partecipazione alla Targa rendono necessarie, concorrono direttamente al miglioramento generale dell'automobile moderna"

Una rivalutazione della Targa - evento che non immeritatamente potrebbe ottenere il riconoscimento di Patrimonio Mondiale dell'Unesco -  potrebbe così diventare una sfida per dimostrare che la Sicilia è capace di guardare al futuro fattivo, andando oltre le celebrazioni per ciò che è stato il glorioso passato della corsa su strada. Nell'Isola, il tempo cammina lento e si trascina il peso di vecchie e spesso dannose abitudini; il recupero dei 72 chilometri ( 72, non 720! ) potrebbe rappresentare una benefica fuga in avanti, dando dimostrazione che la Targa Florio è un patrimonio tuttora vitale per la Sicilia e per quei siciliani eventualmente capaci di valorizzarne la trascurata eredità.